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5 maggio 2026 2 05 /05 /maggio /2026 11:37
Jo Nesbo, La stella del diavolo, Einaudi, 2017

Come molti tra gli appassionati del Giallo scandinavo sanno Harry Hole è un brillante ma tormentato ispettore di polizia norvegese, protagonista di una celebre serie noir di romanzi scritti da Jo Nesbø. Noto per l'alcolismo recidivante, per i metodi anticonformisti e non convenzionali, non in linea con i rigidi protocolli del corpo della Polizia di Oslo cui appartiene e con una vita personale disastrata, Harry combatte serial killer a Oslo e all'estero. Dal 2026, è il protagonista della serie Netflix, Detective Hole, in cui il ruolo di Hole è interpretato da Tobias Santelmann.

La prima stagione mette in scena la quinta indagine di Harry Hole che è "La Stella del Diavolo", già pubblicata da Piemme nel 2011 e successivamente da Einaudi nel 2017.
Vi era stato un precedente tentativo di dare un volto cinematografico ad Harry Hole e ciò era accaduto con "L'uomo di neve" (settimo romanzo della serie), non male, ma nemmeno al top come trasposizione filmica.
Questa prima stagione mi è parsa viceversa estremamente azzeccata sia nella costruzione dei personaggi e delle situazioni, nelle atmosfere e nella colonna sonora (lo stesso Nesbø ne ha realizzato lo script).

L'avere iniziato a vedere la serie Netflix, mi ha dato lo spunto di prendere in mano “La stella del diavolo” ed iniziarne la lettura e quindi ho portato avanti le due cose in parallelo: niente male la trasposizione cinematografica, con tutta la possibilità di dispiegare l'articolata e dettagliata narrazione di Nesbø nelle nove puntate che compongono la prima stagione. Non mi ha deluso, anche perché ho trovato davvero ottime le scelte della colonna sonora!

Per necessità di chiarezza, nel primo episodio della serie televisiva sono stati inclusi gli ultimi eventi topici del romanzo immediatamente precedente, quelli che conducono alla morte la collega di Harry e che, in realtà, appartengono al romanzo precedente che è Nemesi

.
Per puro caso, mi ero già trovato a leggere i primi quattro romanzi della serie, motivo per cui in questa narrazione mi sono trovato perfettamente a mio agio.

 

Jo Nesbo, La stella del diavolo, Einaudi, 2017

(Sinossi) Oslo è nella morsa di una delle estati più torride che la storia ricordi. Anche mettere due patate sul fuoco sembra un supplizio, ma quando, in un appartamento del centro, delle grosse macchie nerastre si allargano nell'acqua che bolle su un fornello, la signora che sta cucinando capisce che non può essere colpa del caldo e, sollevando gli occhi al soffitto, vede un denso liquido scuro colare attraverso l'intonaco. Al piano di sopra, il quinto, una giovane donna giace in una pozza di sangue, assassinata. Un dito è stato reciso dalla sua mano sinistra e dietro la sua palpebra è stato nascosto un minuscolo diamante a forma di stella a cinque punte, la stella del diavolo. Nello stesso momento, in un altro punto della città, il detective Harry Mole giace nel suo appartamento, completamente ubriaco. Dall'assassinio della sua collega Ellen non si è più ripreso, scivolando a poco a poco in uno stato di abbattimento che lo ha portato al completo isolamento e alla sospensione dal servizio. Tuttavia, è proprio il capo della polizia, Bearne Moller, a costringerlo a riemergere dal suo stupore alcolico. È a corto di uomini ma, soprattutto, vuole dare a Hole un'ultima chance.

 

Jo Nesbo

L’autore. Jo Nesbo, nato a Oslo nel 1960, é un personaggio multiforme: cantante, chitarrista e scrittore, in patria e non solo è stato insignito di numerosi premi letterari. Prima di votarsi completamente alla scrittura, ha fatto il calciatore di Seria A, il giornalista free-lance e il broker di borsa. Il pettirosso è il suo primo libro, votato in Norvegia come migliore crime novel. Ha scritto una serie con protagonista il detective Harry Hole, che appare in numerosi romanzi tra cui citiamo Il pettirosso (Piemme, 2004), Nemesi(Piemme, 2007- finalista all'Edgar Award 2010), La stella del diavolo (Piemme, 2008), La ragazza senza volto (Piemme, 2010), L'uomo di neve(Piemme, 2010), Il leopardo (Einaudi, 2011), Lo spettro (Einaudi, 2012) e Polizia (Einaudi, 2013). Oltre a questa serie, Nesbø ha scritto anche Il cacciatore di teste (Einaudi, 2013), Il confessore(Einaudi, 2014). Inoltre, ha dato alle stampe con Salani la serie per ragazzi Il dottor Prottor, che comprende, tra gli altri Il dottor Prottor e la superpolvere per petonauti (2009), Il dottor Prottor e la vasca del tempo (2011), Il dottor Prottor e la distruzione del mondo (2012) e Il dottor Prottor e il grande furto d'oro (2013). Altre sue pubblicazioni Einaudi sono: ScarafaggiSole di mezzanotteSeteL'uomo di neveMacbethIl coltello, Gelosia, L'intruso e La casa delle tenebre.

  1. Il pipistrello (Flaggermusmannen, 1997), Torino, Einaudi, 2014
  2. Scarafaggi (Kakerlakkene, 1998), trad. di Margherita Podestà Heir, Torino, Einaudi, 2015
  3. Il pettirosso (Rødstrupe, 2000), trad. di Giorgio Puleo, Piemme 2006; Torino, Einaudi, 2015
  4. Nemesi (Sorgenfri, 2002), trad. di Giorgio Puleo, Piemme, 2007; Torino, Einaudi, 2015
  5. La stella del diavolo (Marekors, 2003), trad. di Giorgio Puleo, Piemme, 2008; Torino, Einaudi, 2015
  6. La ragazza senza volto (Frelseren, 2005), trad. di Giorgio Puleo, Piemme, 2009; Torino, Einaudi, 2015
  7. L'uomo di neve (Snømannen, 2007), Piemme, 2010; Torino, Einaudi, 2017
  8. Il leopardo (Panserhjerte, 2009), trad. di Eva Kampmann, Torino, Einaudi, 2011
  9. Lo spettro (Gjenferd, 2011), Torino, Einaudi, Einaudi, 2012
  10. Polizia (Politi, 2013), Trad. Eva Kampmann, Torino, Einaudi, 2013
  11. Sete (Tørst, 2017), trad. di Eva Kampmann, Torino, Einaudi, 2017
  12. Il coltello (Kniv, 2019), trad. di Eva Kampmann, Torino, Einaudi, 2019
  13. Luna rossa (Blodmåne, 2022), trad. di Maria Teresa Cattaneo, Stefania Forlani ed Eva Kampmann, Collana Stile Libero Big, Torino, Einaudi, 2023
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2 maggio 2026 6 02 /05 /maggio /2026 07:17
Il luogo dei personaggi letterari (immagine generata da Meta AI)

Ho immaginato un luogo
in cui stanno tutti i personaggi dei libri
letti e non letti

Sandokan
Edmond Dantès
Jean Valjean
Il Gobbo di Notre Dame
Il Fantasma del Palcoscenico
Arsène Lupin
Rouletabille
Fantomas 
Harry Hole
Theo Decker
Il Conte Dracula
Frodo
Il Capitano Nemo
Odisseo
Melchor Marìn
Lestat
Ben Hur
(...)
Tutti ci sono, proprio tutti, 
anche quelli che non ho menzionato
E sono tantissimi,
anche quelli di epoche lontane
e appartenenti al mito

Se ne stanno lì,
una folla smisurata,
alcuni silenti,
altri chiassosi,
ognuno secondo la propria natura

Vivono di una vita propria
Ogni tanto interagiscono 
l’un con l’altro,
formando improbabili coppie e terzetti
Ogni tanto li pensiamo
Ogni tanto li chiamiamo
ed essi si rallegrano 
nel sentire la nostra attenzione
puntata su di loro

Talvolta, vengono a noi
nei sogni 
e ci parlano
Oppure ci raccontano storie
ancora non scritte

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17 aprile 2026 5 17 /04 /aprile /2026 06:40
Dean R. Koontz, Visioni di morte, Sperling&Kupfer

Ho appena finitao la lettura, assolutamente avvincente, di "Visioni di morte" (titolo originale The Vision, 1977, pubblicato da Sperling&Kupfer nel 1994)), un thriller paranormale (o anche sovrannaturale) di Dean R. Koontz, incentrato sul tema della chiaroveggenza e dell'importanza dei traumi passati nel determinare o rimodulare alcune facoltà psichiche.
Il romanzo appartiene alla prima produzione di Dean R. Koontz,, che si sviluppò nell'arco di un decennio a partire dalla fine degli anni Sessanta e per tutti gli anni Settanta, quando scriveva e pubblicava, utilizzando diversi pseudonimi, con una produzione più orientata verso il genere horror pulp (ciò evidente nel fatto che tutti i romanzi di quel periodo sono di dimensioni contenute, a differenza di quelli cronologicamente successivi, quando Koontz era passato agli onori delle edizioni hard cover).
Pur essendo questo romanzo un'opera giovanile, la scrittura e l'intreccio sono ottimi e per di più supportati per noi che leggiamo in Italiano dall'ottima traduzione di Vittorio Curtoni.
E' la storia di Mary che, a seguito di gravi psico-traumi subiti nell'infanzia (e di cui non ha memoria, a causa di una forte rimozione resistente a qualsiasi tentativo di riportare a galla il materiale rimosso), è divenuta chiaroveggente ed è in condizione di rivelare dettagli di fatti sangue già accaduti o prossimi ad accadere.
Sfrutttando questo suo "dono", Mary ha scritto molti libri che le hanno dato notorietà e si trova a tenere delle conferenze su questi temi, ma - soprattutto - viene frequentemente consultata dagli apparati investigativi delle polizie dei diversi stati USA per risolvere dei crimini violenti (e, talvolta, anche per cercare di prevenirli).
Nel perseguire questa attività si va avvicinando sempre di più alla cittadina che le ha dato i natali e qui cominciano a verificarsi dei fatti inspiegabili, come il ricorrere di visioni sempre più vivide e di fenomeni poltergeist apparente rivolti contri di lei e contro le persone che le stanno vicino.
Mary, anche con l'aiuto del suo terapeuta, si rende conto che si sta avvicinando sempre di più ad un nucleo di verità profondo, perturbante anche, con il quale un confronto si rende sempre più ineludibile.
Il romanzo viaggia veloce verso una risoluzione (con uno svelamento finale che qui non si può dire, in una narrazione che si fa sempre più incalzante.
Vi è una riflessione profonda, come spesso capita anche in altri romanzi di Koontz, sull'origine del Male e sul fatto che certi individui, in mancanza di tutti gli elementi descritti dai sociologi come favorenti l'attitudine al crimine, sono intrinsecamente votati ad esso, per loro profonda ed ineludibile natura.

 

(Nota editoriale retro di copertina) All'età di sei anni, Mary ha subìto pesanti sevizie e per poco non è stata assassinata. La terribile esperienza le ha però lasciato il dono della chiaroveggenza, che lei ha sempre utilizzato per aiutare la polizia in complicate indagini. Ma quando una catena di efferati delitti insanguina la città dove vive, Mary ha l'agghiacciante premonizione che il maniaco omicida non solo sia il suo antico persecutore, ma che stia inseguendo proprio lei. 
Ha inizio così una lotta all'ultimo respiro fra l'inerme donna e il suo crudele carnefice...

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14 aprile 2026 2 14 /04 /aprile /2026 13:40

Un romanzo che narra con misura perfetta l’iniziazione alla vita e alla morte di due bambini investiti dalla furia della guerra.

Adelphi

Boyer, Giochi proibiti, Adelphi

Ho letto recentemente il breve romanzo "Giochi proibiti" (Jeux Interdits, nella traduzione di Maurizio Ferrara), pubblicato da Adelphi (collana Fabula), nel 2022.
Il suo autore, François Boyer, è un esempio affascinante di come si possa arrivare al successo seguendo percorsi tortuosi: questo suo capolavoro, nacque inizialmente come sceneggiatura che venne rifiutata, per diventare un romanzo di successo negli Stati Uniti; solo allora tornò sul grande schermo con la regia di René Clement e la splendida colonna sonora con le musiche di Narciso Yepez,  per poi vincere un Oscar.

Giochi proibiti è un piccolo romanzo in cui si narra di eventi che accadono presumibilmente al tempo della guerra nel tempo dell'occupazione della Francia da parte dei Nazisti.
La guerra è nello sfondo, non irrompe in maniera diretta, ma soltanto mediata attraverso il personaggio della bimba protagonista che viene lasciata indietro nel corso di una marcia forzata (presumibilmente finalizzata alla deportazione) di un gruppo di ebrei (e questo si deduce,. del pari, solo indirettamente).

Paulette, la bimba protagonista è traumatizzata dagli eventi terribili di cui è stata testimone e cerca di superare ciò, attraverso un'attenzione speciale al proprio cagnolino che le muore tra le braccio e cui vorrebbe dare sepoltura e tutto ciò si traduce - con il supporto del suo coetaneo Michel che si sente attratto da lei e dalla sua "innocenza" in un'attenzione alle piccole creature morenti e morte e alle croci (del cui simbolismo, essendo ebrea, ha una totale ignoranza).
E' una lettura delicata e fortemente iconica al tempo stesso, in cui si affrontano i grandi temi del dolore, della perdita, dell'elaborazione del lutto e il dramma della guerra, ma anche il confronto con il Male, attraverso il vertice di osservazione dell'infanzia.
Un confronto con questi temi, il loro, serrato nella quasi totale indifferenza degli adulti, se non nella loro assenza.



 

Francois Boyeur

(Risvolto) Nel luglio del 1947 giunge nelle librerie francesi come un meteorite una sorprendente opera prima, del tutto estranea — benché a farle da sfondo sia l’invasione nazista — ai canoni imperanti della littérature de guerre di quegli anni. In Giochi proibiti, infatti, il conflitto vive unicamente nei gesti selvatici e scontrosi, negli impenetrabili occhi grigi di una bambina di nove anni, Paulette, cui le incursioni aeree hanno strappato padre e madre. E nella incantevole grazia, nel berretto nero calcato sulle orecchie, nelle rabbiose collere subito sciolte in pianto di Michel, il suo compagno di giochi.
Giochi attraverso i quali Paulette e Michel, abbandonati a sé stessi da adulti inebetiti dal lavoro nei campi, ottusi e violenti, da grotteschi uomini di fede, affrontano insieme l’immane compito di farsi una ragione del Male e di elaborare il lutto della loro infanzia. Ignorato dalla critica e dai lettori e poi scavalcato dal successo della trasposizione filmica di René Clément, questo romanzo, che narra con misura perfetta l’iniziazione alla vita e alla morte di due bambini investiti dalla furia della guerra, si impone oggi più che mai per l’audacia di Boyer, per il suo sguardo insieme feroce e compassionevole – e per il radicale rovesciamento di prospettiva che suggerisce.

L'autoreFrançois Boyer (30 marzo 1920 – 24 maggio 2003) è stato un romanziere e sceneggiatore francese, celebre soprattutto per aver scritto il romanzo Giochi proibiti (Jeux interdits, 1947), da cui è stato tratto l'omonimo film vincitore del Leone d'oro a Venezia e candidato al Premio Oscar.

Giochi proibiti (un'immagine del film)

Giochi proibiti (Jeux interdits) è un film del 1952 diretto da René Clément, vincitore del Leone d'oro al miglior film alla 13ª Mostra del cinema di Venezia, tratto dal romanzo “Les jeux interdits” di François Boyer (pubblicato da Adelphi in traduzione italiana nel 2022)
«La vera protagonista di Giochi proibiti è per me la guerra»
In un primo momento René Clément avrebbe voluto realizzare, ispirandosi al romanzo, un cortometraggio dal titolo “Croix en bois, croix en fer” che avrebbe dovuto far parte di un film ad episodi sul tema "I bambini e la guerra". 
Dopo aver scoperto l'interesse che suscitava la parte del film già girata e per consiglio di Jacques Tati, decise di completare il film per realizzare un lungometraggio.
Durante la seconda guerra mondiale l'aviazione tedesca mitraglia le masse di profughi che si allontanano da Parigi che sta per essere occupata dai tedeschi. La bambina di cinque anni Paulette perde i genitori e il suo cagnolino durante un attacco aereo. La piccola vaga sperduta sino a quando incontra Michel Dollé, un piccolo contadino di undici anni, che la porta nella casa dei suoi genitori. Paulette si affeziona a Michel come a un fratello maggiore e i due, che hanno avuto la triste esperienza di vedere molte sepolture, per gioco iniziano a costruire un piccolo cimitero per gli animali presso il mulino dove hanno sepolto il cagnolino di Paulette. Per dare un aspetto più simile a un cimitero reale rubano le croci dalle tombe del camposanto locale scatenando le ire degli adulti. Michel è punito e Paulette è affidata alla custodia di una volontaria della Croce Rossa dalla quale scappa subito perdendosi tra la folla per cercare Michel.
Il film vinse poi il Leone d'oro al miglior film alla 13ª Mostra del cinema di Venezia, il BAFTA al miglior film e l'Oscar al miglior film straniero.

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2 aprile 2026 4 02 /04 /aprile /2026 06:48

Una mia lettura di questi giorni,
perfettamente calzante,
dati i tempi che corrono

Maurizio Crispi (4 marzo 2026)

Il Bazar atomico (foto di Maurizio Crispi)

Mi sono ritrovato a leggere nei giorni scorsi, proprio in concomitanza dell'attacco all'Iran da parte di USA e Israele per stoppare il temuto accesso alla bomba atomica da parte del regime degli Ayatollah, una riedizione nei tascabili Adelphi (Gli Adelphi, 2025) di una brillante inchiesta giornalistica di William Langewiesche, Il bazar atomico (The Atomic Bazaar. The Rise of the Nuclear Poor, nella traduzione di Matteo Codignola), già pubblicato da Adelphi nel 2007 (ed ora anche nella collana Gli Adelphi, 2025).

L'autore prende in considerazioni quali sono le possibili vie dell'uranio dai paesi che ne posseggano delle riserve cospicue che non vengono sorvegliate con tutte le cautele e nello stesso tempo esamina quali possano essere i percorsi per avviare degli impianti per l'arricchimento dell'uranio allo scopo di ottenere quei quantitativi di uranio necessari per costruire un arsenale atomico che dovrebbe spaziare tra armi tattiche ed armi strategiche.
Da questo punto vista trampolino di lancio dovrebbe essere la costruzioni di centrali termonucleari per la produzione di energia elettrica, dal momento che le tecnologie per la produzione di uranio arricchito sono sostanzialmente identiche, solo che ai fini della costruzione di armi atomiche l'arricchimento dell'uranio dovrebbe essere in percentuale di gran lunga maggiore. 

Assieme all'autore percorriamo questi diversi scenari, per poi soffermarci molto sul Pakistan e sulle vicende che hanno portato questo stato a dotarsi della bomba atomica, con il ruolo cardine svolto da un personaggio di rilievo che Abdul Qadeer Khan (1936-2021), fisico e ingegnere metallurgico pakistano, considerato il "padre" della bomba atomica di questo paese, che ha sviluppato il programma nucleare del Paese negli anni '70 e '80, creando la rete di arricchimento dell'uranio, ed è stato una figura controversa, venerata in patria come eroe nazionale e accusata in Occidente di proliferazione nucleare e di irradiazione della tentazione del nucleare ad altri paesi al di fuori del Trattato di Non Proliferazione.

Ed ecco come conclude l’autore: “Forse, con un’azione di prevenzione capillare da parte dei governi, un attentato atomico si potrà scongiurare, ma nessuna tattica impedirà a chi lo voglia di costruirsi un arsenale nucleare. La Corea del Nord, l’Iran, forse la Turchia, l’Arabia Saudita, il Brasile-di tanto in tanto questo o quel paese potrà essere persuaso ad accantonare i propri programmi, ma a lungo andare nessuno si fermerà. Per quanto riguarda l’America, e al netto del risentimento post coloniale, la lezione che arriva dal Pakistan non è un invito ad abbandonare la diplomazia della non proliferazione, ma un’esortazione ad accettare la realtà parallela di un mondo in cui molte nazioni posseggono l’atomica, e alcune sono pronte a usarla" (ib. p. 182)


Una lettura che oggi è diventata tragicamente indispensabile

«Il mondo qui descritto è sconcertante. È il mondo del commercio clandestino di uranio, della connessione del traffico di droga con l’atomo e il terrorismo, delle possibili fabbricazioni artigianali e per così dire domestiche di ordigni nucleari rudimentali e sporchi, ma efficaci e devastanti» (Giuseppe Galasso)

«Un resoconto spassionato e devastante della recente storia nucleare del pianeta. In tempi dominati da un quarto potere mendace e irrazionale, la lucidità e l’obiettività di Langewiesche fanno di questo libro una lettura fondamentale». (Zadie Smith)

(Risvolto I edizione Adelphi) Dal mattino del 6 agosto 1945 il mondo sa che una guerra nucleare è possibile. Chiunque è in grado di immaginare come verrebbe combattuta, e anche con quale verosimile esito. Ma dopo gli eventi del 1989, e più ancora del 2001, al terrore di bombardieri strategici e missili intercontinentali se ne è sostituito un altro, più paralizzante ancora: l'idea che qualcuno, in un posto e in un momento qualsiasi, possa fare qualcosa. A capire chi sia davvero in condizione di fare che cosa è dedicata questa indagine di Langewiesche, che parte dal cuore incandescente dell'esplosione su Hiroshima, attraversa le città segrete dell'ex Unione Sovietica, dove sono tuttora custodite (non sempre il verbo è appropriato) migliaia di testate e tonnellate di uranio, esplora le strade del contrabbando anche nucleare che segnano le montagne del Caucaso, per approdare a due luoghi diversi, ma ugualmente inquietanti: il lago proibito che fornisce di acqua potabile Rawalpindi, dove negli anni Settanta A.Q. Khan - lo scienziato che trafugò i segreti nucleari dell'Occidente, consentendo al Pakistan, alla Corea del Nord e all'Iran di armarsi - era libero di andare in barca a vela, e lo studio di Francoforte dove un oscuro ricercatore americano, Mark Hibbs, elabora tutte le informazioni sul nucleare disponibili, per poi riversarle in articoli riservati a pochissimi specialisti e ai servizi di informazione di ogni paese.

 

William Langewiesche

L'autoreWilliam Langewiesche, nato nel 1955, a Sharon (Connecticut),  è stato un giornalista, saggista e antropologo statunitense. Dopo essersi laureato in antropologia nel 1977 all'Università di Stanford e aver intrapreso una breve carriera di pilota di aeromobili, si dedica alla scrittura. I suoi reportage sono riconducibili al genere del giornalismo d'inchiesta. Tra le opere pubblicate in Italia per Adelphi, American Ground (2003), La virata (2006), Il bazar atomico (2007), Esecuzioni a distanza (2011).

Il Bazar Atomico. Una brillante inchiesta giornalistica di Langewiesche, quanto mai attuale, sull'ascesa del Nucleare tra i "Poveri" del mondo
Il Bazar Atomico. Una brillante inchiesta giornalistica di Langewiesche, quanto mai attuale, sull'ascesa del Nucleare tra i "Poveri" del mondo
Il Bazar Atomico. Una brillante inchiesta giornalistica di Langewiesche, quanto mai attuale, sull'ascesa del Nucleare tra i "Poveri" del mondo
Il Bazar Atomico. Una brillante inchiesta giornalistica di Langewiesche, quanto mai attuale, sull'ascesa del Nucleare tra i "Poveri" del mondo
Hiroshima. Il giorno zero dell'essere umano

Giusto per ricordare qualcosa di essenziale, occorre leggere assieme al volume recensito sopra, anche questo di AA. VV. (a cura di Luisa Bienati), Hiroshima. Il giorno zero dell'essere umano, Marsilio, 2025, che contiene una rassegna di testimonianze di sopravvissuti alla bomba di Hiroshima, assieme al discorso del Presidente della Commissione per l'assegnazione dei premi Nobel per la Pace nel 2025.
Le testimonianze sono toccanti, il discorso tocca alcuni importanti punti, ed apre anche alla speranza, dal momento che dal 1945 nessuna altra bomba atomica è stata fatta esplodere in un contesto bellico (anche se vi sono stati innumerevoli test nucleari). In qualche modo la deterrenza nucleare funzione, anche se nel contesto più revente di corsa agli armanti nucleari da parte delle nazioni che sono ancora sprovvisti della bomba atomica, si aprono scenari per una possibile utilizzazione della bomba atomica per fini tattici ed in contesti di guerra circoscritti.
Ci si augura che ciò non accada e l'Associazione dei Sopravvissuti alle bombe di Hiroshima e Nagasaki, consapevole - sulla base di esperienze vissute tragicamente - dell'orrore dell'esplosione atomica - lavora attivamente in questo senso, perchè quell'orrore non debba più ripetersi.


 

Viviamo ancora nelle conseguenze di Hiroshima e Nagasaki, e di questo ci parla Luisa Bienati in questo libro, nell’ottantesimo anniversario del disastro atomico. Pagine quanto mai attuali oggi.

«Era estate. La natura era al culmine della sua fioritura ma, dopo le irradiazioni dell'atomica, nulla era rimasto uguale.»

«I racconti di autori che vissero la tragedia e la descrissero dopo la fine della censura americana.» - Marco Del Corona, La Lettura

«Hiroshima era appena stata bombardata. Mi trovavo a casa di un amico, nella periferia di Fukuyama, e vidi un iris fiorito fuori stagione» scrive Ibuse Masuji. È difficile, ed è inevitabile, vivere nelle conseguenze delle nostre azioni, ma bisogna comunque raccontarle. Raccontare è il modo di vivere nelle conseguenze delle nostre azioni. E così, accanto a tre racconti di famosi autori giapponesi che hanno scritto della bomba atomica – Ibuse Masuji, Hara Tamiki e Ōta Yōkō –, il volume contiene i discorsi pronunciati da Nihon Hidankyō, il movimento dei sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki che lavora per un mondo senza armi nucleari, e dall’accademia di Svezia, che a Nihon Hidankyō ha deciso di assegnare il Nobel per la pace 2024. Il titolo, «il giorno zero dell’essere umano», è un omaggio a Günther Anders, il filosofo che aveva subito capito – e lo aveva scritto – quanto il lancio dell’atomica non fosse il modo per far finire la guerra ma per continuarla con altri mezzi.

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24 marzo 2026 2 24 /03 /marzo /2026 13:00

Se Samuel Beckett, Clive Barker, Antoine Volodine e Raymond Chandler decidessero di incontrarsi per bere nel bel mezzo della notte, potete giurare che quel bar sarebbe gestito da Brian Evenson.

Orso Tosco, scrittore e traduttore di "Gli ultimi giorni"

Brian Evenson, Gli Ultimi Giorni, Nottetempo

"Gli ultimi giorni" (The Last Days, pubblicato in lingua originale nel 2019), di Brian Evenson (il secondo che mi ritrovo ad aver letto) nasce in realtà dall'unione di due lavori precedenti: il romanzo breve The Open Curtain (che ne costituisce la prima parte) e il suo seguito.

In Italia è stato pubblicato da Nottetempo nel 2023.

Il protagonista Kline viene aggredito e riporta l'amputazione della mano di netto. Per salvarsi la vita procede ad una cauterizzazione della ferita, ritrovandosi dopo a vivere in una condizione di straniante isolamento.

Viene contattato da una strana congrega il cui capo (ovviamente, dotato del carisma delle pluri-amputazioni) gli richiede di compiere un'indagine nel contesto di questa strana comunità.
Si tratta di una congrega di "amputati" (che conferiscono, in altri termini, un valore particolare all'amputazione e al loro numero. 
Sembrano essere tutti quanti dei fanatici esaltati, se non addirittura deliranti.
Kline viene considerato un personaggio "speciale", per il fatto che abbia provveduto da sé alla cauterizzazione della mano amputata, è divenuto per loro una sorta di "eroe", da imitare. 
Il fatto è che Kline, per accedere alle informazioni - riservate - che gli servono per portare avanti la sua indagine all'interno della comunità di amputati deve accettare di praticarsi o farsi praticare ulteriori mutilazioni. 

Una cosa folle che va avanti in un turbine di amputazioni subentrati.
Per contro vi è una contro-setta costituita dai "Paul", che si presentano tutti eguali (tutti con lo stesso nome) e portatori di una singola amputazione e che, vivendo anch'essi in una sorta di comunità chiusa, vogliono salvare Kline per assimilarlo all'interno del loro contesto, considerandolo come una specie di "messia" salvifico (la cui salvezza può scaturire soltanto dal fatto che lui accetti di rimanere all'interno della loro comunità).
Anche questa appare con una situazione folle.
Kline, alla fine, trova una via d'uscita che è è anch'essa, folle, paradossale, estrema

Con quest'opera Brian Evenson rivela di essere uno scrittore assolutamente estremo, in cui il grandguignol delle amputazioni (senza anestesia) si mescola e viene stemperato da un gusto per il grottesco e per il paradossale. 
La presenza degli amputati e la pratica della mutilazione assumono in questo contesto finzionale molteplici significati simbolici e filosofici, radicati in una critica feroce al fanatismo religioso e all'ossessione per la purezza. 
La mutilazione è dunque segno di Fede e Gerarchia: nella setta descritta da Evenson, l'amputazione non è da considerarsi una perdita, ma un guadagno spirituale.

La gerarchia del culto è basata sul numero e sulla gravità delle amputazioni: più un membro è mutilato, più è considerato vicino alla "perfezione" o a Dio.
Il corpo diventa così un campo di battaglia per dimostrare la propria devozione: privarsi di una parte fisica è visto come un atto di purificazione dal peccato o dal "mondo esterno". 
Si tratta di una rappresentazione che è al tempo stesso parodia del Fanatismo e della Religione
Evenson, che ha un passato legato alla comunità mormone da cui si è poi allontanato, usa gli amputati per rappresentare il fanatismo estremo:
La setta interpreta letteralmente i precetti di sacrificio, portandoli a conseguenze grottesche e assurde.
Il significato risiede nella critica ai modi in cui le ideologie possano trasformare la distruzione di sé (fisica o psicologica) in un valore morale positivo. 
Il protagonista, Kline, viene trascinato in questo mondo proprio perché ha perso una mano. Per la setta, la sua mancanza lo rende un "eletto", anche se per lui rappresenta un trauma. 
Sotto un profilo esistenziale, la mutilazione simboleggia la perdita di controllo dell'individuo sul proprio corpo e sulla propria vita di fronte a forze esterne (istituzioni, culti, destino).
In uno scenario "weird", gli amputati incarnano l'orrore del corpo (body horror), dove l'integrità fisica viene sacrificata in nome di una logica surreale e inquietante. 
Vi è inoltre declinato in molti modi (e sino alle conseguenze più estreme) il linguaggio del corpo "Ridotto"
Secondo diverse analisi critiche (come quella su Limina Rivista), la scrittura di Evenson stessa "mutila" il testo, usando uno stile asciutto e spietato che riflette la condizione dei personaggi. 
In sintesi, gli amputati rappresentano la follia del dogma che richiede la rinuncia a parti di sé per appartenere a un gruppo, trasformando l'invalidità (o le invalidità) in macabri simboli di status sociale e spirituale.

 

(Risvolto di copertina) Dopo l’amputazione di una mano Kline, agente sotto copertura, vive un’esistenza solitaria: trascorre il tempo nel suo appartamento, refrattario a qualsiasi tipo di contatto. Un giorno, però, il telefono squilla. “È la fortuna che bussa,” dicono due sconosciuti, offrono un’interessante opportunità di lavoro. Kline non ne vuole sapere ma i suoi interlocutori non stanno davvero chiedendo. Viene quindi portato controvoglia nel quartier generale della Confraternita della Mutilazione, ed entra nel mondo altro costruito da questa setta follemente fedele ai propri principi. Kline deve indagare su un omicidio avvenuto nella Confraternita, ma ogni apparente verità è il frammento di un’incomprensibile opera più grande, proprio come il suo braccio tronco che termina in una mano fantasma, inesistente eppure per lui vivissima.

Mentre tenta di farsi strada in un labirinto di menzogne, minacce e inganni, Kline scopre che la sua stessa sopravvivenza dipenderà da un atto di pura volontà ed emancipazione.

Nella sua ammirata postfazione Peter Straub considera Brian Evenson uno scrittore dell’estremo.
Gli ultimi giorni è un romanzo intenso e perturbante che guarda senza paura dentro l’abisso del cuore dell’uomo.

Brian Evenson

L'autore. Brian Evenson (Ames, Iowa, 1966) è scrittore, traduttore, critico e docente universitario.
Le sue opere gli sono valse numerosi riconoscimenti, tra cui il premio O. Henry per la narrativa breve e l’International Horror Guild Award. Con nottetempo ha già pubblicato i romanzi Gli ultimi giorni (2023) e Il padre della menzogna (2024). Con Canzone per il disfarsi del mondo ha vinto lo Shirley Jackson Award per la miglior raccolta di racconti.
Ex-membro della Chiesa mormone, la sua carriera di scrittore agli esordi è stata segnata dalle polemiche suscitate dal suo primo libro di racconti, Altmann's Tongue, che portò alle sue dimissioni dalla Brigham Young University sotto pressione delle autorità ecclesiastiche.

Leggi le prime pagine oppure scarica l'allegato

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19 marzo 2026 4 19 /03 /marzo /2026 08:46

È una storia nella storia: la voce narrante racconta di un appuntamento a Trieste, quando vi era l’oscuramento e la guerra, con la donna amata, la terribile scoperta della morte di lei e lo strano incontro in una cartoleria con una bambina che ne raffigura in piccolo le sembianze. Tornato più volte in città per deporre fiori sulla tomba abbandonata, è nel 1950 che ascolterà dalle parole di un conoscente la storia della bambina, ormai donna, che tanto lo aveva colpito per l’ incredibile rassomiglianza.

Dalla recensione di Salvina Pizzuoli

Nella premessa al suo romanzo Non rimanere soli, Giorgio Scerbanenco esordisce con questa frase: «Un romanzo può anche essere utile». E poi spiega: non utile a voi, lettori, ma a me che l'ho scritto, perché questo libro mi è servito a tener duro nel campo di concentramento dov'ero rinchiuso (a Büsserach, in Svizzera, nel Canton Soletta). Non rimanere soli non è soltanto un titolo di spicco nella bibliografia di Scerbanenco, è anche il comandamento numero uno della sua poetica, una poetica fatta di persone, non di personaggi, perché negli uomini e nelle donne che popolano i suoi libri non c'è mai nulla di scenografico, nulla viene loro aggiunto come eccipiente o come conservante, nulla ha il sapore del promemoria, proprio perché tutto è memoria.

Recensione di Daniele Abbiati

Giorgio Scerbanenco, Appuntamento a trieste, La Nave di Teseo

I romanzi e i racconti di Giorgio Scerbanenco sono il più delle volte magnifici ed intriganti anche quelli nati come prodotti "commerciali". Scerbanenco, infatti, come è noto, scriveva per guadagnarsi da vivere e, quindi, prestava la sua penna anche per la pubblicazione in periodici di consumo, ma senza mai "svendersi" e mantenendo slta la sua qualità di scrittura. 
E' il caso di questo "Appuntamento a Trieste" (La Nave di Teseo, Collana Oceani, 2019), pubblicato per la prima volta nel  lontano 1953 a puntate settimanali nella rivista letteraria "Novella" (allora della Rizzoli e di cui Scerbanenco fu direttore per oltre vent'anni).
La trama, infatti, pur nei suoi rimandi spionistici, contiene indubbi elementi di "romance", tipici della letteratura rosa.
Scerbanenco in questa prova di molto antecedente all'elaborazione dei suoi primi noir che vedono come protagonista l'investigatore Duca Lamberti lascia il suo inconfondibile, nella costruzione dei personaggi e dei dialoghi, ed anche nell'organizzazione della trama e, non ultimo nella descrizione dei luoghi, con una preminenza di Trieste nei primissimi anni del dopo guerra, luogo ideale di intreccio di trame spionistiche.
Il romanzo è preceduto da un'introduzione a firma della figlia di Giorgio Scerbanenco
Si legge magnificamente.

Meritevole l'iniziativa intrapresa da La nave di Teseo di ripubblicare l'intera opera di Scerbanenco, molte delle cui cose, sia romanzi sia racconti, vennero riedite negli anni Novanta dalla Casa Editrice Frassinelli

(risvolto di copertina) Trieste, immediato dopoguerra. La città è sotto il controllo del governo militare alleato, ma il confine orientale è a pochi chilometri e nella regione spie e soldati si fronteggiano in un grande gioco ad alta tensione.
Un agente americano sotto copertura, Kirk Mesana, sta indagando su una cellula nemica quando viene gravemente ferito in un agguato. Per depistare i nemici, e salvargli la vita, viene diramata la falsa notizia della sua morte, mentre l’uomo viene nascosto nel più profondo anonimato. Diana, la bellissima ragazza triestina con cui Kirk aveva una relazione, è sconvolta dalla tragedia, ma una serie di fatti misteriosi insinua in lei il sospetto che la verità possa essere un’altra.
Inizia così una vorticosa avventura che vedrà i due amanti inseguirsi a perdifiato, mentre attorno a loro si scatena una guerra silenziosa di ricatti e tradimenti, e nessuno nelle vie di Trieste potrà più dirsi al sicuro.
Dal maestro del noir italiano, un romanzo sulla seduzione e sull’inganno, avvolgente come una stretta fatale.


 

Giorgio Scerbanenco

L'autore. Giorgio Scerbanenco (1911 1969), nato a Kiev, cresce a Roma ma ancora adolescente si stabilisce a Milano. Negli anni ’30 approda nell’editoria come collaboratore alla Rizzoli e in seguito come caporedattore dei periodici Mondadori, per tornare in Rizzoli nel dopoguerra come direttore dei periodici femminili. Collabora con i maggiori quotidiani e riviste dell’epoca, tra cui il “Corriere della Sera”, la “Gazzetta del Popolo”, “il Resto del Carlino” e “Novella”.

Scrittore prolifico, ha sperimentato tutti i generi della narrativa ed è riconosciuto come uno dei maestri del giallo italiano, consacrato dal successo della serie di romanzi con protagonista Duca Lamberti e dall’assegnazione del Grand prix de littérature policière nel 1968.

Tutta l’opera di Scerbanenco è in corso di pubblicazione presso La nave di Teseo.

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9 marzo 2026 1 09 /03 /marzo /2026 06:03

“Andrebbe incoraggiata un’educazione al dolore, perché fin troppo spesso del dolore si ha un’unica idea, quella di una condanna ineliminabile.”

Umberto Eco, da "Riflessioni sul dolore"

Umberto Rco, Riflessioni sul dolore, La Nave di Teseo

Umberto Eco in "Riflessioni sul dolore", pubblicato da  La Nave di Teseo (Collana Le Onde) nel 2025, percorre (e propone ai lettori) un affascinante itinerario – tra filosofia, poesia, arte, letteratura e spiritualità – che segue il tema del dolore dalle origini ai giorni nostri.

L’introduzione è di Guido Biasco, tra il 2007 e il 2017 direttore scientifico dell’Accademia delle Scienze di Medicina Palliativa.

Il testo di Umberto Eco fu, infatti, frutto di una relazione da lui tenuta in occasione di un convegno promosso dall’Accademia delle Scienze di Medicina Palliativa e, infatti, è stata inizialmente pubblicata nel 2014 a cura dell’AMESPA.

Il testo di Umberto Eco riflette pienamente la sua mente enciclopedica che ha le caratteristiche di una Biblioteca incarnata (grazie anche alla sua prodigiosa memoria), con un ampio excursus dell’atteggiamento (filosofico e culturale) verso la sofferenza, attraverso i secoli. 
Eco sa essere - come sempre - affascinante e percorre un affascinante itinerario – tra filosofia, poesia, arte, letteratura e spiritualità – che segue il tema del dolore dalle origini ai giorni nostri.

Esperienza insopprimibile della natura umana, passione del corpo e dell’anima, il dolore non è stato vissuto nei secoli soltanto come un male da sconfiggere ma anche, ad esempio, come salvifica prova di redenzione. Il dolore ha caratterizzato ogni epoca e tradizione, ma è il suo rapporto intimo e ambivalente con la conoscenza e il pensiero a interessare la riflessione di Eco, in un libro che è un’intensa testimonianza di sensibilità, ma anche un invito forte a coltivare l’educazione alla conoscenza, formidabile antidoto alla sofferenza dell’uomo.

Qui mi fermo, e vi lascio al prossimo mal di denti” (in., p. 59) 

Riflessioni sul dolore, viene ripubblicato da La Nave di Teseo, che sta costellando di piccole gemme gli scaffali della saggistica. È una controstoria del dolore, dall’antichità a oggi, quasi parallela a una storia della teodicea che attraversa elegantemente la cinquantina di pagine effetti del testo di Eco.

Riccardo Canaletti

Umberto Eco, Riflessioni sul dolore, Amespa

Le “Riflessioni” percorrono un affascinante itinerario nella cultura filosofica, poetica, artistica, letteraria e teologica che, dalle origini ai giorni nostri, ha affrontato questo tema. Il dolore, ineliminabile esperienza della natura umana, passione del corpo e dell’anima, è raccontato tramite espressioni che ne descrivono i molteplici aspetti: male da sconfiggere o strumento di redenzione da perseguire nella sua funzione salvifica. Queste riflessioni conducono il lettore a intraprendere un viaggio tra le poliedriche manifestazioni intellettuali legate al concetto di dolore e a porre le basi di un’educazione culturale per acquisirne una maggiore consapevolezza.

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5 marzo 2026 4 05 /03 /marzo /2026 09:39

Questo libro parla del piacere, ma anche del dolore. È, cose più importanti parla della relazione tra il piacere e il dolore e dei perché la comprensione di questa relazione sia diventata, oggi più che mai, essenziale per una vita ben vissuta.

Anna Lembke

L'era della dopamina. Come mantenere l'equilibrio nella società del «tutto e subito» scritto dalla psichiatra e docente presso la Stanford University, Anna Lembke è un'interessante contributo sul tema delle Dipendenze, sia di quelle farmacologiche sia di quelle puramente comportamentali e, in traduzione italiana, è stato pubblicato da ROI Edizioni, nel 2022 ed è accompagnato da un volume di complemento, scritto dalla stessa autrice dal titolo "L'era della dopamina. La guida pratica. Strumenti ed esercizi per ritrovare l’equilibrio nella società del «tutto e subito»": questo secondo volume è stato scritto dall'autrice, quando - dopo la pubblicazione del testo più clinico-teorico - si è verificata una pioggia di richieste da parte dei lettori per avere indicazioni su come fare, nella pratica, a ripristinare gli equilibri dopaminergici compromessi.
Il primo testo è di lettura molto godibile, con un taglio eminentemente clinico, con riferimenti ad un'ampia casistica clinica dell'autrice che non esita a tirare in ballo anche se stessa, per spiegare ai lettori da quali esperienze personali si origini il suo interesse clinico per tutti quei comportamenti (sia legati ad assunzione di sostanze psicoattive, sia di tipo non farmacologico), mostrando che i cosiddetti "addictive behaviour" sono subdoli ed insidiosi e che possono inquinare qualsiasi soggetto, soprattutto in assenza di una specifica consapevolezza, avendo come asse principale la ricerca di una stimolazione dopaminergica, in assenza di un'efficace controllo prefrontale, per cui si azzera quasi del tutto il necessario distanziamento tra rappresentazione, fase appetitiva e fase del consumo o di una sostanza o di un determinato comportamento.

 

L'era della dopamina. Testo clinico-teorico

(Risvolto) Oggi tutto è a portata di clic: nella storia dell’umanità non è mai stato così facile avere accesso alla soddisfazione dei nostri desideri, che si parli di sesso, intrattenimento, shopping, news o cibo spazzatura, attività accomunate da un facile e ingente rilascio di dopamina, il neurotrasmettitore che veicola il piacere. L’altra faccia di questa medaglia è la dipendenza, che alla lunga sostituisce le sensazioni di piacere con dolore e insoddisfazione, senza però rompere il circolo vizioso della ricerca di ricompense.
In questo libro Anna Lembke, psichiatra esperta nel trattamento delle dipendenze, con uno stile che rende accessibili e affascinanti i frutti dei più recenti studi scientifici sull’argomento e grazie a una vasta raccolta di casi reali raccolti durante la sua attività di terapeuta, esplora le insidie della moderna società digitalizzata e spiega come ritrovare l’equilibrio.

L'era della dopamina. Guida pratica

 

(Risvolto della guida pratica) Oggi tutto è a portata di clic: nella storia dell’umanità non è mai stato così facile avere accesso alla soddisfazione dei nostri desideri, eppure, anziché renderci più felici, quest’abbondanza è diventata un fattore di stress, che contribuisce all’aumento dei tassi di dipendenza, depressione e ansia. Dopo il grande successo internazionale di L’era della dopamina, Anna Lembke è stata sommersa da messaggi di lettori che chiedevano uno strumento pratico che li guidasse nel percorso per resettare i circuiti della ricompensa del loro cervello. Ha deciso di soddisfare queste richieste realizzando questo workbook. Pieno di esercizi pratici che aiutano a identificare comportamenti e abitudini di consumo disfunzionali e di strategie per ricalibrare la nostra bilancia del piacere, questa guida pratica è lo strumento perfetto per chi desidera riappropriarsi di una vita più equilibrata, piena e soddisfacente.

"Ho scritto questo libro come supporto a l’era della dopamina, pensando a tutti coloro che desiderano andare oltre alla lettura, impegnandosi attivamente per resettare i circuiti della ricompensa e migliorare la propria vita. Se vi riconoscete in questa descrizione non vedo l’ora di iniziare questo viaggio insieme a voi". (Anna Lembke)

 

L'autrice. Anna Lembke è una psichiatra e docente della Stanford University, esperta riconosciuta a livello internazionale nel campo delle dipendenze.
È nota per il bestseller "Dopamine Nation. Finding Balance in the Age of Indulgence" (L'era della dopamina), che esplora come trovare l'equilibrio nell'era del consumo compulsivo, ed è apparsa nel documentario Netflix "The Social Dilemma"

L'età della dopamina. Un libro che parla degli addictive behaviour e del ruolo della dopamina nella loro genesi
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26 febbraio 2026 4 26 /02 /febbraio /2026 13:40
Lucio Luca, L'ultima spiaggia, Aliberti, 2026

Lucio Luca, L'ultima spiaggia. Alkamar, la strage dimenticata e cinquant’anni di misteri italiani, Compagnia Editoriale Aliberti, 2026

Tra il 26 e il 27 gennaio del 1976 un commando di killer fa irruzione nella casermetta dei carabinieri di Alcamo Marina, in provincia di Trapani, e uccide l’appuntato Salvatore Falcetta e il carabiniere semplice Carmine Apuzzo. Le indagini puntano subito al terrorismo rosso: vengono arrestati Giuseppe Mandalà, Giuseppe Gulotta, Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo che, dopo ore di violenze, confessano di aver partecipato all’agguato, salvo poi negare tutto davanti al magistrato. Mandalà morirà dietro le sbarre, Ferrantelli e Santangelo fuggiranno in Sudamerica mentre Gulotta resterà in carcere per ventidue anni, fino a quando uno dei carabinieri confesserà le torture di quella notte e scagionerà i quattro. Chi ha ucciso, dunque, i due carabinieri? E, soprattutto, perché? Su Trapani aleggia la presenza di Gladio che proprio lì aveva basi logistiche e depositi di armi e scorie radioattive da destinare alla Somalia, la “pattumiera” d’Europa. E così, da una strage dimenticata parte un filo nero che porta a Peppino Impastato, al delitto del colonnello Russo, del giornalista Mario Francese, passando per l’omicidio Rostagno e per quello di Ilaria Alpi che in Somalia stava conducendo le sue inchieste. La voce narrante è di Giuseppe Gulotta che, a cinquant’anni dai fatti, continua a chiedersi: «Perché proprio io?»

L'autore.Lucio Luca, nato nel 1967 a Ragusa, da oltre vent’anni lavora a “Repubblica” dove si è occupato di cronaca nera, giudiziaria e sport. Per Sigma Edizioni ha pubblicato Prove tecniche di trasmissione (2006) e Puellae (2006).
Per Pietro Vittorietti Editore ha scritto il romanzo Il killer dell’ufficio accanto (2008) e Dall’altra parte della luna (2014).
"L'altro giorno ho fatto quarant'anni" è uscito nel 2018 per Laurana Editore.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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