Di quando in quando
ritorno al cimitero
Ho trascurato di andarci in visita
per i miei morti,
lo ammetto
Ma non ho mancato mai
di passare dalla sepoltura di famiglia
quando sono andato ad onorare
e a compiangere altre morti
Sono momenti questi
In cui ci si ritrova a pensare
ai propri morti
alla propria solitudine
al cospetto della morte
ma anche al senso di solidarietà
che ogni morte genera
Nessun uomo è un isola
Quando la campana suona a morto,
non chiedere mai
per chi stia suonando,
perché essa suona anche per te
I commiati
i transiti
i passaggi
sono sempre tristi
ma posso anche essere un momento
che accresce
attraverso la perdita
la nostra forza interiore
al pensiero che coloro che ci lasciano
stiano entrando in qualche modo
in una Luce trascendente e ineffabile,
in un Mistero
che travalica qualsiasi fede
qualsiasi convinzione religiosa
Il cimitero
I riti ultimi
Il fumo dell’incenso
L’aspersione dell’acqua benedetta
sono tutti passaggi necessari
perché scandiscono
il rituale della transizione
e lo rendono solenne
Noi viviamo quel transito
come se fossimo noi stessi
a dover transitare
da questo all’altro mondo
Siamo noi colui o colei
che non è più
Siamo noi dentro a quel feretro
Siamo noi i destinatari
del pianto e della commozione
La Morte in sè é impensabile,
indicibile,
incommensurabile,
indescrivibile
ed é solo specchiandoci in altre morti
che possiamo prefigurarci
il nostro trapasso
Il cimitero con i suoi viali
fiancheggiati di bosso e di alti cipressi,
con le sue sepolture di pietra
dalle cappelle gentilizie
alle sepolture verticali
chiuse da una lapide orizzontale
più o meno adorna di sculture
di scritture di immagini dei defunti
di scritte dolenti
e quell’odore dolciastro
che è a metà tra profumo
denso e sontuoso di fioriture
e vago sentore di putrefazione,
le sepolture spoglie e decadenti
da tempo abbandonate
e senza più nessuna cura
da parte di mani amorevoli,
tutto ciò ci rimanda
con prepotenza
alla consapevolezza dell’impermanenza
Per stare nella vita
occorre esser capaci
di stare nei pressi della morte,
di lasciarci toccare da essa
Per vivere
bisogna saper morire
Mi sono addormentato di botto
e ho dormito un sonno di piombo
Ho sognato
Per qualche motivo futile
andavo a casa di mio figlio grande
Non so, forse dovevo portare qualcosa,
o prender qualcosa, forse un libro,
o dei libri
Andavo prima da sua madre
E le dicevo che sarei entrato
nell’appartamento contiguo,
quello di mio figlio,
anche se lui non c’era
La chiave, pur nuova e lucente,
stentava a girare nella toppa
Ma poi la serratura cedeva
Ed ero dentro
Nel mentre sopraggiungeva
proprio lui, mio figlio
Era altero e di poche parole
Non sembrava interessato
a sapere di me e del motivo
che mi aveva spinto
ad andare a casa sua
Lui aveva fretta,
era solo di passaggio,
aspettava altri amici
con i quali doveva incontrarsi
di lì a poco
per andare ad una di quelle serate turbinose,
di musiche, strepiti e danze
Rimaneva tutto in sospeso
Le parole restavano non dette
Presto tutto crollerà
o comunque finirà
Case ed edifici che si erano pensati eterni
cederanno logorate dal peso degli anni
Le tubature cederanno
Le mura vetuste si sgretoleranno
E noi che abbiamo vissuto per anni
chiusi in una fortezza impenetrabile
vedremo crollare
una per una
le nostre difese,
bastioni, casematte,
camminamenti di controscarpa,
passaggi sotterranei e rifugi anti-atomici
e saremo vulnerabili ed esposti,
improvvisamente fragili,
come tartarughe private del loro scudo
Alla fine nulla rimarrà,
solo puzzo di bruciato,
una pioggia lenta di cenere grigia
e le pagine sparse e corrose
di chissà quali libri smembrati
si solleveranno in volo
sospinte dalle brezze letali,
come un turbinio di foglie accartocciate
danzanti una danza di morte
dopo l’olocausto nucleare e le piogge nere
Monte dell'alba (foto di Maurizio Crispi)
Risveglio
Sentore di legna bruciata
Aria fresca e frizzante
Luce dorata
Monti dorati
Alba dorata
Il mattino ha l’oro in bocca
Mi sono svegliato
di colpo,
occhi sbarrati nel buio,
la testa pesante
perché avevo sognato
sino al punto del risveglio,
ma non riuscivo a sbrogliare
la matassa informe
che occupava la mia testa,
ingombrante e immobile
come un grosso blocco di pietra
o forse anche di granito, inattaccabile
Sono stato un po’ a lambiccarmi il cervello
Ma niente da fare!
Quell’ammasso pietroso
rimaneva lì e non mi parlava
A volte la narrazione di un sogno
si realizza mettendo su di una tela
su cui appare abbozzata una forma
dettagli, linee, colori e sfumature
Altre volte, invece, si ottiene
con faticoso levare
come quando si ha davanti
un blocco di pietra o di legno
e con mazzuolo e scalpelli e sgorbie
con pazienza ma anche con forza
si deve togliere via
l’eccesso di materia
per fare emergere
la forma che sta sotto
[“per via di porre”
contrapposto al “per via di levare”
nell’analogia michelangiolesca
per dire la principale differenza
tra pittura e scultura,
applicata al sogno]
“Io intendo scultura, quella che si fa per forza di levare: quella che si fa per via di porre, è simile alla pittura: basta, che venendo l’una e l’altra da una medesima intelligenza, cioè scultura e pittura, si può far fare loro una buona pace insieme, e lasciar tante dispute; perché vi va più tempo, che a far le figure”
Poi rieccolo il sognare!
Sono in una grande città di mare,
con vocazione di resort vacanziero
Luogo di divertimento e svago:
la città è affollatissima,
gremita di gente vociante e festosa
Il brusio insistente di parole e risate
mi riempie la testa e me la fa scoppiare
È troppo! Il troppo stroppia!
Resisto e cammino tra la folla
alla ricerca di uno che si chiama
Paco Camino
(anche se non so di chi si tratti),
ma mai lo trovo costui
Vedo una spiaggia dorata
un tempo meravigliosa
oggi sfregiata da lavori
di addomesticamento
Leggiadre aiuole, palmizi e fioriere
e bancarelle di venditori
Dov’è la bellezza selvaggia d’un tempo?
Sono irritato, mentre cammino,
immerso nel bagno di folla,
sospinto quasi, sempre avanti
senza poter esprimere
un briciolo di volontà
Sono qui
Sono lá
Dove sono io?
Il cane fedele è con me,
anche lui spaesato, disorientato
Siamo due revenant
ritornati dopo lunga assenza
e nulla riconoscono dei luoghi
un tempo familiari
C’è una struttura di cemento
aggettante sul mare
e anche lì cammino e cammino,
stupito della quantità di negozi,
tutti eguali,
la cui vocazione è secernere paccottiglia
Ma tutti sembrano essere felici così,
vocianti, estasiati,
in fibrillazione
Poi camminiamo lungo un viale
nel quale si susseguono in fila
decine e decine di enormi SUV
di acciaio brunito,
minacciosi
- o forse sono veicoli da guerra -
pieni di dispositivi misteriosi
Mi ritrovo, infine, in una stanza
Dietro la porta chiusa
c’è il cane uggiolante
Quando la apro
ritrovo il cane festoso
e mio figlio Gabriel
che mi sorride
(Stacco)
Poi sono di nuovo in movimento
Mi fermo ad un bar
che ha dei tavoli rotondi
nel dehor che dà sulla strada
Armeggio con le mie cose
e consulto carte, giornali, libri
Tutto è in disordine caotico
Poi viene il momento di andare via
e ricaccio tutto nello zaino,
senza metodo,
cosicché mi avanza sempre qualcosa
Mi arrendo, alla fine,
e lascio sul tavolo un quotidiano
malamente ripiegato,
tutto stropicciato
Sbuffo di impazienza e risentimento
Mi ritrovo nella comunità
e qui l’amministrativo di turno
mi informa che,
essendo la porta della cucina
(quella che si apre direttamente
sulla strada)
rotta (si tratta della serratura difettosa)
verrà murata
in modo da risolvere ogni problema
alla radice
Io ribatto, controbatto, argomento
Vorrei sostenere il punto di vista
che è molto più economica e ragionevole
la soluzione conservativa,
quella cioè di sostituire o riparare
la serratura compromessa
Ma non la spunto
In alto dove si puote ciò che si vuole
è stata già presa la fatidica decisione
La porta dovrà essere rimossa
e il suo vano murato
Decido di non replicare più
e non dimandare più
C’è movimento di gente
che va e viene di continuo,
affaccendata
Io vorrei andare via
e devo prendere
un grande saccone
pieno di miei effetti personali
Controllo, inventario, catalogo
il suo contenuto
con attenzione ossessiva
per accorgermi
che manca all’appello
una costosa boccetta
di grani di sale rosa dell’Himalaya
E si tratta del mio bene più prezioso
Cerco per ogni dove,
ma invano!
Il mio bene più prezioso
non salta fuori
Blaterano Bla bla bla
I conduttori delle radio FM
intrattengono
dicono fesserie
danno aria alla bocca
Questo è il loro mandato
Flusso di parole incontrollato
Logorrea cocainica
Secondo me,
prima di andare in onda,
questi si fanno di stimolanti o che
Sentire le loro voci
provoca in me
un effetto depressogeno
Li ascolto tuttavia
perché sono comunque voci
che arrivano da qualche parte
Li ascolto,
ma senza realmente ascoltarli
Poi, il più delle volte,
dopo le voci dialoganti,
c’è la musica
e questo mi piace
Ma dietro le parole e la musica
c’è solo un grande vuoto
Scarsità di risorse
Senso di impotenza
Hopelessness, anzi
Poco da fare
Poco da dire
Campi ristretti
Moschitte volanti
che vagano
senza direzione,
senza rotta
creando solo fastidio
con il loro svolazzare
apparentemente cieco e ottuso
Il loro volo è così sghembo,
così imprevedibile,
che non mi riesce mai di acciuffarle
Quand’é così
mi chiudo e mi ripiego in me stesso
Le nuvole del mio risveglio
sono quelle che trovo
davanti al mio sguardo
volto all’orizzonte
E queste nuvole
sono cariche dei residui del sogno
Alcune stanno
Altre su dileguano
Oppure sono esseri mutaforma
metamorfici e trasformisti
Le nuvole in cielo
non mi fanno mai sentire solo
e mi tengono compagnia,
mi parlano a volte,
mi raccontano storie,
stanno e poi se ne vanno
Non mi stanco mai di incontrarle,
né mai di stanco di salutarle
quando vanno via
So che ogni giorno
ne arriveranno di nuove
Ho camminato oggi pomeriggio da via Imera (dove ho parcheggiato l’auto) sino a piazzetta Sett’Angeli alle spalle della cattedrale di Palermo per prendere mio figlio in uscita da scuola alle 17.00
Tutto nuovo per me poiché siamo all'apertura del nuovo anno scolastico e Gabriel sta appena cominciando a frequentare questa scuola, il Convitto Nazionale "Giovanni Falcone" la cui fabbrica è antica e gravida di storia.
É stata l’occasione per fare una passeggiata nel cuore del centro storico di Palermo in un orario insolito, accompagnato dal mio cane Black: una passeggiata che non facevo da tempo; e, sicuramente, si è anche trattato di un'occasione per guardarmi attorno, per osservare e per riflettere
Il centro storico di Palermo per come lo ricordo dei tempi in cui - negli anni Sessanta - ci passavo di frequente per andare alle lezioni al Policlinico é, oggi, completamente stravolto: da un lato, per l'enorme numero di bar, locali per la ristorazione, gelaterie, negozi di souvenir che, come fossero fatti con lo stampo, mettono in vendita tutti le stesse mercanzie, ma anche di empori e bazar gestiti da extracomunitari; insomma di tutto e di più, attività proliferate come funghi, ma certamente non pensate per chi (sicuramente pochi, ma nemmeno poi tanto) nel centro storico ci vive
Dall’altro lato, vi è un fervore di gente, ma soprattutto torme di turisti in comitive e in greggi oppure in coppia, o ancora in piccoli gruppetti autonomi o in solitaria
È tutto ruota attorno ai turisti, comprese le carrozzelle a traino animale e il forte odore di letame e di urina, aleggia greve attorno a loro
Indubbiamente, se uno guarda verso l'alto, a seguire la verticalità imponente di alcune strutture monumentali oppure se con gli occhi accarezza i centenari - se non millenari - monumenti, potrebbe essere indotto a pensare che la città sia bellissima, uno scrigno di tesori, un'autentica meraviglia, traboccante di storia, di premesse estetiche e di tanto altro.
In effetti, nei secoli passati, Palermo era considerata una città magnifica e cosi fu vista dai diversi dominatori che si sono succeduti:, ciascuno arricchendola di qualcosa ad imperitura memoria le pietre della città e i suoi monumenti recano tracce dei loro passaggi e si può avere la sensazione di essere schiacciati dal peso della storia mentre si volge il viso verso l’alto a guardare la maestosità delle fabbriche
Ma se lo sguardo si volge al basso, anche l’animo meno sensibile potrebbe trovarsi a sperimentare un moto di repulsa, per i numerosi inestetismi dei quali si senta assediato
Subito alle spalle dei monumenti più celebrati, si nascondono strade dove sono rimasti aperti dei cantieri infiniti e, apparentemente, dimenticati, come ad esempio proprio lungo via Imera
Qui, in certi tratti, mancano del tutto i marciapiedi e si cammina a rischio di essere arrotati dagli automobilisti impazienti, mentre l’olfatto é offeso dai miasmi fetidi provenienti da accumuli di rifiuti putrescenti abbandonati e dai cassonetti stracolmi
Indubbiamente, in questo, la Sicilia rivela la sua forte vocazione di terra di contrasti netti e irrevocabili, la parte nobile e la parte plebea, l’ascesa al cielo delle torri e delle cupole e il sapore tutto terreno della decomposizione, la più sublime bellezza e la più radicale e bieca ignoranza
Infatti, a fare da cornice a questo quadro, vi è la mancanza di cultura e di educazione di molti
Mescolati con le torme di turisti vocianti e spesso obesi, si osservano i “maranza”, i tascioni, i ciané, gli ineducati che si sentono elevati per il solo fatto di possedere un iPhone di penultima generazione, un monopattino elettrico o un motociclo elettrico
Dai a costoro i moderni aggeggi tecnologici e loro risponderanno perfettamente e da perfetti consumatori, omologati, allineati e coperti, senza un guizzo di originalità, ma non acquisiranno mai gli strumenti per elevarsi culturalmente e spiritualmente
Lo senti da come parlano con voci dialettali sguaiate nelle quali non si intravede il benché minimo sforzo d'un miglioramento lessicale o di una crescita culturale
Tutto ciò è davvero molto snervante, deludente ed anche - devo ammetterlo - fastidioso
Destreggiandomi tra turisti e maranza, costretto a navigare in mezzo alla sporcizia e ai rifiuti in decomposizione, in alcuni momenti di sconforto non sento più di appartenere a questa terra di Sicilia, a questi luoghi
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Il convitto nazionale "Giovanni Falcone" di Palermo è un convitto con scuole statali interne: primaria, secondaria di I grado e liceo classico. È situato in ...
Una mia piccola notazione del 20 ottobre 2022: considerazioni scritte velocemente su FB all'uscita della scuola di mio figlio Gabriel. Mio figlio mi ha detto, mentre ce ne stavamo nella piazzetta ...
Scrissi questa nota il 24 aprile 2013, come frutto di una mia riflessione nata da una notte trascorsa all’addiaccio in un aeroporto della Francia (forse quello di Bordeaux), dove ero arrivato troppo presto per poter proseguire con la tappa successiva del viaggio che implicava la necessità di prendere un’auto a noleggio.
Arrivato attorno alle 2.00 del mattino dovetti aspettare sino ad oltre le 7.00 perché aprisse l’ufficio delle auto a noleggio.
Un’attesa scomoda, ma tuttavia foriera di riflessioni e meditazioni
Maurizio Crispi (24 aprile 2014)
I viaggi spesso cominciano da un aeroporto affollato e frenetico,
oppure da uno sonnolento e semideserto
e finiscono in un aeroscalo deserto
in cui arrivi dopo un volo notturno
E allora trovi
grandi spazi vuoti
bar negozi e boutique chiusi
porte mobili che si attivano appena ti avvicini
il rumore dell'aria forzata nelle condotte di ventilazione
e forse anche un addetto alle pulizie
che si muove con il suo spazzolone spianato come un'arma,
spingendo davanti a sé un supermocho
con ruote cigolanti
E ti confronti con luci al neon fredde
che appiattiscono ogni dettaglio
Tutti vanno via
Solo qualcuno si ferma a passare una notte scomoda
in attesa che aprano i noleggiatori d'auto,
mentre lo spazio echeggiante
si riempe di sleepwalker e dreamwalker,
ma per vederli ci vuole un pizzico di fantasia
E poi,
in compagnia di qualche altro spettro vagante,
ci si ritrova fuori dalle porte mobili
al freddo
a fumare una sigaretta
Vorrei scrivere qualcos'altro,
ma ora sono troppo stanco per connettere
e per produrre un pensiero creativo
ho finito di leggere un bel romanzo di Block,
un giallo classico con congegno narrativo perfetto
e abile artigiano in dialoghi divertenti
e schermaglie di parole
Solo dopo aver letto ho dormito per poco
su di una scomoda panca di ferro
con una fredda corrente d'aria molesta
che mi attanagliava la gola
ma ho resistito sino all'ora dell'apertura del bar
e al cappuccino con croissant, carico di strutto,
come solo qui in Francia sanno fare,
eppure buonissimo
E adesso,
ancora con il sapore in bocca di quel croissant
sono pronto ad andare
la strada mi aspetta,
l'avventura si schiude
davanti a me
La notte è sempre un luogo incerto
poiché si va via dal luogo
in cui si sta con il proprio corpo
che giace immoto
e si va verso lande lontane e sconfinate
S’intraprendono scorribande
di cui spesso, al risveglio,
non s’ha memoria
Qualche volta, sì, tuttavia
qua e là si aprono le porte alla meraviglia
Dopo i nostri voli delle streghe
nottetempo o, talvolta, anche diurni
facciamo ritorno per riprendere
i nostri giochi e doveri,
ad eccezione di alcuni che,
in quelle lande rimangono prigioni
Una parte della mente dei ritornanti,
credo,
conserva intatto il ricordo di quei vagabondaggi
e li custodisce in una camera segreta,
salvo che, occasionalmente,
non abbiano a tracimare fuori
Questo è, e così sempre sarà
Abbiamo molte vite notturne,
molti volti che rimangono nell’ombra
Conosciamo ben poco di noi stessi
Siamo maghi, streghe e stregoni,
ladri di Bagdad, avventurieri,
navigatori o o anche
contemplatori pensosi,
eremiti in privazione
ed anche Buddha
mentre intona la sillaba sacra,
siamo il Boia e la Vittima sacrificale,
possiamo tutto e il contrario di tutto
in mille e una possibili divergenze e diversificazioni,
in mille e uno mondi,
in mille e uno multiversi
Siamo instancabili vagabondi delle stelle e dell’universo
Da questi luoghi che visitiamo
da queste diverse e multiformi
vesti e mascheramenti che indossiamo
nascono i cunti e le storie
in un’infinita riverberazione di echi
Francisco Goya, Il Volo delle streghe o Le Streghe in volo (GW 659).
Questo dipinto - si chiama così - è del 1797, lo stesso anno del molto più noto Sonno della ragione, e rappresenta una scena notturna difficile da descrivere.
Nella parte alta si svolge qualcosa di imprecisato. Tre donne, presumibilmente, anche se quella in primo piano esibisce una muscolatura atletica, quasi maschile, ma nell’angolo acuto descritto dalla linea della schiena e dal braccio destro si intuisce un gonfiore mammillare. Anche le natiche tornite sembrano robustamente femminili.
Tre streghe pertanto, a torso nudo, coi cappelli a punta che Goya mette in testa anche ai giudici dei tribunali dell’Inquisizione, sostengono senza fatica il corpo esanime o incosciente di una figura, l’unica di cui si vede completamente il viso, direi senza dubbi maschile. Le sue braccia allargate, che sembrano quelle del condannato alla fucilazione con la camicia bianca e i calzoni gialli del 3 maggio 1808, sono il particolare che ci suggerisce che è ancora in vita, se fosse morto non sarebbero così, e ha le gambe che incrociano le braccia delle due streghe di sinistra.
Una di esse, quella che volge le spalle col gonnellino verde, e quella che le sta di fronte sembrano o suggere o insufflare qualcosa nel corpo maschile fluttuante. È una scena che non si capisce se più magica o erotica, religiosa o sacrilega, di sogno o vista realmente. Chi lo sa che ambienti frequentava Goya per rappresentare così spesso sabba notturni e voli magici? È una scena su cui cade una luce dall’alto, ma le figure fluttuanti non hanno ombra, non sono umane. Cerimonia o rito, teatro o recita, qualche dubbio viene fugato se scendiamo a terra. Vediamo cosa troviamo.
Distesa vi è un’altra anonima figura maschile, ha il volto rivolto verso il basso e si tappa le orecchie per non sentire qualcosa che non percepiamo. Il ronzio delle streghe, i lamenti strazianti dell’incosciente umano volante ancora in vita? Ma ancora più scioccante è la figura maschile, con imponente ombra nera, che si copre il volto con un lenzuolo bianco trattenuto con una mano destra che pare avere sei dita. Costui ha il coraggio di sostenere il brusio che atterra l’altro, ma non quello di vedere ciò che sta succedendo, sacrificio, gioco erotico o tortura che sia. Non vedo, non sento. Le due figure a terra rompono l’equilibrio danzante delle figure in volo, danno un tono di alta drammaticità alla scena, ci dicono che per gli umani ciò che accade in cielo è insostenibile, è un monito per il loro futuro, anche loro saranno divorati o bevuti con una cannuccia dalle streghe.
Oppure non è così. Può darsi che colui che si copre il volto col lenzuolo bianco sia il mago, può darsi che sia lui l’artefice del prodigio, che sia lui che fa la magia di sollevare e mantenere in aria le streghe e la vittima. Finché resta lì, anche le streghe restano in volo, lievi, senza gravità e senza ombra. Comunque sia, una figura non umana, un animale, un asino, una bestia stupida assiste alla scena, muso e occhi rivolti verso il basso, imbucato in una posizione in discesa rispetto al piano degli umani. Il mondo di Goya sembra composto di tre cerchi: in alto il mostruoso stregonesco, benché in questo caso di belle fattezze e sembianze, senza ombra e con il potere sulla vita, in mezzo gli umani che proiettano al suolo la loro ombra, disperati e impotenti, e in basso, in ombra, fuori luce, gli animali timidi ed innocui. La semplice bestia asinina sembra disinteressarsi, ma ha le orecchie ritte, segnala una certa malcelata attenzione ad udire cosa sta succedendo. Troppo facile pensare alla sordità di Goya, che all’epoca della composizione del quadro però, non aveva ancora colpito il pittore di corte, il pittore dei re spagnoli e delle pitture nere della casa del sordo.
Benché una delle sue opere più famose induca al contrario, è piuttosto facile perdere la ragione, o la testa, per Goya. Ho sempre avuto una passione tendente all'eccesso per Goya, una passione ...
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre
armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro
intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno
nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e
poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a
fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.