É stata una grande emozione ritrovarmi a remare dopo tanti anni, lo scorso 11 luglio 2025, e, soprattutto, averlo fatto assieme a mio figlio Gabriel. Devo dire che nel giro di pochi istanti ho rivissuto delle sensazioni intense ed inimmaginabili (l'immagine è stata elaborata da ChatGPC e illustra il brano che segue)
Ero su di un pontone
al centro di un’area portuale
Da qui venivano calate
imbarcazioni di canottaggio d’ogni tipo
Altre venivano ritirate su
per mezzo di un argano
Io non scendevo mai in mare
Semplicemente, supervisionavo
Dirigevo il traffico
Evitavo che si verificassero incroci
e sovrapposizioni
Ero insomma, nella cabina di regia
Avrei voluto scendere a vogare anch’io,
ma non lo facevo mai
Ho sognato molto
Questo frammento è l’ultima parte di questo mio vivido sognare
Andavo in bici (la mia bici, non v’erano dubbi)
Black, il mio grosso cane nero del Klondike,
trottava fiero al mio fianco,
legato al guinzaglio che tenevo a bandoliera per sicurezza
(nella realtà non ho mai portato Black così
per timore che mi faccia cadere:
non l’ho mai addestrato a questo, insomma)
Ma qui, nel sogno, era tutto perfetto
Facevamo un lungo percorso di strade e stradine
Poi arrivavamo in un punto in cui c’era un’adunanza di gente ciarliera e festosa
Capivo che era in corso una gara podistica
Vedevo infatti i corridori con il pettorale indosso sfilare
E poi tanta gente intorno ad incitarli
Notavo tra gli spettatori il mio amico corridore di vecchia data e compagno di trasferte podistiche, Armandó, che era in piedi tra gli spettatori
Ero indeciso se fermarmi a salutarlo, ma poi proseguivo nella mia traiettoria, senza appalesarmi
Pedalavo e avevo una precisa consapevolezza dell’azione muscolare
Erano momenti di grande intensità
Negozi che chiudono
Saracinesche abbassate per sempre
Punti di riferimento abituali
irrevocabilmente persi
Detriti abbandonati,
rifiuti immondi e scartoffie,
gabbiani e altri uccellacci
che si pascono di fetidi resti,
il caldo implacabile e opprimente,
gli incendi continui e devastanti,
i venti che sollevano nugoli di polvere
e che diffondono aeree pestilenze
fanno il resto
A tutto questo degrado
fanno da contraltare
la follia carnascialesca,
la movida,
l’eccitazione e l’accelerazione senza limiti
Siamo al collasso
e ci arriveremo danzando
come quelli che, al concludersi del primo millennio,
aspettavano la fine del mondo,
in armonia con le profezie,
e anziché chiudersi in ritiri da anacoreti
banchettavano e danzavano,
lasciandosi andare ad ogni tipo di eccesso
Oggi sembrano essere
tutti immemori e insensibili
Non c’è più il senso dell’imminente catastrofe
e nemmeno la ricerca ossessiva d’ominosi segni
I più giovani, oggi,
sono incuranti dei presagi
e danzando
fumando
sniffando
inebriandosi
vanno avanti come stolti
a passo lesto e dissennato
verso l’abisso
E se loro precipitano,
per i vecchi e i vegliardi
non c’è più speranza
Panchina arroventata,
Panchina-graticola
per la cottura di Cristiani e Cristianeddi
Era già in leggera ombra
quando ci ho posato le chiappe
ma il suo ferro era ancora
rovente e urente
A stento ho trattenuto
un gemito di dolore
sentendomi come quel Santo
che venne cotto sulla graticola
Mi sono allora spostato per accomodarmi
su di una panchina rossa
poco più in là
dove se ne stava già seduto
un tizio extra-comunitario
che già prima,
vedendomi soffrire sulla panca-griglia,
con ampi gesti mi aveva invitato
a sedermi accanto a lui
Abbiamo conversato amabilmente
Mi ha chiesto quando ero nato
e mi ha detto che il colore
che mi dà forza é il rosso
Non che debba vestire tutto di rosso,
ma devo sempre avere
un po’ di rosso addosso
Gli ho fatto vedere che il portachiavi
delle chiavi dell’automobile
ha una stringa rossa
Lui ha testiato, compiaciuto
Poi gli ho fatto notare
che eravamo seduti su di una panchina rossa
E di nuovo lui ha testiato
Questa panchina era magnifica,
ombreggiata da tre possenti robinie
che sono sopravvissute ai tagli
dei macellai armati di motosega
e molto ventilata, a differenza dell’altra
Qui si godeva di un piacevole gioco
di correnti d’aria e brezzoline
che rinfrancavano,
la frescura era davvero balsamica
e ci si dimenticava della calura opprimente
Dopo un po’ il tizio
che mi aveva rivelato di essere
nativo dello Sri Lanka
e di aver vissuto da panormita
per oltre quaranta anni
("Ero avvocato a Ceylon")
se ne è andato, contento
Mi ha detto che abitava
un po’ più in là,
in una traversina di via Noce
e che, ogni giorno,
viene a sedersi qui,
proprio su questa panchina
per starsene tranquillo
Gode bene chi di poco si accontenta
E le panchine sono fatte per questo
A ciascuno offrono
ciò che uno desidera
Ho sognato che ero con Black,
il mio grosso cane nero
Stranamente, lo portavo in giro libero,
senza guinzaglio
(e di solito non lo faccio mai
E poi nel cortile di casa
c’era in giro un grosso cagnone fulvo
Non succedeva nulla
Nessun attacco da parte del Black,
nessuna incomprensione
Dopo poco,
assolto l'obbligo
di qualche annusata di cortesia
e per la reciproca conoscenza
Black e il cagnone fulvo
cominciavano ad esibirsi
in corse a perdifiato
e in complicati ghirigori di danza
Era bello vedere l’intrecciarsi
dei loro movimenti,
il fulvo e il nero,
contrapposti e sovrapposti
come lo yin e lo yang
Poi mi ritrovavo al coperto,
in un sotterraneo
E qui c’era un leopardo ancora cucciolo
Mi pareva una vecchia conoscenza
e ricordavo allora che già in passato
lo avevo incontrato questo leopardino
e lo avevo accudito
Solo che poi me ne ero dimenticato
Gravissima colpa!
Qualche buon samaritano
lo aveva però nutrito
Infatti, in un canto, c’era un grosso scolapasta bianco
pieno di resti di cibo
Il leopardino evidentemente mi riconosceva
e mi è venuto incontro festoso e giulivo
ed io, mollando qualsiasi riserva
lo prendevo in braccio,
quasi fosse un bimbo desideroso di tenerezze
C'erano nel leopardino, feeling e fiducia,
ma anche affettuoso abbandono
Quasi quasi, sentivo la vibrazione delle fusa
Quindi riprendevo a camminare
con la bestiolina abbarbicata
e i due cani davanti a me
sempre a rincorrersi, instancabili
Volevo tornare a casa
Entravo nel caseggiato
lungo il quale avevo camminato
e facevo per entrare in un ascensore
che avevo adocchiato
Ma uno mi diceva: "L’ascensore
é solo per la redazione del giornale
che é al terzo piano!" E per andare al secondo piano?
Facevo io
Quello allora mi rispondeva:
"Per il secondo piano
c’è da fare tutto il giro dello stabile
che è vasto come il Cremlino
all’incontrario per poi entrare passando
da un altro portone
Da lì potrai salire le scale
e poi percorrendo lunghi corridoi
arriverai a casa"
Mi incamminai sempre con il leopardo sottobraccio,
tranquillo e compunto
Arrivavo ad un grande ingresso monumentale e fastoso
che pareva l’entrata ad un museo Sarà una scorciatoia, pensavo
E mi infilavo,
benché fosse quasi ora di chiusura
Ero totalmente stremato
Non vedevo l’ora di arrivare a casa
per offrire al leopardo
un degno pasto,
dopo tanto tempo a base di resti non proprio salubri
Salivo delle scale e mi ritrovavo
all’interno d'un appartamento,
enorme quanto una reggia
e con ampi spazi loftiani
simili a navate
Ero un po’ spaesato e stordito
Spiegavo alla coppia che lì viveva
(ambedue si mostravano molto comprensivi,
a dire il vero e non avevano fatto una piega
per via della mia improvvisa irruzione)
quale fosse il mio problema
(ero sempre con il piccolo leopardo
avvinghiato a me come fossimo tutt'uno)
E loro dicevano che sì,
da casa loro
c’era una comunicazione per arrivare alla mia abitazione,
un passaggio segreto,
molto antico, poi dimenticato,
ma loro sapevano dove si trovava,
ne conoscevano l'esatta ubicazione
Mi conducevano sino al punto preciso
C’era in effetti un passaggio
Era un camino verticale
stretto ed impervio
Avevo delle difficoltà a passare
con il leopardito in braccio
Lo lasciavo libero di procedere da solo,
ma lui non era più capace
di saltare e arrampicarsi,
come effetto dell'essere stato in braccio
per tutto questo tempo
8effetto di rammollimento
e della perdita di capacità neuromotorie)
Conversavo allora con i padroni di casa,
lodando la bellezza
e l’ampiezza del loro appartamento
Lui mostrava di conoscermi bene da tempo
ma io non avevo memoria di quando
ci fossimo incontrati
Mi alzo nella notte
per ritrovarmi nell’oscurità più totale
Un black-out!
Mi muovo a tentoni
nella casa buia
attento a non far rumori,
a non inciampare
Apro la porta esterna
con l’urgenza di svuotare la vescica
Non c’è tempo
per arrivare a tastoni sino al bagno
Anche fuori, il buio è quasi assoluto
La corrente è andata via
tutt’attorno
I riferimenti abituali
sono stati inghiottiti dalle tenebre,
luci che punteggiano il mio terreno,
luci dei vicini,
luci del paesello poco distante,
di cui di solito s’intravede il bagliore,
tutto mancante
Rivolgo lo sguardo al mare
e lì sono colpito da una visione rara
Decine di luci palpitano come stelle:
e sono le lampare dei pescatori
Poco sopra la loro linea scintillante
è da poco sorta dall’orizzonte una falce di luna
(gobba a levante)
la cui luce fioca
traccia un riflesso sul mare immoto
É un momento di pace e quiete assoluta
Tutto sembra essere
in perfetto equilibrio
Poi la corrente elettrica ritorna,
e quella magia sospesa
si dissolve
Mi sembrava di non dormire
Stavo a rigirarmi nel letto,
inquieto
Cuscino sopra la testa
Cuscino sotto
Cuscino lanciato in aria
Giravolte col cuscino
Giravolte col corpo,
lato destro e lato sinistro
Poi, come spesso capita,
senza accorgermene,
mi sono addormentato
e ho anche sognato
Ero in una città straniera,
assieme ad altri
Ero in una casa
(Qui mi mancano molti dettagli)
Forse cercavo di allestire uno studio professionale
Ma c’erano altri che facevano la stessa cosa
Cercavo di accaparrarmi una stanza che fosse tutta per me, e non era cosa facile proteggersi dalle continue incursioni degli altri
Però, alla fine, ci riuscivo
Arrivavano altri che, invece, erano li per un raduno sportivo
Dovevano sottoporsi ad alcuni test per verificare in quale disciplina fossero maggiormente portati e decidere eventualmente di rimanere per uno stage di perfezionamento e approfondimento delle tecniche correlate a ciascuna disciplina
Mi ritrovavo poi a visitare una parte della città, dove fervevano dei lavori di ristrutturazione di vecchi edifici
Superavo delle transenne ed entravo in un cantiere, passando attraverso un grande portale provvisorio
Avevo il batticuore, perché ero consapevole di varcare la soglia di una proprietà privata momentaneamente incustodita
I lavori erano ancora in corso, il pavimento grezzo cosparso di frammenti di cemento ed altri detriti
Mi aggiravo per quelle stanze spoglie pervase di sottili polveri fluttuanti nell’aria e mi meravigliavo dell'ampiezza degli ambienti
Poi varcavo una soglia e mi ritrovavo in un enorme spazio, quasi fosse la gigantesca navata di una chiesa, solo che il pavimento dal punto dove mi trovavo io sino all’abside in fondo e lontana era inclinato di 45°: io mi trovavo nel punto più in basso e dunque l'abside sembrava lontana e irraggiungibile, quasi fosse all'apice di una ripide piramide azteca
Mi chiedevo: cosa ci vorranno mai fare qua?
Incontravo uno, il quale mi diceva che i nuovi proprietari contavano di organizzare qui, in questo immenso spazio declive, dei concerti per i propri ospiti, con l'orchestra e i musicanti (ed eventualmente anche i cantanti) situati nel punto più elevato
Io replicavo che mi pareva poco pratico mettere l’orchestra o i musicanti in corrispondenza dell’abside, poiché gli spettatori convenuti non avrebbero mai potuto usufruire adeguatamente della musica in quanto si sarebbero trovati più in basso dell’orchestra e, com’è noto, i suoni tendono a propagarsi verso l’alto e salire verso il cielo
Il mio interlocutore misterioso non ribatteva davanti a queste mie argomentazioni
Poi mi ritrovavo di nuovo fuori, all’aperto, ritrovandomi a sospirare di sollievo perché nessuno mi aveva arrestato per via della mia sfrontata intrusione
Camminavo di nuovo per visitare ancora la città, ma cominciava a piovere intensamente e mi mettevo a correre, per evitare di bagnarmi troppo: mi imbattevo in alcuni conoscenti con i quali - a passo gagliardo - andavamo alla ricerca di un riparo
Intanto parlavamo dei futuri raduni atletici e sportivi che si sarebbero tenuti in queste città, incuranti della pioggia battente che ci inzuppava
Incontravo un conoscente, seduto al tavolo di una trattoria da quattro soldi che buttava giù due bocconi
Si lamentava con me perché ero stato io a consigliargli questo posto (ma non ne avevo memoria) e perché vi si mangiava da schifo
C’erano dei pezzi di pizza, più che altro degli scarti senza guarnizione, che erano stati lasciati da canto in un piatto e li adocchiavo, perché sentivo una certa fame e avrei voluto divorarli
Mi pareva male prenderli, tuttavia e così rimanevo con il languorino
Quella che segue è la trascrizione di un sogno che risale ai primi di settembre del 2010. Ne avevo perso memoria. Casualmente l'ho ritrovato tra le note del mio profilo Facebook, riproposto come "memoria". Sfortunatament, gli sviluppatori di Facebook, hanno soppresso la funzione "Note" e fare una ricerca tra quelle precedentemente scritte (che, in ogni caso, sono state salvate) è diventato difficoltoso. Prima, utilizzavo le note per scrivere rapidamente qualcosa e conservarlo lì, con una prima visibilità, per un utilizzo successivo più rifinito.
Nuoto in acque profonde
azzurrissime
La sensazione è quella di esser fermo
ed anche d'essere spostato di continuo
dalla rotta originaria
O è da molto tempo che non nuoto
e ne ho perso la consuetudine,
oppure è l'acqua ad essere
densa e sciropposa
malgrado la trasparenza invitante.
Il mio procedere, dunque,
è lento e faticoso,
invischiato,
ostacolato da uno zainetto giallo-nero
con tutti i miei averi
che spingo davanti a me,
fatica che si aggiunge a fatica
Passando accanto a branchi di meduse scintillanti
ad altre isolate
pigramente flottanti,
sono angustiato e timoroso,
eppure, nessuna mi sfiora
con il suo tocco gelido
La riva di roccia bianca,
accecante,
si fa sempre più vicina,
dopo un tempo di nuoto infinitamente lungo
nel corso del quale più volte potrei colare a picco
Eppure non c'è in me paura alcuna,
forse piuttosto meraviglia
Mentre m'appropinquo,
scorgo accostati alla riva
autobus acquatici
grandi come balene,
alcuni con motori diesel accesi
che spandono gas di scarico attorno
A fatica li scanso,
nel timore di essere affondato
o lacerato dalle loro eliche,
e m'inoltro in una stretta baia
dove l'acqua si fa meno profonda
Finalmente, spossato,
con lo stesso stato d'animo del naufrago
dopo una lunga e perigliosa traversata,
o forse di Odisseo,
scampato all'affondamento dell'ultima sua nave
grazie al benvolere di alcuni dei,
i miei piedi toccano
un fine fondale sabbioso
e prendono a correre a perdifiato
sino alla riva
ed io con loro
Qui, anzichè fermarmi a riposare,
ancora ansimante
m'infilo in un edificio lugubre
per ascendere
su per interminabili giri di scale,
gradino dopo gradino
piano dopo piano,
ancora gocciolante e solo con un piccolo costume addosso
Al termine della salita,
entro in un grande salone
Attorno ad un vasto tavolo ovale
in massello di quercia
dodici giudici vestiti di nero saio
m'attendono silenti
Al mio ingresso volti inespressivi
si girano verso di me
all'unisono
e non proferiscono parola
Io, quasi fosse l'unica cosa da fare,
consegno il mio zainetto
a quello di loro assiso a capotavola
che, impassibile, prende ad esaminarne, il contenuto
e, per far ciò, lo svuota delle sue povere cose,
insignificanti a tutti
fuorché a me
Allora corro via,
inerpicandomi su per altri voli di scale,
correndo per stretti corridoi,
fino a che non mi smarrisco
in un cupo dedalo labirintico
In fuga,
confuso e ansioso,
ho la certezza d'aver dimenticato il mio zaino.
Come farò a rivestirmi adesso,
a coprire le mie nudità?
E a proteggermi i piedi
dalle asperità della strada che mi attende?
Penso di aver lasciato lo zaino in acqua,
distratto dalla fatica dell'andare
e dalla necessità di scansare
le meduse mordaci.
Come farò a ritornare indietro?
E come farò a ritrovare il punto esatto in cui l'ho smarrito?
Potrebbe essere colato a picco,
oppure trascinato via dalle correnti…
Non la smetto più di rimproverarmi della distrazione
Poi, no, si fa strada la confusa certezza
d'averlo abbandonato nella sala del palazzo
con il severo consesso
di giudici imperscrutabili
Con questo barlume
penso anche che dovrei tornare proprio lì,
a riprendere ciò che è mio,
ad impormi,
a chieder loro di parlarmi almeno,
per pronunciare le mie colpe
e la condanna.
A fronte del silenzio,
è sempre meglio la parola,
per quanto possa ferire o uccidere
E' rassicurante il pensiero
che quello zaino sia dentro il palazzo,
ma intanto ho smarrito la via
e, per certo, non è di conforto il pensiero
di dover di nuovo presentarmi davanti a quegli uomini neri
La location é un grande resort marittimo che incombe su di una grande baia a mezzaluna, con tutto ciò che ci può aspettare in un luogo del genere, per il divertimento, lo svago e il relax
C’è una grande folla che da un belvedere a più piani guarda verso il mare
Forse per osservare l’esibizione acrobatica di alcuni aquamen
Poi, all’improvviso comincia a diluviare e tutti si riparano sotto i porticati del belvedere multipiano
Attraverso ampie aperture quadrate e protette da griglie di tondini a maglie larghe vedi quelli al piano di sotto accalcati e stipati come sardine con la testa protesa vero l’alto come pulli in attesa di nutrimento (le loro bocche sono spalancate in segno di meraviglia, oppure sono veramente famelici)
Li fotografo ripetutamente attraverso la griglia e vengono fuori degli scatti interesssanti
Vicino alla griglia, ma al mio stesso piano, c’è una tizia seduta, sigaretta in mano, in conversazione con qualcun altro.
Mi pare di riconoscerla. É mia cugina Maria Patrizia che non vedo da tre anni circa, da quando è morta.
Sono esitante
Sarà lei?
Oppure mi sbaglio?
La chiamo per nome
Si gira verso di me
Non contento di ciò, le chiedo “Sei Maria Patrizia?”
E aggiungo: “Sono contento di vederti!”
Poi sono intento a fare una foto in campo lungo con uno scorcio di architetture e brulicante di gente, quando al momento dello scatto arriva davanti all’obiettivo una colomba con le ali spalancate in una postura plastica
E scatto proprio quando la colomba occupa tutto il campo di ripresa imprimendo alla mia immagine una forte plasticità e un intenso dinamismo
Sul momento sono irritato, ma poi mi rendo conto che ciò abbia determinato una nota di dinamismo e di vitalità all’interno di un’inquadratura che altrimenti sarebbe risultata poco interessante
Possiedo un grande yacht (o mi è stato assegnato dalla sorte)
Non grande come il Bayesan, ma è bellissimo
É dotato di un grande albero per la vela e poi ha tutte le altre vele in dotazione
É magnifico
Lo tengo attraccato ad un molo
E ciò da molto tempo
Non so per quale motivo l’ho tirato su e, al di sotto della linea di immersione, la chiglia - l'opera viva - è già tutto invasa dalla solita vegetazione saprofita e richiederebbe una bella ripulita
C’è anche una bella lampreda che aderisce con la sua ventosa al timone
All’improvviso sono colto da un’illuminazione: devo partire subito per un viaggio! Rimettiamo lo scafo in acqua, alziamo le vele e andiamo all’avventura, dico alla mia compagna. Aiutami, orsù!
In due, non senza difficoltà, riusciamo a farlo scivolare in acqua e lo attracchiamo al molo
Comincio a caricare a bordo tutto ciò che mi serve: libri, ninnoli vari e cose a cui tengo (anche del cibo, anche se si tratta di un item non in cima alla lista)
Sono pieno d’entusiasmo che non viene spento nemmeno dall’improvvisa consapevolezza che non so condurre un’imbarcazione a vela, neanche la più semplice delle barche
Dico alla mia compagna: Sarai tu ad aiutarmi, tu che ne capisci!
Lei annuisce e continuiamo nei nostri preparativi
Ma poi devo arrendermi
Questo è un viaggio impossibile
Anche se per le manovre delle vele potremo arrangiarci grazie all’aiuto della mia compagna che ne capisce qualcosa, ad ambedue manca il patentino per la navigazione oltre le dieci miglia
Questo viaggio non s’ha da fare!
Il matrimonio del cielo e del mare non potrà avvenire!
Non potrò navigare verso l’infinito ed oltre!
Per un attimo avevo sognato in grande
Soprattutto quando avevo pensato che le cose si possono fare solo se si segue con entusiasmo e dedizione un’idea
Ora, o mai più!
Icomia (The International Council of Marine Industry Associations) è l'associazione mondiale che da sempre cerca di sensibilizzare opinione pubblica e politica sull'importanza di combattere il ...
Mi danno lo strumento da usare, la paleta, che è molto più complicato di quello tradizionale: questo è spiraliforme, fatto di paglia intrecciata con una struttura portante di legno leggero ma solido
Mi dicono che per imparare il gioco, prima ancora di lanciare e prendere la pelota devo apprendere a maneggiare la paleta e che, quindi, devo esercitarmi facendo una serie di movimenti, sino a memorizzarli e ad eseguirli quasi in automatico, e saggiandone tutte le potenzialità
Questa particolare paleta é davvero strana, si apre e si chiude come un ombrello telescopico e sono meravigliato dalle raffinatezze tecnologiche che possiede e che è in grado di esprimere
Poi, finalmente, arriva il momento di provare il gioco vero (mi sento fortemente spinto in questa direzione, quasi obbligato, ma io non mi sento per niente pronto) e ci spostiamo sul campo dove ci confronteremo, io e un manipolo di competitori, un campo che mi appare davvero smisurato e nelle sue dimensioni e che mi richiama alla mente il campo enorme dove i mesoamericani antichi praticavano il gioco della palla e che mi capitò di vedere e percorrere a piedi a Chichén Itzà in Messico
Siamo preceduti da due musicanti in abito tradizionale (che mi appare vagamente rinascimentale, mentre indossano invece delle berrette chitrali), i quali intonano una musica introduttiva rituale con il flauto dolce di cui sono ambedue dotati
Noi giocatori li seguiamo in processione preceduti da una donna attraente, anche lei con un abito rinascimentale lungo sino ai piedi e di velluto verde
La vedo solo di spalle, ma dalle sue forme e dal modo in cui incede intuisco che possa essere molto bella
Ho il cuore in gola
Non so se sarò capace di giocare, nè tantomeno di vincere
Il pubblico affolla le tribuna: una folla multicolore, vociante e brulicante
Non vedo l’ora di iniziare la disfida per capire quanto io veramente valga
Al vincitore è riservato un premio unico e raro
Stacco
Più tardi mi vedo in in alcune sequenze mentre sono in intimità con quella donna in abito verde
E ci sono incontri ravvicinati del terzo e del quarto tipo
Forse anche del quinto...
E il gioco della pelota?
Che fine ha fatto?
Chi è stato il vincitore?
Quale è stato il premio assegnato?
Forse quel premio era proprio la pulzella procace in abito di velluto verde?
La palla basca ( pilota in basco e catalano, pelota in castigliano e pelote in francese) è uno sport sferistico originario del Paese Basco e derivato dalla pallacorda. Le diverse specialità di ...
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre
armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro
intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno
nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e
poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a
fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.