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16 gennaio 2015 5 16 /01 /gennaio /2015 06:33

Fraintendimenti linguistici

Una volta ebbi bisogno di acquistare senza spendere una cifra eccessiva delle scaffalature di legno con cui organizzare in economia una libreria suppplementare per accogliere la marea montante di libri e chiesi al nostro falegname di fiducia dove potessi trovarne.
Lui, senza esitare, mi disse che, senza meno, sarei dovuto andare al "Lili Marlene" e che là avrei trovato tutto ciò che sarebbe stato utile a soddisfare le mie esigenze ed io chiesi, cascando dalle nuvole: "Ma dove si trova?".
E lui mi diede tutte le spiegazioni del caso, indicandomi in pratica la via per arrivare al Forum, il grande ipermercato di Palermo (lato Messina). E così partii alla ricerca del Lili Marlene,seguendo puntualmente le istruzioni ricevute.
Ed ero davvero convinto di ciò che cercavo, ci avrei messo la mano sul fuoco che il luogo si chiamasse in quel modo. Mi piaceva d'altra parte pensare che un luogo dove vendevano oggetti utili al bricolage di falegnameria potesse avere un nome così evocativo: "Lil^ Marlene", nientemeno.
A chiunque, in caso di bisogno, avrei potuto chiedere la direzione per arrivare al "Lilì Marlene".
E per fortuna non chiesi ad anima viva...


Arrivato sul posto, mi resi conto che non c'era nessun "Lilì Marlene" e che, invece, campeggiava davanti a me l'enorme struttura del "Leroy Merlin".

"Ah!", dissi a me stesso , "allora era questo il posto!" e mi annotai mentalmente la cosa, come singolare esempio da menzionare a proprosito dei fraintenidimenti linguistici derivanti dal fatto che uno dica una cosa invece che con il suo giusto nome con un appellativo deformato o per ignoranza o per consuetudine.
A volte le trappole scattano quando una parola viene deformata radicalmente da un'inflessione dialettale, come in questo  esempio gustoso che riporto in forma di dialogo (fonte: Elena Cifali)

 

-Mi scusi, cosa c'è qui dentro?
-La baciamella!
-Cosa?
-La baciamella!!
-Che cosa?
-Signoraaaa, a baciamella, chidda ca ci metti 'nde lasagni!!
-Ahhh!! La besciamella! Mi scusi, sa, a quest'ora sono un pò rincitrullira!!

 

Oppure, possono esserci altre situazioni in cui una parola viene pronunciata distorta per consuetudine e alla lunga viene a soppiantare la parola giusta, anche quando si dovrebbe essere per decenza o per correttezza o rispetto.

A tal riguardo riporto due esempi.

Ai tempi della scuola, un mio compagno di classe (a partire dalla prima ginnasio del classico) si chiamava di cognome "Coico", che per noi era altamente comico e che presto prendemo a trasformare in "coito", ovviamente, all'insaputa del diretto interessato, facendoci ogni volta grasse risate. Ma poi accadde che, usa la parola cambiata oggi, usala domani, alla fine comincio a scapparci "Coito" anche quando ci rivolgevamo direttamente a lui.

L'altro esempio
 plateale èdei tempi del mio servizio come Ufficiale di complemento presso l'Ospedale militare di Palermo.
Lì, come in ogni struttura militare, era presente lo "Spaccio" che, tuttavia molti dei soldati ed anche alcuni dei sottufficiale per uan sorta di spirito goliardico chiamavano sovente "spacchio" (anche sotto la spinta della ben nota ossessione sussistente negli ambienti militari di quel tempo - esclusivamente maschili - per il sesso, visto in un'ottica deformata.
Una volta arrivò all'ufficio dov'ero assegnato una circolare, in cui il sottufficiale di turno ( o lo scritturale che aveva scritto sotto dettatura) invece di "spaccio" aveva scritto "spacchio". E' lì risate a mai finire, anche
se quel lapsus scrittorio denotava una sinistra perdita di controllo rispetto ad un'ossessione soggiacente.

D'altra parte, il detto popolare dice: "Prendere fischi per fiaschi e lucciole per lanterne"

 

E, per finire, non può mancare una riproduzione in video della celebre canzone (che, detto tra parentesi, a me bambino - figlio del dopguerra - piaceva tantissimo).

 


 

 

 

 


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26 novembre 2014 3 26 /11 /novembre /2014 06:30

Riflessioni a ruota libera nella sala d'attesa delle poste. Figli...non gigli!

(Elena Cifali) Seduti alla stessa panchina.

Dialoghi semplici ma incisivi i nostri.  I figli,  i nipoti,  il lavoro,  la sua pensione e la possibilità di aiutare quel figlio che non trova lavoro. 

La voce si fa più sottile e tremolante e tradisce il suo stato d'animo. 

Il cartellone sopra di noi mostra i suoi numeri luminosi che giocano a rincorrersi. 

A184, B095, A185.

"È il mio turno signora,  la saluto" Si alza lentamente.

"Siamo tutti sotto questo cielo, siamo tutti figli suoi", continua a dirmi mentre alza il pollice al cielo ed è già quasi lontano da me. 

Mi viene voglia di seguirlo per ribadire. 

Per puntualizzare, per ribattere.

Siamo tutti figli ...

 

Ma figli di chi?

Figli dei calciatori miliardari e dei padri disoccupati.

Figli della generazione "bamboccioni".

Figli delle pensioni minime e di quelle sociali.

Figli della spazzatura differenziata che però non si differenzia. 

Figli delle donne forti che la sera si impasticcano. 

Figli del "faccio tutto da solo, ma ti prego aiutami".

Figli dello "sport che passione" anche se poi mi dopo. 

Figli del lavoro precario,  di quello sottopagato e del trasferimento preventivo. 

Figli del mobbing e dello stalking, tanto non ci condanna nessuno.

Figli della Chiesa:  Una, Santa, cattolica e Apostolica che nasconde i

vescovi pedofili.

Figli dell'effetto serra e dei cibi contaminati che si comprano anche al bio. 

Figli di Ebola e dell''HIV, ma che mi importa è un problema africano. 

Figli delle missioni spaziali che non curano i tumori. 

Figli della televisione con il telecomando in mano. 

Figli della diffidenza e della maldicenza alla faccia dell'amicizia.

Figli del "dov'è finita la decenza? ".

Figli del petrolio. 

Figli dei call center.

Figli del "il fumo uccide" ma non importa a nessuno. 

 

Figli ... figli ... figli ... ho detto figli,  non gigli! 

Ok prendo fiato,  mi servirà per urlare a gran voce: figli di puta!

 

 

Riflessioni a ruota libera nella sala d'attesa delle poste. Figli...non gigli!

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8 ottobre 2014 3 08 /10 /ottobre /2014 13:33

al-posto-della-libreria-Aleph.jpg

 

(Maurizio Crispi) In Via Generale Arimondi, al posto della bellissima e amata Libreria Aleph di Palermo, chiusa poco più di un anno fa a causa dell’improvvisa morte del suo gestore, Lorenzo Giordano, c'è un emporio cinese, annunciato dalle consuete lanternine rosse appese fuori dalla porta

 

Il segno dei tempi: al posto di un libreria che forniva cibo per la mente, un negozio che vende merci  dozzinali e di scarsa qualità…

Gli eredi di Lorenzo Giordano non hanno potuto - o voluto - mantenere la tradizione di una libreria di qualità nel cuore della Palermo bene. E hanno smantellato tutto: ma non è certamente da fargliene una colpa. Le imprese di commerciali di qualità nella nostra città non sono favorite e non hanno la forza di creare un movimento di pubblico con l'attivazione di iniziative culturali che attraggano lettori e potenziali clienti.

Non possiamo che constatare con amarezza che, in questo modo, un altro pezzo della Palermo intellettuale se ne va, dopo la scomparsa della storica Libreria Flaccovio, al cui posto è stao aperto un negozio di intimo femminile, mutande e reggiseni. Così come tanti altri luoghi di qualità - o legati alla tradizione - della Palermo storica sono stati tristemente chiusi per far posto ad imprese commerciali di dubbio valore, come nel caso dell'Extrabar o del Bar del Viale, o recentemente quello de "Il Pinguino", in via Ruggero Settimo. Tutto destinato a cadere nell'oblio e nel dimenticatoio di una città che, malgrado le apparenze, non vuole favorire la persistenza della memoria nei confronti di tutto ciò che è cultura e slancio dello spirito

 

Fossimo a Londra, sarebbero state collocate in un punto strategico del muro perimetrale degli edifici che ospitavano queste due librerie delle targhe commemorative.

 

Ma noi palermitani non meritiamo questo tipo di attenzioni o forse non abbiamo la capacità di richiederle (o di esigerle).

 

E la nostra città - grazie anche alla scarsa capacità dei nostri amministratori - è condannata sempre più a trasformarsi in un non-luogo foucaultiano, senza storia e senza tradizione, sena né arte né parte.

 

 

 


Vedi anche su questo magazine:

 

Se ne é andato Lorenzo Giordano, fondatore della Libreria "L'Aleph" di Palermo

 

 

Chiude la Libreria Flaccovio di Palermo, nella seconda metà del XX secolo, autentica fucina della cultura siciliana

 

 


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31 luglio 2014 4 31 /07 /luglio /2014 19:02

Il potere dei libri 

Mio figlio Gabriel, pur essendo ancora tanto piccolo, è attratto terribilmente dai libri, benché abbia molti giocattoli

Non so se ciò accada, perché a casa, sia a Palermo, sia qui a Londra ci siano molti libri

Oppure, perché vede sia me sia Maureen, frequentemente, alle prese con dei libri (forse io di più)

Vuole sempre raggiungerli e prenderli dagli scaffali, oppure dal tavolo dove sono posati

Non sempre gli si può impedire di farlo

Li butta giù dag mensoli, da scaffali e dal tavolo e poi li maneggia, li apre oppure fa scorrere le pagine

Qualche volta, specie i volumi brossurati, li gualcisce

Qualche volta ci scappa il piccolo incidente: una sopraccoperta lacerata, l'angolo di una pagina strappata

Qualche volta lo fermo, qualche volta lo lascio stare a baloccarsi: quando ciò accade ne è molto fiero

Qualche volta gli do in sostituzione uno dei suoi: ne ha diversi cartonati, con belle illustrazioni colorate, adatti alla sua età o anche di stoffa antistrappo

Sì, li guarda e li usa per un attimo, ma poi torna sempre a quegli altri

Oggi, mi ritrovavo a pensare che i libri sono degli oggetti potenti, nel senso che hanno qualcosa di magico

Forse lui percepisce proprio quest'aspetto

E da ciò proviene la forte attrazione che hanno i "nostri" libri, più che quelli disponibili per lui

Perché? E' difficile dirlo

sono essere Innanzitutto, c'è nei libri qualcosa connesso con il possesso della parola scritta che di per sè, come erano le antiche rune, ha un che di magico e li rende in qualche misura oggetti di potere

In secondo luogo, é forse perché i libri sono come delle "porte", delle "soglie" che conducono in altri luoghi, geografici e della mente

E questo vale soprattutto per i romanzi - di qualsiasi genere esso siano

Gli scrittori sono sempre dei costruttori di mondi e, nello svolgere questa loro attività, si avvalgono di pezzi della realtà che meglio conoscono o di quelle realtà su cui hanno fatto delle ricerche. Nel loro lavoro di costruzione ci mettono dentro ricordi, frammenti di viaggi compiuti, citazioni di altre letture (e dunque di altri mondi)

Entrare nel mondo della lettura è come entrare in un'infinita Biblioteca di Babele, come dice Borges

Non sono d'accordo sul fatto che le letture debbano essere "seriose"

Una volta un mio collega di specializzazione mi disse che lui leggeva soltanto "trattati" e dotte disquisizioni nell'ambito della psichiatria e della psicoanalisi. Lo disse senza nascondere un malcelato disprezzo nei confronti della narrativa. "Una perdita di tempo! Roba inutile! "- mi sembrò che volesse dire

Ed io mi sentii offeso nel profondo

Invece, dalla lettura si impara tanto di più, se si leggono proprio i romanzi disprezzati da quel mio collega "dotto" (ma anche le narrative e diaristiche di viaggio sono ottime) che parlano della vita degli altri (che, leggendone, diventa anche la nostra) oppure quelli di pura fantasia

Sarà nostro compito, dopo avere usufruito del godimento puro della lettura, procedere ad un lavoro di decostruzione che ci permetta di individuare - se vogliamo farlo - quali siano gli elementi biografici di quell'autori e quali gli elementi della Realtà vera, attivando in fondo quella che è una funzione di "detection" come avviene nel caso dei nostri stessi sogni

In questo senso, la lettura di ogni singola opera, ci introduce in nuovi universi della conoscenza su cui possiamo compiere indagini e ricerche per imparare qualcosa di più o ci porta a leggere altri romanzi

In alcuni casi, a partire da un singolo romanzo letto, potremmo anche intraprendere un viaggio di scoperta dei luoghi in cui è ambientato."Voglio vedere con i miei occhi ciò che ha ispirato l'Autore" - ci diciamo allora

Ecco, per questo, i libri possono essere oggetti di potere

Sono la macchina del tempo che ci fa viaggiare avanti ed indietro in epoche storiche diverse

Sono una macchina che ci conduce in universi fantastici mai visitati prima e che ci fa conoscere personaggi straordinari

Una macchina che ci consente di essere ubiquitari, di percorrere il globo terracqueo in lungo e in largo, di andare sulla luna, di partire per un viaggio d'esplorazione nell'universo, di viaggiare negli abissi sottomarini, e tutto senza muovere un dito dalla nostra stanza (fisica, ma anche mentale) dalle pareti ricoperte di libri.

Oppure ancora possono essere delle macchine "ucroniche" o delle macchine altrettanto meravigliose che ci conducono in universi alternativi

Tutto diventa possibile, anche l'impossibile, a volte

Un singolo libro, in un certo mondo, può anche contenere tutti quelli che abbiamo letto e quelli che ancora non conosciamo, ma nei quali ci imbatteremo.

Una volta dissi scherzosamente ad una mia amica libraia: "Come potrei fare se fossi confinato su di un isola deserta, dopo essere scampato ad un naufragio? Forse, se ne avessi i mezzi - anche un taccuino piccolo piccolo - fosse persino un semplice pezzo di carta - proverei a scrivere io stesso un mio libro da leggere di quando in quando"

I libri sono come una porticina che improvvisamente vedi aprirsi in un muro di mattoni o di pietre rivestite di muschio.

I libri sono "doors in the wall", come nel famoso racconto di un visionario Herbert George Wells

Le letture sono le nostre scappatoie e vie di fuga, di salvamento, di evasione, di costruzione e decostruzione di molti mondi possibili. Anche se sempre occorre fare ritorno da queste escursioni per poterne parlare, per poter raccontare e condividere

Firmino, scritto da Sam Savage (Einaudi, 2008) è una grande parabola allegorica proprio su questo aspetto: la lettura è meravigliosa ed apre la porta di una miriade di mondi diversi ed inaspettati - come è nel caso del topo Firmino che nutrendosi della carta dei libri impara a capire le parole che vi sono scritte - ma ad un certo punto proprio perchè si sono aperti vertiginosi vertici di osservazione - si fa struggente la necessità di comunicare e di parlare, di raccontare a qualcuno ciò che si è visto e si è sentito, condividerlo. Ma il povero Firmino arrivato alla fine della sua lunga vita di topo lettore (e solitario), non avendo il dono della parola parlata, alla fine muore senza aver potuto trasmettere ad alcuno ciò che ha imparato attraverso le sue letture e oppresso da una schiacciante solitudine. E' una storia che nel suo finale mi ha fatto piangere. 

 

 

Nella foto, un graffito a tecnica mista (alcune parti sono realizzate con il découpage) situato all'angolo tra Buxton Street e Brick Lane: un opera che, data la sua modalità di realizzazione, già a distanza di poche settimane dalla sua comparsa, mostra segni di decadimento.

 Io l'ho intitolata "La scimmia lettrice".

E, in parte, il vedere questo "writing" frequentemente nelle ultime due settimane, mi ha ispirato in questa miscellanea di pensieri.
Che  - tra l'altro - mi ha fatto pensare - nello sfondo - ad un libricino che lessi qualche tempo fa che dagli scaffali della libreria di fiducia mi attrasse per la singolarità del suo titolo che era: "La mirabolante storia del Signor Scoppiavaso babbuino istruito", opera prima di Cornelius Medvei (Salani Editore, 2009), in cui si racconta della storia di una famiglia di babbuini savant che, per poter vivere tranquillamente del mondo degli umani, per non suscitare allarmismi e rifiuti, imparano a travestirsi da Umani.

 

 

 


 
Una scimmia se ne sta comodamente in poltrona a leggere L’Isola del tesoro.
Seduto di fronte, l’asino la guarda un po’ scettico e, mentre smanetta al pc, la mitraglia di domande:
«Ci vai su Twitter?»
«Ci fai lo scroll?»
«Hai bisogno della password?»
E la scimmia, ogni volta paziente, nonostante forse non chieda di meglio che essere lasciata in pace, risponde:
«E’ un libro».
 
Scritto e illustrato da Lane Smith, in maniera godibile, brillante, fulminante, incisiva, questo albo mette in scena il duello, proprio dell’era digitale, tra il libro e i supporti tecnologici e-reader.
La scimmia, insomma, terminerà di leggere L’Isola del tesoro o, messa alle strette dall’incalzare dell’asino, non potrà non riconoscere che in fin dei conti un libro è talmente antiquato da non essere neanche analogico?
Da leggere assolutamente (con la speranza di non essere interrotti). Per bambini dai cinque anni, ma consigliato anche ai grandi e, soprattutto, alle scimmie e agli asini ipertecnologici.

Questo è il sito di Lane Smith e questo il book trailer del libro che in America sta spopolando..

Lane Smith, E' un libro, Rizzoli 2010

 

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12 aprile 2014 6 12 /04 /aprile /2014 07:41

Berlusconi e il potere dei soldi

E' davvero irritante sentire certe notizie.

Innanzitutto nel constatare che il tormentone di quei dieci di mesi ed una manciata di giorni di pena da scontare non cominciano mai ad essere computati perchè Berlusconi con i suoi avvocati tengono tutti in sospeso, sfruttando tutti i possibili cavilli per rimandare la comunicazione - stando ai termini di legge - sul modo in cui sconterà quella pena: agli arresti domiciliari o, come misura alternativa, affidato ad un servizio sociale per svolgervi lavoro volontaio.

 

Adesso, sembrerebbe - è svolta di questi ultimi giorni, poichè non si può più rimandare una decisione - che Berlusconi, dovendo scegliere opterà per la seconda soluzione.

 

E i suoi avvocati stanno lavorando in questa direzione.

 

Fatta la legge, trovato l'inganno.

 

E Berlusconi ancora una volta la farà in barba a tutto, grazie al potere dei suoi soldi.

 

A quanto pare - ed è questa la notizia che dà sinceramente il voltastomaco, almeno a me - lavorerà in una struttura di riposo per anziani.

 

Alcuni potrebbero obiettare: "Lodevole!".

 

Ma ce lo vedete Berlusconi a spingere delle carrozzine oppure a fare l'intrattenitore-animatore, raccontando ai suoi "assistiti" di Romolo e remolo?
Sembra che, in questa eventualità, il nostro dovrà prestare una volta alla settimana soltanto e con orari flessibili in funzioni dei suoi disparati impegni: quindi, una pena davvero risibile...e del tutto compatibile con i suoi massimi impegni.

 

E poi dove potrebbe stare la magagna?

 

Con il Nanetto di Arcore la magagna c'è sempre.

E... non si può mai sapere... 

 

E questa volta è abbastanza palese, un autentico smacco per le pubbliche istituzioni ed uno sberleffo selvaggio a tutti i cittadini perbene.

 

Andrebbe tutto bene se non fosse che...

Innanzittutto, bisogna vedere se ci sono delle strutture per anziani - nell'ambito del volontariato - disponibili ad accoglierlo...

Già, perchè la possibilità di fare del lavoro volontario, come misura alternativa, dipende dalla volontà della struttura sociale in questione - liberamente espressa - ad accogliere la persona.
Non basta che uno dica: Voglio fare questo.
E, poi, a fare cosa?

Si ventila, per esempio, che ce ne sia una a meno di un chilometro di distanza dalla casa di Arcore ... comodissima! 

 

Ma poi si insinua un dubbio nella nostra mente assuefatta alle sorpese del teatro berlusconiano.

 

Quale?

 

Viene lo strazio a dirlo: farò uno sforzo!

 

Ebbene, e se non ci fossero strutture "vere" del volontariato disponibili ad accoglierlo e se, a questo punto, dovesse egli trovarsi a lavorare come volontario in una struttura assistenziale per anziani ...di sua proprietà, che verrà posta in essere proprio per la bisogna e in una cascina di sua proprietà?

Cosa direste a questo punto? 

 

E in questo caso, quello che andrà a fare che lavoro sarà? Che senso avrà come "pena"? 

 

Visto che il Berlusca in quell'ipotetica struttura sarà padrone a casa sua e visto che non si sa chi lo dovrà controllare nel suo operato.

 

Sarebbe questa una soluzione davvero "non soluzione" e una risposta beffarda per l'Italia delle istituzioni, dei cittadini che lavorano e per quelli che, non avendo soldi, scontano la loro pena senza scappatoie. 

 

Robe da non credersi.

 

Robe italiane.

 

Staremo vedere gli ulteriori atti di questo teatrino.

 

Ho saltato dei passaggi e, da autentico malpensante, sono andato subito alle conclusioni di una telenovela che potrebbe diventare davvero una storia esemplare per i palinsesti di Mediaset. 

 

Ho fatto un po' di docufiction nel ventilare questa possibile conclusione: ma - dopotutto - ci ha fatto una migliore figura Cuffaro, l'ex-Presidente della Regione Sicilia che condannato per fiancheggiamento di organizzazione mafiosa, sta dignitosamente scontado la sua pena in carcere, in silenzio, senza alcuna grancassa mediatica, riflettendo e pregando: nell'accettazione della sua pena con cristiana rassegnazione si è solo per questo "riabilitato" moralmente.

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7 aprile 2014 1 07 /04 /aprile /2014 10:01

Aloha! e i nostri cattivi vezzi linguistici

 

(Maurizio Crispi) Mi chiedo per quale motivo - in una misura sempre crescente - si debba indulgere nel discutibile vezzo di salutare e di salutarsi con la parola "Aloha" che, nella lontana ed esotica lingua hawaiiana, è un'espressione di saluto usata per rappresentare affetto, amore, pace, compassione e misericordia.
Mi sembra una di quelle stupide indulgenze alla moda del momento, espressione della nostra tendenza allo scimmiottamento: cosa c'è che non va - mi chiedo - nel nostro "Ciao!", oppure nel comune "Salve!" o "Benvenuto!"?.
Dire "Aloha!" mi sembra francamente un'abitudine spocchiosa: se ci sente "in" e parte di una "confraternita" o "tribù" di eletti, ci si saluta così.
Come tutte le cose che sono espressione di un'adesione alle mode del momento, questa consuetudine - soprattutto se la parola in questione la sento pronunciar in radio - mi fa rivoltare lo stomaco.
Forse sarò intollerante, ma non ci posso fare nulla.
Non mi ci vedo proprio a dire "Aloha" a destra e a manca...

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27 marzo 2014 4 27 /03 /marzo /2014 07:04

Le mappe del cielo

 

 

Quasi ogni giorno per me, comincia con l'esame del cielo.
Lo scruto e ne osservo i quotidiani cambiamenti, anche per dare il senso del continuo evolversi delle cose.
E non è mai eguale a quello del giorno prima.
E questa differenza fa apparire diversi gli oggetti che stanno sotto e li trasforma, colorandoli di colori diversi e donando loro riflessi inusitati.
Anche gli Antichi guardavano sempre i Cieli, alla ricerca di segni che fossero prodigi o semplici e rudimentali indicazioni metereologiche, non aveva importanza, o lo interrogava alla ricerca di presagi, come un improvviso volo di uccelli da Est ad Ovest.
E tracciamo sempre delle mappe del cielo...
I suoi cambiamenti sono anche i nostri cambiamenti e si inscrivono nella nostra metne, come se questa fosse fatta della cera molle di una tavoletta di scrittura.

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25 marzo 2014 2 25 /03 /marzo /2014 22:37

L'universalità della ricerca dell'estasi

La ricerca dell'Estasi è universale. Tutti si ritrovano, prima o poi, in un momento della propria vita impegnati in comportamenti di vario genere che preludono (o facilitano) il raggiungimento di quel particolare stato della mente definibile come estasi.
Si potrebbe dire che questa ricerca e il raggiungimento - anche se per brevi istanti soltanto - di questo particolare stato mentale siano insiti nella natura umana, e  che, forse, appartengano anche a quella animale (se si considera che, come è stato evidenziato da recenti richerche, anche gli animali si nutrono a volte di specifiche piante - o insetti - che possiedono proprietà inebrianti, piante che vengono ricercate - secondo gli esperti - proprio a questo scopo1).

 

L'estasi, intesa come modalità di ricerca universale, va svincolata nelle sue prassi ed anche dal punto di vista definitorio dalla ricerca dell'Estasi religiosa, cioè quella irregimentata in un sistema di credenze (in cui si può anche far rientrare l'"Estasi Oracolare" degli antichi Greci).
Questa è l'Estasi "normata" o "istituzionale" per così dire, in cui ciò che accade alla mente (e allo spirito) deve essere necessariamente inquadrato all'interno di un determinato quadro di riferimento (e si pensi alle profonde differenze di fedi religiose).

L'universalità della ricerca dell'estasiAll'origine di tutto vi è tuttavia la cosiddetta "estasi selvaggia"2 che, anche se riduttivamente, si può intendere come un momento in cui si crea uno slittamento di piani tra il reale e il sovrannaturale, o in cui il livello ordinario della coscienza con i suoi riferimenti abitudinari si dissolve, permettendo alla nostra mente di ricevere degli input sensoriali più complessi e di sintonizzarsi su di un ordine cosmico mai percepito prima, oppure di lasciare fluire dentro di sé l'energia dell'Universo e sentirsene sopraffatti, oppure, ancora, di percepire in maniera mai sperimentata prima l'armonia di tutte le cose e di vederne inediti colori e forme, in connessioni nuove mai immaginate, o ancora di essere usciti da se stessi e di galleggiare in alto, mettendo in funzione un'inusitata vista panoramica su tutte le cose.
Per alcuni versi, quella dell'estasi "selvaggia" è un'esperienza mistica, dalle molte possibili sfaccettature.
Le Chiese costituite guardano a tali esperienze e ai loro resoconti con sospetto, perchè ciascuna Chiesa irrigidita dal suo dogma ritiene che quelle forme di estasi escano dal loro canone e che, soprattutto, non parlino in modo esplicito del rapporto con il loro Dio.

 

Dal punto di vista etimologico, "estasi", dal latino ex-stasis, significa semplicemente "fuori dall'immobilità": in altri termini, si vuole esprimere con questa semplice parola, uno scarto, uno slittamento improvviso, un inciampo della mente, un passaggio repentino da un piano all'altro, da un modo di funzionamento mentale ad un altro che è poi il satori zen, come illuminazione istantanea, quando all'improvviso ed in maniera imprevista ci si libera dagli abituali vincoli cognitivi

 

Dal punto di vista psicologico l'estasi è uno "stato alterato (o, meglio, modificato) di coscienza": su cui l'Occidente, in termini di studi, si è occupato ben poco, soprattutto per quanto riguarda tutto ciò che esprime il raggiungimento di stati mentali superiori, mentre - come spesso accade alla Medicina occidentale - non mancano gli studi sui "minus" e sulle alterazioni deficitarie della coscienza, con un'unica eccezione che concerne l'assunzione di specifiche sostanze psicoattive, ma anche in quel caso guardando agli effetti in termini di patologia e di alterazioni psicopatologiche.
Probabilmente, il raggiungimento dell'Estasi esprime una nostra capacità di attivare a pieno le potenzialità del nostro cervello che in gran parte rimangono misteriose: alcuni neuroscienziati sostengono che, normalmente da adulti, utilizziamo soltanto il 10% della nostra massa cerebrale per lo svolgimento di tutte le funzioni legate alla nostra vita quotidiana.

 

L'universalità della ricerca dell'estasiL'estasi ci fa guardare alle cose in una maniera e secondo una prospettiva diverse, ce ne allontana e ci consente una visone panoramica, dopo la quale ritorniamo ad essere noi stessi con una consapevolezza mutata.

modi per raggiungere l'estasi sono diversi (e non mi soffermerò sulle diverse tecniche, se non indicando genericamente che una funzione importante se non basilare è data da tutte le tecniche di controllo del respiro), ma il movimento del corpo soprattutto nell'esecuzione di certi movimenti ritimici può avere una funzione importante, se non determinante.

Camminare e correre nelle lunghe distanze possono essere responsabili di micro-estasi (che, tuttavia, il più delle volte, rimangono misconosciute).

In alcuni casi, il movimento può assumere una funzione determinante, soprattutto quando riesce ad infrangere le usuali coordinati spaziali in cui si collocca il nostro esistere: basti pensare all'immagine iconica dei dervisci danzanti, cioè di quei seguaci del  Sufismo che raggiugono l'estasi ruotando vorticosamente su se stessi3.

 

In ogni caso, tornando alla formulazione iniziale, la ricerca dell'estasi è un fatto universale e non è da considerare una cosa in sé negativo, anche se i medici tenderebbero ad assimilare riduttivamente tutto ciò che riguarda quest'ambito all'assunzione di droghe che alterano la mente e a considerare come "pericoloso" ogni situazione in cui si va alla ricerca dell'estasi senza stimoli chimici (quasi che ciò fosse propedeutico alla loro assunzione).

 

C'è un che di innocente e di magico in questa ricerca che nasce spontaneamente anche nei bambini e nei ragazzini, senza che nesuno abbia loro spiegato cosa ciò possa significare.
L'altro giorno mi è capitato di osservare dalla finestra che si affaccia sulla scuola dirimpetto (la Saint Mary and Saint Michael Chirstian Catholic Church) la seguente scena alla fine delle lezioni.
Due studentesse, nell'uniforme della scuola, correvano spensierati nello spiazzo antistante, rincorrendosi.

Poi, una delle due ha cominciato a roteare su stessa come una trottola e lo ha fatto sino a che non si è lasciata cadere  a terra sfinita, ma - dopo un attimo - si è rialzata e ha ripreso, ancora e ancora.
Ecco questa è un'immagine ben calzante della ricerca dell'estasi spontanea, quando non è ancora stata repressa e corrotta dal processo educativo.
E da questa osservazione casuale (che mi ha riportato alla mia infanzia e ad analoghe mie sperimentazioni, come appunto girare su me stesso sino a cader esfinito a terra, in preda alle vertigini, ma anche i racconti di esperienze di miei pazienti3) sono scaturite le cose che ho appena finito di scrivere. 

 

 

 

NOTE

 


 

1. - Si veda, ad esempio, il recentissimo studio di Giorgio Samorini, Animali che si drogano, ShaKe, 2013, in cui l'autore - alla luce della sua enciclopedica conoscenza della materia ci parla di mucche che si cibano solo di droghe, di capre che perdono i denti a furia di raschiare dalle rocce licheni psicoattivi, di scimmie che si mettono in bocca grossi millepiedi per ottenere un effetto esilarante simile al popper, di uccelli che si danno a enormi sbornie collettive, di gatti che assumono afrodisiaci vegetali prima di copulare, fiori che ricompensano i loro insetti impollinatori con delle droghe invece che col solito nettare.
La credenza che lo "sporco" comportamento di drogarsi sia specifico della specie umana è oramai solamente una delle tante favole inventate dall'antropocentrismo di cui è afflitta la cultura occidentale. Gli animali si curano.
Gli animali si drogano.
Gli animali hanno comportamenti sessuali privi di fini procreativi, inclusa l'omosessualità.
Gli animali hanno una coscienza.
Tutte affermazioni ormai supportate da un'ampia mole di dati scientifici, ma che restano inammissibili secondo i rigidi principi del behaviorismo e del darwinismo ortodosso (fortemente antropocentrici, tra l'altro).
In quest'opera Samorini espone i dati dell'uso di droghe nel mondo animale, e si cimenta in una dissertazione sulle motivazioni che spingono animali e uomini a drogarsi, avvalendosi anche dei nuovi paradigmi scientifici quali l'Esuberanza Biologica, la Teoria del Caos, il post-Darwinismo, la Non-Località quantistica, aprendo la strada a nuove "teorie della droga", ritenute dallo stesso autore "magnificamente inaccettabili" e proprio per questo "coerentemente proponibili".


 

2.- E' fondamentale, a tal riguardo, per lo sforzo di definire gli ambiti della Mistica selvaggia e la sua capacità di compenetrare la quotidianità, lo studio di Michel Hulin, La Mistica selvaggia. Agli antipodi della coscienza (alcuni fa pubblicato da Red Edizioni e ora disponiile per i tipi di IPOC, 2012). "Non esiste da un lato una piccola mistica, marginale, incompleta, nebulosa, e persino degenerata o patologica, e dall'altro una Grande Mistica, l'unica autenticamente religiosa, la strada maestra che condurrebbe alla conoscenza di Dio (...) la mistica selvaggia comprende, già da sola, tutta la mistica. Fin dal suo iniziale manifestarsi che sconvolge gli schemi percettivi, rimette in questione tutti i nostri postulati sociali, morali o religiosi, e lascia fluire in noi una marea di stati affettivi, il fenomeno mistico si dimostra pura primitività per sua stessa essenza. Per quanto varie possano essere le modalità che favoriscono l'emergere dell'esperienza mistica (droga, trauma emotivo o pratiche di preghiera e di ascesi), essa fa identicamente naufragare la persona sociale, le sue credenze, i suoi ideali e la sua rispettabilità (...) Ma se mai si potesse incontrare un vissuto mistico allo stato puro, è vero che esso sparirebbe dal nostro campo di rappresentazione qualora lo lasciassimo sussistere, volatile com'è, vergine di interpretazione (...) Selvaggia può diventare allora (...) l'interpretazione del fenomeno mistico, non il fenomeno stesso. Il problema posto dalla mistica selvaggia è dunque prima di tutto di ordine culturale e storico. Laddove gruppi sociali omogenei (tradizioni iniziatiche o vere e proprie Chiese) hanno saputo mettere a punto, generazione dopo generazione, tecniche di induzione e codici di deciframento dell'esperienza estatica, il fenomeno 'mistica selvaggia' non compare praticamente mai, oppure si trova confinato ai margini dell'esistenza individuale o sociale (...) In compenso, esso riemerge e torna a estendersi ogni volta che i codici si offuscano e perdono la loro efficacia. È quanto si produce nei periodi di transizione storica e di crisi religiosa. Una cosa è lamentarsi dell'attuale dilagare del sentimento oceanico nelle sue forme più fruste e spesso più distruttive, altro è potersi servire di argini e canali capaci di contenerne la futura espansione selvaggia".

 

3.- Che è poi il senso ultimo della famosa frase nietzchiana "Occorre avere il caos dentro di sé per generare una stella danzante".

 

4.- Tra questi ultimi, molto calzante è il racconto - da me raccolto nel corso della mia attività professionale - di un'esperienza micro-estatica in cui il paziente, allora giovanissimo, aplicò questa tecnica, trovandosi a nuotare nell'acqua profonda. Si immerse ad una certa profondità e cominciò a masturbarsi, contemporaneamente roteando su stesso, accoppiando quindi gli stimoli della masturbazione, con l'effetto della parziale apnea e del disorientamento spaziale. Sperimentò una sensazione molto forte d intensa. "Un lampo di azzurro mi attraversò" - riferì. Una esperienza di estasi selvaggia "indotta", certo, ma rischiando molto, nello stesso tempo: infatti, quando dopo l'esperienza del "lampo", ritornò in sé si sentì smarrito e debole e fece fatica a ri-orientarsi e a rimergere per prendere una boccata d'aria e salvarsi dall'asfissia.

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1 marzo 2014 6 01 /03 /marzo /2014 08:04

Modestia britannica

 

Quando andavo a scuola - prima all'Asilo e poi alle Elementari - era di prammatica indossare il "grembiule", a volte nero, a volte azzurro, qualche volta ingentilito da un fiocchetto bianco che pendeva dal colletto.

Non ci chiedevamo perchè o percome, né questa richiesta della Direzione scolastica veniva messa in discussione dai genitori.

Era una cosa che si doveva fare e basta.

Ma, in definitiva, era un dispositivo comodo e funzionale (non che ne caldeggi l'uso ora, ovviamente)

Il grembiule proteggeva i vestiti dal logoramento e dalle inevitabili macchie: in fondo, andare a scuola era il nostro lavoro e quella era - a tutti gli effetti - una divisa da lavoro. Ma c'è anche da dire che quelli erano gli anni del dopoguerra: ed eravamo tutti ben più poveri di adesso.Ma - in quel grembiule deamicisiano - c'era anche un altro significato più profondo che introduceva un elemento di democraticità e di condivisione dello stesso ambiente senza divisioni in classi di censo, poichè - come ogni uniforme - rendeva tutti eguali ed impediva che ciascuno esibisse gli indumenti e i relativi orpelli del proprio status sociale.

 

Poi, con il passare del tempo, l'usanza del grembiule in classe divenne obsoleta e nessuno lo indossò più (anche se, sporadicamente, in alcune scuole elementari, alcune maestre lo richiedono con il supporto della Direzione didattica): non fu tanto perchè lo rifiutarono gli alunni che, senza condizionamenti esterni, sarebbero portati ad uniformarsi ad una regola data da una fonte autorevole, ma perché furono i genitori a volerlo rlegare nella soffitta d'una scuola arcaica e post-risorgimentale, ritenedolo penitenziale e affliggente. Ma, in realtà, nella società affluente del boom economico era divenuto un'inutile gramaglia, soprattutto agli occhi delle mamme che, narcisisiste e vanitose, vogliono mandare il loro bambinetto a scuola vestito come un "pupiddo".

 

Quando mio figlio Francesco era piccolo e cominciò a frequentare le Elementari, ci fu un tentativo da parte del Direttore didattico e delle maestre della sua scuola di riportare quest'usanza in auge, anche se in una forma diversa.

Le maestre, infatti, in una riunione con i genitori, proprosero che i bambini venissero mandati a scuola, indossando una tuta sportiva che doveva però essere eguale per tutti.

La proposta mi piacque, ma il mio rimase un rapporto di minoranza contro la schiacciante levata di scudi di tutte le altre mamme presenti.

 

"No, no, no e poi no" - girdarono tutte assieme, capricciosamente ed impetuosamente.

Naturalmente, non se ne fece nulla.

Correttamente, le maestre addussero due ordini di fattori, a corroborare la loro proposta. Il primo era quello di garantire gli abiti normali da un eccessivo logoramento ("Non tutti i genitori possono consentirsi di spender eper acquistare dei vestiti buoni per la scuola"). Il secondo (prioritario) era quello di fare in modo che si appiattissero le differenze di status sociale tra i diversi alunni. creando un'atmosfera paritaria e evitando, nello stesso tempo, di stimolare forme inopportune di competitività oppure di suscitare nei meno abbienti neo-bisogni e desideri frustranti.

 

Qui, in Gran Bretagna, sembra ancora una volta di essere in un altro mondo.

In tutte le scuole di ogni ordine e grado, si indossa un'uniforme scolastica. E si badi, non è un'uniforme standard per tutte le scuole, ma ogni istituto ha la sua, con un'ampia gamma di indumenti che sono d'obbligo, identici sia nella fattura sia nei colori (pe finire con il badge esclusivo della Scuola)..

Indossare l'uniforme, fornisce agli studenti di quella scuola un forte senso di appartenenza ad una comunità e, nello stesso tempo, evita che attraverso il vestiario, utilizzato come Status Symbol, si possano creare soverchianti differenze tra compagni di una stessa classe o dello stesso istituto.

 

E ciò si applica anche nel caso che gli alunni utilizzino gli abiti tradizionali della propria etnia: in questi casi, viene richiesto il rispetto di certi colori che sono quelli dell'Istituto frequentato (vedi la foto di un gruppo di alunne musulmane che è stata ripresa all'uscita da una scuola nell'East End londinese).

 

Nessuno fiata per quest'obbligo: un obbligo che, a differenza di quanto accade in Italia (in questo caso, come in molte altre circostanze), non è negoziabile. Si deve fare così e basta.

 

La ratio dell'uniforme rimane identica alle motivazione addotte dalle maestre della scula elementare di mio figlio, quando chiedevano che i bambini utilizzassero una tuta sportiva eguale per tutti.Ma qui, in Gran Bretagna, c'è un elemento in più che incrementa la motivazione ad accettare l'uniforme, oltre al già citato senso di appartenenza ad una comunità specifica: e si tratta della modestia.

In tutti i modi, qui in Gran Bretagna, si cerca di insegnare a vivere in relazione agli altri in modo sommesso, senza mai sopravanzarli e senza mai creare disagio con un atteggiamento ridondante e troppo espansivo.

 

Alcuni locali pubblici, da questo punto di vista, invitano ala "modestia" nell'abbigliamento, per evitare che altri avventori possano sentirsi a disagio.

 

La modestia diventa così un pilone fondante del senso della comunità e del rispetto verso gli altri. 

 

Modestia britannica

 

"Apprezzeremmo molto se i nostri clienti indossassero abiti modesti per evitare di ferire la sensibilità degli altri" - così recita la seconda frase di un cartello esposto all'esterno di un coffeshop nell'East End Londinese (Commercial Road), dove si fa anche book exchange.

 

 

 

Nella foto in alto: Alunne musulmane all'uscita da scuola dell'East End londinese: scelte obbligatoire nei colori e nei capi d'abbigliamento da adottare, pur nel rispetto della diversità etnica.

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28 febbraio 2014 5 28 /02 /febbraio /2014 08:07

I miei ritmi di lettura

A volte, se un libro mi piace veramente, comincio a procedere nella lettura a pieno regime e vado come un treno

Sono preso dall'ansia di arrivare alla fine, un'ansia che non è esattamente identica all'ansia bulimica di divorare un libro appresso all'altro.

A volte, assecondo questa voglia simil-bulimica. 

Ma se un libro mi piace veramente, allora, scatta un meccanismo diverso.

Quando mi rendo conto di averne superato la metà e quando - specie se si tratta di un'opera di narrativa - l'intreccio si fa incalzante, ecco che vengo preso dall'ansia contraria di arrivare troppo presto alla fine.

La fine di un romanzo che ci è piaciuto è come un addio: è tale il piacere di stare assieme ai personaggi che lo popolano e che hai imparato ad amare che non li si vorrebbe più lasciare.

E, quando la fine sarà giunta, occorrerà congedarsi da loro.

Pagina dopo pagina l'ora degli addii si fa incombente e questo accade ben prima che si arrivi all'ultimo capitolo o che i nostri occhi si posino sulla parola fine.

Capisco adesso, a distanza di molti anni, il senso di un romanzo di Willliam Golding (Nobel per la letteratura e autore del magistrale "Il Signore delle Mosche") che finiva senza finire, in realtà. Arrivai all'ultima pagina, all'ultima frase che era lasciata in sospeso, con i puntini di sospensione...

E rimanevi con la sensazione che il romanzo non fosse finito, poichè la sua conclusione era rimasta aperta. Mi chiederete quale fosse questo romanzo. ma la memoria in questo momento non mi aiuta. Forse si trattava di "Riti di passaggio". Prima o poi controllerò. Anche perchè mi viene in mente che ho un conto in sospeso con William Golding, nel senso che mi manca la lettura di alcune delle sue opere. 

Insomma, quando arrivi nei pressi della fine di un romanzo (e, come ho detto, la percezione della fine può già farsi incalzante, quando si è nel pieno della narrazione che scorre come un fiume tumultuoso), è come quando, giungendo il momento di partire e di lasciare i nostri cari, continuiamo ad indugiare per guadagnare qualche altro minuto prezioso in loro compagnia e troviamo scuse per ritardare il commiato.

 

I miei ritmi di letturaQuando mi rendo conto ciò, metto freno e comincio a centellinare le pagine: concedendomi solo poche di esse per ciascuna seduta di lettura: poi, con uno sforzo sovrumano, chiudo quel libro (ed è, credetemi, un'operazione che faccio sempre con un certo rammarico) e passo ad altro.

 

In questo modo il piacere di quella lettura durerà più a lungo, poiché interviene anche il piacere della dilazione e della sospensione, indubbiamente: e c'è il tempo di compiere un lavorio mentale inconsapevole su ciò che abbiamo assorbito sino a quel punto.

E' come un amplesso che si decide di protrarre il più a lungo possibile, postponendo il momento finale. Un coitus reservatus, per così dire, o anche una modalità di sesso tantrico in cui ciò che importa è il percorso dell'eros, in cui si valorizza - più che la violenta scarica dell’acme - il godimento prolungato di un un piacere rifratto, senza che ci sia mai un culmine, e dell'attivazione sensuale sempre più complessa, non certamente un orgasmo finale che lascia un vuoto, aprendo la porta alla tristezza e alla malinconia (Post coitum omne animal triste).

 

Sì, il raffronto tra piacere per la lettura e godimento sessuale, in realtà, non è ardito o irriverente come potrebbe sembrare a prima vista.

 

Perchè il rapporto con i libri spesso è sensuale.

I libri vanno toccati, odorati, sporcati: se sulle pagine ci sono chiazze di caffè o ditate di marmellate, ciò che significa che il rapporto con loro è stato vissuto profondamente.Dobbiamo sentire il loro peso nelle nostre mani, le qualità della superficie della pagina, guardare più volta la loro copertina e scoprire ogni volta piccoli, nuovi, dettagli. 

Le loro pagine bianche e i margini vuoti devono essere annotati dalla nostre penna con brevi commenti sul libro stesso oppure per scriverci su altri pensieri non attinenti (ciò che ci è venuto in mente come percorso libero associativo durante la lettura, un sogno o quant'altro, ma perfino una breve nota della spesa, un promemoria su di una notizia che abbiamo appena sentito alla radio e così via).

 

C'è fisicità nella lettura: le singole parole devono essere come acini d'uva che si schiacciano crocchianti tra i denti e il cui succo assapporiamo con voluttà ad occhi chiusi, lasciandoci inebriare dalle sensazioni.

 

Quindi, se a volte bisogna essere capaci di leggere velocemente, altre volte dobbiamo trovare la capacità di essere lenti per assaporare ogni singola pagina, come quando siamo posti di fronte ad un vino pregiato che va degustato a piccoli sorsi per poterne apprezzare il bouquet in tutte le sue sfumature. 

 

 

I miei ritmi di lettura

 

 

 

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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