Ho apprezzato particolarmente la lettura dell'opera prima nel campo della narrativa di Amy Meyerson, La libreria del tempo andato (The Bookshop of Yesterdays, nella traduzione di Alessandro Storti), pubblicato dalla Editrice Nord, nel 2019.
Di tanto in tanto mi piace leggere dei libri che parlano di libri o che abbiano al centro della loro storia un negozio di libro, o un libraio. E gli esempi in questo particolare campo della narrativa, sono molteplici. Come anche sono numerosi i brevi saggi che parlano dei libri, della passione per i libri, della relazione indissolubile che leggo un lettore ai libri e di idiosincrasie dei lettori.
Questo romanzo è davvero un mirabile esempio di tale filone.
Miranda è la protagonista indiscutibili di questo romanzo che celebra la persistenza della memoria e la ricerca di una verità storica, assieme allo zio Billy che vi gioca un ruolo altrettanto importante. I libri e il Prospero Bookshop ne sono i deuteragonisti.
Lo zio materno, Billy, proprietario della Libretia “Prospero Books” ha avuto un ruolo affettivo speciale nell’infanzia di Miranda che da lui è stata educata all’amore per i libri attraverso il gioco e con vere e proprie cacce al tesoro letterario. Questo rapporto privilegiato s’é interrotto improvvisamente, quando Miranda era alle soglie dell’adolescenza, a causa di un litigio tra Billy e la madre.
Billy letteralmente scompare per anni dalla vita di Miranda, lasciandola con un senso di nostalgia per qualcosa che si è traumaticamente interrotto.
Improvvisamente, Miranda che adesso vive nella East Coast dove dopo il diploma, da qualche anno, lavora come insegnante riceve la notizia della morte dello zio e, insieme, una lettera che - secondo il modo in cui è stata addestrata - rappresenta l’inizio di una “caccia al tesoro” letteraria.
Miranda dunque si sposta urgentemente in California per partecipare alle esequie dello zio defunto per scoprire che è divenuta la sua erede universale e che, pertanto, éadesso proprietaria della Prospero Books.
Ciò comporta per Miranda il doversi confrontare con diverse sfide: decidere di rimanere piuttosto che tornare alla vita precedente; assumersi la responsabilità della Prospero Books che versa in un grave dissesto finanziario; riconciliarsi con la memoria di Billy che, alle soglie della sua adolescenza, l’ha tradita; e, infine, seguire le tracce e gli indizi lasciati da Billy appositamente per lei e che, passo dopo passo, la ricondurranno alla verità e alle sue origini.
Alla fine, Miranda riconciliata con il suo passato, prenderà in mano con decisione le redini della Prospero Books che però - come segno dell’inizio d’una nuova era - verrà ribattezzata con il nome di “Bookshop of Yesterdays” che è anche il titolo del romanzo in lingua originale..
Nella caccia al tesoro, inventata da Billy come veicolo del suo lascito, ma anche come strumento di riconciliazione, gioca un ruolo-chiave “La Tempesta” di Shakespeare (sia la libreria sia Miranda traggono i loro nomi dai personaggi dell'ultimo lavoro teatrale di Shakespeare che è in qualche modo, incentrato sul tema del commiato: e c'è una ragione in ciò).
Nel corso della caccia al tesoro Miranda apprenderà tutti i dettagli della sua storia e scorprirà anche le ragioni dell'improvviso e definitivo allontanamento della zio: e sarà così pronta a lasciarlo andare come figura reale per accoglierlo nel ricordo.
L’ho trovato davvero coinvolgente e mi sento di consigliarlo.
(Soglie) Una caccia al tesoro fra i libri con in palio un premio speciale: la felicità.
(Risvolto) Delicato e toccante, «La libreria del tempo andato» è un inno alla forza dei legami familiari e al potere che hanno i libri di connetterci con le persone che amiamo. Perché spesso regalare un libro è un modo per confessare sentimenti che non riusciamo a esprimere a parole.
Miranda è cresciuta in mezzo ai libri. Letteralmente. Da bambina, infatti, passava ore e ore a vagare tra gli scaffali di una libreria, giocando alle cacce al tesoro letterarie che il proprietario, suo zio Billy, organizzava per lei. Grazie a lui, Miranda ha imparato ad amare quei mondi d’inchiostro racchiusi tra le pagine, il profumo inconfondibile della carta, il mosaico variopinto delle copertine. Un giorno, però, quando lei aveva dodici anni, la madre aveva all’improvviso tagliato i ponti col fratello e l'aveva portata via, lontano da lui e dalle sue avventure. Ma ecco che, sedici anni dopo, lo zio Billy muore, lasciando in eredità a Miranda la libreria. E non solo. Miranda riceve per posta una copia della «Tempesta», con un’unica frase sottolineata: ""Siedi: ora devi sapere di più"". Il messaggio è chiarissimo. È l'inizio di una nuova caccia al tesoro. L'una dopo l’altra, Miranda raccoglie le molliche di pane disseminate dallo zio, incamminandosi lungo un sentiero costellato di citazioni letterarie e segreti taciuti troppo a lungo. E, cercando tra le
pagine dei romanzi che hanno segnato la sua giovinezza, Miranda non solo scoprirà la verità sullo zio e sulla loro separazione, ma si renderà conto che quella libreria è la sua casa e il suo destino…
Hanno detto:
"Un omaggio colto, ammaliante e appassionato al magico mondo dei libri" - Publishers Weekly
L’autrice. Amy Meyerson vive a Los Angeles e insegna Scrittura creativa alla Southern California University. "La libreria del tempo andato" è il suo romanzo di esordio
La Tempesta Dramma romanzesco in 5 atti Prospero e Ariel Autore William Shakespeare Titolo originale The Tempest Lingua originale Composto nel 1610- 1611 Prima assoluta 1611 Whitehall Palace di ...
“Le storie di questo libro nascono dall’anelito a raccontare le vicende di uomini e donne in cui sono stato emotivamente coinvolto. Sono state scritte nell’arco di molti anni; alcune prendono origine dalla rielaborazione di relazioni cliniche portate in supervisione, altre sono Racconti di casi interessanti, divertenti o curiosi. Tutte sono diventate lo spunto di riflessione sul mio lavoro.”
Stefano Catellani, Fort Apache. Storie e appunti di uno psichiatra qualsiasi, Bollati Boringhieri (p. 11)
“Le storie di questo libro nascono dall’anelito a raccontare le vicende di uomini e donne in cui sono stato emotivamente coinvolto. Sono state scritte nell’arco di molti anni; alcune prendono origine dalla rielaborazione di relazioni cliniche portate in supervisione, altre sono Racconti di casi interessanti, divertenti o curiosi. Tutte sono diventate lo spunto di riflessione sul mio lavoro.” (p. 11)
Questo è ciò che scrive Stefano Catellani nelle pagine introduttive al suo saggio clinico, Fort Apache. Storie e appunti di uno psichiatra qualsiasi, edito da Bollati Boringhieri (nell'ambito della Collana L’esperienza Psicologica e Medica), nel 2003.
L’autore - nella sua introduzione al testo - esplicita la sua volontà di non voler uscire dal crocevia principale per imboccare delle strade laterali e meno trafficate di tipo super-specialistico e, quindi, afferma la sua determinazione nel definire se stesso come uno psichiatra “qualsiasi”, cioè psichiatra e basta, senza ulteriori aggettivazioni, e dunque psichiatra “senza qualità” (in ciò, forse, strizzando l'occhio a Robert Musil).
Ciò allo scopo di evitare il potere stigmatizzante dell’ideologia che è contenuta implicitamente nella scelta di un campo di applicazione piuttosto che di un altro quando ci si accosta ai saperi psichiatrici, poichè tale scelta - con le sue ricadute nelle prassi della quotidianità clinica - è pericolosa, teoricamente, clinicamente e ideologicamente e si presta a derive oppure ad esclusioni e scotomi (per esempio, relativamenti alla determinazione di quali siano i pazienti "buoni" da trattare e quali invece da abbandonare a se stessi, perché ingestibili, ingovernabili etc etc).
“Ritengo che solo lo sforzo di confrontarsi continuamente con la contraddittorietà dei propri linguaggi interni e dei propri saperi possa permettere alla psichiatria e agli psichiatri di tentare di confrontarsi con i linguaggi contraddittori e contrastanti dei loro pazienti.” (p. 14)
Questo libro - come dice il titolo - è stato scritto da uno psichiatra «qualsiasi», che opera nei servizi territoriali del Dipartimento di Salute Mentale di Bologna, e racconta delle storie cliniche. Sopraffatti da linee-guida e diagrammi, pare che gli psichiatri — come pure spesso gli psicoanalisti — non siano più capaci di raccontare se non in forma di brevi schemi anamnestici o di sintesi di puntate di diario clinico asettiche e povere di anima, oppure ancora in forma di “excerpt” ovvero di estrapolazioni decontestualizzate che servono all’autore che li cita per dimostrare una certa tesi.
Invece, Catellani racconta bene, di sé e dei pazienti che sceglie per le sue storie. Ribadiamo: storie e non anamnesi, e nemmeno le malefiche «vignette», storielline cliniche funzionali solo all'enunciato che lo psichiatra o lo psicoanalista stanno sostenendo.
Qui no, sono raccontate finemente nei dettagli vicende esistenziali e vicende di incontri: per che via il paziente arriva, in ambulatorio o al Pronto Soccorso, cosa fa e cosa racconta di sé, come reagiscono paziente e medico all'incontro, nei comportamenti e nelle parole e come si storicizzano a vicenda, scrivendo della relazione terapeutica una narrazione condivisibile e condivisa.
Un clima fortemente interpersonale, perché l'uomo-psichiatra si china accanto all'uomo-paziente, più interessato alla sua vita e alle rappresentazioni di sé, e ai pensieri e agli affetti che in lui ne derivano, che alla sola psicopatologia: lo psichiatra - e lo psicoanalista - modifica, con il suo intervento, il campo su cui interviene e, nel momento in cui è in gioco, non può più presumere di conservare una osservazione neutrale né, tanto meno, oggettivante, pena la reificazione del suo stesso pensiero e del suo agire (per mano delle nosografie, linee-guida, protocolli, manuali di tecnica etc.).
Queste storie e queste convinzioni sono raccontate con uno stile sobrio e semplice, senza eccedere in tecnicismi (ma ricorrendo ad una epicrisi teorica, quando ciò appare necessario), esprimendo nello stile un modo di raccontare che, trasmettendo anche delle emozioni e lasciando trapelare la soggettività del terapeuta, è pieno, ricco, elegante.
I casi clinici illustrati da Catellani dimostrano che si può uscire da alcuni schemi precostituiti nell’assistenza al malato psichiatrico: e poi c’è da chiedersi chi sia o cosa sia effettivamente, oggi, il malato di mente.
Il libro di Catellani è stato pubblicato nel 2003: e a distanza di vent’anni è tuttora valido e pienamente attuale, in quanto illustra - pur con tutte le difficoltà - un modello di intervento virtuoso e praticabile in direzione ostinata e contraria rispetto a modelli operativi pigri oppure intrisi di pregiudizi antichi anche se mascherati con nuovi volti.
Oggi come oggi, abbiamo bisogno di molti altri libri come questo di Catellani per scardinare alcuni costrutti mentali e sociali sulla follia e sui disturbi psichici che, tuttora vigorosi, rimandano a una dimensione ancora ben radicata di “manicomio mentale” che poi porta - nelle prassi quotidiane - all’attivazione di “mini-manicomi” o di manicomi “chimici”.
Libri come questo oppure come altri di più esplicita denuncia delle malpractice medico-psichiatriche come sono quelli scritti in anni più recenti da un Piero Cipriano, neo-basagliano convinto e battagliero.
Il volume è dotato di alcune appendici che lo rendono particolarmente interessante tra le quali una su alcune ”parole dubbie“ del gergo psichiatrico, ma anche una di citazioni colte, oppure un’altra (titolata "Creativa mente") contenente degli esempi di produzioni letterarie degli stessi pazienti, proprio per dare voce a questi ultimi dal momento che, spesso, anche nelle pratiche psichiatriche attuali il paziente tende a perdere la propria soggettività, o meglio ne subisce la sottrazione.
Scrive Catellani: “Ho scritto gran parte di questo libro per raccontare le storie di pazienti diagnosticati come schizofrenici e per uscire dalle gabbie di questa definizione. (…) … nulla di tutto ciò descrive l’incredibile esperienza umana di questi pazienti. “ (p. 291)
E poi ancora: “Il setting riveste grande importanza per chi, come me, ritiene che in ogni lavoro psichiatrico, anche nella pura prescrizione farmacologica, vi sia sempre una funzione psicoterapeutica attiva (che può essere positiva o negativa). la psichiatria non ha grandi costi: non necessita di dispendiosi macchinari, né di farmaci dei prezzi proibitivi [anche se - va pur detto - a distanza di vent’anni da queste parole non si può non rilevare che il trend delle case farmaceutiche è quello di imporre nuove molecole estremamente costose - nota mia]; le nostre ‘sale operatorie’ sono gli ambulatori, il nostro ‘bisturi’ é il tempo, le nostre ‘risonanze magnetiche’ sono costituite dall’ascolto. La qualità, la stabilità e la continuità del setting (tempo e luogo dell’ascolto) sono indispensabili ad una buona assistenza psichiatrica.” (Ib., pp 291-292)
(Quarta di copertina) Le storie di questo libro nascono dal bisogno e dal desiderio dell'autore, impegnato nel lavoro con pazienti psichiatrici, di raccontare le vicende in cui si è trovato a essere coinvolto emotivamente: si tratta di rielaborazioni di relazioni cliniche, oppure ricordi di casi interessanti, divertenti o curiosi. Tutti sono diventati spunti di riflessione sulla pratica quotidiana dell'assistenza psichiatrica. Ma soprattutto l'autore avverte l'esigenza di narrare la vita, i sentimenti, gli umori, le relazioni di persone vive e reali, per uscire dall'atrofia intellettuale delle parole burocratiche e spersonalizzanti delle cartelle cliniche e delle classificazioni diagnostiche.
Narrare per valorizzare l’esperienza, per evitare che il fiume della vita (dei pazienti, e dell’autore stesso) resti in sabbiato nel deserto delle nosografie e dei protocolli. Catellani auspica c’è questa storie questi appunti possano aiutare i lettori a rivedere i pregiudizi nei confronti dei pazienti psichiatrici e dei disturbi mentali di cui tutti siamo più o meno portatori, a superare le barriere concettuali tra salute e malattia, tra “normalità” e follia
L’autore. Stefano Catellani, psichiatra, e dirigente medico in psichiatria presso la Asl della città di Bologna.
Ferrovia di Sangue (titolo originale: The Thousand Crimes of Ming Tsu) di Tom Lin, pubblicato da Einaudi, Collana Stile Libero Big nel 2022, nella traduzione di Alfredo Colitto, è un romanzo in stile western ambientato in un periodo storico in cui l’epopea del West già si stempera per cedere il passo alla modernità con l’arrivo della ferrovia transcontinentale, ma è anche il romanzo di esordio di Tom Lin.
Ming Tsu, di origini cinesi, ma adottato da un bianco (ed è dunque un cinese "assimilato" che, in quanto tale, non porta il codino, com'era tradizione nei cinesi che arrivarono a frotte per contribuire alla costruzione della Ferrovia) è un pistolero (così lo ha fatto crescere il bianco che è stato il suo padre-padrone, come killer su commissione) che adesso cerca vendetta poiché da un gruppo di Bianchi violenti, sostenuto da un Giudice, gli è stata sottratta la moglie Ada.
La sua mission adeso è uccidere spietatamente tutti quelli che hanno ordito questa ingiustizia ai suoi danni.
Il caso vuole che si ritrovi viaggiare con una pittoresca compagnia di artisti itineranti (che forse non sono soltanto artisti ma anche individui dotati di poteri diversi e straordinari) i quali, capeggiati da un impresario, mettono in scena uno spettacolo facendo della propria diversità motivo di attrazione, come i Freaks del circo Barnum.
Ombra e consigliere di Ming Tsu è il Profeta, un cinese vecchissimo e cieco, ma dotato del potere della preveggenza.
Si tratta - per alcuni versi - anche di un romanzo “on the road” (che rivisita, quindi, alcuni dei topoi della Frontiera), poiché la compagnia itinerante si va spostando attraverso i deserti da una cittadina all’altra verso ovest, imbastendo i suoi spettacoli, mentre al tempo stesso Ming Tsu che fa da guida e protegge i suoi compagni di viaggio dai pericoli va consumando la sua vendetta, alla ricerca del sogno di ricongiungimento con la sua perduta Ada.
E' indubbiamente un bel romanzo in cui elementi di avventura si mescolano con quelli del crime, del noir e delle storie western di vecchio conio - classiche per alcuni versi - ed anche con l’arricchimento d’un pizzico di paranormale e di straordinario, grazie all’incontro con questi compagni di viaggio portatori ciascuno di “stranezze” e di abilità metamorfiche.
(Soglie del testo) Un gruppo di bianchi, sicuri della loro intoccabilità, gli ha portato via tutto. Ma nessuno sa uccidere come Ming Tsu. E adesso è in cerca di vendetta.
Per anni Ming Tsu è stato costretto a lavorare come uno schiavo alla costruzione della ferrovia transcontinentale, insieme ai tanti cinesi che con la loro sofferenza hanno aperto il West agli americani e che nessuno ricorda mai. È fuggito solo quando il Profeta – un vecchio cinese cieco, capace di leggere il futuro – non gli ha detto che era il momento. Adesso è tornato. E può iniziare la sua caccia. È deciso a eliminare i suoi nemici uno per uno e raggiungere la California, raggiungere Ada, la donna che gli hanno strappato dalle braccia. Ad accompagnarlo fino a Reno sarà un gruppo di bizzarri artisti dai poteri soprannaturali, un carrozzone di freak che gli insegneranno cosa vuol dire essere umani.
Hanno detto
«Una saga western perfetta per un film dei fratelli Coen» – The Boston Globe
«Un libro in cui l'atmosfera dei western di Cormac McCarthy lascia spazio alle sfumature e alle ombre di Ray Bradbury» – Jonathan Lethem
«Un romanzo originalissimo, con una prosa vivida e meticolosa, in cui persino un temporale può assumere proporzioni mitiche» – The New York Times Book Review
L’autore. Tom Lin è nato in Cina, ma quando aveva quattro anni la sua famiglia si è trasferita negli Stati Uniti. Laureato presso il Pomona College, si dedica ormai esclusivamente alla scrittura. Per Einaudi ha pubblicato Ferrovia di sangue (2022), il suo primo romanzo
Ho letto con grande piacere il recente romanzo di Italo Bonera, È stata legittima difesa, pubblicato da Ianieri (Le Dalie Nere), nel 2024
Innanzitutto come classificare questo romanzo?
Beh! Io lo collocherei sicuramente nell’ambito del noir come genere letterario anche se vi è, al contempo, una forte componente di studio psicologico del personaggio principale che fa guadagnare a questa narrazione punti per una pole position anche in una dimensione letteraria più generalista e meno di genere, legandola peraltro anche a una dimensione sociologica dell’attualità del femminicidio e della fucina interiore da cui scaturiscono questi crimini.
Il protagonista Gabriele è - come dice il risvolto di copertina - un maschio molto “basic”: poche aspirazioni, ma un impiego stabile, una famiglia tipo fatta di moglie e due figli, vita di routine piena di impegni lavorativi e familiari in una città di provincia.
Dentro di lui, tuttavia, si agitano delle forze oscure di cui non ha grande consapevolezza: e si tratta di forze sulfuree che scaturiscono da un passato di cui non ha memoria e in cui si deposita greve peso d’una tragedia familiare da lui personalmente vissuta (o, forse, direttamente provocata dalle sue passioni e consuetudini di piccolo chimico in erba).
Vi è anche il continuo dialogo con un compagno, amico immaginario, il “vecchio con il Campari”, con il quale si confronta e discorre nei momenti critici.
Le forze oscure sono tenute a bada anche nella sua consuetudine con le armi da fuoco e con la sua frequentazione di un poligono di tiro.
Emerge e si fa sempre più evidente una componente immaginaria e allucinata nella vita quotidiana di Gabriele che rende gli incontri con altre persone, anche per via delle sue incombenze lavorative, dense di significati e di possibili sviluppi
Ed è quello che accade nell’incontro con l’enigmatica Leonarda, di cui Gabriele - dopo un casuale primo approccio - diviene amante. Ma poi chi sia “veramente” Leonarda rimane del tutto inesplicato, se cioè sia un personaggio reale, oppure reale, sì, ma trasmutato dalle elucubrazioni e dai costrutti immaginativi di Gabriele.
Vi è in definitiva, in questo processo, la rappresentazione di un delirio nel suo farsi, un percorso nel quale il delirio diviene il modo attraverso cui il delirante si va costruendo man mano un mondo accettabile all'interno del quale muoversi,
Dal momento del fatidico incontro in poi gli eventi interni ed esterni evolvono rapidamente verso un esito drammatico.
Non starò a raccontare ulteriori dettagli della trama, per non fare da spoiler a chi si accingesse alla lettura di questo romanzo che consiglio vivamente.
La cosa davvero interessante di questa quinta prova letteraria di Italo Bonera è stata la capacità di sollevarsi dalla letteratura di genere (come sarebbe stato un semplice noir) per entrare in un ambito letterario di più ampio respiro in cui si intersecano piani diversi che sono quello immaginario del protagonista e quello della vita reale assieme alle ossessioni del controllo che caratterizzano il nostro vivere quotidiano e che, in alcuni casi, possono diventare dei demoni potenti che condizionano il nostro agire, guidandolo a volte verso le più drammatiche conseguenze.
Ho detto che, nella lettura, si va rapidamente verso la fine dal momento dell’incontro con Leonarda, ma tengo a precisare che questo avverbio “rapidamente” riguarda l’assetto psicologico del lettore nello scorrere le pagine del romanzo, che letteralmente volano via, poiché in realtà in questo incontro e nei suoi sviluppi c’è tutto il romanzo.
Ritengo che sia anche fortemente drammaturgico l’espediente cui ricorre l’autore, cioè quello di introdurre, come intercalare, un punto di vista esterno, di tipo - direi - giudiziario, che cerca di ricostruire le dinamiche degli eventi ex-post, in una supposta aula di tribunale, fornendo al lettore la possibilità di aggiungere - come in un puzzle - le ultime tessere mancanti della storia, volutamente omesse e fornendo al tempo stesso un inatteso sviluppo collaterale, con l’aggiunta di un ulteriore punto di vista.
(Risvolto) Nello squallore d’una provincia asfittica, dove ognuno non riesce a comunicare se non con sé stesso, Gabriele, quarantenne basic, vive una mediocre normalità: la bella moglie, i figli, gli amici del bar, la macchina, il lavoro. E un immaginario ascoltatore delle sue lamentazioni, “il vecchio del Campari”, sintomo d’una precarietà di equilibrio, detrito d’un trauma passato. La routine del protagonista viene sconvolta dall’incontro con Leonarda, decisa a succhiare la vita fino all’ultimo respiro e a fare tutto ciò che non hai mai osato prima, senza rimpianti e finché il destino glielo concederà. La loro relazione clandestina è magnetica, irrazionale, sensuale e diventa in breve uno scontro tra mondi in rotta di collisione, mettendo in luce i rapporti tossici di Gabriele e la sua smodata ansia di controllo
L’autore. Italo Bonera è nato e risiede a Brescia. Insieme al conterraneo Paolo Frusca, è l’autore di “Ph0xGen! Mille soli per l’impero“, romanzo ucronico giunto finalista al concorso Urania nel 2006 e quindi pubblicato per la prima volta nel 2010 da Mondadori, nella collana Millemondi. Ha collaborato con Frusca anche alla realizzazione della raccolta di racconti fantascientifici “Cielo e ferro. Il futuro è cambiato” (La Ponga, 2014). Nel 2013, Gargoyle ha dato alle stampe il suo thriller distopico dal titolo “Io non sono come voi”.
(da "Brescia oggi”) Ha cominciato a scrivere, scrivere sul serio, vent’anni fa. Senza chiedersi se fosse tardi, a quarant’anni compiuti. Tu chiamala, se vuoi, urgenza. Vent’anni senza fermarsi mai: «Sono al mio quarto romanzo, devo terminare la stesura del quinto. Ho concluso racconti innumerevoli, sto lavorando ai prossimi due. Due o tre. Dopodiché avrei in animo di fare un altro paio di romanzi». Ci arriverà, Italo Bonera. Gli basta andare dove lo porta il cuore, come dimostra «Il male che fa bene»: edito da Calibano, fresco d’uscita, storia di una vita che non concede tregua ed è un forte sentire in ogni suo attimo.
Dopo la pioggia vengono fuori i vermicelli, lunghi e grassi
In realtà, si tratta di quelli che più appropriatamente si chiamano lombrichi e, quando si parla di lombrichi, il pensiero non può che correre a Darwin.
Su queste umili creature Charles Darwin, che oggi compirebbe 200 anni, scrive l’ultimo libro della sua vita, nel 1881, un anno prima di morire. Il libro si intitola "The formation of Vegetable Mould, Through the action of Worms, with Observation on Their Habits" (tradotto in italiano con il titolo "L'azione dei vermi") e molti studiosi lo considerano una curiosità o addirittura una stranezza, non all’altezza di un naturalista del suo calibro.
Fa eccezione Stephen Jay Gould, che sostiene che quest’ultima opera è «una celata sintesi dei principi di argomentazione, elaborati lungo un’intera vita, identificati e utilizzati nella più grande trasformazione della natura mai prodotta da un solo uomo». «I vermi – continua Gould – sono a un tempo umili e interessanti, e il lavoro di un verme, se sommato per tutti i vermi, per lunghi periodi di tempo, può plasmare il paesaggio e modellare il suolo». Il terreno è qualcosa che l’intuito ci porta a considerare come molto stabile, se non addirittura immutabile. Forse è perché ci appoggiamo sopra le nostre case, i beni immobili cui affidiamo il nostro benessere e la nostra protezione. Darwin dimostra però che il suolo tanto stabile non è perché è in realtà sottoposto a un continuo fermento provocato dai lombrichi.
Darwin svela l’entità del lavorio di queste piccole bestie sulle turbolenze del suolo in maniera meticolosa. Innanzitutto dà i numeri, calcolando «quale vasto numero di vermi vive non visto da noi, sotto i nostri piedi»: oltre 21 000 per ettaro di suolo britannico (pari a 142 chilogrammi di vermi). Poi con i dati che raccoglie da persone sparse in ogni angolo del pianeta, arriva a concludere che i vermi sono distribuiti in maniera molto più ampia e in una varietà di ambienti ben superiore rispetto a ciò che noi possiamo immaginare. Quindi scava buchi profondi nel terreno per vedere quanto i vermi si estendono in profondità nel suolo. Infine cerca evidenze dirette del continuo ricircolo del terriccio sulla superficie terrestre, che sarebbe provocato dall’ingestione e dall’escrezione della terra da parte di queste bestie tubuliformi.
Darwin compì numerose, pazienti misure degli escrementi dei lombrichi, che stima variare fra 3 e 7 tonnellate per ettaro. Secondo i suoi calcoli ogni dieci anni si formano fra 2 e 6 centimetri di nuovo terriccio. Sono numeri non trascurabili, se li moltiplichiamo per migliaia di anni. Viene da pensare che i vermi abbiano contribuito ad affossare le rovine greche e romane su cui si sono costruite le nostre città medievali e moderne. L’ultimo libro di Darwin è dunque, citando di nuovo Gould, «un trattato esplicito sui vermi e il suolo, e una discussione velata di come è possibile imparare sul passato studiando il presente».
Buon compleanno Mr. Darwin!
Il saggio ultimo di Darwin fa riflettere sulla finitezza della vita e sul modo in cui attraverso la morte e il disfacimento si generi di continuo nuova vita
Charles Darwin, L'azione dei vermi (a cura di Giocchino Scarpelli, nella traduzione di Milli Graffi), Mimesis, 2012
Ultima opera di Charles Darwin, questo studio sulle piccole creature della terra convalida la teoria dell’evoluzione. Come una metafora dell’intero sistema, il lombrico agisce allo stesso modo della selezione naturale: lavora in modo nascosto e instancabile, e con la complicità del tempo è in grado di trasformare la faccia del pianeta. Dedicato appunto allo studio delle creature più ordinarie e umili, il testo del grande naturalista rivela come i lombrichi, nel loro inesausto impegno nel rivoltare e vagliare la terra, producano alla lunga vasti e inaspettati effetti, dalla formazione dell’humus al dissodamento del suolo, alla trasformazione del paesaggio stesso. Tutt’altro che esseri spregevoli, nonostante l’aspetto, i lombrichi delle pagine di Darwin, dalle quali trapela una poeticità profonda, dimostrano anche barlumi di quella che chiamiamo intelligenza. Qual è allora il lascito di Darwin, in quest’opera che precede di poco la sua scomparsa? Che la Selezione Naturale è come un verme, cieca e instancabile. Che l’uomo non è l’unico detentore dell’intelletto. Che esiste nel regno animale una scala nella distribuzione di facoltà e disposizioni, ma nessun salto, poiché la nostra origine è comune. Anche se tocca alla specie umana il dovere di salvaguardare e preservare il mondo vivente.
Charles Darwin (1809-1882) con la teoria dell’evoluzione biologica per selezione naturale ha rivoluzionato la scienza, la filosofia e il pensiero occidentale. L’azione dei vermi nella formazione del terriccio vegetale fu pubblicata nel 1881, benchè quello di Darwin fosse un interesse che risaliva al 1837. Le sue opere più celebri sono Viaggio di un naturalista intorno al mondo (1839), L’origine delle specie (1859), L’origine dell’uomo (1871) e L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali (1872).
Giacomo Scarpelli insegna Storia della Filosofia all’Università di Modena e Reggio Emilia. È autore dei volumi Il cranio di cristallo. Evoluzione della specie e spiritualismo (1993), Il dio solo. Alle origini del monoteismo (1997), La scimmia, l’uomo e il Superuomo. Nietzsche: evoluzioni e involuzioni (2008), Ingegno e congegno. Sentieri incrociati di filosofia e scienza (2011). Ha curato l’edizione di opere di Kant e di Bergson e Storia della biologia in Italia (1987).
Milli Graffi, poetessa e anglista, ha insegnato all’Università di Verona. Dirige la rivista “Il Verri”. Ha pubblicato i volumi di versi Mille graffi e venti poesie (1979); Fragili Film (1987); L’amore meccanico(1994); Centimetri due (2003), Embargo voice (2006) e, inoltre, studi su Marinetti, Palazzeschi e Breton. Tra le sue traduzioni Alice nel paese delle meraviglie e Attraverso lo specchio (1989), e La caccia allo Snualo (1985) di Lewis Carroll.
Elena lo sa (pubblicato da Feltrinelli nel 2023, nella traduzione di Pino Cacucci) dell'argentina Claudia Piñeiro, è un bel romanzo, indubbiamente - pochi fatti, pochi eventi materiali che si sviluppano nell’arco di sole dodici ore (nello stesso tempo riguardanti un’intera vita) - ma, molto sinceramente, ho delle difficoltà nel poterlo considerare un noir, così come viene presentato nelle note editoriali.
È la storia di Elena, una madre la cui figlia è stata trovata impiccata in cima alla torre campanaria della chiesa vicino alla casa dove abita. Gli organi inquirenti hanno stabilito che si è trattato di suicidio, ma Elena non è disposta ad accettare questa conclusione. Elena sostiene che Rita non avrebbe mai potuto suicidarsi e poi men che meno in una notte di tempesta, visto che aveva paura dei fulmini e che soffriva di acrofobia.
Elena é ammalata di una grave forma di sindrome di Parkinson che si è sviluppata nel corso degli ultimi anni e ha delle importanti e severe limitazioni nella sua mobilità e autonomia, visto che la sua malattia ha avuto un decorso particolarmente aggressivo. La figlia Rita che non si era ancora sposata, in questo imprevisto declino, ha rappresentato il suo pilastro e il suo punto di riferimento.
Elena non si rassegna all’ipotesi del suicidio e periodicamente continua ad incontrarsi con l’ispettore Avellaneda, anche quando il caso è stato dichiarato ufficialmente chiuso, e quest’ultimo - Avellaneda - la ascolta non più per dovere di ufficio, ma per puro spirito umanitario.
Quando la incontriamo, Elena è disposta a giocare la sua ultima carta per trovare qualcuno che ritenga affidabile e che l’aiuti a continuare le indagini e le ricerche al posto suo, visto che il suo corpo non la sorregge più a dovere.
Intraprende quindi un lungo viaggio attraverso la città per andare a visitare una persona, Isabel, che ritiene possa avere un debito di gratitudine con Rita e con lei stessa.
La sua è una vera e propria missione di speranza, ma questa visita la metterà di fronte ad una verità ineludibile, ad un’ipotesi che non aveva affatto preso in considerazione.
Il romanzo si articola tutto in dodici ore circa che sono scandite dalle assunzioni del farmaco che le consente una mobilità semi normale, il levodopa.
Le sue azioni difficoltose, inceppate, vengono descritte meticolosamente e riescono a trasmettere al lettore le sensazioni di lentezza, di blocco e di impotenza in cui è imprigionato il soggetto portatore di un morbo di Parkinson grave.
Il lettore si affatica e soffre assieme ad Elena che mette un piede davanti all’altro, che storce il collo per poter guardare dal basso verso l’altro il suo interlocutore e che sente imminente l’arrivo di un blocco motorio totale. Percepiamo in modo tangibile il terribile rallentamento del fluire del tempo che è proprio del Parkinson, mentre ancora l’acutezza dei pensieri non si è ancora affievolita, ma è tuttavia imprigionata nella corazza greve del rallentamento della motilità volontaria e talvolta del suo disperante blocco.
Vi è una profonda riflessione sul rapporto con una malattia invalidante, quale è il Morbo di Parkinson, ma anche sul fatto che con il progredire dell'età e con l'avanzare di una malattia invalidante il rapporto accuditore/accudito tra genitori e figli si inverte: e non è detto, né lo è mateticamente certo, che un genitore voglia essere genitore (o che ne abbia gli strumenti) o che un figlio possa accettare di divenire genitore del proprio genitore, quando una malattia o l'età avanzino in maniera ineludibile. Nulla in questo ambito è mai scontato: anche se la società e il pensiero comune sembrino richiedere ciò.
Le lunghe, interminabili dodici ore in cui scorre il romanzo sono anche, ovviamente, una riflessione sul vivere e sul morire, sul senso da dare alla propria vita nella malattia e sull’ipoteca che la malattia di uno mette sulla vita degli altri familiari, tenendo presente che non sempre la caparbia volontà di sopravvivere e di tenere alta la propria resilienza davanti alla malattia (la Malattia con la “M” maiuscola, personificazione d’una Nemesi esigente, "Lei" come Elena chiama la sua malattia quando con lei si trova a dialogare nella disperazione e nella lotta) trova supporto nei familiari che stanno attorno: la verità è che, a volte, sono proprio i sani a gettare la spugna, a fuggire spaventati e ad arrendersi
Il pathos che questa lettura - in meno di duecento pagine - riesce a trasmettere è grande e profondo, soprattutto autentico e accentuato da uno stile di scrittura caratterizzato da blocchi interi di pensieri con l’unica interpunzione di virgole.
Di grande impatto emozionale, ma proprio per questo l’ho letto (in parte letto ad alta voce e condiviso) a piccole dosi.
(Soglie del testo) Libro finalista dell’International Booker Prize 2022. In una trama noir molto riuscita, Claudia Piñeiro descrive con rara maestria e partecipe vicinanza la quotidianità di una malata di Parkinson tra i mille dettagli di ostacoli da superare, difficoltà imposte dalla mancata “obbedienza” delle gambe e dei piedi per muoversi, dando spessore al personaggio stoico di Elena che non si arrende mai.
Dopo che Rita viene trovata morta nel campanile della chiesa che frequentava, le indagini ufficiali sull’incidente vengono rapidamente chiuse.
Sua madre, ammalata di Parkinson, è l’unica persona ancora determinata a trovare il colpevole.
Raccontando un difficile viaggio attraverso le periferie della città, un vecchio debito di gratitudine e una conversazione rivelatrice, Elena lo sa svela i segreti dei suoi personaggi e le sfaccettature nascoste dell’autoritarismo e dell’ipocrisia nella nostra società.
Hanno detto:
«In apparenza è un giallo serrato e conciso con una protagonista decisiva. Ma è anche un commento penetrante sui rapporti madre-figlia, l’umiliazione della burocrazia, i fardelli del dover prendersi cura di un disabile e le imposizioni dei dogmi religiosi alle donne.» - Kathleen Rooney, New York Times
L’autore. Claudia Piñeiro, nata nel 1960 a Burzaco (Argentina) è scrittrice, drammaturga e sceneggiatrice, e con Feltrinelli ha pubblicato: Tua (2011), Betibù (2012), La crepa (2013) con il quale si è aggiudicata il Premio Sor Juana Inés de la Cruz 2010, Un comunista in mutande (2014), Piccoli colpi di fortuna (2016), Le vedove del giovedì (2016), Premio Clarìn 2005, poi adattato al cinema da Marcelo Piñeyro nel 2009, e Le maledizioni (2019).
Nel 2019 si è aggiudicata il Premio Pepe Carvalho, riconoscimento internazionale destinato agli scrittori di polizieschi e intitolato al famoso detective ideato dallo scrittore Manuel Vázquez Montálban, vinto in passato da autori come Andrea Camilleri, Petros Markaris e James Ellroy
Nel 2023 è stata lanciato on film tratto dal romanzo della Piñeiro, disponibile attualmente sul portale Netflix
Elena lo sa (Elena sabe) è un film del 2023 diretto da Anahí Berneri, tratto dal romanzo omonimo di Claudia Piñeiro
Il romanzo di Claudia Piñeiro mostra una quotidianità alterata e sofferta dove la malattia di Parkinson prende il sopravvento, ruba il presente, nega il futuro e violenta la memoria del passato.
Ho letto con autentico piacere ed interesse, il volume di Antonio Slavich, All'ombra dei ciliegi giapponesi. Gorizia 1961. pubblicato da Alphabeta nel 2018, nel quadro di una collana dedicata interamente ai modi in cui è stata applicata la legge 180 del 1978 in Italia.
Nel racconto di Antonio Slavich vi sono gli anni cruciali dell'esperienza goriziana di Franco Basaglia e del nucleo di "adepti" che, nel corso del tempo andò formandosi attorno a lui, una piccola, ma decisiva coorte di "novatori", ma nel far questo non può non raccontare di alcuni antefatti e della cornice sociale e storica della Gorizia di quegli anni, oltre ad una coda in cui si accenna delle esperienze successiva a cui i diversi protagonisti di Gorizia andarono incontro successivamente.
Noi, ancora giovani in quegli anni, abbiamo imparato a conoscere l'esperienza goriziana attraverso la lettura de L'istituzione negata. Rapporto da un Ospedale Psichiatrico (pubblicato da Einaudi nel 1968) e successivamente del volume di contributi vari Cos'è la psichiatria?, che in realtà precedette L'Istituzione negata, ma che - inizialmente - ebbe minore divulgazione poiché fu inizialmente pubblicato a cura dell'Amministrazione provinciale di Parma, in occasione di un convegno-incontro tra operatori psichiatrici tenuto a Colorno.
L'idea che ci facemmo, allora, essendo lontani dallo svolgersi degli eventi, fu quella di un'azione epica e fondativa, a partire dalla celebre frase di Franco Basaglia, al primo giorno delle sue funzioni di direttore del manicomio di Gorizia, "E mi no firmo!", quando si rifiutò di firmare il registro delle contenzioni giornaliere e che da quell'enunciato, tutto ciò che concerneva la filosofia "no restraint" e "open door", l'apertura, l'abbattimento delle barriere (porte chiuse, muri, grate, griglie e barriere), sia scaturito quasi in un attimo in un'epopea travolgente.
Invece no, il racconto di Slavich ci mostra che si trattò di un processo lungo e lento che richiese alcuni anni per giungere alla sua più completa realizzazione, per quanto imperfetta e all'avvio della "comunità terapeutica" secondo il modello già sperimentato in Inghilterra dallo psichiatra di origini sudafricane Maxwell Jones.
E, ancora, il racconto di Slavich ci mostra che si trattò di un lungo e faticoso processo che richiese negoziazioni e trattative con gli sponsor politici che rappresentavano la sponda decisionale ed amministrativa dei manicomi di quel tempo, con la necessità di mediazioni/negoziazioni con il personale infermieristico più anziano e refrattario - se non diffidente - nei confronti dei cambiamenti radicali e con passi indietro e, a volte, con incidenti di percorso (si veda ad esempio l'eclatante "caso Miklus") che mise in discusso l'intera macchina del cambiamento.
Un processo lento e faticoso, dunque, di cui Slavich percorre l'intera storia, avendo raggiunto Basaglia a Gorizia, solo pochi mesi dopo il suo insediamento.
Slavich, nella sua narrazione, si pone come un cronista, parlando di sè in terza persona, proprio perché vuole ribadire che la sua funzione è soltanto quella di un narratore super partes che vuole dare spazio ed eguale risalto a tutti i protagonisti dell'intera vicenda.
Il volume cruciale (divenuto quasi un cult per la generazione sessantottina) "L'Istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico" rappresentò il punto culminante dell'intera esperienza, ma anche il punto di partenza di nuovi, ulteriori, innovativi percorsi: poi, da quel momento in avanti, cominciò, prima in maniera strisciante e poi in modo ben più evidente la lunga e lenta stagione degli addii, in cui i diversi personaggi coinvolti presero strade differenti, che, in alcuni casi, portarono ad un'ulteriore maturazione e addirittura al superamento di quell'esperienza, mentre a Gorizia - dopo una fase iniziale di mantenimento dei risultati raggiunti - vide il suo avvio una fase di regresso e di ritorno alla filosofia "restraint" più oscurantista; al contrario, Franco Basaglia dopo la breve avventura a Colorno (Ospedale psichiatrico di Parma) raggiungeva in veste di suo nuovo direttore il manicomio di Trieste, avviando una stagione che avrebbe visto persino il superamento della comunità terapeutica goriziana e l'applicazione di una filosofia e di una prassi di intervento integralmente open door di cui il Marco Cavallo fu l'icona, oltre che la più piena e matura rappresentazione simbolica
Si vede chiaramente come in questa storia non solo abbia influito un clima storico e culturale particolare in cui si sono verificate alcune convergenze favorevoli, ma abbiano anche avuto un peso non indifferente alleanze a livello politico e amministrativo, oltre che il loro fondamentale supporto; per non dire delle equazioni personali particolari di alcuni dei protagonisti coinvolti: senza tutte queste variabili in funzione in sinergia, probabilmente nulla sarebbe successo.
Dobbiamo citare anche il fatto che Basaglia - pur vivendo ancora il clima degli anni Sessanta in cui l'effetto dei media era ancora limitato e circoscritto - ebbe una particolare abilità nel coinvolgere fotografi, cineasti e giornalisti per fissare alcuni momenti fondamentali della piccola, grande, rivoluzione in corso: possiamo, ad esempio, citare il documentario "I Giardini di Abele" realizzato impareggiabilmente da Zavoli, quando Basaglia, alla domanda se gli interessi maggiormente il malato o la malattia, risponde con autorevolezza: "Indubbiamente il malato".
Tutto questo Slavich ce lo racconta magnificamente: e noi leggiamo queste storie come se fossero un romanzo, che ci mostra anche il difficile passaggio di Basaglia in primis (ma anche dello stesso Slavich) da un orientamento di studi psicologici e psichiatrici squisitamente fenomenologico (e dunque fondamentalmente astratto) ad una concezione più dinamica ed ancorata ai problemi reali del malato di mente in una funzione che sarà quella dell'"intellettuale specifico", in parte di derivazione foucaultiana, come viene discusso ampiamente nel recente volume di Marco Colucci e Pierangelo Di Vittorio, Basaglia (Feltrinelli, Collana Eredi, 2024).
(Risvolto) È una sera di marzo del 1962 quando il giovane Slavich viene depositato da un taxi davanti al cancello dell'ospedale psichiatrico di Gorizia, ultimo avamposto italiano prima della cortina di ferro. Solo pochi mesi prima, nel novembre 1961, Franco Basaglia aveva vinto il concorso da direttore in quel luogo dimenticato e aveva chiamato il suo unico allievo a collaborare con lui per avere almeno un alleato in quell'ambiente ostile. Inizia così la narrazione di quei primi mesi e anni in cui prende avvio il lento e progressivo smontaggio dell'istituzione manicomiale. Le grandi imprese hanno spesso un inizio modesto, quasi minimalista, commenta Slavich nel ripercorrere passo dopo passo le piccole conquiste quotidiane, i tentativi di scardinare le logiche manicomiali, il procedere per prove ed errori, senza aver chiaro in mente fin dall'inizio dove si vuole arrivare, ma facendosi guidare da un unico obiettivo: cominciare ad aver cura degli internati. In quel deserto immobile e squallido, con la sua violenza neppure tanto dissimulata, ogni gesto irrituale, ogni piccola azione che scalfisce un po' la superficie sembra già una riforma.
L'autore. Antonio Slavich, nato a Fiume nel 1935, trascorse la giovinezza a Bolzano fino alla conclusione del liceo classico. Studiò medicina all’Università di Padova, dove conobbe Franco Basaglia, allora responsabile del reparto psichiatrico della Clinica neurologica. A partire dal 1962 affiancò lo stesso Basaglia nell’Ospedale psichiatrico di Gorizia, dove partecipò attivamente alla costituzione della prima comunità terapeutica italiana e all’avvio di quella radicale trasformazione dei manicomi che sarebbe culminata nella loro chiusura con la legge 180 del 1978. A Gorizia, infatti, Basaglia e Slavich diedero avvio a un percorso di democratizzazione e di miglioramento della qualità della vita dei ricoverati: aprirono le porte del manicomio, rifiutarono i sistemi di contenzione e scandirono la vita all’interno dell’ospedale con frequenti assemblee. Un’esperienza raccolta nel celebre volume L’Istituzione negata (1968), curato da Basaglia, a cui Slavich contribuì con un capitolo dal titolo Mito e realtà dell’autogoverno, incentrato sulla praticabilità e i limiti del modello comunitario.
Tra il 1970 e il 1971 i due psichiatri si trasferirono a Colorno, in provincia di Parma, e poco dopo Slavich iniziò a lavorare presso i servizi di salute mentale di Ferrara (1971), di cui divenne direttore nel 1975, assumendo anche la direzione dell’Ospedale psichiatrico. Nel 1973 contribuì alla fondazione del gruppo "Psichiatria Democratica", insieme, tra gli altri, a Franca Ongaro Basaglia, Gian Franco Minguzzi, Agostino Pirella e Lucio Schittar.
A Ferrara aprì progressivamente le porte del manicomio situato a Palazzo Tassoni, in via Ghiara, e della sua succursale di San Bartolo, antico convento fuori le mura. Istituì inoltre una navetta da via Ghiara a San Bartolo, dando la possibilità ai ricoverati di uscire e avere contatti con il mondo esterno. Sotto la sua direzione l’attività teatrale divenne strumento fondamentale di trasformazione del manicomio, grazie alla presenza di figure come Horacio Czertok e Cora Herrendorf, esuli argentini fondatori della compagnia Teatro Nucleo. Il documentario L’attore in manicomio racconta la loro esperienza nei reparti e nei cortili dell’istituzione psichiatrica nel 1977. Questo raro video contribuì a far conoscere le condizioni manicomiali precedenti alla riforma e mostrò come il teatro ne modificasse gli equilibri, dando la possibilità ai degenti di mescolarsi e confrontarsi con infermieri, medici e volontari.
Nel 1978, anticipando di qualche mese l’approvazione della legge 180, il manicomio di Ferrara fu chiuso. Il convegno “La Scopa Meravigliante”, tenutosi su iniziativa di Slavich nei locali aperti della struttura estense il 9 e 10 gennaio di quell’anno, sancì il ruolo che la fantasia creativa e la leggerezza avrebbero dovuto avere nell’attuazione della riforma sanitaria. Il convegno venne infatti dedicato alla funzione della ricerca teatrale e dell’immagine nella destabilizzazione dei manicomi. All’incontro parteciparono gruppi teatrali, psichiatri, operatori sociali e comuni cittadini.
L’esperienza ferrarese fu raccolta da Slavich nel volume La scopa meravigliante. Preparativi per la legge 180 a Ferrara e dintorni 1971-1978, pubblicato nel 2003.
Dal 1978 al 1993 lo psichiatra si spostò a Genova, dove divenne direttore dell’Ospedale psichiatrico di Quarto e dove ricoprì anche la carica di consigliere comunale e provinciale (scheda bio-bibliografica di Paola Panciroli, 23/12/2020)
Bibliografia Basaglia, F. (a cura di) (2014). L’istituzione negata. Milano: Baldini e Castoldi. Slavich, A. (2003). La scopa meravigliante. Preparativi per la legge 180 a Ferrara e dintorni 1971-1978. Roma: Editori Riuniti. Slavich, A. (2018). All'ombra dei ciliegi giapponesi. Gorizia 1961. Merano: Alpha Beta. Teatro Nucleo (1877/78). L’attore in manicomio, video disponibile su YouTube.
Fiume, 3 Luglio 1935 - Bolzano, 11 Marzo 2009 Biografia Nato a Fiume nel 1935, trascorse la giovinezza a Bolzano fino alla conclusione del liceo classico. Studiò medicina all'Università di Padova...
Massimo: Alcune cose le sappiamo. uno dei primissimi giorni succede che l'ispettore capo dell'ospedale psichiatrico di Gorizia - una figura importante, si chiama Michele Pecorari - porta al nuovo ...
Marco Cavallo Autori Opera collettiva e da un'idea di Vittorio Basaglia Data 1973 Materiale legno e cartapesta Altezza 400 cm Ubicazione Itinerante, Ex manicomio, Trieste Marco Cavallo è una ...
John Foot , docente di Storia Contemporanea Italiana e autore di numerosi saggi storici tematici, con " La "Repubblica dei matti". Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 1961-1978 " ...
Ho letto quasi tutti i libri di Tess Gerritsen.
E' una scrittrice che apprezzo, sin dai tempi in cui la scoprii attraverso un suo medical thriller davvero avvincente.
Poi, c'è stata la lunga serie di thriller di successo planetario con le due protagoniste Maura Isles, anatomo-patologa e la detective Jane Rizzoli e da questi romanzi è stata tratta una fiction di successo.
La Gerritsen con "Ombre nella notte" (titolo originale The Shape of the Night), pubblicato da Longanesi nel 2020, rompe la lunga serie dei polizieschi e introduce una storia che ha tutti i requisiti per potersi considerare di fantasmi: ambientata nel Maine, in una grande casa antica su di una scogliera, davanti ad un paesaggio marino superbo e mozzafiato, in una piccolissima comunità in cui tutti sembrano conoscere tutti e soprattutto dove occultati e taciuti segreti di fatti del passato.
Ava è una donna in crisi e ha scelto di venire ad abitare qui per portare a termine il suo libro di antiche ricette del New England,ma soprattutto per riprendersi dal trauma di un evento doloroso di cui in qualche modo si sente responsabile. Ed ha anche un grosso problema con l'alcool, ancora non del tutto risolto.
Questo lo scenario. Sin dal suo arrivo viene coinvolta in eventi ominosi che la spaventano e la attraggono al tempo stesso. Sarà il fantasma del primo proprietario della dimora, morto in mare nel corso di una violenta tempesta, a perseguitarla in forma di fantasma? Oppure si tratta di altro? La narrazione si muove secondo le direttive di una classica ghost story ed è, per questo motivo, avvincente. Tutto conduce ad un finale a sorpresa che lascia il lettore un po' spiazzato.
La narrazione é magistrale e coinvolgente.
Un romanzo di difficile catalogazione: mi sono chiesto se collocarlo tra gli altri romanzi della Gerritsen, oppure tra i libri di fantasmi. Ho ripiegato per questa seconda soluzione. Anche se, in verità, lo si dovrebbe definire più correttamente uno "psycho-thriller".
(dal risguardo di copertina) La vita di Ava Collette, scrittrice di libri di cucina, è stata sconvolta da un'indicibile tragedia. Per ritrovare pace e serenità, Ava ha deciso di lasciare Boston e trasferirsi a Brodie's Watch, una magnifica casa in una tranquilla cittadina sulla costa del Maine. Qui, ne è certa, finirà di scrivere il manuale sulla cucina del New England a cui lavora da mesi e troverà il modo di superare il passato. Tutto sembra andare alla perfezione, ma Ava ha la costante sensazione di non essere sola. Finché i suoi dubbi non trovano conferma: una notte si sveglia di soprassalto e si trova faccia a faccia con un'apparizione che la turba profondamente. Davanti a lei c'è un uomo, ma non dovrebbe esserci perché il suo aspetto è quello di una persona morta molti, molti anni prima, un ufficiale di marina che, a quanto si mormora in paese, non ha mai lasciato quella casa. Da quel momento Ava impiegherà le sue giornate indagando su quell'uomo, sparito improvvisamente nel nulla... mentre di notte si lascerà affascinare e infine sedurre dalle sue visite spettrali, in un susseguirsi di eventi che la faranno dubitare della propria sanità mentale. Ma è più vicina alla realtà di quanto possa sospettare: esiste un segreto, che la gente di quel posto sperduto si bisbiglia all'orecchio, e che Ava dovrà svelare in fretta, prima che il numero
Hanno detto:
«Un sapiente intreccio fra thriller psicologico, giallo ed erotismo, che trascina il lettore a un finale sorprendente» – Library Journal
«Uno dei romanzi migliori di Tess Gerritsen. Una casa dal passato oscuro, una trama che inchioda il lettore dalla prima all'ultima pagina» – Publishers Weekly
«Un thriller avvincente, la leggenda di una casa stregata... ma è davvero una leggenda? Un assoluto page-turner che esplora i limiti dell'amore e del senso di colpa» – Kirkus Reviews
L'autrice. Tess Gerritsen, dopo essere stata un medico con la passione per la scrittura, è diventata un'affermata scrittrice con la passione per il medical thriller, genere che ha rinnovato con personaggi indimenticabili, soprattutto nella serie dedicata alla detective Jane Rizzoli e all'anatomopatologa Maura Isles, serie della quale fanno parte Il chirurgo, Lezioni di morte, Corpi senza volto, Il sangue dell'altra, Sparizione e Muori ancora.
Presso Longanesi sono usciti anche La fenice rossa e L'ultima vittima, Il prezzo, Forza di gravità, Il battito del sangue.
Mia lettura, conclusa il 25 agosto del 2021, in campagna ad Altavilla.
Mi era sfuggito di inserire il mio commento-recensione, postato su FB, nel mio blog
La parabola del seminatore (Parable of the Sower), opera della maturità di Octavia E. Butlere pubblicata in lingua originale nel 1993 (in lingua italiana per la prima volta nel 2000, nella traduzione di Anna Polo nei tipi di Fanucci, collana Solaria) è un racconto di speranza che si svolge in un futuro distopico, in cui gli Stati Uniti sono diventati una nazione in rovina, le città sono cinte da mura, e ovunque si diffondono epidemie, incendi e follia. Lauren Olamina è una ragazza di 18 anni afflitta da una sindrome di iperempatia, che la costringe a provare il dolore che vede negli altri. Quando l’enclave in cui vive viene distrutta, assieme alla sua famiglia (quasi nessuno sopravvive) e ai sogni per il futuro, Lauren afferra uno zaino pieno di scorte (che già aveva predisposto da tempo, preconizzando un possibile crollo) per iniziare un difficile viaggio verso nord, alla ricerca di un luogo in cui vivere in relativa sicurezza, senza dover abbandonare la speranza. Lungo la strada, al primo manipolo di sopravvissuti si aggiungono altri fuggitivi, ai quali Lauren rivela il suo personale credo religioso, Il Seme della Terra, il cui assunto fondativo è semplice e al tempo stesso rivoluzionario: “Dio è cambiamento”.
L’opera, pur essendo considerata all'unanimità mainstream, si può definire sicuramente come un romanzo catastrofico e post-apocalittico ovvero anche come una narrazione in cui l’apocalisse è ancora in divenire, ma non si è ancora manifestata nei suoi più drammatici esiti: quello tratteggiato da Octavia Butler è un mondo in via di disgregazione, in cui non vi sono più certezze e nemmeno sicurezze precostituite. Coloro che vivono ancora in aree relativamente sicure sono sottoposti ad incursioni sempre più violente da parte di quelli che hanno già perso tutto e che sono alla ricerca di cibo, di soldi, di strumenti e utensili, di armi; le forze di polizia sono ormai inefficienti e chiedono di essere pagate per i loro interventi, se non diventano esse stesse attivamente ladronesche; in più, vi sono i consumatori di una droga letale, il cui nome è “Piro“, e che spinge i suoi consumatori ad appiccare incendi letali, poiché dalla visione della loro potenza distruttiva traggono fremiti estatici. E non mancano situazioni di cannibalismo da parte dei più disperati ed affamati, assieme all’insorgere di nuove forme di schiavismo.
Proprio a causa della piaga dei piromani comincia a verificarsi il definitivo tracollo delle aree ancora protette e molta gente, inclusa la nostra protagonista, si mette per strada alla ricerca di posti ancora sicuri: una sorta di “ferrovia sotterranea” alla ricerca di salvezza e di un luogo sicuro dove vivere.
La narrazione si sviluppa attraverso i regolari aggiornamenti del diario tenuto da Lauren, mentre - in parallelo - si sviluppa la sua convinzione di fede e speranza, statuita dal dogma secondo cui “Dio è cambiamento”, dal 20 luglio del 2024 al 10 ottobre del 2027.
Il seguito è ne “La parabola dei talenti” (Parable of Talents) del 1997.
Il romanzo di Octavia E. Butler, pubblicato in lingua originale nel 1993 è un testo visionario che non propone soluzioni correttive all’incipiente disastro, se non la fede nella speranza di un futuro migliore.
Vi è dunque una componente salvifica e messianica, così come nel successivo e celebrato romanzo di Cormac McCarthy, La strada, del 2006.
L’edizione originale Fanucci è preceduta da una splendida e documentata prefazione di Sandro Pergameno.
In fondo alla stessa edizione è possibile leggere una breve intervista rilasciata dalla stessa Butler, che racconta gli esordi della sua carriera di scrittrice e indica quanto nella scrittura de “La Parabola del Seminatore” sia stata influenzata dalle atmosfere e dalle suggestioni religiose e culturali della propria famiglia.
Alla domanda su quali siano state le persone che hanno influenzato il suo lavoro, risponde
“I miei parenti, mia madre e mia nonna, e il loro continuare a vivere delle vite che io ritenevo orribili. Ci è voluto parecchio tempo prima che capissi l’importanza della religione nelle loro vite. A volte era tutto quello che avevano. Ci sono stati momenti in cui stavamo per morire di fame, altri in cui gli avvenimenti erano tali persone meno forti avrebbero pensato al suicidio. Ma loro avevano una religione, e le ha aiutate moltissimo. Da ragazzi si è arroganti perché non si capisce molto, e io lo sono stata spesso, fino a quando ho iniziato a capire quanto la religione significasse per loro. A quel punto ho iniziato a vedere la religione in modo diverso e ho scritto ‘La parabola del seminatore’, in cui il padre della protagonista è un prete battista. Mio nonno era un prete battista, ma non l’ho mai incontrato. Mio padre è scappato di casa. In realtà se ne andò via da da Pittsburgh, e fuggì in California, perché mio nonno voleva farlo lavorare nelle acciaierie, e lui non voleva. (…) … mio padre morì, così non ho conosciuto davvero neanche lui. Ho qualche ricordo che probabilmente è la somma di memoria confuse e di quanto mi ha detto mia madre. Credo che tutto ciò che ci accade, lo si voglia o meno, finisca nella propria scrittura. E il fatto di scrivere cambia il tuo modo di essere, e come guardi il mondo.” (Ib. pp. 345-346)
Ne consiglio vivamente la lettura.
Il titolo si ispira alla parabola del seminatore contenuta in versioni lievemente differenti nei Vangeli di Marco, Matteo e Luca (ed anche in quello di Tommaso)
(Dal Vangelo secondo Matteo) Il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada; gli uccelli vennero e la mangiarono. Un'altra cadde in luoghi rocciosi dove non aveva molta terra; e subito spuntò, perché non aveva terreno profondo; ma, levatosi il sole, fu bruciata; e, non avendo radice, inaridì. Un'altra cadde tra le spine; e le spine crebbero e la soffocarono. Un'altra cadde nella buona terra e portò frutto, dando il cento, il sessanta, il trenta per uno.
Aggiungiamo - a beneficio di coloro che volessero intraprendere la lettura di questo romanzo qui che “La parabola del seminatore” è stato ripubblicato recentemente, con una nuova traduzione (di Martina Testa), dalla casa editrice Sur nel 2024 ed è dunque facilmente reperibile.
(Presentazione della nuova edizione per i tipi Sur) “La parabola del seminatore” è l’opera della maturità di Octavia Butler. Echi biblici, temi sociali e ambientalismo si fondono con ritmi e atmosfere da romanzo d’avventura, dando vita a un personaggio femminile profetico e modernissimo che incarna inquietudini, sfide e speranze del nostro tempo.
In un’America del futuro devastata dal cambiamento climatico, in cui le risorse si stanno esaurendo e il caos ha preso il sopravvento sulla legge, solo alcune piccole comunità isolate conservano una parvenza di ordine sociale, difese da muri contro le bande di disperati che saccheggiano, violentano, incendiano. È in una di queste enclave che vive Lauren, un’adolescente dalle straordinarie doti percettive, empatica e determinata, sempre più preoccupata per la violenza che preme da fuori e a cui il mondo degli adulti – primo fra tutti suo padre, il pastore battista della comunità – sembra impreparato. Nei quaderni dove annota le sue osservazioni, Lauren dà progressivamente forma a una nuova religione, «il Seme della Terra», fondata sull’idea del cambiamento, dell’adattabilità e dell’iniziativa individuale. Quando gli ultimi argini al dilagare della violenza verranno meno, sarà il Seme della Terra a sostenere Lauren e i suoi compagni in un rocambolesco esodo verso la salvezza.
L’autrice. Octavia E. Butler, nata nel 1947, Pasadena (California), è stata una delle più importanti scrittrici americane di fantascienza. É stata cresciuta dalla madre e dalla nonna. Malgrado la borsa di studio MacArthur - che le ha reso la vita più facile negli anni successivi -, ha faticato per decenni per imporsi come autrice di riferimento (scrivendo di notte e lavorando di giorno come televenditrice, ispettrice di patatine e lavapiatti), quando i suoi romanzi distopici che esploravano i temi dell'ingiustizia dei neri, del riscaldamento globale, dei diritti delle donne e della disparità politica non erano, a dir poco, richiesti dal mercato.
Con i suoi romanzi e i suoi racconti ha vinto più volte l’Hugo Award e il Nebula Award, i massimi riconoscimenti del mondo anglosassone per la letteratura d’immaginazione. Nel 2000 le è stato attribuito il PEN American Center Lifetime Achievement Award in Writing. La sua opera è apprezzata per la prosa snella, i forti protagonisti e le indagini sociali inserite in storie che spaziano da un lontano passato a un lontano futuro. Oltre ai romanzi Legami di sangue (2020) e La parabola del seminatore (2024), SUR ha pubblicato la raccolta di racconti La sera, il giorno e la notte (2021).
La ragazza interrotta (Girl, Interrupted) di Susanna Kaysen, pubblicato originariamente da Corbaccio nel 1994 (e successivamente ripreso, in economica, da TEA con diverse ristampe e riedizioni) è un libro in forma di diario del 1993, scritto dall'autrice statunitense Susanna Kaysen.
Nelle sue pagine l'autrice racconta della sua esperienza come paziente in una clinica psichiatrica negli anni Sessanta.
Nel 1999 dal libro è stato tratto un film, Ragazze interrotte (Girl, Interrupted) diretto da James Mangold, con Winona Ryder e Angelina Jolie, con una trama in parte simile e in parte divergente rispetto al libro.
Nell'aprile 1967, la diciottenne Susanna Kaysen, rampolla di una famiglia bostoniana molto in vista, fu ricoverata al McLean Hospital, a Belmont, nel Massachusetts, dopo aver tentato il suicidio per overdose da farmaci in pillole. Visitata da uno psichiatra, Susanna negò che si fosse trattato d’un tentativo di suicidio
Lo psichiatra, che la visitava le suggerì di prendersi del tempo per riorganizzarsi e su di un taxi la “spedì” (con il previo consenso dei genitori) al McLean, un ospedale psichiatrico privato, ma senza chiederle previentivamente quello che oggi i chiamerebbe un "consenso informato".
Fu, di fatto, la sua famiglia - con la connivenza dello psichiatra "curante" - di decidere in tal senso, poichè Susanna con i suoi comportamenti fuori dalle righe e tendenzialmente auto-lesivi creava imbarazzo alla sua famiglia.
“Le nostre famiglie. Secondo la teoria più diffusa era quella la ragione per cui ci trovavamo lì dentro, eppure erano completamente assenti dalla nostra vita in ospedale. Ci chiedevamo: eravamo anche noi altrettanto assenti dalla loro vita lì fuori?
“I matti sono un po’ come i calciatori scelti per battere il rigore. Spesso è pazza l’intera famiglia, ma poiché non può entrare tutto in ospedale, si sceglie una sola persona come pazza e la si interna. Poi, a seconda di come si sentono gli altri componenti, la si tiene dentro o la si risbatte fuori, per dimostrare qualcosa sulla salute mentale della famiglia stessa” (ib., p. 94)
Vi è in questo ragionamento, detto molto in sintesi, sia la teoria del “capro espiatorio” nell’espressione del disturbo mentale, visto secondo un’ottica sistemica, sia quella del “paziente designato“.
A Susanna, entrata in clinica con una diagnosi di Sindrome depressiva con rischio suicidario venne successivamente diagnosticato un disturbo borderline di personalità (declinazione diagnostica vaga ed incerta) e la sua degenza in ospedale venne estesa a 18 mesi, invece delle due settimane proposte.
Solo molto dopo la sua "liberazione" Susanna poter leggere le carte relative al suo ricovero, ottenute per intercessione di un avvocato.
La diagnosi alla dimissione fu di “Personalità Borderline” che può significare tutto e niente. E lei la nostra protagonista la confuta descrittivamente punto per punto.
“Ad ogni modo, che significa personalità borderline? Pare che sia una via di mezzo tra la necrosi e la psicosi: una psiche incrinata ma non sregolata. Anche se per citare il mio psichiatra post-Melvin: ‘É la maniera per indicare le persone il cui stile di vita dà fastidio’” (Ib., p. 143)
Susanna riflette, in alcune delle sue pagine, sulla natura della sua malattia, e sulla violenza della psichiatria, suggerendo che la sanità mentale sia una falsità o una mistificazione costruita per aiutare i "sani" a sentirsi "normali" al confronto con la “follia” di alcuni designati a rappresentarla.
Si chiede anche come i medici trattino le malattie mentali e se stiano curando il cervello o la mente.
La salute mentale riconquistata di Susanna e l'incertezza che sarà veramente "guarita" quando sarà ufficialmente rilasciata dalla clinica in cui è stata ricoverata o anche il lecito interrogativo se fosse veramente "malata" nel momento del suo internamento sono tutti elementi che fanno luce sulla relatività con cui va guardata ogni malattia mentale.
Gli individui che esprimono le proprie emozioni in modo insolito sono ostracizzati dalla società quando, in realtà, come esseri umani siamo tutti candidati a stare nello spettro della follia se soltanto venissimo analizzati rigorosamente da un professionista che esercita la sua arte di diagnosticare, solo facendo riferimento a rigidi schemi pre-costituiti.
Essere "pazza" era per l’autrice la risposta naturale agli eventi stressanti della sua vita in un momento di particolare vulnerabilità, dedicato alla guarigione della sua bambina interiore.
La diagnosi e il conseguente ricovero l’hanno fatta sentire come una “ragazza interrotta”.
Il titolo dell'opera deriva dal quadro di Vermeer, Concerto interrotto (Girl Interrupted at her Music), cui Susanna è particolarmente legata perché con la ragazza musicante che viene interrotta durante la lezione di musica, sente una profonda affinità, un sentire che si attiva in lei, quando scopre per la prima volta questo dipinto al Frick Museum dove l’opera è custodita.
“Interrotta mentre suona: com’era stata la mia vita, interrotta nella musica dei miei diciassette anni, com’era stata la sua vita, strappata e fissata su tela: un momento reso immobile, per tutti gli altri momenti, qualsiasi cosa fossero o avrebbero potuto essere. Quale vita può guarirne?” (Ib., p. 159)
“La ragazza che suona posa in un altro genere di luce, l’intermittente, minacciosa luce della vita, che ci fa vedere noi stessi e gli altri solo in modo imperfetto, è assai di rado.“ (Ib., p. 160)
(Quarta di copertina) A diciotto anni Susanna Kaysen, dopo una sommaria visita di un medico che non aveva mai visto prima, viene spedita in una clinica psichiatrica, nota per i suoi pazienti famosi (Sylvia Plath, James Taylor e Ray Charles, tra gli altri) e per i metodi all'avanguardia. Vi passerà i due anni successivi e la sua storia, raccontata con tono distaccato, a volte comicamente beffardo e sempre autoironico, riesce nell'impresa di trasmetterci il senso di un'esperienza che in genere può essere compresa soltanto da chi l'ha vissuta.
Da questo libro è stato tratto il film Ragazze interrotte con Winona Ryder e Angelina Jolie per la regia di James Mangold.
Hanno detto:
«È facile accedere all'universo parallelo degli insani, ci assicura Susanna Kaysen, e noi le crediamo. Ogni parola conta in questa ricostruzione commovente, coraggiosa e divertente.» - Kirkus Review
«Pungente, onesto e trionfalmente divertente... una storia irresistibile e commovente.» - New York Times Book Review
L’autrice. Susanna Kaysen (Cambridge, 11 novembre 1948) è una scrittrice statunitense, figlia dell'economista Carl Kaysen, professore al MIT che fu primo consigliere del presidente John F. Kennedy.
Ha frequentato il liceo al Commonwealth School a Boston e al Cambridge School of Weston prima di essere ricoverata al McLean Hospital nel 1967, per il trattamento psichiatrico di una presunta depressione (ipotesi motivata dal fatto che alcuni suoi comportamenti autolesivi furono interpretati come tentativi suicidi ari). In clinica apprese di essere affetta da “disturbo borderline di personalità”. Venne dimessa dopo diciannove mesi.
Questa esperienza, che l'ha segnata profondamente, è stata materiale fondamentale per la sua autobiografia, scritta nel 1993, Girl, Interrupted; il libro nel 1999 diventerà il film Ragazze interrotte, con Winona Ryder nel ruolo di Susanna.
È
"A volte l'unico modo per rimanere sani è diventare un pò pazzi" Stati Uniti, 1967: la diciassettenne Susan Kaysen ha gli stessi dubbi e le stesse incertezze di tante sue coetanee. Lo psichiatra con cui si incontra dà a questo comportamento il nome di 'disturbi marginali della personalità' e la spedisce al Claymoore Hospital. Qui Susan conosce Lisa, Daisy, Georgina, Polly e Janet, un gruppo di amiche fuori dagli schemi. Alla fine Susan dovrà scegliere fra il mondo di coloro che vivono all'interno dell'istituto e quello al di fuori. Guidata dall'infermiera Valerie e dalla dottoressa Wick la ragazza decide di lasciarsi alle spalle questo 'universo parallelo' rivendica la propria indipendenza e continua a vivere da sola e alle proprie condizioni.
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre
armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro
intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno
nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e
poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a
fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.