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2 aprile 2024 2 02 /04 /aprile /2024 10:48
mozziconi (foto di Maurizio Crispi)

Che dire?
Che fare?
Che dire?
Avrei voluto qualcosa di diverso 
Ci tengo molto alla memoria delle cose familiari 
Mio padre aveva un culto 
molto forte della sua famiglia,
anche per il valore storico di essa 

 

Ha fatto di tutto per inculcarmi questo suo amore 
E ci è riuscito 
Anche la mamma era prodiga di memorie familiari (di cui aveva una gerla ben colma)

e non faceva che raccontarmi le sue storie di famiglia 
Forse, lei, ancora più generosamente di mio padre ed era ricca di storie
che rimandavano alla quotidianità
Insomma, sono stato educato a dare il massimo valore alla memoria
e alla genealogia e, nello stesso modo,
queste storie di famiglia
cui ora si aggiungono le mie 
vorrei poterle tramandare

 

Ho l’impressione, tuttavia, d’essere finito 
in un vicolo cieco 
Non so come sarà con Gabriel 
Con mio figlio maggiore ho toppato alla grande
Ci ho tentato, 
non è che non ci abbia provato 
Ma i miei tentativi sono stati vani
Ho scritto nei mie blog 
Ho raccontato a voce 
Ho cercato di far nascere interesse e passione 
Ma niente!
Lo sponda cui mi rivolgevo rimaneva muta e silente 
A volte reagiva in maniera astiosa
Non rimandava alcun eco 
Nessuno dei semi 
lanciati generosamente a spaglio 
ha germogliato
Sono tutti caduti fuori dal solco 
e hanno generato deliri e farneticazioni
Ho detto più volte a mio figlio il grande
Ti voglio mostrare pezzi della mia vita 
ti voglio raccontare
Voglio farsi conoscere
Ciò che ho fatto
Ciò che ho vissuto
Partendo anche dalle piccole cose materiali
Che sono nelle stanze
In fondo, le stanze della casa 
in cui una persona ha vissuto
sono in qualche maniera 
una rappresentazione della sua vita
ed anche una proiezione della sua mente
Ogni oggetto può raccontare una storia:
la vita di un uomo è intessuta di storie
alcune delle quali può valer la pena raccontare
E così gli ho detto, 
e così gli ho detto:
Ogni giorno possiamo visitare una stanza
Per ogni stanza ti racconterò delle storie 
a partire dagli oggetti che vi sono conservati,
Quadri, suppellettili, soprammobili, libri
Tutto è sovrascritto,
è multi determinato
e può avere un senso
Ad ogni cosa 
potrei dare un nome 
e assegnare un ricordo 
Gli ho detto anche:
Visto che sei così bravo a riprendere in video
Potremmo fare anche delle sequenze
In cui tu riprendi e io parlo fuori campo
e racconto,
ti racconto
Ogni giorno potremmo
passare in rassegna una stanza
Poi con un abile montaggio
da questo materiale 
ci potresti fare un film
che dica la nostra memoria di famiglia
In questo processo di travaso
le mie memorie diventerebbero tue
e su questa tela poi potresti metterci le tue

Ma lui non ha mai voluto
Ha dilazionato 
rimandato
Ho capito che non gli interessava proprio
Anzi, evitava attivamente di fare una simile cosa
In fondo, se tu non nomini le cose, 
se ad esse non assegni una storia, 
se non costruisci storie che s’intersecano
quelle cose rimarranno anonime 
non vivranno
non pulseranno di significati
non potranno mai appartenerti
In fondo, è la stessa cosa che capitava
agli internati dei campi di concentramento che venivano privati del proprio 
(era loro assegnato un numero) 
e venivano privati e spogliati di tutto,
e, ridotti alla nuda vita, 
non venivano più visti come uomini 
dai loro aguzzini
E così quest’occasione è andata sprecata, anzi è stata disprezzata
Ci sono alcuni giovani 
- oggi sempre di più -
che vivono senza radici
Costoro vogliono vivere senza memoria,
rifiutando l’essere figli,
cercando di essere 
- nel pieno senso del narcisismo - 
figli di se stessi
in disconoscimento della filiazione
e della genealogia
Una società che s’isterilisce 
è ciò che ci attende,
una società senza padri e senza madri
in cui i figli sono soltanto monadi
che vivono senza memoria
e figli che rifiutando la memoria
rifiutano la genealogia 
non vorranno - o non potranno -
essere madri e padri
Vivere senza memoria significa 
anche rifiutare di avere radici 
che si connettono ad altri alberi più grandi
e che, da questi, assorbono nutrimento

 

Bisogna prendere atto di ciò
Lo dico con molto dispiacere

Selfie convesso (foto di Maurizio Crispi)

(Anita Riotta) Caro Maux, capisco il dispiacere nel non riuscire a partecipare la propria storia ai figli, perché la conservino.
Però tieni presente che, mentre noi vivevamo la nostra, anche i nostri figli si sono costruiti la propria storia di vita nella quale ci sono aspetti e valori che appartengono solo a loro e che a volte noi nemmeno immaginiamo.
I miei figli sono molto più grandi dei tuoi e adesso ci sono anche i nipoti.
Come te provo anch'io a tramandare storie e valori, ma sto anche attenta ad ascoltare la "loro" storia, che spesso ha contenuti e punti di vista elaborati in modo diverso da come noi abbiamo pensato di "seminarli".
I nostri discendenti sono altro da noi.
Noi possiamo solo trasmettere e spargere semi...dove, come e "se" cresceranno non dipende da noi.
Possiamo solo cercare di fare il meglio.
Poi, a volte, ci stupiscono…

(io) Certo, Anita, lo so e condivido il punto di vista che espliciti
Che è poi espresso magnificamente dal racconto di Kalhil Gibran a proposito dei figli che sono come la freccia scoccata dall’arciere e che nel momento in cui è lanciata non è più dell’arciere, ma vola per conto suo.
Quello che non capisco è la negazione radicale dell’importanza della memoria, il non volere ascoltare, il non volere imparare nulla del passato da cui si proviene e l’elusione di un qualsiasi confronto.
Non mi ritrovo in ciò 
Io, benché anelassi a seguire la mia via, ascoltavo le storie di mio padre e di mia madre con interesse e curiosità e me ne nutrivo, perché mi davano l’idea che appartenevo ad un flusso e che non ero un’onda isolata.

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24 marzo 2024 7 24 /03 /marzo /2024 12:09
acacie in fiore (foto di Maurizio Crispi)

I piccioni tubano
il giorno evolve

 

La domenica delle palme é trascorsa
con un conto di molti, troppi morti
che ingombrano le città in rovina,
i teatri e i luoghi di adunanza
Sono troppi e sono tutti eguali

 

La morte è una grande livellatrice
e per ogni singolo morto,
ci si deve dolere,
non importa di quale parte
o colore siano
I morti delle guerre e degli odi
sono il più delle volte innocenti,
mentre gli scellerati purtroppo
restano in vita, 
poiché hanno stretto un patto
col il diavolo
Loro sogghignano
e poi, fingendo dolore
e con lacrime ipocrite 
giù lungo le gote,
accendono ceri per i defunti 
Per la morte d’uno solo
di questi uomini perfidi
forse gioirei senza ritegno,
ma anche ciò sarebbe forse irrilevante 
Sono certo che in un’altra vita
questi dispensatori di morte e dolore
troveranno la loro pena,
mentre qui le loro ossa
e le loro ceneri
saranno disperse
e saranno per sempre dimenticati

 

Il vento soffia 
e porta con sé
le grida di dolore e il pianto 
di coloro che sono morti
senza una giusta causa
e che anelano ad essere ricordati

Lacrime di Crocus-dillus

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9 febbraio 2024 5 09 /02 /febbraio /2024 08:17
Il naufragio del Titanic

Siamo sulla stessa barca
naviganti assieme,
alla deriva,
verso la catastrofe, 
verso il naufragio certo,
anche se ancora non sappiamo quando
Ci sono quelli che giocano 
e si divertono,
ingannano il tempo e l'attesa
si fanno ludici,
amano l'intrattenimento,
vogliono l'anestetico
per cancellare l'ansia, 
oppure si mettono un sacco di tela sulla testa,
si coprono gli occhi
per non dover vedere i flutti minacciosi
per non dover pensare

 

Ci sono altri che, sino all'ultimo,
perennemente saldi,
non distolgono lo sguardo
scrivono e annotano tutto,
fotografano
(scatti digitali, ma anche scatti mentali),
cercando di fissare nella memoria 
ogni singolo dettaglio
di ciò che vedono
per poterne trasmetterne il ricordo, 
sia a favore di quelli 
che si salveranno dalla catastrofe imminente
sia a favore di quelli che non ci sono
per poter dare una testimonianza
e ai posteri l'ardua sentenza

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8 febbraio 2024 4 08 /02 /febbraio /2024 08:26
John Tracvolta

Dico brevemente la mia sull’edizione 2024 del Festival di Sanremo che non guardo più da quando avevo, forse, 15 anni. 
Allora smisi , una volta esauritisi gli entusiasmi adolescenziali e passai ad altro; dopodiché non mi sono più messo davanti alla televisione nel ricorrere di questo appuntamento mediatico, osannato da molti, forse dai più, a giudicare dagli indici di ascolto.
Purtroppo, pur non mettendomi davanti al televisione, qualcosa mi arriva egualmente quando ascolto i notiziari (anche questi da me fruiti cum grano salis, perché non apprezzo il modo di diffondere le notizie da parte dei giornalisti istituzionali) e, ovviamente, sono infastidito dallo spazio che viene dato a notizie concernenti Sanremo, di per sé insulse e di scarso rilievo.
Oggi, per esempio, si parla dovunque ad libitum della danza di John Travolta davanti al teatro di Sanremo  e della comparsata di Giovanni Allevi, con il suo rimando forte alle modalità della TV del Dolore.
Quella che segue è la mia sintetica riflessione al riguardo:
A Sanremo si vede in pieno tutta la gamma dello società dello spettacolo: dall’attore di lungo corso che, per soldi, si ridicolizza alla spettacolarizzazione del dolore e della sofferenza 
Sanremo è lo specchio scintillante (e, in taluni casi, deformante) della nostra società (una società che, culturalmente, è in decrescita profonda ed inarrestabile e credo che nemmeno l’arrivo d’un nuovo Messia sarebbe in grado di arrestare tale tendenza)
Gesti, scelte vestimentali, acconciature eccentriche sono fasulli e fanno parte di un grande gioco che non ha alcun senso…
Date loro ciò che si aspettano e fateli stare tranquilli e soddisfatti!

Il poeta latino Giovenale, come tutti dovrebbero ricordare, in una delle sue satire scrisse:
«[...] [populus] duas tantum res anxius optat
panem et circenses
»
«[...] [il popolo] due sole cose ansiosamente desidera:
pane e giochi circensi
»
(Giovenale, Satira X)

Per quanto concerne la musica va fatto un altro discorso, ovviamente.
In teoria, il Festival di Sanremo mantiene la sua funzione di indicatore dello stato dell’arte della musica leggera italiana (in aderenza allo sua vocazione iniziale), ma questa atmosfera da baraccone in cui tutti si prestano a fare le loro comparsate o impersonare dei clown più o meno tragici (e senza alcuna capacità di autoironia) - ovviamente a condizione di essere adeguatamente ricompensati con cachet generosi a titolo di "rimborso spese" - danneggia la possibilità data agli spettatori di fruire della musica in sé.
Ma d'altronde sono molti quelli che prediligono il baraccone, il circo, la rumorosità dello spettacolo piuttosto che le sue armonie.

Personalmente, preferivo la ritualizzazione (e, per alcuni versi, la sacralizzazione) della performance musicale e canora ai tempi di Mike Buongiorno o anche del primo Baudo.
Ora come ora l’aspetto musicale è profondamente contaminato e guastato dagli effetti lunghi del fantagioco (si vedano gli effetti del FantaSanremo che negli ultimi anni post-Covid ha avuto un inatteso sviluppo).

Sì, è anche vero, come dicono molti che Sanremo dà lavoro a centinaia di persone (tecnici, musicisti, scenografi e tanti lavoratori di differenti qualifiche professionali), ma è anche vero che considerando i compensi ultragenerosi erogati a pochi (conduttori, personalità di spicco invitate, etc) che vi è un grande sperpero di denari che potrebbero essere utilizzati diversamente.

Questo è quello che richiede la "società dello spettacolo" e la filosofia dello show-must-go-on.

Chi non vuole o dissente, semplicemente non guardi, pur mantenendo il diritto di dire la sua.

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15 gennaio 2024 1 15 /01 /gennaio /2024 07:43

Ritrovato su Facebook e mai riportato nei miei blog

Maurizio Crispi (13 gennaio 2013)

Pink Floyd - Wish you were here

Devo partecipare ad una mezza maratona in una località imprecisata. Arrivo sul posto in auto, assieme ad altri, e parcheggiamo.

Dall'area di sosta bisogna salire su per una scala: incito le altre persone a far presto (“Presto che è tardi!”), ma quelle se ne rimangono ad indugiare vicino alla macchina, indolenti.

Io mi inerpico e mi fermo a guardarli dall'alto, da uno dei pianerottoli della lunga fuga di scale. Accanto a me c'è la mia amica Laura, runner e trailer di valore.

Decidiamo di proseguire: che gli altri si arrangino, il tempo stringe. 

Finite le scale, ci ritroviamo davanti ad un vasto terreno pianeggiante che è, In realtà, una distesa di acqua lacustre, immobile come una lastra di vetro e meravigliosamente limpida.  Io e questa Laura attraversiamo il campo lacustre a guado, con l'acqua che ci arriva alla vita.

La bellezza del posto è tale che, in un primo momento ci dimentichiamo dell'impegno della gara di lì a poco e ci viene naturale intraprendere spensierati giochi d'acqua, tuffandoci e rincorrendoci.

Splash, splash e poi ancora splash…

Ma si deve proseguire.

L’imperativo categorico del podista prende il sopravvento sul piacere e sul più puro istinto ludico: entra in scena il Super-io podistico, in altri termini.

Più avanti, la distesa lacustre finisce e siamo di nuovo sul terreno solido.

E riprendono le infinite rampe di scale.

Il tempo è tiranno. La Laura adesso è scomparsa: mi accorgo all’improvviso di essere solo.

Penso: Si sarà affrettata per arrivare alla partenza… Tutto sommato, lei è una delle favorite.

Io, invece, indugio ad attendere quelli con cui eravamo arrivati che sono sempre più in ritardo e ancora fuori dalla vista.

La scala è percorsa da una continua processione di podisti vocianti che mi superano, costringendomi a farmi da parte per non esserne travolto.

Vanno d’impeto, come è naturale che sia, tutti presi dall’eccitazione della gara imminente.

Io, messo da parte rispetto alla corrente dinamica di uomini e donne in completini da runner, attendo: afferro il mio cellulare e cerco di connettermi con uno dei miei amici.

Mi confondo, però: è come se non riconoscessi più le singole funzioni del dispositivo. Poi, mentre me lo rigiro tra le mani, mi rendo conto che stavo cercando di telefonare con una macchinetta fotografica digitale compatta. Rimango stordito e semi-paralizzato. Gli addetti dell'organizzazione, che già vedo in cima all’ultima rampa di scale, mi incitano a gesti a sbrigarmi: mi rendo conto che il tempo sta per scadere...

Cerco, a questo punto, di rimettermi in movimento, anche se i miei amici non sono ancora arrivati, ma sono come paralizzato. Penso che non ce la farò mai ad arrivare in tempo alla linea di partenza. E più penso a questo, più mi sento diventare pesante, come fossi incollato al suolo e schiacciato prepotentemente da una maligna forza di gravità. 

[questo sogno è della notte del 13 gennaio 2013

 

Aggiungo in calce due spunti associativi, stimolati da alcuni commenti postati in calce allo scritto sul profilo Facebook

Prima ancora di iniziare a correre, sognavo di correre, di camminare e di andare di continuo in luoghi lontani.

La mia casa, in questi sogni, era sempre la strada. Non avevo mai requie.

Poi, ho cominciato a correre, ma i sogni in cui correvo e camminavo hanno continuato a visitarmi.

Anche se di base sono stanziale e non sono certo "leggero" (essendo pieno di ingombri tra i quali i molti miei - beneamati - libri) come il sinologo protagonista di Autodafè di Elias Canetti, in realtà con la mente - e qualche volta anche con il corpo - sono in movimento su qualche strada.

Credo di essere, fondamentalmente, un nomade e un vagabondo.

Quando da piccolo mi chiedevano - come si fa per gioco - cosa avrei voluto fare da grande, rispondevo con molta serietà e decisione: "Voglio fare il vagabondo!"

I sogni servono a questo: a ricordarci chi siamo e da dove veniamo, a dirci cosa vorremmo essere e a segnalarci dove vorremmo andare o dove potremmo essere

A proposito di telefono (che sembrerebbe essere uno degli elementi chiave del sogno), proprio in questi giorni vado rimuginando delle riflessioni che partono dal sentimento di stizza e di fastidio ogni qualvolta vedo qualcuno che declama per strada le sue telefonate, oppure che parla al cellulare mentre è alla guida della sua auto (sprezzante del divieto) oppure ancora intento a digitare messaggi sempre mentre è alla guida.

In questi casi, sono sopraffatto da un sentimento di stizza, che si tramuta in ira savonarolesca, se non addirittura in un movimento repentino (ed inaccettabile, per alcuni versi) di odio.

Poi, il tutto si stempera e rimane soltanto una bava di antipatia e futilità.

Ma che hanno da dirsi? - mi chiedo.

Perché non assaporare il momento della solitudine e dell'essere soli con se stessi alla guida della propria auto o mentre si cavalcano i "cavalli di San Pietro"?

Rimango del tutto basito da questa incapacità del mio prossimo di poter accedere ad un momento di fusione con se stessi e con il mondo, come potrebbe accadere mentre tu cammini solo con i tuoi pensieri e totalmente immerso nella realtà che ti circonda, in uno stato d'animo fluido e permeabile da dove - esattamente come quando ti siedi su di una panchina ad osservare il mondo che scorre accanto e attorno a te che te ne stai immobile - non sei isolato dagli altri, ma puoi osservarli e fantasticare su di loro.

La telefonia mobile ti riempie le orecchie di un costante brusio di fondo, mentre la messaggeria per sms ti annebbia la vista. 

I tuoi sensi vengo ottusi e la tua mente non può più vedere.

Rimani prigioniero di invisibili fili.

Per quanto concerne, la meraviglia del telefono mobile che si tramuta in macchina fotografica digitale, questa trasformazione esprime molto la mia cifra personale di "catturatore d'immagini" (mentali innanzitutto).

Mi relaziono con il mondo, il più delle volte, con la macchina fotografica - non ho difficoltà ad ammetterlo e osservo le cose attraverso un mirino e, se non ce l'ho materialmente con me, è come se ce l'avessi.

Devo anche aggiungere che questo sogno si sta rivelando molto produttivo e che i commenti si dipanano quasi come se fossi sdraiato sul lettino di uno psicoanalista [commenti presenti sul profilo facebook e qui non riportati, all'infuori di quello sul telefono].


 

(Scrive, in un commento, Alice Ferretti, al secolo Tiziana Torcoletti, su FB)
Mauri in caso ti ricapitasse🙂:
"Telefonare è il gesto familiare che si compie molto di frequente con cui si ricerca o si riceve una comunicazione. Telefonare o ricevere chiamate è altrettanto frequente nei sogni proprio perché è un’azione ampiamente diffusa, con connotazioni che vanno al di là dell’ atto puro e semplice.
Telefonare è entrare in “contatto” con qualcuno di cui in quel momento si ha bisogno, qualcuno che si ama o con cui c’è un legame, è cercare notizie di chi provoca un interesse, è sentire una voce che può avere un profondo significato, è prendere accordi, chiarirsi, o anche affrontare argomenti scabrosi che la lontananza fisica può più o meno facilitare, è ricevere buone o cattive notizie, è l’ ignoto di una voce sconosciuta.
Il telefono è il mezzo che consente tutto questo e che, nella nostra epoca vissuta all’insegna della velocità, assume un’importanza esponenziale trasformato in cellulare, nella possibilità quindi di creare un collegamento in ogni situazione e in ogni momento.
Il vecchio telefono fisso che consentiva di parlare solo in determinati luoghi e solo previa ricerca del numero telefonico e del rituale ruotare del disco numerico, è stato così soppiantato dal cellulare che ci accompagna ormai in ogni luogo. Difficile pensare che un uso così ampio ed una diffusione ormai capillare di tale strumento non si accompagnino ad un investimento libidico e a proiezioni individuali molto forti.
Così nei sogni, telefono fisso, cordless o cellulare diventano il simbolo della possibilità di “comunicare“, possibilità che viene vissuta molto spesso come “potere” di risolvere una situazione, di ritrovare un legame, di trovare aiuto. Le immagini oniriche in cui il telefono appare sono varie ed accompagnate da emozioni molto diverse. L’analisi di ogni situazione e di ogni sfumatura emotiva sarà allora indispensabile per comprendere il significato simbolico che il telefono assume.
Frequentissimi sono i sogni in cui si tenta di telefonare al proprio partner o alla persona di cui si è innamorati, accade allora che: non si trovi più il cellulare, non si ricordi più il numero da digitare, non si riesca a digitare tale numero, oppure giunga all’orecchio una voce incomprensibile o suoni che disturbano la ricezione. Questi sono forse i casi più frequenti che possono alludere a difficoltà di comunicazione nella coppia, a tentativi fatti in tal senso che non hanno portato a buon fine, oppure, situazione anche questa molto frequente, ad un interesse a senso unico, un amore non condiviso.
Tuttavia essere ostacolati nel telefonare o non sentire con chiarezza ciò che l’ interlocutore dice, può fare riferimento anche a difficoltà presenti in rapporti più formali, in situazioni di lavoro di affari: “non ci si capisce” non si riesce a trovare un codice comune, non c’è un mezzo che consenta la “comprensione”.
Così telefonare e non ricevere nessuna risposta può indicare il “silenzio emotivo” da parte della persona che si cerca: un amore finito, un’amicizia incrinata, aspettative e bisogni che sono disattesi.
Ricevere una telefonata può mettere in evidenza la disponibilità di qualcuno nell’offrire sostegno, aiuto, amore al sognatore, mostrare che questi non è solo, che ha legami “attivi ” nella vita, mentre la qualità dell’interazione telefonica può mostrare la disponibilità a farsi aiutare e a saper ricevere.
Capita anche che il telefono funga nei sogni da tramite con il mondo dei defunti, numerosi esempi evidenziano quanto questo mezzo sia usato nelle situazioni oniriche alla ricerca di un ulteriore contatto con la persona cara scomparsa, e come sia straziante il silenzio, la comunicazione mancata o la ricezione che si interrompe, come avviene nel sogno seguente:
Provo a telefonare a E. per metterci d’ accordo sul programma del pomeriggio. Il telefono squilla, ma lei non risponde. Non so come ma mi trovo proiettato a casa sua dove vedo che lei non vuole rispondere… fissa il telefono sorridente, guarda me (non so come ma si è resa conto che in un qualche modo sono li) e mi fa capire che questa, cioè rispondere ad una mia chiamata, sarà una di quelle cose che non potrà mai più fare! A questo punto io mi sveglio di soprassalto ed un’angoscia terribile mi assale, piano piano realizzo il sogno e metto a fuoco la realtà.” ( M.- Roma)
Sogni di questo genere possono ripetersi durante l’ elaborazione del lutto fino a che il sognatore infine “lascia andare” il legame terreno che ancora lo condiziona ed in lui subentra la rassegnazione."

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10 gennaio 2024 3 10 /01 /gennaio /2024 12:32

All’inizio del nuovo anno
sempre eguale
sempre diverso
Sono io
Non sono io
Me e non-me
Conosciuto ed alieno
Misconosciuto ed ostile
Rinnegato
Accettato
Familiare
Amato ed inviso allo stesso tempo
Mi è semblato di vedele
qualcuno che conosco
Lei mi ricorda un tale
Che tale?
Un tale che mi ricorda un tale
Sono io o non sono io?
(e chi sono io, poi?)
Quelle che guardo sono le foto d'un mio doppio?
D'un mio gemello immaginario?
Della mia ombra?
Del mio angelo custode?
Della scimmia che mi portò sulla schiena
e di cui vorrei liberarmi,
senza riuscirci?
Bisogna chiedere
Bisogna porre domande
instancabilmente
Ma non saprò mai
chi son io veramente

Maurizio Crispi

Chi son io?
Chi son io?
Chi son io?
Chi son io?
Chi son io?
Chi son io?
Chi son io?
Chi son io?
Chi son io?
Chi son io?
Chi son io?
Chi son io?
Chi son io?
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4 gennaio 2024 4 04 /01 /gennaio /2024 07:16
Cattedrale di Palermo (foto di Maurizio Crispi)

Ho appreso che la signora Motisi (Scola da nubile) che abita al terzo piano del condominio di Via Lombardia 4 dove io vivo è deceduta, dopo lunga malattia, nel pomeriggio del 3 gennaio.
Scendevo le scale verso le 19.00 per andare ad accompagnare mio figlio Gabriel e mi sono imbattuto in quelli di un'agenzia di onoranze funebri che portavano gli arredi e tutto quanto fosse necessario per allestire la camera ardente.
Mi sono molto rattristato.
I Motisi erano più giovani dei miei genitori di un decennio circa, ma si insediarono in questo stabile nello stesso periodo dei miei: un edificio che, di recentissima costruzione (eravamo nei primi anni Sessanta), fu popolato da famiglie ancora relativamente giovani e numericamente in crescita alla ricerca d'un alloggio più comodo e più confortevole.
Siamo stati sempre gli stessi a vivere qui.
Più o meno, in questo stabile siamo tutti aborigeni: non c'è stato molto ricambio.
Qui ci hanno sempre vissuto i primi proprietari oppure i loro eredi. Di rado si sono insediati nuovi affittuari; qualche volta (ma sono stati casi rari) sono arrivati degli inquilini.
Forse anche per questo tipo di storia c'è sempre stato in questo edificio, molto forte, un senso di famiglia allargata, che - possibilmente - manca in altri condomini
A ciò contribuisce senza dubbio il fatto che siamo in pochi: infatti ci sono soltanto 14 unità abitative, rispetto ad alcuni altri mega-condomini

Ogni anno (o quasi) purtroppo si deve fare il conto di chi non c'è più e questo è l'andazzo degli ultimi tempi.

La notizia della dipartita della signora Motisi mi ha profondamente rattristato anche per via della quasi coincidenza di tempistica.
Il suo decesso è avvenuto nel pomeriggio di ieri, mentre quello della mia mamma si è verificato nella notte tra il 3 e il 4 gennaio del 2010, con una sfasatura di alcune ore soltanto tra l'uno e l'altro
Quindi, nel dolermi per la scomparsa della signora Motisi, non posso che rimemorare la dipartita della mia mamma e della sua ultima notte, prima del trapasso che per lei fu come un lieve addormentamento, senza dolori o sofferenza.

Dove vanno coloro che non sono più?
Chi è credente ha pronta una risposta consolatoria ed è propenso a sostenere che vadano nel Cielo (secondo le formulazioni cristiane)
E chi non crede?
Ognuno si costruisce le sue personali teorie al riguardo
Quello che posso dire io è che i Morti sono in qualche modo sempre con noi
Ci guardano
Ci osservano
A volte dialogano con noi
Noi diamo loro voce, in realtà
Ci sono a volte come presenze impalpabili, come una brezza o un alito che si muove nell'aria delle nostre case e che ci fa vibrare
Compaiono nei nostri sogni e con loro interagiamo
Vivono e continuano a vivere perché siamo noi a mantenerli in vita nella nostra memoria
E quando noi non ci saremo più cosa accadrà?
Ecco questa è una bella domanda e apre una prospettiva su di un insondabile mistero
Se esiste una differente dimensione che ci attende nel post-morte, ecco, forse allora ci incontreremo con loro, con i nostri cari estinti (e questo è un pensiero consolatorio, al quale è ben difficile sottrarsi)

La mamma nel giorno del suo novantesimo compleanno (foto di Maurizio Crispi)

Questo scrissi l'anno scorso: Il 4 gennaio 2010, nelle prime ore del nuovo giorno, quando ancora faceva buio, la mamma se n’è andata via lievemente, in punta di piedi, quasi senza disturbare nessuno, come aveva sempre detto nei suoi desiderata.
Per andarsene, ha colto il momento in cui io, seduto accanto a lei in poltrona per vegliarla, mi ero addormentato.
Quando mi sono risvegliato, forse perché invaso dall’improvviso silenzio del suo respiro appesantito, la sua anima bella era volata via.
Dopo poche ore, alle 5.00, è suonata la sua sveglia che la mamma la sera prima, mi aveva chiesto di puntare alla solita ora, quando lei si alzava per supervisionare i preparativi del risveglio di mio fratello che erano affidati ad un badante (ma lei non rinunciava ad essere presente, per verificare che tutto andasse per il verso giusto)
Quella sveglia ci ha ricordato che la vita, anche senza di lei, continuava e che, pur assente da quel momento in avanti, avrebbe continuato a vegliare su di noi.
Mamma, dovunque tu sia, riposa in pace.
Continui a vivere nel mio cuore.

 

 

E il cuore quando d’un ultimo battito
Avrà fatto cadere il muro d’ombra,
Per condurmi, Madre, sino al Signore,
Come una volta mi darai la mano.
In ginocchio, decisa,
Sarai una statua di fronte all’Eterno,
Come già ti vedeva
Quando eri ancora in vita.
Alzerai tremante le vecchie braccia,
Come quando spirasti
Dicendo: Mio Dio, eccomi.
E solo quando m’avrà perdonato,
Ti verrà desiderio di guardarmi.
Ricorderai d’avermi atteso tanto,
E avrai negli occhi un rapido sospiro.

La Madre (Giuseppe Ungaretti)

Questa poesia di Ungaretti piaceva tantissimo alla mamma (lei amava Ungaretti, assieme a Quasimodo e a Caldarelli), tanto che la feci leggere in chiesa, durante il servizio funebre; il lettore di questa intensa e commovente lirica fu mio figlio Francesco. 

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1 gennaio 2024 1 01 /01 /gennaio /2024 18:25
Terrasini in festa per Natale (foto di Maurizio Crispi)

Prima notte dell’anno nuovo
senza sogni
anche se so che i sogni
(il sognare)
ci sono pur sempre da qualche parte
Senza, sarei senza pensieri coerenti
Ho dormito a lungo
Ho avuto lunghe pause di veglia
con altri momenti in cui 
credevo di essere sveglio
e invece dormivo
{e di sicuro sognavo)
Non avevo l’orologio al polso
e nemmeno il telefono vicino
Quindi, nei miei risvegli,
non potevo controllare l’ora
Pensavo e rimuginavo
Mi chiedevo se sarò mai in grado
di risolvere alcune cose,
farne meglio altre
Cercavo soluzioni
Questo è il primo passo 
dei prossimi 365 che mi attendono
Mi pare di avere davanti
un periodo lunghissimo
Eppure so anche, per esperienza,
che i giorni correranno veloci
e so anche che la riserva dei giorni 
che mi son dati
non è infinita,
anzi è sempre più breve
Quindi, rimbocchiamoci le maniche
e diamoci da fare!
 

Qual è la cosa più importante
da prendere in considerazione?
Sicuramente, la manutenzione degli affetti!
Che devono essere curati,
così come ci si occupa di un giardino
al quale si dedicano attenzioni e fatica
perché ogni giorno possa farsi più bello
e portare fiori e frutti
Senza cure, 
Il giardino si isterilisce,
le piante buone perdono vigore
e compaiono quelle infestanti,
così come accade agli affetti,
né più né meno,
quando non vengono accuditi
 

E la seconda, se ce n’è
una seconda?
Forse, lavorare su me stesso,
per migliorare alcune mie modalità,
per essere meno respingente,
più accogliente
e per evitare che, con l’avanzare degli anni,
alcuni tratti del mio carattere 
s'irrigidiscano troppo
o si deformino oltre misura
Ma credo che questo secondo punto
abbia a che fare, in definitiva,
con il primo,
che è in assoluto
quello principale
da cui tutti gli altri discendono
 

E dunque?
Siamo qua,
pronti ad accettare la sfida!
Sono pronto!
(anche se non si può mai essere
del tutto pronti)

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24 dicembre 2023 7 24 /12 /dicembre /2023 07:56

Siamo a mare
Che sento dire?
Dove voglio andare?
Cosa voglio fare?
Boh! BOH! BOH! BOH! BOH! BOH! BOH! BOH!
Super-Boh!
Un fantastilione di BOH!
Giorno fatidico
Giorno fatidico
Tabula rasa
C'è ben poco da fare
Lo stomaco ribolle
I succhi gastirci scorrono copiosi
Reflusso (gastro-esofageo) e ritorno di fiamma
Squish! Squash! Squeeze!
Squeeze squish squash
Squaaaaaaaashhhhhh!
Vorrei andare da qualche parte
Non posso
Sono legato,
vincolato,
costretto da legami e nodi e lacci
E quindi sto
Se non si può fuggire,
cosa migliore e proficua assai
è fingersi morti, buttati a terra,
come cosa che non respira e non freme
Ritorniamo dunque alle cose semplici
ed essenziali d'un tempo
Al sogno che ci contiene
ci dà struttura e che ci fa volare

Al volo della mente

E così sia

Maurizio Crispi (1° maggio 2024)

Natale Rosso Sangue (foto di Maurizio Crispi)

Siamo sempre qua

Ci siamo arrivati
alla vigilia delle vigilie

Anche questa vigilia passerà 
Anche questo Natale passerà,
come tutte le cose umane

Anche questa volta
arriveremo alla fine di un anno
e saremo pronti
ad iniziare un nuovo ciclo
La ruota delle ore e dei giorni
si metterà in moto,
all'inizio molto lentamente,
con gemiti e scricchiolii
poi più veloce e fluida

Chi vuol esser lieto, sia
Chi vuol esser triste, sia

Ricordiamoci tuttavia
che in molti posti del mondo
c’é gente che muore,
ci sono bimbi che soffrono,
ci sono guerre, distruzioni e malattie,
miseria e fame, se non carestia,
terremoti e disastri naturali,
forse anche - da qualche parte - 
un’invasione di cavallette

Non c’è alcun dio salvifico
Non c’è alcuna redenzione 
attraverso la sofferenza
Non c'è salvezza

Che l’approssimarsi del nuovo anno
e l’inizio d’un nuovo giro di giostra
sia occasione per una pausa di riflessione,
per un momento di meditazione 
e non un passaggio immemore
tra feste, banchetti, bagordi
e grandi bevute e notti brave

Soprattutto cerchiamo di evitare
botti ed esplosioni,
accogliendoli giulivi,
perché tanto - troppo - 
ricordano la guerra e le bombe
e il sangue sparso di vittime innocenti

 

Erri De Luca

(Erri De Luca) Nello scasso profondo dei nuclei familiari, Natale arriva come un faro sui cocci e fa brillare i frantumi. 
Si aggiungono intorno alla tavola apparecchiata sedie vuote da tempo.
Per una volta all’ anno, come per i defunti, si va in visita al cerchio spezzato.
Natale è l’ultima festa che costringe ai conti. Non quelli degli acquisti a strascico, fino a espiare la tredicesima, fino a indebitarsi.
Altri conti e con deficit maggiori si presentano puntuali e insolvibili. I solitari scontano l’esclusione dalle tavole e si danno alla fuga di un viaggio se possono permetterselo, o si danno al più rischioso orgoglio d’infischiarsene.
Ma la celebrazione non dà tregua: vetrine, addobbi, la persecuzione della pubblicità da novembre a febbraio preme a gomitate nelle costole degli sparpagliati. 
Natale è atto di accusa. Perfino Capodanno è meno perentorio, con la sua liturgia di accatastati intorno a un orologio con il bicchiere in mano.
Natale incalza a fondo i... disertori.
Ma è giorno di nascita di chi? Del suo contrario, spedito a dire e a lasciare detto, a chi per ascoltarlo si azzittiva.
Dovrebbe essere festa del silenzio, di chi tende l’orecchio e scruta con speranza dentro il buio. Converge non sopra i palazzi e i centri commerciali, ma sopra una baracca, la cometa. Porta la buona notizia che rallegra i modesti e angoscia i re.
La notizia si è fatta largo dentro il corpo di una ragazza di Israele, incinta fuorilegge, partoriente dove non c’è tetto, salvata dal mistero di amore del marito che l’ha difesa, gravida non di lui. Niente di questa festa deve lusingare i benpensanti. Meglio dimenticare le circostanze e tenersi l’occasione commerciale. Non è di buon esempio la sacra famiglia: scandalo il figlio della vergine, presto saranno in fuga, latitanti per le forze dell’ordine di allora. Lì dentro la baracca, che oggi sgombererebbero le ruspe, lontano dalla casa e dai parenti a Nazareth, si annuncia festa per chi non ha un uovo da sbattere in due.
Per chi è finito solo, per il viandante, per la svestita sul viale d’inverno, per chi è stato messo alla porta e licenziato, per chi non ha di che pagarsi il tetto, per i malcapitati è proclamata festa.
Natale con i tuoi: buon per te se ne hai. 
Ma non è vero che si celebra l’agio familiare. 
Natale è lo sbaraglio di un cucciolo di redentore privo pure di una coperta.
Chi è in affanno, steso in una corsia, dietro un filo spinato, chi è sparigliato, sia stanotte lieto. È di lui, del suo ingombro che si celebra l’avvento. È contro di lui che si alza il ponte levatoio del castello famiglia, che, crollato
all’interno, mostra ancora da fuori le fortificazioni di Natale.

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22 dicembre 2023 5 22 /12 /dicembre /2023 07:37
Deadline

Si vive e si va avanti

Abbiamo licenza di stare al mondo, 
per quanto tempo non si sa

C’è un ufficio in cui tutto si decide
e dal quale vengono rilasciate
periodiche proroghe,
dopo le attente e ponderate valutazioni
che ogni singolo caso merita

Ciò accade sistematicamente
per ognuno dei residenti del Pianeta
Un apposito documento
firmato dai responsabili valutatori
e debitamente vidimato
con bolli e timbri
viene rilasciato e notificato

La proroga autorizza a rimanere
per altri sei mesi:
e così si va avanti
di sei mesi in sei mesi;
e passano gli anni,
a volte una vita intera

A ciascuno degli interessati
viene notificato il provvedimento
ogni sei mesi,
sino a quando qualcuno 
decide che il tempo è scaduto
e che bisogna passare 
ad altro tipo di percorso
che conduca in un Altrove di cui non si sa 

Il momento più delicato è quello 
in cui la proroga non verrà più rinnovata:
ed è così che inizia
un conto alla rovescia
per il tempo che resta
Potranno essere giorni soltanto,
o settimane, 
talvolta anni
Poi, all’improvviso, in alcuni casi,
con gradualità in altri,
il filo della vita si romperà 
oppure si usurerà 
sino a spezzarsi

Coloro che muoiono
sono i sanspapier della proroga
I prorogati hanno la certezza 
dei prossimi sei mesi
(il loro orizzonte è chiuso, però)
I sanspapier (i non prorogati o, anche, gli sprorogati)
non ne hanno più alcuna
ma, potenzialmente, 
hanno davanti a sé un orizzonte illimitato,
anzi sono oltre l’orizzonte, degli O-L-O

Viene semplicemente detto loro
Esci dal muro della proroga 
e vivi per tutto il tempo che potrai

Alcuni non reggono al peso di ciò 
non tollerando l’incertezza
della loro condizione
e vorrebbero rientrare
nella gabbia delle proroghe

Ma ciò non è mai accaduto

Un simile evento 
non è stato registrato negli annali della storia 
una sola singola volta

Nessuno torna indietro

pròroga s. f. [der. di prorogare]. – 1. L’atto di prorogare; prolungamento della durata di qualche cosa o rinvio del termine precedentemente stabilito per l’esecuzione di una prestazione: chiedere, ottenere, concedere, negare una p.; p. di qualche giorno, di due settimane, di un mese; p. del contratto di locazione; p. degli sfratti; p. dei termini (di consegna, di restituzione, ecc.). Nel linguaggio commerciale e bancario: p. di pagamento, dilazione del termine convenuto concessa al debitore per il soddisfacimento della sua obbligazione; p. d’imbarco, rinvio dell’epoca d’imbarco della merce su una nave, cui ha diritto il venditore qualora l’imbarco sia temporaneamente impossibile all’epoca fissata per cause di forza maggiore;
(etc.)

Dizionario Treccani

I've got a suitcase of memories that I almost left behind
Time after time
Time, time, time
But you say to go slow but I fall behind
Time after time after time (after time, oh)

Time after Time

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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