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29 settembre 2015 2 29 /09 /settembre /2015 12:10
Il Cane, la Capra e il Leone, in un impasto onirico
Il Cane, la Capra e il Leone, in un impasto onirico
Il Cane, la Capra e il Leone, in un impasto onirico
Il Cane, la Capra e il Leone, in un impasto onirico
Il Cane, la Capra e il Leone, in un impasto onirico

Qualcuno ha lasciato aperta la saracinesca del mio garage: il leone mio ospite è uscito fuori e nessuno riesce più ad acchiapparlo.

Come farò? Non è un cane e non risponde al mio richiamo: e non è mica facile acciuffarlo per la collottola per ridurlo alla ragione. In meno d’una frazione di secondo potrebbe sferrarti una zampata micidiale con quei suoi possenti artigli.

Sì, nel mio garage tengo non solo il cane, ma anche una capra e questo leone.

La capra è venuta dopo il cane e ha sostituito le pecorelle di Tarling Street che si erano trasferite numerose e che, successivamente, si sono adattate a stare nei sottotetti.

Poi, siccome Frida non era soddisfatta della compagnia della capra che era sempre mugugnosa, poco cordiale e sempre intenta a ruminare, è arrivato il leoncino. E Frida è stata felice di averlo come ospite: presto lo ha adottato.

Il leone, ora é cresciuto a dismisura.

Però, soltanto ora che è scappato, mi sono reso conto che, da quando è arrivato, non gli avevo mai dato da mangiare.

Se è cresciuto e non è deperito, si sarà arrangiato da solo: forse avrà mangiato topi o scarafaggi.

Una volta quando ero bambino mi diedero una tartaruga terrestre. Grande fu la mia meraviglia nel tenere tra le mani questo essere rettiliano: dopo averla d io, per consiglio della mamma, la portai nel garage della casa di allora, umido e odoroso sempre di terra bagnata, perché alle sue spalle c’era un grande giardino selvatico. Mi dissero di tenerla là per l’inverno perché presto sarebbe caduta in letargo e, in funzione di ciò, si sarebbe cercata un anfratto tranquillo. Ed io, fiducioso, non le portai mai da mangiare, se non di tanto in tanto qualche foglia di lattuga. Ogni tanto andavo a trovarla e provavo a vitalizzala, dandole colpetti con uno stecco. Ma lei non si muoveva mai. Finché, con il sopraggiungere della primavera, andai a guardare meglio nel suo anfratto e la tartaruga era morta. Tutt’attorno a lei dominava un odore dolciastro di decomposizione che si mescolava a quello della terra umida e dello strato di foglie cadute. Ricordo che questa morte fu per me una grande delusione. Mi sentii tradito in qualche misura ed anche in colpa (al pensiero che non avevo fatto le cose per bene).

Ma il mio leone è ora un possente esemplare adulto, con i muscoli che guizzano sotto la pelle quando si muove ed una folta criniera fulva, e zanne possenti che si vedono, bianco giallastre quando ruggisce.

Come farò a catturarlo e a riportarlo dentro il garage?

E sì che gliel’avevo detto a tutti quanti: “Non aprite quella porta! E, se l’aprite, ricordatevi di chiuderla per benino subito dopo!”

Ma nessuno sta mai ad ascoltarmi.

C’è una festa nel cortile di casa. Ormai nel mio condominio e in quello di fronte ci abitano solo musulmani.

Posso vedere tutto bene dal mio vertice di osservazione: adesso io abito nel grande attico in cima al palazzo, le cui terrazze ampie e digradanti a scaloni come i Giardini di Babilonia, si sono trasformate in una foresta lussureggiante.

Forse il leone si sarà nascosto tra le piante della mia foresta.

E, di notte, in questo periodo che è quello del Ramadan si banchetta e si festeggia.

Dall’alto, sporgendomi oltre la ringhiera, posso vedere che tutte le luci sono accese, dentro gli appartamenti, e sembra che nessuno accenni soltanto a voler andare a dormire.

Si sentono risate e conversazioni sommessi, tintinnii di stoviglie e di posate.

Dal cielo, pendono festoni di corde a cui sono attaccate decine di bambini che cercano di dare la scalata al cielo per raggiungere un immaginario albero di cuccagna.

Sono un po’ preoccupato per loro: temo che qualcuno possa cadere e farsi del male.

Chiamerò the Catcher in the Rye. Sono certo che lui potrà aiutarmi.

Cosa dovrò fare prima di tutto? Aiutare i bambini ed impedire che cadano dabbasso? Oppure cercare il leone e riportarlo giù nel garage per impedire che faccia del male a qualcuno? Oppure occuparmi di Frida e della capra che sono rimaste entrambe giù in garage in attesa fiduciosa del loro pasto?

Che dilemma in insormontabile!

Sì, sì! Chiamerò the Catcher in the Rye. Lui saprà ben consigliarmi!

Nelle foto: I leoni rutelliani di Palermo (bronzi) e il monumento al Leone Morente a Lucerna (marmo)

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28 settembre 2015 1 28 /09 /settembre /2015 06:49
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)

(foto di Maurizio Crispi)

Sono stato assunto come bus driver. Mi reco sul posto di lavoro. Entro all’interno d’una grande casamatta, poco sviluppata verticalmente verso l’alto, ma con degli intricati sviluppi sottoterra.

Dopo aver percorso interminabili rampe in discesa mi ritrovo in un’enorme spazio vuoto: solo qualche panca allineata lungo le pareti e per il resto nulla: non c’è traccia di autobus o di altri dispositivi similari. Guardo, esploro anfratti, ma non c’è anima viva. Nessuno a cui chiedere informazioni. Mi avventuro per una scala a chiocciola che sprofonda nel sottosuolo, attorcendosi su se stessa. Mi pare che, seguendo questa via, potrei arrivare a certi macchinari di lucente acciaio che ho visto baluginare molte decine di metri più in basso. Ma , dopo poco, mi rendo conto che la strada è sbarrata da un’impenetrabile inferriata. E con me non ho nemmeno una lima.

Ritorno nell'immenso stanzone di prima. Questa volta c’è un uomo con addosso un’unifome stazzonata e un berretto con la visiera un po’ sulle ventitré. Quando mi avvicino, avverto che emana un sentore di vestiti non lavati da lungo tempo, di sudore e di tabacco a poco prezzo. Stancamente, mi chiede se io non sia tra i nuovi assunti.

Al mio assenso, mi dice: “E’ inutile che cerchi degli autobus o dei tram qui! Sì, questa era un tempo il Terminal delle autolinee, ma ora non più. Tutto il lavoro si svolge a distanza per mezzo di autobus-droni. Tutto il lavoro viene svolto per mezzo di uno schermo e con una consolle che consente di lanciare i comandi fondamentali”.

E, mentre mi fornisce queste spiegazioni, digitando delle lettere su di un piccolo tastierino e cliccando su invio, dispiega un enorme schermo. Mi spiega che stando seduto alla mia consolle, potrò teleguidare gli autobus con una panoramica totale sul fronte della direzione di marcia, oppure modificando opportunamente l’angolo di ripresa, a seconda delle necessità. E così dicendo preme altri tasti e lo schermo si segmenta in tanti diversi riquadri che danno una panoramica a 360° della situazione attorno all’automezzo-drone che dovrei telecomandare.

Son un po’ turbato, anche perché dovrò iniziare questo lavoro senza alcun tirocinio preliminare, ma procedendo per prova ed errore.

Ed intanto macino le parole che mi ha detto in coda, prima di congedarsi, l’uomo in uniforme. “Ormai, il sistema dei trasporti pubblici mondiale - ha soggiunto - sia che si tratti di bus, treni, aerei, navi è del tutto automatizzato e, con questi dispositivi di comando e controllo a distanza, i guidatori virtuali possono essere dislocati anche a centinaia - se non a migliaia di chilometri di distanza -; è un po’ come il meccanismo di funzionamento dei call center odierni, in cui di fatto non c’è mai un responsabile che sia reperibile o identificabile in quanto tale”.

E cosa succede in caso di guasti o di incidenti?” - ho replicato.

Intervengono sul posto delle squadre - pure automatizzate - di manutentori o di soccorritori. - ha replicato l’uomo in uniforme (e se fosse stato anche lui un drone? o un ologramma?) - E’ chiaro che con questo sistema possono aversi tra i trasportati - cioè gli utenti ultimi del servizio -, in caso di incidente, morti e feriti. Ma ai gestori nulla viene addebitato: si tratta soltanto di effetti collaterali di un sistema la cui mission principale è l’abbattimento dei costi. Via, mettiti al lavoro, non farti troppi problemi e vedrai che tutto andrà liscio come l’olio”.

Insomma, spero di farcela.

Ma, a differenza che nella vita reale, nel caso di incidenti, provocati da un qualsiasi errore del manovratore a distanza , sarà sufficiente premere un bottone e fare un rapido rewind, sicuro e indolore (per l'operatore).

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26 settembre 2015 6 26 /09 /settembre /2015 06:35
(Foto di Maurizio Crispi)
(Foto di Maurizio Crispi)
(Foto di Maurizio Crispi)

(Foto di Maurizio Crispi)

E’ il momento incantato tra il lusco e il brusco

Il silenzio totale delle strade appena illuminate dalla fioca luce dei lampioni

e le alte sagome scure delle magnolie

Nulla si muove, non una singola foglia

Persino i gatti del vicinato, noti per la loro vivace vita notturna sono andati a dormire

Nel buio, in cui si avverte la vibrazione della prima luce
ancora non percepibile ad occhio nudo, c’è il mistero

Ma è solo un attimo sospeso

Un auto arriva, lame di luce che tagliano l’oscurità

La magia d’un istante cade in frantumi

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24 settembre 2015 4 24 /09 /settembre /2015 11:23
Una gita a San Vito Lo Capo, un luogo perduto nella memoria e ritrovato
Una gita a San Vito Lo Capo, un luogo perduto nella memoria e ritrovato
Una gita a San Vito Lo Capo, un luogo perduto nella memoria e ritrovato
Una gita a San Vito Lo Capo, un luogo perduto nella memoria e ritrovato
Una gita a San Vito Lo Capo, un luogo perduto nella memoria e ritrovato
Una gita a San Vito Lo Capo, un luogo perduto nella memoria e ritrovato
Una gita a San Vito Lo Capo, un luogo perduto nella memoria e ritrovato
Una gita a San Vito Lo Capo, un luogo perduto nella memoria e ritrovato
Una gita a San Vito Lo Capo, un luogo perduto nella memoria e ritrovato

Sabato 19 settembre 2015, abbiamo colto l'occasione e siamo andati fuori Palermo. Dopo la settimana di stress del ricovero di Gabriel, era proprio quello che ci voleva.
Siamo partiti non troppo presto, giornata incerta, con il cielo che a tratti si rannuvolava - o per meglio dire - si rivestiva d'una patina bianco-lattiginosa che velava il sole, e ci siamo diretti alla volta di San Vito Lo Capo.
Perché proprio a San Vito?
Mah!
Nel mio desiderio c'era quello di arrivare in un luogo dove si potesse stare a contatto con la natura, ma senza grandi folle, ma dove - nello stesso tempo - il mare fosse facilmente accessibile per noi e per Gabriel.
L'idea del bagno di folla vociante e chiassosa mi fa orrore: con l'età sono decisamente peggiorato.
Ma forse anche perché San Vito Lo Capo, fa parte ormai del mio bagaglio di luoghi fantastici, per quanto sia nello stesso tempo una location reale.
E' il fatto che, per la sua posizione geografica, e per la difficoltà e le lungaggini per raggiungerlo via terra lo abbia sempre immaginato come un'isola, un lembo di terra non appartenente alla Terraferma, così come sono molti dei luoghi utopici a cui si può arrivare dopo interminabili viaggi che mettono alla prova la pazienza del viandante o attraversando passaggi perigliosi, elementi che tendono a fare di un luogo - se non consegnarlo di peso al lavorìo della fantasia - in qualche misura una "capsula del tempo".
Nel mio ricordo, San Vito Lo Capo è un luogo di una bellezza magnifica, schietto e sempre poco affollato: ma troppi anni sono passati, in verità, dalla mia precedente visita (forse più di 20, con certezza almeno 15).
Ci siamo fermati, lungo la strada, poco prima di "Purgatorio" (una frazione di Custonaci, il cui nome ha fatto ridere Maureen) attratti da quello che sembrava un luogo di ristorazione rustico e qui abbiamo mangiato: Gabriel - a causa del protrarsi degli scossoni del viaggio in auto, cominciava a manifestare segni di insofferenza.
Ma anche noi avevamo un certo languorino.
Un posto che prima non esisteva del tutto: prima la strada che correva dal bivio con la Statale Palermo-Trapani era totalmente desertico.
Il posto rustico quanto basta era affollato di turisti che mangiavano indolenti seduti a tavoli di tavole di legno quasi grezze con molto gusto e indolentemente.
Anche noi ci siamo assoggettati al ritmo messicano.
Cibo buono, non c'è che dire: alla fine, a coronamento, un'interessante granita di fico d'india.
Abbiamo ripreso la nostra via e, in poco, abbiamo percorso i venti chilometri che ancora ci separavano dalla nostra meta, passando per Castelluzzo che, sempre, per me ha avuto la caratteristica di un'assolata e desertica cittadina messicana con il suo stradone, fiancheggiato da case cubiche con porte e finestre sbarrate e ricoperte da grandi tendoni colorati, a protezione dele soglie (pensate per tenere fuori sia il caldo sia le mosche) sbatacchianti nel vento, per non parlare della sua chiesetta baroccheggiante che sembra venir fori dritta dritta da uno spaghetti-western.
E, finalmente, passando il bivio che porta a Monte Cofano e, poco dopo, quello che sale verso la frazione di Macari, ci si para davanti il grumo di case ai piedi del promontorio che come un grosso dito di gigante si protende verso il mare, coronato - dal lato di Trapani - da una torre di una guardia e - sul versante di Palermo-  da un alto faro bianco svettante verso il cielo.
Ma a parte questa visione, subito prima della nostra discesa, San Vito non l'abbiamo vista: un sacco di automobili, tantissimi motorini, tantissima gente (nei prossimi giorni è fissato un "Couscous Fest" - dal 18 al 27 settembre - una 10 giorni gastronomica con tanta musica di bande moderne e di musicisti di spicco, tra i quali uno dei più attesi era sicuramente Caparezza, ma anche Elio e le Storie Tese). 
Dovunque lodevoli divieti di transito all'interno del paese e nei pressi della spiaggia, con predisposte aree di parcheggio - a pagamento o gratuite - molto distanti dal mare e servizi-navetta gratuiti.
A giudicare dal numero di auto, il paese e la spiaggia dovevano essere stipati di gente, di cui tanti sicuramente attratti dal Festival del Couscous.
Ho detto a me stesso: "Nooooooo! Anche San Vito Lo Capo è stato corrotto dal furore vacanziero che tutto livella!" e ho concluso che lì non potevamo fermarci: il prezzo per raggiungere la spiaggia sarebbe stato troppo alto.
Di San Vito Lo Capo ho il vivido ricordo di un pernottamento durante un mio trekking a piedi da Castellamare a Trapani seguendo le anfrattuosità della costa, ma ricordo anche tante escursioni con gli amici tra l'esordio della primavera e dell'estate, con la possibilità di decidere all'ultimo minuto di un pernottamento improvvisamente in una delle tante stanze di case private messe a pensione.
Ma, ora, quel tempo credo che sia finito: e, anche se non ho constatato direttamente con i miei occhi, penso che la cittadina sia stata corrotta dal verbo vacanziero che funziona come un trita-sassi capaci di annullare ogni diversità e ogni caratteristica unica e originale e che sia pieno di gastronomie che vendono kebab ad ogni pie' sospinto, hamburger di scarsa fattura e poi sacchetti di patatine a profusione, oltre ad ogni genere di junk food, e negozi di ammennicoli per turisti made in Hong Kong.
Rimane solo il posto: ma probabilmente è poco più di un guscio vuoto ed insulso.
La grande montagna alle spalle con i suoi pinnacoli arditi e le gigantesche fessure dove si incunea il vento fa da testimone muto allo scempio.
Ho pensato di dirigerci alla volta della vecchia tonnara (la Tonnara del Secco, a circa tre chilometri dal borgo abitato , in direzione di Scopello) che da sempre mi è piaciuta e di cui pure avevo il ricordo piacevole di pernottamenti improvvisati, sia con il sacco a pelo sia con la tenda nel corso di avventurose trasferte.
Qualche trasformazione del paesaggio circostante, sopravvenuta in anni recenti o addirttura in fieri, mi impedisce inizialmente di beccare la traversina che alla tonnara conduce: è in corso di edificazione nella grande piana desolata che faceva da contorno alla tonnara, un grande resort, ben più di un ettaro di terreno totalmente recintato, un grande edificio in posizione asimmetrica rispetto al resto della proprietà e una grande piscina in corso di definizione attorno alla quale si ergono numerose palme appena messe a dimora per creare la parvenza di un'oasi nel deserto; e poi viali e vialetti e tante altre piante messe pure a dimora, assieme a essenze della macchia mediterranea, quali l'ulivo, il cappero e la palmetta nana. O è una proprietà privata (ipotesi improbabile) o è un investimento per farne un resort di lusso (magari per banchetti o matrimoni), ma è sicuramente uno stravolgimento del posto e delle sue caratteristiche.
La tonnara è un vecchio amico e la rivedo con lo stesso piacere. Non delude le mie aspettative: per le sue caratteristiche può accogliere soltanto pochi. Non ci sono comodità né attrazioni vacanziere, soltanto duri scogli e tratti pianeggianti che ti fanno l'occhiolino, ma che sono aspri e pieni di sassi puntuti che li rendono simili al letto di un fachiro. Ma se ci si accontenta, si può ritrovare con facilmente qualche posticino sul quale accovacciarsi in posizione precaria o addirittura distendersi: l'acqua che lambisce la grande discesa inclinata che serviva per mettere in mare i barconi della tonnara è lambita da una leggera risacca e appare chiara e trasparente.
C'è un silenzio profondo, non offuscato dalle chiacchiere dei pochi convenuti o dal frastuono di device elettrronici.
Insomma, l'antica magia la ritrovo in pieno, assieme a quella di esplorare la scogliera alla ricerca di piccole pozze formatesi con la risacca delle onde più grosse e sul loro contorno delle piccole spiaggette di ciottoli.
Ma tutto è in decadenza. La tonnara sta crollando: il suo muro perimetrale possente è decorato di cartelli che recitano "Pericolo di crollo". Alcune parti dello stesso muro ammalorate sono crollate, lasciando intravedere squarci di azzurro e parte delle strutture interne.
Le porte e le finestre sono sbarrate.
C'è un piccolo varco lungo il muro: le pietre sono crollate e, facendo attenzione, si può sgusciare all'interno.
Quello che si vede dentro è pura desolazione paesaggio di rovine industriali post-apocalittiche.
Grandi capannoni, alcuni con il tetto crollato: questa di San Vito era una tonnara di pesca e di lavorazione dei prodotti derivanti dal tonno. Da qui la sua struttura molto complessa: è un peccato che debba andare in malora così.
Così come è appare soltanto come un relitto del passato, in attesa del definitivo tramonto e del momento in cui tutto tornerà ad essere polvere e pietre, mentre invece potrebbe essere una testimonianza del passato, ricca e articolata.
Potrebbe essere restaurata questa tonnara per farla divenire un centro multi-funzionale che possa ospitare eventi correlati con il mare o anche un museo interamente dedicato alla storia della Pesca del Tonno.
Se fossimo in un altro Stato accadrebbe esattamente questo: la struttura non sarebbe lasciata andare alla deriva in questo modo.
Dopo l'esplorazione delle pozze, qualche lancio di pietre nell'acqua, splash splash, e un bagnetto ristoratore per me, con una breve nuotata (ma da quanti mesi non nuotavo?), ci siamo avviati per fare ritorno alla macchina e, quindi, a casa. Ma, prima di partire, non rinuncio alla possibilità di una sommaria esplorazione dei meandri dell'immensa fabbrica della tonanra, approfittando di un varco nel muro che mi consente di sgusciare all'interno: e qui tocco con mano la desolazione, ma nello stesso tempo di un reperto di "archeologia industriale".
Maureen, spinta da me, ha colto l'occasione per correre per alcuni chilometri lungo la strada statale che fu teatro, sino a non molti anni addietro, della "mitica" 100 km podistica da Trapani a Palermo, poi miseramente affondata nelle panìe di amministrazioni che non hanno un occhio benevole per queste manifestazioni.
Terminale della corsa di Maureen è stato Castellamare del Golfo, in una pasticceria-gelateria del luogo, assai rinomata per tutte le sue produzioni artigianale, a partire dalle cassatelle con ripieno di ricotta fresca che, in particolar modo, al mattino sono un must assieme al caffé o al cappuccino.
Ma anche i gelati e le granite sono ottimi.
Con il bottino d'una bella guantiera di dolci abbiamo, infine, preso la via del ritorno, mentre il sole si tuffava dietro una cortina di nubi, lasciando impressa nella retina una pennellata di rosso acceso.

simbolo dell'intero territorio: la Tonnara del Secco, tappa obbligatoria per chi vuole conoscere la storia di questi luoghi. Degli aristocratici edifici facevano da contorno all'antica Tonnara, le cui reti venivano calate a pochi metri dalla riva per catturare i grossi tonni che in primavera percorrevano numerosi le acque del golfo di Castellammare nella loro corsa per la riproduzione.  Chi ha avuto la fortuna di assistere alle mattanze di San Vito Lo Capo, ricorda che i proprietari se ne stavano con i loro ospiti comodamente seduti sul terrazzo del "Palazzotto" mentre, a pochi metri di distanza, la "ciurma" faceva mattanza.  Le reti ormai non vengono più calate dal 1969, ma il luogo è ancora pieno di fascino ed i pescatori che lo frequentano raccontano volentieri come avvenivano le mattanze.  Accanto agli immobili della tonnara si possono ancora oggi ammirare i resti di antichissimi impianti di lavorazione del pesce, che risalgono al IV secolo prima di Cristo.  Qui si lavorava il pesce - anche tonni - che veniva catturato nel mare prospiciente.  Le vasche erano realizzate in cocciopesto e "in elevato", con una canaletta di scolo per lo scarico delle acque della lavorazione a mare.  Questa location è stata scelta per diversi film e fiction tra cui il famoso "Cefalonia". Nella foto, si può vedere uno scorcio della Tonnara del Secco, quando ancora aveva una parvenza di vita.

simbolo dell'intero territorio: la Tonnara del Secco, tappa obbligatoria per chi vuole conoscere la storia di questi luoghi. Degli aristocratici edifici facevano da contorno all'antica Tonnara, le cui reti venivano calate a pochi metri dalla riva per catturare i grossi tonni che in primavera percorrevano numerosi le acque del golfo di Castellammare nella loro corsa per la riproduzione. Chi ha avuto la fortuna di assistere alle mattanze di San Vito Lo Capo, ricorda che i proprietari se ne stavano con i loro ospiti comodamente seduti sul terrazzo del "Palazzotto" mentre, a pochi metri di distanza, la "ciurma" faceva mattanza. Le reti ormai non vengono più calate dal 1969, ma il luogo è ancora pieno di fascino ed i pescatori che lo frequentano raccontano volentieri come avvenivano le mattanze. Accanto agli immobili della tonnara si possono ancora oggi ammirare i resti di antichissimi impianti di lavorazione del pesce, che risalgono al IV secolo prima di Cristo. Qui si lavorava il pesce - anche tonni - che veniva catturato nel mare prospiciente. Le vasche erano realizzate in cocciopesto e "in elevato", con una canaletta di scolo per lo scarico delle acque della lavorazione a mare. Questa location è stata scelta per diversi film e fiction tra cui il famoso "Cefalonia". Nella foto, si può vedere uno scorcio della Tonnara del Secco, quando ancora aveva una parvenza di vita.

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19 settembre 2015 6 19 /09 /settembre /2015 19:13
Il grillo

Un verde grillo giulivo

è entrato dalla finestra

di primo mattino

e, con decisione, s'è posato

sulla mia mano

Forse, ha creduto di atterrare su di una foglia

o che io fossi entalbero

Non so

Il grillino è rimasto a riposare

e non mostrava intenzione alcuna di andar via

Si era allocato...

Era bello vedere la sua perfetta architettura

verde-smeraldina

Le zampine a contatto della pelle

a provocarmi un lieve pizzicorino

Ho temuto che si facesse male

o che smarrisse la via

Con delicatezza l'ho condotto fuori

ed egli, appena ha scorto

la fitta verzura degli alberi,

s'è involato con decisione

Bye Bye, grillino mio,

goditi la tua libertà

e abbi una lunga vita

Rimpiangerò il tuo verde brillante

che ha portato colore nella mia vita

Il grillo
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15 settembre 2015 2 15 /09 /settembre /2015 06:22
(Come) l'Uomo che cadde sulla terra

Le foglie secche dell'autunno incombente

dopo la pioggia

scricchiolano sotto i passi

 

Nel cielo terso di un azzurro trasparente

piccole nuvole sono sparse

come piccoli ricami

 

Nei giorni dell'estate,

invece,

assieme alla calura insostenibile

il cielo appariva velato,

senza alcuna brillantezza,

le foglie degli alberi scolorite e senza vigore

i frutti raggrinziti

Annuncio di un mondo senza colori

 

La pioggia ha dato nuova forza a tutto

 

Un tempo l'estate con i suoi ritmi lenti

era bella per te

 

Adesso, invece, è insostenibile

 

Ami i colori tenui,

i verdi e teneri germogli della primavera

i frutti maturi dell'autunno

la pienezza dei colori,

il turgore della linfa vitale

 

Non sopporti più questo caldo

che svuota e inaridisce

che succhia via ogni energia

che lascia immaginare

l'inesorabile avanzata del deserto

e scenari di un pianeta senz'acqua

riarso

 

Camminando d'estate,

ti senti come

il malinconico uomo che cadde sulla terra

giunto un dì sul pianeta Terra

alla ricerca disperata di acqua

per la sua famiglia

rimasta ad attenderlo

su di un pianeta infiammato

da un sole impazzito

 

E, come lui,

duca bianco,

privato delle tue radici,

preferisci l'ombra silenziosa delle case

e i loro silenzi discreti

 

Locandine e copertine di diverse edizioni di "Luomo che cadde sulla terra". Il romanzo di Walter Tevis,pensoso e malinocnico, venne tradotto in film da Nicholas Roeg.
Locandine e copertine di diverse edizioni di "Luomo che cadde sulla terra". Il romanzo di Walter Tevis,pensoso e malinocnico, venne tradotto in film da Nicholas Roeg.
Locandine e copertine di diverse edizioni di "Luomo che cadde sulla terra". Il romanzo di Walter Tevis,pensoso e malinocnico, venne tradotto in film da Nicholas Roeg.
Locandine e copertine di diverse edizioni di "Luomo che cadde sulla terra". Il romanzo di Walter Tevis,pensoso e malinocnico, venne tradotto in film da Nicholas Roeg.

Locandine e copertine di diverse edizioni di "Luomo che cadde sulla terra". Il romanzo di Walter Tevis,pensoso e malinocnico, venne tradotto in film da Nicholas Roeg.

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11 settembre 2015 5 11 /09 /settembre /2015 09:24
I Minions: sempre alla ricerca instancabile di super-cattivi da servire. La prima volta al cinema di Gabriel

Il 7 settembre 2015, rimarrà per noi e per Gabriel una data storica.

Non solo perchè Gabriel ha ripreso a frequentare la nursery DOReMi (e questa volta a pieno regime), ma perchè siamo andati per la prima volta tutti assieme a vedere un film in una sala cinematografica.

Incoraggiati dal fatto che a casa eravamo riusciti a guardare un film in DVD dall'inizio alla fine diverse volte, con una sua piena attenzione e in assenza di eccessivi segni di noia, abbiamo voluto tentare la sorte.

E siao andati a vedere "The Minions", in proiezione nelle sale cinematografiche dal 27 agosto.

Dopo un inizio tentennante, a causa dell'impatto sonoro dell'inevitabile pubblicità e dei provini dei film coming soon, tra cui lo "scary" Everest, tratto dalla storia vera scritta dal giornalista Jon Kracauer ("Aria Sottile"), imagini e musica hanno captato l'attenzione di Gabriel che ha diviso il tempo del film, un po' seduto in grembo di uno di noi, a turno, un po' stando in piedi vcino alla poltrona.Ma è andata!

Certo, rispetto ai film che abbiamo visto sinora in DVD, la storia di Minions è un tantino più complessa e, ovviamente, Gabriel non ha potuto coglierla in tutta la sua interezza, ma ha sicuramente gioito di immagini, suoni, colori.

Ma chi sono i Minion?

Sono degli esseri unicellulari, che hanno una forma bananiforme o di pinolo, gialli, alcuni monocoli e con strani occhialoni da motociclista.
Sono stati creati graficamente da Ken Daurio e Cinco Paul.

Sono da sempre (dai primordi del mondo) abituati a servire degli esseri più grandi e, ilpiù delle volte, spaventosi e cattivi, ma con i loro interventi che vogliono essere cooperativi, finiscono per provocare sistematicamente, la loro estinzione.

In queste vicissitudini, si ritirano a vivere in una caverna di ghiaccio, dove però sono soli senza "cattivi" da accudire e da serivire, e qui vivono per secoli e forse per millenni, fino a che - rendendosi conto che stanno per perdere ogni energia, tre di loro più ardimentosi (Kevin, Stuart e Bob) decidono di andare ad esplorare il vasto mondo fuori dalla caverna, tentando l'avventura e con lo scopo precipuo di trovare un nuovo padrone.

Finiscono così nel bel mezzo della convention dei "cattivissimi" a Orlando (Florida) e qui si trovano ad essere eletti seguaci della super-cattiva Scarlet Overkill, che li porta con sè - come suoi "scagnozzi" - perchè l'aiutino a realizzare il suo progetto di rubare la corona della Regina Elisabetta e a far diventare la stessa Scarlet Regina d'Inghilterra.Qui, per le vie di Londra, l'azione dei tre piccoli pinoli (o banane) gialli si fa rutilante, con una fantasmagorica citazione di luoghi, di situazioni e di momenti topici di altri film d'azione. Nel frattempo, presi dalla nostalgia, tutti gli altri Minion escono dallacaverna dfi ghiaccio ed intraprendono a loro volta il viaggio per ricongiungersi ai tre intrepidi esploratori. Riusciranno nel loro intento con un'aggiunta di altre rocambelesche situazioni.

Ma c'è poco da fare, i Minion continuano a provocare la fine di coloro che hanno deciso di "servire" e proteggere: ed è la loro fine fisica (con conseguente estinzione della specie) oppure la trasformazione dei super-cattivi in bonarie macchiette, come è nel caso del super-cattivo di cui diventano seguaci alla fine del film del film e che altri non è che il personaggio principale di "Cattivissimo Me". E, appunto per questo, Minions è - per dirla nel linguaggio tecnico - uno spin-off/prequel di quel film e poi anche del suo seguito e cioé Cattivissimo Me 2

Splendide le citazioni (Lacelebre copertina dell'album Abbey Road dei Beatles, Godzilla (quando uno dei tre si ingigantisce a dismisura), ma anche i tributi musicali, di cui è infiorata - a beneficio dello spettatore che guardi in profondità - la colonna sonora sino ai titoli di coda che riservano pure delle sorprese..

Un cast d'eccezione per le voci. Rimarchevole il doppiaggio di Scarlet, affidato alla nostra Luciana Littizzetto.

I Minions: sempre alla ricerca instancabile di super-cattivi da servire. La prima volta al cinema di Gabriel
I Minions: sempre alla ricerca instancabile di super-cattivi da servire. La prima volta al cinema di Gabriel
I Minions: sempre alla ricerca instancabile di super-cattivi da servire. La prima volta al cinema di Gabriel

Scheda film.

Un film di Pierre Coffin e Kyle Balda.

Interpreti principali: Sandra Bullock, Jon Hamm, Michael Keaton, Allison Janney, Steve Coogan.

Titolo originale Minions.

Genere: Animazione

Ratings: Kids

Durata 91 min.

Origine:USA 2015 (Universal Pictures)

(www.mymovies.it) I Minion vengono da lontano. Non sono nati nel laboratorio sotterraneo di Gru: la loro è una popolazione antica, che ha conosciuto la preistoria e l'Egitto dei Faraoni, perennemente mossa dalla ricerca di un super cattivo da servire.

Dal T-Rex a Napoleone, da Dracula allo Yeti, i piccoletti gialli hanno visto i loro padroni ideali uscire man mano dalla Storia, al punto da ammalarsi di collettiva depressione (una scena che merita). Finché un giorno, uno di loro, il minion Kevin, ha deciso di abbandonare la grotta polare del ritiro forzato e di avventurarsi fino in Florida, dove i più cattivi di tutto il mondo si trovano riuniti in convention. Di qui, lui, Stuart e Bob, voleranno poi nella swingin' London, al seguito della terribile Scarlett Sterminator, per rubare niente meno che la corona d'Inghilterra. La squadra franco-americana che ha inaugurato con Cattivissimo Me questa fortunata serie di film ha colto nel segno nel momento in cui ha immaginato un personaggio (Gru, in quel caso, ma anche gli stessi Minion) con un'ambizione smisurata per il malaffare e un cuore limpido come quello di un bambino. In questa meravigliosa contraddizione, mai sollevata a livello esplicito ma certamente cuore della faccenda comica, c'è tutta la forza e la verità di queste fortunate animazioni. Chi, infatti, non ha mai provato maggior simpatia e interesse per i cattivi del cinema anziché per il cosiddetto eroe di turno?

I cattivi hanno sogni più colorati, (dis)avventure più rocambolesche, esistenze -insomma- molto più divertenti.

Minions , che all'anagrafe è il terzo film ma biograficamente può dirsi un prequel dell'originale, porta appunto volontariamente all'esagerazione il divertimento promesso, articolandolo in quantità e virtuosismo (il viaggio dei tre protagonisti è quasi uno spin-off nello spin-off).

Non manca per questo la qualità, a partire da quella della colonna sonora, decisamente sorprendente nel contesto cartoon (dai Doors a Jimi Hendrix, e poi Beatles, Who, Kinks, Stones, Donovan con l'azzeccatissima "Mellow yellow").

Ma nel film di Pierre Coffin e Kyle Balda, tante sono anche le citazioni cinematografiche, interne alla "trilogia" stessa (noi non riveliamo nulla, ma voi guardate in zona raggio congelante) e non solo (a Stuart è affidato il momento Ritorno al futuro, a Bob quella da Grande Dittatore e su tutta la parte britannica aleggia un'atmosfera bondiana). Ai meno esigenti sarebbe probabilmente bastato l'impatto visivo dei micropersonaggi tutta-testa e dell'ambientazione d'epoca, il loro caos slapstick, l'irresistibile fonetica, ma il fatto che il film abbia una storia che regge è cosa gradita e ne fa un terzo capitolo a tutti gli effetti, non solo una divagazione estiva.

Manca però quella tenerezza che aveva fatto tremare all'unisono gli schermi e i cuori mentre Gru dava la buonanotte a Margo, Agnes e Edith.

Per quanto in tre, nanerottoli e simpatici, Kevin, Stuart e Bob non possono competere con le sorelline adottate. Né, per dirla tutta, sembrano destinati a scalzare i colleghi e a guadagnare la prima linea com'è successo ai Pinguini di Madagascar.

Per loro fortuna sembrano non curarsene e pensare soltanto: "... banana!"

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10 settembre 2015 4 10 /09 /settembre /2015 06:21
Il bronzeo leone rutelliano e un leone zodiacale si incontrano

Sotto gli artigli del bronzeo leone rutelliano, a guardia della statua equestre di Garibaldi, all'interno del piccolo omonimo giardino posto di fronte al Giardino Inglese.
E' uno scontro tra il possente leone bronzeo e un Leone zodiacale: chi avrà la meglio?
Quando ero piccolo, passavo ore intere a giocare con questo leone ruggente, visto che con la mamma venivamo di frequente in questo giardino, molto vicino alla vecchia sede della Scuola Media Alberigo Gentili, dove lei insegnava.

In una recente visita, mi sono seduto ai piedi del leone bronzeo per scattare un paio di foto e sono stato travolto da una marea di ricordi di quando io piccolino giocavo a rimpiattino con il gigantesco leone, nascondendo in un grosso cespuglio di piante di aloe, allora molto più rigoglioso e ricco di anfratti ombrosi, e balzandone fuori per improvvisare temibili agguati.
Il leone di bronzo, allora, mi pareva ancora più gigantesco e imponenti.

Qualche volta, sotto l'occhio attento della mamma, provavo anche ad arrampicarmi sul suo dorso.
 

Il bronzeo leone rutelliano e un leone zodiacale si incontrano
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24 agosto 2015 1 24 /08 /agosto /2015 17:44
Quell'urlo di dolore
Quell'urlo di dolore
Quell'urlo di dolore

Cammino per un viale alberato

una miriade di occhi enormi mi guardano minacciosi

occhi che come quello di un ciclope-lepre non possono esserer mai chiusi

 

Mi sento osservato da tutti questi occhi

puntati verso di me

 

Gli alberi mi guardano e non favellano,

eppure a modo loro mi parlano

Un paio di loro ha un ampio squarcio

nella corteccia morbida che lascia a nudo

il morbido midollo sottostante

e soto si suppongono

nervi scoperti ed esacerbati

 

Bocche urlanti

impegnate in un muto urlo di dolore

assordante

indicibile

Chi mi ha fatto male?

Chi ha lacerato la mia carne?

Un grido straziante ed inarticolato

come quello di Polifemo

dopo l'accecamento

 

E, a causa di quell'urlo,

gli occhi che guardano

sembrano ora minacciosi ed ostili

 

E i rondoni sono tutti volati via

con un frullo d'ali

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15 agosto 2015 6 15 /08 /agosto /2015 05:40
Dopo la pioggia

(Maurizio Crispi) Quando ero giovane (o dovrei dire "più" giovane, partendo dall'assunto ottimista che ancora non sono vecchio?), pensavo che il mondo in cui vivevo fosse bello e che fosse destinato a diventare sempre più bello.
Adesso che ho superato i 65 anni devo ricredermi.
Il mondo va deteriorandosi sempre di più: si è messo in moto un processo di irreversibile decadimento, evidente nella sciatteria, nella sporcizia, nella rinuncia alla ricerca del bello, nella perdita della sobrietà.
Credo che oggi nessuno più potrebbe comprendere il messaggio di Walden.
Anche se, ovviamente, rimane la possibilità di considerare la città un testo da leggere e da esplorare, in cui assemblando assieme elemeti disparati e casualmente presenti si potrebbe costruire una piccola opera d'arte.
Questo è, forse, il senso del fotografare anche le scene del degrado quotidiano, gli animali morti ed in decomposizione, tutto ciò che giace abbandonato nel flusso ininterrotto delle strade, trasformando l'invisibile in visibile.
In fondo, in questo c'è molto della lezione di Joseph Cornell, artista statunitense e pioniere dell'assemblaggio con la creazione di ineffabili ed incredibili "scatole magiche", come racconta Charles Simic in un suo libricino, appunto dedicato all'artista americano scomparso (Il cacciatore di immagini. L'arte di Joseph Cornell, Adelphi, 2005) che sto leggendo proprio in questi giorni.

Onde evitare fraintendimenti, chiarisco un punto essenziale: questa non è una considerazione "saggistica", bensì una nota di diario che, quindi, riflette essenzialmente un mio stato d'animo.
Si coglie - della realtà - ciò che i nostri occhi ci fanno vedere, guidati dal cuore: e, quindi, in alcuni momenti ci può essere la tendenza a vedere solo buio, quando magari - invece - c sono anche delle chiazze di luce.
Sono contento, tuttavia, dei molti interventi che ha suscitato il mio post, perché la discussione e il confronto sono sempre costruttivi anche quando scaturiscono da un pezzo che risente di uno stato d'animo (transitorio) cupo.
D'altra parte ho ritenuto "illuminante" (il virgolettato è per enfatizzare il senso metaforico della parola in questo contesto), il riferimento a Joseph Cornell che, come racconta Simic nei suoi quadretti, realizzava le sue opere dopo aver camminato a lungo per le vie di New York (Manhattan, specificatamente) e averle osservate con attenzione alla ricerca di subliminali messaggi negli oggetti più insignificanti, anche in quelli più degradati, e nella loro combinazione e ricombinazione.

Tornando alla realtà, Palermo ha effettivamente delle qualità particolare, poichè - forse per via del retaggio del Gattopardo - qualsiasi cosa nasca o venga partorita (si tratti di piste ciclabili, o adesso di una moderna "light railway" cittadina, parchetti giochi per i bambini, parchi pubblici etc, già nel momento in cui nasce è degradata, poichè l'Amministrazione locale è brava a sperperare soldi in nuove (e potenzialmente qualificanti iniziative) ma non è in condizione (o non vuole) pianificare un capitolo di spesa per il mantenimento nel tempo delle opere stesse (sia che si tratti di manutenzione, guardiania, abbellimenti ulteriori etc).
Se a tutto questo si aggiunge l'incuria dei cittadini, il loro menefreghismo, la totale assenza di senso della pubblica utilità e della consapevolezza di essere parte di una comunità, allora siamo davvero a posto.

 

Dopo la pioggia

Maurizio, ripenso a com'era la mia città natale quando nacqui e la trovo migliorata nella pulizia, nella civiltà degli abitanti, nell'ordine, nel traffico. Questa evoluzione la riscontro in molti altri luoghi. Inoltre, ravviso macro-segnali relativi all'accesso di frange sempre più ampie della popolazione mondiale a scalini successivi della piramide di Maslow.
Intendiamoci, non sono un turbo-ottimista. Sono convinto che dobbiamo lavorare ogni giorno, ad esempio per ridurre la forbice della disuguaglianza, che si sta allargando di nuovo, come sempre accade in periodi di crisi economica. Oltre a questo, dobbiamo continuare a insegnare alle persone più giovani di noi la cultura dell'accoglienza, del rispetto, perché sono le uniche che garantiscono l'inclusione e depotenziano certi problemi sociali che gli steccati innescano.
Sono più possibilista, ecco tutto.

Andrea Furlanetto

Charles Simic, Il Cacciatore di immagini. L'arte di Joseph Cornell, AdelphiChi era Joseph Cornell? «Non saprei dire se è uno scultore, un pittore, un poeta, un estemporaneo artigiano o semplicemente un mago» rispondeva Goffredo Parise, perplesso. Ma certo è che l’incontro tra Cornell e Charles Simic appare predestinato. Difficile immaginare una più alta affinità di quella che lega i due instancabili esploratori di universi fatti di cose inutili, frusti detriti del vivere quotidiano, nostalgie, percezioni marginali che accendono lampi visionari e offrono squarci imprevedibili sulla dimensione metafisica del tutto. Con dedizione appassionata, Simic rende omaggio a Cornell ripercorrendo i luoghi di una New York segreta, così amata da entrambi; si immagina momenti diversi nella giornata dell’artista, scandita dagli abituali vagabondaggi per le vie di Manhattan; evoca volti di sconosciuti in cui forse Cornell ebbe modo di imbattersi; ridisegna con la trama delle parole le sue creazioni: scatole in cui svariati oggetti si armonizzano in simmetrie oniriche, collage, sculture, filmati. È il suo modo di ricordarlo a vent’anni dalla morte, quando ormai un incontro – talmente desiderato da riproporsi addirittura in sogno – è impossibile.
E così, affastellando cimeli teatrali e variopinti pappagalli, cartoline seppiate e stupefatti volti di bambole, mappe stellari e selve di rami nodosi, cappelli di paglia e palazzi fantasma, Simic altro non fa che replicare, per l’incanto del lettore, le magiche alchimie combinatorie di Cornell (dal risguardo di copertina).

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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