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23 maggio 2024 4 23 /05 /maggio /2024 10:19
Bob Arctor nel film di animazione tratto da Un oscuro scrutare

Partecipo, nel sogno, ad una riunione di gruppo  che si svolge in una grande stanza luminosa, le cui pareti sono in massima parte costituite da enormi vetrate
Siamo tutti seduti su di un grande tappeto a vivaci colori su cui sono disposti dei cuscinoni ai quali ci appoggiamo comodamente
É in corso una discussione ma non ricordo su quale tema specifico: forse qualcuno a turno dice semplicemente la sua, cosa gli passa in mente, senza restrizioni, una specie di brainstorming o una discussione in stile “freewheeling”, per libere associazioni
Non so chi siano tutti gli altri presenti
Non li conosco, o forse i loro volti sono continuamente mutevoli, come quelli dei mutaforma, oppure come per effetto della mascheratura (lo "scramble suit") utilizzata da Bob Arctor, il poliziotto sotto copertura, protagonista del dickiano “Un oscuro scrutare”, in cui centinaia di volti si ricompongono di continuo sino a creare l’impressione che quella persona sia tutti e nessuno al tempo stesso
Ma l'identità dei miei interlocutori, invero, non pareva essere rilevante, né io ero assillato dalla necessità di far loro un volto e un nome
Oppure - riflettevo - avrebbero anche potuto essere delle mie varianti, o dei sosia o doppelgänger  che dir si voglia
Ipotesi plausibile, perché non registravo il suono di voci parlate e dialoganti
Era come se fossimo in contatto telepatico
Mi accorgo che il tappeto ha delle grinze in quanto c’è un mobile che ostacola la sua perfetta distensione 
Una grinza in particolare mi disturba profondamente e, quindi, mi alzo per rimediare
Anziché cercare di spostare il mobile in modo tale da poter distendere il tappeto senza nessun ostacolo, mi son dato da fare per realizzare delle complicate pieghe del tappeto in modo tale che quest’ultimo potesse, in un certo senso, aggirare l’ostacolo
Non so come spiegarlo meglio 
Quel che so e che ricordo é che lavoravo alacremente, come se avessi dovuto realizzare a partire dal tappeto un origami
Una piega qui, una piega qua, un raddoppio là, un’altra piega e così via 
Sono profondamente concentrato su questo lavoro e perdo del tutto di vista la riunione del gruppo 
Ma ne vale la pena, perché alla fine riesco nel mio obiettivo
La sapienza orientale, in fondo, ci dice che non ha senso faticare a rimuovere un ostacolo e che è molto più economico, in termini di bilancio energetico, cercare di neutralizzarlo
Nel mentre arrivano altri, ritardatari, per partecipare alla stessa riunione 
Altri miei sosia? 
Non so!
Li accolgo, li saluto tutti uno per uno, stringendo loro la mano e li invito ad accomodarsi, raccomandandogli però di sfilarsi le scarpe, ma non i calzini anche se questi dovessero essere bucati
Abbiamo un’elevata tolleranza per i calzini bucati! - dico loro - L’importante è che non siano puzzolenti!

 

Dissolvenza

Philip K. Dick, Un oscuro scrutare

Philip K. Dick, Un oscuro scrutare (A Scanner Darkly), Fanucci

Los Angeles 1994: una droga misteriosa, la sostanza M, invade il mercato seminando follia e morte. La sua origine è ignota come la sua composizione e l'organizzazione che la diffonde. Bob Arctor, agente della sezione narcotici, si infiltra tra i tossici che ne fanno uso, per scoprire chi dirige le fila del traffico illegale: un abito speciale nasconde ai colleghi la sua identità e una sofisticata apparecchiatura elettronica gli consente di spiare se stesso nella sua nuova condizione di drogato. Giungerà alla verità solo dopo essere sprofondato nel buio e nella disperazione della dipendenza. 

Protagonista assoluto è il tossicodipendente Bob Arctor, che vive alla giornata in una casa affollata insieme ad altri, come lui dipendenti dalla micidiale Sostanza M. Le giornate del gruppo di Bob trascorrono tra sballo, conversazioni sconclusionate, avventure tra il comico e il tragico.

Bob Arctor nasconde però un segreto: è un agente infiltrato della narcotici. Nella sua casa vi sono telecamere che riprendono tutto quel che avviene. Bob è il classico agente usato in operazioni sotto copertura, che riferisce ai suoi superiori nascosto da una tuta disindividuante (scramble suit nell'originale) che ne confonde i lineamenti e l'aspetto; questo per evitare che qualche talpa all'interno della polizia possa rivelare la sua vera identità alle organizzazioni di narcotrafficanti.

Bob quindi conduce una doppia vita: ogni tanto diventa l'agente di spionaggio Fred, spione e nemico di quelli che nella vita da tossico sono suoi amici. La situazione è complicata dal fatto che uno degli effetti collaterali della Sostanza M è la progressiva separazione dei due emisferi cerebrali, che porta gradualmente a una vera e propria schizofrenia. L'emisfero della razionalità e della logica diventa sempre più autonomo da quello dei sentimenti e dell'intuizione.

La vita di Bob/Fred va pian piano a pezzi, e con lui quella dei suoi amici/vittime tossicodipendenti, fino al tragico finale.

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22 maggio 2024 3 22 /05 /maggio /2024 10:26
Domenico Cacopardo, Agrò e il Maresciallo La Ronda, Marsilio

Mi è capitato di trovarmi per le mani, qualche tempo fa il poliziesco, Agró e il Maresciallo La Ronda, pubblicato da Marsilio (Le Farfalle), nel 2013, di cui è autore Domenico Cacopardomagistrato e scrittore.
L'ho trovato di lettura gradevole, liscia, scorrevole, a tratti sapida: un piacevole intrattenimento.
Appartiene questa indagine ad una serie composta da una decina di romanzi polizieschi che vedono nei panni di protagonista il sostituto procuratore della Repubblica Italo Agrò. 
Qui, ci troviamo davanti ad un antefatto (o, come si tende a dire oggi, di un “prequel”) in cui il futuro sostituto procuratore è ancora uno studentello di legge e, mentre si trova in vacanza estiva, nel suo piccolo paese del Messinese, viene chiamato dal Maresciallo La Ronda, al comando della locale stazione dei Carabinieri, perché l’aiuti a stendere dei rapporti su di un caso di omicidio (inizialmente solo a metterli in bella forma) 
Siamo nel 1976, in un’epoca in cui erano ancora assenti del tutto, telefonini e altri dispositivi elettronici, nel tempo inoltre in cui i documenti venivano trasmessi come “cablogramma”: e questo ha il suo fascino, perché ci parla di un’epoca lontana che i più anziani di noi hanno vissuto.
L’”avvocatucolo” si rivela, tuttavia, sagace e pieno di idee e il pur ruvido Maresciallo prende ad apprezzarlo e ad interpellarlo sempre più spesso e negli orari più strani per proficui “scambi di idee”: sicché il giovane Agrò si ritrova sempre più coinvolto in un’indagine "non autorizzata", sul cui evolversi  manterrà - come si conviene - il dovuto riserbo nei confronti di amici e parenti, ma anche della sua morosa.
Senza nemmeno saperlo, poiché di Cacopardo non avevo ancora letto sinora alcun romanzo, mi sono imbattuto per puro caso nella prima avventura di una serie.
Il libro, in ottime condizioni, me lo ha proposto il mio edicolante a metà prezzo.

 

(Risguardo di copertina) Sant'Alessio Siculo, fine estate 1975. Il futuro dottor Italo Agrò è ancora studente di legge nell'università di Napoli e sta terminando le vacanze nel suo paese d'origine. Il maresciallo dei Carabinieri, Augusto La Ronda, che ha già in passato chiesto a Italo di aiutarlo a stilare qualche rapporto particolarmente delicato, lunedì 7 settembre, lo fa prelevare in un bar di Letojanni, dov'era con gli amici, e condurre in caserma: nel pomeriggio è stato ritrovato tra i ruderi della chiesa di Sant'Agostino il cadavere di Biagio Mudaita, un giovane che lavorava nell'amministrazione della falegnameria paterna. Tra i maricaretti familiari, il mare della sua terra, il passaggio definitivo dall'adolescenza all'età adulta e gli aromi di una Sicilia lussureggiante, Italo Agrò non si limita a correggere il rapporto che il maresciallo intende inviare alle superiori autorità: si appassiona al caso e, in modo riservato, ma non troppo, collabora con il maresciallo con suggerimenti e riflessioni che lo aiutano nelle indagini, mentre si consumano quegli ultimi giorni di vacanza, durante i quali Italo inizia la sua storia d'amore con Irene Mangiacola, detta Nené.

 

Domenico Cacopardo

L’autore. Domenico Cacopardo, nato nel 1936 a Rivoli in Piemonte, ma di origini siciliane, è uno scrittore italiano. Laureato in giurisprudenza, è vissuto in varie città italiane condotto dagli impegni professionali: Consigliere di Stato sino al 2008, è stato anche Magistrato per il Po a Parma e Magistrato alle Acque a Venezia. Collabora con numerose testate giornalistiche nazionali e locali. 
L'endiadi del dottor Agrò è il primo episodio della fortunata serie del sostituto procuratore Italo Agrò, di cui sono usciti per Marsilio anche Agrò e la deliziosa vedova Carpino (2010), Agrò e la scomparsa di Omber (2011). Tra le sue opere, pubblicate sempre con Marsilio, ricordiamo anche Il delitto dell'Immacolata (2014), Semplici questioni d'onore (2016). Nel 2022 esce per Ianieri edizioni il romanzo giallo Pater.
Il dottore Agrò, sostituto procuratore della Repubblica, ha preso forma con il romanzo di successo “L'endiadi del dottor Agrò” che é divenuto presto uno dei suoi più fortunati personaggi: il sostituto procuratore Italo Agrò, alter ego dello scrittore, che da alcuni anni lo anima durante il programma "il taccuino del dottor Agrò", in onda ogni sabato pomeriggio sull'emittente nazionale Radio 24.
Agrò è poi tornato anche in alcuni dei successivi romanzi.
Giusto a titolo di curiosità, citiamo qui che Domenico Cacopardo ha avuto una controversia con Andrea Camilleri. Convinto di aver subito un affronto da Questi, che - nella sua opera Il nipote del Negus - ha voluto chiamare un personaggio col nome di Aristide Cacopardo, ha deciso di citare in tribunale l'autore del Commissario Montalbano sentendosi diffamato.
Il punto della discordia era da attribuire ad una frase del libro di Camilleri che descriveva il Cacopardo del romanzo come «persona attendibile anche se un poco chiacchierato (è fissato di essere un grande scrittore e consuma il suo stipendio pubblicando romanzi a sue spese)».
Cacopardo chiese in tribunale di sospendere la pubblicazione de Il nipote del Negus e di ritirarne tutte le copie invendute: il giudice del Tribunale civile di Parma respinse le sue richieste. 


https://www.cacopardo.it/
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Domenico_Cacopardo

(22 aprile 2023)

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14 maggio 2024 2 14 /05 /maggio /2024 06:50
Davide Longo, Un mattino a Irgalem

Un mattino a Irgalem di Davide Longo (Feltrinelli UEF, 2019) tra i primi romanzi di Davide Longo, è stato in origine pubblicato da Marcos y Marcos nel 2001.
E ha visto successive edizioni con Fandango e poi con Feltrinelli (Zoom), prima di approdare alla UE.
È ambientato in Etiopia e ad Addis Abeba nel periodo di intervallo tra la fine della Guerra d’Etiopia e l’inizio della II Guerra Mondiale, nei brevi anni in cui si consolida (ma nemmeno poi tanto) la dominazione italiana in quei territori
Pietro, avvocato e appena promosso a tenente di complemento, viene inviato proprio nella qualità di avvocato militare ad Addis Abeba per fare da difensore d’ufficio di un certo Prochet che, nelle sue funzioni di “esploratore”, ha compiuto delle atrocità sia nei confronti degli Etiopi (ribelli e non) sia nei confronti dei suoi stessi connazionali, azioni talmente efferate di cui nessuno intende parlare esplicitamente
Pietro (di cui non conosceremo mai il cognome) si trova immerso in una realtà in cui le regole del vivere civile sono come sospese, dietro l’esile facciata di ordine della disciplina militare.
Il suo difeso non parla e non si confronta: non intende collaborare in alcun modo alla costruzione di una linea difensiva qualsivoglia.
Prochet ci appare come una specie di colonnello Kurtz in Cuore di Tenebra: è questa la suggestione letteraria che ne ho tratto, anche se qualcuno tira in ballo, come antecedente letterario illustre, Tempo di uccidere di Ennio Flaiano, di recente ripubblicato da Adelphi, pubblicato la prima volta nel 1947 e vincitore della prima edizione del Premio Strega
Pietro è spaesato e sembra perdere in una atmosfera che è, allo stesso tempo, surriscaldata e oziosa/languida ogni usuale punto di riferimento e in qualche modo si lascia contaminare.
É un romanzo che è difficile da classificare: non è un noir, non è un mistery; non è un giallo e nemmeno un legal thriller di stampo militare.
Mi è sembrato piuttosto un bel romanzo che affresca magnificamente un periodo storico e l’anima nera delle velleità coloniali del regime fascista, con una conclusione che non è nemmeno una conclusione ma che si pone come una nemesi che colpisce il Giusto e l’Ingiusto allo stesso modo
Davide Longo è un autore che mi ritrovo ad apprezzare sempre di più e di cui sto a poco a poco leggendo tutti i romanzi

 

(Quarta di copertina) “Uomo sbagliato, posto sbagliato, tempo sbagliato". È questo lo stato d'animo di Pietro, giovane avvocato di Torino, appena promosso tenente nel Regio esercito italiano. Regio di nome, fasullo, fascista di nerbo, fin troppo reale. Difatti: l'anno di disgrazia è il 1937, il luogo della tragedia è l'Etiopia, dove è appena "tornato l'impero dei colli fatali", "eia-eia-alalà" e tutto il resto della farsa macabra. Il potere militare in orbace, o qualsivoglia imitazione del medesimo, affida a Pietro il classico caso che nessun avvocato vorrebbe nemmeno da morto. Ritrovarsi scaraventato 'ab imperio' a migliaia di chilometri da casa, a difendere l'indifendibile. Sul sergente Prochet, duro e puro comandante dei gruppi esploratori etiopi, grava infatti l'accusa di omicidio. Un momento, un momento: omicidio nel mezzo di una brutale guerra coloniale? Omicidio in un contesto che fa dell'omicidio stesso la propria divinità? A quanto pare, però, il sergente Prochet è andato un minimo sopra le righe. Un'incursione in un remoto villaggio nel deserto si è risolta in un bagno di sangue talmente efferato da fare impallidire perfino il Teatro del Grand Guignol. Pietro deve quindi difendere l'imputato che non solo non parla ma che tutti quanti - dai vertici del fascio ai disperati sopravvissuti etiopi - vogliono morto. Eppure, nulla è come appare.

 

Davide Longo

L’autore. Davide Longo, nato nel 1971 a Carmagnola, vive adesso  a Torino dove insegna scrittura presso la Scuola Holden. Tiene corsi di formazione per gli insegnanti su come utilizzare le tecniche narrative nelle scuole di ogni grado. 
Tra i suoi romanzi ricordiamo, Un mattino a Irgalem (Marcos y Marcos, 2001), Il mangiatore di pietre (Marcos y Marcos 2004), L’uomo verticale (Fandango, 2010), Maestro Utrecht (NN 2016), Ballata di un amore italiano (Feltrinelli 2011). Nel 2014 ha scritto il primo romanzo della serie che ha come protagonisti il duo Arcadipane-Bramard Il caso Bramard (Feltrinelli 2014, Einaudi 2021), cui è seguito il secondo Le bestie giovani (Feltrinelli 2018, Einaudi 2021), il terzo episodio della serie Una rabbia semplice (Einaudi 2021), il quarto La vita paga il sabato (Einaudi 2022) e il quinto, Requiem di provincia (Einaudi, 2023).
Nel 2017 ha scritto la sceneggiatura per il film “Il Mangiatore di Pietre”, interpretato da Luigi Lo Cascio.

Ennio Flaiano, Tempo di uccidere, Adelphi

Ennio Flaiano, Tempo di uccidere, Adelphi (Fabula), 2020

 

Un romanzo sconcertante, tanto più in pieno clima neorealista, che ha come sfondo non la "terra ideale dei films Paramount", ma il paese triste, ingrato, ambiguo, sfuggente delle iene.

«Quando la campagna sarà finita non pochi si precipiteranno a scrivere dei libri» annota Flaiano nel febbraio del 1936, mentre, sottotenente del Genio, partecipa alla guerra d'Etiopia. «Già immagino il contenuto e i titoli: "Fiamme nel Tigrai", "Africa te teneo", "Tricolore sull'Amba"!». Non a caso, attenderà dieci anni prima di ricavare da quella sofferta esperienza - fatta di sete e stanchezza, caldo e paura - un romanzo. Un romanzo sconcertante, tanto più in pieno clima neorealista, che ha come sfondo non la «terra ideale dei films Paramount», ma il paese triste, ingrato, ambiguo, sfuggente delle iene (e che dunque cela di necessità «qualcosa di guasto»), e al centro una vicenda «assolutamente fantastica»: un delitto futile e fatale, che scatena in chi l'ha commesso un corrosivo delirio. E gli trasmette il morbo di un «impero contagioso», di un senso di colpa inscindibile dal rancore, di una pietà commista a disprezzo per un mondo ignoto, l'Africa - «lo sgabuzzino delle porcherie», dove gli occidentali vanno «a sgranchirsi la coscienza».

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10 maggio 2024 5 10 /05 /maggio /2024 11:05
Il disagio giovanile contemporaneo: immagini di un'adolescenza tradita

Ho fatto uno strano sogno questa notte
Ero in una città sconosciuta 
Ero andato a trovare un mio collega, uno con il quale tempo addietro abbiamo lavorato assieme per scrivere un libro sul disagio giovanile 
Mi ritrovavo in una stanza della sua abitazione dove regnava una grande confusione 
In mezzo agli oggetti sparsi sul pavimento dovevo cercare e raccogliere dei grandi volumi del formato di raccoglitori ad anelli contenenti delle mie opere, scritti ed articoli vari
Con grande fatica riuscivo a raccattarli tutti 
Ne afferravo un grosso fascio e me ne andavo reggendoli sotto il braccio: dovevo trasferirli da qualche altra parte
Lo spostamento non era semplice perché i grossi volumi - in considerazione delle loro dimensioni e del loro peso - non potevano essere portati agevolmente in quel modo e mi scivolavano continuamente: ne perdevo la presa e mi cadevano per terra, costringendomi a continue soste per raccattarli 
Ricordo che questi volumi erano molto impolverati
Prima di uscire, gravato del loro peso, avevo sì provato a ripulirli, ma molto grossolanamente, per cui, sparse su di essi, rimanevano chiazze d'uno spesso strato di polvere secolare che, nell'inevitabile struscio, mi imbrattava i vestiti 
Arrivavamo, infine, ad un altro edificio circondato da un alto porticato monumentale, indubbiamente antico, per non dire vetusto
Il mio amico era con me, ma non nel mio campo visivo: ne percepivo la presenza alle mie spalle 
Mi diceva (voce incorporea) che dovevo salire le scale dell’antico palazzo e portare quei volumi a casa sua, dopo di ché sarei dovuto scendere per ritornaresino al luogo da dove eravamo partiti per prenderne altri
Ero un poco titubante, anche perché avevo capito inizialmente che quei volumi erano destinati a me (per il mio uso personale), ma lui no, sosteneva una tesi diversa dicendo che li doveva regalare uno a ciascuno dei suoi ospiti e che glieli avrebbe consegnati in dono nel corso di un banchetto che egli avrebbe offerto loro di lì a poco
I suoi ospiti sarebbero stati nel numero di otto: motivo per cui occorreva che io stesso sarei dovuto andare a prenderne altri quattro nel luogo di partenza 
Ero molto indispettito per questo 
E comunque, pur recalcitrante o riluttante che di si voglia, mi accingevo a penetrare nell’antica dimora per assolvere il compito, ma c’erano delle difficoltà: l’edificio pareva impenetrabile.
Il portone di legno massiccio appariva solido ed impenetrabile, non vi era traccia di citofoni esterni e nemmeno d'un battente di ferro sull’uscio
Il mio amico che ora riuscivo a vedere e che - come all’improvviso realizzavo - era seduto su una carrozzina a rotelle mi diceva che forse avrei dovuto fare un lungo giro seguendo il perimetro dell’edificio e lì sul retro avrei trovato una porticina (quella della servitù) che mi avrebbe consentito l’accesso
Ero molto disturbato dall’idea di dover fare questa lunga scarpinata reggendo il peso degli enormi volumi, ma sapevo anche che dovevo fare buon viso a cattivo gioco 
Non mi allietava nemmeno l’idea che, dopo aver depositato il primo carico, avrei dovuto ritornare indietro per il secondo
Mi sentivo costretto a fare un lavoro da mulo (senza nessuna offesa per i muli)
Ero piuttosto scontento

 

Dissolvenza

I libroni (raccoglitori ad anelli)

Cosa sono i "libroni" del sogno?  Credo che corrispondano a dei raccoglitori ad anelli, dove all'interno di buste trasparenti collocavo, in ordine cronologico, tutto ciò che scrivevo, sia che fosse stato pubblicato a stampa, sia no (e quindi anche tutto ciò che andavo via rendendo visibile sul web o che veniva pubblicato in blog e/o testate giornalistiche digitali).
All'interno di ogni busta collocavo anche le diverse versioni, sino a quella definitiva.
Ho mantenuto questa abitudine a lungo.
Ci voleva un sacco di lavoro, oltre che materiali (carta, cartucce per stampante, raccoglitori ad anello, buste trasparenti) con un dispendio non indifferente
Poi, ad un certo punto smisi.
Conservo tuttora questo imponente archivio costituito al momento da decine di "libroni".
Se avessi perseverato in questa abitudine adesso sarebbero centinaia, con un non indifferente problema di immagazzinamento…
Diciamolo pure: in un certo periodo della mia vita e poi per molti anni a seguire (almeno 12, credo) ho coltivato questa smania di "archiviare me stesso"...



 

Maurizio Crispi e Eugenio Mangia, Il disagio giovanile contemporaneo. Immagini di un'adolescenza tradita, Ila Palma, 1999

Maurizio Crispi e Eugenio Mangia, Il disagio giovanile contemporaneo. Immagini di un’adolescenza tradita, Ila Palma, 1999

Credo che questa monografia mantenga tutt’ora una sua attualità, anche se quando fu scritto un po’ precorreva i tempi perché il nostro sforzo fu quello di cercare di trovare un filo rosso conduttore che unisse temi e problematiche solo apparentemente diversi.
Oggi richiederebbe di sicuro qualche ulteriore approfondimento per quanto concerne la pervasività delle moderne tecnologie digitali
Peccato che il volume in formato cartaceo non sia più disponibile nel commercio se no con qualche copia di seconda mano.

(Quarta di copertina) Perché sono oggi così attratti dai “non luoghi“ e dai “luoghi eterotopici“, moderni scenari metropolitani generatori di solitudine?
E che cosa li spinge ad impegnarsi ripetutamente in comportamenti rischiosi o corteggiare la morte?
In una società che è stata definita “normalmente tossicomanica“, ha ancora un senso parlare di prevenzione delle tossicodipendenze?
A quali motivazioni risponde il crescente consumo di designer drugs da parte dei giovani della “ecstasy generation”?
Quale valenza psicologica assume il moderno fenomeno delle “pubbliche confessioni“ televisive: storie di vita, di separazioni, di disastri familiari e fallimenti educativi, raccontate dagli adolescenti e dei loro genitori, all’interno dei salotti o delle platee di quella che è stata definita la “TV del dolore”? 

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9 maggio 2024 4 09 /05 /maggio /2024 12:00

«L’uomo è direttamente sopra di lei, incastonato nel ghiaccio. È a faccia in giú, con le braccia lungo i fianchi, occhi e bocca aperti, e la fissa come se fosse ancora vivo. Ma non c’è aria nei suoi polmoni, né vita nei suoi occhi. E l’urlo di Addie echeggia in tutto il Coire an dà Loch».

Il rumore del ghiaccio (Prologo)

Peter May, Il rumore del ghiaccio, Einaudi

Sin da subito ho imparato ad apprezzare i romanzi di Peter May (e il mio primo approccio con la sua narrativa è stato il primo volume della trilogia di Lewis, L'isola del cacciatore di uccelli e ne sono rimasto entusiasta). Arriva ora in libreria, Il rumore del ghiaccio (A Winter Grave, nella traduzione di Alfredo Colitto), sempre per i tipi Einaudi (Stile Libero Big), 2023 che non mi ha deluso (ma non avrei mai avuto al cun dubbio al riguardo).

Si legge con molto coinvolgimento dalla prima pagina alla conclusione.

La vicenda che vi è narrata ha un ambientazione futurologica. Gran parte della vicenda si svolge nel 2051, quando è in corso già da tempo una catastrofe climatica che ha determinato - per via dello scioglimento dei ghiacci - un definitivo cambiamento dei profili costieri, ma anche delle condizioni meteo.

Tutto comincia con il rinvenimento di un cadavere all'interno della neve ghiacciata nei pressi di una piccola cittadina nelle Highlands scozzesi dove si trova anche una centrale termonucleare., fortemente voluta dal governo scozzese, come atto importante per la risoluzione della crisi energetica, "un suo fiore all'occhiello".

Il detective Cameron Brodie viene inviato da Glasgow per indagare, assieme ad un medico legale che dovrà eseguire l'esame necroscopico.

Nella vicenda si dipanano due diversi piani che sono quello delle indagini attuali e quello delle vicissitudini esistenziale del detective che ha anche una ragione personale nell'avere accettato questa speciale missione.

Infatti, si ritroverà - il detective - a ripercorrere i ricordi di un passato più lontano - oltre vent'anni indietro - per risistemare alcune cose dentro di sé e, se possibile, anche sanare delle fratture che, a causa di quegli eventi lontani, si erano verificate.

Quindi, nel presente, egli si troverà non soltanto a lottare contro coloro che cercano di insabbiare in tutti i modi la sua indagine (anche al prezzo di uccidere), ma anche contro i fantasmi del passato.

Non mi ha deluso.

L'ho letteralmente divorato.

Pur con la sua ambientazione in un futuro ancora lontano (ma, in definitiva, non tanto ipotetico), il romanzo di Peter May tratta di tematiche estremamente attuali.

 

(Soglie del testo) Tra i ghiacci che ricoprono ormai da tempo le Highlands scozzesi, una giovane meteorologa si imbatte nel cadavere di uno sconosciuto. Il mondo sarà anche cambiato, ma gli uomini no, e le ragioni per uccidere restano sempre le stesse

Il corpo di Charles Younger, un giornalista scomodo, viene recuperato in un ghiacciaio. Younger non era un escursionista e il suo ritrovamento in montagna ha una sola spiegazione: seguiva una storia. Questa almeno è l’opinione di Cameron Brodie, il detective arrivato da Glasgow per seguire il caso. Ormai a fine carriera, Brodie ha sulle spalle una diagnosi implacabile e varie ragioni, anche personali, per trovarsi sulle Highlands. E mentre l’ennesima tormenta taglia fuori dal mondo i villaggi scozzesi, Brodie ha la conferma di come il male possa annidarsi ovunque, piú vicino di quanto potesse mai immaginare.

Peter May

 

L’autore. Peter May è nato a Glasgow nel 1951. L'isola dei cacciatori di uccelli (Einaudi Stile Libero 2012) è il primo volume della trilogia ambientata sull'isola di Lewis che ha ottenuto uno straordinario successo di critica e pubblico in Gran Bretagna e in Francia. Nel 2013 Einaudi Stile Libero ha pubblicato il secondo volume della trilogia, L'uomo di Lewis, e nel 2015 il terzo e conclusivo, L'uomo degli scacchi. Sempre per Einaudi, ha pubblicato, nel 2017, Il sentiero, nel 2020 Lockdown, e nel 2023 Il rumore del ghiaccio. Nel 2018 per Einaudi è uscita nei Super ET, in unico volume, la Trilogia dell'isola di Lewis

«Ti afferra dalla prima pagina, tra i migliori romanzi che May abbia scritto».

Sunday Express

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20 aprile 2024 6 20 /04 /aprile /2024 09:41
Robin Cook, Sindrome fatale (Toxin), Sperling&Kupfer

Sindrome fatale (Toxin, traduzione di Linda De Angelis) è un thriller medico scritto nel 1998 dallo scrittore statunitense Robin Cook, pubblicato in Italia da Sperling&Kupfer, e mi sono ritrovato a leggerlo di recente, perchè, animato da un'improvvisa voglia di uno dei libri di questo autore, sono andato a pescarne uno in giacenza nella mia libreria e messo da parte appunto, per questo improvviso tipo di voglia.
Robin Cook è uno scrittore che coltivo di quando in quando.
Non di quelli i cui libri mi precipito ad acquistare in libreria appena sono usciti, no.
Solitamente non ricevono la mia priorità.
Li acquisto se ne ho la possibilità se ne trovo a prezzo scontato.
Nel corso del tempo ne ho infatti trovati diversi attraverso le vendite remainder.
Sono dei libri con titoli incisivi e inquietanti ero roboanti assieme, tipo “Febbre”, “Morbo”, “Epidemia”, “Contagio”, “Pandemic”, e così via (in calce a questo post sono elencati tutti i suoi titoli).

Di questi romanzi acquistati a prezzi scontatissimi e di cui ho fatto riserva, ogni tanto ne pesco uno e lo leggo.
Devo dire anche che le trame di Robin Cook, in generale, mi acchiappano (forse anche per via della mia formazione medica), perché in generale introducono il lettore immediatamente all’interno di una questione scottante che, a seconda dei casi, può riguardare la sanità pubblica e le sue storture, le malversazioni di sistemi corrotti le manipolazioni di Big Pharma ed altre tematiche scottanti e attuali.
In generale, si tratta di romanzi estremamente documentati che, senza ombra di dubbio, aprono la strada a delle riflessioni e aiutano a porsi degli interrogativi.
In questo romanzo, ad esempio, si affronta il tema delle aziende che forniscono il mercato alimentare di carni macinate, il problema della loro conservazione e del loro possibile inquinamento da parte di pericolosi agenti patogeni, ma anche delle collusioni tra i produttori e gli organismi statali di controllo.
Vi si parla anche delle tossinfezioni sostenute da un particolare ceppo di Escherichia coli che si diffondono attraverso le carni macinate non ben cotte (e possibilmente già contaminate in origine a causa degli inconvenienti procedurali legati alla gestione delle macellazioni su grande scala) e che negli Stati Uniti - al tempo della scrittura di questo romanzo - producevano diverse centinaia di morti all’anno, soprattutto come complicazione della sindrome tossica correlata (la cosiddetta Sindrome emolitica-uremica). 
Leggendo alcune pagine di questo “Sindrome fatale” (il cui titolo inglese tra l’altro è “Toxin”), viene indubbiamente voglia di non mangiare più le carni rosse, soprattutto quelle macinate che vengono dalla grande distribuzione.
Per Robin Cook scrivere è un modo per denunciare le malversazioni, le storture e le collusioni, ma anche per sensibilizzare il grande pubblico su queste grandi tematiche di sanità pubblica, sugli usi distorti dei progressi tecnologici in Medicina e sulla necessità di un superamento dei problemi segnalati attraverso l’adozione di comportamenti più responsabili.
Dal punto di vista stilistico, tuttavia, i romanzi di Robin Cook lasciano un po’ a desiderare (benché egli abbia venduto milioni e milioni di copie), soprattutto perché quando lo spunto tematico si esaurisce egli introduce nella macchina narrativa elementi che, essendo sono più da action thriller, a mio modo di vedere, fungono più da riempitivo e hanno uno scarso valore letterario.
Ciò non sminuisce il fatto che gli spunti narrativi siano sempre più che buoni.
E quindi mi sento di poter perdonare le sue cadute stilistiche.

 

Scrive l’autore in exergo:
Questo libro è dedicato alle famiglie che hanno sofferto per il flagello dell’Escherichia Coli 0157:H7 e per altre malattie contratte attraverso il cibo

 

Trama. Kim Reggis è un cardiochirurgo che non solo ha divorziato da poco, ma ha anche perso la posizione di primario del proprio reparto. E i suoi guai non finiscono qui, perché la figlioletta Becky viene colpita da una grave intossicazione alimentare. L'inesorabile progredire della sindrome, che porta alla morte Becky a causa del batterio E. coli, lo spinge a un'indagine dagli esiti agghiaccianti. L'industria della carne e l'organismo statale preposto al controllo risultano infatti legati da una segreta complicità ai danni dei consumatori e chi volesse far luce su questa sporca faccenda potrebbe rimetterci la vita.

 

Robin Cook (dal web)

L'autore. Robin Cook (New York, 4 maggio 1940) è un medico e scrittore statunitense, affermato autore di gialli, è considerato il padre dei thriller medici, e cioè dei gialli di argomento scientifico-biologico.
Si è laureato in medicina alla Columbia University e specializzato ad Harvard. Decise di abbandonare la professione dopo aver scoperto che in un ospedale in cui lavorava la cartella clinica di un paziente ricoverato da tre settimane non era stata ancora letta. Cominciò così a scrivere thriller per divulgare i maggiori problemi della sanità e della ricerca medica, temi che altrimenti non avrebbero appassionato. Dopo un primo tentativo con Year of the Intern, ottiene successo con Coma dal quale viene tratto il film Coma profondo, interpretato da Michael Douglas.
Cook ha scritto una trentina di libri che hanno ispirato anche altri film, tutti tradotti in italiano tranne il primo. Nei suoi romanzi Cook affronta diverse tematiche: dall'ingegneria genetica alle intossicazioni alimentari, dall'inquinamento chimico alla clonazione umana e qualcuno dei suoi lavoro appartiene al filone della fantascienza.
Ha venduto in tutto il mondo oltre 100 milioni di copie.

Cook scrive i suoi libri con l'assistenza di altri medici e specialisti della professione. 

 

Le opere
1972: Year of the Intern
1977: Coma (Coma)
1979: L'ombra del faraone (Sphinx)
1981: Cervello (Brain)
1982: Febbre (Fever)
1983: Al posto di Dio (Godplayer)
1985: Sotto controllo (Mindbend)
1988: Progetto di morte (Mortal Fear)
1989: La mutazione (Mutation)
1990: Sonno mortale (Harmful Intent)
1993: Vite in pericolo (Fatal Cure)
1993: Morbo (Terminal)
1996: Alterazioni (Acceptable Risk)
1997: Invasion (Invasion)
1998: Sindrome fatale (Toxin)
2000: Esperimento (Abduction)
2001: Shock (Shock)
2003: La cavia (Seizure)
2013: In caso di morte (Death Benefit)
2013: Nano
2014: Cell
2015: Host
2017: Charlatans
Serie Marissa Blumenthal
1987: Contagio (Outbreak)
1991: Segni di vita (Vital Signs)
Serie Stapleton e Montgomery
1992: Sguardo cieco (Blindsight)
1995: Epidemia (Contagion)
1997: Cromosoma 6 (Chromosome 6)
1999: Vector, minaccia mortale (Vector)
2005: Marker, segnali d'allarme (Marker)
2006: Crisi mortale (Crisis)
2007: Fattore di rischio (Critical)
2008: Corpo estraneo (Foreign Body)
2011: Il segreto delle ossa (Intervention)
2012: La cura (Cure)
2018: Pandemic

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12 aprile 2024 5 12 /04 /aprile /2024 11:36
Uomo nel labirinto, Robert Silverberg, Fazi

Ho letto di recente, appassionandomene, L’uomo nel labirinto (The Man in the Maze, nella traduzione di R. Valla), di Robert Silverberg, uno dei "grandi vecchi" della letteratura SF, ripubblicato meritoriamente da Fazi, nel 2008

Per quanto io abbia divorato centinaia di romanzi di fantascienza e anche molte opere dello stesso Silverberg, questo romanzo mi era sfuggito.
In effetti, credo di poter dire che sia uno dei migliori romanzi SF che io cambio letto negli ultimi anni.

La città-labirinto o L'uomo nel labirinto (The Man in the Maze, 1968), venne pubblicato la prima volta in traduzione italiana con il titolo “La città-labirinto”, (nella traduzione di Maria Benedetta De Castiglione), nella prestigiosa collana Urania (n.498, Arnoldo Mondadori Editore, 1968): e forse, in questa veste, mi sarà passato per le mani, visto che - grazie all'input di papà - ero divenuto un divoratore dei romanzi di fantascienza targati Urania e li compravo tutti, senza lasciarmene sfuggire nemmeno uno.
Il romanzo è stato presentato in una nuova edizione ben quarant’anni dopo dalla casa editrice Fazi, con una bella introduzione a firma di Neil Gaiman.

La trama è molto semplice, in verità, anche se tremendamente profonda per quanto riguardo il suo valore metaforico e forse anche allegorico.
C’è un uomo, Müller, che si è ritirato a vivere all’interno d’una città labirintica, costruita da una specie aliena estinta e abbandonata da millenni, ma ancora in perfette condizioni, poiché si auto-mantiene e si ripara in continuazione. 
Ma - nello stesso tempo - è dotata di trappole mortali che uccidono gli incauti visitatori o esploratori, in un sistema di difesa costruito in epoche remotissime per difendere la città da qualsiasi intrusione.
Müller vive al centro del labirinto da oltre dieci anni e qui coltiva attivamente il suo odio nei confronti dell'intero genere mano che, dopo averlo usato per i suoi fini, lo ha poi rifiutato e respinto per via della "cattive" ed intollerabili emanazioni psichiche che diffondeva attorno a sé, a causa di ciò che gli alieni avevano fatto alla sua mente.
Al suo arrivo a Lemnos, è riuscito a penetrare all'interno del labirinto, superando tutti gli ostacoli e sopravvivendo ai tranelli letali. 
Vive dunque da solo, in totale autosufficienza, ha tutto ciò che gli occorre e detesta il genere umano.
È arrivato sul pianeta Lemnos e alla sua città labirintica, in fuga, desideroso di far perdere le sue tracce per sempre.
Perché lo ha fatto?
Gli uomini hanno preso a odiarlo e a respingerlo perché dopo una missione di contatto con una specie aliena (rivelatasi peraltro infruttuosa) egli è tornato trasformato in una maniera impensabile, poiché emana delle radiazioni psichiche sgradevoli, una specie di “fetore mentale” che rende a tutto impossibile stargli accanto a distanza ravvicinata per più di pochi secondi, senza provare un indicibile disagio. 
Come i lebbrosi di un tempo, Müller - prendendo atto di ciò - ha deciso di ritirarsi dal consesso umano, maledicendolo tuttavia per il modo in cui tutti lo hanno rifiutato.

 

Robert Silverberg, La città-labirinto, Urania (Mondadori)

La sua stessa pena, all’improvviso, si rivela preziosa per gli uomini che vengono a stanarlo dal suo ritiro forzato, avendo improvvisamente bisogno di lui per la loro stessa salvezza.
Muller è combattuto: da un lato detesta gli uomini, e vorrebbe continuare a stare nel suo splendido isolamento, ma dall’altro vorrebbe recuperare ciò che ha perso.
Il romanzo si dipana come una grande allegoria con una tematica che non può non coinvolgere il lettore.
Un Silverberg d’annata, davvero in stato di grazia!

 

(Risguardo di copertina) Dick Muller è un uomo solo, la cui vita è stata stravolta da un incontro con gli alieni avvenuto durante uno sfortunato viaggio spaziale: la permanenza di un anno sul loro pianeta gli ha lasciato una strana malattia, l'impossibilità, fisica e morale, di sopportare quella che per lui dovrebbe essere la più "normale" delle presenze, quella degli altri uomini. Dotato di poteri telepatici che non può governare, incapace ormai di interagire con gli altri esseri umani, di trasmettere loro i propri sentimenti migliori, e troppo permeabile a quelli degli altri, la sua vicinanza mette i suoi simili a disagio, lo rende una presenza indesiderata, repellente, tanto da spingerlo a scegliere l'esilio sul pianeta disabitato di Lemnos, sede di un millenario labirinto, luogo ideale per tenersi lontano da tutti. Fino a quando la sua presenza sulla Terra diventa indispensabile per salvare l'umanità dal pericolo dell'estinzione; due vecchi compagni andranno così a riprenderlo, sfidando il labirinto e i suoi pericoli mortali, e lo stesso Muller, ancora memore delle antiche offese e in cerca di vendetta.

L'autore. Robert Silverberg (New York, 15 gennaio 1935) è uno scrittore di fantascienza, curatore editoriale e sceneggiatore statunitense, ripetutamente vincitore, tra gli altri riconoscimenti, dei premi Hugo e Nebula.

Robert Silverberg

È considerato, insieme a Philip K. Dick e a J.C. Ballard, uno degli scrittori che meglio sa creare utopie visionarie per raccontare il nostro presente. Nel 1956 si laurea alla Columbia University con una tesi in letteratura comparata e si sposa con Barbara Brown. Inizia in quegli anni a scrivere racconti su alcune riviste pulp di San Francisco guadagnandosi il premio Hugo come autore più promettente. Il trasferimento a New York, nell’estate del 1955, segna per Silverberg un passaggio importante della sua esistenza: Randall Garrett, un affermato scrittore di fantascienza, è il suo vicino di casa. Anche Harlan Ellison, un’altra giovane promessa letteraria, vive nello stesso stabile. Garrett introduce Silverberg a molti promettenti editor di quegli anni e i due collaborano a diversi progetti, utilizzando spesso il nome di Robert Randall.

Oltre alle collaborazioni, Silverberg continua a scrivere moltissimo, tanto che è stato costretto ad utilizzare degli pseudonimi (oltre 56) per evitare un’inflazione del proprio nome sul mercato.

Tra gli altri nomi con cui ha firmato le sue opere compaiono David Osborne, Ivar Jorgenson e Calvin M. Konx.

Tra il 1957 e il 1959 pubblica più di 220 racconti ed 11 romanzi, dedicandosi anche ai generi noir, western e romanzi erotici. Le opere comprese nel decennio 1967-1976 sono considerate ancora oggi le più importanti nella produzione di Silverberg: Nightwings, vincitore del premio Hugo nel 1968, The Masks of Time (1968), Tower of Glass (1970), A Time of Changes (1971), vincitore del premio Nebula nel 1971, Dying Inside (1972), The Book of Skulls (1972), il romanzo vincitore del Premio Nebula Good News from the Vatican (1971) e Born with the Dead (1974).

Oggi vive ad Oakland, in California, con la moglie e collaboratrice Karen Haber.

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5 febbraio 2024 1 05 /02 /febbraio /2024 06:48
Labatut, La Pietra della Follia, Adelphi

La pietra della follia di Benjamín Labatut (nella traduzione di Lisa Topi), publicato da Adelphi (collana Microgrammi) nel 2021, è il primo libro di Labatut che mi sono ritrovato a leggere e credo che, nell'approccio con quest'autore, sia stato un buon inizio: un testo semplice e agile, ma ciò nondimeno profondo, come del resto sono tutti i volumi della piccola collana Adelphi in cui è stato inserito, Microgrammi.
Labatut prende in esame il tema della follia in due brevi capitoli.
Nel primo che è titolato “L’estrazione della pietra della follia” mette assieme H. P. Lovecraft “il solitario di Providence”, il matematico David Hilbert con il suo progetto di dare una spiegazione matematica a tutto l’universo della matematica e il visionario scrittore di SF P. K. Dick con la sua ossessiva ricerca - nei suoi romanzi - d'un universo che non può mai essere conosciuto sino in fondo, poiché in esso è impossibile capire se ciò che guardiamo sia reale o soltanto un simulacro ingannevole.
Nel secondo capitolo, intitolato “La cura della follia”, Labatut ritorna sul tema della follia, prendendo spunto da un caso paradossale nel quale egli stesso s’è imbattuto, quando venne contattato da una lettrice sostenente un punto di vista secondo cui lei fosse stata più volte derubata dei suoi scritti che erano poi stati utilizzati da altri scrittori, incluso lo stesso Labatut.  Alla prima mail di questo tenore ne avevano fatto seguito altre in un fitto scambio, sino ad un’improvvisa fine delle comunicazioni. 
Ed è a questo punto che l’autore introduce nel testo un’analisi accurata del dipinto di Bosch “L'estrazione della pietra della follia”, concludendo così le sue riflessioni “…in queste faccende, non c’è modo di sapere chi sia il chirurgo, chi il frate, chi il paziente, chi la monaca e chi di noi rechi in sé la pietra della follia” (p. 77)

 

Benjamìn Labatut

(Soglie del testo) Come e quando gli incubi di Lovecraft, le visioni di Philip K. Dick e l'inquietante matematica di Hilbert - sciolti nell'inferno che chiamiamo Rete - abbiano finito per diventare qualcosa che assomiglia al nostro mondo. O peggio, che lo è.
(quarta di copertina) “…il prezzo che paghiamo per la conoscenza è la perdita della nostra capacità di comprensione

L’autore. Benjamín Labatut è uno scrittore cileno nato a Rotterdam nel 1980. Ha trascorso la sua infanzia tra L'Aia, Buenos Aires e Lima, per poi trasferirsi a Santiago del Cile all'età di quattordici anni.
Il suo primo libro di racconti, “La Antártica empieza aquí”, ha vinto il Premio Caza de Letras nel 2009 e il Santiago Municipal Literature Award – nella sezione racconti – nel 2013. A questo libro sono seguiti “Después de la luz” (Quando abbiamo smesso di capire il mondo, Adelphi, 2021), nominato per l'International Booker Prize 2021 e “Maniac” (Adelphi, 2023

 

Segue un video nel corso del quale, in una presentazione a distanza, lo stesso autore, spiega l'origine di questo piccolo libro e il suo significato (la presentazione è a cura di Davive Coppo)

H. Bosch, L'estrazione della Pietra della Follia

(da Wikipedia) L'Estrazione della pietra della follia, noto anche come Cura della follia, è un dipinto a olio su tavola (48x35 cm) di Hieronymus Bosch, databile al 1494 circa e conservato nel Museo del Prado di Madrid.

L'opera, secondo una ricostruzione di Charles de Tolnay, è forse quel tondo che si trova menzionato in un inventario del 1524 come di proprietà del vescovo di Utrecht, Filippo di Borgogna, e situato nella sala da pranzo del castello di Duurstede. Presumibilmente dovette essere poi acquistato da don Felipe de Guevara che poi lo cedette a Filippo II di Spagna nel 1570. Negli inventari successivi alla morte del sovrano però l'opera non è più identificabile (si parla di un tondo a tempera e di dimensioni diverse), per cui altri hanno invece sostenuto che l'opera in questione provenga dalla Quinta del Duque del Arco, dove sarebbe citata in un inventario del 1794.

La critica tendeva a riconoscervi un'opera della fase giovanile, verso il 1480, ma l'analisi dendrocronologica ha spostato la datazione della tavola a dopo il 1494. Ciò ha confermato l'ipotesi di Vermet, che vi aveva scorto la grande modernità del paesaggio.

L'opera mostra un soggetto tratto da una storiella popolare, secondo cui un credulone si fa convincere da un ciarlatano a farsi togliere dalla testa la "pietra della follia", ovvero la stoltezza. Ciò è chiarito dall'iscrizione che, con eleganti arabeschi, corre attorno al tondo: "Meester snyt die Keye ras / Myne name is lubbert das", cioè "Maestro cava fuori le pietre, il mio nome è 'bassotto castrato'". Il nome è un sinonimo di sempliciotto, quindi della persona che si fa ingannare.

Al raggiro del ciarlatano, che sta tagliando con un bisturi la fronte dell'uomo per estrarne un fiorellino, assistono senza intervenire un monaco e una suora, uno con un boccale argenteo in mano, l'altra con un libro sulla testa.

Il motivo del raggiro degli sciocchi è un tema caro nell'opera di Bosch e secondo la sua visione rappresentava una grave colpa tanto per l'ingannatore quanto per l'ingannato, reo della sua stupidaggine.

In questa opera, il chirurgo intento all'estrazione indossa un copricapo a forma di imbuto simbolo di stupidità, qui usato come pesante critica mossa contro chi crede di sapere ma che, alla fine, è più ignorante di colui che deve curare dalla «follia».

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31 gennaio 2024 3 31 /01 /gennaio /2024 07:10
Rumaan Alam, Il Mondo dietro di te, La Nave di Teseo, 2021

Ho letto Il mondo dietro di te (Leave the World Behind, nella traduzione di Tiziana Lo Porto) scritto da Rumaan Alam e pubblicato in traduzione da La Nave di Teseo (Oceani), nel 2021 dopo aver visto il film omonimo che è comparso su Netflix a dicembre circa
Devo dire subito che il film è stato un po’ deludente, soprattutto perché i diversi personaggi che interagivano in un assetto così minimalista erano poco scavati e assai poco convincenti: e, in mancanza di ciò, al netto di tutto, rimaneva la staticità dell’impianto narrativo, a cui si aggiungevano dei fatti eclatanti “da fine del mondo”, come un grosso mercantile che s’incagliava sulla spiaggia, essendo del tutto fuori controllo il sistema di pilotaggio autonomo o aerei che cadevano, elementi introdotti gratuitamente.: eventi accompagnati da asseverazioni che annullano l'atmosfera di sospensione e inquieta attesa in cui essi vivono sin quasi dall'inizio della loro vacanza.
Nel romanzo non c’è tutto questo e non ci sono fatti eclatanti: lo stile narrativo è più da tragicommedia di persone che interagiscono in uno spazio-tempo delimitato e circoscritto.
Quello che segue è un po' il racconto degli eventi principali che si dipanano nel romanzo.
Non c'è un'anticipazione molesta (che faccia da spoiler) in ciò che scrivo qui, in quanto che ci sia qualcosa che non va si intende subito, tra le righe: ma la natura vera degli eventi rimane sospesa per tutta la durata del romanzo, a differenza di quanto non faccia il film.
Ciò che conta veramente è il modo in cui l'autore sviluppa la trama e dà vita ai diversi personaggi che interagiscono all'interno d’una situazione paradossale (limite, si potrebbe dire, anche se il limite che si configura é puramente metafisico).
In ogni caso, coloro che ritengono di potere essere danneggiati nella loro possibilità di scoperta autonoma del testo, non vadano oltre questo punto.
C’è un nucleo familiare che si reca in vacanza per una settimana in una lussuosa villa con piscina nel New Hampshire, composta dai genitori Clay e Amanda e dai due figli Archie e la più piccola Rose: in seconda battuta, compaiono improvvisamente - e del tutto inattesi - i proprietari della villa stessa, durante la prima o la seconda notte della loro permanenza in circostanze quantomeno strane: bussano alla porta e si presentano; solo dopo vari malintesi si dichiarano per quello che sono e chiedono ospitalità, perché là fuori sta succedendo qualcosa.
Già le prime avvisaglie di questo qualcosa il nucleo familiare le ha percepite, perché da quando sono giunti a destinazione non hanno più la connessione Internet, e gli Smart Phone non funzionano, così come la televisione che non riceve nessun segnale se non dei brevi messaggi che dicono qualcosa a proposito appunto della cessazione delle trasmissioni, ma nessuna vera notizia, effimeri e poco comprensibili che compaiono in sovrimpressione su di uno schermo ostinatamente azzurro; e, quindi, già prima dell’arrivo dei padroni di casa i quattro, pur nella parentesi della vacanza che iniziava a sfumare, a dir poco, in un brutto sogno, avevano preso a discutere e a interrogarsi su ciò che debbano fare, se debbano andare fuori per cercare notizie oppure per vedere di incontrare altri con cui scambiare idee ed impressioni. Fondamentalmente non succede granché, nemmeno dopo l’arrivo dei ladroni di casa
Clay, dunque, decide di fare una perlustrazione fuori, alla ricerca di notizie e si perde anche senza il supporto di Google Maps. Non incontra nessuno, all'infuori d'una donna che, apparentemente disperata, farfuglia parole e frasi in spagnolo perché di origini latine: Clay non capisce lo spagnolo e, quindi, il messaggio che la donna avrebbe da comunicare cade nel vuoto.
Chiede aiuto, questo Clay lo comprende, ma se ne va subito dopo senza prenderla a bordo e torna a casa, quando già tutti si stanno preoccupando del protrarsi della sua assenza.
Di nuovo escono a distanza di qualche ora, sollecitati dal fatto che Archie si è ammalato d’una febbre misteriosa e ha perso - senza alcuna avvisaglia - un buon numero di denti.
Lui e G.H., il padrone di casa, vanno a casa di Danny, un vicino che, a suo tempo li aveva aiutati nella costruzione della casa.
Danny, non del tutto insensibile alle loro richieste di aiuto, tiene tuttavia le distanze e fa delle considerazioni sul fatto che là fuori qualcosa è già successo, lasciando intendere che lui è già preparato a vivere blindato a casa sua con il pieno di provviste e li sollecita ad andare fuori a fare altrettanto: "Cercate di trovare quanto più potete, non sapete cosa vi aspetta...".
Quindi, è in corso una catastrofe ma non è dato capire di che tipo di catastrofe si tratti, perché la corrente elettrica continua ad essere erogata, mentre non ci sono più le connessioni Internet e, di conseguenza, tutto ciò che funziona grazie al web è andato allo sfascio e c’è tutto un mondo che sta per cadere in pezzi.
A differenza di quanto accade nei romanzi post-apocalittici, noi lettori qui non vediamo direttamente in sequenze narrative gli effetti della “catastrofe”, se non nel pallido riflesso che ne colgono gli abitanti della villa (ospiti e padroni di casa) e nelle illazioni su ciò che è accaduto che essi fanno in conversazioni che si protraggono sino a notte fonda.
L’autore ci lascia in sospeso anche con con le ultime meditazioni di Rose che, apparentemente, s’é persa (e la madre, disperata, la sta cercando, ma senza trovarla), ma é in realtà andata in esplorazione nei paraggi, penetrando in una casa simile alla loro, abbandonata dai proprietari e con una grande scorta di provviste e altre risorse.
L’ultimo capitolo sembra preannunciare un adattamento alla catastrofe, quale che sia.
In fondo - dice l’autore - che cosa sarà mai il giorno della tanto paventata catastrofe? Niente più che un giorno come tanti altri della nostra vita - risponde attraverso uno dei suoi personaggi - e, quindi, da un certo punto di vista, c’è la banalizzazione della catastrofe: qualunque cosa essa sia dovremmo adattarci e far fronte al cambiamento, sopravvivendo se ci riusciamo.
Anche nel romanzo, peraltro, ci sono anche eventi misteriosi e ominosi, inspiegabili, come ad esempio le adunanze dei cervi di cui i nostri protagonisti sono i perturbati testimoni con centinaia di cervi che si fermano nei dintorni della casa e li guardano fissamente, senza muoversi e poi, improvvisamente, vedono atterrare una trentina di fenicotteri rosa nella piscina abbinata alla casa e lì soffermarsi
Quindi sono cambiate anche le leggi naturali (forse per colpa di ciò che abbiamo fatto al pianeta) - questo è il messaggio implicito - anche se noi lettori (non ricevendo alcun input dallo scrittore onnisciente) non sapremo mai niente - nessuna spiegazione razionale su ciò che sta effettivamente accadendo - e potremo soltanto immaginare.
É questo il bello del film (meno) e del libro (in misura ben ben più grande)
In più, nel romanzo - come ho già detto - vi è uno scavo dei personaggi che è molto più approfondito di quanto non accade nel film in cui tutti i personaggi sono trattati in modo sbrigativo e superficiale e appaiono tutti poco convincenti. 

La macchina narrativa si sviluppa con stilemi quasi teatrali, nel senso che, in ogni singolo capitolo, cambia frequentemente il punto di vista, con l’autore che pone il focus della sua attenzione su di un personaggio piuttosto che un altro, cambiando frequentemente punto di vista e introspezioni e reminiscenze.
Questa continua movimentazione narrativa il problema rimbalza da uno all’altro, in una circolarità di pensiero che si muove tra identificazioni e opposizioni, mi ha fatto apprezzare il romanzo, risollevandomi il morale dopo la visione di un film che tutto sommato mi era risultato deludente e che si ravvivava soltanto per l’inserto di eventi catastrofici che invece nel romanzo non sono assolutamente contenuti.


(Soglie del testo e risguardo di copertina) Un romanzo magnetico su due famiglie che non potrebbero essere più diverse, costrette ad affrontare insieme un mondo in cui non esistono più certezze.


«Rumaan Alam ci regala un thriller avvincente su una catastrofe annunciata. Svelando, in un gioco di specchi, le nostre paure attuali» - Francesco Pacifico, Robinson


Amanda e Clay hanno scelto un angolo remoto di Long Island per trascorrere qualche giorno di vacanza con i due figli adolescenti. Una pausa dalla vita frenetica di New York, una settimana tutta per loro in un'elegante casa di villeggiatura. I giorni passano felici, ma l'incantesimo si spezza quando un'anziana coppia bussa alla porta in piena notte: George e Ruth, molto spaventati, sostengono di essere i proprietari della villa. Un improvviso blackout a New York li ha costretti a tornare nella casa che avevano messo in affitto. In quest'area isolata, dove i cellulari non prendono, senza tv e internet, è impossibile controllare la loro versione. Amanda e Clay possono fidarsi dei due estranei? Quella casa è davvero un luogo sicuro per la loro famiglia? Mentre intorno ai protagonisti la natura sembra ribellarsi, un male misterioso li perseguita e mina la fiducia che hanno l'uno verso l'altro: ora sono prede che devono lottare per mettersi in salvo. Un romanzo su due famiglie che non potrebbero essere più diverse, costrette ad affrontare insieme un mondo in cui non esistono più certezze.

Rumaan Alam


L’autore. Rumaan Alam, nato negli Stati Uniti nel 1977 da genitore emigrati dal Bangla Desh, é scrittore di diversi romanzi. I suoi scritti sono apparsi su “The New York Times”, “The New Republic”, “New York Magazine”, “The Wall Street Journal”, “Bookforum”, “The New Yorker”.
Il mondo dietro di te (La Nave di Teseo, 2021) è stato finalista al National Book Award ed è stato selezionato come libro dell’anno dalle più importanti testate americane, tra cui “Time”, “The Washington Post”, “The Boston Globe”.

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13 gennaio 2024 6 13 /01 /gennaio /2024 07:01
La clonazione dei libri (autoscatto di Maurizio Crispi)

Ho sognato che, mentre ero a casa,
e mi muovevo tra scaffali e pile di libri
improvvisamente, loro (i libri)
prendevano a moltiplicarsi 
Si suddividevano e si clonavano 
sotto i miei occhi esterrefatti 
Da ogni nuovo clone 
ne nascevano altri
Era un processo continuo, inarrestabile,
fuori controllo
Mi sembrava di vivere una situazione
analoga a quella dell’apprenti sorcier
del cartone animato Disney 
Lo spazio di ogni stanza
si colmava rapidamente
Poi cominciavano ad esondare,
uscendo, schizzando e saettando 
fuori dalle finestre e dalla porta,
sospinti da un’incoercibile pressione
Quando, all’esterno, 
cadevano a terra 
subito mettevano radici
trasformandosi in alberi
che con rapidità inaudita
crescevano vigorosi
sino alla fioritura
e poi fruttificavano
con frutti libreschi
i quali cadendo a terra
generavano nuovi virgulti
in un processo veloce ed inarrestabile
Presto tutt’attorno a me
cresceva una foresta di alberi
portatori di libri,
votata a diventare più grande e più fitta
d'una foresta amazzonica

 

E poi di botto
mi svegliavo
con un libro
posato sulla faccia

 

Esaminandolo per bene
mi accorgevo con un brivido
che, dalla sua rilegatura,
era in corso una gemmazione
di piccoli cloni 
e il loop onirico ricominciava

 

(dissolvenza)

Risveglio

Sfoglio qualche pagina
scricchiolante
quasi fosse fatta di antica pergamena 

Leggo parole
assaporandole una ad una
quasi fossero chicchi d'uva,
e poi digerendole

Una prima colazione
a base di parole,
parole lette dapprima in silenzio, 
poi articolate e pronunciate 
ad alta voce 
con voce gracchiante,
spigolosa e rigida
come il richiamo del corvo,

Parole ispide e ruvide
come la barba non fatta
al tocco delle dita

E poi sono pronto
a lanciare le gambe
fuori dal letto,
che è come una nave spaziale
dove ho viaggiato
verso lontananze siderali,
per iniziare un nuovo giorno

(12 gennaio 2024)

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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