Tutto ruota attorno al fatto
che sto perseguendo
una mia partecipazione
ad un corso velico
Perché lo faccio?
Voglio imparare i fondamentali
della nobile arte,
padroneggiare l’abbiccì della materia,
acquisire le basi per essere autonomo
e potere così divertirmi
Qualcuno - uno anziano
(ma se è anziano rispetto a me,
cos’é allora? Matusalemme?)
- mi interroga
per analizzare minutamente
le mie motivazioni
Io cerco di rispondere ad ogni domanda
con sincerità
Mi adopero per essere esauriente,
trasparente e cristallino
Vedo che, più in là, sono schierati
in ordine militaresco
tutti coloro che parteciperanno al corso,
essendo già stati ammessi
Sono schierati in fila,
in ordine di altezza,
e sono sull’attenti in posa impeccabile
Temo che le mie risposte
siano insoddisfacenti
e che non supererò la selezione
Vedo il mare blu,
sconfinato,
percorso da una brezza lieve
e scintillante di schegge di luce
Vorrei essere un navigatore
Vorrei alzare le mie vele al vento
Non so se potrò mai farlo
in questa vita
Poi sogno ancora
Sono protagonista
di eventi complessi e confusi
come l’incontro in Alaska di Trumputin,
iniziato con grande fragore di grancasse
e finito con un miserevole flop
(ma cos’è veramente accaduto
mai lo sapremo)
Mi sento davvero esausto
e non mi resta che intonare un peana
a colpi di ineffabile trombone
Sfinito, esausto, consumato
Aspettate che vado a dormire
un altro po’
Magari dormendo e sognando
riuscirò a cambiare le sorti del mondo
L’immagine: Vele della speranza
(Vladyslav Durniev•Ucraina)
Panchina arroventata,
Panchina-graticola
per la cottura di Cristiani e Cristianeddi
Era già in leggera ombra
quando ci ho posato le chiappe
ma il suo ferro era ancora
rovente e urente
A stento ho trattenuto
un gemito di dolore
sentendomi come quel Santo
che venne cotto sulla graticola
Mi sono allora spostato per accomodarmi
su di una panchina rossa
poco più in là
dove se ne stava già seduto
un tizio extra-comunitario
che già prima,
vedendomi soffrire sulla panca-griglia,
con ampi gesti mi aveva invitato
a sedermi accanto a lui
Abbiamo conversato amabilmente
Mi ha chiesto quando ero nato
e mi ha detto che il colore
che mi dà forza é il rosso
Non che debba vestire tutto di rosso,
ma devo sempre avere
un po’ di rosso addosso
Gli ho fatto vedere che il portachiavi
delle chiavi dell’automobile
ha una stringa rossa
Lui ha testiato, compiaciuto
Poi gli ho fatto notare
che eravamo seduti su di una panchina rossa
E di nuovo lui ha testiato
Questa panchina era magnifica,
ombreggiata da tre possenti robinie
che sono sopravvissute ai tagli
dei macellai armati di motosega
e molto ventilata, a differenza dell’altra
Qui si godeva di un piacevole gioco
di correnti d’aria e brezzoline
che rinfrancavano,
la frescura era davvero balsamica
e ci si dimenticava della calura opprimente
Dopo un po’ il tizio
che mi aveva rivelato di essere
nativo dello Sri Lanka
e di aver vissuto da panormita
per oltre quaranta anni
("Ero avvocato a Ceylon")
se ne è andato, contento
Mi ha detto che abitava
un po’ più in là,
in una traversina di via Noce
e che, ogni giorno,
viene a sedersi qui,
proprio su questa panchina
per starsene tranquillo
Gode bene chi di poco si accontenta
E le panchine sono fatte per questo
A ciascuno offrono
ciò che uno desidera
Sono in una città straniera nella quale, il giorno dopo, si dovrà disputare una gara podistica su circuito, sulla distanza complessiva di 100 km o di 100 miglia
Nel sogno vedo solo i preamboli della corsa, dunque gli eventi della vigilia, come l’arrivo degli atleti, l’inaugurazione del Marathon Center, la Conferenza stampa con la presentazione dei top runner
Manca il consueto pasta-party
Posso solo immaginarla, la gara, per come si svolgerà domani e intanto accontentarmi di guardare i suoi protagonisti che arrivano alla spicciolata, con armi e bagagli
Mi ritrovo, dunque, a viverne soltanto questi preliminari, osservando i faticatori, i resilienti (eroi!) che si radunano e si raccontano storie relative alle loro imprese, pari o forse superiori alle proverbiali Sette Fatiche di Ercole(Cosa li conduce? Un mistero insondabile!)
C’è questa scenetta.
Sono in un piccolo bar che, con le sue luci, si affaccia sulla via dalla quale transiteranno gli atleti per un numero infinito di volte il giorno dopo durante la gara che si sviluppa su di un circuito di 1 km appena che quindi, per completare la distanza di 100 km, dovrà essere percorso per cento volte (da far girare la testa!)
Chiedo al gestore del localo se c’è qualcosa da mangiare e quello mi porta una fettina di pane tostato con sopra una mini-salsiccia abbrustolita sulla griglia Cibo da Cowboy!, soggiunge l’oste
Ha un aspetto buono il salsiccione ed è anche gustoso
La mangio avidamente, a grossi e ghiotti bocconi
Poi quando ho finito mi pulisco l’unto dalla bocca con il dorso della mano e lampío un potente rutto di soddisfazione
Il barista mi dice che domani (domani, sempre domani!) avrà un sacco di lavoro, visto che dovrà sfornare una quantità enorme di questo tipo di stuzzichini per rifornire gli atleti durante la loro gara che è come una guerra, visto che quelli che non ce la fanno e rallentano al di sotto d’una certa andatura verranno giustiziati sul posto (nel caso vadano oltre i 6’30” al km)
Immagino: e poi non ne rimase nessuno!
Una vera e propria gara ad eliminazione dei concorrenti non idonei!
Poi, mi ritrovo in una grande piazza dove sono allestiti grandi tavoli a cui siedono intellettuali e teste d’uovo locali, ma a me sembrano tutti delle emerite teste di pipa
Discutono solennemente e si confrontano con sussiego
Consultano dei libroni, inforcando in punta di naso occhialini da presbite e leggono ad alta voce citazioni dotte
Mi aggiro tra di loro (dignitari togati e professoroni con il tocco, avvertendo un totale senso di estraneità e quasi una viscerale avversione nei loro confronti
Poi, intravedo un mio collega d’armi di anni addietro
Vorrei intrattenermi a parlare con lui, ma se ne sta andando
Anche lui, evidentemente, si sente un pesce fuor d’acqua o un pesce troppo piccolo in mezzo a pesci fin troppo grossi e a squali che potrebbero mangiarselo in un sol boccone
Prima di andarsene, tuttavia, mi consegna un mucchio di sottili fascicoli che sono le sue pubblicazioni scientifiche di una vita, raccomandandomi di leggerle, ed anche il suo CV (molto corposo, in cui si dice la rava e la fava di tutta la sua carriera, anche se, proprio per il fatto di essere una brava persona, è sempre rimasto al margine di tutto)
Do un’occhiata fugace al malloppo
Vedo che ci sono molte cose degne di nota e di grande interesse Quest’uomo è un Genio!, penso
Vorrei tornare a congratularmi con lui, ma non lo trovo
In un attimo si è dileguato
Dissolvenza
Dopo un po’ mi sono riaddormentato e ho sognato nuovamente
Questa volta ero in campagna, da me
E mi trovavo a tu per tu con i nuovi vicini
Ieri avevo notato che era n corso una festa con luminarie e, prima, i rappresentanti della ricca congrega degli invitati erano stati a tuffarsi in una piscinetta esterna, allietati da musica neomelodica, e tanti Splash Splash. Poi andando via era giunto alle mie nari un ricco sentore di grigliata: evidentemente, stavano arrostendo delle carni e grandi ruote di salsiccia per completare la giornata degnamente
Io mi ritrovavo a tu per tu con uno dei due neo-proprietari il quale mi parlava con allusioni, con non detti, usando molto la mimica e la gestualità, facendomi capire che egli era ben fornito di “strumenti” con i quali farsi rispettare e che era ben contento di raccogliere a piene mani il rispetto della gente ed anche degli agenti
Mi faceva notare, con ostentazione due rigonfiamenti che trasparivano dai suoi indumenti, uno all’altezza dell’ascella e l’altro dentro la tasca dei pantaloni
Ero alquanto stupito
Mi sembrava addirittura di intravedere il calcio di una pistola, spuntare fuori dalla tasca dei calzoni (c9iò mi faceva pensare che l'altro rigonfiamento fosse dovuto ad una fondina ascellare)
Altri gonfiori negli indumenti lasciavano intuire che, in altre tasche, fosse riccamente fornito di caricatori e munizioni
Comunque, reagivo con ironia all’esibizione di forza e gli dicevo: Vedo che sei ben fornito, amico mio! Ma tra di noi non c’è bisogno di arrivare a tanto! Siamo in perfetta sintonia, ci intendiamo alla perfezione!
Quel giorno ero andato lì per far fare dei lavoretti ad una squadra di miei lavoranti di fiducia che, in particolare, erano alcuni dei pazienti del posto in cui lavoro
Il mio interlocutore - il mio vicino di casa - mi dice, dopo un cotale preambolo (quello dei rigonfiamenti minacciosi): quando vieni per i tuoi lavori, mi raccomando, avvisami prima, in modo che non ci siano ostacoli al tuo passaggio, magari un colpo di telefono o un messaggio WhatsApp, sai io potrei essere qui con i miei lavoranti e le macchine che occupano la sede della strada che porta a casa tua e così, se tu mi avvisi è meglio!
Guardo con preoccupazione i miei che stanno lavorando alacremente e ho un po’ di perplessità, poiché temo che possano fare qualcosa di inappropriato che possa suscitare la disapprovazione del mio vicino
Cerco di compiacerlo, di distrarlo, di blandirlo
Poi ritorno nel mio terreno, dopo essermi congedato da lui, camminando tuttavia con la sensazione di avere i suoi occhi piantati nella mia schiena
Mi ritrovo con i miei lavoranti che sono anche pazienti pazienti, non nel senso aggettivale del termini, cioè "tolleranti", "sopportanti", "soffrenti di qualcosa"
Con loro ci sono anche degli educatori e uno di loro mi informa che uno, in particolar modo, s’è comportato in modo non adeguato, mostrandosi aggressivo in maniera irriflessiva e del tutto disfunzionale
Mi preparo a controbattere e a fargli la ramanzina
Comincio a parlare e a dire ciò che penso, ma mi rendo conto che sto parlando con la persona sbagliata che non c’entra per nulla
Infatti quello, tramutandosi in viso, mi dice: Ma io mi sono comportato bene
Sì, sì, hai ragione; sono io ad essermi sbagliato, mi spiace! In realtà, volevo parlare con lui!
E così dicendo indico colui con cui dovevo misurarmi che avanza verso di me, a questo punto, con fare minaccioso e la faccia stolida e dissintona di colui che è preda del suo delirio
Ho un po’ il cuore in gola
Ma le cose che ho da dirgli gliele dirò, questo è poco, ma sicuro!
Facevo un viaggio,
un lungo viaggio,
In un paese remoto,
in lontane contrade orientali
su percorsi poco battuti
e poco frequentati da chicchessia
La cosa più curiosa in assoluto
era il fatto che, per procedere,
dovessimo costruirci la strada
letteralmente sotto i piedi,
perché non v’era alcuna strada
e, quindi, andavamo a rilento
La strada doveva essere fatta
metro per metro
su un terreno impervio e roccioso
che non faceva sconti,
attraverso contrade impervie e accidentate
Era una strada concepita
per poter essere percorsa
anche da automezzi
Mi ricordava l’impresa titanica
di Lord Horatio Herbert Kitchener,
ai tempi della guerra contro il Mahdi in Sudan,
quando per condurre
truppe e rifornimenti dal Nilo
al punto in cui si erano radunate
le forze ribelli a Khartoum e a Omduram
venne fatta costruire nientemeno
che una ferrovia, metro per metro,
al prezzo di sudore, sangue e vite umane
Del sogno ricordo alcuni dettagli,
come la messa in posa di alcune pietre
per definire il bordo della strada
(ed era qualcosa
di cui mi occupavo personalmente:
come in un videogioco in soggettiva
vedevo le mie mani al lavoro,
trasportare e poi posare quelle pietre)
E ricordo anche
un’automobile vecchio stile
(di quelle dei primordi
che ancora somigliavano
a carrozze senza cavalli)
che veniva avanti
tutta traballante e scoppiettante
carica all’inverosimile
di passeggeri e masserizie
e noi - costruttori della strada -
tutti fermi a guardare con meraviglia
quella faticosa avanzata
e poi vederli imboccare,
malgrado il nostro affannarci e sbracciarci,
una deviazione che non portava nulla,
ma il guidatore persisteva
come un crasto
nella direzione sbagliata,
ostinata e contraria
Mi sembrava di essere in un film
di esotiche atmosfere
o in un romanzo
oppure immerso
in una delle affascinanti narrazioni
tra storia e geografia
di Stefano Malatesta
E mi sono ricordato, ovviamente,
del romanzo “Le quattro piume”
di un certo Alfred E. W. Mason
che lessi anni fa,
avendo poi occasione di vedere
un film recente omonimo
su di esso ispirato
e si tratta di “Daniel Martin”
il cui omonimo protagonista
persegue il sogno di diventare
uno sceneggiatore hollywoodiano
e in particolare quello di poter elaborare uno script
per un film che racconti vita e imprese di Kitchener
E qui non ricordo altro
(da Wikipedia) Horatio Herbert Kitchener, comandante in capo delle armate anglo-egiziane, venne incaricato di riprendere Khartum. Il 18 marzo 1896 Kitchener entrò in Sudan con 11.000 uomini armati delle armi più moderne e sostenuto da una flottiglia di barconi dotati di mitragliatrici e cannoni. Il 7 giugno Kitchener raggiunse Ferkeh, una guarnigione lungo il fiume Nilo in mano alle forze mahdiste.
La battaglia di Ferkeh venne vinta facilmente dal generale britannico, che procedette lungo il fiume in maniera metodica.
La ferrovia dal Cairo venne estesa a Wadi Halfa, permettendo l'arrivo di nuove truppe e approvvigionamenti.
Agli inizi del 1898 Kitchener disponeva di oltre 25.000 uomini.
Alla battaglia di Atbara (aprile 1898) le forze mahdiste (60.000 uomini, ma mal armati) vennero battute, permettendo quindi la marcia di Kitchener verso Omdurman, la città che sorge di fronte a Khartum e che era stata trasformata nella capitale dello Stato mahdista.
La battaglia di Omdurman ebbe luogo nel settembre 1898, e fu vinta dai britannici grazie all'uso delle mitragliatrici Maxim. Dopo il superamento della crisi di Fascioda, la vittoria britannica costrinse il khalīfa ʿAbd Allāh al-Taʿāysh a fuggire verso il sud, dove morì durante la battaglia di Umm Diwaykarat, il 24 novembre 1899.
I britannici divennero i nuovi governatori del Sudan, sebbene una parvenza di codominio con gli egiziani sia rimasta in vigore fino all'indipendenza del paese nel 1956; infatti Sudan Anglo-Egiziano fu il nome ufficiale del paese per tutto il periodo.
Alfred Edward Woodley Mason ( Dulwich, 7 maggio 1865 - Londra, 22 novembre 1948) è stato uno scrittore e politico britannico. Il suo romanzo più conosciuto è Le quattro piume (1902), da cui sono...
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre
armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro
intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno
nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e
poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a
fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.