Scrissi questa nota il 24 aprile 2013, come frutto di una mia riflessione nata da una notte trascorsa all’addiaccio in un aeroporto della Francia (forse quello di Bordeaux), dove ero arrivato troppo presto per poter proseguire con la tappa successiva del viaggio che implicava la necessità di prendere un’auto a noleggio.
Arrivato attorno alle 2.00 del mattino dovetti aspettare sino ad oltre le 7.00 perché aprisse l’ufficio delle auto a noleggio.
Un’attesa scomoda, ma tuttavia foriera di riflessioni e meditazioni
Maurizio Crispi (24 aprile 2014)
I viaggi spesso cominciano da un aeroporto affollato e frenetico,
oppure da uno sonnolento e semideserto
e finiscono in un aeroscalo deserto
in cui arrivi dopo un volo notturno
E allora trovi
grandi spazi vuoti
bar negozi e boutique chiusi
porte mobili che si attivano appena ti avvicini
il rumore dell'aria forzata nelle condotte di ventilazione
e forse anche un addetto alle pulizie
che si muove con il suo spazzolone spianato come un'arma,
spingendo davanti a sé un supermocho
con ruote cigolanti
E ti confronti con luci al neon fredde
che appiattiscono ogni dettaglio
Tutti vanno via
Solo qualcuno si ferma a passare una notte scomoda
in attesa che aprano i noleggiatori d'auto,
mentre lo spazio echeggiante
si riempe di sleepwalker e dreamwalker,
ma per vederli ci vuole un pizzico di fantasia
E poi,
in compagnia di qualche altro spettro vagante,
ci si ritrova fuori dalle porte mobili
al freddo
a fumare una sigaretta
Vorrei scrivere qualcos'altro,
ma ora sono troppo stanco per connettere
e per produrre un pensiero creativo
ho finito di leggere un bel romanzo di Block,
un giallo classico con congegno narrativo perfetto
e abile artigiano in dialoghi divertenti
e schermaglie di parole
Solo dopo aver letto ho dormito per poco
su di una scomoda panca di ferro
con una fredda corrente d'aria molesta
che mi attanagliava la gola
ma ho resistito sino all'ora dell'apertura del bar
e al cappuccino con croissant, carico di strutto,
come solo qui in Francia sanno fare,
eppure buonissimo
E adesso,
ancora con il sapore in bocca di quel croissant
sono pronto ad andare
la strada mi aspetta,
l'avventura si schiude
davanti a me
La notte è sempre un luogo incerto
poiché si va via dal luogo
in cui si sta con il proprio corpo
che giace immoto
e si va verso lande lontane e sconfinate
S’intraprendono scorribande
di cui spesso, al risveglio,
non s’ha memoria
Qualche volta, sì, tuttavia
qua e là si aprono le porte alla meraviglia
Dopo i nostri voli delle streghe
nottetempo o, talvolta, anche diurni
facciamo ritorno per riprendere
i nostri giochi e doveri,
ad eccezione di alcuni che,
in quelle lande rimangono prigioni
Una parte della mente dei ritornanti,
credo,
conserva intatto il ricordo di quei vagabondaggi
e li custodisce in una camera segreta,
salvo che, occasionalmente,
non abbiano a tracimare fuori
Questo è, e così sempre sarà
Abbiamo molte vite notturne,
molti volti che rimangono nell’ombra
Conosciamo ben poco di noi stessi
Siamo maghi, streghe e stregoni,
ladri di Bagdad, avventurieri,
navigatori o o anche
contemplatori pensosi,
eremiti in privazione
ed anche Buddha
mentre intona la sillaba sacra,
siamo il Boia e la Vittima sacrificale,
possiamo tutto e il contrario di tutto
in mille e una possibili divergenze e diversificazioni,
in mille e uno mondi,
in mille e uno multiversi
Siamo instancabili vagabondi delle stelle e dell’universo
Da questi luoghi che visitiamo
da queste diverse e multiformi
vesti e mascheramenti che indossiamo
nascono i cunti e le storie
in un’infinita riverberazione di echi
Francisco Goya, Il Volo delle streghe o Le Streghe in volo (GW 659).
Questo dipinto - si chiama così - è del 1797, lo stesso anno del molto più noto Sonno della ragione, e rappresenta una scena notturna difficile da descrivere.
Nella parte alta si svolge qualcosa di imprecisato. Tre donne, presumibilmente, anche se quella in primo piano esibisce una muscolatura atletica, quasi maschile, ma nell’angolo acuto descritto dalla linea della schiena e dal braccio destro si intuisce un gonfiore mammillare. Anche le natiche tornite sembrano robustamente femminili.
Tre streghe pertanto, a torso nudo, coi cappelli a punta che Goya mette in testa anche ai giudici dei tribunali dell’Inquisizione, sostengono senza fatica il corpo esanime o incosciente di una figura, l’unica di cui si vede completamente il viso, direi senza dubbi maschile. Le sue braccia allargate, che sembrano quelle del condannato alla fucilazione con la camicia bianca e i calzoni gialli del 3 maggio 1808, sono il particolare che ci suggerisce che è ancora in vita, se fosse morto non sarebbero così, e ha le gambe che incrociano le braccia delle due streghe di sinistra.
Una di esse, quella che volge le spalle col gonnellino verde, e quella che le sta di fronte sembrano o suggere o insufflare qualcosa nel corpo maschile fluttuante. È una scena che non si capisce se più magica o erotica, religiosa o sacrilega, di sogno o vista realmente. Chi lo sa che ambienti frequentava Goya per rappresentare così spesso sabba notturni e voli magici? È una scena su cui cade una luce dall’alto, ma le figure fluttuanti non hanno ombra, non sono umane. Cerimonia o rito, teatro o recita, qualche dubbio viene fugato se scendiamo a terra. Vediamo cosa troviamo.
Distesa vi è un’altra anonima figura maschile, ha il volto rivolto verso il basso e si tappa le orecchie per non sentire qualcosa che non percepiamo. Il ronzio delle streghe, i lamenti strazianti dell’incosciente umano volante ancora in vita? Ma ancora più scioccante è la figura maschile, con imponente ombra nera, che si copre il volto con un lenzuolo bianco trattenuto con una mano destra che pare avere sei dita. Costui ha il coraggio di sostenere il brusio che atterra l’altro, ma non quello di vedere ciò che sta succedendo, sacrificio, gioco erotico o tortura che sia. Non vedo, non sento. Le due figure a terra rompono l’equilibrio danzante delle figure in volo, danno un tono di alta drammaticità alla scena, ci dicono che per gli umani ciò che accade in cielo è insostenibile, è un monito per il loro futuro, anche loro saranno divorati o bevuti con una cannuccia dalle streghe.
Oppure non è così. Può darsi che colui che si copre il volto col lenzuolo bianco sia il mago, può darsi che sia lui l’artefice del prodigio, che sia lui che fa la magia di sollevare e mantenere in aria le streghe e la vittima. Finché resta lì, anche le streghe restano in volo, lievi, senza gravità e senza ombra. Comunque sia, una figura non umana, un animale, un asino, una bestia stupida assiste alla scena, muso e occhi rivolti verso il basso, imbucato in una posizione in discesa rispetto al piano degli umani. Il mondo di Goya sembra composto di tre cerchi: in alto il mostruoso stregonesco, benché in questo caso di belle fattezze e sembianze, senza ombra e con il potere sulla vita, in mezzo gli umani che proiettano al suolo la loro ombra, disperati e impotenti, e in basso, in ombra, fuori luce, gli animali timidi ed innocui. La semplice bestia asinina sembra disinteressarsi, ma ha le orecchie ritte, segnala una certa malcelata attenzione ad udire cosa sta succedendo. Troppo facile pensare alla sordità di Goya, che all’epoca della composizione del quadro però, non aveva ancora colpito il pittore di corte, il pittore dei re spagnoli e delle pitture nere della casa del sordo.
Benché una delle sue opere più famose induca al contrario, è piuttosto facile perdere la ragione, o la testa, per Goya. Ho sempre avuto una passione tendente all'eccesso per Goya, una passione ...
Vivere galleggiando sulle cose
immerso nei mondi fittizi della lettura
(dove tutto è possibile)
Oppure seduto sul bordo d’una nuvola lenticolare
a guardare il mondo dabbasso
navigando lieve sopra gli accadimenti
Oppure ancora appollaiato su d'un albero
(come il barone rampante che fece solenne promessa)
e non scendere mai giù o quasi
e magari costruire tra le sue fronde una piccola casetta
Avere nell’attrezzatura di base
una scaletta retrattile
per poter salire
senza lasciare ad altri una via d’accesso
Non so
Una delle tre
o anche tutte e tre assieme
combinate assieme in vario modo
Ero così prima,
e così sono anche adesso
un navigante delle nuvole
sempre pronto a saltar su
poco disposto a scender giù
E il tempo trascorre
Qualcosa, prima o poi,
dovrà pur cambiare,
non so
Ma il fascino della nuvoletta
e dell’albero
é potente
ed é difficile resistere
al loro richiamo
È facile salire,
più difficile scendere,
ma si sta troppo bene lassù
Siamo solo in pochi
a stare sulle nuvole e sugli alberi
o con il naso ficcato
tra le pagine di un libro
Questo scrissi l'8 agosto 2023: una riflessione liminale, al limitare della notte, tra sonno e risveglio.
Mi ero dimenticato di trasferire questa piccola nota dal mio profilo FB al blog.
Ecco fatto!
L’ora é tarda
Nel cuore della notte
che già procede verso l’alba
il divino Morfeo
mi ha abbandonato
E io sono con gli occhi sbarrati
puntati verso il buio profondo
nero come inchiostro
Non mi dispiace essere sveglio di notte
Non mi pongo il problema
di dover essere un produttore di sonno
Il sonno viene e va,
come le nuvole
Se dormo bene!
Se non dormo bene uguale!
Non piango, né mi dispero,
non mi tiro i capelli
(che non ho)
e nemmeno divento insofferente
So bene che ci sono molte cose da poter fare
in quei momenti,
oppure semplicemente starmene in pace
con i miei pensieri,
accarezzarli,
giocarci un po’,
usarli come rampa di lancio
per viaggi attorno alla mia stanza
o nel cielo trapunto di stelle
Intanto il pullo,
fresco figlio dei rondoni
annidati nel cassone della serranda,
si muove e s'agita,
fa scruscio,
con grattamenti,
pigolii,
e scuotimento di alucce
ancora non formate
E' così che viene scandito
il mio tempo da sveglio,
di notte
in attesa delle primo baluginio di luce
Questo scrissi il 3 agosto del 2014, traendo impressioni e spunti di riflessione da una mia passeggiata nel caldo del solleone non ancora, ma quasi, ferragostano.
Ma ritengo che queste impressioni - a leggerle oggi - abbiano ancora una valenza di piena attualità e, per così dire, di 'freschezza'
Palermo d'estate diventa una città fantasma e i suoi marciapiedi butterati e le sue strade dissestate, ricettacolo di ogni sorta di cose abbandonate, foglie secche, rifiuti e pattume, carte stracciate, fogli di giornale spiegazzate e fruscianti nel vento e deiezioni di ogni genere, da quelle calcinate dal sole a quelle ancora calde, fresche e fumanti (nonché sinceramente olezzanti)
Sembra di vedere una città in uno scenario post-apocalittico, abbandonata dai suoi abitanti in fuga
Nessuno lavora più, tutto si ferma, in una paralisi messicana.
La merda decora marciapiedi ed aiuole
E qualcuno cerca di nobilitarla, mettendogli le ali, facendo degli stronzi abbandonati parodie stercorarie di Icaro che, armato di ali fatte con piume incollate con la cera al suo torso e alle sue braccia (grazie all'ingegno del padre Dedalo), cercò di volare in alto e raggiungere il carro del Sole nel suo quotidiano passaggio su in cielo
E la sua hybris lo uccise, perché come tutti sanno i dardi dell'astro infuocato fecero sciogliere la cera che teneva avvinte le piume ed egli precipitò
Perfino il posteggiatore abusivo se n'è andato, lasciando la sua sedia di plastica rotta vuota e inoccupata.
Quella che vedo è una città in fase di rottamazione
Nel seccume e tra i rifiuti, rimangono soltanto le Trombe dell'Angelo che pendono inutili, incapaci perfino di far crollare le mura di Gerico e di spazzare via le montagne di rifiuti che si accumulano senza sosta
Dalle vetrine di negozi chiusi per ferie definitive occhieggiano manichini, alcuni impudicamente nudi, altri vestiti di tutto punto, uomini, donne e bambini e di notte escono fuori dalle loro case di vetro e invadono le strade silenziose, come zombie alla ricerca di prede
Quel bel pomodoro rosso troneggiante al centro della distesa d'asfalto e che pareva un fiore carico di promesse succose si disfà lentamente sotto il sole nella canicola d'agosto.
Sono cotto
Sono stanco
Sono stracotto
Ho dormito financo
E adesso son sveglio
Son fiacco
Son moscio
Sbadiglio
Sbadigli grassi e profondi
Ma non é più il tempo di dormire,
bensì quello
per ricordare,
per pensare,
per leggere,
per scrivere
Non so cosa sarà domani,
cioè oggi
Intanto pensiamo all’adesso
Il momento presente non esiste
poiché un’attimo prima era ancora
il futuro che ci attende
e subito dopo scivola
già nel passato
Quindi l’adesso
é di continuo costretto ed eroso,
inafferrabile,
transeunte
É istantaneo e sempre sfuggente
come un attimo fuggente
Possiamo solo esercitarci
per amplificare,
dilatandola il più possibile,
l’esperienza dell’hic et nunc Cogli l’attimo! Del doman non c’è certezza!
Di là, c’è chi sta dormendo
I miei ritmi di sonno veglia
sono sempre diversi e inconciliabili,
ma va bene così
Ho visto anziani
muoversi a piccoli passi frettolosi
con la testa china
Ne ho visto altri procedere lenti
con il supporto di un deambulatore
E ce ne sono altri ancora
che non escono più di casa
e se ne stanno seduti
tutto il santo giorno
con le mani tremolanti
posate in grembo,
gli occhi appannati dalla cataratta
oppure in piedi, immobili,
davanti ad una finestra,
intenti a guardar fuori sino a sera,
senza in realtà vedere alcunché
E altri ancora esiliati,
estromessi,
abbandonati
nelle case di riposo
dai nomi più fantasiosi e accattivanti,
A Casa di Peppa,
La Grande Famiglia Sagrada,
Il Focolare
L’Arca di Noé
Le Lantane
La Gioia dei Nonni
La Fonte della Felicità
Sole e Luna
Insieme per l’Eternitá
Suprema Gioia
Shangri-La del Nonno
Sovraffollate
Malsane
Letti stipati
e via il comodino
perché non c’è spazio
E i residenti storditi da farmaci,
prescritti a piene mani,
con generosità sospetta,
perché se no si alzano troppo,
chiedono troppo,
ma anche impastoiati nei pannoloni
perché i pochi badanti presenti
non fanno in tempo ad accompagnarli
al bagno quando hanno bisogno
É meglio tenerli in posizione orizzontale, clinostatica, questi anziani,
in un’immobilità che già li mette
in prossimità con la Morte
e che li trasforma in corpo morto,
prima che siano davvero morti
Altri vengono crudamente legati
alla carrozzina a ruote
e lì lasciati per ore
Immobilizzati nel letto o sulla sedia a ruote,
loro urlano e si lamentano,
e danno motivo a chi si occupa di loro
di sedarli ancora di più
I badanti non vogliono essere disturbati;
e in più il rapporto badanti/assistiti
è nettamente a sfavore dei primi
Luoghi non-luoghi
queste case di riposo!
Luoghi di spoliazione dell’individualità!
Micro-lager legalizzati, insomma!
Che barbarie!
Che tristezza!
Dove è finita la nostra umanità?
Non fate agli altri
ciò che non vorreste
fosse fatto a voi
1. Cammino in autostrada
C'è un ingorgo, auto a tappeto a perdita d'occhio
Cammino nella prima corsia, incolonnato
Ovviamente ci sono i furbi che passano a velocità in corsia di emergenza, fingendo di essere sotto emergenza, quindi con tutti i lampeggianti accesi
Io sono infinitamente disturbato da questi individui che si credono furbi, che fanno i furbi e che se ne fottono
Ma sono pochi - per fortuna - quelli che fanno i furbastri (ma sono pur sempre tanti, purtroppo!)
In questi casi è forte per me la tentazione di camminare occupando parzialmente la corsia di emergenza, giusto per restringere il transito, pronto a rientrare; nel caso che arrivi veramente un mezzo di soccorso.
Arriva in corsia di emergenza uno con una macchina appena un po' più larga e a causa del mio modo di posizionarmi, non ha il transito libero.
Comincia a fare come come un pazzo, a suonare, a lampeggiare con gli abbaglianti. Perché non lo faccio passare? Subito?
Comportandosi da bullo, il tizio richiede impellentemente il soddisfacimento di un suo “diritto inalienabile”, quello di non essere ostacolato se vuole fare lo spavaldo e il bullo al volante, in barba a quelli che procedono ordinatamente in fila
A malincuore mi sposto lievemente per consentirgli il transito, anche se il mio desiderio più profondo sarebbe quello di continuare ad ostacolarlo (niente di personale, ma sì!)
Lui finalmente, anche se di misura, può passare e al passaggio dal posto di guida mi grida violenti improperi e sferra un violentissimo pugno contro il mio finestrino chiuso, per poco mettendolo a rischio di rottura e se ne va santiando e imprecando.
Un vero fuori di testa DOC!
Mi sono ricordato di una volta, tanti anni fa, quando in analoghe circostanze, nel bel mezzo di un ingorgo bestiale, un camioncino che non poteva passare lungo la corsia d'emergenza, ha cominciato a spintonarmi perché mi levassi di mezzo.
Sì, il mondo è proprio pieno di pazzi e di criminali!
2. Poco dopo, cammino in strada statale, ho abbandonato l'autostrada allo svincolo di Villabate e percorro il tratto di strada verso via Messina Marine:
In questo segmento di strada il limite di velocità di 30 kmh.
La strada è buia, scarsamente illuminata, poichè i lampioni sono fuori uso.
Cerco di attenermi alla velocità prescritta, ma anche l'andare piano è funzionale al fatto che non vedo nulla e tempo di investire un ciclista o un pedone.
Arriva un'auto e mi si piazza dietro.
Il guidatore comincia a lampeggiarmi con gli abbaglianti e a clacsonare come un ossesso.
Vuole forzarmi ad andare più veloce
Anche costoro - quelli che cominciano ad ossessionare i guidatori a loro modo di sentire lenti ad andare più veloce - sono dei criminali esecrabili
In che mondo viviamo?
3. Un'anziana signora con deambulatore sta attraversando una strada cittadina, accompagnata da due un po' meno agè.
Arriva un auto che è costretta a fermarsi a causa del lento transito della donna anziana.
Il guidatore si spazientisce di dover attendere e comincia a fare risuonare il clacson in modo ripetuto e ossessionante.
Anche in questo caso, vedo prepotenza e violenta inciviltà di modi
Sembra che compiere le infrazioni sia un diritto inalienabile.
Guai a chi si mette sulla mia strada - dice l'infrattore a se stesso, ma lo grida al mondo con gli strumenti acustici e luminosi di cui dispone
Quando tanti anni fa ho fatto la scuola guida mi insegnarono che il clacson si adopera solo in casi di effettivo pericolo e in nessun altra circostanza, salvo quando non si a prescritto lungo strade particolarmente tortuose per segnalare la propria presenza, in mancanza di adeguata visibilità.
Oggi, sempre di più, il clacson e i fari abbaglianti, vengono utilizzati come strumento intimidatorio, di prevaricazione e di aggressione, per non parlare dell’utilizzo feroce degli abbaglianti, delle ingiurie e degli improperi
Questo è un mondo dove non mi piace vivere.
Bulli al volante
Folle vocianti
Fumi e gas di scarico
Ingorghi interminabili
e labirintici
Piazze, strade e spiagge
stipate di gente
alla ricerca di divertimento che è, in realtà,
solo stordimento
Musiche a tutto volume,
consumi,
orgia ed ebbrezza di consumi di ogni genere
Il consumismo consuma e logora
Non vuole persone
che siano presenti a se stesse e pensanti
Il consumismo produce solo scorie
Cumuli di rifiuti
Detriti ferrosi
Polveri tossiche
Degrado entropico fuori controllo
Assenza di azioni virtuose
Atrofia totale di senso civico
Perdita del senso di comunità
L’occhio mio
Non ha mai riposo
Forse per questo
Mi muovo costantemente
Tra casa e campagna
E preferisco non mettere mai il naso
Fuori dai recinti confortevoli
e dalle mie due isole felici
Me ne sto meglio
nel mio piccolo giardino
con i miei libri
con le cose che mi piacciono
con le mie piccole consuetudini
Via dalla pazza folla
Via dai prepotenti folli
Via dai pazzi al volante
Via dai bulli
Via dalla ressa
Via da tutto
Fa parte delle vicissitudini umane che uno tra molti sia destinato a continuare a vivere per interpretare la parte del sopravvissuto
Io sono un sopravvissuto.
Chi rimane, deve ricordare costantemente chi non c'è più.
Lasciare una porta sempre aperta al flusso dei ricordi.
Mantenere in vita in questo modo le persone care che non sono più.
Tenere la stanza dei ricordi costantemente aperta, arieggiata, festosa, piena di colori e di suoni.
Maurizio Crispi (2 ottobre 2015)
(Un cassetto pieno di ricordi, giugno 2023) Qualche giorno fa, ho cominciato ad esaminare un cassetto nell'armadio della stanza che era di mia madre (e prima ancora di ambedue i miei genitori, sino alla morte di papà), dove la mamma aveva raccolto una serie di ricordi degli anni di guerra che furono anche quelli del loro fidanzamento e del loro matrimonio.
Pieno di emozioni ho preso a prenderne in rassegna il contenuto.
Non che non l'avessi fatto già prima.
Ma adesso ho deciso di guardare tutte le diverse cose con maggiore attenzione ai dettagli.
O, forse, mi sono autorizzato a farlo, riflettendo al fatto che la mamma mi diceva sempre che voleva distruggere tutto ciò che era relativo ai suoi ricordi.
Malgrado la mamma avesse più volte esplicitata questa intenzione, soprattutto nei suoi ultimi anni, poi non lo ha fatto.
Ed io sono felice di ciò.
Vorrei che di tutto questo potesse perpetuarsi la memoria e che queste tracce, segni tangibili della storia personale delle persone che più mi sono state care, possano passare di mano un giorno.
Ma non so se i miei figli lo faranno, se vorranno mai raccogliere questa fiaccola e portarla con sé.
Viviamo in tempi di mortificazione assoluta delle memorie storiche e delle memorie personali.
Sembra che il passato, le storie che ci fanno capire da dove veniamo, quelle che ci danno indicazioni sulla nostra genealogia, non interessino più a nessuno.
I giovani di oggi, imbevuti di una cultura fortemente narcisistica e autoreferenziale, sono portati a negare fortemente la trans-genitorialità, cioè il riconoscimento che prima di loro c'è stata una linea di sangue che li ha preceduti, che è anche una linea di narrazioni da perpetuare e trasmettere e che, invece, sono destinate - purtroppo - a cadere nell'oblio.
Non ricordo più
Non ricordo di avere ricordato
Per ricordarmi di avere ricordato debbo leggere ciò che scrivevo nel tempo in cui ricordavo
Ricordo di avere ricordato
So anche che adesso ho smesso di ricordare e di scrivere di ciò che ricordo
La buona vena del ricordo s'è esaurita, forse
Perché scrivevo nel tempo in cui ricordavo di ciò che era stato?
Forse lo facevo spinto dal desiderio che qualcuno leggesse ciò che scrivevo e che quindi potesse utilizzare ciò che avevo scritto come “fonte” (in senso storiografico) per ricordare a sua volta e per aggiungere alla propria memoria personale profondità e spessore ed anche una componente intergenerazionale
Poi mi sono reso conto, però, che ciò che scrivevo era soltanto un vomitarmi addosso e che i ricordi non interessavano a nessuno
È un dato di fatto che oggi il ricordare non interessi più a nessuno: questo è un dato di fatto generale che travalica la semplice e limitata esperienza personale mia o di qualcun altro
Ricordare è faticoso
Mettere continuamente a confronto il presente con il passato é mentalmente dispendioso
Trarre insegnamenti dal passato non è più un’attività mentale praticabile
Si vive, in generale, senza passato e senza memoria
La storia viene continuamente riscritta senza considerare l’importanza di ciò che è accaduto prima
Siamo uomini senza memoria, purtroppo
Ma buona parte dell’identità di un individuo si basa sul ricordo
Quando si cancella il ricordo, l’identità attuale diventa fluttuante, fragile, incerta, liquida - come dice Baumann
L’Io senza memoria è un Io senza radici
Ci sono delle notti in cui i sogni sono vividi ed intensi Mi ritrovo con persone care da tempo scomparse, interagisco con loro in contesti ordinari che tuttavia si trasfigurano sempre, assumendo una
«Perché si vede sorgere d'un tratto la sagoma della nave dei folli, e il suo equipaggio insensato che invade i paesaggi più familiari? Perché, dalla vecchia alleanza dell'acqua con la follia, è nata un giorno, e proprio quel giorno, questa barca?
[…]
La follia e il folle diventano personaggi importanti nella loro ambiguità: minaccia e derisione, vertiginosa irragionevolezza del mondo, e meschino ridicolo degli uomini.»
Siamo barcaioli al governo
d’una imbarcazione che naviga,
sempre, senza sosta,
senza mai gettare l’ancora,
sempre stipata all’inverosimile
delle sue capacità
I posti a disposizione dei passeggeri
devono sempre essere tenuti occupati
Uno spazio vuoto a bordo é causa di squilibrio
Se uno per sfiancamento o a fine corsa scende,
un altro deve immediatamente rimpiazzarlo
I vuoti devono essere subito colmati
Uno sale, uno scende
Uno scende e un altro sale
Soffriamo di horror vacui
Questa nostra nave deve sempre viaggiare al massimo del suo carico
Si viaggia senza meta
oppure si sta alla fonda,
per giorni e giorni
Sia che siamo fermi
sia che siamo in movimento
siamo sempre un piccolo avamposto
sperduto nel mare deserto
in attesa di qualcosa che non arriverà mai
e senza poter mai giungere in un porto che sia vero e tale
Il fatto è che il viaggio mai è l’obiettivo principale
anche se ci dicono che lo sia
Noi siamo la ciurma
Noi siamo gli esecutori
Tra noi ci sono i comandanti
Ma ci sono anche i serventi ai pezzi,
i cambusieri, i cuochi e i manutentori
e anche gli agrimensori,
per non parlare degli storiografi
e dei geografi e degli ortolani
Noi guidiamo la nave
e governiamo i passeggeri
preoccupandoci di far sì che, per loro,
il periodo del traghettamento
trascorra nel modo migliore
È un traghettamento fine a se stesso
Non c’è una vera meta
Non c’è un passaggio evolutivo
I nostri passeggeri sono qui,
giusto per essere messi da qualche parte,
perché non c’è un’altra parte
dove possano stare
e quindi è stabilito
che debbano stare sulla nave
La nave viaggia ma,
nello stesso tempo, non viaggia
perché è radicata al fondo del mare
da catene d’acciaio
È incagliata su di una secca,
ma scenari mobili
danno di continuo l’illusione del movimento
Le vele schioccano,
gonfiate da alisei costanti
A tutti i passeggeri viene detto “Stai qua!”
oppure “Sulla nave farai il tuo percorso!”
Ma loro non lo sanno che saranno obbligati
a stare sempre fermi,
per giorni, per settimane,
per mesi e per anni,
e noi con loro
Loro diventando ogni giorno più vecchi
e noi altrettanto
Tra i passeggeri ci sono i ritrosi
ed anche i riottosi,
i disturbatori,
i manipolatori,
i prepotenti e i violenti
Noi governiamo la nave,
la ciurma allo sbando
e i passeggeri, a colpi di frusta,
con fruste di parole e di opere,
con pillole, capsule e gocce a tempesta
Ogni tanto qualcuno scende
Ogni tanto qualcuno sale
Noi siamo sempre a bordo
Siamo il team che si occupa della Narrenschiff,
ma non siamo i soli naviganti:
assieme a noi molti altri
a bordo di tante altre piccole navi
in navigazione senza meta,
le navi dei folli,
senza meta e senza tempo,
a prendere tempo,
a far trascorrere il tempo,
a governare le diversità
per cui altrove non c’è posto
e poi si vedrà
La nave dei folli ( Das Narrenschiff) è un'opera satirica in tedesco alsaziano di Sebastian Brant, la cui prima edizione fu pubblicata nel 1494 a Basilea. Composta da una serie di 112 satire brevi...
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre
armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro
intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno
nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e
poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a
fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.