Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
12 maggio 2021 3 12 /05 /maggio /2021 07:19
Donna danzante Botero

La signora Massa passa e ripassa
E cosa fa la signora Massa, perchè passa e ripassa?
E' come un pendolo: instancabilmente, passa e ripassa, la signora Massa, davanti alla mia porta
In effetti, stavo accennando alla mia amica qui proprio della signora Massa. Ha trovato che sia mitica. Ha colpito molto la sua fantasia… E dunque la signaroa Massasta sta diventando famosa in tutta la Padania.
Dovresti dirglielo, allora, che sta diventando famosissima in ogni dove, proprio perchè , perchè passa e ripassa come una rolling Massa: rolling Massa gathers no moss.
Ne sarebbe certamente mmmmolto lusingata…

(...)

È passata di nuovo, la signora Massa. Soffre della sindrome delle gambe senza riposo…
Ma con tutti i passi che fa, con tutto quel passare e ripassare dovrebbe essere magrissima!
Ma noooo! Ogni volta che passa va a farsi uno spuntinello. E' il suo segreto: non lo sa nessuno!
Ah! Allora si capisce ilperchè delle sue ragguardevoli dimensioni!

(…)

È passata di nuovo, la signora Massa. E' un tormentovederlapassare di continuo.
Ma con tutti questi spuntini che fa non ti offre mai nulla?
Nulla, niente di niente. Vuole avere tutto per sé…
Ma non è giusto…
Bisogna capirla: va nel suo stanzino e ci si chiude a chiave. Poi apre il suo stipetto personale, che immagino pieno zeppo di cibarie e di leccornie e se ne nutre, sempre con la porta rigorosamente chiusa. Poi, quando ha finito, esce e, caracollando, ritorna alla sua postazione, avendo conquistato alcune centinaia di grammi di biomassa, la signora Massa.

 

 

 

Condividi post
Repost0
9 maggio 2021 7 09 /05 /maggio /2021 07:59
Botero

Un tempo conobbi una certa signora Massa. Lascio a voi immaginare se questo cognome sia fittizio o reale.
Noi la chiameremo "Signora Massa", proprio per quella starordinaria intimità  tra nome che la designa e apparenza della persona: un altro cognome non potrebbe essere più appropriato.

"Chiamatemi Massa" - disse la signora Massa - "e vi condurrò in un appassionante viaggio nei meandri della mia pacchionaggine".
La signora Massa la incontrai la prima volta in ospedale dove era impiegata come ausiliaria (come si diceva allora), ai tempi delle mie prime esperienze lavorative e, successivamente, ebbi modo di rivederla in un'altra struttura dell'Azienda sanitaria dove, nel frattempo, sul finire della mia carriera lavorativa ero stato trasferito.
Lei era ormai prossima alla pensione. E, in virtù delle precarie condizioni di salute, era stata assegnata ad una funzione lavorativa "riposante" e di scarso impegno quotidiano (ci fosse o non ci fosse, in sostanza, non cambiava nulla).

E si era fatta enorme: solo il viso era stranamente poco appensantito e conservava la stessa leggiadria popolana di un tempo.
Era davvero diventata una "mole" di donna, una specie di balena, fornita di gambe. In fondo, se si pensa alle dimensioni della balena bianca di Melville, il "Chiamatemi Massa" assume un suo senso preciso.

Ripeto che, essendo malatticia (anche se la sua mole dava l'impressione di floridezza e di salute straripante) era stata assegnata a compiti non gravosi (rispetto alla sua esigenza di dover combattere quotidianamente con la forza di gravità), insomma, era esentata dal dovere lottare contro le leggi sulla caduta dei gravi.

Quindi, il suo compito principale, se non unico, era quello di starsene chiusa dentro un gabbiotto a vetri con una struttura di alluminio anodizzato, situato all'ingresso della struttura operativa.
Teneva d'occhio l'ingresso e l'afflusso di visitatori e utenti. Ma il più delle volte si distraeva a sferruzzare, lanciando soltanto di tanto in tanto delle occhiate rapide con quei suoi occhietti vispi.

Dirò anche che non se ne stava sempre e volentieri dentro a quel gabbiotto, dal cui si vedeva sporgere soltanto la sua testa. Ogni tanto ne emergeva e con un'incerta andatura pachidermica si allontanava e spariva per un po' di tempo.

Soltanto molto tempo dopo scoprii che la signora Massa si ritirava in un piccolo sgabuzzino al termine di un lungo corridoio e ci si chiudeva dentro, per un po' di tempo: lo sgabuzzino non si sa perchè e come, lo aveva ottenuto per il suo personale uso.
Io immaginavo che si chiudesse lì dentro per compiere il rito di ripetuti e frequenti spuntini necessari ad alimentare il suo corpaccione e la sua golosità. E così era, in effetti.
La signora Massa, non appena trovava qualcuno disposto ad ascoltarla, prendeva sempre a lamentarsi del fatto che mangiava troppo, ma - nello stesso tempo - sosteneva spesso di essere a dieta. Un altro argomento da lei favorito erano i suoi molteplici malanni. Il terzo, invece, riguardava le congetture su quando le sarebbe stato possibile andare in pensione. E nell'attesa infiorava spuntini su spuntini, per ingannare il tempo, ma anche per golosità.
Ma com'era possibile che fosse a dieta, visto che le dimensioni del suo corpo sembravano aumentare di giorno in giorno a vista d'occhio?
E, naturalmente, le assenze dalla sua postazione aumentavano sempre più nella loro frequenza: si poteva immaginare che merende e spuntini, di conseguenza, si facessero del pari sempre più ricorrenti. Ma tra tutti gli altri miei colleghi ero io quello che aveva scoperto il bandolo della matassa ed ero io a tenerla d'occhio.
Infatti, il bello era che per raggiungere quel famoso stanzino la Signora Massa doveva passare davanti alla porta della stanza che, a quel tempo, io occupavo: e, quindi, presi a tenere la porta aperta, in modo tale da poterla tenere d'occhio e monitorare così i suoi passaggi.
Con una mia amica di quel tempo, cominciammo a scambiarci sms proprio a partire proprio dalla sua "biomassa". C'erano risate e commenti che rimbalzavano attraverso l'etere. 

Ad un certo punto, partì tra noi la scommessa di riuscire a commentare sulla signora Massa sempre in rima, utilizzando in altri termini parole che rimassero con il "Massa".
Ben ardua impresa, perchè il repertorio di possibilità lessicali era - è - alquanto limitato.
In quel fitto scambio di messaggi ci siamo divertiti un mondo. Ero sempre io che cominciavo per primo, scrivendo: "E' passata la signora Massa..." e di seguito la rima: per esempio, "...suonando una grancassa"...
Tutto questo finì con il diventare un'interminabile storia a puntate, quasi una saga-tormentone. di cui, in qualche modo, la diretta interessata venne a sapere, poichè ogni tanto mi capitava di parlare con qualcuno dei miei colleghi di questa "storia di Massa" che si stava formando a partire dai primi stringati messaggi. Sicché un bel giorno mi interpellò, la signora Massa in persona: "Mi hanno detto che Lei ha scritto una storia su di me: ma di cosa si tratta?".
Io le inventai lì per lì una penosa bugia (o meglio una falsa verità) a cui lei credette.
Le dissi che quegli altri le avevano detto una bugia per farle uno scherzetto (dolcetto scherzetto? Dolcetto, dolcetto!).

Fin dall'inizio cominciai a trascrivere quei messaggi e vidi che le cose si facevano sempre più complicate, poichè - se l'avvio erano state delle semplici rime - a poco a poco cominciavano a venire fuori delle puntate giornaliere in cui, se il cimento della rima rimaneva sempre, conquistavano sempre più spazio delle vere e proprie narrazioni.
L'insieme di quelle narrazioni ricevette il titolo di "Storie di Massa".

Per un po' di tempo persi il file originario che - fortunosamente - in tempi più recenti sono riuscito a ritrovare.

Facevano da pendant al corpo delle narrazioni prinicipali, altre sottostorie, tra le quali la descrizione parodica di un concorso canoro per ciccioni (a cui immaginavo avesse partecipato anche la signora Massa- ed era questo l'elemento fiction) ed un'altra in cui la signora Massa faceva parte di una ciurma di pirati che assaltava un cargo carico di barili di melassa.
Ed era questa in particolare la storia di cui la signora Massa mi chiedeva notizia.
Si trattava appunto della riscrittura di una notizia di cronaca sulla recrudescenza delle azioni di neo-pirati nei Mari dell'Estremo Oriente. 
Io la riscrissi, immaginando che la signora Massa fosse a capo di una ciurma di  ribaldi che assaltavano le navi che trasportavano melassa e ci ricamai sopra.
Siccome, il tutto era molto divertente - per non dire esilarante - con la signora Massa che voluttuosamente, alla fine, si tuffava nella melassa, come zio Paperone nei dollari - alcuni si fecero scappare qualche indiscrezione.

No, no! Qui in chiusura, di questa mia introduzione vorrei però dirvi che la signora Massa fu interamente un parto della parto della mia fantasia, che - forse, sì - ebbe uno spunto dalla realtà, poichè il palazzo dove avevano sede gli uffici dell'Azienda sanitaria, c'era - al tempo - anche la sede dell'Assessorato comunale alla Casa e quindi, quotidianamente arrivava una processione di cittadini tra i quali si ritrovavano anche personaggi memorabili, di uno dei quali anche scrissi un breve testo "Chi capiddi chi aio!".
E forse, come occasionale compagno di viaggio in ascensore, dovetti avere imbattermi in qualche pacchionissima che forse, in quel momento, mi ritrovai a battezzare come "la Signora Massa". E, a quel punto, i giochi erano fatti.

A partire dall'incontro fortuito con la signora Massa parti tutta la sequenza di storie e storielle.

Ed ecco di seguito per voi le "storie di Massa". Tengo a precisare che questi racconti sono molto politicamente scorretti nei confronti degli obesi, dei pacchioni e dei cicciottoni. Ma penso che questo sarà considerato un peccato veniale, visto che non vi è alcxun aggancio concreto con una realtà vissuta e sperimentata. Tutto quanto è frutto della mia fantasia.

 

Condividi post
Repost0
3 aprile 2021 6 03 /04 /aprile /2021 11:21
Un rudere dalle parti di Altavilla (foto di Maurizio)

Sono ad un grande raduno podistico, ma entro nel sogno solo nel momento in cui tutti i convenuti hanno completato le loro attività e stanno risalendo in auto per andare via.
Io stesso salgo in auto, accendo il motore e comincio a fare manovra nell'ampio piazzale adibito a parcheggio.
Un'auto con a bordo podisti bertuccianti ed eccitati per l'ennesima impresa podistica appena compiuta (li conosco, a quanto pare), mi taglia la strada e quando le traiettorie delle auto collidono si sente un rumore di lamiere distorte e di ferraglie.
Scontro! E' la mia macchina - a quanto sembra - la più danneggiata. Halleluiah!
Scendo per controllare: verifica con sorpresa che il muso della mia auto è cambiato, non c'è più traccia del vano motore e invece appare piatto come la parte frontale di auto da Formula Uno, basso e slanciato.
Sono interdetto e basito. Comunque, mi avvicino all'altra auto per discutere con gli investitori, quanto meno, e per accordarmi sul pagamento di eventuali danni, anche al di fuori delle garanzie assicurative per evitare il famoso malus che ci perseguita nella vita reale.
Loro mi guardano insolenti; il guidatore mi dice che, sì, mi darà qualcosa (sembra quasi che parli dell'elargizione di un'elemosina), ma poi sgommando se ne va, lasciando soltanto dietro di sè un sentore di gomma bruciata.
Ed io rimango con un pugno di mosche in mano, chiedendomi se e quando verrò rimborsato.
Intanto, cosa dovrò fare di questa mia auto parzialmente trasformata in auto da corsa?
Arriva uno che mi dice: "Dai! Non prendertela. Divertiti La vita è bella!".

" - replico io - il famoso bicchiere mezzo pieno!"

Dissolvenza

Mi ritrovo a casa, quella di via Lombardia.
E' tutta in dissesto, inspiegabile: come sei io stessi tornando dopo una lunga assenza.
Ci sono i miei due cani attuali, uno nero e uno bianco, ma c'è anche un gattino nero. Un nuovo ospite!
Le amabili bestie mi corrono incontro festosi.
A quanto pare sono stati lasciati liberi di scorrazzare per la casa, cosa che abitualmente non accade.
Il gattino, giovane ed intraprendente, si arrampica dovunque, facendo cadere alcune delle suppellettili che ancora si erano salvate dallo sfacelo generale.
La casa, in pratica, è stata trasformata in cantiere. ed in giro ci sono degli operai, alcuni dei quali stanno cercando di smontare una grande veranda, ma con grande imperizia: guardo con apprensione le loro maldestre manovre e penso che tutto quanto, da un momento all'altro, tutto potrebbe precipitare da basso.
Nella confusione generale mi accingo a dar da mangiare alle creature.
Predispongo della pasta e vado alla ricerca del tritato o della carne in scatola per cani.
Mentre rovisto nella dispensa uno degli operai aggiunge alle ciotole già mezze pronte un uovo crudo.
Mi arrabbio molto per questa interferenza e gli dico di smetterla.
Vabbè penso, darò il pastone con le uova crude ai due cani (sperando che l'avidina non gli impedisca di assimilare correttamente il cibo), mentre per il gattino che è più debole di stomaco, forse dovrò predisporre del latte.

Dissolvenza

 

Condividi post
Repost0
16 dicembre 2019 1 16 /12 /dicembre /2019 06:57

Sento di aver l'assoluto bisogno di un limone.
Sono per strada, a torso nudo e con un paio di pantaloni sbuffanti, bianchi, con il cavallo basso, come si usa in oriente (mi manca il termine specifico per nominarli correttamente).

Sono anche a piedi scalzi, come se fossi un cultore dellamarcia a piedi scalzi oppure un penitente.
Non so dove mi trovo, né dove vado.
Vado avanti, cammino e cammino, e sento crescere dentro di me il desiderio di un buon limone succoso,  quando - ad un tratto - vedo un grande cancello che si apre su di un giardino lussureggiante, pieno all'inverosimile di alberi da frutto.

Il cancello è spalancato: quasi un invito ad addentrarsi all'interno: cosa che faccio immediatamente, senza esitazione alcuna.
E cosa vedono i miei occhi? Ma proprio un albero di limone, da cui rami pende un unico frutto voluminoso con la scorza verde-gialla. Sembra perfetto, anche se si presenta parzialmente scorciato, come se qualcuno avesse sentito la necessità di scorzette della buccia per farsi un Martini, oppure - che so - un’acqua canarino, con la famosa ricetta della nonna per curare il mal di pancia e l’acidità di stomaco, tanto per dire.
E’ proprio quello di cui ho bisogno: grosso e succoso.
Non c’è nessuno in vista e dalla grande casa, immersa nella verzura, non si scorgono segni di vita.
Mi avvicino alla pianta e colgo il frutto, con decisione: sto per andarmene, ma scorgo un’ombra dietro il vetro di una delle grandi vetrate panoramiche.
Capisco di essere stato scoperto e, anziché darmela a gambe levate, mi prostro per terra con la faccia nella polvere e le braccia protese davanti a me con il limone stretto tra le dita come in offerta.
Una postura penitenziale, è la mia, quasi fosse al cospetto di un terribile Dio punitore.
Recito come un mantra che ero lì di passaggio, che non sono un ladro e che avevo sentito l’improvvisa necessità di dissetarmi con quel limone.
Penso che il dichiarare con molta semplicità ciò che avevo fatto potrà valermi il perdono e persino il dono del limone.
Si avvicina un bambino e si ferma davanti alle mie mani distese in avanti, quasi sfiorandole con la punta dei suoi piedi pure nudi. Di lui, del bambino, posso vedere solo i piedi: non oso guardare in alto.
Mi osserva a lungo, poi si china, afferra il limone e torna nella casa.
Io rimango disteso nella polvere per qualche istante.
Poi mi rimetto in piedi con grande fatica, perché mi sento tutto rattrappito e me ne vado a passi stanchi, ripensando a quel limone che non avevo potuto gustare.
L'ho potuto contemplare, soppesare nella mano e sentirne l'aroma.
E poi mi è stato giustamente sottratto poichè era un frutto rubato, non meritato.

Ho solo potuto sperimentare una versione inedita ed istantanea del supplizio di Tantalo.
E sono di nuovo sulla strada, con la nostalgia di quel frutto appena colto che non ho potuto gustare.


Palermo, 4 dicembre 2019

Condividi post
Repost0
13 novembre 2019 3 13 /11 /novembre /2019 11:16
Foto di Maurizio Crispi

Torno a casa dopo una lunga assenza.
L’appartamento è vuoto.
Mio fratello non è casa
Ci sono dei cambiamenti strutturali
Una delle stanze si apre su di un enorme terrazza, delle dimensioni - a dir poco - di un campo di calcio, dotata anche di piante arboree di alto fusto che lungo il lato più lontano formano quasi una densa parete di verzura.
Nella terrazza sono parcheggiate delle automobili.
Sono alquanto meravigliato: del fatto che le autovetture siano arrivate sin qui, parecchi piani più in alto rispetto al livello stradale. Eppure non ricordavo che ci fosse mai stata in questo stabile una rampa percorribile dalle autovetture.
Penso che mio fratello, durante la mia assenza, abbia fatto in modo di poter arrivare sin dentro casa con la sua autovettura, per ridurre al minimo i disagi dovuti alla sua disabilità.
Ma quella che dovrebbe essere l’auto di mio fratello non è la sua macchina. C’è qualcosa di sbagliato nella sua tipologia e nel suo stato.
E’ piuttosto una berlina scassatissima e sbilenca (marca sconosciuta, ma delle dimensioni di una volvo station wagon antico stile), come se avesse subito numerosi incidenti, oltre ad essere evidentemente reduce di una pessima manutenzione e logorata da anni di incuria.
Penso che il badante di mio fratello possa aver trascurato il suo lavoro durante la mia assenza.
Ma anche le altre automobili presenti - di dimensioni più modeste e anch’esse, per me, di marca sconosciuta  - sembrano essere in uno stato di totale abbandono.

Bici abbandonata (Foto di Maurizio Crispi)

Entro in auto e verifico che le chiavi sono inserite nel cruscotto.
Metto in moto per verificare che la batteria non sia scarica. Grazie a dio il motore si accende anche se solo al secondo tentativo: innesto la marcia e provo a fare dei piccoli spostamenti avanti ed indietro per verificare che tutto sia a posto. L’auto va anche se si sentono degli strani rumori di sferragliamento.
C’è anche uno scooter, pure in stato di abbandono, poggiato sul cavalletto laterale. Provo a spostarlo per far posto alla macchina, ma il supporto si rompe e lo scooter cade di fianco, con un clangore metallico.
In casa non c’è nessuno.
Osservo i libri disposti in file ordinate, in doppie o triplici file. Trasbordanti dovunque. Alcuni a mucchi disordinati sul pavimento, sul davanzale delle finestre, su tutti i mobili.
Alcuni non li riconosco, altri sì. Mi sono familiari.
Li prendo in mano e ne sfoglio alcuni. Li soppeso tra le mani, sento tra i polpastrelli la consistenza della carta, alcuni li apro e ci infilo il naso dentro per aspirarne l’odore.
Sono da solo, ma i libri mi fanno sentire a casa.
Penso che non arriverà più nessuno.
Cosa farò in questa desolazione?
Mi devo adattare a questa vita tra i relitti di quello che sembra un naufragio avvenuto tanto tempo prima.
Alla deriva sulla zattera della Medusa.

Condividi post
Repost0
11 novembre 2019 1 11 /11 /novembre /2019 06:01

Questa notte ho fatto un sogno in cui compariva mio figlio Francesco.
Ero in campagna a fare, come al solito, dei lavoretti.
Avevo impastato il cemento ed mi ero inerpicato lungo un pendio scosceso con una caldarella piena di impasto.
Ho fatto ciò che dovevo fare e sono ritornato per riempire di nuovo la caldarella.
E dove avevo lasciato l’impasto c’era Francesco che si era messo a lavorare anche lui con quel cemento: un attimo prima ero da solo ed ecco che adesso c’era mio figlio.
O almeno ci aveva tentato, seppure con grande zelo.
Infatti, l’impasto era praticamente finito: lui aveva fatto un lavoro a largo raggio, mettendo il cemento dovunque, ma non in maniera sostanziale ed efficace per legare veramente in modo permanente le pietre.
Francesco mi guardava e mi sorrideva.
Non era il Francesco adulto di oggi, ma il Francesco bambino, quando aveva cinque o sei anni.
Da un lato ero contento che, così, senza preavviso, fosse venuto e mi avesse aiutato, ma dall’altro irritato perché quell’impasto di cemento era stato praticamente sprecato.
Ma non diedi a vedere la mia irritazione. Sarebbe stato un peccato sciupare con il mio stupido perfezionismo un momento che era di per sé molto bello.
E quindi sorridevo a mia volt, ricambiando il suo sguardo di contentezza.
Dopo, raccattavo quel poco cemento ancora morbido che era rimasto e cercavo di perfzionare il lavoro che avevo sviluppato Francesco, ma con scarso successo, perchè come è noto è fatica sprecata costruire su di un muro che è nato storto.
Poi il sogno si protraeva con molti altri eventi che si sono persi nell’oblio (9 novembre 2019)

Una volta, in effetti, Francesco è venuto in campagna con me e mi ha aiutato a preparare il cemento. Gli avevo parlato di questi lavoretti che facevo ed era stato molto interessato. Dopo aver preparato l'impasto, gli ho assegnato un lavoro relativamente semplice per impararare a maneggiare la cazzuola e farsi l’occhio.
Fui davvero contento quella volta. Tanti anni prima, quando aveva da poco finito il Liceo, Francesco venne in campagna con il suo amico e, ambedue, mi hanno aiutato a trasportare delle pietre "manische" da un punto ad un altro, più vicino alla casa, dove stavo innalzando un muretto a secco. Quel lavoro non ebbe durata lunga, perchè dopo appena mezzora entrambi si stancarono e si ritirarono in casa a riposare.
Peccato che questa esperienza del cemento non si sia ripetuta più.
In tempi recenti, siamo andati con Gabriel ad Altavilla e, per passare il tempo, anche con lui ho preparato il cemento: poi l’abbiamo utilizzato per fare un lavoretto molto semplice in cui non occorreva eccessiva perizia per disporre il cemento. Gabriel di quel lavoro fatto assieme è stato davvero molto contento.

Condividi post
Repost0
13 settembre 2019 5 13 /09 /settembre /2019 10:20
Il venditore ambulante di generi di ortofrutta (Giuseppe)

Nel 2013, scrissi di "quel venditore di strada vicino casa".
Ebbene, Giuseppe (questo è il suo nome), ormai quasi trentenne, è ancora lì a vendere frutta di stagione, talvolta sacchi di patate o altri ortaggi. Ogni volta solo pochi articoli che cambiano di giorno in giorno, a seconda della fornitura che riceve.

Ebbene, lui è sempre là.

Sin dalla mattina presto e talvolta sino ad un'ora inoltrata della notte.

Il mandato che riceve da coloro a cui deve rendere conto è quello di non poter andare via se prima non ha smaltito tutta la mercanzia. E ciò a prescindere da qualsiasi condizione atmosferica. E poi, a notte tarda se ne va a casa a piedi a oltre mezzora di cammino.

A notte inoltrata, talvolta lo vedo che sonnecchia su di una sedia di plastica sbilenca, quando proprio non ce la fa più. incappucciato nella sua felpa se si fanno sentire il gelo e l'umido della sera.

Qualche volta gli offro un caffè e un cornetto.

Una volta, di pomeriggio, mi ha chiesto di comprargli delle merendine al supermercato, dicendomi che poi me le avrebbe pagate. Ma io ho voluto offrirgliele.

Qualche volta compro da lui della frutta, ma poi me ne pento sempre perchè pur di liberarsi della merce, mi offre un'intera cassetta a prezzi stracciati e i frutti marciscono prima che faccia a tempo a consumarli. Per non parlare del fatto che stando in mezzo alla strada o le prendi di mattina presto oppure te le ritrovi poi completamente ricoperte della polvere della strada
Qualche volta, mentre è impegnato a vendere ad un braccio dell'incrocio e la frutta, messa in mostra all'altro, rimane incustodita e gliela rubano: approfittando della sua assenza qualche automobilista agguanta qualcuna delle cassette.

Giuseppe il venditore di frutta

Qualche volta, al passaggio, tento una conversazione su argomenti diversi: parliamo del tempo che fa, della partita di calcio che ha visto, ma inesorabilmente lo scambio verbale sfocia in una richiesta da parte sua di comprare qualcosa e questo anche a sera inoltrata: il suo problema è che deve sbarazzarsi di tutta la merce che gli è stata assegnata prima di poter tornare a casa.

All'inizio di dicembre del 2017 mi ha detto che di questa vita non ne poteva più e che si era stancato.

Io gli ho detto: "Bravo! Qualche volta bisogna avere la forza di cambiare..."

Ha aggiunto: "Io me ne voglio andare. Una mia sorella sta a Bologna e per la prossima settimana mi ha preso un appuntamento per un posto di lavoro".

Ebbene, malgrado questa dichiarazione d'intenti, Giuseppe è ancora là a vendere.
O il suo sogno di libertà non c'è mai stato e ha detto solo per dire di questa sua possibile emancipazione.
Oppure quelli per cui vende non hanno voluto che se ne andasse.

Mi intristisce vederlo lì ogni giorno della sua vita, bloccato in un'eterna ricorsività ad un incrocio di vie, specie dopo quella breve conversazione.

Giuseppe è ancora là a vendere, con il bello e il cattivo tempo, con il freddo dell'inverno e nella canicola dell'estate dalle prime ore del mattino sino a notte tarda. Sembra inamovibile: come se facesse parte integrante di quell'incrocio.

Se questa non è una forma di schiavitù, ditemelo voi.

Di seguito, ripropongo cià che scrissi di lui nel 2013

 

E Giuseppe è ancora lì a vendere frutta e ortaggi
Condividi post
Repost0
21 dicembre 2018 5 21 /12 /dicembre /2018 07:23

F. - Adesso quasi quasi vado a farmi uno shampoo
M. - A dire il vero, io i capelli non mi le lavo mai...
F. - Aiutoooo...
M. - Ma no! Cosa hai capito? Non sono uno sporcaccione!
F. - Ma veramente...! Lo shampoo bisogna pur farselo ogni tanto...
M. - Ma mi hai mai visto?
F. - [borbottio indistinto]
M. - Devi sapere che la mia testa è liscia come una palla da bigliardo... Mi rado ogni giorno...
F. - E dunque?
M. - Dunque c'è che se mi facessi lo shampoo ogni giorno o anche a giorni alterni sarebbe uno spreco inutile e darei un intollerabile contributo all'inquinamento dell'ambiente... Voglio essere ecofriendly, io!
F. - Non ci posso credere...
M. - Ma siccome tengo molto alla mis igiene personale, ogni tanto mi faccio una bella lavata di capo...
F. - Una lavata di capo? Ma cosa dici? Pensavo che a te le lavate di capo non le facesse nessuno!
M. - Ma cos'hai capito? Non intendevo in quel senso lì, piuttosto parlavo di una lavata del capo in senso letterale: con tanto di saponetta profumata...
F. - Ah, allora così andiamo un po' meglio! Potrei anche trovarmi a distanza ravvicinata da te, senza dover arricciare il naso...
M. - Ti dirò di più, ogni tanto utilizzo, sì, uno speciale shampoo in una formula messa a punto di recente...
F. - Noooo! E cos'é?
M. - E' uno shampoo che penetra a fondo dentro i follicoli pilifieri (quelli residui, almeno) e li pulisce a fondo, asportando anche le secrezioni sebacee: quindi, la mia testa è liscia, pulita e brillante, sempre.
Ti dirò anche che, un, tempo tenevo sulla nuca un ciuffo di capelli che facevo crescere per poterci fare, quando fossero cresciuti abbastanza, una treccina, ma non sono riuscito mai nel mio intento: non si allungavano mai per più di pochi centimetri. E per rappresentavano la "memoria del capello"... Tutti mi riconoscevano per via di questo sparuto codino, anche se non tutti conoscevano il mio nome... Insomma, era come un marchio di fabbrica...
F. - Bene, bene! E allora ti auguro una buona lavata di capo... A presto, caro!

Me stesso

Maurizio Crispi (foto di Francesco Crispi)

Come Giano Bifronte, ma con la testa liscia come una palla da bigliardo (Foto  relativo effetto grafico di Francesco Crispi)

Condividi post
Repost0
18 dicembre 2018 2 18 /12 /dicembre /2018 07:43
Il volo di Icaro by Matisse

Un tempo lontano sognavo di volare
Era un sogno ricorrente.
Ma si trattava di un volo strano, senza strumenti idonei a volare, cioè, in sostanza, senza ali

Non era come il volo temerario di Icaro, insomma, o - adesso - quello di coloro che si buttano dall'alto delle montagne equipaggiati di parapendio.
Cominciava sempre con una corsa balzata, come in assenza di gravità
Poi, man mano che andava avanti, mi accorgevo che potevo librarmi in aria, ritardando sempre di più il momento della caduta al suolo. Nei momenti di sospensione sperimentavo una sensazione di leggerezza (ovviamente), ma soprattutto di grande gioia.
Insomma, era come una corsa con un tempo di volo infinito, rallentata anche, come quella che si può vedere nei film di fantascienza, quando gli astronauti bardati delle loro tute si impegnano in attività extraveicolari nel vuoto dello spazio profondo.
Le sensazioni erano bellissime.
Godevo intimamente di sperimentare una totale assenza di peso, una grandissima leggerezza, quando dentro di me avvertivo una sconfinata fiducia sul fatto che tutto ciò che desiderassi fosse possibile e a portata di mano.
E c'era anche, nei momenti di questo volo sospeso e prolungato, una sensazione di invincibile forza e di invulnerabilità.
Ma questi sogni di voli adesso non ritornano più a visitarmi e ne sento la mancanza.
Vorrei potermi staccare dalla mia ombra e poterla guardare rimanere incollata a terra, mentre io lievito leggero.
Vorrei poter volare di nuovo, come quando in quel passato lontano credevo che tutto fosse possibile e a portata di mano.

Foto di Maurizio Crispi

Foto di Maurizio Crispi

Condividi post
Repost0
2 dicembre 2018 7 02 /12 /dicembre /2018 10:53

Mi capita sovente di sognare di un appartamento segreto.
Un posto che sembra essere quasi un rifugio, al quale soltanto io ho l'accesso.
Si trova ubicato in un grande palazzo, nell'intercapedine tra due altri appartmenti: ed in comunicazione con entrambi attraverso porte a scomparsa, occultate ad arte, che soltanto io posso aprire.
E' un appartamento attrezzato del minimo necessario, ma sostanzialmente di aspetto monacale: benchè sia segreto ed invisibile è dotato di finestre che si aprono all'esterno e che ne consentono aereazione e una buona illuminazione con la luce del giorno.
Dall'appartamento si accede ad un'enorme terrazza che occupa l'intera superficie dell'edificio.
Di fatto, questa terrazza è un enorme giardino pensile dove crescono piante da fiori e anche alberi che nel corso del tempo sono diventati enormi e ramificati sino a formare una vasta foresta incolta.
Non ho mai avuto tempo di curarla nelle mie fugaci visite, poichè c'è sempre qualche evento imprevisto che mi distoglie dal curarmi del mio giardino.
Ogni tanto, nei miei sogni, mi aggiro nei meandri di qesta piccola foresta, sorprendendomi ogni volta nello scoprire che nuovi virgulti sono cresciuti, fino a formare un fitto sottobosco e che alberetti prima piccoli sono diventati enormi e fronzuti.
Ogni tanto mi affaccio alla ringhiera e vedo dei bambini che nei cortili sottostanti giocano e si rincorrono, ma nessuno di loro si accorge mai di me che li osservo dall'alto. E' come se da questo rifuggio segreto nessuno mi potesse vedere e, d'altra parte, è impossibile qualsiasi comunicazione a voce, in considerazione dell'altezza.
Qualche volta nei sogni, sono all'esterno dell'appartamento, e mi soffermo a trastullarmi con l'idea che posso entrarci qando voglio, passando in rassegna le diverse stanze che lo compongono: trattandosi di una cosa che sento solo ed esclusivamente mia non ha davvero importanza entrarci, perchè so che sono l'unico a possedere le chiavi di questo piccolo regno nascosto.
Altre volte, invece, mi aggiro al suo interno, ma sempre senza particolarmente soffermarmi in una stanza o nell'altra: ma i sogni non mi dicono mai cosa faccio quando sono al suo interno. In effetti, le stanze sono spoglie, come in attesa di essere occupate.
Le porte d'accesso sono nascoste e soltanto io ne conosco il segreto: mi sorprendo a volte che questo appartamento possa esistere ignorato da tutti.
A volte mi chiedo come ciò sia possibile: a volte, mi rispondo dicendo che l'appartamento si trova in un'intercapedine di cui nessuno conosce l'esistenza e in cui io, per qualche bizzarria della sorta, mi sono imbattuto. Altre volte, contagiato dalle mie letture di fantascienza, mi dico che si tratta piuttosto di una porta verso un altro mondo che, tuttavia, rimane in un rapporto di stretta contiguità con quello da cui provengo. Ma questo pensiero è di per sé inquietante, poichè a volte mi trovo a pensare che le porte d'accesso possano chiudersi definitivamente anche per me, proprio quando sono al suo interno. O anche - con un pensiero più ardito - penso che possa essere una camera per il teletrasporto di cui ignoro il meccanismo di funzionamento.
Sì, sembra essere decisamente una dimora da vivere in solitudine, quasi fosse la dimora di un eremita che ha fatto il voto del silenzio, ma quando sono lì dentro o sulla sua soglia, non mi sembra mai che mi manchi qualcosa di essenziale. E dire che, nel corso delle mie visite, non ho mai visto al suo interno, alcun libro, o cd. C'è sì uno spazzolino da denti nel bagno che presenta tracce d'uso.
L'altro giorno, per la prima volta, ho sognato che Gabriel era con me dentro quell'appartamento segreto. Un po' giocavamo assieme, un po' Gabriel faceva qualcosa per cui io lo rimproveravo. Malgrado questi piccoli screzi, avevo la netta sensazione che io e lui stavamo bene assieme, come quando ci ritroviamo a giocare assieme.
Quest'ultimo sogno, a differenza degli altri simili, era molto lungo: mi dava un una percezione soggettiva di interminabilità.
Mi svegliavo e ripiombavo nel sonno per sognare lo stesso scenario, oppure - mi sono poi detto - i risvegli non erano reali e facevano pure parte di quel sogno. Non saprei.
Ma, ad un certo punto, mi sono angosciato: ho pensato di essere intrappolato lì dentro una volta per tutte e di non poterne uscire più: come se il paradiso segreto stesse per trasformarsi in una prigione dalla quale non ci sarebbe più stata una fuga possibile.
Una sorta di concamerazione segreta della mia mente, nella quale sarei rimasto bloccato per sempre.
Un luogo, dal quale non potrei più essere recuperato, come se un dio che gioca con l'Universo potesse decretare: "Quelle porte che erano per aperte per te, ora saranno chiuse per sempre e tu non potrai mai fare ritorno".
E, a questo punto di quest'ultimo sogno, mi sono risvegliato in preda ad una profonda ed inesprimibile angoscia.


 

Condividi post
Repost0

Mi Presento

  • : Frammenti e pensieri sparsi
  • : Una raccolta di recensioni cinematografiche, di approfondimenti sulle letture fatte, note diaristiche e sogni, reportage e viaggi
  • Contatti

Profilo

  • Frammenti e Pensieri Sparsi

Testo Libero

Ricerca

Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


frammenti-e-pensieri-sparsi.over-blog.it-Google pagerank and Worth