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14 dicembre 2014 7 14 /12 /dicembre /2014 07:55

fragola.jpg

Una bel dì di domenica è stato uno giorno speciale

 

Ho fatto la doccia e ho usato un bagno strawberry flavoured.

Quando ho finito sentivo nelle mie nari

un'inebriante fragranza di fragola 

Da svenire di desiderio

 

Mi sentivo una fragola ambulante

- Già! Un uomo-fragola!

e questa sensazione è durata per tutto il giorno

 

Tanto che mi è venuta voglia di fragole,

irrefrenabile

Che fare?

Per cena, mi sono tagliato a pezzettoni

ci ho aggiunto un po' di succo di limone e di zucchero di canna

e mi sono mangiato

 

Com'ero delizioso!

Mmmmmmmm

 

Com'ero buono!

Mmmmmmmm

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19 giugno 2014 4 19 /06 /giugno /2014 06:12

Una Tigre per casa

 

Ieri ho trovato una tigre bengalese a casa

Non so come sia arrivata o chi l'abbia portata.
So solo che, un bel giorno, me la sono ritrovata tra i piedi, appena alzato dal letto per prepararmi la colazione.
Mi è venuta incontro dal soggiorno con passi felpati e ha cominciato a girarmi attorno, strusciandosi contro le mie gambe ed emmettendo una profonda vibrazione, l'equivalente del far le fusa del gatto.

E' un giovane esemplare, ma è già lunga e possente. E con il garrese mi arriva al ginocchio.

Le ho dato da bere del latte con i biscotti.

Non c'era altro da mangiare in casa.
Lei, lappando con la sua lingua straordinariamente rosata, si è sbafata tutto in un attimo.

E poi l'ho portata a fare una passeggiata.

La tenevo per la collottola, usando un grosso collare borchiato che, per fortuna, avevo trovato a casa, proprio adatto alla bisogna.

Mentre camminavamo, sentivo nella gamba il calore del suo corpo e la morbidezza del pelo fulvo sotto la mano.

E fremiti di energia che le guizzavano sotto pelle.

Non sono un esperto di felini, ma - ad occhio e croce - mi sembra che sia una femmina.

Fortunatamente, non c'è nessuno per strada.

La via dove camminiamo é deserta e selvaggia per l'incuria.

Grandi cespugli di disi rinsecchiti si assiepano da un lato e dall'altro della strrada.
Il sole batte con tutta la forza dell'ora meridiana.

Potremmo essere in una savana.

La tigre - a cui lì per lì non ho ancora dato un nome e che ho deciso di chiamare semplicemente "Tigre", cammina guardinga al mio fianco.

Lontano si intravede la segnalatica di una fermata dell'autobus, con una pensilina di metallo, sedile nero di plastica tutto scrostato e struttura metallica dipinta in un arancione sbiadito, a terra un tappeto di lattine di coca cola schiacciate.

C'è un giovane tarchiato in attesa, in piedi, con addosso una tuta scompagnata ed un borsone sportivo, piuttosto consumato, appeso di sbieco alla spalla.

Forse sta andando ad una partita di calcio.

Appena mi vede spuntare dall'erba, mi guarda strano, ma senza muovere un muscolo.

Non mi sembra impaurito.

Io, però, sì, mi spavento! Il cuore mi balza in gola.
E Tigre, sentendo la mia paura, emette un sordo brontolio.
Come posso avere avuto l'ardire di andamene in giro con una Tigre del Bengala, come se fosse un docile cane da compagnia?

Rapidamente, allora, faccio dietrofront e ritorno sui miei passi.
Esco, quindi, e lascio Tigre sola a casa, senza avere l'accortezza di chiuderla prima in una stanza.

Mi chiedo, come farò a rientrare al mio ritorno?

Mi riconoscerà Tigre oppure mi balzerà addosso considerandomi la sua preda succosa, il uo primitivo e atavico istinto di caccia risvegliato dal mio odore?

Poi mi dico: "Bah!! Non ti preoccupare. Risolverai tutto man mano che si presentano i problemi. Tira a campare".
Penso che - per stare più tranquillo - la prossima volta, la potrei mettere nell'armadio, ma la soluzione poi non mi piace troppo: mi sembra troppo conformista e poi dovrei smetterla di chiamarla Tigre e la dovrei ribattere Kenzo.
No, no! Decisamente, più ci penso e meno la soluzione dell'armadio non mi piace.

Vedremo cosa si può fare.
Intanto, farò una bella scorta di latte fresco e di cibo per gatti in quantità industriali.


 

 

 


 

 

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26 maggio 2014 1 26 /05 /maggio /2014 20:15

Come tutto si chiarisce... Una storiella pre-elettorale (Angelo Di Liberto)(Angelo Di Liberto) Ho ritirato il duplicato della scheda elettorale nella sede di competenza della mia città.
Ero il primo della fila e ho assistito a una scenetta degna delle barzellette più inverosimili.
Due donne di circa trent'anni si accompagnavano a una bambina tra i 9/10 anni.
Le adulte potrebbero fare a gara con le varie donnine che sfilano nei reality show defilippiani. Capelli rosso fuoco, trucco da pornostar, attillate nei loro jeans maculati di bianco e rifiniti di strass, protesi podologiche vertiginose. 
La bambina è degna erede: labbra rosso vergogna, trucco alla lady Gaga, abbigliamento stile "Taxi Driver" rivisitato per l'occasione.
Nel silenzio dell'ufficio una delle due donne sbotta:
"Senta signora, abbiamo perso la scheda elettorale, ce lo fa il duplicato?".
L'impiegata comunale risponde: "Certo signore. Al vostro turno".
L'altra lady si spazientisce: "C'è pure mia cugina che l'ha persa. Ho la sua tessera (carta d'identità), la posso ritirare la scheda per lei?".
Ancora l'impiegata del Comune: "No, signora. La tessera di voto è personale. Deve venire sua cugina".
"Perciò una vuole votare e fate così?".
"Lassa stari", fa l'altra. Poi nuovamente all'impiegata: "Vabbè, però c'è mio marito che vuole votare e non ha la scheda. Deve fare il duplicato. La posso ritirare io?".
Prima che l'impiegata risponda, mi accorgo che le due donne hanno un mucchietto di carte d'identità tra le mani.
"No signora. Vale la stessa cosa che per sua cugina".
"S'ave a votare. Accussì ci danno il lavoro", fa una delle due.
Le gomme da masticare hanno già delineato la geometria dentaria delle tre figure. Poi raggiungono l'ugola indietro e tornano avanti sulla punta della lingua.
"Signore, per voi il documento si può fare. Dove abitate?".
"A Ballarò", (noto quartiere disagiato della città).
La madre della bambina scopre un altro mucchio di carte d'identità. A quel punto la mia sorpresa si trasforma in qualcos'altro. 
In Italia c'è un astensionismo pazzesco. Questa tipologia di persone a malapena s'interessa di sapere chi è il sindaco della propria città, figuriamoci se ha tutta questa premura e ansia di votare.
"Noi dobbiamo votare tutti, mi raccumannu. Mi capiu? Noialtri votiamo tutti Forza Italia. Perciò ni servono i schede".
Tutto si chiarisce in un attimo. Almeno a me. Non so a voi.

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25 marzo 2014 2 25 /03 /marzo /2014 08:03

waitroseC'era una volta...

Cosa? - direte voi!

Ma, sì! Ecco, c'era una volta una bimba che si chiamava Rose.

I suoi genitori erano deisderavano - come tutti - che lei crescesse sana e robusta e non avrebbero mai voluto che potesse farsi male con qualche gesto avventato...

Erano delle persone prudenti e caute.

Il loro motto era: "Non fare mai subito una cosa che ti salta in mente. Aspetta (wait)!

E così tutto il loro sforzo educativo fu dedicato ad inculcare questo  principio basilare nella piccola Rose.

Erano questi i dialoghi che si svolgevano tra i due genitori e la loro bimba, che secondo le attese cresceva sana e robusta.

R.: Mami, I wish an icecream! 

Mummy: Wait Rose! Wait!

R.: Papi, I need to go to the loo!

Papi: Wait Rose! Wait! Think and stay! I regali di natale rimanevano ben incartati sino al Natale successivo, perchè i genitori le dicevano, quando lei entusiastia dei doni ricevuti da Santa Klaus avrebbe subito voluto aprirli, "Wait, Rose, wait! Ci sarà il un momento migliore per farlo!".

Sicché alla fine non ci fu più bisogno di preparare nuovi regali, c'erano sempre quelli dell'anno precedente già pronti e che sarebbero poi stati tramandati all'anno successivo.In questo campo, bastava l'idea dei regali dei Natali che erano divenuti una pura astrazione: e che in qualche misura erano dei doni totipotenti: nella fantasia di Rose che nel frattempo cresceva potevano essere qualsiasi cosa lei volesse. 

Insomma, i due genitori cercavano di inculcare nella piccola Rose il principio che qualsiasi azione dovesse essere ponderata, che prima di decidere di agire ci dovesse essere un lungo processo di riflessione lenta e attenta ed anche che l aspontanietà dell'azione potesse essere pericolosa e foriera di grandi malanni.

La piccola Rose che tutti cominciarono a chiamare Wait-Rose, cosa che lei accettava di buon grado perchè lei stessa aveva imparato ad associare indissolubilmente al suo nome l'ingiunzione "Wait", crebbe sino a diventare una giovane donna adulta, ma del tutto inconcludente. Era anche magra come uno stecco, perchè di rado iniziava a mangiare quando un pasto era pronto: anche in quest'ambito aveva imparato ad aspettare, la piccola Rose.

 

Non si può dire che fosse felice: infatti, non riusciva a decidere niente, non poteva essere quasi mai volitiva.

Ma - a suo modo - nello stesso tempo lo era, perchè si uniformava alle ingiunzioni dei suoi genitori che si erano saldamente insediate nella sua mente. 

Ogni volta che avrebbe potuto fare qualcosa, risuonava dentro di lei l'ingiunzione che i genitori con infinita pazienza e determinazione tante volte le avevano propinato: Wait, Rose! Wait! 

Un bel giorno si trovò davanti alla possibilità di dar vita ad un bel supermercato: dopo tanta inconcludenza e dopo tante attese, l'impresa si presentava come un affare promettente che avrebbe potuto dare una svolta alla sua breve vita infelice.

In un primo momento, pensò di rimandare qualsiasi decisione ai giorni successivi (Wait, Rose! Wait!).

Nella sua mente frullava sempre il dubbio: Sì, no, sì no! Lo faccio o non lo faccio, sì lo faccio, no, non lo faccio, attendo!

Del resto, la canzone che le piaceva di più, perchè rifletteva i suoi continui dilemmi era "Should I stay or should I go". 

Ma poi Rose ebbe un guizzo improvviso, un barlume si aprì nella sua mente e disse a se stessa: "Per questa volta non voglio aspettare. Farò di testa mia!"

E avviò la sua impresa.

Che nome le darò? - si chiese.

Non ci volle molto a trovare una risposta immediatamente: "Ma certo! E' evidente! Battezzerò il mio bel supermercato 'WaitRose! In fondo, è questo il modo con cui mi chiamavano i miei genitori e, se non avessi aspettato tutte quelle altre volte in passato, non sarei giunta oggi a questo importante punto di svolta. Però da oggi, basta aspettare, adesso devo soltanto agire. Però il Wait rimarrà sempre nel nome della mia impresa commerciale..."

Wait-Rose... Waitrose...

E fu così che nacque Waitrose: proprio dall'infelicità di una piccola bimba di nome Rose, costretta sempre ad "aspettare"...
I suoi genitori avevano avuto ragione ad imporle sempre l'attesa: dopo tanto aspettare, Rosie è riuscita a realizzare una cosa rimarchevole e durevole nel tempo... 

 

 


Che posso dire? E' proprio una stupidata! Un discorso nato così appunto durante l'attesa del verde ad un semaforo con un grande Waitrose dove, a volte, facciamo la spesa poco distante, per ingannare il tempo e per ridacchiare un po': è un esempio, su come, a partire da un niente si può imbastire una storiella, tanto per divertirsi e suscettible - se raccontata a voce - di infiniti e divertenti sviluppi (perchè può entrare in scena un'essenziale recitazione e un tentativo di costruzione dei principali personaggi della storia. E, inoltre, le storie raccontate hanno un loro motore di sviluppo che è relazionale, dal momento che si costruiscono in uno spazio condiviso tra un narratore e un ascoltatore.
Insomma, come dice Natalie Godman, la scrittura può avere delle sue vie infinite vie per manifestarsi, anche quando uno scrive delle autentiche cagate.
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17 gennaio 2014 5 17 /01 /gennaio /2014 09:22

Io sono Rusty the Monkey e sono tutto marroncino!Io sono Rusty, Babacino, e sono tutto marroncino!
 

 

 

Sono Rusty the Monkey.
Vengo dall'Africa, dal posto più sperduto che tu possa immaginare.
Vedi! Ho una gran pancia.
Lo sai perchè?
E' perchè la mia mamma mi ha abbandonato quando ero piccolo piccolo.
Ho dimenticato il sapore del suo buon latte, troppo presto.
E siccome avevo tanta, taaaaanta fame, ho cominciato a mangiare banane e ho mangiato solo quelle per sei mesi di seguito.
Sarai mio amico, piccolo Babacino?
Sento tanto la mancanza della mia mamma.
Dopo un lungo viaggio sono arrivato qui, ma non c'era nessuno: solo le pecorelle che vivono nel sottotett. Loro mi hanno parlato di te, dicendomi delle meraviglie sul tuo conto.

Mi hanno detto di essere paziente e di aspettare, di avere fede perchè tu alla fine saresti arrivato.

 

 

Io sono Rusty the Monkey!
Ti prego non buttarmi via e non farmi cadere a testa ingiù.
Sii mio amico e trattami bene.
Por favor! Please!
Ho bisogno di tanti hugs (part 1) e  di tanti kisses (part 2). Hugs&Kisses!
Part one and Part Two!

Io sarò sempre tuo amico.

Ciao! Io sono Rusty the Monkey...

Vengo dall'Africa e ho portato tante buoooone banane per te...

Ma io di banane non ne voglio mangiare più.

Ne ho mangiate troppe: pensa un po' per sei mesi di seguito solo banane, da quando la mia mamma mi ha lasciato.

Mangerò, invece, il tuo buon pollo yummi e, forse, anche un po' di yougurth ... gnam gnam.

 

 

Io sono Rusty the Monkey!

Se vuoi mi puoi tenere per la coda e lasciarmi penzolare a testa in giù, ma - non dimenticarlo1 - ogni tanto voglio essere abbracciato ed essere tenuto stretto stretto.

Io sono Rusty the Monkey!

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20 dicembre 2013 5 20 /12 /dicembre /2013 07:54

E' tempo di scrivere letterine a Babbo Natale. Non si sa mai. Ma con Elena Santa Klaus se la cava davvero con poco!(Elena Cifali) Caro Babbo Natale, rieccomi qui, pronta a scriverti come ogni anno.
Ti ricordi dell’anno scorso? Ti scrissi di non regalarmi nulla, avevo già tutto e mi bastava la serenità che già avevo.
E, infatti, il 2013 è stato un anno importante, pieno di grandissime soddisfazioni familiari grazie ad un figlio che è quanto di più bello potesse capitarmi e ad un marito che, nonostante tutto, ancora mi tollera. 
Soddisfazioni lavorative, considerato che da 18 anni poso il mio sedere sulla stessa morbida poltrona, e di questi tempi lo considero un miracolo.
E non dimentico le soddisfazioni sportive che mi hanno portato tra i gradini più alti che una donna/poco-atleta come me potesse raggiungere.
Tutto bene dunque, hai esaudito ogni mia non-richiesta e di questo te ne sono grata.
Per il 2014 ti chiedo un solo regalo, uno solo perché ritengo che attraverso di esso potrò migliorare e risolvere tanti aspetti della mia vita.
Vorrei che tu mi regalassi un "manuale d' istruzioni".
Già, hai capito benissimo, un Manuale d’Istruzioni che mi spieghi a chiare lettere e con assoluta semplicità come arginare l’euforia mattutina di mio marito che - appena sveglio di primo mattino per andare a lavorare - inizia a cantare, sì a cantare!, proprio in quell’unico giorno della settimana in cui ho deciso di non alzarmi all’alba per andare a correre.
Che mi spieghi cosa devo rispondere a mio figlio quando mi guarda fisso negli occhi dicendomi: “Mamma, tu non sei normale”.
Che mi spieghi perché dopo aver fatto passeggiare il mio cane per oltre mezz’ora la prima cosa che fa tornando a casa è fare il suo bisogno più grosso al centro del terrazzo, scodinzolando allegramente.
Che mi spieghi perché mia mamma alzando la cornetta del telefono mi risponde: “Finalmente ti fai sentire”, anche se sono trascorse soltanto 48 ore dall’ultima volta che ci siamo parlate.
Che mi spieghi perché alcune donne credono che nella scelta del colore dello smalto sia racchiuso il significato vero della vita.
Che mi spieghi dove va a finire l’8 per mille alla Chiesa Cattolica.
Che mi spieghi perché la corsa è fatica per tanti e truffa per i dopati.
Che mi spieghi cosa fa l’INPS dei contributi che, mese dopo mese, verso attraverso la mia busta paga.
Ma soprattutto vorrei che nel manuale ci sia scritto a chiare lettere perché la caffettiera mi frega sempre, versando fuori il caffè proprio nell’unico momento in cui distolgo lo sguardo per guardare l’orologio.
Ecco, caro Babbo Natale, come vedi anche per quest’anno te la cavi con poco - anzi con pochissimo - solo con un manuale di una decina di migliaia di pagine ed il gioco è fatto.
A proposito, così come fu per lo scorso anno, ricordati che il tubo della mia stufa a pellet è troppo stretto per te, usa le scale!

 

 

E, allora, noi possimo augurare ad Elena Cifali un Buon non-Santo Natale!

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10 dicembre 2013 2 10 /12 /dicembre /2013 18:31

Il gatto Nerino: vecchietto, dolce e dispettoso(Elena Cifali) Nerino: gatto dolce e vecchietto dispettoso. Saranno passati oltre dodici anni da quel primo maggio.
Trovammo il Gatto Nero nel cortile del condominio. Era un gattino nero, morbidissimo, col pelo lungo e lucido, ma ancora più lunga era la sua enorme coda, spropositata rispetto all’esile corpicino.
Nerino era ancora un cucciolotto e fu preso a ben volere da tutte le famiglie del circondario.
Crebbe bello e forte.
Una coppia di novelli sposi che abitava di fronte casa mia se ne innamorò perdutamente: lo adottarono e lo trattarono con i riguardi che si riservano ai principi.
Bello, grosso, lucente, profumato col suo papillon rosso e il campanellino era il Re del cortile. Guai agli altri gatti se si avvicinavano. La giovane coppia lo coccolava, lo nutriva e lo curava. Lo fecero sterilizzare e lo lasciavano persino dormire sul letto insieme a loro.
Un Re a tutti gli effetti.
Trascorsi alcuni anni la giovane coppia di sposi si trasferì andando a vivere in una villetta nel paese di Mascalucia, subito dopo la nascita dei due gemellini.
Nero fu portato con loro: doveva seguire la famiglia!
Lui, il suo papillon ed il suo campanellino sparirono per qualche tempo.
Trascorsero alcuni giorni e nel cortile si avvertiva la mancanza della bella bestiola.
Ma - allo scadere del terzo giorno - Nero era di nuovo al centro del cortile a leccarsi il lucido pelo.
Come era stato possibile?
Il padrone lo riprese e lo portò di nuovo con sé.
Ancora tre giorni e Nero fece ancora capolino al centro del cortile, immobile come una statua seduta, una sfinge che prendeva il sole.
Il padrone tornò a riprenderlo e lo portò ancora una volta via con sé.
Accadeva che ogni volta Nero, non sapremo mai con quale innata capacità, percorreva ben 7 km per arrivare di corsa da Mascalucia a Nicolosi.
Percorreva la strada provinciale tra mille pericoli ed insidie.
Veniva visto correre come un disperato a zampe levate verso quella che lui aveva scelto come casa: il cortile del mio condominio.
Il padrone si rassegnò e ci raccomandò di trattarlo con cura, questo era il suo posto e nessuno avrebbe potuto convincerlo del contrario.
Nero è nel frattempo invecchiato, l’estate scorsa fu vittima di un’aggressione da parte di un branco di cani randagi.
Ne uscì malconcio ma riuscì a sopravvivere.
Io credo che sia anche sordo, ormai: sicuramente anche lui risente del peso degli anni.
Nero mi aspetta tutte le sere fermo immobile nello stesso punto davanti la saracinesca del mio garage. Quando miagola, il suono che esce dalle sue corde vocali è pressocchè impercettibile: perennemente raffreddato è come un batuffolo di cotone nero bisognoso di qualche carezza.
E’ più forte di me, amo questo gattone dispettoso al punto da perdonarlo anche quella volta che fece pipì sul sedile anteriore (proprio quello che uso io, lato giuda) della mia Iundai nuova di zecca.
Si dice che i cani scelgono il loro padrone.
Nero ha scelto la sua casa e - per quanto possa essere solo una bestiola - il fatto che ogni sera si trattenga fino a tardi per aspettarmi e vedermi rientrare, godendo di quelle poche carezze che gli dedico, lo rende molto simile ad un essere umano e sicuramente più amabile di tanti bipedi.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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