/image%2F1498857%2F20260825%2Fob_37dacb_la-moltitudine-di-cani-randagi.jpg)
Arriviamo con Ale in una località sul mare, dove si trova una struttura di accoglienza.
Potrebbe essere un circolo nautico, ma nello stesso tempo ha le caratteristiche di un piccolo albergo, dove sono messe a disposizione degli ospiti delle camere per il pernottamento.
La planimetria dell’edificio è piuttosto complicata e quasi labirintica: ci sono, infatti, molti corridoi che finiscono a fondo cieco ed è piuttosto difficile trovare la via giusta per arrivare alla camera assegnata, anche con l’ausilio di google map.
Con Ale, ci muoviamo dunque a fatica per arrivare alla nostra stanza, sbagliamo percorso diverse volte, ma alla fine eccola la nostra stanza. Come sappiamo che è la nostra stanza? Questo è un bel mistero, a cui non so dare risposta. Posso solo dire che capiamo di essere arrivati alla nostra stanza, senza ombra di dubbio alcuno.
Apriamo la porta (non aprite mai quella porta!) e abbiamo una sorpresina la stanza, invero, è molto grande e spaziosa, dotata di molte finestre che si affacciano sul mare; tuttavia, ci appare subito molto trascurata e in disordine, come se non fosse stata rassettata del tutto dopo la partenza degli ospiti precedenti; i quali sicuramente avevano fatto alloggiare nella loro stanza molti cani; il pavimento, infatti, era orribilmente imbrattato di feci canine e di chiazze di umido maleodoranti, residuo probabilmente di abbondanti pipì selvatiche di cane; s’indovinavano nella stanza traccia del passaggio di almeno venti cani, detti anche kanhié, sicuramente indisciplinati, forse trovatelli, incapaci di trattenersi nella gestione dei propri bisogni corporali e non sottoposti all’educazione ferrea dello stare in una casa; si capiva anche che i cani in quella stanza avevano impazzato saltando sui mobili, sulla poltrona e sul sofà disponibili, e sui letti: infatti, i letti in particolare si erano trasformati in mucchi informi di coperte e avevano più che altro l’aspetto di giacigli su cui, forse, nemmeno un barbone si sarebbe sdraiato per dormire.
Ale era chiaramente molto disturbata da tutto ciò e l’espressione del suo viso si era immediatamente pietrificata, raggelandosi.
Non diceva nulla la Ale, non proferiva verbo, ma io comprendevo bene che si accingeva a rimproverarmi duramente per averla portata incautamente in un simile posto, in un tale letamaio, anche se la sorpresa in cui c‘eravamo imbattuti nulla aveva a che vedere con una mia cattiva pianificazione.
Capivo che dovevo fare qualcosa con urgenza e, quindi, abbandonavo l’Ale che se ne stava in piedi, appoggiata al davanzale di una delle belle finestre panoramiche, timorosa di muovere un sol passo all’interno della stanza per paura di mettere piede sulle schifezze che ingombravano il pavimento e magari di scivolarci sopra come quando si mette piede su di una buccia di banana, e, uscendo da quella fatidica porta, andavo alla ricerca di qualcuno che potesse risolvere il grosso problema a Chinatown.
Vagavo per la struttura che, come ho detto, era labirintica con corridoi tortuosi e biforcati, con fondi ciechi e trabocchetti.
In questo vagabondaggio mi sentivo un vero Urbexer.
Dopo molto tempo e dopo molti giri a vuoto, arrivavo ad una specie di reception che era in diretto collegamento con un ampio hangar per il ricovero e la manutenzione delle imbarcazioni di quegli ospiti della struttura che dovessero arrivare per mare.
C’erano molte persone che se ne stavano lì a ciondolare senza far nulla, ma con l’apparenza di quelli che sono molto occupati a non far nulla e che, pertanto, non possono essere disturbati.
Chiedevo informazioni, se c’era qualcuno che si potesse definire responsabile della manutenzione dei locali e delle stanze per gli ospiti, ma quello che ottenevo era soltanto un ostentato silenzio.
Non sapevo che fare: avrei voluto sporgere reclamo, ma non c’era nessuno a cui rivolgersi, soprattutto qualcuno che potesse dare disposizioni e comandare altri che potessero provvedere alle necessarie pulizie.
Rimanevo come in sospeso e intanto pensavo ad Ale che se ne stava in quella stanza, immaginandola sempre appoggiata al davanzale della finestra pietrificata e immobile per timore di sporcarsi i piedi, qualora si fosse mossa verso qualche altro angolo della stanza.
Finalmente, eccola lì, una tizia con l’apparenza di una receptionist, seduta dietro il bancone, apparentemente intenta a lavorare al pc. Mi avvicino a lei e le dico con un certo piglio del mio problema urgente: “La camera che mi avete assegnato è impraticabile! É disseminata delle feci di cani e bagnata delle loro urine! I letti sono stati trasformati in giacigli per cani e non hanno più l’apparenza di letti su cui dei cristiani possano degnamente riposare! Dovete fare qualcosa con urgenza: mandare, per esempio, qualcuno per fare delle pulizie profonde e radicali, per igienizzare, per sanificare, per deodorare, per rendere - infine - la stanza degna di essere abitata da due cristiani, come appunto siamo io e la mia signora!“
Mi fermai, pensando di avere fatto proprio un bel discorsetto, con l’energia e l’impeto necessari. La receptionist mi guardò impassibile e disse qualcosa, bofonchiando: “Caro il mio signore, in quella stanza hanno alloggiato due ospiti di riguardo che hanno la vocazione di salvare i cani randagi da una cattiva fine: li prendono dalla strada e, pulciosi come sono, li portano nella stanza che occupano nei diversi alberghi in cui di volta in volta alloggiano, li sfamano, li nutrono, li lasciano giocare e regalano loro dei momenti di autentica felicità. Sì, il prezzo è che la stanza occupata da questi signori dalle orde dei cani randagi che hanno ospitato finisce con l’assumere l’aspetto di una stalla, ma poi si provvede in tempi utili a risistemarla quando questi benefattori di kanhié sono andati via. Questa volta, purtroppo, per motivi contingenti non abbiamo provveduto per tempo e ce ne scusiamo. Capisco la sua urgenza, egregio signore, ma in questo momento non ho personale a disposizione per una pulizia immediata, come lei richiede e dobbiamo rimandare tutto a domani mattina. D’altra parte, non abbiamo stanze libere a disposizione a meno di non alloggiarvi nel fondo di un corridoio cieco (e come lei ha visto di corridoi a fondo cieco in questa struttura ve ne sono davvero tanti), allestendovi lì un giaciglio e una tenda per la necessaria privacy. Ma il mio consiglio spassionato è quello che voi rimaniate in questa stanza, e magari - per attenuare il vostro disagio - potreste far entrare assieme a voi una ventina di cani randagi, quelli lasciati a spasso dai signori che hanno appunto occupato la stanza prima di voi e dar loro sollazzo. Come si suol dire, zucchero non guasta bevanda!”
Dissolvenza
Va bene
Va bene
Ora lo leggiamo ad alta voce, cià che ho scritto, così vado correggendo e limando; e poi ci dedichiamo alla lettura del nostro libro ad alta voce
Leggiamo il libro, orsù!
scrivi un commento …


