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Ho letto con autentico piacere ed interesse, il volume di Antonio Slavich, All'ombra dei ciliegi giapponesi. Gorizia 1961. pubblicato da Alphabeta nel 2018, nel quadro di una collana dedicata interamente ai modi in cui è stata applicata la legge 180 del 1978 in Italia.
Nel racconto di Antonio Slavich vi sono gli anni cruciali dell'esperienza goriziana di Franco Basaglia e del nucleo di "adepti" che, nel corso del tempo andò formandosi attorno a lui, una piccola, ma decisiva coorte di "novatori", ma nel far questo non può non raccontare di alcuni antefatti e della cornice sociale e storica della Gorizia di quegli anni, oltre ad una coda in cui si accenna delle esperienze successiva a cui i diversi protagonisti di Gorizia andarono incontro successivamente.
Noi, ancora giovani in quegli anni, abbiamo imparato a conoscere l'esperienza goriziana attraverso la lettura de L'istituzione negata. Rapporto da un Ospedale Psichiatrico (pubblicato da Einaudi nel 1968) e successivamente del volume di contributi vari Cos'è la psichiatria?, che in realtà precedette L'Istituzione negata, ma che - inizialmente - ebbe minore divulgazione poiché fu inizialmente pubblicato a cura dell'Amministrazione provinciale di Parma, in occasione di un convegno-incontro tra operatori psichiatrici tenuto a Colorno.
L'idea che ci facemmo, allora, essendo lontani dallo svolgersi degli eventi, fu quella di un'azione epica e fondativa, a partire dalla celebre frase di Franco Basaglia, al primo giorno delle sue funzioni di direttore del manicomio di Gorizia, "E mi no firmo!", quando si rifiutò di firmare il registro delle contenzioni giornaliere e che da quell'enunciato, tutto ciò che concerneva la filosofia "no restraint" e "open door", l'apertura, l'abbattimento delle barriere (porte chiuse, muri, grate, griglie e barriere), sia scaturito quasi in un attimo in un'epopea travolgente.
Invece no, il racconto di Slavich ci mostra che si trattò di un processo lungo e lento che richiese alcuni anni per giungere alla sua più completa realizzazione, per quanto imperfetta e all'avvio della "comunità terapeutica" secondo il modello già sperimentato in Inghilterra dallo psichiatra di origini sudafricane Maxwell Jones.
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E, ancora, il racconto di Slavich ci mostra che si trattò di un lungo e faticoso processo che richiese negoziazioni e trattative con gli sponsor politici che rappresentavano la sponda decisionale ed amministrativa dei manicomi di quel tempo, con la necessità di mediazioni/negoziazioni con il personale infermieristico più anziano e refrattario - se non diffidente - nei confronti dei cambiamenti radicali e con passi indietro e, a volte, con incidenti di percorso (si veda ad esempio l'eclatante "caso Miklus") che mise in discusso l'intera macchina del cambiamento.
Un processo lento e faticoso, dunque, di cui Slavich percorre l'intera storia, avendo raggiunto Basaglia a Gorizia, solo pochi mesi dopo il suo insediamento.
Slavich, nella sua narrazione, si pone come un cronista, parlando di sè in terza persona, proprio perché vuole ribadire che la sua funzione è soltanto quella di un narratore super partes che vuole dare spazio ed eguale risalto a tutti i protagonisti dell'intera vicenda.
Il volume cruciale (divenuto quasi un cult per la generazione sessantottina) "L'Istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico" rappresentò il punto culminante dell'intera esperienza, ma anche il punto di partenza di nuovi, ulteriori, innovativi percorsi: poi, da quel momento in avanti, cominciò, prima in maniera strisciante e poi in modo ben più evidente la lunga e lenta stagione degli addii, in cui i diversi personaggi coinvolti presero strade differenti, che, in alcuni casi, portarono ad un'ulteriore maturazione e addirittura al superamento di quell'esperienza, mentre a Gorizia - dopo una fase iniziale di mantenimento dei risultati raggiunti - vide il suo avvio una fase di regresso e di ritorno alla filosofia "restraint" più oscurantista; al contrario, Franco Basaglia dopo la breve avventura a Colorno (Ospedale psichiatrico di Parma) raggiungeva in veste di suo nuovo direttore il manicomio di Trieste, avviando una stagione che avrebbe visto persino il superamento della comunità terapeutica goriziana e l'applicazione di una filosofia e di una prassi di intervento integralmente open door di cui il Marco Cavallo fu l'icona, oltre che la più piena e matura rappresentazione simbolica
Si vede chiaramente come in questa storia non solo abbia influito un clima storico e culturale particolare in cui si sono verificate alcune convergenze favorevoli, ma abbiano anche avuto un peso non indifferente alleanze a livello politico e amministrativo, oltre che il loro fondamentale supporto; per non dire delle equazioni personali particolari di alcuni dei protagonisti coinvolti: senza tutte queste variabili in funzione in sinergia, probabilmente nulla sarebbe successo.
Dobbiamo citare anche il fatto che Basaglia - pur vivendo ancora il clima degli anni Sessanta in cui l'effetto dei media era ancora limitato e circoscritto - ebbe una particolare abilità nel coinvolgere fotografi, cineasti e giornalisti per fissare alcuni momenti fondamentali della piccola, grande, rivoluzione in corso: possiamo, ad esempio, citare il documentario "I Giardini di Abele" realizzato impareggiabilmente da Zavoli, quando Basaglia, alla domanda se gli interessi maggiormente il malato o la malattia, risponde con autorevolezza: "Indubbiamente il malato".
Tutto questo Slavich ce lo racconta magnificamente: e noi leggiamo queste storie come se fossero un romanzo, che ci mostra anche il difficile passaggio di Basaglia in primis (ma anche dello stesso Slavich) da un orientamento di studi psicologici e psichiatrici squisitamente fenomenologico (e dunque fondamentalmente astratto) ad una concezione più dinamica ed ancorata ai problemi reali del malato di mente in una funzione che sarà quella dell'"intellettuale specifico", in parte di derivazione foucaultiana, come viene discusso ampiamente nel recente volume di Marco Colucci e Pierangelo Di Vittorio, Basaglia (Feltrinelli, Collana Eredi, 2024).
(Risvolto) È una sera di marzo del 1962 quando il giovane Slavich viene depositato da un taxi davanti al cancello dell'ospedale psichiatrico di Gorizia, ultimo avamposto italiano prima della cortina di ferro. Solo pochi mesi prima, nel novembre 1961, Franco Basaglia aveva vinto il concorso da direttore in quel luogo dimenticato e aveva chiamato il suo unico allievo a collaborare con lui per avere almeno un alleato in quell'ambiente ostile. Inizia così la narrazione di quei primi mesi e anni in cui prende avvio il lento e progressivo smontaggio dell'istituzione manicomiale. Le grandi imprese hanno spesso un inizio modesto, quasi minimalista, commenta Slavich nel ripercorrere passo dopo passo le piccole conquiste quotidiane, i tentativi di scardinare le logiche manicomiali, il procedere per prove ed errori, senza aver chiaro in mente fin dall'inizio dove si vuole arrivare, ma facendosi guidare da un unico obiettivo: cominciare ad aver cura degli internati. In quel deserto immobile e squallido, con la sua violenza neppure tanto dissimulata, ogni gesto irrituale, ogni piccola azione che scalfisce un po' la superficie sembra già una riforma.
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L'autore. Antonio Slavich, nato a Fiume nel 1935, trascorse la giovinezza a Bolzano fino alla conclusione del liceo classico. Studiò medicina all’Università di Padova, dove conobbe Franco Basaglia, allora responsabile del reparto psichiatrico della Clinica neurologica. A partire dal 1962 affiancò lo stesso Basaglia nell’Ospedale psichiatrico di Gorizia, dove partecipò attivamente alla costituzione della prima comunità terapeutica italiana e all’avvio di quella radicale trasformazione dei manicomi che sarebbe culminata nella loro chiusura con la legge 180 del 1978. A Gorizia, infatti, Basaglia e Slavich diedero avvio a un percorso di democratizzazione e di miglioramento della qualità della vita dei ricoverati: aprirono le porte del manicomio, rifiutarono i sistemi di contenzione e scandirono la vita all’interno dell’ospedale con frequenti assemblee. Un’esperienza raccolta nel celebre volume L’Istituzione negata (1968), curato da Basaglia, a cui Slavich contribuì con un capitolo dal titolo Mito e realtà dell’autogoverno, incentrato sulla praticabilità e i limiti del modello comunitario.
Tra il 1970 e il 1971 i due psichiatri si trasferirono a Colorno, in provincia di Parma, e poco dopo Slavich iniziò a lavorare presso i servizi di salute mentale di Ferrara (1971), di cui divenne direttore nel 1975, assumendo anche la direzione dell’Ospedale psichiatrico. Nel 1973 contribuì alla fondazione del gruppo "Psichiatria Democratica", insieme, tra gli altri, a Franca Ongaro Basaglia, Gian Franco Minguzzi, Agostino Pirella e Lucio Schittar.
A Ferrara aprì progressivamente le porte del manicomio situato a Palazzo Tassoni, in via Ghiara, e della sua succursale di San Bartolo, antico convento fuori le mura. Istituì inoltre una navetta da via Ghiara a San Bartolo, dando la possibilità ai ricoverati di uscire e avere contatti con il mondo esterno. Sotto la sua direzione l’attività teatrale divenne strumento fondamentale di trasformazione del manicomio, grazie alla presenza di figure come Horacio Czertok e Cora Herrendorf, esuli argentini fondatori della compagnia Teatro Nucleo. Il documentario L’attore in manicomio racconta la loro esperienza nei reparti e nei cortili dell’istituzione psichiatrica nel 1977. Questo raro video contribuì a far conoscere le condizioni manicomiali precedenti alla riforma e mostrò come il teatro ne modificasse gli equilibri, dando la possibilità ai degenti di mescolarsi e confrontarsi con infermieri, medici e volontari.
Nel 1978, anticipando di qualche mese l’approvazione della legge 180, il manicomio di Ferrara fu chiuso. Il convegno “La Scopa Meravigliante”, tenutosi su iniziativa di Slavich nei locali aperti della struttura estense il 9 e 10 gennaio di quell’anno, sancì il ruolo che la fantasia creativa e la leggerezza avrebbero dovuto avere nell’attuazione della riforma sanitaria. Il convegno venne infatti dedicato alla funzione della ricerca teatrale e dell’immagine nella destabilizzazione dei manicomi. All’incontro parteciparono gruppi teatrali, psichiatri, operatori sociali e comuni cittadini.
L’esperienza ferrarese fu raccolta da Slavich nel volume La scopa meravigliante. Preparativi per la legge 180 a Ferrara e dintorni 1971-1978, pubblicato nel 2003.
Dal 1978 al 1993 lo psichiatra si spostò a Genova, dove divenne direttore dell’Ospedale psichiatrico di Quarto e dove ricoprì anche la carica di consigliere comunale e provinciale (scheda bio-bibliografica di Paola Panciroli, 23/12/2020)
Bibliografia
Basaglia, F. (a cura di) (2014). L’istituzione negata. Milano: Baldini e Castoldi.
Slavich, A. (2003). La scopa meravigliante. Preparativi per la legge 180 a Ferrara e dintorni 1971-1978. Roma: Editori Riuniti.
Slavich, A. (2018). All'ombra dei ciliegi giapponesi. Gorizia 1961. Merano: Alpha Beta.
Teatro Nucleo (1877/78). L’attore in manicomio, video disponibile su YouTube.
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All'ombra dei ciliegi i matti scoprivano la vita
Antonio Slavich, collaboratore di Franco Basaglia a Gorizia nel 1961, racconta come iniziò l'apertura del manicomio
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Franco Basaglia. "E mi no firmo"
Massimo: Alcune cose le sappiamo. uno dei primissimi giorni succede che l'ispettore capo dell'ospedale psichiatrico di Gorizia - una figura importante, si chiama Michele Pecorari - porta al nuovo ...
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