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11 febbraio 2025 2 11 /02 /febbraio /2025 15:59
Michailides, Le Vergini, Einaudi

Ho già letto il precedente romanzo di Alex Michaelides, La paziente silenziosa (2019), e mi era piaciuto parecchio.
Ne Le Vergini (The Maidens, nella traduzione di Seba Pezzani), pubblicato da Einaudi in Stile Libero Big, nel 2021, si sviluppa un’indagine ad impianto classico in cui il protagonista, Theo Faber, psicologo forense e criminologo, viene invitato ad investigare "off label" su di un caso di omicidio avvenuto all’interno d’un prestigioso college di Cambridge. 
L’indagine è difficile perché bisogna penetrare nei riti e nelle consuetudini di quella che è, a tutti gli effetti, una piccola comunità chiusa e ostile, superandone reticenze e omertà. 
Vi è all'interno del college - come scoprirà il narratore/investigatore - una conventicola ancora più chiusa ed esclusiva, che - all’interno della comunità più grande degli studenti e dei docenti -  si configura come una specie di circolo apparentemente di studio e letterario (ma nelle sue intenzionalità animata da uno spirito erotico-esoterico) che raccoglie al suo interno molto elitario e selettivo delle studentesse seguaci del professore Fosca, con i suoi riti e i suoi miti: si tratta formalmente di un gruppo di studio privato, ma - a tutti gli effetti - è una società segreta riservata alle studentesse “speciali” del professor Fosca che chiama queste sue adepte “Le vergini”, attivando tra di esse una reazione a catena di gelosie e piccole vendette, con la conseguenza che tutte le cooptate fanno a gara per poter assurgere al rango di favorita.
L’indagine andrà avanti, riservando al lettore numerose sorprese, sino al colpo di scena finale assolutamente impensabile.

(Soglie del testo) Tre collegiali uccise, una setta, un professore di letteratura greca: le ombre dei miti classici arrivano a minacciare gli alti saloni e le guglie gotiche di Cambridge.

(sinossi) Tre collegiali uccise, una setta, un professore di letteratura greca: le ombre dei miti classici arrivano a minacciare gli alti saloni e le guglie gotiche di Cambridge. Ci sono insegnanti capaci di incantare e far scoprire universi interi. È il caso dell'eccentrico, coltissimo Edward Fosca, grecista appassionato, il cui corso di tragedia greca è seguito dagli iscritti con un trasporto quasi ossessivo. Tanto che alcune studentesse, conquistate e rapite da quelle storie antiche, hanno fondato una setta segreta: Le vergini.
Ma quando alcune ragazze vengono ritrovate uccise molti degli indizi conducono proprio al professor Fosca.


Hanno detto
«Riesce a tenere incollati alla pagina con incedere elegante, hitchcockiano, entra negli abissi dell'io e lo sconvolge» - Annachiara Sacchi, la Lettura

«Dopo "La paziente silenziosa", l'attesa è finita» – The New York Times

«Alex Michaelides ha fatto centro un'altra volta: "Le vergini" è un page-turner favoloso» – David Baldacci

«Dopo "La paziente silenziosa", il miglior thriller degli ultimi dieci anni, Michaelides ha scritto un libro ancora più elegante, sinistro e coinvolgente» – Chris Whitaker

«Sullo sfondo dell'Università di Cambridge, una storia intrigante e suggestiva che unisce colpi di scena mozzafiato e formidabile suspense» – New York Journal of Books

 

Alex Michaelides

L’autore. Alex Michaelides, nato nel 1977 (Cipro), è uno scrittore e sceneggiatore britannico-cipriota ha studiato Letteratura inglese all'Università di Cambridge e Cinema all'American Film Institute di Los Angeles.
Ha scritto le sceneggiature di vari film, tra cui La truffa è servita, con Uma Thurman e Tim Roth. 
Tra le sue pubblicazioni: "La paziente silenziosa" (Einaudi, 2019) e "Le vergini" (Einaudi, 2021). 
Ha studiato psicoterapia per tre anni lavorando per due anni in una clinica per giovani adulti. Questa esperienza gli ha fornito materiale e ispirazione per il suo romanzo d'esordio La paziente silenziosa. 
Il suo romanzo d'esordio, il thriller psicologico La paziente silenziosa, con oltre un milione di copie è diventato il debutto più venduto negli Stati Uniti. Il libro ha vinto anche il Goodreads Choice Award come miglior thriller ed è stato finalista per il Barnes and Noble's Book of the Year.

La paziente silenziosa (2019) è la storia di Alicia Berenson, famosa pittrice, riconosciuta colpevole dell'omicidio del marito, il fotografo Gabriel Berenson. Non capace di intendere e volere, Alicia viene ricoverata in una clinica psichiatrica. Del suo caso si occupa Theo Faber, uno psicoterapeuta forense con un vivo interesse per il caso Berenson e determinato a far luce sulla vicenda. 

Il secondo romanzo di Michaelides, Le vergini, è stato pubblicato nel giugno del 2021 negli Stati Uniti e Regno Unito ed è arrivato in Italia a ottobre dello stesso anno.
Il romanzo racconta di una serie di omicidi in un college di Cambridge.


Da La paziente silenziosa è stato tratto un film da parte della società di produzione di Brad Pitt, Plan B, mentre per Le Vergini - benché si sia parlato di una possibile riduzione cinematografica - ancora non è stata intrapresa alcuna iniziativa concreta in tal senso.

Alex Michaelides, La paziente silenziosa, Einaudi

Alex Michaelides, La paziente silenziosa (nella traduzione di Seba Pezzani), Einaudi (Stile Libero Big), 2019

(soglie del testo) Quando la dichiararono in arresto restò in silenzio, rifiutando di negare la sua colpa o confessarla. Alice non parlò mai più. Il suo silenzio incontrollabile trasformò una banale tragedia domestica in qualcosa di ben altra portata: un giallo, un enigma che conquistò i titoli dei giornali e catturò l'immaginario pubblico per mesi e mesi.

Solo Theo Faber, giovane psicologo criminale, è convinto di poter fare breccia nel suo silenzio. Seduta dopo seduta, però quella che inizia a emergere è una verità che nessuno vorrebbe scoprire.

Alicia Berenson sembra avere una vita perfetta: è un'artista di successo, ha sposato un noto fotografo di moda e abita in uno dei quartieri più esclusivi di Londra. Poi, una sera, quando suo marito Gabriel torna a casa dal lavoro, Alicia gli spara cinque volte in faccia freddandolo. Da quel momento, detenuta in un ospedale psichiatrico, Alicia si chiude in un mutismo impenetrabile, rifiutandosi di fornire qualsiasi spiegazione. Oltre ai tabloid e ai telegiornali, a interessarsi alla «paziente silenziosa» è anche Theo Faber, psicologo criminale sicuro di poterla aiutare a svelare il mistero di quella notte. E mentre a poco a poco la donna ricomincia a parlare, il disegno che affiora trascina il medico in un gioco subdolo e manipolatorio.

Hanno detto

«Che abilità. Molto, molto consigliato» - The Times

«Un thriller formidabile e carico di suspence» - Lee Child

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7 febbraio 2025 5 07 /02 /febbraio /2025 12:38
Lawrence Wright, L'anno della peste. L'America, il mondo e la tragedia Covid, 2021

Lawrence Wright, premio Pulitzer per il giornalismo, dopo aver raccontato della pandemia in un'opera di narrativa quasi "profetica"  (molto interessante) - e si tratta di "Pandemia", pubblicato in traduzione italiana nel 2020, ha deciso di applicare gli strumenti dell'inchiesta giornalistica per raccontare cosa accadeva dietro le quinte negli USA nei primi due anni della pandemia, dalle prime avvisaglie tra la fine del 2019 e i primissimi giorni del 2020, all'esplosione dei contagi.
Il libro è stato pubblicato con il titolo, "L'anno della peste. L'America, il mondo e la tragedia Covid" (nella traduzione di Paola Peduzzi), da NR Edizioni, nel 2021.
Racconta l'autore nella sua postfazione di avere intervistato più di 100 personaggi-chiave dell'intera vicenda per raccontare come gli USA abbiano affrontato la pandemia  nei suoi momenti più cruciali. Tanto si sarebbe potuto fare che non è stato fatto; molte strade percorribili sono state sbarrate dalla disinformazione e dai pregiudizi.

I morti avrebbero potuto essere molto di meno e gravano dunque sulle coscienze di coloro che avrebbero potuto fare e non hanno fatto quando avrebbero dovuto.

Quest'inchiesta è un atto d'accusa, in verità, contro l'amministrazione USA, guidata (o, forse, sarebbe meglio dire "malguidata") da Donald Trump al tempo del Covid.

(Risvolto) Dall'inizio dell'epidemia a Wuhan in Cina, fino all'assalto del Campidoglio di Washington e all'insediamento di Joe Biden in un'America devastata, il giornalista del New Yorker e vincitore del Pulitzer Lawrence Wright racconta la diffusione della COVID-19, grazie a fonti autorevoli e dettagli autentici, facendo luce sulle conseguenze sanitarie, economiche, politiche e sociali della pandemia. Questo libro è l'angosciosa e furiosa storia di un anno in cui tutti i grandi punti di forza dell'America – la sua conoscenza scientifica, le sue grandi istituzioni civili e intellettuali, il suo spirito di solidarietà e comunità – sono stati abbattuti, non solo da una nuova terrificante malattia, ma da un'incompetenza politica e un cinismo senza alcun precedente. Con intuito, compassione, rigore, chiarezza e rabbia, Wright è una guida formidabile, che fende la fitta nebbia della disinformazione per fornirci un ritratto della catastrofe che pensavamo di conoscere. Proprio come "Le altissime torri" di Lawrence Wright è diventato il racconto decisivo del primo devastante avvenimento del nostro secolo, l'11 settembre, così "L'anno della peste" diventerà il racconto decisivo del secondo.

L'autore.  Lawrence Wright (nato nel 1947 a Oklahoma City, è giornalista e autore statunitense. Dopo aver scritto per «Texas Monthly» e «Rolling Stone», dal 1992 collabora con «The New Yorker», dove pubblica importanti inchieste, tra cui i reportage investigativi che vanno a comporre Gli anni del terrore (Adelphi 2017), incentrato sulle storie e i personaggi relativi ad al-Qaeda, i metodi con cui due agenti dell'FBI tentano di ostacolarli, le prime esecuzioni in diretta web dell'ISIS. Altre sue pubblicazioni: "La prigione della fede", che fa luce sulla Chiesa di Scientology.

"The Looming Tower" (Le altissime torri, Adelphi 2007), il suo libro più conosciuto, delinea la nascita e lo sviluppo del terrorismo islamico fino all'attacco dell'11 settembre. Con questo libro Wright ha ottenuto ben nove premi e riconoscimenti, tra cui il prestigioso Pulitzer nel 2007 e il PEN Center USA Literary Award.

Ha lavorato anche come sceneggiatore e produttore nel film di azione Attacco al potere (1998) e in Going Clear: Scientology e la prigione della fede (2015); per quest'ultimo ha anche recitato la parte di sé stesso.

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25 gennaio 2025 6 25 /01 /gennaio /2025 18:33
Daniele Mecarelli, Tutto chiede salvezza, Mondadori

Una bella lettura indubbiamente è stata quella del romanzo di Daniele Mencarelli, Tutto chiede salvezza (Mondadori, 2020 e 2022) che ho condotto  in parallelo con la visione delle due stagioni omonime che ci ha offerto Netflix.
La prima stagione assolutamente aderente, nel ritmo narrativo e nei personaggi al testo originario; la seconda invece come sequel appositamente studiato per il piccolo schermo e l'home video.
Il romanzo è più duro di quanto non appaia la serie Netflix, condita - tra l'altro - con il sorgere di una storia d'amore tra Daniele ricoverato ed una paziente, affascinante, nell'ala femminile.
Un unico difetto: la storia per quanto fondata su esperienze vissute in prima persona dall'autore non è del tutto veritiera rispetto al reale. La situazione che vi viene presentata, quanto a tipologia di degenti presenti nel repartino di psichiatria è più simile a quella di pazienti che si potrebbero incontrare in una CTA (Comunità Terapeutica Assistita) per pazienti psichiatrici.
La situazione appare, quieta e tranquilla, e gli avvicendamenti avvengono con ritmi lenti e pigri.
Daniele si ritrova ricoverato in TSO e vive questi sette giorni, passando da una dimensione di cinico ed inquieto rifiuto ad una di accettazione e di maggiore comprensione, mostrando alla fine di avere tratto da quest'esperienza un ammaestramento prezioso.
E forse troverà anche qualcosa negli altri (e in sé) che potrà servirgli nella sua vita futura, un giorno.
Avrà anche imparato ad ascoltare gli altri, mettendo da parte se stesso.

Penso che, nella realtà, purtroppo, le cose non vadano esattamente in questo modo, ma in ogni caso - a parte la sua lieve distorsione rispetto al vero - la narrazioni è fruibile, gradevole e coinvolgente, forse un pizzico buonista: e quest'aspetto nella serie Netflix verrà amplificato al massimo.

(soglie) Finalista al Premio Strega 2020 - Vincitore del Premio Strega Giovani 2020 - Finalista al premio Viareggio-Rèpaci 2020, sezione Narrativa - Finalista al Premio Wondy per la letteratura resiliente 2021

Dopo l'eccezionale vicenda editoriale del suo libro di esordio (premio Volponi, premio Severino Cesari opera prima, premio John Fante opera prima) Daniele Mencarelli torna con una intensa storia di sofferenza e speranza, interrogativi brucianti e luminosa scoperta.
"Salvezza. Per me. Per mia madre all'altro capo del telefono. Per tutti i figli e tutte le madri. E i padri. E tutti i fratelli di tutti i tempi passati e futuri. La mia malattia si chiama salvezza"

(Risvolto) Ha vent'anni Daniele quando, in seguito a una violenta esplosione di rabbia, viene sottoposto a un TSO: trattamento sanitario obbligatorio. È il giugno del 1994, un'estate di Mondiali. Al suo fianco, i compagni di stanza del reparto psichiatria che passeranno con lui la settimana di internamento coatto: cinque uomini ai margini del mondo. Personaggi inquietanti e teneri, sconclusionati eppure saggi, travolti dalla vita esattamente come lui. Come lui incapaci di non soffrire, e di non amare a dismisura.
Dagli occhi senza pace di Madonnina alla foto in bianco e nero della madre di Giorgio, dalla gioia feroce di Gianluca all'uccellino resuscitato di Mario. Sino al nulla spinto a forza dentro Alessandro. Accomunati dal ricovero e dal caldo asfissiante, interrogati da medici indifferenti, maneggiati da infermieri spaventati, Daniele e gli altri sentono nascere giorno dopo giorno un senso di fratellanza e un bisogno di sostegno reciproco mai provati. Nei precipizi della follia brilla un'umanità creaturale, a cui Mencarelli sa dare voce con una delicatezza e una potenza uniche.
Proposto per il Premio Strega 2020 da Maria Pia Ammirati: «Daniele Mencarelli ha cominciato come poeta, quando nel 2018 ha scritto il suo primo romanzo, "La casa degli sguardi", ha portato nella narrativa la densità e la plasticità della parola poetica. Una parola che diventa discorso umano, sorretto dalle vibrazioni di una scrittura potente e creaturale. Con "Tutto chiede salvezza" Mencarelli conferma di essere uno scrittore unico e maturo. Partendo da un'esperienza personale – i sette giorni di Trattamento sanitario obbligatorio a cui è stato sottoposto quando aveva vent'anni – scandaglia il buio della malattia mentale alla conquista di un'umanità profonda e autentica, la sua e quella dei suoi compagni. La cura profonda non può che essere affidata alla parola, unico e salvifico "pharmakon".»


 

Daniele Mencarelli

L'autore. Daniele Mencarelli nasce a Roma, nel 1974. Le sue poesie sono apparse su numerose riviste letterarie e in diverse antologie tra cui L’opera comune (Atelier) e I cercatori d’oro (clanDestino). Le sue raccolte principali sono: I giorni condivisi, (clanDestino, 2001), Guardia alta (La Vita felice, 2005).
Con nottetempo ha pubblicato Bambino Gesù (vincitore del premio Città di Atri, finalista ai premi Luzi, Brancati, Montano, Frascati, Ceppo) nel 2010 e Figlio nel 2013. Sempre nel 2013 è uscito La Croce è una via, Edizioni della Meridiana, poesie sulla passione di Cristo. Il testo è stato rappresentato da Radio Vaticana per il Venerdì Santo del 2013. Nel 2015, per il festival PordenoneLegge con Lietocolle, è uscita Storia d'amore. Del 2018 è il suo primo romanzo La casa degli sguardi, Mondadori (premio Volponi, premio Severino Cesari opera prima, premio John Fante opera prima), nel 2020 esce sempre per Mondadori, Tutto chiede salvezza, da cui viene tratta un omonima serie Netflix di successo. Tra gli altri titoli Sempre tornare (2021 - candidato al Premio Europeo della Letteratura 2022), Fame d'aria (2023), Degli amanti non degli eroi (2024), Brucia l'origine (2024).Tutto chiede salvezza

«Quando un poeta si mette a scrivere un romanzo e ha una storia fortissima da raccontare il risultato è un piccolo capolavoro»

Daria Bignardi

Tutto chiede salvezza. Una bella storia (pur edulcorata) sulla terapia e sulla guarigione in ambito psichiatrico
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28 dicembre 2024 6 28 /12 /dicembre /2024 13:54
John Katzenbach, Corte Marziale (nella traduzione di S. Bonussi), Mondadori (collana Omnibus), 2000

Ho intrapreso a dicembre la lettura di uno degli ultimi romanzi che mi erano restati da leggere di John Katzenbach (almeno di quelli tradotti in italiano, anche se uno l’ho letto in lingua originale): si tratta di Corte Marziale (titolo originale Hart's War, nella traduzione di S. Bonussi), pubblicato nel 2000 da Mondadori (collana Omnibus), e devo dire che è stata una bella lettura, con a trama narrativa corposa e avvincente.
Il romanzo riporta ad un’atmosfera di guerra e precisamente ad eventi che si svolgono in un campo di prigionia tedesco, dove sono confinati prigionieri di guerra, in massima parte ufficiali di aviazione americani e britannici, catturati in azione.
La trama è quella di un legal thriller ambientato nel campo di prigionia, dove con tutti i crismi (pur con le limitazioni imposte dalla condizione di prigionieri) viene attivata una procedura di corte marziale per giudicare il presunto colpevole di un efferato omicidio che vede come vittima un ufficiale americano che ha sviluppato una piccola economia di traffici e di scambi per trarre dei vantaggi personali (chiamato condominio di “Trader Vic”).
Il protagonista Tommy Hart, in virtù della sua vocazione a portare avanti gli studi giurisprudenziali, viene chiamato a svolgere il ruolo di difensore.
Il presunto colpevole è un altro ufficiale di aviazione, Lincoln Scott, il quale come unica sua colpa ha quella di essere nero ed anche quella di essere stato sottoposto a vessazioni di stampo razzista. 
In qualche modo viene ad essere designato come capro espiatorio di un delitto, del quale si professa innocente e di cui sin dall’inizio appaiono indizi indicanti altre piste che però vengono insabbiate.
Tommy Hart dovrà condurre una battaglia contro pregiudizi, intimidazioni, tentativi di insabbiamento, sino al raggiungimento della verità e comunque di ciò che altri avevano tentato di occultare.

Nella narrazione, si intrecciano anche i temi della fuga e della ricerca della libertà che abbiamo avuto modo di apprezzare inoltre narrazioni anche cinematografiche, si pensi ad esempio a "Fuga per la vittoria" in cui mentre l'attenzione generale è distratta dalla preparazione di una partita di calcio tra una squadra formata da prigionieri americani e una da soldati tedeschi vine messo  a punto un piano di fuga, secondo l'assioma un po' asserito in modo retorico (ma ci sta) che gli ufficiali prigionieri al comando devono sempre predisporre piani di fuga poichè il dovere di un buon soldato è cercare di di non arrendersi e pertanto di cercare in tutti i modi di fuggire se le circostanze lo consentono; oppure si pensi anche a "Il ponte sul fiume Kwai", in cui dietro un'apparente collaborazione con i Giapponesi si cela un progetto opposto dei prigionieri britannici che è quello dell'attuazione di un sabotaggio.

Come si apprende dalla postfazione, scritta dallo stesso autore, la storia da lui scritta si basa sulle esperienze dirette del padre, prigioniero di guerra durante il secondo conflitto mondiale
Il protagonista, Tommy Hart, è sicuramente ispirato alla figura del padre, alle sue esperienze nel campo di prigionia e al suo percorso successivo quando, avendo studiato i testi della giurisprudenza, da prigioniero, rientrato negli States poté conseguire la laurea in giurisprudenza, avviando la sua carriera di avvocato.
Così scrive l’autore nella sua nota finale (non mi perdo mai la lettura delle note finali perché spesso si svelano tanto sul processo creativo dell’autore e sulle sue fonti di ispirazione):
Mio padre era al terzo mese del suo primo anno alla Princeton University quando Pearl Harbor venne attaccata. Come moltissimi altri giovani della sua generazione si arruolò all’istante, e poco più di un anno dopo si ritrovò a tracciare la rotta di un B-25 Mitchell al largo della Sicilia. Il ‘Green Eyes’ venne abbattuto nel febbraio del 1943 dopo il bombardamento al volo radente di un convoglio tedesco destinato al rinforzo degli Africakorps di Rommel. Mio padre e gli altri uomini dell’equipaggio vennero ripescati dai tedeschi. Inizialmente trascorsero qualche settimana in un campo di prigioniera italiano a Chieti, quindi furono trasferiti con un treno merci allo Stalag Luft 3 di Sagan, in Germania nei pressi del confine polacco. Fu lì che mio padre trascorse quasi tutta la guerra.
(…) l’unico dettaglio della sua prigionia e delle difficoltà che aveva dovuto sopportare di cui ci parlava era il modo in cui era riuscito ad ottenere tutti i libri di cui avrebbe avuto bisogno per i suoi studi universitari attraverso la YMCA (l’organizzazione dei giovani cristiani). Aveva studiato su quei volumi, replicando i corsi che avrebbe frequentato se fosse stato ancora uno studente, e al suo ritorno negli Stati Uniti aveva convinto l’università a lasciargli affrontare due anni di esami in sole sei settimane per potersi laureare insieme alla sua classe. L’impresa di mio padre, già di per sé notevole, assunse in casa nostra una sorta di statura mitica. La lezione che ci insegnava era semplice: da ogni situazione, per quanto difficile essa sia, ci si può ritagliare un’occasione.
È stata quell’occasione sfruttata da mio padre nel lontano 1943 a fornirmi l’ispirazione per ‘Corte marziale”. Ma al di là di questo riconoscimento, è importante chiarire che i personaggi, le situazioni e l’intreccio del romanzo sono miei.
(…)
Il mondo del mio Stalag Luft 13 di fantasia è una combinazione di diversi campi. Gli eventi del romanzo, pur basati sulla realtà dell’esperienza dei prigionieri di guerra, sono inventati. Gli ufficiali, sia tedeschi sia alleati, che popolano queste pagine non sono direttamente ispirati a uomini realmente esistiti, vivi o morti che siano
” (Nota dell’autore, pp. 495-496)

Il romanzo è stato tradotto in film nel 2002, con il titolo “Sotto corte marziale” (Hart's War), per la regia di Gregory Hoblit, con Cole Hauser, Colin Farrell (nella parte di Tommy Hart), Bruce Willis (nella parte di McNamara), Maury Sterling, Vicellous Reon Shannon, Linus Roache.
Purtroppo il film non ho avuto modo di vederlo, ma - a giudicare da alcune sequenze proposte nel trailer - a scopo meramente spettacolare (e per soddisfare il gusto tutto americano per l’azione) sono state introdotte delle variazioni rispetto alla narrazione originale.

Mi piace concludere questa recensione, citando la frase finale della nota dell’autore in calce al volume, a proposito dell’importanza della memoria e delle storie del passato:
A volte penso che viviamo in un mondo così ossessivamente dedito a guardare avanti che spesso dimentica di concedersi il tempo per guardarsi alle spalle. Ma alcune delle nostre storie migliori si trovano nella nostra scia, e sospetto che, per quanto possano essere crudeli, ci aiutano a capire dove siamo diretti“ (Ib., p. 497)

(Soglie del testo) Siamo in un campo di prigionia tedesco, destinato ad aviatori americani e in inglesi, caduti prigionieri nel corso di azioni belliche durante la II guerra mondiale. 
Aprle 1944: nella latrina di un campo di prigionia tedesco viene rinvenuto il cadavere di Vincent Bedford, capitano dell'aviazione americana. Ogni indizio sembra condurre all'aviatore di colore Lincoln Scott. Con il benestare delle autorità nemiche, viene approntata una corte marziale americana. 
Il caso sembra semplice. 
Ogni indizio conduce all'aviatore di colore Lincoln Scott, l'unico ad avere un movente per uccidere un uomo apparentemente benvoluto da tutti. 
Il caso è semplice e il verdetto sembra già scritto. 
Ma chi era davvero il pluridecorato capitano Bedford? Chi sono i suoi amici, che ora invocano a gran voce il plotone di esecuzione per Scott? 
Privo di esperienza, ma ostinato e tenace, Hart dovrà dipanare un'ingarbugliata matassa in cui si intrecciano pregiudizi razziali, interessi economici, lotte di potere e violenti conflitti. 
E affrontare nemici che non sempre parlano una lingua diversa dalla sua.

 

John Katzenbach (da Wikipedia)

L’autore. John Katzenbach, nato nel 1950 a Princeton (USA), figlio di una psicoanalista e di un avvocato, si è laureato in letteratura anglo-americana nel 1972.
Il suo primo romanzo venne pubblicato mentre era reporter del "Miami Herald", dove si occupava di cronaca nera.
Nel 1987 divenne scrittore a tempo pieno con il romanzo che in Italia fu pubblicato con il titolo Facile da uccidere.
È stato inviato giudiziario anche per il "Miami News". Tra i suoi libri ricordiamo: Maledetta estate, Facile da uccidere, La giusta causa, Il giorno del ricatto, Il carnefice, Il cinquantunesimo stato, Corte marziale, L'analista, La storia di un pazzo e L'uomo sbagliato.
In Italia i suoi libri sono editi da Mondadori e da Fazi Editore.
Da alcuni suoi libri Hollywood ha tratto dei film.

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19 dicembre 2024 4 19 /12 /dicembre /2024 16:29

«Mi sembra di vederli questi ragazzi, Franco che passeggia con i romanzi e i libri di scuola sottobraccio per le calli di Venezia, e Rosa che cammina sul ciglio della strada tornando dalla fabbrica, entrambi con i pensieri che si hanno a quell’età: un amore, le amicizie, il futuro.
Cent’anni dopo la nascita di Basaglia cerco di dipanare il groviglio di fili di due vite parallele, in cui si intrecciano storie di guerra, sofferenza, malattia mentale, speranza.»

Valentina Furlanetto

Valentina Furlanetto, Cento giorni che non torno, Laterza

Nel mio percorso di letture basagliane (molte riprese e altre del tutto nuove) avviate da quando ho rinnovato i contatti con le pratiche psichiatriche (senza averne mai abbandonato i saperi) non poteva mancare un approccio all'opera di Valentina FurlanettoCento giorni che non torno. Storie di pazzia, di ribellione e di libertà, pubblicato molto opportunamente nel 2024, anno in cui si è celebrato il centenario della nascita di Franco Basaglia, da  Laterza Editore (I Robinson Letture).
Si tratta di un testo che si muove tra biografia, ricostruzione storica degli eventi che hanno portato alla legge di riforma psichiatrica e oltre, sin quasi ai nostri giorni, ma è anche un amarcord accorato (e su questo aspetto c’è un disvelamento che sarà fatto in maniera chiara ed esplicita solo in conclusione del percorso).
Molto brava l’autrice che, partendo dal progetto di raccontare due vite parallele e coeve (quella di Rosa e quella di Franco Basaglia) riesce a raccontare con grandissima e ferrata documentazione la storia della psichiatria italiana a partire dai primi anni Sessanta sino all’attualità dei nostri giorni in cui, assieme al drammatico e radicale cambiamento della tipologia dei pazienti sofferenti di disturbi psichici, assistiamo un po’ al fallimento della visione di Basaglia e siamo costretti a doverci confrontare con la realtà dilagante della creazione di una rete di mini-manicomialità diffusa, per non parlare dei manicomi “chimici” (a cui l'amico e collega Piero Cipriano ha dedicato uno dei suoi volumi) e della persistenza di quelli mentali (o meglio con i costrutti mentali del Manicomio) e ciò in una situazione in cui è stato presentato un preoccupante progetto di legge sull’assistenza psichiatrica (momentaneamente fermo) che, sia pure in modo elegante, riaprirebbe le porte agli internamenti di lunga durata e ad una esplicita filosofia custodialistica, proprio quella che pensavamo di esserci lasciata alle spalle, anche se in chiave "modernistica", oltre a mettere nelle mani delle organizzazioni private a scopo di lucro fette ancora più grandi dell'assistenza psichiatrica.
E' un libro assolutamente da leggere, sia da parte degli addetti ai lavori (che sempre di più sono sono sommersi da informazioni in stile DSM-5 e di tipo psico-farmacologico, ma sempre meno (almeno in larga maggioranza) sono attenti ad un approccio alle problematiche della salute mentale (sia quelle del benessere psichico sia quelle della malattia) in chiave umanistica e di risoluzione dei conflitti.

(Soglie del testo) «Mi sembra di vederli questi ragazzi, Franco che passeggia con i romanzi e i libri di scuola sottobraccio per le calli di Venezia, e Rosa che cammina sul ciglio della strada tornando dalla fabbrica, entrambi con i pensieri che si hanno a quell’età: un amore, le amicizie, il futuro. Cent’anni dopo la nascita di Basaglia cerco di dipanare il groviglio di fili di due vite parallele, in cui si intrecciano storie di guerra, sofferenza, malattia mentale, speranza.»
Questa è la storia di Franco Basaglia, nato nel 1924, figura rivoluzionaria che ha dimostrato che i ‘pazzi’ potevano vivere fuori dagli istituti e che ha lottato per il superamento degli ospedali psichiatrici.
Ma è anche la storia di Rosa, coetanea di Basaglia, una giovane donna nata e cresciuta non lontano da lui, che viene investita da un’auto e che da quel momento combatte con le crisi epilettiche e con la malattia mentale.
Rosa per tutta la vita affronterà il manicomio, l’elettroshock, l’uso massiccio di psicofarmaci, l’assenza di diritti civili, lo stigma. 
«Cento giorni che non torno», ripete a una delle figlie che la va a trovare in manicomio di nascosto, perché una madre internata è una vergogna. 

 

Valentina Furlanetto

Le due vite di Franco e Rosa corrono parallele in un secolo in cui l’approccio alla malattia mentale cambia profondamente. 
Con l’approvazione della legge 180 si apre una stagione di speranze, ma l’iniziale entusiasmo lascia spazio presto alla lotta delle famiglie con servizi pubblici sottodimensionati, alla preoccupazione per i Tso violenti, alla diffusione di un ‘manicomio chimico’.
Valentina Furlanetto ci accompagna, con la lucidità della cronista e la sensibilità della scrittrice, in un viaggio tra dolore, vergogna, voglia di libertà.

L’autrice. Valentina Furlanetto, giornalista, lavora a Radio24 e collabora con “Il Sole 24 Ore”,“Il Foglio” e “Review”. A Radio24 conduce la trasmissione Immagini. Le storie della settimana e lavora ai radiogiornali. Ha pubblicatoSi fa presto a dire madre (Melampo 2010) e L’industria della carità (Chiarelettere 2013). Per Laterza è autrice di Noi schiavisti. Come siamo diventati complici dello sfruttamento di massa (2021, Premio Leogrande Studenti 2022).

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16 dicembre 2024 1 16 /12 /dicembre /2024 08:16
Matteo Collura, Perdersi in manicomio, Pungitopo

Scartabellando tra alcuni libri che raccontano della trasformazione della assistenza psichiatrica a partire dalle esperienze di Basaglia e di altri pionieri sino alla promulgazione della legge 180 del 1978 e al progressivo smantellamento degli ospedali psichiatrici, mi sono imbattuto in un volume che non ricordavo affatto.
Si tratta di una testimonianza, corredata anche di una impressionante documentazione fotografica, sulla sopravvivenza per un lungo periodo di tempo dopo la 180, dell'Ospedale Psichiatrico di Agrigento, venuto all'attenzione della cronaca nei primi anni Novanta per via di una epidemia di TBC tra alcuni dei suoi degenti cronici.
Sembra che l'Ospedale psichiatrico di Agrigento sia rimasto per lungo tempo a sopravvivere come in un'isola anacronistica fuori dal flusso temporale.
Il volume di Matteo Collura è intitolato "Perdersi in manicomio", ed è stato pubblicato nel 2014 dalla casa editrice Pungitopo (collana La Parola e l’immagine), corredato con le foto di Lillo Rizzo e Tano Siracusa ed con una postfazione di Armando Bauleo, uno dei riconosciuti fondatori della psicoterapia gruppale in Argentina.

La pagina scritta in questo libro ruota essenzialmente attorno alle foto scattate da Lillo Rizzo e da Tano Siracusa all’interno del manicomio di Agrigento, nel 1993, a distanza dunque di 15 anni dall’entrata in vigore della legge 180 del 1978.
Una sostanziale lentezza nel rendere fattiva e operante quella legge, ma anche l’ignavia e la colpevole negligenza dei vari amministratori che vi si sono succeduti nel tempo, ha fatto sì che si mantenessero per anni gli aspetti più deteriori della manicomialità.
Le foto contenute in questo piccolo libro, aspre e crudissime, riportano immediatamente alle immagini di “Morire di classe” con le foto di Berengo Gardin e Carla Cerati, scattate a Gorizia e a Colorno (Parma) quando già la rivoluzione basagliana muoveva i primi passi.

L’Ospedale di Agrigento, divenuto forse il più grande della Sicilia quanto a numero di degenti, venne alla ribalta della cronaca nel 1993 quando vennero denunciate pubblicamente dal partito radicale  (e anche Domenico Modugno espresse delle critiche molto dure) le condizioni in cui vivevano gli internati in assenza dell’attivazione di un percorso di affrancamento e di restituzione alla società, con una serie di morti dimenticati (oltre duecento degenti in undici anni dal 1977 al 1988 vi morirono per una vera e propria epidemia di TBC).
L’ospedale agrigentino che, nelle pagine della cronaca, venne definito un “manicomio-lager” chiuse definitivamente nel 1996. 
Oggi quella struttura è sede della ASP agrigentina e del Dipartimento di salute mentale.

(soglie del testo) Una drammatica testimonianza sulla follia umana di quanti si dicono «sani» e di quanti sono giudicati malati. Dal «caso Agrigento», una finestra sulla condizione del malato di follia, su una solitudine terribile, su un enorme vuoto dl relazioni, su una specie di desolata allegoria del nulla. 
«Forse non abbiamo neppure fotografato i "folli", ma soltanto degli uomini e delle donne che si sono perduti in un ex manicomio».

L'autore. Matteo Collura è nato ad Agrigento nel 1945. Autore del bestseller Sicilia sconosciuta (Rizzoli 1984, 1997) e della versione teatrale del romanzo si Sciascia Todo modo, scrive articoli di cultura per il Corriere della Sera e vive a Milano

La facciata del corpo principale dell'Ospedale psichiatrico di agrigento

L’Ospedale Psichiatrico di Agrigento. Un po' di storia

L’Ospedale Psichiatrico di Agrigento fu costruito tra il 1926 ed il 1931 sull’estremità orientale della collina detta della “Rupe Atenea” nell’ex feudo San Biagio, in una zona prevalentemente rocciosa
L’intera struttura manicomiale si componeva di tre corpi centrali posti su tre livelli e di dieci padiglioni sempre posti su tre livelli.
Il primo corpo era situato al centro del primo livello sul viale centrale e qui si trovavano ubicati la Direzione Sanitaria, la Segreteria, la Biblioteca, la Farmacia, i laboratori d’analisi cliniche, anatomia microscopica, l'ambulatorio di terapia fisica e ionoforesi, marconiterapia, ultrasuono, diagnostica radiologica, settore
ammodernato nel 1960 con un complesso di psicodiagnostica. In questo livello si trovavano anche l’alloggio dei medici e il cinema-teatro con 150 posti a sedere.
Il Secondo Corpo, al centro del secondo livello, ospitava la Direzione Amministrativa, l’Economato, l’alloggio
dell’economo, la cucina, la dispensa, il forno, le caldaie, la calzoleria e l’alloggio delle suore appartenenti all’ordine “Figlie di Sant’Anna”, il servizio cassa e l’officina degli elettricisti, la falegnameria, i laboratori per i fabbri e calzolai, per rispondere a tutte le esigenze interne.
Nel terzo corpo al centro del terzo livello erano ubicati il guardaroba, la lavanderia, la sartoria e la sala cucito e la stireria.
Più in alto ancora, quasi al limite con il muraglione del costone nord della Rupe Atenea, sorgevano il serbatoio centrale dell’acqua potabile e una grande cabina di trasformazione elettrica.
I Padiglioni dei degenti.  A sinistra di questi palazzi, rivolgendo lo sguardo verso la montagna, si trovavano i reparti maschili mentre a destra si trovavano i reparti femminili sempre in numero di cinque, disposti simmetricamente a seconda della destinazione.
La I sezione, anche chiamata Reparto Osservazione, era destinata agli ammalati primi ammessi da sottoporre per legge a 15 giorni di osservazione prolungabili a 30, prima della destinazione ai reparti.
La II sezione era riservata agli ammalati con diagnosi di malattia mentale ma bisognosi di ulteriori terapie intensive; qui trovavano posto anche gli ammalati “calmi”, bisognosi di terapie generali, ricostituenti o in attesa di essere affidati alla famiglia.
La III sezione era destinata agli “incurabili”, agitati permanenti aggressivi, suicidi, coprofagi, dementi irrecuperabili e cronici. Il reparto era comunemente chiamato la “Fossa dei Serpenti”.


[NB - In questo padiglione è stata allestita la mostra “C’era una volta il manicomio” ed è visitabile il rifugio antiaereo scavato nel tufo dai degenti, fissando un appuntamento]

Nella IV sezione era un settore di altissima vigilanza dove trovavano posto gli epilettici, parafrenici, schizofrenici o detenuti in osservazione psichiatrica, questi prevalentemente nella sezione uomini, si ha ricordo soltanto di una donna detenuta in osservazione psichiatrica.
La V sezione era occupata dai malati tranquilli piuttosto paranoici, non laceratori, affetti soprattutto da ansia e depressione.
Nel settore orientale si trovavano altri tre isolati: La Chiesa, la camera mortuaria dove venivano praticate le autopsie, e una altro reparto dalla capienza di dieci posti che originariamente fu di isolamento il cosiddetto “Reparto Infettivi” fu chiuso dopo la scoperta dell’antibiotico e i malati furono trasferiti in strutture
ospedaliere specializzate.
La zona più a sud dell’odierna Casa della Speranza, oggi occupata dall’orto botanico, era denominata zona Agricola, un podere esteso centinaia di ettari e il con un ricco frutteto, mandorleto, orto e numerosi animali che permettevano all’intero Ospedale Psichiatrico di rendersi per buona parte autosufficiente nel fabbisogno alimentale
Chiesa di Sant’Antonio. La chiesa di Sant’Antonio, seppur nelle sue piccole dimensioni, è costituita da tre navate con arcate gotiche, dello stesso stile sono le quattordici finestre, per cui all’interno si può godere di una penombra che facilita il raccoglimento e la percezione del soprannaturale tipico dello stesso stile gotico che sembra spingere lo spirito verso l’alto.
Fu progettata dall’architetto Donato Mendolia.
Originariamente la Cappella fu dedicata al “Sacro Cuore di Gesù”
La capienza della chiesetta è di circa 150 persone ed è dotata di un prestigioso organo elettronico “Mascioni” del 1958.

[Ricerca storica e testi curata dal Dr. Giorgio Patti e dalla Dr.ssa Chiara Minuta]

Franco Basaglia, Morire di classe, Nuova edizione per Il Saggiatore

Franco e Franca Basaglia (a cura di), Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, Il Saggiatore, 

Morire di classe (1969) da tempo non era più reperibile nelle librerie. Abbiamo deciso di ripubblicarlo ora, nella sua integrità, perché possa testimoniare alle nuove generazioni quale fosse la condizione dei malati mentali prima della rivoluzione di Franco Basaglia, di Franca Ongaro Basaglia e di tutte le donne e gli uomini che insieme a loro hanno operato per scardinare quel sistema. Un lavoro collettivo che ha segnato una svolta epocale nella gestione della salute mentale e ha portato all’approvazione della legge 180. (Alberta Basaglia, Luca Formenton)

Ringraziamo Elena Ceratti e Gianni Berengo Gardin per la collaborazione alla nuova edizione di questo libro «simbolo».

(da Wikipedia) Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, pubblicato per la prima volta nel 1969, è un'opera che critica le condizioni in cui si trovavano gli ospedali psichiatrici italiani dell'epoca, pubblicato da Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia con fotografie in bianco e nero di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, una introduzione dei Basaglia e vari altri testi.

Contesto. Negli anni sessanta lo psichiatra Franco Basaglia era il direttore dell'ospedale psichiatrico di Gorizia. Anche se lo avrebbe dovuto gestire secondo i criteri tradizionali, simili a un carcere, Basaglia, sua moglie Franca Ongaro e il loro gruppo invece ridussero la contenzione dei pazienti, tanto che nel 1967 furono rimossi i lucchetti da tutti i reparti, in linea con gli ideali della psichiatria democratica. Basaglia ne scrisse in un libro molto famoso pubblicato nel 1968, L'istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico; e i cambiamenti da lui apportati furono meglio conosciuti grazie al documentario televisivo, I giardini di Abele, realizzato da Sergio Zavoli nel 1968 e trasmesso per la prima volta nel 1969.

Fotografia. Come riferisce il fotografo Gianni Berengo Gardin, nel 1968 Franco Basaglia chiese alla fotografa Carla Cerati di documentare per una rivista le condizioni nei manicomi italiani. A disagio per l'incarico, Cerati chiese a Berengo Gardin di accompagnarla; lui accettò a condizione che fosse permesso anche a lui di scattare fotografie, e in seguito convinse Basaglia a realizzare un libro. Nel resoconto dello storico John Foot non è menzionata nessuna rivista, e uno dei primi progetti del libro prevedeva fotografie di entrambi gli autori, Cerati e Berengo Gardin, ambedue già conosciuti da Basaglia.

Cerati e Berengo Gardin realizzarono i loro scatti in quattro ospedali: a Gorizia (il manicomio diretto da Basaglia), Colorno (vicino a Parma), Firenze e Ferrara. Il grado di libertà dei due fotografi variava notevolmente: fu permesso loro di visitare il manicomio di Firenze soltanto una volta (dove non furono bene accolti dalla direzione), ma erano molto più liberi di lavorare a Gorizia.

La loro fotografia era soggetta ad altri vincoli. Anche se Berengo Gardin aveva fotografato incontri tra pazienti a Gorizia, e scene in cui era presente Basaglia, queste ultime furono omesse dal libro: Basaglia voleva evitare l'impressione del paternalismo e Foot fa notare che le foto di Gorizia non rispecchiavano la situazione dell'epoca (insolitamente libera per i tempi) e si limitano a descrivere il suo passato repressivo.

Prima della pubblicazione del libro, e con l'appoggio del politico Mario Tommasini, fu organizzata a Parma una mostra intitolata La violenza istituzionalizzata (e più tardi fu spostata a Firenze); questa fu la prima occasione in cui furono esposte al pubblico molte delle fotografie che più tardi sarebbero apparse in Morire di classe.

Alcune immagini del libro sono state utilizzate anche nel film I giardini di Abele e Nei giardini della mente, per altri libri e volantini.

Testi. Il libro contiene un'introduzione scritta dai Basaglia, inoltre testi di Erving Goffman, Michel Foucault, Paul Nizan, Luigi Pirandello, Primo Levi, Louis Le Guillant e Lucien Bonnafé, Jonathan Swift, Rainer Maria Rilke, Frantz Fanon, Peter Weiss e altri.

John Foot fa notare nel suo saggio sulla storia della psichiatria radicale in Italia  che sia l'introduzione sia il testo fanno uso della nozione dell'istituzione totale, creata da Goffman o da lui resa famosa, nozione importante nel libro di Goffman (pubblicato nel 1961) Asylums, la cui traduzione italiana era stata pubblicata nel 1968. Il manicomio era totalitario (Goffman e Foucault), "colonizzava" i pazienti (Fanon), o li riduceva alla condizione di uomini "vuoti" dei campi di concentramento (Levi).

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7 dicembre 2024 6 07 /12 /dicembre /2024 07:18
Giuseppe Trevisan, La Vita Rubata

La vita rubata. Memorie di un quasi adatto tra manicomi elettrici e servizi territoriali difettosi di Giuseppe Trevisan, pubblicato da Nuovadimensione, nel 2022 (con una precedente edizione nel 2015 per Futura Edizioni) è un testo tra diario e memoir, molto interessante e attuale, il cui l’autore, creando un personaggio fittizio che è il soldato Pino Lancia, racconta le sue personali vicissitudini a partire dal primo internamento in manicomio e poi, attraversando una serie di contatti successivi con le istituzioni psichiatriche, nel periodo cruciale che vide poi la promulgazione della legge 180 del 1978, e - a seguire - con i servizi psichiatrici nati successivamente a tale data. Le sue esperienze si svolgono a Udine, Pordenone e dintorni.
Il volume è completato da un inserto fotografico che illustra momenti diversi della vita di Giuseppe Trevisan e che offre degli scorci sull’ospedale psichiatrico di Udine.
Il volume è arricchito da una postfazione scritta da Giorgio Simon, che ha avuto un ruolo importante come dirigente nell’Agenzia regionale della sanità del Friuli Venezia Giulia, con il titolo “La vita rubata, note storiche su servizi e diritti”
A chiusura, con il titolo ”Apriamo quelle porte: colloqui sanvitesi con Mario Novello“, segue la trascrizione di due incontri promossi dall’Associazione Fuoritema, avvenuti a San Vito al Tagliamento nel novembre 2018 e nel gennaio 2019 in cui lo stesso Mario Novello nella forma di una lunga intervista racconta le esperienze di transizione dell’assistenza psichiatrica in Friuli Venezia Giulia dopo il 1978, ma includendo anche - ovviamente - importanti considerazioni e ricordi del suo lavoro a fianco di Franco Basaglia, a Trieste.
Viene da ultimo, ma di importanza per l’inquadramento generale dell’opera, un commento a firma della Aps Fuoritema, che nella sua qualità di associazione che lavora per l’inclusione sociale, ha promosso la pubblicazione del volume e che, nelle sue parole conclusive, pone sul tappeto dei nodi problematici attuali e scottanti sullo stato dell’arte dell’assistenza psichiatrica in Italia.

Dalla postfazione di Giorgio Simon: “La vita rubata attraversa la storia dei diritti e delle istituzioni italiane di mezzo secolo. Racconta della sanità militare, dei manicomi, del ricovero coatto di quello volontario, della nascita dei servizi territoriali e dell’applicazione della legge 180. Ma soprattutto racconta che fino a molti anni fa anche in Italia era considerato normale rinchiudere una persona malata, maltrattarla, privarla di ogni diritto e dimenticarsi di lei

(Quarta di copertina) Il soldato Pino Lancia ha difficoltà d'inserimento nel mondo militare e cerca tutte le scappatoie per sfuggirvi: ma inutilmente. Ci viene inserito a forza in quel groviglio di serpi. Persino un vecchio amico di suo padre, un alto ufficiale, non riesce a fargli ottenere l'esonero. Così Pino Lancia viene internato in manicomio (perché a giudizio del direttore dell'ospedale militare ha ottenuto troppi giorni di convalescenza) in un padiglione di "malati"; e comincia il suo calvario. Si rende conto che l'ospedale psichiatrico provinciale non guarisce, anzi, peggiora la situazione: gli psicofarmaci profusi a piene mani, gli elettroshock, il lettino di contenzione, il cibo scadente, peggiorano il suo stato di salute, e lo gettano sull'orlo della follia. In appendice, un importante contributo di Mario Novello sugli anni in cui ha lavorato con Franco Basaglia.

L’autore. Giuseppe Trevisan detto “Pino Lancia” nasce a San Vito al Tagliamento (Pordenone) il 2 marzo 1949. Compie studi regolari mostrando però attitudine per le materie umanistiche e, in particolare, per letteratura e poesia. 
Fin dalla giovinezza conosce il disagio psichico. 
Entra nel mondo del lavoro provandosi nei più svariati mestieri: ristoratore agente di commercio, bracciante agricolo e anche “operatore psichiatrico“ ha pubblicato le raccolte di poesie “Le lacrime di Dio” (2007) e “Angeli di strada“ (2010)

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3 novembre 2024 7 03 /11 /novembre /2024 13:03
Amy Meyerson, La libreria del tempo andato, Nord

Ho apprezzato particolarmente la lettura dell'opera prima nel campo della narrativa di Amy Meyerson, La libreria del tempo andato (The Bookshop of Yesterdays, nella traduzione di Alessandro Storti), pubblicato dalla Editrice Nord, nel 2019. 
Di tanto in tanto mi piace leggere dei libri che parlano di libri o che abbiano al centro della loro storia un negozio di libro, o un libraio. E gli esempi in questo particolare campo della narrativa, sono molteplici. Come anche sono numerosi i brevi saggi che parlano dei libri, della passione per i libri, della relazione indissolubile che leggo un lettore ai libri e di idiosincrasie dei lettori.

Questo romanzo è davvero un mirabile esempio di tale filone.

Miranda è la protagonista indiscutibili di questo romanzo che celebra la persistenza della memoria e la ricerca di una verità storica, assieme allo zio Billy che vi gioca un ruolo altrettanto importante. I libri e il Prospero Bookshop ne sono i deuteragonisti.
Lo zio materno, Billy, proprietario della Libretia “Prospero Books” ha avuto un ruolo affettivo speciale nell’infanzia di Miranda che da lui è stata educata all’amore per i libri attraverso il gioco e con vere e proprie cacce al tesoro letterario. Questo rapporto privilegiato s’é interrotto improvvisamente, quando Miranda era alle soglie dell’adolescenza, a causa di un litigio tra Billy e la madre.
Billy letteralmente scompare per anni dalla vita di Miranda, lasciandola con un senso di nostalgia per qualcosa che si è traumaticamente interrotto.
Improvvisamente, Miranda che adesso vive nella East Coast dove dopo il diploma, da qualche anno, lavora come insegnante riceve la notizia della morte dello zio e, insieme, una lettera che - secondo il modo in cui è stata addestrata - rappresenta l’inizio di una “caccia al tesoro” letteraria.
Miranda dunque si sposta urgentemente in California per partecipare alle esequie dello zio defunto per scoprire che è divenuta la sua erede universale e che, pertanto, éadesso proprietaria della Prospero Books.
Ciò comporta per Miranda il doversi confrontare con diverse sfide: decidere di rimanere piuttosto che tornare alla vita precedente; assumersi la responsabilità della Prospero Books che versa in un grave dissesto finanziario; riconciliarsi con la memoria di Billy che, alle soglie della sua adolescenza, l’ha tradita; e, infine, seguire le tracce e gli indizi lasciati da Billy appositamente per lei e che, passo dopo passo, la ricondurranno alla verità e alle sue origini.
Alla fine, Miranda riconciliata con il suo passato, prenderà in mano con decisione le redini della Prospero Books che però - come segno dell’inizio d’una nuova era - verrà ribattezzata con il nome di “Bookshop of Yesterdays” che è anche il titolo del romanzo in lingua originale..
Nella caccia al tesoro, inventata da Billy come veicolo del suo lascito, ma anche come strumento di riconciliazione, gioca un ruolo-chiave “La Tempesta” di Shakespeare (sia la libreria sia Miranda traggono i loro nomi dai personaggi  dell'ultimo lavoro teatrale di Shakespeare che è in qualche modo, incentrato sul tema del commiato: e c'è una ragione in ciò).
Nel corso della caccia al tesoro Miranda apprenderà tutti i dettagli della sua storia e scorprirà anche le ragioni dell'improvviso e definitivo allontanamento della zio: e sarà così pronta a lasciarlo andare come figura reale per accoglierlo nel ricordo.

L’ho trovato davvero coinvolgente e mi sento di consigliarlo.

(Soglie) Una caccia al tesoro fra i libri con in palio un premio speciale: la felicità.

(Risvolto) Delicato e toccante, «La libreria del tempo andato» è un inno alla forza dei legami familiari e al potere che hanno i libri di connetterci con le persone che amiamo. Perché spesso regalare un libro è un modo per confessare sentimenti che non riusciamo a esprimere a parole.

Miranda è cresciuta in mezzo ai libri. Letteralmente. Da bambina, infatti, passava ore e ore a vagare tra gli scaffali di una libreria, giocando alle cacce al tesoro letterarie che il proprietario, suo zio Billy, organizzava per lei. Grazie a lui, Miranda ha imparato ad amare quei mondi d’inchiostro racchiusi tra le pagine, il profumo inconfondibile della carta, il mosaico variopinto delle copertine. Un giorno, però, quando lei aveva dodici anni, la madre aveva all’improvviso tagliato i ponti col fratello e l'aveva portata via, lontano da lui e dalle sue avventure. Ma ecco che, sedici anni dopo, lo zio Billy muore, lasciando in eredità a Miranda la libreria. E non solo. Miranda riceve per posta una copia della «Tempesta», con un’unica frase sottolineata: ""Siedi: ora devi sapere di più"". Il messaggio è chiarissimo. È l'inizio di una nuova caccia al tesoro. L'una dopo l’altra, Miranda raccoglie le molliche di pane disseminate dallo zio, incamminandosi lungo un sentiero costellato di citazioni letterarie e segreti taciuti troppo a lungo. E, cercando tra le

Amy Meyerson

pagine dei romanzi che hanno segnato la sua giovinezza, Miranda non solo scoprirà la verità sullo zio e sulla loro separazione, ma si renderà conto che quella libreria è la sua casa e il suo destino…

Hanno detto:
"Un omaggio colto, ammaliante e appassionato al magico mondo dei libri" - Publishers Weekly

L’autrice. Amy Meyerson vive a Los Angeles e insegna Scrittura creativa alla Southern California University. "La libreria del tempo andato" è il suo romanzo di esordio

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16 ottobre 2024 3 16 /10 /ottobre /2024 13:53

“Le storie di questo libro nascono dall’anelito a raccontare le vicende di uomini e donne in cui sono stato emotivamente coinvolto. Sono state scritte nell’arco di molti anni; alcune prendono origine dalla rielaborazione di relazioni cliniche portate in supervisione, altre sono Racconti di casi interessanti, divertenti o curiosi. Tutte sono diventate lo spunto di riflessione sul mio lavoro.”

Stefano Catellani, Fort Apache. Storie e appunti di uno psichiatra qualsiasi, Bollati Boringhieri (p. 11)

Catelllani, Fort Apache, Bollati Boringhieri, 2003

Le storie di questo libro nascono dall’anelito a raccontare le vicende di uomini e donne in cui sono stato emotivamente coinvolto. Sono state scritte nell’arco di molti anni; alcune prendono origine dalla rielaborazione di relazioni cliniche portate in supervisione, altre sono Racconti di casi interessanti, divertenti o curiosi. Tutte sono diventate lo spunto di riflessione sul mio lavoro.” (p. 11)
Questo è ciò che scrive Stefano Catellani nelle pagine introduttive al suo saggio clinico, Fort Apache. Storie e appunti di uno psichiatra qualsiasi, edito da Bollati Boringhieri (nell'ambito della Collana L’esperienza Psicologica e Medica), nel 2003.
L’autore - nella sua introduzione al testo - esplicita la sua volontà di non voler uscire dal crocevia principale per imboccare delle strade laterali e meno trafficate di tipo super-specialistico e, quindi, afferma la sua determinazione nel definire se stesso come uno psichiatra “qualsiasi”, cioè psichiatra e basta, senza ulteriori aggettivazioni, e dunque psichiatra “senza qualità” (in ciò, forse, strizzando l'occhio a Robert Musil).
Ciò allo scopo di evitare il potere stigmatizzante dell’ideologia che è contenuta implicitamente nella scelta di un campo di applicazione piuttosto che di un altro quando ci si accosta ai saperi psichiatrici, poichè tale scelta - con le sue ricadute nelle prassi della quotidianità clinica - è pericolosa, teoricamente, clinicamente e ideologicamente e si presta a derive oppure ad esclusioni e scotomi (per esempio, relativamenti alla determinazione di quali siano i pazienti "buoni" da trattare e quali invece da abbandonare a se stessi, perché ingestibili, ingovernabili etc etc).
Ritengo che solo lo sforzo di confrontarsi continuamente con la contraddittorietà dei propri linguaggi interni e dei propri saperi possa permettere alla psichiatria e agli psichiatri di tentare di confrontarsi con i linguaggi contraddittori e contrastanti dei loro pazienti.” (p. 14)
Questo libro - come dice il titolo - è stato scritto da uno psichiatra «qualsiasi», che opera nei servizi territoriali del Dipartimento di Salute Mentale di Bologna, e racconta delle storie cliniche. Sopraffatti da linee-guida e diagrammi, pare che gli psichiatri — come pure spesso gli psicoanalisti — non siano più capaci di raccontare se non in forma di brevi schemi anamnestici o di sintesi di puntate di diario clinico asettiche e povere di anima, oppure ancora in forma di “excerpt” ovvero di estrapolazioni decontestualizzate che servono all’autore che li cita per dimostrare una certa tesi.
Invece, Catellani racconta bene, di sé e dei pazienti che sceglie per le sue storie. Ribadiamo: storie e non anamnesi, e nemmeno le malefiche «vignette», storielline cliniche funzionali solo all'enunciato che lo psichiatra o lo psicoanalista stanno sostenendo. 
Qui no, sono raccontate finemente nei dettagli vicende esistenziali e vicende di incontri: per che via il paziente arriva, in ambulatorio o al Pronto Soccorso, cosa fa e cosa racconta di sé, come reagiscono paziente e medico all'incontro, nei comportamenti e nelle parole e come si storicizzano a vicenda, scrivendo della relazione terapeutica una narrazione condivisibile e condivisa.
Un clima fortemente interpersonale, perché l'uomo-psichiatra si china accanto all'uomo-paziente, più interessato alla sua vita e alle rappresentazioni di sé, e ai pensieri e agli affetti che in lui ne derivano, che alla sola psicopatologia: lo psichiatra - e lo psicoanalista - modifica, con il suo intervento, il campo su cui interviene e, nel momento in cui è in gioco, non può più presumere di conservare una osservazione neutrale né, tanto meno, oggettivante, pena la reificazione del suo stesso pensiero e del suo agire (per mano delle nosografie, linee-guida, protocolli, manuali di tecnica etc.).
Queste storie e queste convinzioni sono raccontate con uno stile sobrio e semplice, senza eccedere in tecnicismi (ma ricorrendo ad una epicrisi teorica, quando ciò appare necessario), esprimendo nello stile un modo di raccontare che, trasmettendo anche delle emozioni e lasciando trapelare la soggettività del terapeuta, è pieno, ricco, elegante.
I casi clinici illustrati da Catellani dimostrano che si può uscire da alcuni schemi precostituiti nell’assistenza al malato psichiatrico: e poi c’è da chiedersi chi sia o cosa sia effettivamente, oggi, il malato di mente.
Il libro di Catellani è stato pubblicato nel 2003: e a distanza di vent’anni è tuttora valido e pienamente attuale, in quanto illustra - pur con tutte le difficoltà - un modello di intervento virtuoso e praticabile in direzione ostinata e contraria rispetto a modelli operativi pigri oppure intrisi di pregiudizi antichi anche se mascherati con nuovi volti.
Oggi come oggi, abbiamo bisogno di molti altri libri come questo di Catellani per scardinare alcuni costrutti mentali e sociali sulla follia e sui disturbi psichici che, tuttora vigorosi, rimandano a una dimensione ancora ben radicata di “manicomio mentale” che poi porta - nelle prassi quotidiane - all’attivazione di “mini-manicomi” o di manicomi “chimici”.
Libri come questo oppure come altri di più esplicita denuncia delle malpractice medico-psichiatriche come sono quelli scritti in anni più recenti da un Piero Cipriano, neo-basagliano convinto e battagliero.
Il volume è dotato di alcune appendici che lo rendono particolarmente interessante tra le quali una su alcune ”parole dubbie“ del gergo psichiatrico, ma anche una di citazioni colte, oppure un’altra (titolata "Creativa mente") contenente degli esempi di produzioni letterarie degli stessi pazienti, proprio per dare voce a questi ultimi dal momento che, spesso, anche nelle pratiche psichiatriche attuali il paziente tende a perdere la propria soggettività, o meglio ne subisce la sottrazione.
Scrive Catellani: “Ho scritto gran parte di questo libro per raccontare le storie di pazienti diagnosticati come schizofrenici e per uscire dalle gabbie di questa definizione. (…) … nulla di tutto ciò descrive l’incredibile esperienza umana di questi pazienti. “ (p. 291)
E poi ancora: “Il setting riveste grande importanza per chi, come me, ritiene che in ogni lavoro psichiatrico, anche nella pura prescrizione farmacologica, vi sia sempre una funzione psicoterapeutica attiva (che può essere positiva o negativa). la psichiatria non ha grandi costi: non necessita di dispendiosi macchinari, né di farmaci dei prezzi proibitivi [anche se - va pur detto - a distanza di vent’anni da queste parole non si può non rilevare che il trend delle case farmaceutiche è quello di imporre nuove molecole estremamente costose - nota mia]; le nostre ‘sale operatorie’ sono gli ambulatori, il nostro ‘bisturi’ é il tempo, le nostre ‘risonanze magnetiche’ sono costituite dall’ascolto. La qualità, la stabilità e la continuità del setting (tempo e luogo dell’ascolto) sono indispensabili ad una buona assistenza psichiatrica.” (Ib., pp 291-292)

(Quarta di copertina) Le storie di questo libro nascono dal bisogno e dal desiderio dell'autore, impegnato nel lavoro con pazienti psichiatrici, di raccontare le vicende in cui si è trovato a essere coinvolto emotivamente: si tratta di rielaborazioni di relazioni cliniche, oppure ricordi di casi interessanti, divertenti o curiosi. Tutti sono diventati spunti di riflessione sulla pratica quotidiana dell'assistenza psichiatrica. Ma soprattutto l'autore avverte l'esigenza di narrare la vita, i sentimenti, gli umori, le relazioni di persone vive e reali, per uscire dall'atrofia intellettuale delle parole burocratiche e spersonalizzanti delle cartelle cliniche e delle classificazioni diagnostiche.
Narrare per valorizzare l’esperienza, per evitare che il fiume della vita (dei pazienti, e dell’autore stesso) resti in sabbiato nel deserto delle nosografie e dei protocolli. Catellani auspica c’è questa storie questi appunti possano aiutare i lettori a rivedere i pregiudizi nei confronti dei pazienti psichiatrici e dei disturbi mentali di cui tutti siamo più o meno portatori, a superare le barriere concettuali tra salute e malattia, tra “normalità” e follia

L’autore. Stefano Catellani, psichiatra, e dirigente medico in psichiatria presso la Asl della città di Bologna.

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10 ottobre 2024 4 10 /10 /ottobre /2024 11:44
Tom Lin, Ferrovia di Sangue, Einaudi

Ferrovia di Sangue (titolo originale: The Thousand Crimes of Ming Tsu) di Tom Lin, pubblicato da Einaudi, Collana Stile Libero Big nel 2022, nella traduzione di Alfredo Colitto, è un romanzo in stile western ambientato in un periodo storico in cui l’epopea del West già si stempera per cedere il passo alla modernità con l’arrivo della ferrovia transcontinentale, ma è anche il romanzo di esordio di Tom Lin.
Ming Tsu, di origini cinesi, ma adottato da un bianco (ed è dunque un cinese "assimilato" che, in quanto tale, non porta il codino, com'era tradizione nei cinesi che arrivarono a frotte per contribuire alla costruzione della Ferrovia) è un pistolero (così lo ha fatto crescere il bianco che è stato il suo padre-padrone, come killer su commissione) che adesso cerca vendetta poiché da un gruppo di Bianchi violenti, sostenuto da un Giudice, gli è stata sottratta la moglie Ada.
La sua mission adeso è uccidere spietatamente tutti quelli che hanno ordito questa ingiustizia ai suoi danni. 
Il caso vuole che si ritrovi viaggiare con una pittoresca compagnia di artisti itineranti (che forse non sono soltanto artisti ma anche individui dotati di poteri diversi e straordinari) i quali, capeggiati da un impresario, mettono in scena uno spettacolo facendo della propria diversità motivo di attrazione, come i Freaks del circo Barnum
Ombra e consigliere di Ming Tsu è il Profeta, un cinese vecchissimo e cieco, ma dotato del potere della preveggenza.
Si tratta - per alcuni versi - anche di un romanzo “on the road” (che rivisita, quindi, alcuni dei topoi della Frontiera), poiché la compagnia itinerante si va spostando attraverso i deserti da una cittadina all’altra verso ovest, imbastendo i suoi spettacoli, mentre al tempo stesso Ming Tsu che fa da guida e protegge i suoi compagni di viaggio dai pericoli va consumando la sua vendetta, alla ricerca del sogno di ricongiungimento con la sua perduta Ada.
E' indubbiamente un bel romanzo in cui elementi di avventura si mescolano con quelli del crime, del noir e delle storie western di vecchio conio - classiche per alcuni versi - ed anche con l’arricchimento d’un pizzico di paranormale e di straordinario, grazie all’incontro con questi compagni di viaggio portatori ciascuno di “stranezze” e di abilità metamorfiche.

 

(Soglie del testo) Un gruppo di bianchi, sicuri della loro intoccabilità, gli ha portato via tutto. Ma nessuno sa uccidere come Ming Tsu. E adesso è in cerca di vendetta.

Per anni Ming Tsu è stato costretto a lavorare come uno schiavo alla costruzione della ferrovia transcontinentale, insieme ai tanti cinesi che con la loro sofferenza hanno aperto il West agli americani e che nessuno ricorda mai. È fuggito solo quando il Profeta – un vecchio cinese cieco, capace di leggere il futuro – non gli ha detto che era il momento. Adesso è tornato. E può iniziare la sua caccia. È deciso a eliminare i suoi nemici uno per uno e raggiungere la California, raggiungere Ada, la donna che gli hanno strappato dalle braccia. Ad accompagnarlo fino a Reno sarà un gruppo di bizzarri artisti dai poteri soprannaturali, un carrozzone di freak che gli insegneranno cosa vuol dire essere umani.



Hanno detto
«Una saga western perfetta per un film dei fratelli Coen» – The Boston Globe

Tom Lin

«Un libro in cui l'atmosfera dei western di Cormac McCarthy lascia spazio alle sfumature e alle ombre di Ray Bradbury» – Jonathan Lethem

«Un romanzo originalissimo, con una prosa vivida e meticolosa, in cui persino un temporale può assumere proporzioni mitiche» – The New York Times Book Review

 

L’autore. Tom Lin è nato in Cina, ma quando aveva quattro anni la sua famiglia si è trasferita negli Stati Uniti. Laureato presso il Pomona College, si dedica ormai esclusivamente alla scrittura. Per Einaudi ha pubblicato Ferrovia di sangue (2022), il suo primo romanzo

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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