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29 aprile 2015 3 29 /04 /aprile /2015 06:57
Il contrapasso del Subdolo Artigliere
Il contrapasso del Subdolo Artigliere
Il contrapasso del Subdolo Artigliere
Il contrapasso del Subdolo Artigliere
Il contrapasso del Subdolo Artigliere

(Maurizio Crispi) I "subdoli artiglieri" sono tra noi... (e se qualcuno ricorda, ne ho già scritto in passato).

In qualsiasi situazione "pubblica" essi non esitano a sganciare il proprio carico di flatulenze, ammorbando l'aria...

Nella loro etica c'è quasi la compulsione a liberarsi dei propri gas mortiferi, miasmi fetidi e quant'altro soprattutto in presenza di una moltitudine.

In queste circostanze, c'è da parte di essi il piacere aggiunto di osservare i comportamenti di coloro da cui sono attorniati e che ricevono l'impatto dell'invisibile nuvola olfattiva.

C'è in quei volti e in quei corpi tutta una semiologia che essi si sono abituati cogliere nelle più sottili sfumature, come narici che si dilatano all'improvviso, occhi che ruotano, espressioni di disgusto che passano come nuvole, espressioni di sospetto che inquinano una conversazione distesa, improvvisi irrigidimenti del corpo e tentativi di distanziarsi da un invisibile nemico che sembra aver sferrato il suo attacco da ogni lato.

Il subdolo artigliere è un fine semiologo del comportamento altrui di fronte alle sue silenziose bombe olfattive e gode del disagio che egli stesso ha indotto negli altri. Nello stesso tempo si mimetizza abilmente, utilizzando a tal fine lo stesso repertorio di segni e gesti, sottolineando così di essere anche lui una delle "vittime" dell'attacco volatile, ma assolutamente letale: anzi si mette nei panni del primo a denunciare pubblicamente il misfatto, del castigatore del malcostume, dell'inquisitore.

Ma, in alcuni casi, succede che il subdolo artigliere è vittima di se stesso: e ciò accade, quando - per alchimie strane - i sentori delle sue loffie rimangono attaccate ai suoi abiti. E allora succederà che, mentre egli si allontana trionfante dalla scena del crimine (tanto più gloriosamente, quanto più affollato era il luogo), il puzzo lo accompagni con un persistente alone olfattivo, letteralmente "appiccicato" ai suoi abiti (non è ancora stato fatto uno studio valido e scinetificamente attendibile che dia spiegazioni sufficientemente esaurienti relativamente all'atttivarsi di tale fenomeno): e ciò decreta la fine della strategia mimetica del subdolo artigliere, almeno per una volta, esponendolo al disprezzo altrui e all'ostracismo.

Ad ognuno il suo contrapasso, insomma...

Che, in questo caso, tuttavia, è ben poca cosa e non possiede una funzione autenticamente pedagogica, né é tale da portare alla redenzione. Il subdolo artigliere, infatti, in altri contesti e con altre persone nei cui confronti egli sia ancora illibato (olfattivamente parlando), tornerà ad esprimersi con grande goduria...

Il subdolo artigliere ritorna sempre sulla scena del delitto e ripetutamente mette alla prova le sue vittime designate.

In questo senso, si può senz'altro dire che il subdolo artigliere sia prigioniero di una coazione a ripetere.

L'articolo linkato qui di seguito, rappresenta di questo post il necessario ed imperdibile antefatto (con tutte le definizioni e i riferimenti bibliografici di prammatica).

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17 marzo 2015 2 17 /03 /marzo /2015 06:02
L'uomo delle istruzioni

L'"uomo delle istruzioni": si tratta di un peculiare personaggio ausiliario che, nelle grandi metropoli, è preposto a fornire istruzioni e indicazioni sui percorsi urbani, utilizzando nell'espletamento di questo suo compito di utilità sociale modalità assolutamente in contrasto con la tendenza oggi imperante e sempre più diffusa di fare uso di dispositivi smartphone e navigatori satellitari vari per orientarsi (utili strumenti, ma che alla lunga finiscono per atrofizzare il cervello).

Ogni uomo delle istruzioni offre le indicazioni su di un particolare percorso (ma all'occorrenza può anche lanciarsi in territori sconosciiuti).

Può essere convocato per mezzo di uno speciale numero verde e si presenterà puntuale all'indirizzo richiesto, pronto a condurre i suoi clienti dove vogliano.

L'uomo delle istruzioni non parla, al massimo di tanto in tanto bofonchia.

Ma non ha bisogno di essere capito in questi suoi farfugliamenti senza senso.

Tutte le istruzioni sono scritte fittamente in modo approfondito step by step, passo dopo passo, su di un foglio che nasconde il suo volto come una tendina.
Segue o precede i suoi clienti ma sempre con le istruzioni scritte in buona evidenza, sicché essi possano di volta in volta leggere le istruzioni, per dirimere dubbi ed incertezze sulla retta via da percorrere e di evitare di trovarsi impatanati in strade senza uscita, vicoli ciechi e luoghi oscuri.

L'uomo delle istruzioni è una varietà di Virgilio, con funzione preventiva: il suo scopo è dievitare che i suoi clienti si ritorvano a brancolare nella "selva oscura"...

Nel suo persistente ed enigmatico silenzio di parole dette, c'è una ragione precisa: per svolgere al meglio il suo compito, l'uomo delle informazioni, non ci deve mettere nulla di personale.

E, qundi, per questa stessa ragione, può consentirsi il lusso - e il piacere - di nascondere il proprio volto, dietro un vello fitto di informazioni.

Le istruzioni, solitamente, egli le copia in bella grafia, prima di uscire da casa, direttamente da Google Map, una volta appurato qual'è l'itinerario che il suo cliente vuole seguire: ma questo dettaglio non lo sa nessuno, poichè il suo servizio viene presentato come l'opposto di una attività da "nativo digitale".

All'occorenza, l'uomo delle istruzioni può trascrivere le mappe dei percorsi in cinese e in aramaico antico.

Ha raccolto dei giudizi positivi e delle recensioni assolutamente lusinghiere su TripAdvisor e i suoi servizi sono sempre più richiesti.

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5 marzo 2015 4 05 /03 /marzo /2015 09:12
Un delizioso caso di synchronicity: l'incontro di Gabriel con una british Frida

L'altro giorno al Victoria Park Gabriel ha adocchiato un piccolo cagnettino che era lì con la sua padrona per la sua ora d'aria e, come sempre fa quando vede dei cani di taglia piccola e media, ha cominciato a gridare eccitato "Frida, Frida!" Tutti i cani per lui evocano Frida, a cui è molto affezionato: specie in questi giorni che lui è a Londra e Frida è lontana a Palermo.
Fin qui nulla di strano.
Ma che dire, quando Maureen ha scoperto, parlando con la padrona di quello che si è rivelato poi essere una cagnetta, che il nome dell0 "smallishbritish  dog" era esattamente Frida?
Una coincidenza inspiegabile, dovuta al caso o alla necessità.
Come ci insegna Paul Auster, nel suo piccolo e delizioso libretto "Taccuino rosso" poi confluito in un volume di più ampio respiro assieme ad altri scritti sparsi, in tanti piccoli episodi della nostra vita possiamo intravere quel fenomeno noto - ma preso in cosnderazione soprattuto dagli psicologi analitici (Junghiani) della cosidetta "synchronicity" ("sincronicità") in cui ci troviamo ad essere portati di peso in inattese pieghe dell'esistenze da piccole straordinarie coincidenze, profezie che si avverano etc etc, sensazioni imporvvise di dèjà vu o di jamais vécu.
La "Sincronicità" è un fenomeno che ci fa sospettare che alcune cose siano più complesse di quello che potremmo pensare (o che vorremmo credere) e che molte cose accadano a nostra insaputa, in modo tale da suscitare in ìn noi il senso della meraviglia che possiamo solo accettare con gratitudine, o da ingenerare inquietudine perché siamo rimandati prepotentemente ad una realtà sommersa dietro il visibile che ha un potere, in alcuni casi, perturbante.

 

Ma ecco quelle che scrive Maureen, relativamente al piccolo episodio, commentando la foto che lo illustra.

Un delizioso caso di synchronicity: l'incontro di Gabriel con una british Frida

This is the dog that we met in Victoria Park. Gabriel was very enthusiastically shouting and caling 'Frida Friiiiida!' to the dog, and the dog was listening!! Then the lady and her friend who were looking after the dog, looked at Gabriel with amazement. As it turns out, this dog was really really also called Frida! I explained to the ladies that Gabriel has a dog called Frida, in Italy and he calls all smallish dogs 'Frida'! Here you can see one of the ladies going to rescue Frida's orange ball out of the water, and Gabriel is watching with fascination, along with Frida who was very excited to get her orange ball back. So it was nice to meet an English Frida in our last month in England before going to Frida in Italy!

Mauren Crispi

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26 gennaio 2015 1 26 /01 /gennaio /2015 07:10

20150124_101901.jpg
Nonna Nica - mia amica su Facebook (con nickname) - ha detto che questa immagine è "una fotografia alla Stephen King".
Che lusinga!
Qualcun altro, tuttavia, a correzione della prima impressione riportata, ha precisato che "sembro piuttosto un bonario marinario".
D'altra parte, poiché la foto é stata fatta nell'East End londinese e - in particolare - nella zona di Wapping, un tempo malfamata e sede di esercizi commerciali che rispondevano ai bisogni più disparati dei marinai appena sbarcati dalle navi alla fonda, questa ulteriore definizione potrebbe essere particolarmente azzeccata...

Forse, la foto che é riportata in fondo al post, potrebbe fare da correttivo rispetto all'associazione con il "bonario [e innocuo] marinaro".


Quale delle due foto preferite?

E Nonna Nica ha replicato: "Sicuramente la seconda foto è più "kingosa", o "kinghiana" e, visto che-se ben capisco- l'avevi già scattata, ma non pubblicata, posso dire che la mia è stata una premonizione oscura, appunto alla King..ma io ti conosco, Maux...quindi ho visto l'inquietante personaggio kinghiano che si cela dietro il bonario marinaio...".

 

Io: "Nella seconda foto, potresti facilmente immaginare che le mani poggiate sul vetro a poco a poco prendono a scivolare verso il basso, lasciando dove erano prima delle strie insanguinate. Un King alla prima maniera, non quello di adesso".

 

Nonna Nica: "...ma anche una presenza oscura, un personaggio alla Pennywise, che prima sorride bonariamente, stringendo fra i denti una pipa di schiuma, poi dice sommessamente"...fammi entrare, fammi entrare" via via che si addensano le ombre della sera...".

Insomma, il bonario e sorridente marinaro - un po' scanzonato - della prima foto si trasforma nella vittima attanagliata dal Terrore, alla ricerca di una via di scampo, ma trova la finestra sbarrata, con dei vetri all'antica - ahimé troppo spessi - e finisce con il cadere vittima del suo carnefice che rimane non visto, ma che si può soltanto immaginare - e in ciò starebbe il suo potere perturbante.
Ma, nello stesso tempo, l'immagine della seconda foto, potrebbe contenere essa stessa degli elementi perturbanti: è il terribile carnefice che si propone con una figura un po' dissacrante e scanzonata, invitando chi sta al di là dei vetri di aprire per lui quella finestra: un' errore fatale, perchè comeinsegna la letteratura draculesca, Dracula - in quanto personaggio perturbante per eccellenza - ha potere sulla sua vittima soltanto se è quest'ultima ad invitarlo ad entrare.

Ma - come dice Nonna Nica - questa dualità è espressione dei mille volti del Crispi, come l'eroe dai mille nomi e dai mille volti della mitopoiesi campbelliana.

 

DSCF9522

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14 dicembre 2014 7 14 /12 /dicembre /2014 07:55

fragola.jpg

Una bel dì di domenica è stato uno giorno speciale

 

Ho fatto la doccia e ho usato un bagno strawberry flavoured.

Quando ho finito sentivo nelle mie nari

un'inebriante fragranza di fragola 

Da svenire di desiderio

 

Mi sentivo una fragola ambulante

- Già! Un uomo-fragola!

e questa sensazione è durata per tutto il giorno

 

Tanto che mi è venuta voglia di fragole,

irrefrenabile

Che fare?

Per cena, mi sono tagliato a pezzettoni

ci ho aggiunto un po' di succo di limone e di zucchero di canna

e mi sono mangiato

 

Com'ero delizioso!

Mmmmmmmm

 

Com'ero buono!

Mmmmmmmm

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19 giugno 2014 4 19 /06 /giugno /2014 06:12

Una Tigre per casa

 

Ieri ho trovato una tigre bengalese a casa

Non so come sia arrivata o chi l'abbia portata.
So solo che, un bel giorno, me la sono ritrovata tra i piedi, appena alzato dal letto per prepararmi la colazione.
Mi è venuta incontro dal soggiorno con passi felpati e ha cominciato a girarmi attorno, strusciandosi contro le mie gambe ed emmettendo una profonda vibrazione, l'equivalente del far le fusa del gatto.

E' un giovane esemplare, ma è già lunga e possente. E con il garrese mi arriva al ginocchio.

Le ho dato da bere del latte con i biscotti.

Non c'era altro da mangiare in casa.
Lei, lappando con la sua lingua straordinariamente rosata, si è sbafata tutto in un attimo.

E poi l'ho portata a fare una passeggiata.

La tenevo per la collottola, usando un grosso collare borchiato che, per fortuna, avevo trovato a casa, proprio adatto alla bisogna.

Mentre camminavamo, sentivo nella gamba il calore del suo corpo e la morbidezza del pelo fulvo sotto la mano.

E fremiti di energia che le guizzavano sotto pelle.

Non sono un esperto di felini, ma - ad occhio e croce - mi sembra che sia una femmina.

Fortunatamente, non c'è nessuno per strada.

La via dove camminiamo é deserta e selvaggia per l'incuria.

Grandi cespugli di disi rinsecchiti si assiepano da un lato e dall'altro della strrada.
Il sole batte con tutta la forza dell'ora meridiana.

Potremmo essere in una savana.

La tigre - a cui lì per lì non ho ancora dato un nome e che ho deciso di chiamare semplicemente "Tigre", cammina guardinga al mio fianco.

Lontano si intravede la segnalatica di una fermata dell'autobus, con una pensilina di metallo, sedile nero di plastica tutto scrostato e struttura metallica dipinta in un arancione sbiadito, a terra un tappeto di lattine di coca cola schiacciate.

C'è un giovane tarchiato in attesa, in piedi, con addosso una tuta scompagnata ed un borsone sportivo, piuttosto consumato, appeso di sbieco alla spalla.

Forse sta andando ad una partita di calcio.

Appena mi vede spuntare dall'erba, mi guarda strano, ma senza muovere un muscolo.

Non mi sembra impaurito.

Io, però, sì, mi spavento! Il cuore mi balza in gola.
E Tigre, sentendo la mia paura, emette un sordo brontolio.
Come posso avere avuto l'ardire di andamene in giro con una Tigre del Bengala, come se fosse un docile cane da compagnia?

Rapidamente, allora, faccio dietrofront e ritorno sui miei passi.
Esco, quindi, e lascio Tigre sola a casa, senza avere l'accortezza di chiuderla prima in una stanza.

Mi chiedo, come farò a rientrare al mio ritorno?

Mi riconoscerà Tigre oppure mi balzerà addosso considerandomi la sua preda succosa, il uo primitivo e atavico istinto di caccia risvegliato dal mio odore?

Poi mi dico: "Bah!! Non ti preoccupare. Risolverai tutto man mano che si presentano i problemi. Tira a campare".
Penso che - per stare più tranquillo - la prossima volta, la potrei mettere nell'armadio, ma la soluzione poi non mi piace troppo: mi sembra troppo conformista e poi dovrei smetterla di chiamarla Tigre e la dovrei ribattere Kenzo.
No, no! Decisamente, più ci penso e meno la soluzione dell'armadio non mi piace.

Vedremo cosa si può fare.
Intanto, farò una bella scorta di latte fresco e di cibo per gatti in quantità industriali.


 

 

 


 

 

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26 maggio 2014 1 26 /05 /maggio /2014 20:15

Come tutto si chiarisce... Una storiella pre-elettorale (Angelo Di Liberto)(Angelo Di Liberto) Ho ritirato il duplicato della scheda elettorale nella sede di competenza della mia città.
Ero il primo della fila e ho assistito a una scenetta degna delle barzellette più inverosimili.
Due donne di circa trent'anni si accompagnavano a una bambina tra i 9/10 anni.
Le adulte potrebbero fare a gara con le varie donnine che sfilano nei reality show defilippiani. Capelli rosso fuoco, trucco da pornostar, attillate nei loro jeans maculati di bianco e rifiniti di strass, protesi podologiche vertiginose. 
La bambina è degna erede: labbra rosso vergogna, trucco alla lady Gaga, abbigliamento stile "Taxi Driver" rivisitato per l'occasione.
Nel silenzio dell'ufficio una delle due donne sbotta:
"Senta signora, abbiamo perso la scheda elettorale, ce lo fa il duplicato?".
L'impiegata comunale risponde: "Certo signore. Al vostro turno".
L'altra lady si spazientisce: "C'è pure mia cugina che l'ha persa. Ho la sua tessera (carta d'identità), la posso ritirare la scheda per lei?".
Ancora l'impiegata del Comune: "No, signora. La tessera di voto è personale. Deve venire sua cugina".
"Perciò una vuole votare e fate così?".
"Lassa stari", fa l'altra. Poi nuovamente all'impiegata: "Vabbè, però c'è mio marito che vuole votare e non ha la scheda. Deve fare il duplicato. La posso ritirare io?".
Prima che l'impiegata risponda, mi accorgo che le due donne hanno un mucchietto di carte d'identità tra le mani.
"No signora. Vale la stessa cosa che per sua cugina".
"S'ave a votare. Accussì ci danno il lavoro", fa una delle due.
Le gomme da masticare hanno già delineato la geometria dentaria delle tre figure. Poi raggiungono l'ugola indietro e tornano avanti sulla punta della lingua.
"Signore, per voi il documento si può fare. Dove abitate?".
"A Ballarò", (noto quartiere disagiato della città).
La madre della bambina scopre un altro mucchio di carte d'identità. A quel punto la mia sorpresa si trasforma in qualcos'altro. 
In Italia c'è un astensionismo pazzesco. Questa tipologia di persone a malapena s'interessa di sapere chi è il sindaco della propria città, figuriamoci se ha tutta questa premura e ansia di votare.
"Noi dobbiamo votare tutti, mi raccumannu. Mi capiu? Noialtri votiamo tutti Forza Italia. Perciò ni servono i schede".
Tutto si chiarisce in un attimo. Almeno a me. Non so a voi.

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25 marzo 2014 2 25 /03 /marzo /2014 08:03

waitroseC'era una volta...

Cosa? - direte voi!

Ma, sì! Ecco, c'era una volta una bimba che si chiamava Rose.

I suoi genitori erano deisderavano - come tutti - che lei crescesse sana e robusta e non avrebbero mai voluto che potesse farsi male con qualche gesto avventato...

Erano delle persone prudenti e caute.

Il loro motto era: "Non fare mai subito una cosa che ti salta in mente. Aspetta (wait)!

E così tutto il loro sforzo educativo fu dedicato ad inculcare questo  principio basilare nella piccola Rose.

Erano questi i dialoghi che si svolgevano tra i due genitori e la loro bimba, che secondo le attese cresceva sana e robusta.

R.: Mami, I wish an icecream! 

Mummy: Wait Rose! Wait!

R.: Papi, I need to go to the loo!

Papi: Wait Rose! Wait! Think and stay! I regali di natale rimanevano ben incartati sino al Natale successivo, perchè i genitori le dicevano, quando lei entusiastia dei doni ricevuti da Santa Klaus avrebbe subito voluto aprirli, "Wait, Rose, wait! Ci sarà il un momento migliore per farlo!".

Sicché alla fine non ci fu più bisogno di preparare nuovi regali, c'erano sempre quelli dell'anno precedente già pronti e che sarebbero poi stati tramandati all'anno successivo.In questo campo, bastava l'idea dei regali dei Natali che erano divenuti una pura astrazione: e che in qualche misura erano dei doni totipotenti: nella fantasia di Rose che nel frattempo cresceva potevano essere qualsiasi cosa lei volesse. 

Insomma, i due genitori cercavano di inculcare nella piccola Rose il principio che qualsiasi azione dovesse essere ponderata, che prima di decidere di agire ci dovesse essere un lungo processo di riflessione lenta e attenta ed anche che l aspontanietà dell'azione potesse essere pericolosa e foriera di grandi malanni.

La piccola Rose che tutti cominciarono a chiamare Wait-Rose, cosa che lei accettava di buon grado perchè lei stessa aveva imparato ad associare indissolubilmente al suo nome l'ingiunzione "Wait", crebbe sino a diventare una giovane donna adulta, ma del tutto inconcludente. Era anche magra come uno stecco, perchè di rado iniziava a mangiare quando un pasto era pronto: anche in quest'ambito aveva imparato ad aspettare, la piccola Rose.

 

Non si può dire che fosse felice: infatti, non riusciva a decidere niente, non poteva essere quasi mai volitiva.

Ma - a suo modo - nello stesso tempo lo era, perchè si uniformava alle ingiunzioni dei suoi genitori che si erano saldamente insediate nella sua mente. 

Ogni volta che avrebbe potuto fare qualcosa, risuonava dentro di lei l'ingiunzione che i genitori con infinita pazienza e determinazione tante volte le avevano propinato: Wait, Rose! Wait! 

Un bel giorno si trovò davanti alla possibilità di dar vita ad un bel supermercato: dopo tanta inconcludenza e dopo tante attese, l'impresa si presentava come un affare promettente che avrebbe potuto dare una svolta alla sua breve vita infelice.

In un primo momento, pensò di rimandare qualsiasi decisione ai giorni successivi (Wait, Rose! Wait!).

Nella sua mente frullava sempre il dubbio: Sì, no, sì no! Lo faccio o non lo faccio, sì lo faccio, no, non lo faccio, attendo!

Del resto, la canzone che le piaceva di più, perchè rifletteva i suoi continui dilemmi era "Should I stay or should I go". 

Ma poi Rose ebbe un guizzo improvviso, un barlume si aprì nella sua mente e disse a se stessa: "Per questa volta non voglio aspettare. Farò di testa mia!"

E avviò la sua impresa.

Che nome le darò? - si chiese.

Non ci volle molto a trovare una risposta immediatamente: "Ma certo! E' evidente! Battezzerò il mio bel supermercato 'WaitRose! In fondo, è questo il modo con cui mi chiamavano i miei genitori e, se non avessi aspettato tutte quelle altre volte in passato, non sarei giunta oggi a questo importante punto di svolta. Però da oggi, basta aspettare, adesso devo soltanto agire. Però il Wait rimarrà sempre nel nome della mia impresa commerciale..."

Wait-Rose... Waitrose...

E fu così che nacque Waitrose: proprio dall'infelicità di una piccola bimba di nome Rose, costretta sempre ad "aspettare"...
I suoi genitori avevano avuto ragione ad imporle sempre l'attesa: dopo tanto aspettare, Rosie è riuscita a realizzare una cosa rimarchevole e durevole nel tempo... 

 

 


Che posso dire? E' proprio una stupidata! Un discorso nato così appunto durante l'attesa del verde ad un semaforo con un grande Waitrose dove, a volte, facciamo la spesa poco distante, per ingannare il tempo e per ridacchiare un po': è un esempio, su come, a partire da un niente si può imbastire una storiella, tanto per divertirsi e suscettible - se raccontata a voce - di infiniti e divertenti sviluppi (perchè può entrare in scena un'essenziale recitazione e un tentativo di costruzione dei principali personaggi della storia. E, inoltre, le storie raccontate hanno un loro motore di sviluppo che è relazionale, dal momento che si costruiscono in uno spazio condiviso tra un narratore e un ascoltatore.
Insomma, come dice Natalie Godman, la scrittura può avere delle sue vie infinite vie per manifestarsi, anche quando uno scrive delle autentiche cagate.
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20 marzo 2014 4 20 /03 /marzo /2014 06:58

La famiglia dei ciccioniDi fronte a casa nostra in una palazzina ad un piano, con l'ingresso che si affaccia direttamente su Sutton Street abita una famiglia di ciccioni.
Frequentemente li osservo dalla mia finestra, nei loro andirivieni, sentendomi in ciò molto hitchkokchiano (ricordate "La Finestra sul Cortile"?).

Padre, madre e figli: tutti ciccioni.
Sorelle e fratelli: ciccioni.
Visitatori: ciccioni.
Non c'è nessuno che sia solo lontanamente smilzo.
Nessuna variazione sul tema: l'unica variazione è data soltanto dal "quanto" sono ciccioni.
Il simile chiama il simile, evidentemente.
Ma c'è anche una linea di trasmissione trans-generazionale (genetica, ma soprattutto culturale): del resto, il gigante Gargantua generò un altro gigante: Pantagruel. Ed erano entrambi possessori di un corpo immenso e mangioni come non mai.
Oppure, si creano abitudini condivise: mangiare tanto e, soprattutto mangiare junk food.
Posso soltanto immaginare che, dietro quella porta che si affaccia sulla strada, siano costantemente in corso pantagruelici e rabelaisiani banchetti.

La padrona di casa è un donnone gigantesco, come la gigantessa di Rabelais o come un personaggio di Botero: a voi la scelta. Io la potrei mettere - nella mia galleria di immagini - accanto alla "Signora Massa" (sulla quale spero di trovare presto un mio scritto "Storie di Massa", perso nei meandri del computer)1.
Ho scoperto che, quando è in casa, il donnone se ne sta tutto il giorno avovlta in una grande e grossolana vestagliona rossa di pyle, dall'aspetto molto matronale.
L'altro giorno un tipo faceva il porta a porta per lasciare attraverso la buca della lettere qualche mateiale pubblicitario.
Non appena ha sentito armeggiare dietro la sua porta, quel donnone spaventoso (che potrei tollerare vicino a me soltanto nei peggiore dei miei sogni) ha aperto la porta ed è uscita a  razzo sul piano della strada, sempre paludata in quel suo vestaglione rosso, blaterando ed inveendo contro quel poveretto che, ignaro, si era nel frattempo allontanato, ignaro del pericolo che aveva corso: trovarsi a tu per tu con una gigantessa adirata.
Poi, dopo aver compiuto questa sua buona azione quotidiana, il donnone è rientrato in casa, sbattendo la porta con veemenza (almeno così ho immaginato io).
Il donone esce, ogni tanto, in compagnia di parenti ed amiche: tutte obese: in questi casi abbandona il vestaglione di pyle e ed abbigliata "in mise": se non fosse così cicciona, si potrebbe dire che riesce ad ottenere quasi un effetto vezzoso.
Quando salgono in macchina, l'auto sotto il loro peso sprofonda con un sussulto e la carrozzeria sembra dover toccare le ruote.
Quindi, faticosamente - e questa la mia impressione - l'auto si avvia e si allontana ansimando e scoppiettando: se fosse un personaggio di Disney, come nel film "Cars", sarebbe con la lingua di fuori e tutta sbilenca per via del peso.

 

 

 

 


Note


1. La signora Massa... quella è tutta un'altra storia... Era una che lavorava in ospedale come ausiliaria ... Ed era enorme... Ogni tanto si ritirava in un piccolo sgabuzzino che, non si sa come, aveva ottenuto per il suo personale e lì indugiava a lungo a fare dei bei spuntini. Si lamentava sempre del fatto che mangiava troppo, ma nello stesso sosteneva spesso di essere a dieta, ma le sue visite allo sgabuzzino dedicato agli spuntini erano molto frequenti...
Con una mia amica solevo scambiare dei messagini sulla signora Massa e la scommessa era di farli finire tutti in rima con "massa", cosa non del tutto facile perchè il repertorio di possibilità lessicali era - è - alquanto limitato.
In quel fitto scambi di messaggi ci siamo divertiti un mondo. Ero sempre che cominciavo, scrivendo: "E' passata la signora Massa..." e di seguito la rima: per esempio, "...suonando una grancassa"...
Tutto questo finì con il diventare un'interminabile storia a puntate, quasi una saga... di cui, in qualche modo, la diretta interessata venne a sapere, sicché un bel giorno mi interpellò: "Mi hanno detto che Lei ha scritto una storia su di me: ma di cosa si tratta?", ma io le inventai una penosa bugia a cui lei credette (Le dissi che le avevano detto una bugia per farle uno scherzetto...).

La storia la intitolava "Storie di Massa"... Purtroppo, il file è al momento irreperibile...

Ma, in realtà, la storia di cui la signora Massa mi chiedeva era un'altra...
Si trattava di una riscrittura di una notizia di cronaca sulla recrudescenza delle azioni di neo-pirati nei Mari dell'Estremo Oriente. 
Io riscrissi la storia, immaginando che la signora Massa era a capo di una ciurma di pirateschi ribaldi che assalivano le navi che trasportavano melassa e ci ricamai sopra.
Siccome, il tutto era molto divertente - per non dire esilarante - con la signora Massa che voluttuosamente, alla fine, si tuffava nella melassa - come zio Paperone nei dollari - alcuni si fecero scappare qualche indiscrezione...
E poi c'era un altro divertente scritto - in parte immaginario - in cui si raccontava della magnifica prestazione canora della Signora Massa al Festival annuale dei cantanti obesi (che si tiene annualmente, ma questo è vero)...

 

 

 

La famiglia dei ciccioni


La famiglia dei ciccioni

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17 gennaio 2014 5 17 /01 /gennaio /2014 09:22

Io sono Rusty the Monkey e sono tutto marroncino!Io sono Rusty, Babacino, e sono tutto marroncino!
 

 

 

Sono Rusty the Monkey.
Vengo dall'Africa, dal posto più sperduto che tu possa immaginare.
Vedi! Ho una gran pancia.
Lo sai perchè?
E' perchè la mia mamma mi ha abbandonato quando ero piccolo piccolo.
Ho dimenticato il sapore del suo buon latte, troppo presto.
E siccome avevo tanta, taaaaanta fame, ho cominciato a mangiare banane e ho mangiato solo quelle per sei mesi di seguito.
Sarai mio amico, piccolo Babacino?
Sento tanto la mancanza della mia mamma.
Dopo un lungo viaggio sono arrivato qui, ma non c'era nessuno: solo le pecorelle che vivono nel sottotett. Loro mi hanno parlato di te, dicendomi delle meraviglie sul tuo conto.

Mi hanno detto di essere paziente e di aspettare, di avere fede perchè tu alla fine saresti arrivato.

 

 

Io sono Rusty the Monkey!
Ti prego non buttarmi via e non farmi cadere a testa ingiù.
Sii mio amico e trattami bene.
Por favor! Please!
Ho bisogno di tanti hugs (part 1) e  di tanti kisses (part 2). Hugs&Kisses!
Part one and Part Two!

Io sarò sempre tuo amico.

Ciao! Io sono Rusty the Monkey...

Vengo dall'Africa e ho portato tante buoooone banane per te...

Ma io di banane non ne voglio mangiare più.

Ne ho mangiate troppe: pensa un po' per sei mesi di seguito solo banane, da quando la mia mamma mi ha lasciato.

Mangerò, invece, il tuo buon pollo yummi e, forse, anche un po' di yougurth ... gnam gnam.

 

 

Io sono Rusty the Monkey!

Se vuoi mi puoi tenere per la coda e lasciarmi penzolare a testa in giù, ma - non dimenticarlo1 - ogni tanto voglio essere abbracciato ed essere tenuto stretto stretto.

Io sono Rusty the Monkey!

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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