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17 novembre 2023 5 17 /11 /novembre /2023 05:49
Painkiller. L'impero americano e la grande epidemia americana di oppiacei (titolo originale: "Pain Killer: An Empire of Deceit and the Origin of America’s Opioid Epidemic", nella traduzione di Chiara Libero), opera di inchiesta dello scrittore e giornalista Barry Meier

Painkiller. L'impero americano e la grande epidemia americana di oppiacei (titolo originale: "Pain Killer: An Empire of Deceit and the Origin of America’s Opioid Epidemic", nella traduzione di Chiara Libero), opera di inchiesta dello scrittore e giornalista Barry Meier, pubblicato nel 2022 da Mondadori (collana Oscar nuovi bestsellers), è una lettura di estremo interesse, poiché amplia di molto lo sguardo che la recente miniserie Netflix ha consentito di gettare sulla epidemia da oppiodi che si è registrata negli Stati Uniti dalla fine degli anni novanta del secolo scorso al 2020, avendo al suo centro l'Oxycontin, l'oppiaceo (la cui molecola è ricavata dalla tebaina, uno degli alcaloidi dell'oppio) millantato come “a lento rilascio” e sicuro, messo a punto dalla Purdue Pharma, azienda di proprietà della famiglia Sackler da sempre imprenditori del farmaco.
E’ stata un'epidemia di impressionanti dimensioni dal momento che si calcola che i morti per cause dovute/correlate all'assunzione di Oxycontin, siano stati oltre 250.000.

Il libro mette in luce con molta più forza le basi operative da cui è partita la famiglia Sackler che ha fondato, di fatto, le tecniche dell'orientamento marketing aggressivo dei farmaci, con tutta una serie di accorgimenti strategici, tra cui anche il controllo delle pubblicazioni " o scientifiche" o presunte tali. Tecniche che, nello specifico degli oppiacei "terapeutici" erano già state collaudate con il farmaco MS Contin (Morphine Solphate, in cui come per Oxycontin, il "contin" sta per "continous", ossia "a rilascio prolungato".
Il lancio di MS Contin e di OxyContin, dopo, si inserisce peraltro in un clima in cui sin dalla fine degli Ottanta si comincia a ragionare diversamente sulla terapia del dolore e sulla necessità di trovare dei farmaci adatti al trattamento del dolore cronico anche al di fuori delle situazioni oncologiche terminali.
In questo terreno la Purdue Pharma, grazie anche alle società correlate (e controllate dalla famiglia Sackler) si inserisce perfettamente con il suo marketing aggressivo e con il sistema da un lato di sistematica disinformazione indirizzata ai medici di base, cioè ai GP e non solo agli specialisti di terapia del dolore, e dall'altro di un sistema di incentivi ai medici prescrittori, oltre che con una costante minimizzazione del fenomeno della diversione sul mercato illegale nei modi più diversi sino ad arrivare alle cosiddette "

".
Il libro-inchiesta di Meier racconta tutto questo in modo avvincente e con ricchezza di particolare e la sua narrazione si legge come un romanzo.
Vi è naturalmente un atto d'accusa nei confronti del Big Pharma e della capacità delle lobby farmaceutiche di manipolare l'opinione pubblica, i medici, i politici nel perseguimento ostentato dei propri interessi di profitto.

Il libro, ma anche le due diverse miniserie che sono state prodotte, ispirandosi a questi drammatici eventi, inducono a riflettere e a porsi degli interrogativi sulla forza iatrogenica dei farmaci quando i medici non prescrivono più secondo scienza e coscienza, ma perché forzosamente indotti da un marketing aggressivo e mistificatorio, oltre che ad essere incoraggiati ad un un utilizzo di certi farmaci "pericolosi" in quanto generatori di dipendenza, seguendo delle indicazioni "off label", senza le necessarie tutele e essendo privi di un'informazione sincera e disinteressata. 
 

Painkiller. L'impero americano e la grande epidemia americana di oppiacei (titolo originale: "Pain Killer: An Empire of Deceit and the Origin of America’s Opioid Epidemic", nella traduzione di Chiara Libero), opera di inchiesta dello scrittore e giornalista Barry Meier

(soglie del testo) A metà fra il thriller medico e giudiziario e l'investigazione finanziaria, Pain Killer è soprattutto l'amaro, sconvolgente resoconto della tragedia che ha coinvolto un'intera nazione.
Tra il 1996 e il 2017 circa 200.000 americani sono morti di overdose da antidolorifici regolarmente prescritti, una vera e propria epidemia scatenata dal marketing aggressivo di Purdue Pharma attorno al suo OxyContin, il cui principio attivo è la morfina. Intere famiglie di ogni classe sociale sono state devastate e numerose aziende sono state danneggiate, mentre i proprietari della casa farmaceutica, i "filantropi" Raymond e Mortimer Sackler – i cui nomi sono incisi tra quelli dei benefattori dei musei di mezzo mondo – accumulavano notevoli fortune. Barry Meier racconta come Purdue abbia trasformato OxyContin in un affare miliardario: in passato gli oppioidi, potenti antidolorifici, sono stati usati come "ultima spiaggia" da chi non riusciva a placare il dolore con altri farmaci. Ma la comunicazione di Purdue ha illuso i consumatori che Oxy fosse più sicuro dei comuni analgesici. Il che era falso: anche se assunto sotto controllo medico, infatti, dà dipendenza; ma l'azienda ha volutamente nascosto i dati in suo possesso alle agenzie regolatorie, ai medici e ai pazienti. Pain Killer, qui presentato in un'edizione aggiornata, ci fa conoscere chi ha tratto enormi profitti dalla situazione e chi ne ha pagato il prezzo, chi ha tramato nelle sale dei consigli d'amministrazione e chi ha tentato di lanciare l'allarme: Art Van Zee, un medico condotto della Virginia, che ha avvisato le autorità della sempre più diffusa dipendenza da OxyContin; Lindsay Myers, una promettente studentessa liceale che è arrivata a rubare ai propri genitori per procurarsi il farmaco; l'agente della DEA Laura Nagel che ha denunciato Purdue. Dopo decenni di inchieste, Meier dà anche conto di come il Dipartimento di giustizia non sia riuscito a fermare la politica di Purdue e a proteggere i cittadini. A metà fra il thriller medico e giudiziario e l'investigazione finanziaria, Pain Killer è soprattutto l'amaro, sconvolgente resoconto della tragedia che ha coinvolto un'intera nazione.

L'autore. Barry Meier (New York 1949) dopo gli studi alla Syracuse University, ha iniziato a lavorare come giornalista d'inchiesta per il «Wall Street Journal», il «New York Newsday» e il «New York Times». Molte delle sue inchieste hanno portato a interrogazioni al Congresso. Nel 2017 il suo team ha vinto il Pulitzer for International Reporting.


Dal 2023 Painkiller è diventato una miniserie disponibile sulla piattaforma Netflix

Dal 2023 Painkiller è diventato una miniserie disponibile sulla piattaforma Netflix Alla scoperta di Painkiller: serie tv provocatoria, drammatica e basata su eventi reali

Alla scoperta di Painkiller: serie tv provocatoria, drammatica e basata su eventi reali
"Tutto il comportamento umano è costituito essenzialmente da due cose. Fuggire dal dolore, correre verso il piacere". Sono queste le parole pronunciate da Matthew Broderick mentre recita il ruolo di Richard Sackler - presidente di Purdue Pharma, società conosciuta per lo sviluppo di OxyContin - in Painkiller, serie tv provocatoria e drammatica ispirata all'omonimo libro di Barry Meier.
I 6 episodi della miniserie basata su eventi reali sono disponibili sulla piattaforma Netflix dal 10 agosto 2023, e racconteranno la crisi degli oppioidi che ha colpito gli USA negli ultimi vent'anni, uccidendo centinaia di migliaia di persone.
La limited-series originale della piattaforma di streaming è stata ideata da Eric Newman e dai creatori di Narcos, che hanno fondato le sue radici sul libro d'inchiesta del premio Pulitzer Barry Meier, e sull'articolo The Family That Built the Empire of Pain scritto da Patrick Radden Keefe pubblicato dal The New Yorker.
Una miniserie, e un libro, che seguono i responsabili, le vittime e dei cercatori di verità le cui vite sono state alterate per sempre dall'invenzione dell'OxyContin.
“Painkiller” non è il primo prodotto pensato per indagare la storia degli oppioidi sintetici e arriva soltanto due anni dopo di “Dopesick”, incentrata sul medesimo argomento e a sua volta basata su un attento lavoro di ricerca giornalistica. La serie di Fitzerman-Blue e Harpster è infatti tratta da una duplice fonte: l’articolo del New Yorker “The Family That Built an Empire of Pain” di Patrick Radden Keefe, e il libro “Pain Killer: An Empire of Deceit and the Origin of America’s Opioid Epidemic” di Barry Meier. Il ritorno sul medesimo argomento non deve assolutamente sorprendere, dato che secondo le stime del National Center for Health Statistics soltanto nel 2021 le morti per overdose negli States collegabili agli oppioidi erano più di 80 mila. Non tutte erano direttamente legate all’OxyContin, ma il suo iniziale utilizzo sfrenato seguito dalle restrizioni arrivate intorno al 2015 ha spinto molti consumatori a cercare soluzioni più economiche e reperibili, come eroina e fentanyl.

"Dopesick - Dichiarazione  di dipendenza" è una mini-serie che racconta la lotta contro la dipendenza da oppioidi negli Stati Uniti, per descrivere i presunti conflitti di interesse tra varie agenzie governative - principalmente la FDA e il DOJ - contro la Purdue Pharma e, infine, sulla causa legale[3] contro la stessa Purdue Pharma per le svariate illegalità occorse durante lo sviluppo, il test e commercializzazione del farmaco denominato Ossicodone. La narrazione ripercorre le vicende reali a partire dai primi anni '90, fino ai primi anni 2000 - attraverso diversi personaggi e storie, partendo dalle miniere della Virginia fino al processo operato dalla Procura Federale dello stato di Washington e del Connecticut.

https://youtu.be/Zr7Q9sIFalo

https://www.my-personaltrainer.it/salute/oxycontin-epidemia-da-oppiodi.html#:~:text=Nel%202022%2C%20Purdue%20Pharma%20fu,vent'anni%20negli%20Stati%20Uniti.

Articoli di approfondimento 

The family that built an empire of pain
https://www.newyorker.com/magazine/2017/10/30/the-family-that-built-an-empire-of-pain

https://www.theguardian.com/books/2021/apr/18/empire-of-pain-review-sacklers-opioids-purdue-oxycontin-patrick-radden-keefe

L'immagine di copertina illustra perfettamente il nucleo centrale attorno cui la Purdue Pharma ha costruito la mistificazione attorno all'Oxy Contin.

Al centro campeggia la pillola incriminata, mentre davanti si vede un mucchietto di polvere bianca che altro non è se non la stessa pillola sbriciolata.

Nell'informazione scientifica fornita ai medici si diceva, in modo non esatto, che la preparazione a rilascio continuo e controllato avrebbe minimizzato i rischi di dipendenza nell'uso terapeutico e soprattutto l'utilizzo improprio in caso di "diversione" delle stesse pillole. 

Ma i consumatori leciti (quelli che ottenevano il farmaco con prescrizione medica) e quelli illeciti si resero presto conto che era sufficiente inumidire la superficie della pillola per poterla sbriciolare e ridurla in una polvere fine.
Quando si compivano questi passaggi si perdeva la possibilità del rilascio controllato del principio attivo e l'efficacia del farmaco si manifestava interamente, in tutta la sua potenza.

Purdue Pharma si è sempre rifiutata - anche di fronte all'evidenza - di accettare questa semplice spiegazione, mettendo in discussione la propria preparazione farmaceutica e la sua presunta (o millantata) sicurezza.

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23 ottobre 2023 1 23 /10 /ottobre /2023 06:59

"La morte e il morire" di Elisabeth Kubler Ross è stato per me una lettura di fondamentale importanza. I tardi anni Settanta (dalla conclusione dei miei studi di Medicina) e i primi anni anni Ottanta (che hanno coinciso con il conseguimento della specializzazione in Psichiatria e il percorso di formazione psicoanalitica che poi per vicissitudini personali abbandonai) sono stati caratterizzati da una serie di letture extra-curriculari e che derivavano da una mia necessità interiore di elaborare il lutto della improvvisa e traumatica scomparsa di mio padre. Un mio filone di letture, portato avanti in modo febbrile e ossessivo, fu costituito da una serie di saggi sulla morte e sul morire e fu così che, appunto, mi imbattei nel testo della Kubler Ross.

Maurizio Crispi

Elizabeth Kubler Ross, On Death and Dying

Elisabeth Kubler-Ross, medico psichiatra di origine svizzera, viene considerata la fondatrice della psico-tanatologia, ed anche uno dei più noti esponenti dei cosiddetti "death studies" in cui l'oggetto dell'attenzione non è tanto la morte in sé, quanto piuttosto il morire, inteso come "processo", processo affrontato con laica lucidità al di fuori di qualsiasi cornice religiosa pre-costituita.

Il modello elaborato dalla Kubler-Ross è servito a creare una nuova attenzione sui processi del morire (all'interno di categorie psicologiche) dopo che con la perdita di influenza delle organizzazioni religiose e del supporto della fede, il morire era stato in qualche modo de-umanizzato e relagato nel chiuso degli ospedali.

Il modello a cinque fasi del morire, elaborato nel 1970, nel suo studio fondamentale e pioneristico On Death and Dying (La morte e il morire, Assisi, Cittadella, 1976. 13ª ed.: 2005) rappresenta tuttora uno insostituibile strumento che permette di capire le dinamiche mentali più frequenti della persona a cui è stata diagnosticata una malattia terminale, ma ha una portata ben più ampia, poiché gli psicoterapeuti hanno constatato che esso è valido anche ogni volta che ci sia da elaborare un lutto (o una perdita), anche se esclusivamente - o prevalentemente - limitato al livello affettivo e/o ideologico.

E' da sottolineare che si tratta di un modello a fasi e non a stadi, per cui le fasi possono anche alternarsi, presentarsi più volte nel corso del tempo, con diversa intensità, e senza un preciso ordine, dato che le emozioni non seguono regole particolari, ma anzi così come si manifestano, così svaniscono, oppure si presentano magari miste e sovrapposte.

Ed ecco di seguito le cinque fasi, descritto dalla Kubler-Ross, con ampi riferimenti a casi di pazienti terminali che lei stessa ebbe modo di seguire nel loro percorso di avvicinamento alla morte.

Fase della negazione o del rifiuto: “Ma è sicuro, dottore, che le analisi sono fatte bene?”, “Non è possibile, si sbaglia!”, “Non ci posso credere” sono le parole più frequenti di fronte alla diagnosi di una patologia organica grave; questa fase è caratterizzata dal fatto che il paziente, usando come meccanismo di difesa il rigetto dell' esame di realtà, ritiene impossibile di avere proprio quella malattia. Molto probabilmente il processo di rifiuto psicotico della verità circa il proprio stato di salute può essere funzionale al malato per proteggerlo da un’eccessiva ansia di morte e per prendersi il tempo necessario per organizzarsi. Con il progredire della malattia tale difesa diventa sempre più debole, a meno che non s’irrigidisca raggiungendo livelli ancor più psicopatologici.
Fase della rabbia: dopo la negazione iniziano a manifestarsi emozioni forti quali rabbia e paura, che esplodono in tutte le direzioni, investendo i familiari, il personale ospedaliero, Dio. La frase più frequente è “perché proprio a me?”. È una fase molto delicata dell’iter psicologico e relazionale del paziente. Rappresenta un momento critico che può essere sia il momento di massima richiesta di aiuto, ma anche il momento del rifiuto, della chiusura e del ritiro in sé.
Fase della contrattazione o del patteggiamento: in questa fase la persona inizia a verificare cosa è in grado di fare, ed in quale progetti può investire la speranza, iniziando una specie di negoziato, che a seconda dei valori personali, può essere instaurato sia con le persone che costituiscono la sfera relazione del paziente, sia con le figure religiose. “se prendo le medicine, crede che potrò vivere fino a…”, “se guarisco, farò…”. In questa fase, la persona riprende il controllo della propria vita, e cerca di riparare il riparabile.

 

Elisabeth Kubler Ross, La morte e il morire, La Cittadella Editrice

Fase della depressione: rappresenta un momento nel quale il paziente inizia a prendere consapevolezza delle perdite che sta subendo o che sta per subire e di solito si manifesta quando la malattia progredisce ed il livello di sofferenza aumenta. Questa fase viene distinta in due tipi di depressione: una reattiva ed una preparatoria. La depressione reattiva è conseguente alla presa di coscienza di quanti aspetti della propria identità, della propria immagine corporea, del proprio potere decisionale e delle proprie relazioni sociali, sono andati persi. La depressione preparatoria ha un aspetto anticipatorio rispetto alle perdite che si stanno per subire. In questa fase della malattia la persona non può più negare la sua condizione di salute, e inizia a prendere coscienza che la ribellione non è possibile, per cui la negazione e la rabbia vengono sostituite da un forte senso di sconfitta. Quanto maggiore è la sensazione dell’imminenza della morte, tanto più probabile è che la persona viva fasi di depressione.
Fase dell’accettazione: quando il paziente ha avuto modo di elaborare quanto sta succedendo intorno a lui, arriva ad un’accettazione della propria condizione ed a una consapevolezza di quanto sta per accadere; durante questa fase possono sempre e comunque essere presenti livelli di rabbia e depressione, che però sono di intensità moderata. In questa fase il paziente tende ad essere silenzioso ed a raccogliersi, inoltre sono frequenti momenti di profonda comunicazione con i familiari e con le persone che gli sono accanto. È il momento dei saluti e della restituzione a chi è stato vicino al paziente.
È il momento del “testamento” e della sistemazione di quanto può essere sistemato, in cui si prende cura dei propri “oggetti” (sia in senso pratico, che in senso psicoanalitico).
La fase dell’accettazione non coincide necessariamente con lo stadio terminale della malattia o con la fase pre-morte, momenti in cui i pazienti possono comunque nuovamente sperimentare diniego, ribellione o depressione.

 

Elisabeth Kubler Ross con Madre Teresa di Calcutta

L'autrice. Elisabeth Kübler-Ross (Zurigo, 8 luglio 1926 – Scottsdale, 24 agosto 2004) è stata una psichiatra svizzera. Viene considerata la fondatrice della psicotanatologia e uno dei più noti esponenti dei death studies.

Dopo gli studi in Svizzera, nel 1958 si è trasferita negli USA dove ha lavorato per molti anni presso l'Ospedale Billings di Chicago. Dalle sue esperienze con i malati terminali ha tratto il libro La morte e il morire pubblicato nel 1969,[1] che ha fatto di lei una vera autorità sull'argomento. Celebre la sua definizione delle cinque fasi di reazione alla prognosi mortale: diniego (denial and isolation), rabbia (anger), negoziazione (bargaining), depressione (depression), accettazione (acceptance). Chiave del suo lavoro è la ricerca del modo corretto di affrontare la sofferenza psichica, oltre che quella fisica.

Usava anche praticare la tecnica dell'uscita fuori da corpo (OBE), che aveva appreso da Robert A. Monroe. Negli anni settanta ha tenuto numerosi seminari e conferenze.


Le sue opere

  • La morte e il morire, Assisi, Cittadella, 1976 (edizione originale 1969). 17ª ed.: 2015. ISBN 88-308-0247-6; ISBN 978-88-308-0247-6.
  • Domande e risposte sulla morte e il morire. Essere vicini a chi è prossimo a morire: alleviarne la sofferenza fisica e morale con rispetto della loro dignità umana, del bisogno di verità e di solidarietà, red./studio redazionale, 1981 (edizione originale 1974).
  • La morte e la vita dopo la morte. La nascita ad una nuova vita, Roma, Edizioni Mediterranee, 1991 (edizione originale 1983). ISBN 88-272-0009-6; ISBN 978-88-272-0009-4. Anteprima limitata. Nuova ed.: La morte e la vita dopo la morte. "Morire è come nascere", 2007. ISBN 88-272-1895-5; ISBN 978-88-272-1895-2. Anteprima limitata.
  • La morte è di vitale importanza. Riflessioni sul passaggio dalla vita alla vita dopo la morte, Gruppo Editoriale Armenia S.p.A., 1997 (edizione originale 1995).
  • Impara a vivere impara a morire. Riflessioni sul senso della vita e sull'importanza della morte, Gruppo Editoriale Armenia S.p.A., 2001 (edizione originale 1995).
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18 ottobre 2023 3 18 /10 /ottobre /2023 06:41
Margherita Nani, L'ospite

Tanto si è scritto sui campi di concentramento, su quelli di sterminio, sulla Shoah, ma sempre Auschwitz si pone all'apice della parabola mortifera del Nazismo e del suo progetto di sterminio.
Auschwitz, per motivi diversi, è divenuto l'emblema della Shoah.
Molte delle testimonianze dei sopravvissuti, a partire - per quel ci riguarda - da quella di Primo Levi, riguardano appunto Auschwitz che produsse al suo interno un ulteriore abominio, poiché vi si creò lo spazio per le turpi gesta di un medico delle SS, Joseph Mengele, sadico e torturatore in nome di una falsa concezione della scienza medica.

Questi operò ad Auschwitz, risultando essere particolarmente attivo ed instancabile nelle efferate selezioni in cui si decideva tra chi poteva vivere ancora per un po' e chi invece doveva essere subito messo a morte, ma - nello stesso tempo - utilizzò quelle selezioni sulle rampe per appropriarsi di coppie di gemelli di tutte le età sui quali compiva poi i suoi atroci esperimenti.

Venne per questo denominato l'Angelo della Morte o anche Dottor Morte: nelle sue attività pseudo-mediche cooptò dei deportati ebrei, rendendoli in qualche complici delle sue atrocità in una sorta di perverso patto per la vita.

Margherita Nani, nella sua opera L'Ospite. Le anatomie di Joseph Mengele (Editore Brioschi, 2019) ci racconta in forma romanzata appunto di Mengele durante il suo esilio brasiliano nella cittadina di Candido Godoi (nel cuore della selva brasiliana e che successivamente venne definita "la cittadina dei gemelli ariani di Joseph Mengele"), dove incontra un'adolescente, Pia, della quale si invaghisce.

Inizia così per lui un percorso di rivisitazione della sua storia personale: ma il suo abominio non può essere cancellato, poiché egli - Mengele - fu l'essenza stessa del Male ed interprete luciferino (e traditore, per questo) della deontologia professionale medica.

Quindi, nel romanzo della Nani, c'è la storia di un impossibile riscatto, in quanto il passato di atrocità e di crudeltà non potrà mai essere cancellato.

Mengele non venne mai catturato né tanto meno processato per i suoi crimini. Ciò è il motivo che ha portato molti narratori e cineasti ad ipotizzare quali siano state le sue possibili traiettorie di vita. Come racconta Oliver Guez, in un'altra narrazione biografica del 2018, La scomparsa di Joseph Mengele (Neri Pozza) Mengele non venne nemmeno sepolto. Le sue ossa vennero usate per scopi di studio come egli aveva fatto con le sue vittime.
 

Il libro di Margherita Nani merita sicuramente di essere letto.

 

(Dal risguardo di copertina) È il 1955 quando a Candido Godoi, nel cuore del Brasile, arriva un tedesco in cerca di una stanza in affitto. La famiglia Souza lo accoglie e Pia, la figlia adolescente, è fin da subito attratta dal fascino di quello straniero riservato e imperscrutabile, che a sua volta non potrà rimanere indifferente alla vitalità e all'innocente purezza della ragazza. Nessuno ha il minimo sospetto che l'ospite è in realtà il medico nazista Josef Mengele. In una serie di flashback e in un alternarsi di realtà storica e finzione letteraria, emerge il ritratto di un uomo la cui malvagità impedisce qualsiasi tentativo di comprensione. E Pia riuscirà a cogliere forse soltanto un frammento della complessa natura del dottor Mengele. In passato aveva tentato di farlo Irene, la moglie tanto innamorata quanto respinta dall'uomo in cui aveva inutilmente cercato tracce di un'anima. E poi Teresa, la ragazza ebrea destinata per anni ad affiancare la morte in persona nel campo di sterminio di Auschwitz. Cosa ha rivelato di sé Josef Mengele a ciascuna di loro? In questa biografia romanzata, l'ospite di Candido Godoi non troverà la giusta punizione, ma nemmeno quella pace tanto a lungo inseguita.

 

(gennaio 2020)

Oliver Guez, La scomparsa di Joseph Mengele, Neri Pozza

Oliver Guez, La scomparsa di Joseph Mengele (nella traduzione di M. Batto), Nei Pozza (Collana Bloom), 2018

 

Finalista al Premio Strega Europeo 2018.

Vincitore del prestigioso Prix Renaudot, La scomparsa di Josef Mengele si immerge fino in fondo nel cuore di tenebra del secolo trascorso, tra vecchi nazisti, agenti del Mossad, dittatori da operetta e attori di un mondo corrotto dal fanatismo.

(soglie del testo) «Olivier Guez si immerge nella realtà storica, la cristallizza nella vita individuale, nella carne e nel sangue di un uomo di cui niente può giustificare l’esistenza». - Le Monde

«Sono pagine secche come uno sparo, senza una parola in più del necessario, per narrare l'orrendo esilio di uno sterminatore». - Andrea Kerbaker, Tuttolibri - La Stampa

«Olivier Guez ci dà con il suo La scomparsa di Josef Mengele il tassello che mancava alla sterminata letteratura su questo infame individuo». - Corrado Augias, il venerdì di Repubblica

«Un’arida ed efficace tessitura letteraria che comincia subito dopo la pagina più buia della storia e pone il lettore di fronte a verità inquietanti». - Francesca Frediani, D la Repubblica

«Olivier Guez ci restituisce, con stile asciutto e senza bisogno di aggettivi, il contrappasso di un uomo braccato e vittima delle sue nevrosi». - Gigi Riva, L’Espresso

Ogni due o tre generazioni, quando la memoria si affievolisce e gli ultimi testimoni dei massacri precedenti scompaiono, la ragione si eclissa e alcuni uomini tornano a propagare il male.

(risguardo di copertina) Buenos Aires, giugno 1949. Nella gigantesca sala della dogana argentina una discreta fetta di Europa in esilio attende di passare il controllo. Sono emigranti, trasandati o vestiti con eleganza, appena sbarcati dai bastimenti dopo una traversata di tre settimane. Tra loro, un uomo che tiene ben strette due valigie e squadra con cura la lunga fila di espatriati. Al doganiere l’uomo mostra un documento di viaggio della Croce Rossa internazionale: Helmut Gregor, altezza 1,74, occhi castano verdi, nato il 6 agosto 1911 a Termeno, o Tramin in tedesco, comune altoatesino, cittadino di nazionalità italiana, cattolico, professione meccanico. Il doganiere ispeziona i bagagli, poi si acciglia di fronte al contenuto della valigia piú piccola: siringhe, quaderni di appunti e di schizzi anatomici, campioni di sangue, vetrini di cellule. Strano, per un meccanico. Chiama il medico di porto, che accorre prontamente. Il meccanico dice di essere un biologo dilettante e il medico, che ha voglia di andare a pranzo, fa cenno al doganiere che può lasciarlo passare. Cosí l’uomo raggiunge il suo santuario argentino, dove lo attendono anni lontanissimi dalla sua vita passata. L’uomo era, infatti, un ingegnere della razza. In una città proibita dall’acre odore di carni e capelli bruciati, circolava un tempo agghindato come un dandy: stivali, guanti, uniforme impeccabili, berretto leggermente inclinato. Con un cenno del frustino sanciva la sorte delle sue vittime, a sinistra la morte immediata, le camere a gas, a destra la morte lenta, i lavori forzati o il suo laboratorio, dove disponeva di uno zoo di bambini cavie per indagare i segreti della gemellarità, produrre superuomini e difendere la razza ariana. Scrupoloso alchimista dell’uomo nuovo, si aspettava, dopo la guerra, di avere una formidabile carriera e la riconoscenza del Reich vittorioso, poiché era… l’angelo della morte, il dottor Josef Mengele.
 

Robert Jay Lifton, I Medici nazisti, Rizzoli

Qualcuno ha detto che "Ippocrate morì ad Auschwitz". Vi è, al riguardo, un lungo saggio scritto da Robert Jay Lifton e fondato su un'enorme mole di dati ricavati da interviste rilasciate direttamente all'autore )e ottenute, in taluni casi, con molte difficoltà, in considerazione della reticenza a raccontare) da coloro che furono medici al tempo del nazismo e dei campi di concentramento: vi si mostrano diffusamente i modi in cui i medici nazisti (e non solo quelli dei campi di concentramento) tradirono il giuramento di Ippocrate. 

Si tratta di I medici nazisti. Storia degli scienziati che divennero i torturatori di Hitler, pubblicato da Rizzoli negli anni Ottanta del secolo scorso e ora riedito (2016)

(risguardo di copertina) "I medici nazisti erano delle belve quando fecero ciò che fecero? O erano degli esseri umani?": è questa la domanda a cui si propone di rispondere questo libro, un'inchiesta sconvolgente che ha aperto una prospettiva inedita sul Terzo Reich e le sue perverse atrocità. Basata su interviste a vittime e carnefici dei lager, la ricerca di Lifton penetra con rara incisività i meccanismi psicologici che hanno reso possibile nei medici nazisti la sostituzione del dovere di guarire con quello di uccidere. Dai ritratti di medici come "l'angelo della morte" Joseph Mengele alla descrizione dei macabri esperimenti compiuti nei campi di sterminio, l'autore ricostruisce con chiarezza il processo che ha portato uomini normali a compiere atti disumani e a legittimare il genocidio degli ebrei come mezzo di risanamento biologico e razziale. Con la sua analisi, Lifton ci ricorda la dura necessità di affiancare alla condanna del male compiuto nei lager l'indagine delle spaventose ragioni che l'hanno reso possibile. Perché solo affrontando la cupa verità che quella nazista fu una crudeltà specificamente umana potremo evitare che essa si ripeta in futuro.

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7 ottobre 2023 6 07 /10 /ottobre /2023 06:36
Suzanne Simard, L'albero madre. Alla scoperta del respiro e dell'intelligenza della foresta (Finding the Mother Tree, nella traduzione di S. Albesano), Mondadori (Le Strade Blu), 2022

L'albero madre. Alla scoperta del respiro e dell'intelligenza della foresta (Finding the Mother Tree, nella traduzione di S. Albesano) scritto da Suzanne Simard e pubblicato da Mondadori (Le Strade Blu), nel 2022 è un testo di fondamentale importanza per la comprensione dell'ambiente secondo un paradigma totalmente differente da quello dominante che è fondamentalmente ispirato al pensiero di Darwin, fondata sulla competizione tra specie e sulla sopravvivenza del più adatto e del più forte.
Tale paradigma ci ha indotto a ritenere che, nel mondo animale, vigesse "la legge del più forte" e del più adatto alla sopravvivenza e ci ha spinto a costruire un mondo di relazioni tra esseri viventi basato sulla competizione e sull'accaparramento delle risorse.
Questo pensiero ha del pari permeato il modo di rappresentare il mondo vegetale.
Suzanne Simard con le sue intuizioni e con le sue ricerche pluridecennali (per sostenere le quali ha dovuto duramente lottare contro le idee inamovibili dell'establishment accademico) ha rovesciato questo paradigma, mostrando che gli alberi e le piante (non solo simili, ma anche appartenenti a specie diverse) costruiscono una vasta rete sotterranea in cui i collegamenti avvengono attraverso le terminazioni radicali, ma anche con il supporto di un reticolo di ife fungine (le cosiddette micorrize) che connettono le radici di alberi consimili (o anche appartenenti a specie diverse), facilitando il travaso e la circolazione di principi nutritivi (e non solo: anche di informazioni attraverso sostanze chimiche che possono considerarsi l'equivalenti dei mediatori chimici nel nostro cervello).
Nel corso del tempo, il pensiero della Simard è andato ulteriormente avanti sino ad ipotizzare che gli alberi - visti nel loro insieme - si connettono dando vita ad una sorta di mente collettiva grazie alla quale alcuni alberi sono avvisati tempestivamente (attraverso messaggi chimici veicolati lungo la rete di collegamenti) di noxae che agiscono su di un altro albero-individuo connesso alla rete di radici intercomunicanti con l’intermediazione del reticolo costituito dalle ife fungine, sicché gli altri possano prepararsi producendo enzimi e altre sostanze utili a contrastare l'azione della noxa (in questa specifica circostanza si ha una comunicazione attraverso sostanze chimiche che viaggiano nelle radici inter-connesse).
Sì è sviluppata, pertanto, nel pensiero della Simard l'idea feconda che gli alberi si accudiscano tra di loro e che, in particolar modo, quelli di una stessa specie, possano stabilire tra loro dei rapporti privilegiati mentre con quelli di altre si possono stabilire forme di auto-aiuto sulla base delle diverse peculiarità di ciascuna specie, come - ad esempio - nella interazione tra abete di Douglas e betulla.
Ed è nato così anche il concetto di "Albero Madre" (da cui il titolo del libro) che tiene d'occhio i propri "piccoli", facendoli crescere protetti nel suo cono d'ombra e fornendo alle loro radici nutrienti fondamentali per la loro crescita, sino al punto in cui questi potranno trasformarsi in "madricine" (ovvero "piccole madri"), cominciando a propria volta a dare vita attraverso i primi semi a nuovi alberi.
Il pensiero della Simard s'è sviluppato controcorrente, superando la diffidenza e l'ostilità dei cattedratici arroccati sulla loro idea della competizione darwiniana e della necessità di applicare rigorosamente nei rimboschimenti la tecnica della monocultura.
Le battaglie della Simard sono state portate avanti con intraprendenza e perseverazione e proseguendo nella via di sperimentazioni di lunga durata.
Tutto questo la Simard ci racconta in questo straordinario saggio autobiografico che è, assieme, una pietra miliare in una nuova visone della botanica e nella storia delle idee.
Si legge in modo appassionato anche perché l'autrice non esita a mettere a nudo la sua vita personale e la sua forte determinazione nell'andare avanti.
Il volume è corredato da due inserti di splendide foto a coloro e in bianconero.
Un libro assolutamente da leggere, a mio parere.

Ovviamente leggendo questo testo, è facile fare il collegamento con la teoria esposta da Lovelock e al suo costrutto di Gaia, in cui il nostro pianeta va vissto come un unico e articolato organismo vivente.

Le teorie della Simard hanno profondamente influenzato alcune elaborazioni culturali, nella narrativa come anche nella cinematografia: uno degli esempi più ragguardevoli in questo secondo ambito è il film Avatar, con il suo seguito recente Avatar 2. La via dell'acqua.
 

 

(Soglie del testo) In queste pagine, commoventi e profondamente personali, l'autrice condivide il suo mondo, ricordandoci che la scienza non è un regno separato dalla vita ordinaria, ma profondamente connesso con la nostra umanità.
(risguardo di copertina) Docente alla British Columbia ed ecologista di fama mondiale, Suzanne Simard è una pioniera nel campo della comunicazione e dell'intelligenza delle piante. 
Quando nel 1997 «Nature» pubblicò un suo articolo nel quale dimostrava come gli alberi comunicassero tra loro attraverso un'immensa rete di funghi sottoterra, nessuno poteva immaginare che questa scoperta avrebbe riscritto uno dei paradigmi della teoria evoluzionistica, quello secondo cui è la competizione tra le piante a modellare le foreste. Simard suggeriva infatti che fossero la vicinanza e la collaborazione, la diversità e l'inclusione a garantire la vita, l'ecologia e il benessere dei grandi boschi. Un'intuizione che le indagini condotte nei vent'anni successivi hanno ampiamente confermato. Ora, in queste pagine, commoventi e profondamente personali, l'autrice condivide il suo mondo. Svela i segreti che accompagnano la vita degli alberi come creature sociali, mostrando da vicino come questi modellino il loro comportamento ai bisogni della comunità cui appartengono, come si prendono cura gli uni degli altri. Perché la foresta è un ecosistema dove tutto è connesso, dove le specie si adattano, si sviluppano, crescono, completano il loro ciclo vitale mettendo in comune risorse e informazioni, diffondendo energia, saggezza, protezione. Come un'orchestra impegnata nell'esecuzione di una sinfonia, o come una famiglia che cresce attraverso il dialogo, l'aiuto reciproco, la condivisione di saperi e ricordi. 

Suzanne Simard

Ma soprattutto la Simard racconta come questo intreccio apparentemente miracoloso ruoti attorno a entità potenti e meravigliose, gli Alberi Madre, esemplari più anziani che non solo provvedono al nutrimento degli alberi più giovani, ma come dei veri genitori forniscono loro le «ricette migliori» per mantenersi in salute, contribuendo così, generazione dopo generazione, alla salvaguardia dell'ecosistema. 
L'Albero Madre ci accompagna nel complesso ciclo della vita nella foresta, ricordandoci che la scienza non è un regno separato dalla vita ordinaria, ma profondamente connesso con la nostra umanità.


L’autrice. Suzanne Simard insegna ecologia forestale presso l’Università della British Columbia. Autrice di oltre duecento pubblicazioni scientifiche, dal 2015 è a capo del progetto «Albero Madre». I suoi interventi ai TED Talks sono stati seguiti da più di dieci milioni di persone in tutto il mondo.
La sua è stata una vita di scienziata votata alle ricerche sul campo, nelle quali la Simard ha travasato la sua passione per la natura e le foreste, maturata sin dalla più tenera età

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4 ottobre 2023 3 04 /10 /ottobre /2023 06:01

Anche ai migliori lettori può capitare di incorrere in quello che viene definito blocco del lettore. Si tratta di un momento di stallo, in cui nessun libro sembra destare interesse adatto al proprio mondo interiore: un momento in cui inoltre non si riesce mai a trovare il tempo di dedicarsi alla letteratura.

Come aggirare il blocco del lettore

Una rappresentazione del blocco dello scrittore del pittore russo Leonid Pasternak (1862 – 1945)

L'incubo di molti scrittori è il cosiddetto "writer's block", ovverossia il "blocco della scrittore" (o sindrome della pagina bianca), quando la penna di un autore unon riesce più a tracciare solchi sulla carta e a produrre pagine di senso compiuto. 
Molti scrittori hanno partorito dei romanzi il cui tema centrale è appunto il paventato "blocco dello scrittore", storie parzialmente autobiografiche in cui lo stesso scrittore analizza e descrive qualche crisi di questo tipo che ha sperimentato in passato.

Fa da contraltare al "blocco dello scrittore", il "blocco del lettore", quando un lettore - più o meno prolifico che sia - viene preso da una sorta di inedia letteraria e nessun libro risulta più appetibile al suo palato, anche se gli stimoli alla lettura sono molteplici e nella sua "dispensa" letteraria si sono già accumulati molti volumi che fanno parte della lista delle prossime letture, mentre all'orizzonte si addensano altri volumi che possano entrare nelle capaci riserve del lettore accanito (la "legna da ardere" accumulata in vista di un lungo inverno).

Ebbene, in questi momenti, nulla più riesce a scuotere il lettore vorace dal suo torpore; se ne sta lì, provando e riprovando, magari sentendosi anche in colpa perché non legge e non avanti con il suo programma di lettore o perché non da libero corso all'attività che predilige.

E in questo non ha riposo, non ha pace, si tormenta.

Forse ciò accade perché ci siamo sottoposti ad una pressione eccessiva, riempiendo ogni spazietto del nostro tempo libero con le letture, inventandoci addirittura altri intervalli di tempo da dedicare alla lettura (magari non dormendo la notte).

Ci siamo saturati.

Non si deve insistere, in questi casi.

Il blocco del lettore

Insistere porta all'effetto contrario, come nel caso dell'insonne che vuole dormire, vuole riaddormentarsi ad ogni caso; e, imprigionato com'è nell'ansia da prestazione (che in questo caso si traduce nel "produrre sonno"), non si rilassa a sufficienza perché il Sonno possa sorprenderlo.

Nei confronti della lettura non funziona il "volli, e volli sempre, e fortissimamente volli" di alfieriana memoria, poiché la lettura (a meno che non sia finalizzata all'apprendimento e allo studio) è un'attività che si svolge (o dovrebbe svolgersi) fondamentalmente all'insegna del piacere.

E allora?

Bisogna sapere attendere! Dar tempo alla nostra mente di far sedimentare le scorie letterarie o di metabolizzarle; lasciare che il cervello sovraeccitato e sovraccarico di parole, di frasi memorabili, di trame e di personaggi, si raffreddi e si riposi; facendo sì che, attraverso il riposo si rigeneri (e facendo sì che il sovraccarico di informazioni e le tante, troppe vite che la lettura costante ci trasmette, decantino).

Occorre riesumare quella pratica agricola del maggese, oggi semi-dimenticata per via dello sfruttamento intensivo dei terreni e dell'utilizzo dei fertilizzanti chimici, che era quella di tenere a rotazione un appezzamento di terreno a riposo, "a maggese" come si diceva, per un anno o per periodi di tempo più lunghi: un riposo attivo, in verità, poiché senza la semina di specifiche sementi "produttive" e con la comparsa di specie non domestiche, il terreno si rigenerava e, dopo un intervallo dato,  era fosse nuovamente pronte ad accogliere la semina dell'uomo e a fare sviluppare piante dalla crescita sana e vigorosa.

Snoopy Writer

E dunque: se da lettori (da lettori "golosi" e "ingordi" ci sarebbe da aggiungere) ci dovessimo confrontare con il temuto "blocco del lettore", mettiamoci tranquillamente "a maggese" per il tempo necessario oppure lasciamo sorprenderci da incontri inattesi e dalla scoperta di ciò che non è non è nella nostra lista mentale di letture alla quale tenderemmo ad attenerci scrupolosamente: in questi casi, l'incontro con una lettura che, in altri momenti avremmo snobbato è come l'erba selvatica (a cui ordinariamente si attribuisce poco valore) che cresce e si dispiega in un terreno tenuto a maggese e fungerà sicuramente da fertilizzante naturale e da attivatore.

In fondo è lo stesso tipo di pausa che si richiede quando si termina di leggere un libro che ci ha preso con un'intensità straordinaria e mai vista: in questi casi non ci riesce - a volte - di prendere in mano, subito, un altro libro, perché la nostra mente è ancora sovraccarica di quelle vicende e di quei personaggi.

Il mio amico Geronimo su Facebook ha recentemente sollevato questo tipo di problema nel gruppo "Parliamo di libri, parliamo di noi" e con il suo quesito mi ha dato lo spunto di scrivere queste riflessioni.

 

Snoopy e la lettura

Così scrive su Facebook nel gruppo "Parliamo di libri, parliamo di noi" il mio amico virtuale Geronimo Wolf:

(29 settembre 2023) Da circa due settimane ho una sorta di blocco del lettore.
E ciò per noi lettori è un dramma.
Ho iniziato almeno 5 libri ma dopo qualche pagina li ho mollati, neanche la Patagonia di Chatwin mi ha svegliato dal torpore.
Sono andato in libreria con l'intento di acquistare un libro con caratteri grandi, di semplice lettura e poche pagine, ma son uscito con 'Figlio di Dio' di McCarthy.
Tutto l'opposto [di ciò di cui avrei avuto bisogno].
Anche in questi momenti mi rifugio nei drammi psicologici, sarà un vizio.
A casa ho tirato fuori dalla libreria parte dei libri ancora da leggere che giacciono moribondi da tempo,
Ne ho letto gli incipit senza capire granché, mentre la frustrazione prendeva il sopravvento su questo povero me, lettore sul viale del tramonto.
Tra un ahimè e l'altro, l'occhio mi è caduto su un libro avente le caratteristiche sopra elencate, regalatomi da un'amica per il compleanno di due anni fa.
Un libro che pensavo non avrei mai letto, che invece mi sta regalando momenti piacevoli e che non necessita di molta concentrazione, se non per i nomi giapponesi dei vari personaggi protagonisti.
Ma non si può avere tutto dalla vita.
Vi è mai successo di attraversare un periodo di apatia verso la lettura?
Secondo voi va assecondato o si deve continuare a leggere, anche solo la lista della spesa, i programmi tv e le ricette di nonna Pina?
Grazie, buona serata a tutti.

PS: anche scrivere questo post mi sta costando fatica, quindi vi prego di regalarmi qualche soddisfazione coi vostri commenti.

 

Un campo a maggese

Stare a maggese
Il termine “maggese” – derivante dal mese di maggio – indica una pratica agricola che viene svolta fin dall’antichità in questo mese.

Consiste nel fare una serie di lavorazioni su un terreno povero, tenuto a riposo, con la finalità di prepararlo ad una successiva coltivazione e soprattutto renderlo pronto per la “rotazione delle colture”.

È un terreno ben arato, lavorato con l’erpice – un attrezzo costituito da lame, denti o dischi su telaio – ma lasciato non seminato, a “riposare” per una anno intero o più, senza appunto renderlo produttivo.
Passando dalla metafora rurale alla Psicologia, lo stare o il mettersi a maggese è una capacità fondamentale che è utile acquisire per il governo efficace di noi stessi e della nostra emotività, in occasione di specifici eventi e/o periodi della nostra vita.
La nostra mente, ma in questo caso soprattutto il nostro cuore inteso in senso affettivo/sentimentale, sono infatti paragonabili ad un campo agricolo: non possono subire lo “sfruttamento intensivo” delle risorse ed essere sempre in tensione “produttiva”.

Il rischio è che il “terreno” si inaridisca al punto tale da diventare di fatto improduttivo.

È necessario, oltre che opportuno, equilibrare saggiamente il momento della “coltivazione” con quello del “riposo attivo”, ossia quello di un tempo/spazio personale in cui ci si rigenera, ci si prende cura di sé, ci si ascolta in profondità e si allentano o annullano del tutto gli intensi ritmi della produzione vissuti nelle attività quotidiane e nelle relazioni con gli altri.

Silvio Morganti, nel suo originale libro Le voci del silenzio (Editori Riuniti, Roma, 1994), descrive lo stare a maggese nel modo seguente: “Molte volte ci può capitare di registrare consciamente una pacata riluttanza ad applicarci a qualcosa che avremmo il dovere di fare.

Ci rimproveriamo con severità, ma non riusciamo a costringere la nostra capacità esecutiva al dovere.

Sentiamo che abbiamo bisogno di restare un po’ in ozio.

Il rimanere a maggese è caratterizzato anche da un altro importante aspetto: non lo si può raggiungere nell’isolamento totale e nella deprivazione.

Bisogna acquisire la capacità di essere soli in presenza di qualcuno che ci stia discretamente vicino.

Questo garantisce che il processo psichico rimanga sotto controllo e che così non si trasformi in processo morboso, introspettivo e penosamente tetro”.
Il contadino, anche se non semina, vigila sempre sullo stato del suo campo.
Lo stare a maggese è “sospendere” per un periodo l’attività della nostra mente ma anche del nostro cuore rispetto ad un “oggetto specifico” – una relazione, un amore, il lavoro – per il tempo necessario che serve loro a rigenerarsi.
Possiamo assimilare lo stato di maggese a quello che i Romani chiamavano “Otium” – il ritiro nello spazio privato – in contrapposizione al “Negotium” che indicava invece l’insieme delle attività di scambio e di comunicazione svolte nel Foro o nella pubblica piazza.
L’“Otium” non va confuso con l’“Otiositas” che risponde all’accezione negativa dell’oziare secondo quanto S. Benedetto ha menzionato nella sua Regola.
“C’è un tempo per abbracciare ed un tempo per astenersi dagli abbracci”, troviamo scritto nella Bibbia.
Ecco il motivo fondamentale per cui la strategia de “Il chiodo scaccia chiodo” in amore è molto rischiosa.

Dopo aver vissuto una relazione od una storia importante, soprattutto quando è “finita male”, bisogna lasciare al “terreno dei sentimenti” un tempo per riposarsi e riprendersi, altrimenti lo “sfruttamento intensivo” può anche renderlo “sterile”, vale a dire incapace di generare rapporti soddisfacenti e frutti amorosi saporiti in un tempo successivo.
È necessario una buona dose di coraggio e di equilibrio interiore per astenersi ma il saper aspettare è ripagato dal fatto che il futuro incontro sarà ancora più emozionante e significativo.

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25 settembre 2023 1 25 /09 /settembre /2023 12:02
Andrew Taylor, Anatomia dei fantasmi, Castelvecchi

Anatomia dei fantasmi (The Anatomy of Ghosts, nella traduzione di L. Bertolucci), scritto da Andrew Taylor e pubblicato da Castelvecchi, 2012, mallgrado il titolo (che potrebbe essere fuorviante) ci mette di fronte ad una crime story, ambientata a Cambridge alla fine del XVIII secolo, in uno dei periodi più bui - ci avverte lo stesso autore - della storia di questa cittadella della cultura britannica.
Il libraio in disgrazia John Holdsworth, segnato dalla recente scomparsa della moglie per suicidio e del figlioletto, poco prima, per annegamento, viene ingaggiato da Lady Anne, ricca patrocinatrice del Jerusalem College, per mettere ordine nella biblioteca del college stesso, ma soprattutto per risolvere l’enigma del malore psichico in cui versa il proprio figlio, trovato svenuto nel giardino del college e che farnetica di aver visto il fantasma della moglie di uno dei fellow* anziani, trovata morta nello stesso giardino apparentemente per una caduta.
Holdsworth viene incaricato di questo compito poiché é noto il suo scetticismo in materia di fantasmi: alla morte della moglie, vittima degli inganni di una medium che l’aveva convinta di poter dialogare con il figlio morto, lo stesso Holdsworth ha scritto un libello dal titolo “Anatomia dei fantasmi”, proprio per confutarne l’esistenza (da qui il titolo del romanzo).
Holdsworth riuscirà a riportare alla salute mentale il figlio di Lady Anne, svelando al tempo stesso i danni e la corruzione generate dalla Confraternita dello Spirito Santo, una sorta di società segreta iniziatica per i giovani fellow del college stesso e generatrice di corruzione e ricatti.
Magnifica e minuziosa ricostruzione storica, fondata su solide fonti storiche e bibliografiche anche se il college in questione, pur ispirato ad uno reale, e i personaggi sono di pura fiction.

(Risvolto) 1786, Inghilterra. Il libraio John Holdsworth è un uomo messo a dura prova dalla sorte: suo figlio è morto e sua moglie, prima di suicidarsi nello stesso fiume che ha portato via il bambino, ha dato tutti i loro soldi a un'imbrogliona che diceva di poter contattare le anime. Esasperato e ormai sul lastrico, John si riduce a vendere libri come ambulante e pubblica un piccolo volume, "Anatomia dei fantasmi", per dimostrare al mondo che gli spiriti non esistono. Ma un giorno alla sua porta si presenta un uomo che gli propone un delicato incarico per conto di Lady Anne, una nobildonna con una ricca biblioteca in eredità, convinta che solo l'autore di "Anatomia dei fantasmi" possa aiutarla; suo figlio Frank infatti, studente del Jerusalem College di Cambridge, dopo aver visto lo spettro di una giovane donna annegata ha perso il proprio equilibrio mentale, e nessuno riesce più a comunicare con lui. Holdsworth si trova così proiettato nell'elitario e reticente ambiente del college, fra torbidi intrighi, arcani cerimoniali di società segrete, misteri notturni e legami inconfessabili: quando anche i suoi fantasmi tornano a farsi vivi, si rende conto che è necessario indagare e fare chiarezza prima che gli spiriti diventino più reali e pericolosi di quanto avesse immaginato.


 

Andrew Taylor

L'autore. Andrew Taylor, nato a Stevenage (Anglia Orientale, UK) nel 1951, ha studiato presso un College di Cambridge ed è uno scrittore inglese molto prolifico, specializzato in crime novel.
In Italia sono usciti La seconda Mezzanotte (Mondadori, 1988), Il ragazzo americano (Nord, 2006), questo Anatomia dei fantasmi (Castelvecchi, 2012), I 50 libri che hanno cambiato il mondo (Garzanti, 2015) e Le ceneri di Londra nel 2020.
Un autore poco tradotto in italiano


 

__________________________________
Membro interno d'un college; anche, laureato all'inizio della carriera scientifica o accademica, in un'università inglese e americana, o fornito di borsa di studio per lavori di ricerca

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15 settembre 2023 5 15 /09 /settembre /2023 07:20
1793

1793 di Niklas Natt Och Dag, (nella traduzione di Gabriella Diverio e Alessandra Scali), pubblicato da Einaudi (nelle collane Stile Libero Big/ Super ET, 2019 e SuperET, 2020) è Il primo volume di una trilogia storica ambientata nella Stoccolma di fine Settecento, con risvolti cupi e da noir:  stato per me una piacevole sorpresa, per quanto di difficile digestione.
Ho letto molto delle condizioni di vita durissime della maggior parte della gente non abbiente (quindi la maggior parte della popolazione residente) nella Londra dell'Ottocento, niente ancora sulla Stoccolma di quel periodo o anche prima. E quindi quest'opera ha suscitato un mio forte interesse, perché mi ha condotto nel cuore di un pianeta ancora a me del sconosciuto.
Ciò che emerge è una separazione abissale tra i "poveri", i nullatenenti, i disperati e l'aristocrazia. Due pianeti del tutto separati. E' inimmaginabile, al giorno d'oggi, pensare che si potesse vivere in quelle condizioni: in più in condizioni in cui gli "ultimi" (la maggior parte) si trovavano a dipendere dalla sopraffazione e dall'abuso di guardiani e di amministratori della giustizia corrotti e prevenuti.
Questa è la ricostruzione che emerge dal primo dei tre volumi della trilogia storica scandinava.
Tutto ruota attorno al ritrovamento di un corpo orrendamente mutilato nelle acque limacciose di Stoccolma: e si trovano ad indagare due particolari personaggi, una coppia male assortita, eppure efficace, pur tormentata dalle crisi di mal sottile e dagli accessi melanconici di uno dei due, (Cecil Winge) e dalle intemperanze alcooliche dell'altro (Mickell Cardell).
Eppure, alla fine, i due investigatori (pur così squinternati, sia pure per motivi diversi) districheranno la matassa, giungendo ad una soluzione. Il tutto con ampi excursus sulla vita di altri personaggi che contribuiscono ad arricchire il quadro. Ma il carattere principale (ed anche il protagonista assoluto) è la Stoccolma di quell'anno, turbata dai veti rivoluzionari che vengono dalla Francia, con un Re appena assassinato e con un reggente assetato di potere, mentre il popolo langue e affoga nella miseria e in fiumi d'alcool.
Molti dei luoghi descritti e dei particolari storici non mi sono risultati usuali e, quindi, la lettura è stata supportata da frequenti incursioni su Wikipedia per saperne di più sui luoghi descritti e sui personaggi storici menzionati.
Ci vuole indubbiamente molto stomaco per leggere alcuni passaggi, ma si va avanti, perché la voglia di conoscere di più e il desiderio di seguire il filo rosso della narrazione hanno la meglio.
#lemieletture #narrativa #narrativascandinava #thrillerstorici #romanzistorici

 

(quarta di copertina) Stoccolma, Anno Domini 1793. In una città oltraggiata dalla povertà e dal privilegio, la notizia di un corpo ripescato in un lago scuote nobili e prostitute, preti e tagliagole. Toccherà a un ex soldato con un braccio di faggio e a un giudice malato cercare la verità fra i bassifondi e i palazzi del potere. Un caso internazionale che segna la nascita di un folgorante talento letterario.


(Risguardo di copertina) È l’autunno del 1793. Gustavo III è morto e la Svezia geme sotto il pugno di ferro di Gustaf Adolf Reuterholm, il lord reggente. Il Paese è affamato, sfinito dalle troppe guerre del defunto re. La paranoia prolifera come un morbo e per i vicoli di Stoccolma si sussurra di cospirazioni e complotti. Cosí la scoperta di un cadavere orrendamente mutilato sull’isola di Södermalm diventa una questione della massima urgenza.
L’incarico di risolvere il mistero viene affidato a Cecil Winge, un geniale procuratore ormai consumato dalla tisi. Con lui, Mickel Cardell, un reduce della guerra contro la Russia che, nonostante abbia lasciato il braccio sinistro sul campo di battaglia, possiede ancora una forza quasi sovrumana.

 

Niklas Natt Och Dag

Hanno detto
«Coinvolgente e scioccante» - The Times
«Un romanzo livido, febbrile, di una potenza palpabile. Un esordio eccezionale. Un autore da seguire» - Le Parisien
«Un thriller trascinante» - The Observer
«Un viaggio vivido e avvincente nella Stoccolma del xviii secolo, nelle sue ingiustizie e nei suoi luoghi oscuri» - The Guardian

L'autore. Niklas Natt Och Dag è il discendente della più antica famiglia aristocratica svedese, da tempo decaduta. 1793, il suo primo romanzo, ha vinto il premio di libro dell'anno in Svezia ed è stato pubblicato in Italia nel 2019 da Einaudi.
Hanno fatto seguito 1794 e 1795, quest'ultimo uscito in Italia per Einaudi nel 2022

#lemieletture #narrativa #narrativascandinava #thrillerstorici #romanzistorici

Finito di leggere ad Agosto del 2022

 

 

(Margherita Guizzo del gruppo FB "Parliamo di libri, parliamo di noi") All'inizio del 2020, appena terminato di leggere questo libro, scrivevo il seguente commento. Praticamente siamo d'accordo su tutto. Poi ho acquistato il secondo della trilogia, ma non l'ho ancora affrontato.
"Ecco un libro da leggere quando hai il naso tappato dal raffreddore e non ti arrivano gli effluvi che dalle pagine di carta e perfino dallo schermo asettico del kindle si alzano a sconvolgere le tue mucose nasali.
È un libro di odori, odori cattivi, che nella Stoccolma del 1793, appena morto re Gustavo III per un attentato, ristagnano dappertutto e non danno pace.
È l'afrore dei corpi, il fango putrido delle strade, il vomito degli ubriachi, le fogne che confluiscono nei canali, le montagne di merda, i cadaveri accatastati in attesa di sepoltura.
"" Producono sapone, sia quello con cui i poveracci grattano via lo sporco quando si fanno il bagno a Natale, sia quello che usano le nobildonne per la toilette mattutina. La lavorazione è la stessa. La differenza sta nell'esclusività del profumo. Ma prima del profumo c'è la puzza, quella emanata dai cadaveri degli animali. Li si fa sciogliere per ottenerne il grasso, che poi viene mescolato con altri ingredienti... ""
Comunque, superato l'impatto olfattivo, il libro è bello e meritevole di lettura.
I critici lo chiamano giallo storico.
Dal punto di vista della Storia - ho verificato - tutto a posto. Come giallo, segue la falsariga dei capostipiti di genere con la classica coppia di investigatori: il genio e l'aiutante. Qui l'emulo di Holmes è Cecil Winge, giudice consumato dalla tisi, che ti chiedi come abbia fatto a non morire lungo le 496 pagine di questo romanzo affascinante e complesso.
Mickel Cardell (Watson, per capirci) è un reduce di guerra dal braccio di legno, guardia controvoglia tra una sbornia e una scazzottata, quando capita. Capita spesso, ma in fondo è un bravo ragazzo.
Dalla capitale svedese così descritta, sembra lontana la Rivoluzione Francese degli stessi anni; invece c'entra e la troverete fra le pagine:
"" Le lamentele che corrono di bocca in bocca sono sempre le stesse: l'economia che va a rotoli, l'incompetenza dei governanti, la necessità urgente di cambiare le cose. ""
A proposito di miseria e nobiltà, il giovane autore di questa opera prima pare sia l'ultimo rampollo della più antica casata nobiliare svedese, il cui lignaggio evidentemente non basta a sopravvivere oggidì. Fa il giornalista ed ora lo scrittore di successo. (Pensate un po' se l'idea venisse a qualcuno di casa Savoia, non oso nemmeno pensarci).
(Comunque il rimando in copertina a Umberto Eco è esagerato, checché ne dica il Washington Post)"

Un bellissimo commento!

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14 settembre 2023 4 14 /09 /settembre /2023 06:39
Luca di Fulvio, La ragazza che toccava il cielo, Rizzoli

Dopo il successo di “La gang dei sogni” presso i lettori tedeschi (da me recensito in un mio precedente blog), i successivi romanzi di Luca Di Fulvio sono stati tradotti e pubblicati in tedesco, prima ancora che in edizione italiana, un successo travolgente da milioni di copie vendute. 
Nulla in confronto al successo di pubblico in Italia, dove é rimasto come scrittore onorevolmente apprezzato, anche se di nicchia (senza cioè mai raggiungere punte da best seller).
Ho letto La ragazza che toccava il cielo (uscito nel nel 2013 e pubblicato da Rizzoli)  con immenso piacere: siamo in una Venezia di inizio Seicento, in cui si ritrovano diversi personaggi alcuni che giungono da lontano, e altri veneziani.
Venezia, nell'arco temporale in cui si svolge la vicenda, comincia ad essere percorsa da intolleranze religiose (che portano gli Ebrei ad essere confinati nel ghetto e ad essere tacciati di stregoneria da fanatici religiosi), mentre imperversa il Mal Francioso (la sifilide) che in quegli anni aveva ancora un decorso tumultuoso e un andamento epidemico.
In questo scenario si sviluppa un amore appassionato tra Mercurio, un ladruncolo con abilità trasformiste, giunto da Roma alla ricerca di fortuna, e di Giuditta, figlia di un ebreo sedicente medico (anche loro provenienti da lontano dopo molte traversie).

Molti dei personaggi sono impegnati a trasformarsi e ad elevarsi e ciò a scapito di gelosie, odi vendicativi, meschine ritorsioni e rese dei conti. 
Le costruzioni narrative sono rutilanti e si susseguono, tenendo avvinto il lettore, con una precisa ricostruzione degli ambienti, delle location sin quasi a condurlo a percepire con verosimiglianza colori, suoni e odori. Venezia appare fatiscente, invasa dalle puzze dell'acqua stagnante dove vengono riversati liquami, escrementi e residui organici di ogni genere, mentre l'igiene delle persone e degli ambienti è precaria e approssimativa, e molti - i più - vivono in condizioni di grande miseria: eppure, v'è tutto il fascino d'una città che si erge sull'acqua con gli sfarzi e le bellezze sublimi che, come fiori di indicibile bellezza, nascono da una base di mortifera decomposizione (per questi aspetti, il romanzo di Luca di Fulvio ricorda molto la Stoccolma di fine Settecento tratteggiata in 1793 dello svedese Niklas Natt Och Dag)
 

Non anticipo altro della trama, per non fare da spoiler a coloro che vorranno leggere questo romanzo, ma dirò soltanto che vi si parla, in definitiva, del perseguimento di un sogno e di un riscatto possibile, inseguendo il cielo e le stelle. e di un avventure verso un agognato nuovo mondo.

 

Grazie, Luca di Fulvio!


(Risguardo di copertina) 1515. Mercurio è un artista della truffa. Scaltro, veloce, abile nei travestimenti, ha fatto delle fogne di Roma la propria casa, imparando dalla strada che l'unico modo per sopravvivere è non avere altri cui pensare tranne se stesso. Convinto di avere ucciso un mercante ebreo che ha appena derubato, è costretto a fuggire: lontano potrà rimettere insieme i cocci della sua vita. Certi vasi, però, nascono rotti, e non basta portarli altrove per farli sentire meno a pezzi. Eccolo allora a Venezia, nel suo ingannevole intreccio di canali, dove conosce Giuditta, arrivata in laguna con l'illusione di trovare un luogo libero dalle persecuzioni contro gli ebrei. Ma l'amore che nasce tra i due è destinato a incontrare insidie e ostacoli: la gelosia della giovane Benedetta, innanzitutto, e la nascita, proprio a Venezia, di quello che sarà il primo ghetto d'Europa. Nel labirinto di calli malfamate perdersi è la norma, e a Mercurio non resterà che smarrire se stesso per ritrovare Giuditta, il pezzo mancante nella mappa strappata del suo cuore.

 

Luca Di Fulvio

L’autore. Luca Di Fulvio, nato nel 1957 a Roma (morto nel 2023), è stato un autore, attore e drammaturgo italiano. 
Ha vissuto a Roma dove si è diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, entrando a far parte della comunità teatrale americana “Living Theatre”.
Successivamente ha lavorato con Andrej Waida ne “L’affare Danton”. Ha fondato con Pino Quartullo la compagnia teatrale “La Festa Mobile”. Oltre a numerosi spettacoli di successo, i due hanno realizzato il cortometraggio “Exit” vincitore della Concha de Oro al Festival di San Sebastian e nominato agli Oscar.
Ha vinto il Premio Under 35 e segnalazione speciale dell’Istituto del Dramma Italiano con l’atto unico “Solo per amore” scritto con Carla Vangelista.
Nel 1996 ha esordito nella scrittura con il romanzo breve Zelter, pubblicato da Zelig-Baldini&Castoldi cui fa seguito nel 2000 L’impagliatore, romanzo noir pubblicato da Mursia che in breve ottenne grandi consensi. Acquistato dalla casa di produzione Cattleya, viene portato al cinema da Eros Puglielli col titolo “Occhi di cristallo” e presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Nel 2004 L’impagliatore viene ristampato da Einaudi. Segue Dover Beach, pubblicato da Mursia e acquistato da Vittorio Cecchi Gori.
Con lo pseudonimo di Duke J. Blanco ha scritto il romanzo per ragazzi I misteri dell’Altro Mare, vincitore del premio Selezione Bancarellino.
Nel 2006 è approdato a Mondadori con il romanzo La scala di Dioniso [splendido romanzo], acquistato per il cinema da Gabriele Salvatores, cui fanno seguito nel 2008 La gang dei sogni e Il Grande Scomunicato del 2011.
I suoi libri sono tradotti da importanti case editrici come Gallimard e Albin Michel (Francia), Luebbe (Germania), Azbooka (Russia), Hayakawa (Giappone), Bitter Lemon Press (Inghilterra, Canada e USA) e poi in Spagna, Serbia, Olanda, Croazia, Slovenia, Grecia.
Nel 2015, viene pubblicato il romanzo Il bambino che trovò il sole di notte (pubblicato in contemporanea in lingua tedesca). 
Nel 2019 esce per Rizzoli La figlia della libertà (addirittura pubblicato l'anno precedente in lingua tedesca) e nel 2020 La ballata della città eterna, ultimo suo romanzo.
Luca Di Fulvio si è spento a Roma il 31 maggio 2023.

Ho avuto il piacere di conoscere personalmente Luca di Fulvio attraverso un fecondo e stimolante scambio epistolare, sia prima che dopo la pubblicazione de "La scala di Dioniso", di cui Luca mi ha fatto omaggio di una copia autografa.

Luca Di Fulvio

Attraverso Facebook, ho scoperto con dispiacere che se è andato, il 31 maggio 2023, LUCA DI FULVIO, uno scrittore italiano eclettico, versatile e geniale, forse poco conosciuto dalle nostre parti ma tradottissimo in altre lingue e soprattutto in Tedesco (e in Germania specie con i suoi ultimi romanzi di carattere storico ha goduto di tantissima popolarità).
Mi pregio di averlo seguito sin dai primi suoi romanzi e di essere stato a lungo negli anni passati in contatto epistolare.
Pur essendo di natura schiva è riservata, era uno scrittore che non si tirava indietro e che volentieri e con affabilità rispondeva generosamente ai lettori che gli scrivevano.
Ho letto moltissimi dei suoi romanzi, soprattutto quelli della prima maniera, prima della svolta verso il romanzo ad ambientazione storica.
Merita indubbiamente di essere ricordato.

Arrivederci, Luca Di Fulvio!

 

Di seguito i titoli delle sue opere narrative

  • 1996 Zelter
  • 2000 L'impagliatore
  • 2002 Dover Beach
  • 2006 La scala di Dioniso
  • 2008 La gang dei sogni
  • 2011 Il grande scomunicato
  • 2013 La ragazza che toccava il cielo
  • 2015 Il bambino che trovò il sole di notte
  • 2019 La figlia della libertà
  • 2021 La ballata della città eterna

Di questi segnalo particolarmente La scala di Dioniso e La Gang dei sogni che credo si possano considerare i romanzi della sua maturità di scrittore, in transizione da opere di genere e prima della svolta "storica" che lo ha reso così popolare all'estero.

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30 agosto 2023 3 30 /08 /agosto /2023 06:11
Il detective Kindaichi, Sellerio editore, 2019

Il detective Kindaichi (nella traduzione di Francesco Vitucci), pubblicato da Sellerio (collana La Memoria), nel 2019, , é' una crime story uscita dalla penna di Yokomizo Seishi e molto ben costruita poichè ripropone in modo assolutamente originale il classico mistero della letteratura poliziesca dell’omicidio perpetrato in una camera chiusa dall'interno, così come tiene a precisare il narratore, proprio a partire da alcuni classici, in testa a tutti quello di Gaston Leroux (Il Mistero della Camera Gialla) e a seguire alcuni dei romanzi di John Dickson Carr, anche lui maestro degli enigmi della camera chiusa.

Per la risoluzione del mistero proposto in questo breve romanzo entra in scena una singolare figura di investigatore privato, Kosuke Kindaichi che si presenta sulla scena del doppio delitto e, dopo aver raccolto degli elementi sparsi, a tutti incomprensibili (semplici "anomalie" ritenute dagli investigatori fficiali elementi senza importanza) li ricompone in un racconto coerente e assolutamente verosimile, fornendo alle persone coinvolte e ai lettori la spiegazione per comprendere un "delitto perfetto".  
Le rivelazioni finali come in tutte le crime story - si pensi alle narrazioni di Agatha Christie, ad esempio - avvengono nel corso di una riunione in cui è Kundaichi stesso a mettere assieme i diversi pezzi del puzzle e a fornire anche per ciascuna sua affermazione le necessarie dimostrazioni sulla veridicità di ciò che afferma.
A questo primo romanzo con l'investigatore Kindaichi, nella veste di protagonista/risolutore del caso, ne hanno fatto seguito altri di cui due sono stati pure editati da Sellerio, rispettivamente "La Locanda del Gatto Nero" e "Fragranze di morte".
L'ho letto con autentico piacere.


"Yokomizo Seishi era soprannominato il «John Dickson Carr giapponese». Come il grande giallista di lingua inglese dell’«epoca d’oro», le trame di Yokomizo fanno perno su un enigma «impossibile»; e il mistero è avvolto in dettagli impressionanti, talvolta apparentemente soprannaturali, che sembrano mandare un messaggio nascosto. In un quadro di questo genere, il marchio del detective non può essere la normalità, ma l’eccentricità e il ragionamento acuto".


(Risguardo di copertina) Un doppio omicidio. Un enigma della camera chiusa. Un bizzarro detective privato, giovanissimo, trasandato nel vestire quasi oltre la decenza, presuntuoso a rasentare lo sprezzo. Uno dei romanzi di fondazione del mystery nipponico e l'esordio delle indagini del detective Kindaichi Kōsuke. Un classico di livello internazionale.
Un enigma della camera chiusa. Doppio omicidio nella dépendance della grande magione degli Ichiyanagi, ricchi e influenti possidenti. Il primogenito Kenzō, assieme alla giovane moglie, è ritrovato sgozzato, immersi i due corpi in un lago di sangue, nello stesso giorno delle nozze. L'ambiente dove è avvenuto il delitto è ermeticamente chiuso dall'interno, e l'arma del delitto, una spada tradizionale giapponese, giace a terra fuori dalla porta. Un brivido di terrore in più, che raggela gli abitanti della dimora, viene dal suono inspiegabile, nelle tardissime ore della notte, di un antico strumento a corde, il koto (il narratore della vicenda si riferisce ad essa come al «caso del koto stregato»). E nei dintorni si aggira uno strano personaggio, il viso sfregiato e solo tre dita nella mano, le cui impronte si trovano dappertutto. Yokomizo Seishi, massimo esponente della crime story nipponica, attivissimo nei decenni di metà secolo scorso nell'epoca d'oro del giallo deduttivo, aveva una passione per il sottogenere della camera chiusa, tanto da essere soprannominato il «John Dickson Carr giapponese». In comune con il suo omologo anglosassone, aveva la capacità di tinteggiare le atmosfere di un terrore che sfiorava il soprannaturale, oltre al

Seichi Yokomizo

talento di ideare «miracoli criminali». Gli ingredienti essenziali di questo sottogenere sono tre. La tensione del mistero inspiegabile che si scioglie con la scoperta del geniale marchingegno dell'assassino. L'ambientazione suggestiva: come è appunto quella inusuale, tenebrosa, alquanto esotica del mondo dei grandi ex feudatari nipponici. E infine il fascino del bizzarro investigatore: e quello di Yokomizo Seishi, il detective privato Kindaichi Kōsuke, è giovanissimo, un ventenne, di piccola statura, trasandato nel vestire quasi oltre la decenza, presuntuoso a rasentare lo sprezzo.

 

L’Autore. Dopo aver lavorato nella farmacia di famiglia e in seguito come giornalista letterario, negli anni Trenta del Novecento iniziò a pubblicare i primi romanzi. Con le sue trame di misteri ottenne un grande seguito di lettori divenendo in Giappone modello della crime story. Tra i suoi libri: oltre a Il detective Kindaichi (Sellerio, 2019), La Locanda del Gatto Nero e Fragranze di morte.
 

 

#crimefiction #polizieschi #letturedimauriziocrispi

(Letto nel corso del 2022)

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25 agosto 2023 5 25 /08 /agosto /2023 08:32
Elizabeth Fuller, Quando vedi un em§ in cielo, Corbaccio, 2001

Quando vedi un emù in cielo (When You See the Emu in the Sky: My Journey of Self-Discovery in the Outback, nella traduzione di Maddalena Togliani), scritto da Elizabeth Fuller e pubblicato in traduzione da Corbaccio, 2001, è un libro molto bello, pieno di spunti di riflessione, ma anche fonte di ispirazione.

Sono davvero contento di aver letto questo libro, anche se a distanza di oltre vent'anni dalla data del suo acquisto. Lo collocai subito tra i libri di viaggio: allora mi parve appropriato perché vi si parlava di un viaggio in Australia e in particolare nell'Outback, cioè una di quelle zone semidesertiche dove continuano a vivere gli aborigeni. E lo misi proprio accanto ai libri di Bruce Chatwin e al suo insuperabile "Le vie dei Canti", la cui lettura tanto mi aveva colpito negli anni Novanta.

Adesso, dopo averlo letto, assaporandolo sino all'ultima pagina, non credo che l'originale collocazione potrebbe essere quella giusta: forse, oggi, opterei per una disposizione che sia vicino ai memoir oppure accanto a testi che parlano di formazione spirituale e di religiosità "selvaggia".
E' il racconto di un viaggio di formazione: una donna (l'autrice) segnata da alcuni lutti, si spinge - assume al figlio Chris - nel cuore dell’Outback australiano, alla ricerca di qualcosa per poi scoprire che deve innanzitutto trovare se stessa. O meglio, a questo viaggio, "viene" spinta da premonizioni e presagi, da segni e manifestazioni oniriche (ed anche da inspiegabili "presenze" e reperti), nella casa in cui si trova temporaneamente ad abitare assieme al figlio, una casa che - come apprenderà - è stata costruita su di un sito che ha delle proprietà sacrali per il gruppo di aborigeni che ha vissuto in quella zona, prima che fosse occupata dai bianchi.
Apprenderà ciò da Max Eulo, un aborigeno che viene a conoscere e che porta proprio in questa casa perché le dia una mano ad interpretare questi "segni" e a capire (secondo il consiglio di Max) se siani legati ad una presenza "buona" oppure no.
E, quindi, incoraggiata dallo stesso Max (e avendo Max come guida) intraprenderà un viaggio nell'Outback. Qui, malgrado le sue remore (dettate dalla razionalità) imparerà a "guardare" e a "guardarsi dentro": compirà questo percorso aiutata dalle meravigliose persone che incontra a Enngonia (nel New South Wales), Max Eulo, i suoi parenti, i suoi amici, le loro storie, le loro visioni, la loro semplicità che è nello stesso tempo profondità di pensiero sul mondo e filosofia di vita.
L’outback australiano, le vie dei canti, il cuore profondo degli aborigeni tutto in questo memoir è mescolato assieme, ben amalgamato senza retorica.

Sono veramente contento di averlo letto, anche perché credo che l'Australia sia uno di quei posti in cui in questa vita non riuscirò mai ad andare.

 

Elizabeth Fuller

(Sinossi) Il dolore per la morte del primo marito e la malattia del suo più caro amico, colpito dall'Aids, buttano l'autrice nella più nera disperazione e la spingono a fuggire in Australia, in compagnia del figlio dodicenne.
L'Australia rappresenta l'avventura ma alcuni eventi, misteriosi e inspiegabili, trasformano il viaggio in qualcosa a cui non era preparata. Diventa un'avventura dell'anima dove i cartelli stradali sono grandi cacatua bianchi, spiriti di sciamani morti appaiono nella notte e un aborigeno di nome Max Eulo diventa un amico e una guida attraverso una cultura vecchia di millenni.


L’autrice. Elizabeth Fuller, saggista, è autrice anche di testi teatrali. Vive attualmente a Weston, nel Connecticut, con il secondo marito e il figlio.
 

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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