Vivere galleggiando sulle cose
immerso nei mondi fittizi della lettura
(dove tutto è possibile)
Oppure seduto sul bordo d’una nuvola lenticolare
a guardare il mondo dabbasso
navigando lieve sopra gli accadimenti
Oppure ancora appollaiato su d'un albero
(come il barone rampante che fece solenne promessa)
e non scendere mai giù o quasi
e magari costruire tra le sue fronde una piccola casetta
Avere nell’attrezzatura di base
una scaletta retrattile
per poter salire
senza lasciare ad altri una via d’accesso
Non so
Una delle tre
o anche tutte e tre assieme
combinate assieme in vario modo
Ero così prima,
e così sono anche adesso
un navigante delle nuvole
sempre pronto a saltar su
poco disposto a scender giù
E il tempo trascorre
Qualcosa, prima o poi,
dovrà pur cambiare,
non so
Ma il fascino della nuvoletta
e dell’albero
é potente
ed é difficile resistere
al loro richiamo
È facile salire,
più difficile scendere,
ma si sta troppo bene lassù
Siamo solo in pochi
a stare sulle nuvole e sugli alberi
o con il naso ficcato
tra le pagine di un libro
Questo scrissi l'8 agosto 2023: una riflessione liminale, al limitare della notte, tra sonno e risveglio.
Mi ero dimenticato di trasferire questa piccola nota dal mio profilo FB al blog.
Ecco fatto!
L’ora é tarda
Nel cuore della notte
che già procede verso l’alba
il divino Morfeo
mi ha abbandonato
E io sono con gli occhi sbarrati
puntati verso il buio profondo
nero come inchiostro
Non mi dispiace essere sveglio di notte
Non mi pongo il problema
di dover essere un produttore di sonno
Il sonno viene e va,
come le nuvole
Se dormo bene!
Se non dormo bene uguale!
Non piango, né mi dispero,
non mi tiro i capelli
(che non ho)
e nemmeno divento insofferente
So bene che ci sono molte cose da poter fare
in quei momenti,
oppure semplicemente starmene in pace
con i miei pensieri,
accarezzarli,
giocarci un po’,
usarli come rampa di lancio
per viaggi attorno alla mia stanza
o nel cielo trapunto di stelle
Intanto il pullo,
fresco figlio dei rondoni
annidati nel cassone della serranda,
si muove e s'agita,
fa scruscio,
con grattamenti,
pigolii,
e scuotimento di alucce
ancora non formate
E' così che viene scandito
il mio tempo da sveglio,
di notte
in attesa delle primo baluginio di luce
Questo scrissi il 3 agosto del 2014, traendo impressioni e spunti di riflessione da una mia passeggiata nel caldo del solleone non ancora, ma quasi, ferragostano.
Ma ritengo che queste impressioni - a leggerle oggi - abbiano ancora una valenza di piena attualità e, per così dire, di 'freschezza'
Palermo d'estate diventa una città fantasma e i suoi marciapiedi butterati e le sue strade dissestate, ricettacolo di ogni sorta di cose abbandonate, foglie secche, rifiuti e pattume, carte stracciate, fogli di giornale spiegazzate e fruscianti nel vento e deiezioni di ogni genere, da quelle calcinate dal sole a quelle ancora calde, fresche e fumanti (nonché sinceramente olezzanti)
Sembra di vedere una città in uno scenario post-apocalittico, abbandonata dai suoi abitanti in fuga
Nessuno lavora più, tutto si ferma, in una paralisi messicana.
La merda decora marciapiedi ed aiuole
E qualcuno cerca di nobilitarla, mettendogli le ali, facendo degli stronzi abbandonati parodie stercorarie di Icaro che, armato di ali fatte con piume incollate con la cera al suo torso e alle sue braccia (grazie all'ingegno del padre Dedalo), cercò di volare in alto e raggiungere il carro del Sole nel suo quotidiano passaggio su in cielo
E la sua hybris lo uccise, perché come tutti sanno i dardi dell'astro infuocato fecero sciogliere la cera che teneva avvinte le piume ed egli precipitò
Perfino il posteggiatore abusivo se n'è andato, lasciando la sua sedia di plastica rotta vuota e inoccupata.
Quella che vedo è una città in fase di rottamazione
Nel seccume e tra i rifiuti, rimangono soltanto le Trombe dell'Angelo che pendono inutili, incapaci perfino di far crollare le mura di Gerico e di spazzare via le montagne di rifiuti che si accumulano senza sosta
Dalle vetrine di negozi chiusi per ferie definitive occhieggiano manichini, alcuni impudicamente nudi, altri vestiti di tutto punto, uomini, donne e bambini e di notte escono fuori dalle loro case di vetro e invadono le strade silenziose, come zombie alla ricerca di prede
Quel bel pomodoro rosso troneggiante al centro della distesa d'asfalto e che pareva un fiore carico di promesse succose si disfà lentamente sotto il sole nella canicola d'agosto.
Sono cotto
Sono stanco
Sono stracotto
Ho dormito financo
E adesso son sveglio
Son fiacco
Son moscio
Sbadiglio
Sbadigli grassi e profondi
Ma non é più il tempo di dormire,
bensì quello
per ricordare,
per pensare,
per leggere,
per scrivere
Non so cosa sarà domani,
cioè oggi
Intanto pensiamo all’adesso
Il momento presente non esiste
poiché un’attimo prima era ancora
il futuro che ci attende
e subito dopo scivola
già nel passato
Quindi l’adesso
é di continuo costretto ed eroso,
inafferrabile,
transeunte
É istantaneo e sempre sfuggente
come un attimo fuggente
Possiamo solo esercitarci
per amplificare,
dilatandola il più possibile,
l’esperienza dell’hic et nunc Cogli l’attimo! Del doman non c’è certezza!
Di là, c’è chi sta dormendo
I miei ritmi di sonno veglia
sono sempre diversi e inconciliabili,
ma va bene così
Ho visto anziani
muoversi a piccoli passi frettolosi
con la testa china
Ne ho visto altri procedere lenti
con il supporto di un deambulatore
E ce ne sono altri ancora
che non escono più di casa
e se ne stanno seduti
tutto il santo giorno
con le mani tremolanti
posate in grembo,
gli occhi appannati dalla cataratta
oppure in piedi, immobili,
davanti ad una finestra,
intenti a guardar fuori sino a sera,
senza in realtà vedere alcunché
E altri ancora esiliati,
estromessi,
abbandonati
nelle case di riposo
dai nomi più fantasiosi e accattivanti,
A Casa di Peppa,
La Grande Famiglia Sagrada,
Il Focolare
L’Arca di Noé
Le Lantane
La Gioia dei Nonni
La Fonte della Felicità
Sole e Luna
Insieme per l’Eternitá
Suprema Gioia
Shangri-La del Nonno
Sovraffollate
Malsane
Letti stipati
e via il comodino
perché non c’è spazio
E i residenti storditi da farmaci,
prescritti a piene mani,
con generosità sospetta,
perché se no si alzano troppo,
chiedono troppo,
ma anche impastoiati nei pannoloni
perché i pochi badanti presenti
non fanno in tempo ad accompagnarli
al bagno quando hanno bisogno
É meglio tenerli in posizione orizzontale, clinostatica, questi anziani,
in un’immobilità che già li mette
in prossimità con la Morte
e che li trasforma in corpo morto,
prima che siano davvero morti
Altri vengono crudamente legati
alla carrozzina a ruote
e lì lasciati per ore
Immobilizzati nel letto o sulla sedia a ruote,
loro urlano e si lamentano,
e danno motivo a chi si occupa di loro
di sedarli ancora di più
I badanti non vogliono essere disturbati;
e in più il rapporto badanti/assistiti
è nettamente a sfavore dei primi
Luoghi non-luoghi
queste case di riposo!
Luoghi di spoliazione dell’individualità!
Micro-lager legalizzati, insomma!
Che barbarie!
Che tristezza!
Dove è finita la nostra umanità?
Non fate agli altri
ciò che non vorreste
fosse fatto a voi
1. Cammino in autostrada
C'è un ingorgo, auto a tappeto a perdita d'occhio
Cammino nella prima corsia, incolonnato
Ovviamente ci sono i furbi che passano a velocità in corsia di emergenza, fingendo di essere sotto emergenza, quindi con tutti i lampeggianti accesi
Io sono infinitamente disturbato da questi individui che si credono furbi, che fanno i furbi e che se ne fottono
Ma sono pochi - per fortuna - quelli che fanno i furbastri (ma sono pur sempre tanti, purtroppo!)
In questi casi è forte per me la tentazione di camminare occupando parzialmente la corsia di emergenza, giusto per restringere il transito, pronto a rientrare; nel caso che arrivi veramente un mezzo di soccorso.
Arriva in corsia di emergenza uno con una macchina appena un po' più larga e a causa del mio modo di posizionarmi, non ha il transito libero.
Comincia a fare come come un pazzo, a suonare, a lampeggiare con gli abbaglianti. Perché non lo faccio passare? Subito?
Comportandosi da bullo, il tizio richiede impellentemente il soddisfacimento di un suo “diritto inalienabile”, quello di non essere ostacolato se vuole fare lo spavaldo e il bullo al volante, in barba a quelli che procedono ordinatamente in fila
A malincuore mi sposto lievemente per consentirgli il transito, anche se il mio desiderio più profondo sarebbe quello di continuare ad ostacolarlo (niente di personale, ma sì!)
Lui finalmente, anche se di misura, può passare e al passaggio dal posto di guida mi grida violenti improperi e sferra un violentissimo pugno contro il mio finestrino chiuso, per poco mettendolo a rischio di rottura e se ne va santiando e imprecando.
Un vero fuori di testa DOC!
Mi sono ricordato di una volta, tanti anni fa, quando in analoghe circostanze, nel bel mezzo di un ingorgo bestiale, un camioncino che non poteva passare lungo la corsia d'emergenza, ha cominciato a spintonarmi perché mi levassi di mezzo.
Sì, il mondo è proprio pieno di pazzi e di criminali!
2. Poco dopo, cammino in strada statale, ho abbandonato l'autostrada allo svincolo di Villabate e percorro il tratto di strada verso via Messina Marine:
In questo segmento di strada il limite di velocità di 30 kmh.
La strada è buia, scarsamente illuminata, poichè i lampioni sono fuori uso.
Cerco di attenermi alla velocità prescritta, ma anche l'andare piano è funzionale al fatto che non vedo nulla e tempo di investire un ciclista o un pedone.
Arriva un'auto e mi si piazza dietro.
Il guidatore comincia a lampeggiarmi con gli abbaglianti e a clacsonare come un ossesso.
Vuole forzarmi ad andare più veloce
Anche costoro - quelli che cominciano ad ossessionare i guidatori a loro modo di sentire lenti ad andare più veloce - sono dei criminali esecrabili
In che mondo viviamo?
3. Un'anziana signora con deambulatore sta attraversando una strada cittadina, accompagnata da due un po' meno agè.
Arriva un auto che è costretta a fermarsi a causa del lento transito della donna anziana.
Il guidatore si spazientisce di dover attendere e comincia a fare risuonare il clacson in modo ripetuto e ossessionante.
Anche in questo caso, vedo prepotenza e violenta inciviltà di modi
Sembra che compiere le infrazioni sia un diritto inalienabile.
Guai a chi si mette sulla mia strada - dice l'infrattore a se stesso, ma lo grida al mondo con gli strumenti acustici e luminosi di cui dispone
Quando tanti anni fa ho fatto la scuola guida mi insegnarono che il clacson si adopera solo in casi di effettivo pericolo e in nessun altra circostanza, salvo quando non si a prescritto lungo strade particolarmente tortuose per segnalare la propria presenza, in mancanza di adeguata visibilità.
Oggi, sempre di più, il clacson e i fari abbaglianti, vengono utilizzati come strumento intimidatorio, di prevaricazione e di aggressione, per non parlare dell’utilizzo feroce degli abbaglianti, delle ingiurie e degli improperi
Questo è un mondo dove non mi piace vivere.
Bulli al volante
Folle vocianti
Fumi e gas di scarico
Ingorghi interminabili
e labirintici
Piazze, strade e spiagge
stipate di gente
alla ricerca di divertimento che è, in realtà,
solo stordimento
Musiche a tutto volume,
consumi,
orgia ed ebbrezza di consumi di ogni genere
Il consumismo consuma e logora
Non vuole persone
che siano presenti a se stesse e pensanti
Il consumismo produce solo scorie
Cumuli di rifiuti
Detriti ferrosi
Polveri tossiche
Degrado entropico fuori controllo
Assenza di azioni virtuose
Atrofia totale di senso civico
Perdita del senso di comunità
L’occhio mio
Non ha mai riposo
Forse per questo
Mi muovo costantemente
Tra casa e campagna
E preferisco non mettere mai il naso
Fuori dai recinti confortevoli
e dalle mie due isole felici
Me ne sto meglio
nel mio piccolo giardino
con i miei libri
con le cose che mi piacciono
con le mie piccole consuetudini
Via dalla pazza folla
Via dai prepotenti folli
Via dai pazzi al volante
Via dai bulli
Via dalla ressa
Via da tutto
Fa parte delle vicissitudini umane che uno tra molti sia destinato a continuare a vivere per interpretare la parte del sopravvissuto
Io sono un sopravvissuto.
Chi rimane, deve ricordare costantemente chi non c'è più.
Lasciare una porta sempre aperta al flusso dei ricordi.
Mantenere in vita in questo modo le persone care che non sono più.
Tenere la stanza dei ricordi costantemente aperta, arieggiata, festosa, piena di colori e di suoni.
Maurizio Crispi (2 ottobre 2015)
(Un cassetto pieno di ricordi, giugno 2023) Qualche giorno fa, ho cominciato ad esaminare un cassetto nell'armadio della stanza che era di mia madre (e prima ancora di ambedue i miei genitori, sino alla morte di papà), dove la mamma aveva raccolto una serie di ricordi degli anni di guerra che furono anche quelli del loro fidanzamento e del loro matrimonio.
Pieno di emozioni ho preso a prenderne in rassegna il contenuto.
Non che non l'avessi fatto già prima.
Ma adesso ho deciso di guardare tutte le diverse cose con maggiore attenzione ai dettagli.
O, forse, mi sono autorizzato a farlo, riflettendo al fatto che la mamma mi diceva sempre che voleva distruggere tutto ciò che era relativo ai suoi ricordi.
Malgrado la mamma avesse più volte esplicitata questa intenzione, soprattutto nei suoi ultimi anni, poi non lo ha fatto.
Ed io sono felice di ciò.
Vorrei che di tutto questo potesse perpetuarsi la memoria e che queste tracce, segni tangibili della storia personale delle persone che più mi sono state care, possano passare di mano un giorno.
Ma non so se i miei figli lo faranno, se vorranno mai raccogliere questa fiaccola e portarla con sé.
Viviamo in tempi di mortificazione assoluta delle memorie storiche e delle memorie personali.
Sembra che il passato, le storie che ci fanno capire da dove veniamo, quelle che ci danno indicazioni sulla nostra genealogia, non interessino più a nessuno.
I giovani di oggi, imbevuti di una cultura fortemente narcisistica e autoreferenziale, sono portati a negare fortemente la trans-genitorialità, cioè il riconoscimento che prima di loro c'è stata una linea di sangue che li ha preceduti, che è anche una linea di narrazioni da perpetuare e trasmettere e che, invece, sono destinate - purtroppo - a cadere nell'oblio.
Non ricordo più
Non ricordo di avere ricordato
Per ricordarmi di avere ricordato debbo leggere ciò che scrivevo nel tempo in cui ricordavo
Ricordo di avere ricordato
So anche che adesso ho smesso di ricordare e di scrivere di ciò che ricordo
La buona vena del ricordo s'è esaurita, forse
Perché scrivevo nel tempo in cui ricordavo di ciò che era stato?
Forse lo facevo spinto dal desiderio che qualcuno leggesse ciò che scrivevo e che quindi potesse utilizzare ciò che avevo scritto come “fonte” (in senso storiografico) per ricordare a sua volta e per aggiungere alla propria memoria personale profondità e spessore ed anche una componente intergenerazionale
Poi mi sono reso conto, però, che ciò che scrivevo era soltanto un vomitarmi addosso e che i ricordi non interessavano a nessuno
È un dato di fatto che oggi il ricordare non interessi più a nessuno: questo è un dato di fatto generale che travalica la semplice e limitata esperienza personale mia o di qualcun altro
Ricordare è faticoso
Mettere continuamente a confronto il presente con il passato é mentalmente dispendioso
Trarre insegnamenti dal passato non è più un’attività mentale praticabile
Si vive, in generale, senza passato e senza memoria
La storia viene continuamente riscritta senza considerare l’importanza di ciò che è accaduto prima
Siamo uomini senza memoria, purtroppo
Ma buona parte dell’identità di un individuo si basa sul ricordo
Quando si cancella il ricordo, l’identità attuale diventa fluttuante, fragile, incerta, liquida - come dice Baumann
L’Io senza memoria è un Io senza radici
Ci sono delle notti in cui i sogni sono vividi ed intensi Mi ritrovo con persone care da tempo scomparse, interagisco con loro in contesti ordinari che tuttavia si trasfigurano sempre, assumendo una
«Perché si vede sorgere d'un tratto la sagoma della nave dei folli, e il suo equipaggio insensato che invade i paesaggi più familiari? Perché, dalla vecchia alleanza dell'acqua con la follia, è nata un giorno, e proprio quel giorno, questa barca?
[…]
La follia e il folle diventano personaggi importanti nella loro ambiguità: minaccia e derisione, vertiginosa irragionevolezza del mondo, e meschino ridicolo degli uomini.»
Siamo barcaioli al governo
d’una imbarcazione che naviga,
sempre, senza sosta,
senza mai gettare l’ancora,
sempre stipata all’inverosimile
delle sue capacità
I posti a disposizione dei passeggeri
devono sempre essere tenuti occupati
Uno spazio vuoto a bordo é causa di squilibrio
Se uno per sfiancamento o a fine corsa scende,
un altro deve immediatamente rimpiazzarlo
I vuoti devono essere subito colmati
Uno sale, uno scende
Uno scende e un altro sale
Soffriamo di horror vacui
Questa nostra nave deve sempre viaggiare al massimo del suo carico
Si viaggia senza meta
oppure si sta alla fonda,
per giorni e giorni
Sia che siamo fermi
sia che siamo in movimento
siamo sempre un piccolo avamposto
sperduto nel mare deserto
in attesa di qualcosa che non arriverà mai
e senza poter mai giungere in un porto che sia vero e tale
Il fatto è che il viaggio mai è l’obiettivo principale
anche se ci dicono che lo sia
Noi siamo la ciurma
Noi siamo gli esecutori
Tra noi ci sono i comandanti
Ma ci sono anche i serventi ai pezzi,
i cambusieri, i cuochi e i manutentori
e anche gli agrimensori,
per non parlare degli storiografi
e dei geografi e degli ortolani
Noi guidiamo la nave
e governiamo i passeggeri
preoccupandoci di far sì che, per loro,
il periodo del traghettamento
trascorra nel modo migliore
È un traghettamento fine a se stesso
Non c’è una vera meta
Non c’è un passaggio evolutivo
I nostri passeggeri sono qui,
giusto per essere messi da qualche parte,
perché non c’è un’altra parte
dove possano stare
e quindi è stabilito
che debbano stare sulla nave
La nave viaggia ma,
nello stesso tempo, non viaggia
perché è radicata al fondo del mare
da catene d’acciaio
È incagliata su di una secca,
ma scenari mobili
danno di continuo l’illusione del movimento
Le vele schioccano,
gonfiate da alisei costanti
A tutti i passeggeri viene detto “Stai qua!”
oppure “Sulla nave farai il tuo percorso!”
Ma loro non lo sanno che saranno obbligati
a stare sempre fermi,
per giorni, per settimane,
per mesi e per anni,
e noi con loro
Loro diventando ogni giorno più vecchi
e noi altrettanto
Tra i passeggeri ci sono i ritrosi
ed anche i riottosi,
i disturbatori,
i manipolatori,
i prepotenti e i violenti
Noi governiamo la nave,
la ciurma allo sbando
e i passeggeri, a colpi di frusta,
con fruste di parole e di opere,
con pillole, capsule e gocce a tempesta
Ogni tanto qualcuno scende
Ogni tanto qualcuno sale
Noi siamo sempre a bordo
Siamo il team che si occupa della Narrenschiff,
ma non siamo i soli naviganti:
assieme a noi molti altri
a bordo di tante altre piccole navi
in navigazione senza meta,
le navi dei folli,
senza meta e senza tempo,
a prendere tempo,
a far trascorrere il tempo,
a governare le diversità
per cui altrove non c’è posto
e poi si vedrà
La nave dei folli ( Das Narrenschiff) è un'opera satirica in tedesco alsaziano di Sebastian Brant, la cui prima edizione fu pubblicata nel 1494 a Basilea. Composta da una serie di 112 satire brevi...
Che dire?
Che fare?
Che dire?
Avrei voluto qualcosa di diverso
Ci tengo molto alla memoria delle cose familiari
Mio padre aveva un culto
molto forte della sua famiglia,
anche per il valore storico di essa
Ha fatto di tutto per inculcarmi questo suo amore
E ci è riuscito
Anche la mamma era prodiga di memorie familiari (di cui aveva una gerla ben colma) e non faceva che raccontarmi le sue storie di famiglia
Forse, lei, ancora più generosamente di mio padre ed era ricca di storie
che rimandavano alla quotidianità
Insomma, sono stato educato a dare il massimo valore alla memoria
e alla genealogia e, nello stesso modo,
queste storie di famiglia
cui ora si aggiungono le mie
vorrei poterle tramandare
Ho l’impressione, tuttavia, d’essere finito
in un vicolo cieco
Non so come sarà con Gabriel
Con mio figlio maggiore ho toppato alla grande
Ci ho tentato,
non è che non ci abbia provato
Ma i miei tentativi sono stati vani
Ho scritto nei mie blog
Ho raccontato a voce
Ho cercato di far nascere interesse e passione
Ma niente!
Lo sponda cui mi rivolgevo rimaneva muta e silente
A volte reagiva in maniera astiosa
Non rimandava alcun eco
Nessuno dei semi
lanciati generosamente a spaglio
ha germogliato
Sono tutti caduti fuori dal solco
e hanno generato deliri e farneticazioni
Ho detto più volte a mio figlio il grande
Ti voglio mostrare pezzi della mia vita
ti voglio raccontare
Voglio farsi conoscere
Ciò che ho fatto
Ciò che ho vissuto
Partendo anche dalle piccole cose materiali
Che sono nelle stanze
In fondo, le stanze della casa
in cui una persona ha vissuto
sono in qualche maniera
una rappresentazione della sua vita
ed anche una proiezione della sua mente
Ogni oggetto può raccontare una storia:
la vita di un uomo è intessuta di storie
alcune delle quali può valer la pena raccontare
E così gli ho detto,
e così gli ho detto:
Ogni giorno possiamo visitare una stanza
Per ogni stanza ti racconterò delle storie
a partire dagli oggetti che vi sono conservati,
Quadri, suppellettili, soprammobili, libri
Tutto è sovrascritto,
è multi determinato
e può avere un senso
Ad ogni cosa
potrei dare un nome
e assegnare un ricordo
Gli ho detto anche: Visto che sei così bravo a riprendere in video
Potremmo fare anche delle sequenze
In cui tu riprendi e io parlo fuori campo
e racconto,
ti racconto
Ogni giorno potremmo
passare in rassegna una stanza
Poi con un abile montaggio
da questo materiale
ci potresti fare un film
che dica la nostra memoria di famiglia
In questo processo di travaso
le mie memorie diventerebbero tue
e su questa tela poi potresti metterci le tue
Ma lui non ha mai voluto
Ha dilazionato
rimandato
Ho capito che non gli interessava proprio
Anzi, evitava attivamente di fare una simile cosa
In fondo, se tu non nomini le cose,
se ad esse non assegni una storia,
se non costruisci storie che s’intersecano
quelle cose rimarranno anonime
non vivranno
non pulseranno di significati
non potranno mai appartenerti
In fondo, è la stessa cosa che capitava
agli internati dei campi di concentramento che venivano privati del proprio
(era loro assegnato un numero)
e venivano privati e spogliati di tutto,
e, ridotti alla nuda vita,
non venivano più visti come uomini
dai loro aguzzini
E così quest’occasione è andata sprecata, anzi è stata disprezzata
Ci sono alcuni giovani
- oggi sempre di più -
che vivono senza radici
Costoro vogliono vivere senza memoria,
rifiutando l’essere figli,
cercando di essere
- nel pieno senso del narcisismo -
figli di se stessi
in disconoscimento della filiazione
e della genealogia
Una società che s’isterilisce
è ciò che ci attende,
una società senza padri e senza madri
in cui i figli sono soltanto monadi
che vivono senza memoria
e figli che rifiutando la memoria
rifiutano la genealogia
non vorranno - o non potranno -
essere madri e padri
Vivere senza memoria significa
anche rifiutare di avere radici
che si connettono ad altri alberi più grandi
e che, da questi, assorbono nutrimento
Bisogna prendere atto di ciò
Lo dico con molto dispiacere
(Anita Riotta) Caro Maux, capisco il dispiacere nel non riuscire a partecipare la propria storia ai figli, perché la conservino.
Però tieni presente che, mentre noi vivevamo la nostra, anche i nostri figli si sono costruiti la propria storia di vita nella quale ci sono aspetti e valori che appartengono solo a loro e che a volte noi nemmeno immaginiamo.
I miei figli sono molto più grandi dei tuoi e adesso ci sono anche i nipoti.
Come te provo anch'io a tramandare storie e valori, ma sto anche attenta ad ascoltare la "loro" storia, che spesso ha contenuti e punti di vista elaborati in modo diverso da come noi abbiamo pensato di "seminarli".
I nostri discendenti sono altro da noi.
Noi possiamo solo trasmettere e spargere semi...dove, come e "se" cresceranno non dipende da noi.
Possiamo solo cercare di fare il meglio.
Poi, a volte, ci stupiscono…
(io) Certo, Anita, lo so e condivido il punto di vista che espliciti
Che è poi espresso magnificamente dal racconto di Kalhil Gibran a proposito dei figli che sono come la freccia scoccata dall’arciere e che nel momento in cui è lanciata non è più dell’arciere, ma vola per conto suo.
Quello che non capisco è la negazione radicale dell’importanza della memoria, il non volere ascoltare, il non volere imparare nulla del passato da cui si proviene e l’elusione di un qualsiasi confronto.
Non mi ritrovo in ciò
Io, benché anelassi a seguire la mia via, ascoltavo le storie di mio padre e di mia madre con interesse e curiosità e me ne nutrivo, perché mi davano l’idea che appartenevo ad un flusso e che non ero un’onda isolata.
La domenica delle palme é trascorsa
con un conto di molti, troppi morti
che ingombrano le città in rovina,
i teatri e i luoghi di adunanza
Sono troppi e sono tutti eguali
La morte è una grande livellatrice
e per ogni singolo morto,
ci si deve dolere,
non importa di quale parte
o colore siano
I morti delle guerre e degli odi
sono il più delle volte innocenti,
mentre gli scellerati purtroppo
restano in vita,
poiché hanno stretto un patto
col il diavolo
Loro sogghignano
e poi, fingendo dolore
e con lacrime ipocrite
giù lungo le gote,
accendono ceri per i defunti
Per la morte d’uno solo
di questi uomini perfidi
forse gioirei senza ritegno,
ma anche ciò sarebbe forse irrilevante
Sono certo che in un’altra vita
questi dispensatori di morte e dolore
troveranno la loro pena,
mentre qui le loro ossa
e le loro ceneri
saranno disperse
e saranno per sempre dimenticati
Il vento soffia
e porta con sé
le grida di dolore e il pianto
di coloro che sono morti
senza una giusta causa
e che anelano ad essere ricordati
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre
armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro
intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno
nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e
poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a
fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.