Siamo sulla stessa barca
naviganti assieme,
alla deriva,
verso la catastrofe,
verso il naufragio certo,
anche se ancora non sappiamo quando
Ci sono quelli che giocano
e si divertono,
ingannano il tempo e l'attesa
si fanno ludici,
amano l'intrattenimento,
vogliono l'anestetico
per cancellare l'ansia,
oppure si mettono un sacco di tela sulla testa,
si coprono gli occhi
per non dover vedere i flutti minacciosi
per non dover pensare
Ci sono altri che, sino all'ultimo,
perennemente saldi,
non distolgono lo sguardo
scrivono e annotano tutto,
fotografano
(scatti digitali, ma anche scatti mentali),
cercando di fissare nella memoria
ogni singolo dettaglio
di ciò che vedono
per poterne trasmetterne il ricordo,
sia a favore di quelli
che si salveranno dalla catastrofe imminente
sia a favore di quelli che non ci sono
per poter dare una testimonianza
e ai posteri l'ardua sentenza
Dico brevemente la mia sull’edizione 2024 del Festival di Sanremo che non guardo più da quando avevo, forse, 15 anni.
Allora smisi , una volta esauritisi gli entusiasmi adolescenziali e passai ad altro; dopodiché non mi sono più messo davanti alla televisione nel ricorrere di questo appuntamento mediatico, osannato da molti, forse dai più, a giudicare dagli indici di ascolto.
Purtroppo, pur non mettendomi davanti al televisione, qualcosa mi arriva egualmente quando ascolto i notiziari (anche questi da me fruiti cum grano salis, perché non apprezzo il modo di diffondere le notizie da parte dei giornalisti istituzionali) e, ovviamente, sono infastidito dallo spazio che viene dato a notizie concernenti Sanremo, di per sé insulse e di scarso rilievo.
Oggi, per esempio, si parla dovunque ad libitum della danza di John Travolta davanti al teatro di Sanremo e della comparsata di Giovanni Allevi, con il suo rimando forte alle modalità della TV del Dolore.
Quella che segue è la mia sintetica riflessione al riguardo:
A Sanremo si vede in pieno tutta la gamma dello società dello spettacolo: dall’attore di lungo corso che, per soldi, si ridicolizza alla spettacolarizzazione del dolore e della sofferenza
Sanremo è lo specchio scintillante (e, in taluni casi, deformante) della nostra società (una società che, culturalmente, è in decrescita profonda ed inarrestabile e credo che nemmeno l’arrivo d’un nuovo Messia sarebbe in grado di arrestare tale tendenza)
Gesti, scelte vestimentali, acconciature eccentriche sono fasulli e fanno parte di un grande gioco che non ha alcun senso…
Date loro ciò che si aspettano e fateli stare tranquilli e soddisfatti!
Il poeta latino Giovenale, come tutti dovrebbero ricordare, in una delle sue satire scrisse:
«[...] [populus] duas tantum res anxius optat
panem et circenses»
«[...] [il popolo] due sole cose ansiosamente desidera:
pane e giochi circensi»
(Giovenale, Satira X)
Per quanto concerne la musica va fatto un altro discorso, ovviamente. In teoria, il Festival di Sanremo mantiene la sua funzione di indicatore dello stato dell’arte della musica leggera italiana (in aderenza allo sua vocazione iniziale), ma questa atmosfera da baraccone in cui tutti si prestano a fare le loro comparsate o impersonare dei clown più o meno tragici (e senza alcuna capacità di autoironia) - ovviamente a condizione di essere adeguatamente ricompensati con cachet generosi a titolo di "rimborso spese" - danneggia la possibilità data agli spettatori di fruire della musica in sé.
Ma d'altronde sono molti quelli che prediligono il baraccone, il circo, la rumorosità dello spettacolo piuttosto che le sue armonie. Personalmente, preferivo la ritualizzazione (e, per alcuni versi, la sacralizzazione) della performance musicale e canora ai tempi di Mike Buongiorno o anche del primo Baudo. Ora come ora l’aspetto musicale è profondamente contaminato e guastato dagli effetti lunghi del fantagioco (si vedano gli effetti del FantaSanremoche negli ultimi anni post-Covid ha avuto un inatteso sviluppo).
Sì, è anche vero, come dicono molti che Sanremo dà lavoro a centinaia di persone (tecnici, musicisti, scenografi e tanti lavoratori di differenti qualifiche professionali), ma è anche vero che considerando i compensi ultragenerosi erogati a pochi (conduttori, personalità di spicco invitate, etc) che vi è un grande sperpero di denari che potrebbero essere utilizzati diversamente.
Questo è quello che richiede la "società dello spettacolo" e la filosofia dello show-must-go-on.
Chi non vuole o dissente, semplicemente non guardi, pur mantenendo il diritto di dire la sua.
Devo partecipare ad una mezza maratona in una località imprecisata. Arrivo sul posto in auto, assieme ad altri, e parcheggiamo.
Dall'area di sosta bisogna salire su per una scala: incito le altre persone a far presto (“Presto che è tardi!”), ma quelle se ne rimangono ad indugiare vicino alla macchina, indolenti.
Io mi inerpico e mi fermo a guardarli dall'alto, da uno dei pianerottoli della lunga fuga di scale. Accanto a me c'è la mia amica Laura, runner e trailer di valore.
Decidiamo di proseguire: che gli altri si arrangino, il tempo stringe.
Finite le scale, ci ritroviamo davanti ad un vasto terreno pianeggiante che è, In realtà, una distesa di acqua lacustre, immobile come una lastra di vetro e meravigliosamente limpida. Io e questa Laura attraversiamo il campo lacustre a guado, con l'acqua che ci arriva alla vita.
La bellezza del posto è tale che, in un primo momento ci dimentichiamo dell'impegno della gara di lì a poco e ci viene naturale intraprendere spensierati giochi d'acqua, tuffandoci e rincorrendoci.
Splash, splash e poi ancora splash…
Ma si deve proseguire.
L’imperativo categorico del podista prende il sopravvento sul piacere e sul più puro istinto ludico: entra in scena il Super-io podistico, in altri termini.
Più avanti, la distesa lacustre finisce e siamo di nuovo sul terreno solido.
E riprendono le infinite rampe di scale.
Il tempo è tiranno. La Laura adesso è scomparsa: mi accorgo all’improvviso di essere solo.
Penso: Si sarà affrettata per arrivare alla partenza… Tutto sommato, lei è una delle favorite.
Io, invece, indugio ad attendere quelli con cui eravamo arrivati che sono sempre più in ritardo e ancora fuori dalla vista.
La scala è percorsa da una continua processione di podisti vocianti che mi superano, costringendomi a farmi da parte per non esserne travolto.
Vanno d’impeto, come è naturale che sia, tutti presi dall’eccitazione della gara imminente.
Io, messo da parte rispetto alla corrente dinamica di uomini e donne in completini da runner, attendo: afferro il mio cellulare e cerco di connettermi con uno dei miei amici.
Mi confondo, però: è come se non riconoscessi più le singole funzioni del dispositivo. Poi, mentre me lo rigiro tra le mani, mi rendo conto che stavo cercando di telefonare con una macchinetta fotografica digitale compatta. Rimango stordito e semi-paralizzato. Gli addetti dell'organizzazione, che già vedo in cima all’ultima rampa di scale, mi incitano a gesti a sbrigarmi: mi rendo conto che il tempo sta per scadere...
Cerco, a questo punto, di rimettermi in movimento, anche se i miei amici non sono ancora arrivati, ma sono come paralizzato. Penso che non ce la farò mai ad arrivare in tempo alla linea di partenza. E più penso a questo, più mi sento diventare pesante, come fossi incollato al suolo e schiacciato prepotentemente da una maligna forza di gravità.
[questo sogno è dellanotte del 13 gennaio 2013]
Aggiungo in calce due spunti associativi, stimolati da alcuni commenti postati in calce allo scritto sul profilo Facebook
Prima ancora di iniziare a correre, sognavo di correre, di camminare e di andare di continuo in luoghi lontani.
La mia casa, in questi sogni, era sempre la strada. Non avevo mai requie.
Poi, ho cominciato a correre, ma i sogni in cui correvo e camminavo hanno continuato a visitarmi.
Anche se di base sono stanziale e non sono certo "leggero" (essendo pieno di ingombri tra i quali i molti miei - beneamati - libri) come il sinologo protagonista di Autodafè di Elias Canetti, in realtà con la mente - e qualche volta anche con il corpo - sono in movimento su qualche strada.
Credo di essere, fondamentalmente, un nomade e un vagabondo.
Quando da piccolo mi chiedevano - come si fa per gioco - cosa avrei voluto fare da grande, rispondevo con molta serietà e decisione: "Voglio fare il vagabondo!"
I sogni servono a questo: a ricordarci chi siamo e da dove veniamo, a dirci cosa vorremmo essere e a segnalarci dove vorremmo andare o dove potremmo essere
A proposito di telefono (che sembrerebbe essere uno degli elementi chiave del sogno), proprio in questi giorni vado rimuginando delle riflessioni che partono dal sentimento di stizza e di fastidio ogni qualvolta vedo qualcuno che declama per strada le sue telefonate, oppure che parla al cellulare mentre è alla guida della sua auto (sprezzante del divieto) oppure ancora intento a digitare messaggi sempre mentre è alla guida.
In questi casi, sono sopraffatto da un sentimento di stizza, che si tramuta in ira savonarolesca, se non addirittura in un movimento repentino (ed inaccettabile, per alcuni versi) di odio.
Poi, il tutto si stempera e rimane soltanto una bava di antipatia e futilità.
Ma che hanno da dirsi? - mi chiedo.
Perché non assaporare il momento della solitudine e dell'essere soli con se stessi alla guida della propria auto o mentre si cavalcano i "cavalli di San Pietro"?
Rimango del tutto basito da questa incapacità del mio prossimo di poter accedere ad un momento di fusione con se stessi e con il mondo, come potrebbe accadere mentre tu cammini solo con i tuoi pensieri e totalmente immerso nella realtà che ti circonda, in uno stato d'animo fluido e permeabile da dove - esattamente come quando ti siedi su di una panchina ad osservare il mondo che scorre accanto e attorno a te che te ne stai immobile - non sei isolato dagli altri, ma puoi osservarli e fantasticare su di loro.
La telefonia mobile ti riempie le orecchie di un costante brusio di fondo, mentre la messaggeria per sms ti annebbia la vista.
I tuoi sensi vengo ottusi e la tua mente non può più vedere.
Rimani prigioniero di invisibili fili.
Per quanto concerne, la meraviglia del telefono mobile che si tramuta in macchina fotografica digitale, questa trasformazione esprime molto la mia cifra personale di "catturatore d'immagini" (mentali innanzitutto).
Mi relaziono con il mondo, il più delle volte, con la macchina fotografica - non ho difficoltà ad ammetterlo e osservo le cose attraverso un mirino e, se non ce l'ho materialmente con me, è come se ce l'avessi.
Devo anche aggiungere che questo sogno si sta rivelando molto produttivo e che i commenti si dipanano quasi come se fossi sdraiato sul lettino di uno psicoanalista [commenti presenti sul profilo facebook e qui non riportati, all'infuori di quello sul telefono].
(Scrive, in un commento, Alice Ferretti, al secolo Tiziana Torcoletti, su FB)
Mauri in caso ti ricapitasse🙂:
"Telefonare è il gesto familiare che si compie molto di frequente con cui si ricerca o si riceve una comunicazione. Telefonare o ricevere chiamate è altrettanto frequente nei sogni proprio perché è un’azione ampiamente diffusa, con connotazioni che vanno al di là dell’ atto puro e semplice.
Telefonare è entrare in “contatto” con qualcuno di cui in quel momento si ha bisogno, qualcuno che si ama o con cui c’è un legame, è cercare notizie di chi provoca un interesse, è sentire una voce che può avere un profondo significato, è prendere accordi, chiarirsi, o anche affrontare argomenti scabrosi che la lontananza fisica può più o meno facilitare, è ricevere buone o cattive notizie, è l’ ignoto di una voce sconosciuta.
Il telefono è il mezzo che consente tutto questo e che, nella nostra epoca vissuta all’insegna della velocità, assume un’importanza esponenziale trasformato in cellulare, nella possibilità quindi di creare un collegamento in ogni situazione e in ogni momento.
Il vecchio telefono fisso che consentiva di parlare solo in determinati luoghi e solo previa ricerca del numero telefonico e del rituale ruotare del disco numerico, è stato così soppiantato dal cellulare che ci accompagna ormai in ogni luogo. Difficile pensare che un uso così ampio ed una diffusione ormai capillare di tale strumento non si accompagnino ad un investimento libidico e a proiezioni individuali molto forti.
Così nei sogni, telefono fisso, cordless o cellulare diventano il simbolo della possibilità di “comunicare“, possibilità che viene vissuta molto spesso come “potere” di risolvere una situazione, di ritrovare un legame, di trovare aiuto. Le immagini oniriche in cui il telefono appare sono varie ed accompagnate da emozioni molto diverse. L’analisi di ogni situazione e di ogni sfumatura emotiva sarà allora indispensabile per comprendere il significato simbolico che il telefono assume.
Frequentissimi sono i sogni in cui si tenta di telefonare al proprio partner o alla persona di cui si è innamorati, accade allora che: non si trovi più il cellulare, non si ricordi più il numero da digitare, non si riesca a digitare tale numero, oppure giunga all’orecchio una voce incomprensibile o suoni che disturbano la ricezione. Questi sono forse i casi più frequenti che possono alludere a difficoltà di comunicazione nella coppia, a tentativi fatti in tal senso che non hanno portato a buon fine, oppure, situazione anche questa molto frequente, ad un interesse a senso unico, un amore non condiviso.
Tuttavia essere ostacolati nel telefonare o non sentire con chiarezza ciò che l’ interlocutore dice, può fare riferimento anche a difficoltà presenti in rapporti più formali, in situazioni di lavoro di affari: “non ci si capisce” non si riesce a trovare un codice comune, non c’è un mezzo che consenta la “comprensione”.
Così telefonare e non ricevere nessuna risposta può indicare il “silenzio emotivo” da parte della persona che si cerca: un amore finito, un’amicizia incrinata, aspettative e bisogni che sono disattesi.
Ricevere una telefonata può mettere in evidenza la disponibilità di qualcuno nell’offrire sostegno, aiuto, amore al sognatore, mostrare che questi non è solo, che ha legami “attivi ” nella vita, mentre la qualità dell’interazione telefonica può mostrare la disponibilità a farsi aiutare e a saper ricevere.
Capita anche che il telefono funga nei sogni da tramite con il mondo dei defunti, numerosi esempi evidenziano quanto questo mezzo sia usato nelle situazioni oniriche alla ricerca di un ulteriore contatto con la persona cara scomparsa, e come sia straziante il silenzio, la comunicazione mancata o la ricezione che si interrompe, come avviene nel sogno seguente:
“Provo a telefonare a E. per metterci d’ accordo sul programma del pomeriggio. Il telefono squilla, ma lei non risponde. Non so come ma mi trovo proiettato a casa sua dove vedo che lei non vuole rispondere… fissa il telefono sorridente, guarda me (non so come ma si è resa conto che in un qualche modo sono li) e mi fa capire che questa, cioè rispondere ad una mia chiamata, sarà una di quelle cose che non potrà mai più fare! A questo punto io mi sveglio di soprassalto ed un’angoscia terribile mi assale, piano piano realizzo il sogno e metto a fuoco la realtà.” ( M.- Roma)
Sogni di questo genere possono ripetersi durante l’ elaborazione del lutto fino a che il sognatore infine “lascia andare” il legame terreno che ancora lo condiziona ed in lui subentra la rassegnazione."
( Maurizio Crispi ). Ho sempre fatto nella mia vita dei sogni in cui correvo e, se non correvo, camminavo lungo una strada senza fine. In entrambi i casi, se cambiavano di volta in volta gli scenari
All’inizio del nuovo anno
sempre eguale
sempre diverso
Sono io
Non sono io
Me e non-me
Conosciuto ed alieno
Misconosciuto ed ostile
Rinnegato
Accettato
Familiare
Amato ed inviso allo stesso tempo
Mi è semblato di vedele
qualcuno che conosco
Lei mi ricorda un tale
Che tale?
Un tale che mi ricorda un tale
Sono io o non sono io?
(e chi sono io, poi?)
Quelle che guardo sono le foto d'un mio doppio?
D'un mio gemello immaginario?
Della mia ombra?
Del mio angelo custode?
Della scimmia che mi portò sulla schiena
e di cui vorrei liberarmi,
senza riuscirci?
Bisogna chiedere
Bisogna porre domande
instancabilmente
Ma non saprò mai
chi son io veramente
Ho appreso che la signora Motisi (Scola da nubile) che abita al terzo piano del condominio di Via Lombardia 4 dove io vivo è deceduta, dopo lunga malattia, nel pomeriggio del 3 gennaio.
Scendevo le scale verso le 19.00 per andare ad accompagnare mio figlio Gabriel e mi sono imbattuto in quelli di un'agenzia di onoranze funebri che portavano gli arredi e tutto quanto fosse necessario per allestire la camera ardente.
Mi sono molto rattristato.
I Motisi erano più giovani dei miei genitori di un decennio circa, ma si insediarono in questo stabile nello stesso periodo dei miei: un edificio che, di recentissima costruzione (eravamo nei primi anni Sessanta), fu popolato da famiglie ancora relativamente giovani e numericamente in crescita alla ricerca d'un alloggio più comodo e più confortevole.
Siamo stati sempre gli stessi a vivere qui.
Più o meno, in questo stabile siamo tutti aborigeni: non c'è stato molto ricambio.
Qui ci hanno sempre vissuto i primi proprietari oppure i loro eredi. Di rado si sono insediati nuovi affittuari; qualche volta (ma sono stati casi rari) sono arrivati degli inquilini.
Forse anche per questo tipo di storia c'è sempre stato in questo edificio, molto forte, un senso di famiglia allargata, che - possibilmente - manca in altri condomini
A ciò contribuisce senza dubbio il fatto che siamo in pochi: infatti ci sono soltanto 14 unità abitative, rispetto ad alcuni altri mega-condomini
Ogni anno (o quasi) purtroppo si deve fare il conto di chi non c'è più e questo è l'andazzo degli ultimi tempi.
La notizia della dipartita della signora Motisi mi ha profondamente rattristato anche per via della quasi coincidenza di tempistica.
Il suo decesso è avvenuto nel pomeriggio di ieri, mentre quello della mia mamma si è verificato nella notte tra il 3 e il 4 gennaio del 2010, con una sfasatura di alcune ore soltanto tra l'uno e l'altro
Quindi, nel dolermi per la scomparsa della signora Motisi, non posso che rimemorare la dipartita della mia mamma e della sua ultima notte, prima del trapasso che per lei fu come un lieve addormentamento, senza dolori o sofferenza.
Dove vanno coloro che non sono più?
Chi è credente ha pronta una risposta consolatoria ed è propenso a sostenere che vadano nel Cielo (secondo le formulazioni cristiane)
E chi non crede?
Ognuno si costruisce le sue personali teorie al riguardo
Quello che posso dire io è che i Morti sono in qualche modo sempre con noi
Ci guardano
Ci osservano
A volte dialogano con noi
Noi diamo loro voce, in realtà
Ci sono a volte come presenze impalpabili, come una brezza o un alito che si muove nell'aria delle nostre case e che ci fa vibrare
Compaiono nei nostri sogni e con loro interagiamo
Vivono e continuano a vivere perché siamo noi a mantenerli in vita nella nostra memoria
E quando noi non ci saremo più cosa accadrà?
Ecco questa è una bella domanda e apre una prospettiva su di un insondabile mistero
Se esiste una differente dimensione che ci attende nel post-morte, ecco, forse allora ci incontreremo con loro, con i nostri cari estinti (e questo è un pensiero consolatorio, al quale è ben difficile sottrarsi)
Questo scrissi l'anno scorso: Il 4 gennaio 2010, nelle prime ore del nuovo giorno, quando ancora faceva buio, la mamma se n’è andata via lievemente, in punta di piedi, quasi senza disturbare nessuno, come aveva sempre detto nei suoi desiderata.
Per andarsene, ha colto il momento in cui io, seduto accanto a lei in poltrona per vegliarla, mi ero addormentato.
Quando mi sono risvegliato, forse perché invaso dall’improvviso silenzio del suo respiro appesantito, la sua anima bella era volata via.
Dopo poche ore, alle 5.00, è suonata la sua sveglia che la mamma la sera prima, mi aveva chiesto di puntare alla solita ora, quando lei si alzava per supervisionare i preparativi del risveglio di mio fratello che erano affidati ad un badante (ma lei non rinunciava ad essere presente, per verificare che tutto andasse per il verso giusto)
Quella sveglia ci ha ricordato che la vita, anche senza di lei, continuava e che, pur assente da quel momento in avanti, avrebbe continuato a vegliare su di noi.
Mamma, dovunque tu sia, riposa in pace.
Continui a vivere nel mio cuore.
E il cuore quando d’un ultimo battito
Avrà fatto cadere il muro d’ombra,
Per condurmi, Madre, sino al Signore,
Come una volta mi darai la mano.
In ginocchio, decisa,
Sarai una statua di fronte all’Eterno,
Come già ti vedeva
Quando eri ancora in vita.
Alzerai tremante le vecchie braccia,
Come quando spirasti
Dicendo: Mio Dio, eccomi.
E solo quando m’avrà perdonato,
Ti verrà desiderio di guardarmi.
Ricorderai d’avermi atteso tanto,
E avrai negli occhi un rapido sospiro.
La Madre (Giuseppe Ungaretti)
Questa poesia di Ungaretti piaceva tantissimo alla mamma (lei amava Ungaretti, assieme a Quasimodo e a Caldarelli), tanto che la feci leggere in chiesa, durante il servizio funebre; il lettore di questa intensa e commovente lirica fu mio figlio Francesco.
Prima notte dell’anno nuovo senza sogni anche se so che i sogni (il sognare) ci sono pur sempre da qualche parte Senza, sarei senza pensieri coerenti Ho dormito a lungo Ho avuto lunghe pause di veglia con altri momenti in cui credevo di essere sveglio e invece dormivo {e di sicuro sognavo) Non avevo l’orologio al polso e nemmeno il telefono vicino Quindi, nei miei risvegli, non potevo controllare l’ora Pensavo e rimuginavo Mi chiedevo se sarò mai in grado di risolvere alcune cose, farne meglio altre Cercavo soluzioni Questo è il primo passo dei prossimi 365 che mi attendono Mi pare di avere davanti un periodo lunghissimo Eppure so anche, per esperienza, che i giorni correranno veloci e so anche che la riserva dei giorni che mi son dati non è infinita, anzi è sempre più breve Quindi, rimbocchiamoci le maniche e diamoci da fare!
Qual è la cosa più importante da prendere in considerazione? Sicuramente, la manutenzione degli affetti! Che devono essere curati, così come ci si occupa di un giardino al quale si dedicano attenzioni e fatica perché ogni giorno possa farsi più bello e portare fiori e frutti Senza cure, Il giardino si isterilisce, le piante buone perdono vigore e compaiono quelle infestanti, così come accade agli affetti, né più né meno, quando non vengono accuditi
E la seconda, se ce n’è una seconda? Forse, lavorare su me stesso, per migliorare alcune mie modalità, per essere meno respingente, più accogliente e per evitare che, con l’avanzare degli anni, alcuni tratti del mio carattere s'irrigidiscano troppo o si deformino oltre misura Ma credo che questo secondo punto abbia a che fare, in definitiva, con il primo, che è in assoluto quello principale da cui tutti gli altri discendono
E dunque? Siamo qua, pronti ad accettare la sfida! Sono pronto! (anche se non si può mai essere del tutto pronti)
Siamo a mare
Che sento dire?
Dove voglio andare?
Cosa voglio fare?
Boh! BOH! BOH! BOH! BOH! BOH! BOH! BOH!
Super-Boh!
Un fantastilione di BOH!
Giorno fatidico
Giorno fatidico
Tabula rasa
C'è ben poco da fare
Lo stomaco ribolle
I succhi gastirci scorrono copiosi
Reflusso (gastro-esofageo) e ritorno di fiamma
Squish! Squash! Squeeze!
Squeeze squish squash
Squaaaaaaaashhhhhh!
Vorrei andare da qualche parte
Non posso
Sono legato,
vincolato,
costretto da legami e nodi e lacci
E quindi sto
Se non si può fuggire,
cosa migliore e proficua assai
è fingersi morti, buttati a terra,
come cosa che non respira e non freme
Ritorniamo dunque alle cose semplici
ed essenziali d'un tempo
Al sogno che ci contiene
ci dà struttura e che ci fa volare
Al volo della mente
E così sia
Maurizio Crispi (1° maggio 2024)
Siamo sempre qua
Ci siamo arrivati
alla vigilia delle vigilie
Anche questa vigilia passerà
Anche questo Natale passerà,
come tutte le cose umane
Anche questa volta
arriveremo alla fine di un anno
e saremo pronti
ad iniziare un nuovo ciclo
La ruota delle ore e dei giorni
si metterà in moto,
all'inizio molto lentamente,
con gemiti e scricchiolii
poi più veloce e fluida
Chi vuol esser lieto, sia
Chi vuol esser triste, sia
Ricordiamoci tuttavia
che in molti posti del mondo
c’é gente che muore,
ci sono bimbi che soffrono,
ci sono guerre, distruzioni e malattie,
miseria e fame, se non carestia,
terremoti e disastri naturali,
forse anche - da qualche parte -
un’invasione di cavallette
Non c’è alcun dio salvifico
Non c’è alcuna redenzione
attraverso la sofferenza
Non c'è salvezza
Che l’approssimarsi del nuovo anno
e l’inizio d’un nuovo giro di giostra
sia occasione per una pausa di riflessione,
per un momento di meditazione
e non un passaggio immemore
tra feste, banchetti, bagordi
e grandi bevute e notti brave
Soprattutto cerchiamo di evitare
botti ed esplosioni,
accogliendoli giulivi,
perché tanto - troppo -
ricordano la guerra e le bombe
e il sangue sparso di vittime innocenti
(Erri De Luca) Nello scasso profondo dei nuclei familiari, Natale arriva come un faro sui cocci e fa brillare i frantumi.
Si aggiungono intorno alla tavola apparecchiata sedie vuote da tempo.
Per una volta all’ anno, come per i defunti, si va in visita al cerchio spezzato.
Natale è l’ultima festa che costringe ai conti. Non quelli degli acquisti a strascico, fino a espiare la tredicesima, fino a indebitarsi.
Altri conti e con deficit maggiori si presentano puntuali e insolvibili. I solitari scontano l’esclusione dalle tavole e si danno alla fuga di un viaggio se possono permetterselo, o si danno al più rischioso orgoglio d’infischiarsene.
Ma la celebrazione non dà tregua: vetrine, addobbi, la persecuzione della pubblicità da novembre a febbraio preme a gomitate nelle costole degli sparpagliati.
Natale è atto di accusa. Perfino Capodanno è meno perentorio, con la sua liturgia di accatastati intorno a un orologio con il bicchiere in mano.
Natale incalza a fondo i... disertori.
Ma è giorno di nascita di chi? Del suo contrario, spedito a dire e a lasciare detto, a chi per ascoltarlo si azzittiva.
Dovrebbe essere festa del silenzio, di chi tende l’orecchio e scruta con speranza dentro il buio. Converge non sopra i palazzi e i centri commerciali, ma sopra una baracca, la cometa. Porta la buona notizia che rallegra i modesti e angoscia i re.
La notizia si è fatta largo dentro il corpo di una ragazza di Israele, incinta fuorilegge, partoriente dove non c’è tetto, salvata dal mistero di amore del marito che l’ha difesa, gravida non di lui. Niente di questa festa deve lusingare i benpensanti. Meglio dimenticare le circostanze e tenersi l’occasione commerciale. Non è di buon esempio la sacra famiglia: scandalo il figlio della vergine, presto saranno in fuga, latitanti per le forze dell’ordine di allora. Lì dentro la baracca, che oggi sgombererebbero le ruspe, lontano dalla casa e dai parenti a Nazareth, si annuncia festa per chi non ha un uovo da sbattere in due.
Per chi è finito solo, per il viandante, per la svestita sul viale d’inverno, per chi è stato messo alla porta e licenziato, per chi non ha di che pagarsi il tetto, per i malcapitati è proclamata festa.
Natale con i tuoi: buon per te se ne hai.
Ma non è vero che si celebra l’agio familiare.
Natale è lo sbaraglio di un cucciolo di redentore privo pure di una coperta.
Chi è in affanno, steso in una corsia, dietro un filo spinato, chi è sparigliato, sia stanotte lieto. È di lui, del suo ingombro che si celebra l’avvento. È contro di lui che si alza il ponte levatoio del castello famiglia, che, crollato
all’interno, mostra ancora da fuori le fortificazioni di Natale.
Abbiamo licenza di stare al mondo,
per quanto tempo non si sa
C’è un ufficio in cui tutto si decide
e dal quale vengono rilasciate
periodiche proroghe,
dopo le attente e ponderate valutazioni
che ogni singolo caso merita
Ciò accade sistematicamente
per ognuno dei residenti del Pianeta
Un apposito documento
firmato dai responsabili valutatori
e debitamente vidimato
con bolli e timbri
viene rilasciato e notificato
La proroga autorizza a rimanere
per altri sei mesi:
e così si va avanti
di sei mesi in sei mesi;
e passano gli anni,
a volte una vita intera
A ciascuno degli interessati
viene notificato il provvedimento
ogni sei mesi,
sino a quando qualcuno
decide che il tempo è scaduto
e che bisogna passare
ad altro tipo di percorso
che conduca in un Altrove di cui non si sa
Il momento più delicato è quello
in cui la proroga non verrà più rinnovata:
ed è così che inizia
un conto alla rovescia
per il tempo che resta
Potranno essere giorni soltanto,
o settimane,
talvolta anni
Poi, all’improvviso, in alcuni casi,
con gradualità in altri,
il filo della vita si romperà
oppure si usurerà
sino a spezzarsi
Coloro che muoiono
sono i sanspapier della proroga
I prorogati hanno la certezza
dei prossimi sei mesi
(il loro orizzonte è chiuso, però)
I sanspapier (i non prorogati o, anche, gli sprorogati)
non ne hanno più alcuna
ma, potenzialmente,
hanno davanti a sé un orizzonte illimitato,
anzi sono oltre l’orizzonte, degli O-L-O
Viene semplicemente detto loro
“Esci dal muro della proroga
e vivi per tutto il tempo che potrai”
Alcuni non reggono al peso di ciò
non tollerando l’incertezza
della loro condizione
e vorrebbero rientrare
nella gabbia delle proroghe
Ma ciò non è mai accaduto
Un simile evento
non è stato registrato negli annali della storia
una sola singola volta
Nessuno torna indietro
pròroga s. f. [der. di prorogare]. – 1. L’atto di prorogare; prolungamento della durata di qualche cosa o rinvio del termine precedentemente stabilito per l’esecuzione di una prestazione: chiedere, ottenere, concedere, negare una p.; p. di qualche giorno, di due settimane, di un mese; p. del contratto di locazione; p. degli sfratti; p. dei termini (di consegna, di restituzione, ecc.). Nel linguaggio commerciale e bancario: p. di pagamento, dilazione del termine convenuto concessa al debitore per il soddisfacimento della sua obbligazione; p. d’imbarco, rinvio dell’epoca d’imbarco della merce su una nave, cui ha diritto il venditore qualora l’imbarco sia temporaneamente impossibile all’epoca fissata per cause di forza maggiore;
(etc.)
I've got a suitcase of memories that I almost left behind
Time after time
Time, time, time
But you say to go slow but I fall behind
Time after time after time (after time, oh)
Molti volti
molte identità
molte storie
ed anche molte non-storie
Nei social
siamo uomini e donne dai molti volti
Scriviamo
Opinioniamo
Raccontiamo la rava e la fava
di tutto
Ci affanniamo
Riteniamo, ciascuno di noi,
di avere un fermo possesso
delle chiavi del Regno
e di essere
tra gli eletti,
tra coloro che hanno compreso
e che comprendono
tra coloro che hanno il potere
della Verità unica e sola
Come ci sono molti volti,
così ci sono molte verità
Litighiamo
Ci accaniamo
Replichiamo con intolleranza alle voci discordi
Cancelliamo, cassiamo, blocchiamo,
in preda all’ira
Preferiamo aggregarci
Il simile con il simile
costituendo tribù di opinionisti
dello stesso segno
conformi
uniformi
omologati
E poi…
e poi
ci si espone
ci si si racconta
in interminabili diari giornalieri
che parlano di tutto e di niente
A volte ci si gloria,
a volte si mente,
a volte si omette,
altre volte ci si confessa candidamente
Siamo alacri ed instancabili
nella quotidiana babele delle lingue
Crediamo di essere social
ma siamo monadi
siamo come monaci e monache
votati al silenzio e alla clausura
e che credono di comunicare
e di essere dialettici
mentre ognuno se sta chiuso
nella propria cella
con annesso giardinetto e orticello,
cinti però da un alto muro,
Impenetrabile allo sguardo
e invalicabile
Siamo un po' degli hikimomori
Viviamo nella grande illusione
di sapere e di conoscere,
ma sono solo ombre
le cose che crediamo
di vedere con chiarezza
I social sono la caverna
in cui abitiamo confinati
dove del mondo esterno
possiamo percepire
solo bagliori indistinti,
ombre e nulla più
Noi stessi siamo solo ombre indefinite agli occhi degli altri
Ed anche al nostro sguardo
Di noi percepiamo spesso solo un simulacro
oppure l'immagine falsata di un selfie
Oppure siamo come astronauti
che vagano nello spazio profondo,
alla deriva,
chiusi all’interno di navicelle monoposto,
in comunicazione apparente
con ground control
e con gli altri navigatori celesti,
sino a quando la distanza
sempre crescente
renderà impossibile qualsiasi contatto
e ci perderemo nel vuoto del vasto universo
Ecco, ho appena finito di scrivere
un’autentica cagata
Ci ho provato, però,
a tirare fuori un pensiero
che mi frullava per la testa
Non so se ci sono riuscito
Ed è stato anche
il mio compito del giorno,
il mio Work-Of-The-Day
Voglio tenermi in esercizio
scrivendo ogni giorno qualche cosa,
una piccola riflessione
o anche un semplice gioco di parole
una libera associazione,
qualcosa ogni giorno,
anche se non voglio
Scrivo una parola o due
e poi le altre cominciano a fluire,
come se fossero legate assieme da un filo,
ma non sono più io a decidere
cosa verrà fuori
E non ho mai idea
di dove andrò a finire
così procedendo,
talvolta arrivando in luoghi imprevedibili
Though I'm past one hundred thousand miles
I'm feeling very still
And I think my spaceship knows which way to go
Tell my wife I love her very much she knows
Ground Control to Major Tom
Your circuit's dead, there's something wrong
Can you hear me, Major Tom?
Can you hear me, Major Tom?
Can you hear me, Major Tom?
Can you?
Sto viaggiando
Devo andare in treno
in una località della Scozia
Sono molto eccitato
per questo viaggio
da lungo tempo organizzato
Vado dunque in stazione ferroviaria
Ho tutte le credenziali di viaggio
Ho tanti diversi biglietti
per coprire diverse tratte in successione
L’ultimo dei biglietti mi consente di arrivare sino ad un luogo
che si chiama Dauno
(almeno, così mi pare di ricordare)
La sequenza delle località da attraversare é quella giusta
Tuttavia mi manca giusto il biglietto
per raggiungere la mia meta finale,
percorrendo l'ultima delle tratte
(e arrivando alla quale
dovrò subito partire
per un giro organizzato all inclusive,
per il quale ho già tutte le credenziali)
Ci sono lunghe discussioni
con gli addetti della biglietteria
per cercare di ricostruire
quale sia questa località
e per poter staccare il biglietto
che mi consenta di viaggiare
sino alla misteriosa meta finale
Anche altri passeggeri sfaccendati
e passanti senza fretta
si uniscono alla discussione
e ognuno vuol dire la sua
Frugo nel mio zaino da viaggio
attrezzatissimo, ma ingombro
all’inverosimile di questo e di quello
tirando fuori alla fine dell'indaginosa ricerca
una dettagliatissima mappa
che, dispiegata, è davvero enorme
(e potrebbe rappresentare il mondo intero)
Tutti la consultano
Ma questa località non salta fuori
Sembra che sia stata rimossa
del tutto
dalla carta geografica
e dal prontuario degli orari delle partenze e arrivi
ma anche dalla mente mia
e di tutti quanti
È una situazione davvero paradossale
So che devo andare in un certo posto
ma non posso fare il biglietto
per coprire l’ultima tratta
perché non ne ricordo il nome
e nessun altro lo sa
anche coloro che dovrebbero saperlo
Si crea così una situazione di stallo
e di enorme confusione
con conversazione collettiva
che non porta a nessuna verità ultima,
perché tutti parlano lingue diverse
come dopo la torre di Babele
In fondo, è così la nostra vita
Non sappiamo quale sia la nostra meta ultima
Non sappiamo come dovremo fare per raggiungerla
E nessun altro ci può dire quale sia
e nemmeno rammentarci il suo nome
La meta ultima è ineffabile
e innominabile
Nessuno sa quale essa sia o dove sia
Non è scritta su nessuna carta
Forse, potremo saperlo
solo arrivandoci
ma sarà sempre posta
al termine d’un ulteriore segmento di viaggio
non pianificabile, forse nemmeno immaginabile
In verità, credo che questa meta finale
senza nome di cui nessuno
sembra avere conoscenza o memoria
sia l’essenza stessa
del Mistero che ci attende a fine corsa
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre
armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro
intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno
nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e
poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a
fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.