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19 marzo 2013 2 19 /03 /marzo /2013 09:29

Corso accelerato di fotografia... Come essere, da fotografi, narratori di storie istantaneeIeri mio figlio mi ha chiesto, mentre passeggiavamo dopo cena: "Papà, ma dove posso andare per fare delle belle foto?".
Una domanda certamente non semplice richiedente una risposta complicata.
Gli ho detto: "Il punto non è andare in luoghi oggettivamente belli, secondo il senso comune".
[Basti pensare al fatto che se si viaggia da turisti e si scattano foto, non è detto che si facciano delle belle foto anche quando si è andati in luoghi strepitosi sotto il profilo storico, monumentale o naturalistico/ paesaggistico]
Poi, ho aggiunto: "Dovunque, in realtà, puoi fare delle belle foto. Ma per fare ciò, devi avere sempre una macchina fotografica con te".
Lui ha ribattuto: "Ma non posso portarla sempre con me... E' troppo ingombrantre [ha una reflex digitale, una Canon che funziona anche da videocamera].
Io: "Allora potresti portare una piccola compatta, in modo tale che se fai una bella foto la puoi anche stampare con buoni risultati".
Poi, ho continuato con una piccola lezione e non so quanto di quello che ho detto è stato recepito. A riportarlo così, sembra una faccenda molto retorica; in realtà, un simile principio è più facile applicarlo in maniera istintiva, probabilmente: e, quando hai cominciato a farlo in maniera istintiva, allora cominci a comprendere alcuni punti fondamentali di quella che potrebbe definirsi una filosofia più generale dell'approccio fotografico alla realtà.
Questo è quello che gli ho detto, attingendo alla mia personale esperienza.
"Quando fotografi, ciò che conta è quello che tu vedi attraverso il mirino o nel display. Ciò che vedi deve andare al di là della mera apparenza del reale. In ciò che vedi, devi essere colpito da una storia potenziale, in altri termini deve formarsi una storia nella tua testa e allora tu fotografi. La storia nella tua testa farà sì che tu realizzi la fotografia con una certa inquadratura piuttosto che un altra, includendo certi elementi della realtà ed escludendone altri.
E, in funzione di ciò, assumono anche estrema importanza l'inquadratura e l'apertura o il restrigimento della focale.
Ecce, credo che questa sia la base fondamentale per fare delle buone foto.
Ed ecco che, ragionando in questi termini, non occorre andare in posti belli belli o interessanti per fare delle buone foto.
Tutto può diventare vero o interessante, in quanto tutto può farsi veicolo della storia o di un pezzo di storia istantanea che tu intendi raccontare".

Ecco qua, sembra semplice, ma è anche terribilmente complicato: questa poi del fotografaco come narratore di storie istantaneo!
Io sono un fotografo onnivoro, onnivoro e curioso.
Raccolgo immagini e spesso - questo è verissimo - quando fotografo, quel soggetto o quella particolare inquadratura mi stanno raccontando una storia che già si sintetizza con un possibile titolo che in nuce contiene già tutto.
Fotografare diventa così anche un modo per proiettare all'esterno parti del proprio sè, pensieri ed emozioni, e ricatturalrli in forma di immagini.
Qualcuno lo ha detto (forse è stato Wim Wenders in uno dei suoi saggi sulla cinematografia): se è vero che la macchina fotografica o la macchina da ripresa sono un'estensione dell'occhio che guarda e che rappresentano il tramite per la memorizzazione delle immagini nel nostro cervello e per una loro successiva rapprrsentazione eidetica e in bit di memoria, è anche vero che rappresentano un tramite attraverso cui parti di noi che transitano dall'interno verso l'esterno e in qualche maniera lo modificano.
In qualche maniera si verifica un reciproco influenzamente tra fotografo e realta, in una circolarità continua sintantochè non si protrae quella particolare seduta fotografica.
E così come noi ci rendiamo permeabili alla realtà che ci circonda, così la realtà è in qualche modo influenzata e "manomessa" dall'occhio che la osserva attraverso l'"occhio" dell'obiettivo.
Come è ormai convenuto anche nel campo delle scienze sperimentali da Popper in avanti, non si può condurre un'esperimento senza influenzare il campo in cui si svolge l'esperimento e diventarne in un certo senso parte ed anche una sua variabile che può portare ad una divergenza dei risultati rispetto a quanto atteso in maniera puramente teorica.
Ed è ciò che hanno anche assodato gli antropologi a proposito della cosiddetta "osservazione partecipante".

Di più non saprei dire.
Aggiungo anche, a scanso di equivoci, che io non sono un Fotografocon la Effe maiuscola, ma soltanto un mestierante molto istintivo della Fotografia, se vogliamo un po' un pasticcione.
Tutto quello che faccio è molto istintivo e poco curato sotto il profilo tecnico.
Quanto poi a post-produzione e a tecniche di ritocco e di valorizzazione dell'immagine, non ci so proprio fare.
Lascio correre e tutto rimane allo stadio della cosa fatta in modo ruspante ed allegro, spensierato tuttavia.
Lascio che lo facciano altri.

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18 marzo 2013 1 18 /03 /marzo /2013 14:06

Ricordare... per associazioni, in maniera impressionistica, o attraverso la compilazione delle I ricordi sono una cosa strana...
E' una cosa strana il modo in cui riemergono, a volte senza nessuna ragione apparente, come quando - camminando su di una spiaggia - ci si imbatte in una conchiglia a lungo sepolta nella sabbia che ad un certo punto è riemersa, ma solo in parte, mostrando di sé solo un bordo dentellato e colorato... E allora tu, attratto da quella macchia di colore, ti chini a raccoglierla e prendi ad esaminarla.
In altri casi, ci sono fatti ed eventi della tua vita quotidiana, non necessariamente eclatanti - piccole cose, per lo più - che ti spingono indietro nel tempo e fanno all'improvviso riaffiorare una cosa dimenticata.
Possiamo affermare che quesata modalità è quella del ricordo "associativo" in un processo in cui ci ritroviamo ad afferrare una traccia che prendiamo a seguire lungo un percorso tortuoso e complesso oppure che tiriamo verso di noi, come il pescatore che dopo aver lanciato la sua rete la trae a sè, ritirandola carica di cose che a volte sono prive di qualsiasi valore utilitaristico, ma ne hanno qualcuno potentemente evocativo.
Freud, a questo riguardo, parlava di una ricerca archeologica, affermando che il lavoro di scavo nei ricordi rimossi è paragonibile quello di un archeologo che, con una paziente attività di scavo e di catalogazione dei reperti va alla ricerca di relique e tracce di civiltà del passato che, poi, si sforza di mettere insieme in un quadro coerente: erano ancora fresche al tempo di Freud le scoperte di Heinrich Schliemann (che avevano dato un fondamento certo alle leggende sulla Guerra di Troia) e quelle dell'inglese Arthur Evans che condusse gli scavi di Cnosso con risultati ancora più strepitosi, discendenti in parte dalla sua spregiudicatezza ricostruttiva.
E proprio dal lavoro degli archeologi del suo tempo Freud trasse la sua metafora del ricordo, avvertendo però che la rimembranza deriva da un compromesso tra decostruzione e ricostruzione.
Quando ricordiamo, in realtà, noi non riesumiamo il passato, ma attivamente lo ricostruiamo. In terapia, poi, procedendo alla demolizione dei meccanismi di difesa e alla cancellazione degli effetti della rimozione, riemerge un passato che non più quello "vero", ma semplicemente un passato "verosimile" ed "accettabile" alla luce del presente. Ma, tornando alla vita ordinaria (quella che si svolge al di fuori di un contesto terapeutico) quando riesumiamo un ricordo (il più delle volte per i motivi accidentali sopraesposti), gli forniamo una nuova veste, di frequente più elaborata, in un certo senso lo ri-raccontiamo e ciò che recuperiamo non è più la stessa cosa di allora, è arricchito (o appesantito, a seconda dei casi) da una serie di successive incrostazioni, come la chiglia di una nave rimasta a lungo sommersa dopo il naufragio è ricoperta da incrostazioni di flora e fauna marina e per questo pulsante di vita.

I ricordi sono il frutto di successive costruzioni e decostruzioni che si snodano in un processo infinito, che pocede seguendo un percorso a spirale: man mano che cresciamo (o invecchiamo, a seconda del punto di vista) ritorniamo a trovarci in corrispondenza con un punto precedente del nostro percorso esistenziale, ma ad un livello superiore della spirale che è la nostra vita: e, quindi, quel particolare ricordo verrà rivissuto o ri-raccontato alla luce di nuove acquisizioni.

Non mi sono mai esercitato invece nella tecnica del ricordare, basata sulla compilazione di "liste di cose": una tecnica lanciata da George Perec in un suo citatissimo volume (La vita: istruzioni per l'uso, 1978), e citata in un racconto di Gianrico Carofiglio che mi è recentemente capitato di leggere.

"...il modo migliore per raccogliere i ricordi, per non disperderli, sono le liste. Ogni lista deve avere un titolo - che ne so: titoli delle canzoni che ballavamo alle feste di quarto ginnasio, oppure i dolciumi dell'infanzia. Ogni voce della lista deve essere di pochissime parole. Se è una sola è meglio", afferma la protagonista del racconto "La velocità dell'angelo" di Carofiglio (in AA. VV, Cocaina, Einaudi, 2013, pp. 88-89). E le pagine seguenti sono un'esemplificazione pratica del metodo delle liste come strumento del ricordo e del processo che ci riporta ad essere padroni del nostro passato, mettendoci in condizione di poterlo raccontare.
E' come se, con le liste, si creassero degli insiemi di ricordi omogenei, ma anche qui, persino quando il compito sembra ingrato se non impossibile, quando si intercetta la prima voce della lista, questa fa da volano propulsore ed aiuta a "ripescare" altre voci simili, sino a dare al "compilatore" un senso di pace ed appagamento.
Un requisito fondamentale delle liste è che siano altamente specifiche e non generiche.


Io preferisco di gran lunga il ricordo associativo: è per molto più fascinosa la possibilità di sperimentare la "meraviglia" dell'improvviso ritrovamento di ciò che era stato dimenticato o, sin da subito, sepolto.

La "tecnica delle liste", invece, appaga maggiormente coloro che hanno l'ansia di poter dimenticare o che sono assillati dalla mancanza di un completo controllo su ciò che hanno fatto negli trascorsi della propria vita.

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22 febbraio 2013 5 22 /02 /febbraio /2013 09:31

Camminavo e riflettevo.
Riflettevo sulla differenza semantica (se ce n'è una) tra "fare sesso" e "fare l'amore".
Oggi l'espressione "fare sesso" è sempre più inflazionata. "Fare l'amore", per contro, pare un'espressione desueta e quasi giurassica.
Ma non mi è facile capire.
L'espressione "fare sesso" ipotizza la possibilità che si possa svolgere un'attività sessuale un po' come macchine, come corpi che sono sconnessi da una mente pensante e senziente.
Sarebbe un po' come attribuire alla famosa Statua di Condillac la possibilità di svolgere attività sessuali senza essere dotata dei cinque sensi fondamentali che la connettono con il mondo.

Siccome siamo Umani e poiché siamo dotati di diverse forme di sensibilità dalle più semplici alle più complesse, è praticamente impossibile - a meno di non essere dei bruti - fare del sesso "meccanico", riproducendo una situazione da catena di montaggio di organi in movimento reciproco.

La cattiva informazione e le consuetudini pseudo-culturali della postmodernità asseriscono, invece, che ciò sia possibile, sostenendo peraltro che il sesso debba essere una semplice attività performativa: forse perchè l'espressione "fare l'amore" rimanda in modo inquietante, in questo nostro mondo fatto di identità, di cose e di relazioni "liquide", a un'attività che si profila come troppo stabile o troppo impegnativa.
Mettere in gioco i propri sentimenti e i propri affetti? Ma via, che cosa scandalosa!

 
Eppure, anche quando ci si masturba, ci si impegna in un'attività mentale, si attivano delle fantasie, si richiamano dei ricordi, si pensano momenti trascorsi con persone del nostro passato più o meno recente o remoto (e, nei confronti di queste persone, si riattivano dei desideri).
Che sia per un'ora soltanto, per un giorno, per una settimana (o per una vita intera), secondo me non c'è differenza alcuna: un uomo e una donna assieme (o due uomini o due donne, nel caso delle relazioni gay) non possono limitarsi a "fare sesso", quando intraprendono delle attività sessuali.
Saranno sempre impegnati nel "fare l'amore", vogliano o non vogliano (anche se non hanno consapevolezza, e magari stanno pensando che fanno solo sesso).

 

Pensiamoci bene! Cosa contraddistingue noi Umani da altre creature viventi (ad eccezione delle grandi scimmie antropomorfe) nello svolgimento della sessualità? Secondo alcuni etologi, nello sviluppo dell'Homo sapiens ha avuto un ruolo determinante il fatto che i nostri antenati, con la conquista della stazione eretta, abbiano appunto scoperto che l'accoppiamento poteva avvenire anche fronteggiandosi l'uno con l'altro e, dunque, avendo davanti occhi non più soltanto la schiena della propria partner, ma il suo volto, i capelli, gli occhi; che, fronteggiandosi, c'erano due sguardi che si incrocciavano, due respiri che si fondevano, due volti ciascuno dei quali si rispecchiava nell'altro.
E, ovviamente, i nostri antenati scoprirono che c'era la possibilità dell'abbracciarsi e del tenersi stretti; e di ciò fecero tesoro, trovando in questo uno stimolo ontologico nella crescita della mente "affettiva" e delle sue complesse potenzialità.


Accoppiarsi, in realtà, implica tutto questo, anche oggi:  non si può prescindersi dal guardarsi, dallo scandagliare con i propri occhi il volto dell'altro, dall'abbracciarsi, dal sentirsi tutt'uno, anche se soltanto per pochi minuti.
Levate tutto questo: cosa rimarrebbe di significativo dell'accoppiamento?
Provate ad immaginare una situazione in cui non c'è nulla di tutto questo e ci simita ad un'asettica e meccanica confricazione di organi.

Eppure, ci sono tanti che continuano a usare l'espressione "fare sesso": secondo me, perchè si sentono rassicurati come se dire "fare l'amore" facesse scattare immediatamente il fantasma di una relazione vincolante e la paura dei sentimenti da mettere in gioco.
E, allora, si preferisce calcare l'accento sul fatto che il sesso pù gratificante debba essere semplicemente performativo.
In realtà, probabilmente, quelli che sostengono ciò mentono con se stessi...

E mentre pensavo a tutto questo, la mia cagnetta Frida si è fermata per espletare i suoi bisognini corporali... solidi, proprio davanti all'occhio vigile degli Agenti di Polizia Municipale di servizio davanti alla casa del nostro Sindaco..
E, alquanto imbarazzato, sono stato distolto dalle mie riflessioni e sono ritornato con i piedi in terra preso dalla necessità di rimuovere l'odoroso corpo del reato.

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21 febbraio 2013 4 21 /02 /febbraio /2013 10:25

Lo spettacolo pietoso dei Oggi sono passato dal solito posto - dove nei pressi di casa mia - collocano dei grandi riquadri per l'attacchinaggio elettorale. Si tratta di pannelli metallici che il Comune mette (per poi levarli) ad ogni tornata elettorale.
I manifesti elettorali - per me solo cattiva e menzognera pubblicità, per non dire robaccia di merda - nell'arco di ogni campagna elettorale vanno via cadendo visto che sono disposti in stratificazioni successive, con la pioggia e con l'umido.
Cadono a terra e nessuno li rimuove: non si sa a chi competa il compito di smaltire queste graziose spoglie dei nostri politicanti o aspiranti tali.
E, ad ogni tornata, è sempre peggio.
Figuratevi che dalle Amministrative di Palermo dello scorso autunno, questi miserabili e disgustosi resti sono rimasti a marcire sul marciapiedi, anche quando i cartelloni metallici sono stati rimossi.
Ora che questi ultimi sono stati ricollocati per la nuova tornata elettorale, fanno bella mostra ai loro piedi quei mucchi putridi e poltigliosi di carta mescolata a colla.
Sembrano essere lasciati lì per l'eternità: si tratta di una grave mancanza di attenzione e di disinteresse nei confronti della comunità dei cittadini.
Gli stessi personaggi che ne hanno disposto l'affissione (per un loro mero interesse) dovrebbero venire a rimuovere questi cumuli di rifiuti.
Magari - come ha commentato un mio conoscente - a colpi di lingua, visto che ormai le loro belle effigi si sono trasformate in disgustosa poltiglia.
E' ciò sarebbe soltanto il minimo che potrebbero fare per una doverosa azione che dimostri rispetto nei confronti della cittadinanza, come una sorta di contrapasso per aver inflitto loro questo schifo.
Sarebbe ora di prendere dei provvedimenti per evitare che un simile fenomeno continui a replicarsi anno dopo anno, elezioni dopo elezioni.

 

 

 

Lo spettacolo pietoso dei

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21 febbraio 2013 4 21 /02 /febbraio /2013 09:09

Le fatalità, il Non è molto tempo che mi è capitato di imbattermi nel mio vettore temporale in un giorno di cose mancate, di coincidenze e di fatalità che spingono potentemente in una direzione quasi predestinata. 
Tutto è fatidico, ancora una volta... 
E' ciò che sempre mi ritrovo a pensare...
Fatalità e coincidenze: non saprò mai se le coincidenze mi porteranno ad una svolta esistenziale, ad un incontro decisivo, ad un novum inatteso...
E se le coincidenze in un percorso fatale fatto di cambi di rotta e di nuove linee esistenziali che si aprono a partire da quel bivio, ti portano ad imbatterti in un baule abbandonato, ancora intatto e con il lucchetto chusio, che facilmente puoi immaginare pieno di tesori, o ti portano ad incontrare un libro buttato per terra che il vento ha aperto ad una certa pagina e non ad un'altra (e tu avidamente leggi quelle parole e comprendi che sono rivolte esattamente a te), oppure ad incrociare la tua via con quella di una donna di cui sino ad un attimo prima ignoravi l'esistenza e che altrimenti non avresti mai incontrato, non fa differenza alcuna...
E' la combinazione di fatalità, di atti mancati, ma anche di libero arbitrio che ti portano a questo incontro e non ad un altro. Certo è che, come quelle coincidenze ti fanno assaporare il vento delle novità, così altre coincidenze ti possono distogliere e portare lontano in altre direzioni inattese e meno favorevoli.
Le fatalità, il Il destino ti tira da tutte le parti ... sei come un naufrago che le correnti trascinano verso un'isola agognata e che quando sta per toccare riva viene nuovamente allontanato da un vento improvviso verso il mare aperto.
Ma, in ogni caso, si tratta di eventi che imprimono una movimentazione alla tua vita e che introducono dinamismi ed importi energetici inattesi, proprio metri stavi vivendo un momento di stanca e di disillusione



Se sabato non avessi decisi di mettere in funzione il carrellino per trasportare il cane con la bici,...

Se non avessi verificato che il perno della ruota non andava bene così com'era... 

Se non fossi uscito con la bici per fare montare al meccanico un perno più stabile, se il biciclettaio non mi avesse detto che la bici gliela dovevo lasciare per poi passare a ritirarla lunedì...

Se non avessi fatto tutto questo, non mi sarei trovato con Frida in via Resuttana e non avrei deciso di andare a piedi sino alla Villa dello Stadio....

Non sarei stato esattamente in quell''ora e in quel posto...

Le fatalità, il Ma di più non posso dire, perché nulla in realtà è accaduto...

Forse, mi sono solo imbattuto in un miraggio, ma è quanto basta...

In fondo, si vive di miraggi e di illusioni che per noi come le ombre del Mito Platonico della Caverna...

Però dopo essere stati colpiti dal miraggio e sapere che dietro a questa miraggio potrebbe esserci una realtà che, inizialmente, non ti è dato di cogliere, cambia le cose e non fa essere più le stesse...

Cos'è cambiato? Niente... e tutto, si potrebbe dire.
E la vita continua.

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10 febbraio 2013 7 10 /02 /febbraio /2013 22:32

Passengers - Foto di Maurizio CrispiViaggiando in treno o in nave, o nelle sale d'attesa dei grandi aeroporti si incrociano tantissimi volti.
Volti di persone che, come te, viaggiano.
Passeggeri, esattamente come te.
Come un tempo, anche adesso indugio ad osservarli.
In effetti, si tratta di persone con cui il destino ti ha portato a condividere un pezzo della tua strada.
E si tratta di un imperscrutabile disegno.
Quel mistero che tenta di comprendere il frate chiamato ad indagare sulla morte dei cinque viandanti che si trovarono a passare sul Ponte di San Luis Rey in Perù, un ponte fatto di corde e di assi che aveva resistito per centinaia di anni e che, un giorno, improvvisamento crollò, lasciando qeui precipitare proprio quei cinque viaggiatori nell'abisso sottostante, quelli e non altri (questa storia, con il titolo "The Bridge of San Luis Rey" fu raccontata dallo scrittore e drammaturgo statunitense Thornton Wilder, nel suo secondo romanzo pubblicato nel 1927).
A differenza di un tempo, quando capitava di incrociare lo sguardo di chi ti ti stava davanti o accanto (e da quell'incrocio di sguardi poteva partire una conversazione che ti regalava qualcosa che poi portavi con te nel resto del viaggio), oggi ciò non si verifica più.
Ognuno sta nella sua solitudine, gli occhi incollati su quel piccolo parallelepipedeo 12 x 6 cm, risucchiati dal piccolo display del loro smartphone.
Le loro dita si agitano freneticamente sul tastierino e digitano messaggi.
Sono connessi. Sono dentro l'universo sintetico e ciò e per loro fonte di vita.
Non si sentono soli nell'Universo, perchè sono collegati nella rete.
Ma nonsi guardano attorno un solo momento.
Non gettano mai uno sguardo fuori dal finestrino che hanno accanto.
Non guardano il loro vicino.
Non hanno la curiosità di scoprire chi hanno accanto.
Non sono interessati ad esplorare con curiosità e con spirito arguto il mondo delle persone vive, in carrne ed ossa.
Non fa nessuna differenza per loro essere in viaggio o essere a casa.
Se qualche volta ripongono quello smartphone, subito dopo presi da un irrefrenabile impuslo lo riaccendono per controllare se non ci sia qualche nuova notifica nel social network.
In ogni caso lo tengono sempre in mano quasi fosse un talsmano, un ancoraggio, una scialuppa di salvamento.
Sono incapaci di apprezzare il senso della solitudine.
Per loro perde di significato il viaggio e la possibilità che nella storia dell'Uomo ha sempre donato di scoprire cose e volti nuove, di tornare a casa arricchito e con un pizzico di nostalgia per le meraviglie che si sono viste e che si possono raccontare o ricordare.
Non potranno mai raccontare ai propri figli: "Una volta, tanto tempo fa, mi è capitato che mentre viaggiavo su di un treno alla volta di Bologna, ho cominciato a parlare con la persona che mi sedeva accanto e ho scoperto che...", etc. etc.

Io, personalmente, rimango con la nostalgia di tante interessanti chiacchiere scambiate con i miei occasionali compagni di viaggi.
Il più delle volte persone che sono rimaste senza un nome, storie che sono nate e che si sono concluse in quell'arco di tempo per poi lasciarsi ognuno diretto alla sua meta.
Eppure quelle conversazioni hanno avuto un senso.
Sono state conversazioni con i propri simili, travasi di emozioni e di esperienze vere.
Sono stati incontri che non hanno avuto un seguito, ma che si sono sedimentati nella memoria delle mie esperienze.
Ogni tanto mi ricordo di questo o quel volto.
Di una specifica singolarità.
Di una storia che mi è stata narrata.
Io sono contento come sono. Un po' all'antica, forse.
Ho lo smartphone, ma non ho voluto per nulla avere il contratto per la connessione internet.
E tutti mi chiedono scandalizzati: "Ma come? Hai l'I-phone e non lo usi per connetterti?"

E il cellulare, mentre sono in viaggio lo uso davvero poco.
Talvolta mi dimentico persino di averlo.
Non sempre rispondo alle chiamate.

Gusto il distillato della mia solitudine di viaggiatore.
Penso che l'esperienza del viaggio sia unica ed impareggaibile e che tu da viaggiatore verace devi potere assorbire con tutti i tuoi sensi tutto ciò che la Via ti offre.
BIsogna a tutti i costi recuperare la capacità di essere passeggeri e viandanti, viaggiatori e pellegrini, nel senso più lato del termine.

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9 febbraio 2013 6 09 /02 /febbraio /2013 12:02

Quella lotta tragicomica di ombrelli e vento in un giorno piovoso(Maurizio Crispi) Durante i giorni d'inverno, quando soffia il vento gelido e si aggiunge anche la pioggia,  è frequente vedere in strada le comiche - a volte grottesche - sceneggiate dei viandanti alle prese con gli ombrelli scossi, strattonati, rivoltati come calzini dalle violente raffiche che si accaniscono su di loro come uno stuolo di giganti invisibili in vena di far dispetti.
Cercano di trattenere quell'ombrello, mentre forza la mano che lo regge e cerca di volare via assecondando il vento.
In altri casi, si muovono a passettini veloci quasi fossero spinti da una vela (l'ombrello metamorfizzato), quasi inseguendo il proprio centro di gravità.
Altre volte, li vedi accanirsi nel tentativo estremo di chiudere quel maledetto ombrello, prima che il vento abbia la meglio e lo distrugga, rivoltandolo come un calzino e frantumandone la fragile struttura.
Quella lotta tragicomica di ombrelli e vento in un giorno piovosoE, intanto, cortine di pioggia si abbattono su di loro, rendendo la scena vieppiù surreale oppure tramutandola in una comica finale se, nel frattempo, un refolo di vento più stizzoso strappa loro il cappello, trascinadolo via e costringendoli a partire al suo inseguimento, ma sempre alle prese con i dispetti del maledetto ombrello.
Poi, è molto comico - a volte quasi esilarante - stare ad osservare ciò che fanno dopo l'esito di queste scaramucce.
Alcuni, pieni di dignità e cercando di celare l'offesa subita, riprendono a camminare impettiti, come se nulla fosse accaduto, senonché l'ombrello é ora tutto sbilenco e strappato in più punti (e non serve più al suo scopo).
Altri, invece, nello scontro impari, finiscono con l'adirarsi, prendono l'ombrello e, in un impeto di rabbia convulsa, scagliano lontano da sé quella povera cosa sventrata, squarciata, contorta, a volte ridotta ad un semplice scheletro di asticciole di fragile alluminio (altro che i robusti ombrelli di un tempo, con la struttura in robusto acciaio di Sheffield)...
In questi casi, anche gli ambientalisti più convinti e gli assertori della raccolta differenziata, non resistendo al rabbioso impulso, contravvengono alle loro convinzioni più profonde e radicate.
Quella lotta tragicomica di ombrelli e vento in un giorno piovosoNon resistono alla razionalità del loro pensare in tutte le questioni che riguardano il senso civico e non possono per nulla riportare a casa quel povero utensile mutilato e offeso che, piuttosto, deve essere ulteriormente strappato e lacerato, schiacciato sotto i piedi, contorto e ritorto ulteriormente, aggiungendo danno al danno..
Solo così essi trovano sollievo dall'affronto subito.

E così accade che, dopo un giorno di buriana, la città è costellata di cadaveri di ombrelli colorati e contorti che giacciono in mezzo alle foglie morte dei platani e ad altri detriti vari, mentre altri pendono dalle inferriate come sbilenchi frutti ormai troppo maturi, o sono stati ficcati dentro un cesto delle spazzatura, oppure risucchiati dentro un tombino.
Se ne stanno lì per diversi giorni sottoposti ad un ulteriore degrado, come fiori dai vivaci cromatismi che vanno appassendo, quasi che volessero organicarsi, mimetizzarsi, penetrare nel terreno, lascianddo scomparire ogni traccia di sé.

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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