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23 luglio 2026 4 23 /07 /luglio /2026 16:44

L’aria è di fuoco

Ci sono roghi che ardono,
non lontano
Borgo Nuovo,
Villa Tasca,
Bosco di Casaboli,
San Martino
Mi arriva il lezzo di bruciato al naso
fatto di legna resinosa,
di paglia e di altri detriti urbani
Camminare fuori
è come stare avviluppati
in uno sciroppo denso
che ti leva il respiro

Dove stiamo andando?

Quando finirà?

O prenderemo tutti fuoco
come zolfanelli
e sarà così che finirà?

Maurizio Crispi (il 22 luglio 2026)

Roghi sopra Monreale (immagine tratta dal web)

Roghi sopra Monreale (immagine tratta dal web)

Mulinelli di foglie secche e aghi di pino
si animano
e si dissolvono
come in una danza
Nugoli di polvere
si levano dal terreno disseccato

Il sole volge al tramonto

Nel nuovo giorno che ci attende
stuoli di macellai
armati di motoseghe
abbatteranno alberi secolari

Maurizio Crispi (vecchio post)

Alberi morti e fiamme sullo sfondo (Immagine generata da Gemini AI)

Alberi morti e fiamme sullo sfondo (Immagine generata da Gemini AI)

Immagine realizzata con Meta AI

Immagine realizzata con Meta AI

Mulinelli e alberi  morti (immagine generate da Gemini AI)

Mulinelli e alberi morti (immagine generate da Gemini AI)

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3 luglio 2026 5 03 /07 /luglio /2026 07:21
John Chapman. L'uomo che piantava gli alberi

John Chapman, vissuto a cavallo tra due secoli (precisamente nacque nel 1774 e morì nel 1845), é diventato famoso con il soprannome di "Johnny Appleseed" (Giovannino Seme di Mela) perché viaggiava a piedi piantando alberi di melo ovunque andasse tra l'Ohio e i territori confinanti che percorreva in lungo e in largo creando dei vivai di meli in modo che i coloni avessero di che nutrirsi e trovassero delle piantine già cresciute da piantumare nei propri orti
Non solo viene considerato uno dei primi ecologisti ed ambientalisti della storia, ma fu anche un mistico e accanito lettore degli scritti di Emanuel Swedenborg la cui conoscenza cercava di diffondere tra i coloni, leggendo loro ad alta voce alcuni suoi passaggi salienti o distribuendo loro singolo pagine dai libri stampati in suo possesso, attuando un modello di vita semplice ed essenziale, quasi francescano per alcuni versi, con una frugalità spinta che lo portava a scelte vestimentali eccentriche e bizzarre.
Rifuggiva dall'uso di calzature o a volte ne usava di spaiate che riceveva dai coloni quando le dismettevano per il proprio uso personale.
Era un esperto erborista, coltivatore e missionario cristiano.
A differenza del mito che lo dipinge come un vagabondo distratto che lanciava semi a caso, Chapman era un abile uomo d'affari. Precedeva i coloni occidentali per creare vivai recintati di meli in Stati come la Pennsylvania, l'Ohio e l'Indiana. 
Quando i coloni arrivavano, rivendeva loro i terreni e le piante.
Le mele nate dai suoi semi non erano dolci come quelle che mangiamo oggi, ma erano aspre e venivano usate principalmente per produrre sidro alcolico, la bevanda più comune della frontiera.
Era un pacifista convinto, vegetariano e profondamente legato alla natura e ai nativi americani. La leggenda dice che camminasse sempre scalzo e che usasse una pentola come cappello.
La sua storia venne narrata da W. D. Haley, ed ora disponibile in traduzione italiana con il titolo “Storia di John Chapman. L'uomo che piantava gli alberi” (nella traduzione di Davide Platzer Ferrero), Lindau, 2020. 

Johnny Appleseed

(Sinossi) Apparsa nel 1871 sulla rivista «Harper’s New Monthly Magazine», questa biografia di John Chapman, meglio conosciuto come Johnny Appleseed (Johnny «Seme di Mela»), ci restituisce il ritratto di un personaggio che è diventato leggendario (ed è considerato parte integrante dei miti di fondazione della nazione americana).. Vissuto ai tempi dei pionieri a cavallo tra ’700 e ’800 e considerato una sorta di ambientalista ed ecologista ante litteram, Chapman era un uomo semplice, che decise di vivere in povertà e a contatto con la natura, viaggiando a piedi attraverso terre ancora selvagge e piantando alberi di melo sul proprio cammino. Questo breve testo ricco di aneddoti curiosi racconta le gesta di uno spirito generoso, pieno di amore e di compassione per ogni essere vivente. Protettore degli animali, amico dei popoli nativi ― che lo chiamavano «grande uomo di medicina» ― ed esempio di vita radicale e alternativa, à la Thoreau, Johnny Appleseed è una figura di assoluta modernità, la cui spiritualità ecologica e inclusiva è una fonte di ispirazione per le nuove generazioni.
Spesso questo personaggio viene confuso con il protagonista di un altro famosissimo racconto intitolato L'uomo che piantava gli alberi di Jean Giono. che però è una sttoria inventata che parla di un pastore francese, Elzéard Bouffier, mentre il libello di Haley parla della persona reale che ha ispirato il mito americano.

L'autore. William D'Arcy Haley (1828 – 1890) è stato un predicatore unitariano, giornalista e scrittore britannico naturalizzato statunitense. È ricordato soprattutto per aver scritto e pubblicato la prima biografia ufficiale di Johnny Appleseed.
Svolse l'attività di pastore della chiesa unitariana e lavorò a lungo come giornalista. 
Di solito firmava i suoi articoli e le sue opere usando solo le iniziali, W. D. Haley.
Fu un importante collaboratore della celebre rivista letteraria e di attualità Harper's New Monthly Magazine.
Nel novembre del 1871, Haley pubblicò su Harper's Magazine un lungo e dettagliato articolo intitolato "Johnny Appleseed, a Pioneer Hero".
Questo testo fu fondamentale perché raccontò per la prima volta al grande pubblico la vera storia di John Chapman. Chapman era un uomo semplice che viaggiava a piedi nudi nell'America dei pionieri piantando alberi di melo ovunque andasse.
Haley trasformò la figura storica di Chapman in un vero e proprio eroe del folklore americano e in un simbolo dell'ecologismo primitivo.
Raccoglieva aneddoti preziosi dell'epoca che altrimenti sarebbero andati perduti, rendendo la storia accessibile anche ai lettori moderni 

Leggi un mio articolo recente in Dialoghi Mediterranei

Riflessioni sul taglio indiscriminato e folle degli alberi

(di Maurizio Crispi)


 

fratelli alberi (foto di Maurizio Crispi)

E’ osservazione sempre più comune, camminando per le vie della città, il vedere squadre di operai armati di motoseghe e dotati di carrelli elevatori, intenti a smantellare alberi di alto fusto, che – un tempo – nella mia gioventù – io guardavo con riverenza e che consideravo delle creature – esseri viventi ed anche senzienti alla luce delle più recenti ricerche di Suzanne Simard1  sulle micorrize e sulle interconnessione tra piante - che sarebbero state ben più longeve di me, 
Sembra che si tratti di operazioni – allo sguardo e nel pensiero del comune cittadino che si ponga degli interrogativi – azioni del tutto dissennate, condotte arbitrariamente.
Alberi che vengono capitozzati2  selvaggiamente sino a levare loro - in un’azione certosina – tutta la chioma verde che rappresenta l’apparato di respirazione e di organicazione dell’azoto della pianta stessa, oppure alberi integri (a giudicare dallo stato del durame di ciò che rimane del tronco) in condizioni di perfetta salute e che vengono prima privati di tutta la chioma e poi segati radicalmente alla base.
A mio modo di vedere queste azioni vengono condotte come dei veri propri blitz, quasi si trattasse di guerre contro il Verde, in totale controtendenza rispetto a quanto sostiene Stefano Mancuso in un saggio del 2023, Fitopolis. La città vivente3  che si presenta come un vero e proprio manifesto esprimente a piena voce (e in modo molto documentato) ciò che si dovrebbe fare per salvare i grandi agglomerati metropolitani - e il mondo intero - da una catastrofe ecologica.
Una delle chiavi di volta di questo cambio di prospettiva e, nello stesso tempo, uno degli argini più potenti all’incremento delle temperature medie del pianeta è dato proprio dagli alberi che servono a stemperare il surriscaldamento soprattutto delle metropoli. Occorre, dunque, fare una vera e propria rivoluzione verde che non è quella della transizione energetica “green” di cui dibattono i politici (e che sarà piegata solo all’interesse delle aziende) o quella degli ecologisti che si limitano a protestare con cartelli e striscioni, ma in realtà facendo poco di concreto.
Bisogna piantare molti alberi, trasformando le arterie cittadine in vie di alberi e riducendo del pari il traffico automobilistico a favore di trasporti pubblici ecofriendly (ma sempre rispettando gli alberi ).
Gli alberi da piantare dovrebbe essere centinaia di migliaia in ogni territorio, ricavando sempre nuove superfici in cui piantumare.
In questa nostra epoca di passioni tristi, occorre fare riferimento a personaggi quasi “mitologici” e di statura morale come lo statunitense John Appleseed, ambientalista d’antan5, oppure a personaggi letterari come quello costruito da Jean Giono, nel suo breve e corroborante racconto, L’uomo che piantava gli alberi6
Purtroppo molte amministrazioni comunali, oggi, sono nemiche degli alberi4, ma anche molti cittadini sono altrettanto nemici degli alberi sulla base di asserzioni di questo tipo: gli alberi sporcano, gli alberi danno alloggio agli uccelli che poi sporcano di guano le auto parcheggiate sotto, gli alberi producono rami che mettono in ombra balconi e finestre e danno facile transito a topi e ad altri insetti sin dentro le case, gli alberi uccidono gli umani quando all’improvviso crollano per una raffica di vento più violenta.
Palermo, per quel che ho avuto modo di vedere, quotidianamente, va in una dissennata controtendenza: gli alberi di alto fusto vengono abbattuti quotidianamente per futili motivi e, per di più, mai più rimpiazzati: soltanto le spoglie tristi degli alberi mutilati o i loro mozziconi rimangono poi come triste monito.
Tutti gli amministratori dovrebbero leggere il libro di Mancuso che potrebbe essere loro d’ispirazione per trarne preziose indicazioni.
Purtroppo chi amministra, chi fa politica, raramente legge e si documenta, poiché le scelte vengono fatte seguendo ben altri criteri.

 

Fratelli alberi (foto di Maurizio Crispi)

Sembra che a Palermo – come in molte altre città italiane - sia attualmente in corso un “importante”7  piano di gestione del verde pubblico (da noi presentato a gennaio 2026), che prevede sia interventi di manutenzione che, in casi specifici, l'abbattimento di grandi alberi. 
Sembra che il Comune abbia avviato un programma straordinario da 12 milioni di euro. L'obiettivo principale è effettuare circa 10.000 potature entro il 2026 per “mettere in sicurezza”8  le strade e “migliorare”9 la salute degli alberi.
Il piano include l'abbattimento di alberi, ma questi interventi sono dichiarati come “necessari per motivi di sicurezza”10  o perché le piante sono irrimediabilmente malate o pericolanti. L'Amministrazione ha rassicurato che "ogni albero abbattuto viene sostituito"11 con nuove piantumazioni.
Per la prima volta, la città utilizza un "censimento digitale 3D" (il cosiddetto gemello digitale) che monitora lo stato di salute di oltre 20.000 piante, permettendo diagnosi precise prima di decidere eventuali interventi drastici [e ciò nelle migliori intenzioni dichiarate e sbandierate, ma decisamente non applicate].
Negli ultimi mesi sono state sollevate forti proteste da associazioni e forze politiche. Ad esempio, è stata presentata una diffida contro l'abbattimento delle centinaia di esemplari di Ficus Magnoloides lungo via Ernesto Basile, a Palermo
13.
Alcuni gruppi di cittadini hanno presentato esposti chiedendo maggiore trasparenza sulle perizie tecniche che giustificano i tagli.
Si sono verificati anche episodi eclatanti, come nel caso del tentativo intrapreso ai primi di giugno di abbattere alcuni degli esemplari di Ficus Magnoloides lungo Viale Regina Elena, l’arteria che connette Palermo con Mondello, proteste esitate nell’arresto di un cittadino che protestava contro tali tagli indiscriminati14.
La LIPU ha criticato il calendario degli interventi, segnalando che abbattimenti e potature pesanti in questo periodo interferiscono con la nidificazione degli uccelli.
Sebbene il Regolamento Comunale preveda tutele specifiche per gli esemplari di particolare pregio, la gestione attuale è spesso al centro di un dibattito tra la necessità di sicurezza urbana (come ad esempio, nel caso di radici che distruggono i marciapiedi) e la conservazione del patrimonio storico-ambientale.
Per ignoranza, arroganza o semplicemente per bieco interesse si va in controtendenza rispetto a quanto affermano eminenti studiosi
Ci vorrebbero un Tribunale ad hoc e una figura (avvocato o altro), nominata dalla cittadinanza, che facciano da difensore civico dei nostri alberi per fermare la distruzione. 
Siamo ben lontani dal tempo in cui un Sindaco di Palermo degli anni passati inviò una lettera di apprezzamento ad un cittadino volenteroso che, di sua iniziativa, piantumò degli esemplari di Ficus in alcune aiuole del marciapiede di Via Principe di Paternò (a Palermo) che erano rimaste sguarnite dei loro alberetti15.

Ma quelli erano altri tempi.
 

____________________________________________________
 

[1] Il riferimento è a Suzanne Simard, L'albero madre. Alla scoperta del respiro e dell'intelligenza della foresta, Mondadori (Strade Blu), 2022

[2] La capitozzatura è un tipo di potatura drastica che consiste nel taglio indiscriminato del fusto principale o delle branche più grosse di un albero. Questo procedimento elimina dal 50% al 100% della chioma, lasciando l'albero privo di rami e ridotto a semplici monconi. E, più frequentemente, qui a Palermo si opta per il 100%.

[3] Cfr. Stefano Mancuso, Fitopolis, la città vivente, Laterza (I Robinson), 2023, ma anche il saggio precedente “La nazione delle piante” (Laterza, I Robinson, 2019) in cui l’autore spiega perché non possiamo fare a meno della vegetazione: “Dobbiamo mettere piante ovunque: nei muri, sui tetti, nelle facciate. La deforestazione dovrebbe essere [considerata] un crimine contro l’umanità”.  Si veda anche l’articolo di Andrea Fioravanti, “La deforestazione è un crimine contro l’umanità, dice Stefano Mancuso” (https://www.linkiesta.it/2019/03/stefano-mancuso-intervista-alberi/)

[4] Si veda il caso paventato della decisione (ancora non messa in atto e che sta suscitando non poche proteste da parte dei cittadini più sensibili) di abbattere alcune centinaia di grandi esemplari di Ficus Magnoloides per far posto alla linea tramviaria che dovrà correre lungo Via Ernesto Basile a Basile a Palermo.

[5] Johnny Appleseed o John Appleseed, italianizzato in Giovannino Semedimela, pseudonimo di John Chapman (Leominster, 26 settembre 1774 – Fort Wayne, 18 marzo 1845), è stato un precursore del movimento ambientalista statunitense. Deve il suo nome alla sua abitudine di piantare meli. Fu un pioniere e un devoto missionario della chiesa neo-cristiana fondata dal teologo svedese Emanuel Swedenborg, che indicava come scopo supremo per l'uomo l'unione mistica con Dio, da raggiungersi attraverso l'amore e la saggezza. Vedi anche Storia di W. D. Haley, John Chapman. L'uomo che piantava gli alberi, pubblicato in traduzione italiana da Lindau, nel 2020.

[6] Cfr, Jean Giono, L’uomo che piantava gli alberi, Salani, 1996

[7] Virgolettato mio

[8] Idem

[9] Idem

[10] Idem

[11] Idem

[12] Idem

[13] Si rimanda alla nota 4

[14] Il dibattito su viale Regina Elena si inserisce in un clima di forte scontro cittadino sulla gestione degli alberi storici. Le preoccupazioni per i ficus di Mondello si sommano, infatti, alle proteste per i progetti infrastrutturali legati alle nuove linee del tram, che prevedono – come già detto - la rimozione di centinaia di alberi in altre importanti arterie di Palermo.

[15] Si veda nel mio blog l’articolo, “Il signor Giacomo Minutella, l’uomo che piantò gli alberi”
(https://www.frammentipensierisparsi.net/2022/06/il-signor-giacomo-minutella-l-uomo-che-pianto-gli-alberi.html)

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12 giugno 2026 5 12 /06 /giugno /2026 10:59

A molti non è piaciuto.
E' stato considerato da alcuni ripetitivo, da altri pesante e noioso.
Altri ancora hanno detto che era incomprensibile e che, detto in soldoni, non ci hanno capito nulla
A me è piaciuto
Mi è sembrato in continuità con alcuni temi precedentemente sviluppati con l'aggiunta di altri sicuramente molto attuali

Maurizio Crispi

Disclosure Day (USA, 2026, by Steven Spielberg)

Disclosure Day è un film del 2026 diretto e co-prodotto da Steven Spielberg. Il thriller è interpretato da Emily Blunt, Josh O'Connor e Colin Firth.
Si tratta di un'interessante combinazione di temi fantascientifici cari da sempre a Steven Spielberg (si vedano i suoi due capisaldi che sono ET e Incontri ravvicinati del III tipo), trattandosi in questo senso  di un attesissimo ritorno, e di narrative sviluppate negli stilemi del thriller centrati sui temi dell'occultamento della verità per motivi di sicurezza e di stabilità (decisi sulla base di valutazioni dei grandi manovratori occulti).
Il titolo del film si traduce letteralmente come "il giorno della rivelazione" o anche "della divulgazione". La trama esplora le conseguenze globali di una campagna di bugie durata 79 anni che sta per essere svelata al mondo intero. Il film pone una domanda cruciale agli spettatori: "Se scoprissi che non siamo soli, se qualcuno te lo dimostrasse, ti spaventerebbe?"
La narrazione - in modo molto pertinente, considerando le cronache attuali - si svolge in un 2026 dove il mondo è sull'orlo della Terza Guerra Mondiale.
Si attiva una lotta tra un gruppo di "ribelli" convinti che tutti debbano sapere e gli esponenti di un'agenzia governativa (la Wardex Corporation) che, invece, è disposta a fare di tutto per mantenere la verità occultata e per potere utilizzare eventuali tecnologie e manufatti alieni all'insaputa di tutti e per i propri vantaggi economici, così come è stato fatto per quasi 80 anni, a partire dal primo e famoso incidente di Roswell del 1947.
Gli alieni sono arrivati sulla Terra, più e più volte, e ci hanno studiato, scegliendo alcuni soggetti a cui fare attraverso canali neurologici delle rivelazioni e per infondere in loro conoscenza (come il dono delle lingue) e poteri, in modo che, quando sarà necessario, essi possano essere vettori della agnizioni e intermediatori linguistici.
Non siamo più soli, è il messaggio del film, ma anche quello che l'intervento degli alieni, visti come apportatori di cambiamenti e come messaggeri benefici e benevoli possa fermare la follia in cui l'intero mondo versa, assorbendo tutta l'attenzione mediatica verso qualcosa di positivo e aprendola ad un messaggio di pace e di non belligeranza.

Da questo punto in poi, la lettura potrebbe offrire spunti che fanno da spoiler. Qui chi non ha ancora visto il film ne dovrebbe posporne la lettura.

Daniel Kellner (Josh O'Connor), un esperto di sicurezza informatica, riesce a rubare un pezzo di tecnologia extraterrestre e file riservati dalla Wardex Corporation, un braccio segreto del governo statunitense.
I documenti contengono le prove di contatti alieni occultati a partire dal celebre incidente di Roswell del 1947. Il CEO della Wardex, Noah Scanlon (Colin Firth), lo accusa pubblicamente di spionaggio internazionale e attiva nei suoi confronti una caccia all'uomo con profusione di uomini e mezzi. 
Questo costringe Daniel a scappare e a nascondersi in un convento insieme alla fidanzata Jane (Eve Hewson).
Intanto, a Kansas City, la meteorologa televisiva Margaret Fairchild (Emily Blunt) assiste a un evento bizzarro, quando un uccello cardinale entra in casa sua e vola via dopo averla fissata a lungo in un tempo sospeso
Questo incontro sblocca in lei abilità psichiche ed empatiche latenti. Margaret inizia a comprendere i pensieri altrui e a parlare inconsciamente lingue mai studiate.
Durante una diretta meteo, Margaret ha un blocco improvviso e inizia a parlare in una lingua sconosciuta. Il video diventa virale e attira l'immediata attenzione degli analisti della Wardex, che identifica quell'idioma come di origine extraterrestre.
Le visioni psichiche guidano Margaret fino al sito segreto dove Daniel viene catturato dagli uomini di Scanlon.
Utilizzando le sue nuove capacità di manipolazione empatica, la donna lo aiuta a fuggire.

Insieme intraprendono una corsa all'ultimo respiro contro il tempo per diffondere la verità prima che le autorità li eliminino, guidando l'umanità verso il definitivo giorno della rivelazione che assume delle vere e proprie connotazioni messianiche ("Ascoltate" è la frase che fa da suggello alla narrazione).

Se nel capolavoro del 1977 ("Incontri ravvicinati del terzo tipo") Spielberg raccontava lo stupore e la meraviglia discendenti dal contatto intimo con l'ignoto, Disclosure Day ne rappresenta l'evoluzione matura e disincantata. Non c'è più solo la meraviglia infantile, ma la gestione burocratica, mediatica e sociale di una realtà extraterrestre integrata nella quotidianità. È il passaggio dalla "scoperta" alla "convivenza".
Il regista usa la fantascienza come metafora dell'era moderna, dominata dalle fake news, dal complottismo e da sfiducia nelle autorità che mentono o che occultano la verità. Nel momento in cui i governi dicono finalmente la verità, l'umanità fatica allora a crederci, dividendosi in fazioni tra chi accoglie i nuovi visitatori e chi, invece, si barrica nella paura del diverso. 

Perché la verità possa essere creduta ed accolta, occorre un "novum", un evento di impatto straordinario che arrivi attraverso premonizioni e presagi ed altri piccoli eventi straordinari: insomma un evento dirompente, straordinario e tale da scardinare gli imprigionamenti del pensiero causati dagli schemi cognitivi da cui siamo pesantemente condizionati. 

Parliamo dunque di una "rivelazione" che assume una connotazione propriamente messianica e salvifica e che, nel momento in cui si verifica, determina un radicale e profondo reset delle menti individuali e di quella collettiva.

Si intrecciano con questi aspetti quelli dell'uso del potere per tenere sotto controllo le masse degli individui sviando la loro attenzione dai problemi più importanti e più vitali e fornendo loro soltanto briciole di conoscenza edulcorata e pilotata.
In questo senso il film di Spielberg diventa anche un saggio di agnotologia applicata, con l'augurio che alla fine la verità possa trionfare, consentendo agli uomini di operare le proprie scelte in autonomia, ripristinando in sé un taumaturgico senso della meraviglia.

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9 giugno 2026 2 09 /06 /giugno /2026 07:05

Quellla che segue è la trascrizione del mio sogno del 9 giugno 2024
L?ho recuperata
Non trascritta qui nel blog

Maurizio Crispi (4 giugno 2024)

Ripetizione (selfie modificato)

Al risveglio, 
la mia sensazione 
è stata quella di essere stato immerso 
in un unico, interminabile, sogno 
nel quale mi ritrovavo a fare 
sempre le stesse cose
Fare, fare, ma non cose di malaffare
C’era un posto, 
forse una tipografia 
o anche una Casa Editrice 
ed io mi ritrovavo 
a gestire o a controllare 
la sua visibilità su Internet  

Insomma, ero una specie di supervisore 
di tutte le attività connesse al sito web
E quindi guardavo, 
controllavo, 
intervenivo 
laddove fosse necessario, 
per calibrare meglio le comunicazioni 
ed elaborare le strategie
Da questo punto di vista 
ero anche un addetto alle pubbliche relazioni
C’erano numerosi colloqui tra me 
e il proprietario (e fondatore) dell’attività
Lui mi raccontava anche la sua storia 
per farmi capire bene il perché
delle sue scelte attuali
In un lontano passato 
aveva militato in un gruppo di estrema sinistra extra-parlamentare, 
forse ad orientamento anarchico 
e dunque aveva sviluppato 
le sue attività editoriali 
in funzione di ciò, 
mettendole al servizio nella sua fede politica

Nel sogno facevo cose, 
trasportavo oggetti, 
parlavo con persone, 
discutevo in continuazione con il fatidico proprietario, 
ma poi ero sempre lì a controllare 
le immagini che comparivano nel web
e i contenuti, 
i messaggi, 
gli articoli,
I saggi, 
le discussioni, 
le chat
Tutto ciò mi rendeva stanchissimo,
spompato, 
esaurito
Non vedevo l’ora di finirla
e di farla finita,
ma ricominciavo sempre da capo

E c’erano sempre 
come motivo conduttore,
quelle interminabili conversazioni
e quei confronti
Non ricordo altri dettagli

Poi di nuovo sognavo 

Ero in un paese straniero 
in regime monarchico 
e me ne stavo in attesa d’una qualche cerimonia ufficiale
Di cerimonia ufficiali ce n’erano, in verità, in continuazione,
a bizzeffe 

Come al solito 
(come capita in alcuni sogni, almeno) 
c’è una grande confusione 
Io avevo un mio banchetto 
dove riponevo tutte le mie cose essenziali, 
tra le quali anche schizzi e disegni 
relativi ad un qualche progetto che stavo elaborando 
Era molto complicato e difficile 
tenere in ordine il contenuto del banchetto che era molto particolare, 
poiché era fornito d’una ribaltina 
la quale faceva anche da chiusura o coperchio
e che, quando veniva aperta di 180°, 
lo trasformava in un piccolo scrittoio,  lasciando visibile 
(e ben accessibile) 
l’interno che, allo scopo di riporre comodamente diversi oggetti, 
era suddiviso in scomparti di varia grandezza
I piedi di questo banchetto erano pieghevoli, 
in modo che quando la ribaltina era chiusa 
e i piedi opportunamente ripiegati 
il banchetto si trasformava 
in una comoda valigia 
di formato rettangolare, 
delle dimensioni, grosso modo, di una 24 ore
In una gran parte del sogno ero là vicino al banchetto 
Mettevo in ordine le cose,
sfaccendavo, 
ne cercavo altre che avevo smarrito,
rovistavo,
non concludevo granché

Eravamo fermi 
in uno spazio che ci era stato concesso vicino alla camera 
dove alloggiavano il Re e la Regina 
che, a seconda delle necessità del protocollo cerimoniale
e del programma della giornata, 
ne entravano e uscivano
Il protocollo era molto esigente
Non so cosa accade di preciso,
ma in un momento del sogno 
qualcuno ci chiama e ci chiede, 
in una forma di ospitalità estrema, 
di non rimanere a ciondolare lì 
ma di prenderci un po’ di riposo
e pertanto di accomodarci 
nella parte marginale dello stesso lettone 
in cui, al momento, 
stanno riposando le loro Maestà
Certo, è una situazione un po’ imbarazzante, 
ma non si può rifiutare una simile offerta quando vi è una tale disparità di ruolo
Non si può che accettare, 
tenendo l’imbarazzo per se stessi
e facendo buon viso a cattivo gioco
E così mi ritrovo disteso al letto, 
la mia compagna la mia sinistra, 
il corpo del re la mia destra
Il letto è davvero immenso, 
oppure sono io di statura molto bassa rispetto al Re
(si, il corpo di un Re è sempre immenso),
fatto sta che, pur essendo io comodamente sdraiato 
e con le gambe bene allungate,
il mio torace rimaneva appena all’altezza delle ginocchia del re
(un letto regale non può che essere grande come una piazza d’armi)

Le loro Maestà 
sono profondamente addormentate 
e non sembrano essere assolutamente disturbate 
dalla nostra intrusione nel regalo giaciglio
Superando il mio imbarazzo, 
entravo in quello stato di torpore che prelude al sonno 
e, in quel momento, muovo il braccio destro, 
allungandolo - alla ricerca di comodità - 
e posandolo, mi rendo conto solo dopo, 
sul ginocchio del re 
che non sembra rendersi conto di nulla
e rimane immobile

Divento improvvisamente lucido 
e, con estrema cautela e cercando di non fare frusciare le coltri, 
riporto il braccio nella posizione originaria, mettendomi cheto 
e provando a ritrovare il sonno, 
anche se non è cosa facile 
perché il cuore ha cominciato a battere a mille
e mi ritovo a tossire e a scaracchiare rumorosamente
per non parlare del fastidioso prurito
in punta di naso 
Faccio degli esercizi di rilassamento, 
con dei respiri profondi, 
inspiro, 
trattengo, 
espiro fino a ottenere lo stato fisiologico di relax 
che di nuovo prelude al sonno
Ed ecco che, mentre sono addormentato quasi del tutto, 
sposto il mio braccio destro sino ad afferrare un piede
(che è quello del re!)

 

Il re di Francia guarisce gli scrofolosi con l'imposizione delle mani

Un tocco, 
una stretta affettuosa, 
che poi però, purtroppo, diventa costrizione
Mi accorgo che il piede del re si scuote,
cerca di sbarazzarsi di ciò che lo infastidisce
Io, tornato ancora una volta lucido, 
ritiro la mia mano, 
procedendo velocemente e cautamente al tempo stesso, 
ma il danno è ormai fatto: 
il re si è svegliato
Ci ritiriamo dal grande letto regalo 
in buon ordine, 
sperando che il mio ardire 
non voluto consapevolmente 
non debba portare a conseguenze letali
Ma siamo preparati a tutto
Il re e la regina adesso sono attesi 
per una cerimonia ufficiale 
e la loro vettura è già nel cortile del palazzo 
in attesa che la regale coppia interrompa il suo riposino pomeridiano
Io dentro di me tremo al pensiero della punizione 
destinata a coloro che, senza averne il permesso 
o senza averne titolo, 
osano toccare il corpo del re, 
poiché - così facendo - depauperano il potere di guarire del Re
ma - sopratutto - profanano 
un ambito sacro ed inviolabile
Il corpo del Re, si sa, è taumaturgico
Forse io che l’ho toccato per ben due volte, guarirò da tutti i mali
Oppure verrò messo a morte
per la mia imperdonabile trasgressione

(Dissolvenza
       

I due corpi del re, Einaudi, 1995

Questo sogno mi ha fatto pensare al famoso saggio di Ernst H. Kantorowicz, I due corpi del re. L'idea di regalità nella teologia politica medievale, pubblicato in traduzione da Einaudi sin dal 1997, originariamente pubblicato nel 1954.

 

(Sinossi nel risvolto di copertina) Agli inizi del XVI secolo un oscuro giurista inglese diede alle stampe una singolare teoria sulla persona del re, già ampiamente diffusa in tutta l'Europa medievale e premoderna: di là dal suo corpo naturale, mortale, soggetto alle malattie e alla vecchiaia, il sovrano dispone anche di un corpo "politico", invisibile, incorruttibile, che mai invecchia, si ammala o muore. In questo secondo corpo, che passa da un re all'altro in una successione virtualmente senza fine, si concentra l'essenza della sovranità, del potere regale. Dalla scoperta di questa finzione giuridica, nasce la ricerca di Kantorowicz attorno al tema medievale del corpo doppio, della "persona ficta" e della "dignitas" immateriale che conferisce l'aureola dell'autorità, la legittimazione stessa del potere. "I due corpi del re" è ormai un classico e non solo della discussione storica e politica: la ricerca di una "dignitas" perpetua, che non muore mai, porta Kantorowicz alla scoperta della più grande, e laica, di queste figure: l'"humanitas", la dignità dell'essere uomo che accompagna, come un corpo mistico e perenne, ogni singolo individuo.

Ma ovviamente vi è un rimando importante al saggio di Marc Bloch, sui Re Taumaturghi


 

I Re Taumaturghi: Nelle figura il re Enrico II di Francia che cura gli scrofolosi (miniatura del XVI secolo)

I re taumaturghi erano i sovrani di Francia e Inghilterra ai quali, a partire dal Medioevo, il popolo attribuiva il potere di guarire i malati con il solo tocco delle mani.
Il termine deriva dal greco thauma ("miracolo") ed ergon ("opera"), ovvero "operatori di miracoli".
Questo fenomeno rappresenta l'altra faccia della medesima medaglia teologico-politica espressa dai "due corpi del re": serviva a legittimare l'origine divina del potere regio, elevando il monarca al di sopra dei normali laici.

Il concetto, formulato dallo storico francese Marc Bloch nel suo fondamentale saggio "I Re Taumaturghi" è diventato centrale nella storiografia moderna.
I re taumaturghi. Studio sul carattere sovrannaturale attribuito alla potenza dei re particolarmente in Francia e in Inghilterra è il titolo completo di quest'opera (titolo originale: Les Rois thaumaturges. Étude sur le caractère surnaturel attribué à la puissance royale particulièrement en France et en Angleterre), pubblicata nel 1924 (pubblicato da Einaudi nel 1973).
Bloch utilizzò questo mito per inaugurare la "storia delle mentalità", analizzando come una credenza irrazionale potesse condizionare la politica e la società per secoli e secoli.

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4 giugno 2026 4 04 /06 /giugno /2026 12:00
un mondo artefatto (elaborazione Meta AI)

Una cosa strana accade.
A ben guardare, i social danno una visione artefatta del mondo.
Sì, a prima vista, si ha l'impressione che l'accesso ad una qualsiasi piattaforma ci dia, del mondo che ci circonda, una visione variegata e attendibile.
In realtà non è così: non appena l'utente comincia ad interagire si attiva un percorso di relazione nel quale gli algoritmi specifici di ogni piattaforma, iniziano attivamente a selezionare ciò che compare nella Home di ciascun utilizzatore.

Se si mettono a raffronto le Home di diversi utilizzatori (che possibilmente abbiano molti contatti in comune e dunque riconducibili ad una comune matrice) si potrà osservare che ciascuna presenta una conformazione totalmente differente quanto a feed proposti e ciò varierà in funzione dei contenuti attenzionati da ciascun utente, dei like e dei commenti ai contenuti di altri (ed anche dei contenut immessi dallo stesso utente in forma di status, in tutte le possibili articolazioni che siano semplici pensieri, o foto o video o link)

Se un utente predilige i libri, ad esempio, continuerà a ricevere sempre più notifiche relative libri e a recensioni letterarie; se un altro predilige le medicine alternative la sua Home sarà infarcita di contenuti riconducibili a quell'interesse. E così via.

Si attivano dei circuiti cognitivi viziosi che contribuiscono a costruire delle visioni distorte della realtà.

Si muoveranno di conseguenze le tipologie di offerte pubblicitarie, anche queste ritagliate sulla base degli interessi espressi (anche non esplicitamente) dall'utente.


Insomma, ciascun utilizzatore vive in una sua propria "caverna" social, avendo una visione del mondo di fuori che è appena ombra e riverbero, traendone delle conseguenze in termini di idee, espressione di preferenze e attivazione di desideri (e ciò a somiglianza degli uomini che vivono dentro una platonica caverna delle idee). Queste caverne cognitive altro non sono che le "Eco chambers" o "Camere dell'eco" in quanto sono ambienti virtuali (dunque particolarmente diffusi sui social media), in cui gli utenti si confrontano solo con informazioni e opinioni che confermano le loro convinzioni. In questi spazi le idee rimbalzano senza contraddittorio, dando la falsa percezione che tutti la pensino allo stesso modo. Le camere dell'eco sono generate da due fattori principali che sono

  1. Pregiudizio di conferma (Confirmation Bias), inteso come la naturale tendenza umana a cercare, ricordare e privilegiare le informazioni che convalidano ciò in cui già crediamo, ignorando i dati contrastanti;
  2. Algoritmi dei social media, i quali fanno sì che le piattaforme tendano a mostrare agli utenti contenuti simili a quelli con cui interagiscono più spesso, per massimizzare il loro tempo di permanenza online.

Ognuno si trova a muoversi all'interno d'un mondo-simulacro dentro i cui confini potrà navigare apparentemente libero e non condizionato. I confini ci sono, in verità, in forma di muri che si oppongono ad una conoscenza non condizionata e di meccanismi che determinano una sorta di furto epistemico.

In realtà, in questo processo di mascheramento e di mistificazione, più che utenti/utilizzatori, diveniamo tutti "clienti" e consumatori potenziali, le cui scelte, le cui preferenze, idiosincrasie e pregiudizi vengono costantemente monitorate, ma anche orientate e piegate.
Riteniamo di essere liberi fruitori, ma siamo in realtà soltanto delle tragiche marionette: tutti convinti di essere di fronte ad una visione oggettiva e pienamente condivisibile del mondo.

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19 maggio 2026 2 19 /05 /maggio /2026 13:48
Altan (We and our local quarrels, while the world is out there, immense and disgusting)

Siamo in questi tempi turbolenti a confronto con un processo di continua e massiccia mistificazione della verità.
Alcuni cercano delle verità su ciò che accade nei social, ma anche qui ci si confronta con una ridda di opinioni diverse.
I media, poi, sono sempre più edulcorati e carenti per quanto concerne la capacità di dare ai lettori un oggettivo riscontro di ciò che accade.
Inoltre, tutto viene fortemente alterato dal fatto che si ricercano costantemente le notizie eclatanti da sbattere in prima pagina con grandi (forse sarebbe meglio dire grossolani) toni emozionali. 

La notizia eclatante sbattuta in prima pagina fa sì che, rapidamente, tutto il resto venga messo da parte (meccanismo di spostamento dell'attenzione), sintantoché si può cavalcare la tigre della nuova notizia; poi, quando anche la nuova notizia non fa più audience e perde slancio si ritorna stancamente al confronto con le "vecchie" news, trite e ritrite che davvero non fanno più notizia perché - comunque - vi è una generale assuefazione alla cattiva notizia, in genere.

In più, vi è sempre più, da parte dei più una massiccia diffidenza nei confronti delle notizie che vengano dai canali ufficiali, mentre quelle che si reperiscono nei canali non ufficiali non sempre - e per motivi di manipolazione politica - sono veritiere.

Siamo di fronte ad una gigantesca operazione di occultamento delle verità o della sua mistificazione.

Credo che la lettura distopica di Orwell in "1984" sia tuttora estremamente attuale.

Più i mezzi di diffusione dell'informazione sono capillari e di accesso universale più aumenta il fenomeno della manipolazione dell'informazione, della sua mistificazione o dell'omissione di dati sensibili, per fornire agli utenti una visione della realtà che vada a favore di questa o quella tesi preconfezionata.

Si verifica in questo modo un esteso processo di "furto epistemico" o "espropriazione epistemica" (inteso come  concetto filosofico e sociologico che descrive il furto, l'estrazione o l'appropriazione indebita del sapere, delle idee o dell'identità intellettuale di un individuo o di una comunità), sulla base di una vera e propria "epistemofobia" da parte dei gestori dei mezzi di comunicazione di massa.

In questo contesto è nato, in tempi relativamente recenti, un neologismo che è "Agnotologia"

 

 

agnotologia

AGNOTOLOGIA: termine adattato dall’ingl. “agnotology”, a sua volta formato dall’aggettivo greco ἄγνωτος ovvero ‘sconosciuto’ e dal confisso -λογία ‘-(o)logia

s. f. Lo studio della mancanza di conoscenza e di certezze indotta nel lettore o nell’utente dall’abilità di chi mette in circolazione notizie o dati falsi.

Le menzogne dei politici, delle aziende, la mancanza di trasparenza delle banche. Si chiama agnotologia, dal greco agnosis, ed è lo studio dell’ignoranza costruita. Deliberatamente indotta, da specifici gruppi d’interesse, al fine di vendere un articolo, accaparrarsi dei favori. A coniare il neologismo, nel 1995, è stato il ricercatore di Stanford Robert Proctor, che per quindici anni aveva studiato i maneggi delle aziende del tabacco per nascondere al pubblico gli effetti cancerogeni del fumo. (Costanza Rizzacasa d’Orsogna, Corriere della sera, 6 marzo 2016, La Lettura, p. 13)

Ma cosa succede quando il confine tra fiction e realtà viene meno e c’è chi ha interesse a mantenerlo labile? Robert Proctor, studioso dell’ignoranza e del modo in cui viene strumentalmente alimentata, ci mette in guardia sul fenomeno della «non conoscenza» (battezzato come agnotologia) e delle fake news del web, in un’intervista a Giuseppe Sarcina. (Jessica Chia, Corriere della sera, 16 gennaio 2017, p. 31, Cultura)

La «post-verità» esprime l’irrilevanza dei fatti nella formazione dei processi cognitivi, come la negazione del riscaldamento globale o le false informazioni che hanno determinato Brexit (per esempio circa i costi pagati dagli inglesi all’Unione europea: 350 milioni di sterline a settimana, una cifra mai documentata). Da qui, infine, una neonata disciplina: l’agnotologia, battezzata da Robert Proctor per indicare lo studio dell’ignoranza indotta attraverso dati scientifici fuorvianti. (Michele Ainis, Repubblica, 14 ottobre 2017, p. 52, R2 Cultura).

(Dall’enciclopedia Treccani online)

 

Gli storici della scienza Robert N.Proctor e Londa Schiebinger, autori del libro "Agnotology - The making and unmaking of ignorance" (purtroppo non ancora tradotto in italiano), hanno esplorato il modo in cui l'ignoranza viene prodotta e mantenuta in diversi ambiti e con quali meccanismi. Essi così scrivono (ib. p. 2):

L'ignoranza ha molti interessanti surrogati e sovrapposizioni nella miriade di modi con cui è generata da segretezza, stupidità, apatia, censura, disinformazione, fede, e dimenticanza, tutti innescati dalla scienza. L'ignoranza si nasconde nelle ombre della filosofia ed è vista di buon occhio dalla sociologia, ma si trova anche in una grande quantità di retorica popolare: non è una scusa, è ciò che non può farti del male, è la beatitudine.

Proctor distingue l'ignoranza in tre categorie:

  1. Ignoranza come "stato nativo" (o risorsa per il cambiamento): è uno stato da superare, una richiesta di conoscenza. L'ignoranza nativa (o originaria) implica un deficit causato da ingenuità giovanile o da carenza di educazione. La storia della filosofia greca porta Socrate (citato da Platone) quale esempio di consapevolezza della propria ignoranza quale pre-condizione per l'illuminazione. Il potere rigenerativo dell'ignoranza rende sostenibile l'impresa scientifica.
  2. Ignoranza come "regno perduto" (o costrutto passivo): è il prodotto della disattenzione umana, vale a dire di ciò che si incontra ma che si decide di trascurare. Questo tipo di ignoranza viene approfondito da Londa Schiebinger (ib., pp.149-162) con un interessante esempio storico sui criteri con cui vennero scelte (o trascurate) le spezie da importare in Europa dalle Americhe. In particolare gli europei non si interessarono a una quantità di erbe abortive con cui gli amerindi controllavano le nascite, mentre preferirono l'importazione di erbe contro malaria (chinino), diarrea (jalapa, quassia) e depressione (cacao).
  3. Ignoranza come "stratagemma strategico" (o costrutto attivo): è il prodotto dell'incertezza o del dubbio creati, mantenuti e manipolati da altre persone. Questo tipo di ignoranza implica la costruzione del dubbio e dell'incertezza come qualcosa che viene costruito, mantenuto e manipolato avvalendosi di specifiche discipline scientifiche. In altre parole l'ignoranza è l'obiettivo di piani che vengono deliberatamente ingegnerizzati e implementati. Scrive Proctor (ib., p.9): "Scienza e industria sono sempre più interallacciate, con ricerca e sviluppo (R&D) svolti al riparo della privacy per mantenere certi vantaggi di business. La Scienza anche nelle migliori circostanze è 'aperta' solo sotto vincoli altamente formalizzati".

Ma non tutta l'ignoranza è cattiva: ad esempio Proctor sostiene che è meglio non far sapere alla gente in che modo è possibile costruire armi biologiche o virus dell'AIDS, ed è meglio anche promuovere il rispetto del diritto individuale alla privacy (non è necessario che tutti sappiano tutto e in qualunque momento su un determinato individuo).

Si
 può certamente stabilire una relazione molto stretta e complementare tra agnotologia ed epistomofobia.
Se l'agnotologia agisce come causa o strumento esterno dell'ignoranza, l'epistemofobia rappresenta la risposta psicologica o emotiva interna dell'individuo.
Mentre l'agnotologia studia come l'ignoranza viene prodotta socialmente, l'epistemofobia descrive il rifiuto e la paura individuale di quella stessa conoscenza.
La relazione strutturale tra questi due concetti si articola su tre livelli principali.

  1. La manipolazione sfrutta la paura. L'agnotologia dimostra che le grandi organizzazioni creano deliberatamente confusione (ad esempio, sul cambiamento climatico). Questa confusione genera insicurezza nell'individuo, alimentando l'epistemofobia: il singolo individuo inizia a temere nuove informazioni perché destabilizzano le sue certezze personali.
  2. Il rifugio nell'ignoranza. Quando l'eccesso di disinformazione programmata (agnotologia) rende impossibile distinguere il vero dal falso, l'individuo può sviluppare una forma di epistemofobia difensiva. Per non provare l'ansia del dubbio costante, sceglie attivamente di non voler più sapere né approfondire.
  3. Le camere dell'eco (Echo Chambers). i meccanismi agnotologici creano bolle informative. Chi si trova all'interno sviluppa una paura patologica per qualsiasi dato esterno che possa confutare la propria realtà, manifestando un comportamento epistemofobico verso la conoscenza oggettiva.

In sintesi, l'agnotologia crea le condizioni ambientali (fake news, dubbi artificiali) che spingono gli individui a rifugiarsi nell'epistemofobia per autodifesa emotiva.
 

Epistemofobia versus agnotologia
Epistemofobia versus agnotologia


Ma aggiungerò qui che molti governanti attuali e  i loro lacchè, così come i rappresentanti della Stampa e dei Media embedded (in senso lato, tuttavia, non in un'accezione unicamente piegata alle logiche del giornalismo di guerra di moderna declinazione, come è avvenuto a partire della conflitto condotto in Iraq dagli USA), sono sempre più mossi da un forte sentimento epistemofobico nei confronti della verità, sicché le verità ammissibili sono soltanto quelle manipolate o edulcorate, sulla base di un meccanismo di spostamento dell'attenzione degli utenti (e dei cittadini) da ciò che più conta, costringendoli a vivere in una sorta di ottundimento cognitivo.

Classificazione dei diversi stati di ignoranza secondo Proctor

Classificazione dei diversi stati di ignoranza secondo Proctor

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2 maggio 2026 6 02 /05 /maggio /2026 07:17
Il luogo dei personaggi letterari (immagine generata da Meta AI)

Ho immaginato un luogo
in cui stanno tutti i personaggi dei libri
letti e non letti

Sandokan
Edmond Dantès
Jean Valjean
Il Gobbo di Notre Dame
Il Fantasma del Palcoscenico
Arsène Lupin
Rouletabille
Fantomas 
Harry Hole
Theo Decker
Il Conte Dracula
Frodo
Il Capitano Nemo
Odisseo
Melchor Marìn
Lestat
Ben Hur
(...)
Tutti ci sono, proprio tutti, 
anche quelli che non ho menzionato
E sono tantissimi,
anche quelli di epoche lontane
e appartenenti al mito

Se ne stanno lì,
una folla smisurata,
alcuni silenti,
altri chiassosi,
ognuno secondo la propria natura

Vivono di una vita propria
Ogni tanto interagiscono 
l’un con l’altro,
formando improbabili coppie e terzetti
Ogni tanto li pensiamo
Ogni tanto li chiamiamo
ed essi si rallegrano 
nel sentire la nostra attenzione
puntata su di loro

Talvolta, vengono a noi
nei sogni 
e ci parlano
Oppure ci raccontano storie
ancora non scritte

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1 aprile 2026 3 01 /04 /aprile /2026 02:00

Trovato e non riportato qui sul blog. Risalente all’anno scorso, esattamente un anno fa

Maurizio Crispi (1° Aprile 2025)

Un mio alter Ego onirico

Un mio alter Ego onirico

Un sogno e ne succedono 
di tutti i colori
(insomma)

Chi sa perché,
ho ritenuto di scrivere questa piccola premessa
che c'entra come i cavoli a merenda

Sarebbe davvero bello 
avere un telefono 
- o un PC -
di avanzatissima tecnologia
che ti consenta di scrivere
senza digitare i caratteri
ma non semplicemente sotto dettatura
(cosa che è già possibile)
ma piuttosto perché 
s’interfaccia con il tuo cervello
e il dispositivo semplicemente trascrive
mentre tu pensi le cose
e il pensare stesso genera deboli correnti elettriche che vengono captate
e trasformate in codici binari
In altri termini,
sarebbe ottima cosa 
avere un traduttore di pensieri 
- un “thinking processor” per dirla in inglese -
ma questa è fantascienza pura
O forse no!?
Magari ci arriveremo 
quando ci innesteranno 
da qualche parte
uno o più microchip che ci consentano
di interfacciarci con i dispositivi digitali
e con essi scambiare dati a doppio senso
Prima o poi ci arriveremo 
Ma qui sto divagando…


Nel sogno, accadevano molte cose

Accompagnavo qualcuno a casa 
in un affollato condominio
dove avevano fatto di recente
dei lavori di sistemazione
usufruendo del Super-Bonus al 159%
I lavori erano da poco terminati
Rimanevano solo esili tracce del cantiere
ma tutto era nuovo, pulito, brillante
C’era questo tipo (lo chiamerò Mr X)
che tornava a casa
Gli chiedevo dove abitasse
E lui m’indicava una parte dell’edificio
adornato e movimentato
da piccole torri quadrate
Mi diceva, cogliendo la mia perplessità,
che abitava proprio in una di quelle torri
(quadrigemelle)
e che mi avrebbe mostrato con piacere 
la sua dimora
Però, mi aggiunse, prima di salire 
occorre scendere
Così ci ritroviamo
all'interno d'un ampio garage sotterraneo condominiale
Ci sono tante auto parcheggiate,
ciascuna al posto assegnato,
ed è tutto molto ordinato,
lindo e pulito
Mr X mi dice che prima di salire
dovrà meglio sistemare la sua auto
e mi chiede se non voglia farlo io per lui
Accondiscendo e mi metto al volante 
di una Panda bianca vecchio modello
e comincio a manovrare 
avanti e indrè,
seguendo le istruzioni ossessive di Mr X
che vuole l’auto ben collocata
al millimetro, 
all’interno delle strisce bianche
che delimitano il posto di pertinenza
Sorvoliamo sul fatto che durante le laboriose manovre
quasi stendo Mr X
che, però, non se ne da per inteso,
e continua a sbraitare le sue istruzioni
Alla fine di tutto
ci ritroviamo a parlare
con il capocantiere 
il quale offre a Mr X,
a titolo di risarcimento,
una serie di utensili e attrezzi
tra i quali una sgorbia per legno
Mr X alcuni li accetta,
altri inspiegabilmente li respinge
Mi piacerebbe poter prendere
quelli che lui rifiuta,
un’occasione troppo ghiotta,
per rinforzare il mio armamentario
Ma non oso parlare,
e nemmeno chiedere
Chi sono io?
A che titolo?
Che cazzo ne so!
E allora me ne sto zitto
Zitto è meglio!
Poi, a visitare l’appartamento nella torre
non ci siamo più andati
Mr X mi ha detto 
che stava aspettando il nuovo inquilino
e che poi se ne sarebbe andato,
per sempre

(Dissolvenza)

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31 marzo 2026 2 31 /03 /marzo /2026 12:37

Una geniale riflessione sul tema delle "panchine di massa" e delle "panchine seriali", elaborata dal mio compianto amico Vincenzo Cordovana

Foto di Maurizio Crispi

(Vincenzo Cordovana) Continua ad essere per me un chiodo fisso cercare di comprendere quale costrutto mentale, prossemico, spaziale passi nei meandri cerebrali di chi si appresta per compito istituzionale o ludico a sistemare le panchine fissandole al suolo pubblico.
Uno dei rompicapo più intriganti sotto questo profilo, io ce l'ho a poca distanza.
Sparo il dato: nel comune a me più vicino su di un percorso rettilineo di saranno-trecento-metri vi sono....42 panchine.. sì 42! Contate personalmente…
A parte il numero dove ci si perde in fantasia (un lascito baronale, eredità del Comune da precedenti Amministrazioni, lotto offerto in gara con formula vincente: prendi-42-paghi-10) ,immagino che chi si è ritrovato a doverle apporre sia finito alla Neurodeliri, per lo sforzo intellettivo di trovare disegni e finalità.
Bene, andando al sodo e volendo vedere la disposizione puntuale, vi sono panchine solitarie, panchine che si guardano, panchine che si danno il retro, panchine in gruppi di quattro o di tre, in cerchio.
Un giorno, riflettendo e cercando ancora una volta l'Unità di intenti del povero appositore di panchine ebbi un'illuminazione: lucida, folgorante!
Una nuova interpretazione, le panchine porno [per appanchinamenti in stile "ammucchiata" - ndr].
Comunque, secondo me, la panchina dovrebbe essere essenzialmente solitaria.
Sono contrario alle panchine di massa: quelle suggeriscono troppo l'idea delle panche delle sale d'attesa ospedaliera, oppure dei sedili in autobus e metro.
La panchina deve poter ispirare un rapporto solitario e silenzioso - discreto - tra chi si siede e il mondo circostante; oppure, viceversa, consentire il ritiro in un un mondo a parte, abitato in maniera esclusiva solo da pochi.
La panchina deve consentire, insomma, l'attivarsi di un percorso mentale.
Dovrebbe poter essere in qualche modo, malgrado l'umiltà dei materiali con cui è stata fatta, uno strumento di elevazione "aristocratica" ed anche di fruizione in qualche modo "estetica".
La panchina di massa non favorisce tutto ciò, ma mantiene imprigionati gli appanchinati in un mondo irrimediabilmente affollato, senza alcuna possibilità di uscita e di liberazione.


 

__________________________________________________

NdR - Ho trovato questo scritto ancora in bozza e credo fermamente che l'autore ne sia stato l'inestimabile amico Enzo Cordovana (3 agosto 2012)

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26 gennaio 2026 1 26 /01 /gennaio /2026 06:52

Ci fu cosa
Cascai addormentato
Dormii
Sognai
Non sognai
SOGNAI
Ma non ricordo nulla
Zero tagliato
Solo che mi mettevo 
alacremente all’opera
Ma solo questa impressione
Non cosa facessi o dicessi
Poi mi sono alzato
Mi sono guardato allo specchio
e ho visto uno, 
un vecchio a me estraneo
che mi guardava
Chi era?
Cosa voleva da me?
Me ne andai
Nulla volevo avere a che fare
con questa presenza disturbante 
Ma il Vecchio era sempre lì
che mi fissava,
pieno di sarcasmo 
ed anche di pena
Voleva forse dirmi qualcosa
di grave e di urgente 
Non so
Forse era questo il sogno
e voleva parlarmi 
d’un dialogo impossibile
con l’ombra 
con un mio alter ego decrepito 
prossimo venturo

Maurizio Crispi (25 gennaio 2026)

The old man (selfie di Maurizio Crispi)

Ho pensato al fatto che il giorno prima, durante la mia passeggiata mattutina con il cagnone io avessi incrociato un mio collega coetaneo, compagno di corso universitario, mentre si recava al mercatino a fare spesa. Camminava ricurvo, con andatura incerta e traballante, tutto imbiancato. Nel suo aspetto generale, mi è parso più morto che vivo. Mi sono sentito stringere il cuore per la pena, un sentimento che era indirizzato a lui, ma che - in definitiva - provavo anche per me.

Poi, di nuovo, ho sognato e ho ricordato qualche frammento sparso
Ero in una comunità per psico-pazienti
Qui, ero alle prese con la compilazione di carte, relazioni e moduli, per la dimissione di una paziente dopo un lunghissimo periodo di degenza
Era tutto posto, con un’unica anomalia: la paziente non c’era
Dove’era la paziente?
Nessuno lo sapeva!
Tutti la cercavano di qua e di là, di sopra e di sotto, persino sui tetti e nel più profondo scantinato
Mamma, ci siamo persi un paziente!
Ero in grandi difficoltà, perché pensavo che non si può dimettere il fantasma di un paziente e non sapevo come fare
Intanto, però, instancabile, continuavo a compilare i moduli
Poi, alla fine, la paziente ricompariva, senza tante spiegazioni
Era, la sua, una situazione psicopatologica, molto particolare, un po’ c’era e un po’ scompariva, disincarnandosi ed andando in un Altrove che nessuno di noi curanti conosceva o anche poteva lontanamente immaginare
Apparteneva, in fondo, alla categoria dei parapsicopazienti
Dopo tante ricerche, la paziente si era degnata di ricomparire ed era ora seduta su di una seggiola a ruote ospedaliera, perché è così che va fatta la dimissione di un paziente fragile
Io, a questo punto, finii di compilare i miei moduli e li consegnai alla madre della paziente, con la raccomandazione che, in caso di recrudescenza delle sue disincarnazioni, si presentasse con urgenza in Pronto Soccorso per attivare le. necessarie procedure di stabilizzazione molecolare profonda

 

*****
 

A proposito del primo stralcio sognante ho appena trovato queste considerazioni che mi sembrano calzanti e spunto di riflessione feconda, anche se il limite di essa è che è centrata esclusivamente sul proprio sè più profondo ed è meno orientata sulla dimensione relazionale che, invece, anche nelle fasi più tarde della vita può essere fonte di arricchimento.

"Non è facile invecchiare. Devi abituarti a camminare più lentamente, a dire addio a chi eri e a salutare chi sei diventato. È difficile questo compiere anni, bisogna saper accettare il tuo nuovo volto e portare con orgoglio il tuo nuovo corpo, e liberarsi delle vergogne, dei pregiudizi e della paura che portano gli anni. Bisogna lasciare che accada ciò che deve accadere, che se ne vada chi deve andare e che resti chi vuole restare. No, non è facile diventare vecchi, bisogna imparare a non aspettarsi nulla da nessuno, a camminare soli, a svegliarsi soli e a non essere sopraffatti ogni mattina dalla persona che vedi nello specchio, ad accettare che tutto finisce, anche la vita, a sapere dire addio a chi se ne va e a ricordare chi è già andato, a piangere fino a svuotarsi, fino a seccarsi dentro, per far crescere nuovi sorrisi, altre illusioni e nuovi desideri. " (Alejandro Jodorowsky)

Ma, al riguardo, è altrettanto significativa . forse più equilibrata - la riflessione pronunciata nel 2019 dall'allora novantaciqunne Clint Eastwood al cantante country Toby Keith, quando quest'ultimo gli chiese quale fosse il suo segreto per rimanere attivo e brillante alla sua età.

"Quando mi sveglio ogni giorno, non lascio entrare il vecchio. Il mio segreto è lo stesso dal 1959: tenermi occupato. Non lascio mai che il vecchio entri in casa. Ho dovuto trascinarlo fuori perché il tipo si era già comodamente sistemato, infastidendomi a tutte le ore, senza lasciarmi spazio per altro che non fosse la nostalgia. Bisogna rimanere attivi, vivi, felici, forti, capaci. E questo è dentro di noi, nella nostra intelligenza, attitudine e mentalità. Siamo giovani indipendentemente dall'età. Bisogna imparare a lottare per non lasciare 'entrare il vecchio'. Quel vecchio che ci aspetta stanco sul ciglio della strada per scoraggiarci.
Non lascio entrare lo spirito vecchio, il critico, ostile, invidioso, quell' essere che scava nel nostro passato per legarci a lamentele e angosce remote, traumi rivissuti o ondate di dolore. Bisogna voltare le spalle al vecchio mormoratore, pieno di rabbia e lamentele, privo di coraggio, che si rifiuta di credere che la vecchiaia possa essere creativa, decisa, piena di luce e protezione. Invecchiare può essere piacevole, e persino divertente, se sai come utilizzare il tempo, se sei soddisfatto di ciò che hai realizzato e se continui a mantenere l'illusione.Questo si chiama "non lasciare entrare il vecchio in casa
".

Queste parole colpèirono così profondamente il cantante da ispirarlo a comporre la canzone "Don't Let the Old Man In" (Non lasciare entrare il vecchio), dedicata al leggendario attore.

Muro a secco (immagine generata da meta AI)

(27.01.20226) Rimane solo un misero frammento di una struttura onirica ben più complessa
Ero in campagna e lì osservavo un muro a secco che, nel corso del tempo, avevo realizzato con le mie mani
Ne osservavo le pietre che lo costituivano, tutte ben incastrate tra loro  e le riconoscevo tutte come vecchie amiche, ricordando dove le avessi prese e la fatica e il sudore che mi erano costati, trasportarli sin lì

Quel che rimane del giorno

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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