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17 novembre 2015 2 17 /11 /novembre /2015 17:56
Ombra ben presto sarai

L’alba grigia
d’un nuovo giorno

Poche stelle in cielo

Il clangore aspro dei cassonetti 
rudemente svuotati

Come sempre,
le strida dei gabbiani

Flusso confuso di ricordi,
nuvole che passano veloci nel cielo,
mutando forma di continuo

Il corpo dolorante,
aggranchito e anchilosato,
in affanno

Il tempo del sogno mi è alieno,
un continente intangibile,
una shangri-la da cui sono stato espulso per sempre

I sogni sfuggono via
come fine sabbia mossa dal vento,
impossibile trattenerli,
poiché ritornano subito al luogo da cui sono venuti

Poi, i soliti rituali del mattino
fanno da ancoraggio
e proteggono dalle irreversibili derive

Ombra ben presto sarai
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17 novembre 2015 2 17 /11 /novembre /2015 07:19
Pilgrim's Way

Siamo sempre qua
a tenere la breccia.

Solitudine rosso fuoco

Il cielo ad est si accende di colori,
al di là di una coltre di cupe nubi

Comincia un nuovo giorno,
e un nuovo capitolo della pilgrim’s way

Un gatto ruggisce,
allertato dall’afrore dell’estro

I gabbiani volano verso terra
e stridono chiamandosi a vicenda

La vita dell’anacoreta peripatetico
mi si s'addice

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6 novembre 2015 5 06 /11 /novembre /2015 23:26
Gli scialli magici della Mamma
Gli scialli magici della Mamma

In un armadio di casa c’è un cassetto magico e questo cassetto è pieno di scialli di lana colorati, di tutti i colori e di tutte le consistenze,  a punto largo e a punto stretto, spessi e sottili, frangiati e non.

La mamma amava indossarli d’inverno, per tenersi al caldo, quando se ne stava seduta nella poltrona del soggiorno, accanto a Tatà.

Ce n’erano alcuni cui era più affezionata di tutti gli altri e questi li adoperava più di frequente.

Da quando la mamma è morta, quando comincia a fare freschetto - e poi d’inverno, talvolta anche quando vado a letto -, io adoro indossarli.

Avvilupparmi in essi mi dà conforto, non solo per il piacevole tepore che assicurano, ma soprattutto perché mi riscaldano l’anima.

Lo so: se qualcuno mi vedesse, potrebbe pensare che sono buffo o patetico, a seconda.

Quando li indosso, mi sento meno solo, perché sento la mamma vicina, anche se non c’è più.

Stupidamente nostalgico?

Infantile?

Desideroso di tornare a possedere (o di costruirmi) una copertina di Linus?

Tutte le risposte potrebbero essere giuste e nessuna lo è veramente, poiché darebbe semplificazione a qualcosa che è molto complesso e stratificato e, in ogni caso, ha anche che fare con la “magia”, nel senso più lato della parola, quella stessa magia che - da piccoli - ci fa credere a Babbo Natale.

Per lo stesso motivo, ho cominciato ad usare, ora che il meteo lo consente, un giubbino di pile che apparteneva a Tatà e, appena farà più freddino, qualcuno dei suoi felponi e "piloni" che io stesso nel corso degli anni gli avevo regalato e che lui usava sovente.

Tra scialli e "felponi/piloni" magici, mi sentirò sicuramente meno solo, ora che del mio nucleo familiare originario rimango solo io.

 

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31 ottobre 2015 6 31 /10 /ottobre /2015 06:54
Halloween and the wild things
Halloween and the wild things
Halloween and the wild things
Halloween and the wild things

Dolcetto, scherzetto

Zucca,
Grande Zucca,
Great Pumpkin

Where are all the wild things gone?

E bisogna anche fare attenzione,
quando meno te lo aspetti
arriva alle tue spalle il maniaco custode pazzo,
dell’antico cimitero abbandonato,
brandendo una vanga insanguinata,
mentre vecchi gufi gufeggiano

All the wild things are gone!

Eppure le cose selvagge
c’erano un tempo,
a long time ago
once upon atime

E ora?
No avventura,
No imprevisto,
No sorprese dietro l’angolo...

Oppure sì?

Chi potrà dirlo?

Eppure, camminando
gli strani incontri con esseri mattacchioni
che ti guardano ammiccanti
e ti tirano fuori la lingua
in un simpatico sberleffo
non mancano mai
e non smettono di sorprenderti

Oppure, ti puoi imbattere
in facce ghignanti,
che generano inquietudine

La wilderness per essere tale
deve poterti attrarre con le sue armi di seduzione,
incantarti come le Sirene con il loro canto,
ma nello stesso tempo terrorizzarti

 

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30 ottobre 2015 5 30 /10 /ottobre /2015 00:30
(da noi a me)
(da noi a me)
(da noi a me)
(da noi a me)
(da noi a me)
(da noi a me)
(da noi a me)
(da noi a me)
(da noi a me)
(da noi a me)

(da noi a me)

Niente, solo la pioggia che cade triste

Ed è solo uno sgocciolìo quieto.

L’ora è tarda, la casa vuota

Armadi traboccanti di vecchi indumenti, carte e carpette, libri polverosi vecchi di tre generazioni

Tutto da rivedere e da soppesare

In un cassetto, una lettera che mi scrisse mia madre, molti anni fa, quando ancora non esistevano i cellulari, lettera a cui forse non risposi mai

Un piccolo folder con foto in formato piccolo e piccolissimo che formano una piccola carrellata sulla storia familiare, raccolte da mia madre e poi dimenticate in un fondo di cassetto

Mio fratello che, dalle foto, mi guarda con il suo sguardo fiero, a volte spaventato, di quando era piccolo e poi adolescente.
Nelle sue foto di adolescente, c’è spesso tristezza nel suo volto allungato A volte, però, fierezza e fiducia Ricordo che, a volte, da adolescente, mi chiudevo in bagno e lì, in solitudine, piangevo e singhiozzavo per mio fratello, pregando silenziosamente perché un miracolo gli rendesse la salute e la capacità di camminare

Foto di famiglia, come si usava un tempo, tutti in tiro, nel giorno della prima comunione e della cresima, Salvatore nel punto focale del gruppo, un po’ emozionato

Mio fratello, attorniato dal suo gruppo di amici ridenti che lo omaggiavano spesso di foto spassose per strappargli un sorriso

Mio padre in uniforme da ufficiale e in divisa da campo, con la bustina che si usava allora

Ancora mio padre, magrissimo (perchè aveva patito la fame), appena tornato dal campo di prigionia, ma già attivo e laborioso, che cammina a passo svelto lungo via Ruggero Settimo, dando l’impressione di uno che ha molto da fare e molti sogni che gli frullano per la testa

Io, in foto tessera, vestito da da ufficiale e con la barba

Le mie continue trasformazioni camaleontiche Barba sì, barba no Baffi sì, baffi no, Capello lungo hippieggiante, nel tempo giusto per farlo, oppure capello corto stile nazi o ancora rapato a zero Io, con aria meditativa Io, con atteggiamento da guerrigliero Io, palestrato

Noi, da piccoli, sulla spiaggia, per me mio fratello era un eguale, anche se non poteva fare le stesse cose che facevo io, e quei giorni sulla spiaggia di Mondello, giorni assolati con le merende di pane e uva erano splendidi

Ogni cassetto che si apre è una capsula del tempo che riserva inattese sorprese e riporta indietro con whoosh che a volte mi lascia stordito

Continuo a sentirmi un sopravvissuto in quelle stanze che sembrano popolate di fantasmi e non ancora risorte a nuova vita

Once upon a time... Nel passato ci sono le favole e i drammi Il futuro ci attende con il ripetersi di vecchi copioni, anche se a volte ce ne sono di nuovi ed inaspettati. Ed qui che sta tutta la meraviglia

E’ strano che io parli del futuro, quando il mio tempo si fa stretto, quando c’è sempre margine e meno strada da percorrere, meno storie da scrivere, e quando l’apertura di sempre nuove e sorprendenti capsule del tempo mi risucchia indietro con prepotenza

In definitiva, chi sono io? Dove vado? Cosa faccio? Cosa ci faccio qui?

 

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29 ottobre 2015 4 29 /10 /ottobre /2015 07:08
La famiglia dei Gattoni
(da un mio post precedente - 2013) [...] Prima che arrivassero i miei cugini dalla Sardegna (e da allora avemmo la capanna assieme a loro) era consuetudine cercare dei co-locatari, per dividere la spesa. Fu così che la mamma, un anno, fece ritorno dagli uffici della Società (era sua l'incombenza di occuparsi di queste faccende), annunciando che nella prossima stagione avremmo diviso la capanna con la famiglia Gattoni.
Quando sentii questa notizia, fui eccitatissimo dalla novità, ma non dissi nulla a nessuno, pur iniziando a fantasticare attorno a questi misteriosi "gattoni".
Poi, nel corso del tempo, ci furono sicuramente durante le conversazioni tra gli adulti numerosi accenni alla famiglia dei "gattoni". E, di quando in quando, capitava anche che la mamma e mio padre si interrogassero su come sarebbero stati questi "gattoni" come compagni di capanna. 
Io orecchiavo le loro conversazioni e questi accenni facevano vieppiù galoppare la mia fantasia. Sia come sia, arrivò il tempo dell'inaugurazione della stagione balneare e, con armi e bagagli, andammo al mare per la prima volta. 
A quel tempo dovevo avere quattro o cinque anni. La mamma mi raccontava spesso che appena arrivato, anziché cominciare a fare i miei giochi preferiti, io cominciai a cercare e a guardare in giro, instancabilmente. Entravo ed usciva dalla capanna, guardavo nei piccoli spazi dietro la cabina, sbirciavo da ogni parte, spostavo le sdraio addossate alle pareti e rimestavo in giro, mostrando una delusione via via crescente. 
Ad un certo la mamma mi chiese: "Ma cosa stai cercando, Maurizietto?" 
Ed io le risposi: "Ma..., mamma, mi avevi detto che quest'anno ci sarebbero stati i gattoni. Ed io non vedo nessun gattone!". 
E, naturalmente, a questa mia risposta fece segue l'immancabile coro di risate da parte degli adulti presenti.

 

Le cose che capitano da piccoli si ammantano di una patina che li rende “mitici”, a volte prima ancora che accadano (nelle attese e nelle aspettative); ma può anche succedere che anche gli eventi attesi vengano caricati e, per così dire, trasfigurati dall’apporto di elementi fantastici (o fantasticati).
Inoltre, può anche entrare in gioco la ripetuta narrazione ad agire come potente volano propulsore per far sì che un evento in sé piccolo possa entrare a far parte della propria mitologia di ricordi.
Raccontando a posteriori di questa circostanza, potrei anche aggiungere che, se a quel tempo mi fosse stata letta (o avessi letto) la storia di Alice nel Paese delle Meraviglie, avrei magari potuto immaginare di ritrovarmi davanti ad un’intera progenie di gatti del Cheshire. .. pronti a far parte delle celebrazione del mio non-compleanno (che cade appunto nei mesi estivi) e che però non avrei mai potuto vedere, poiché - a parte un ghigno incorporeo - in linea di massima il loro corpo rimane sempre invisibile.
Proprio di recente, mi sono imbattuto in una vera famiglia di “gattoni” pluri-generazionale, mentre correvo per i viali di Villa Trabia.
Non ho potuto fare a meno di far loro (ai “gattoni”) un piccolo servizio fotografico che mi ha rimandato con il pensiero e con le emozioni alla mitica famiglia “Gattoni” della mia infanzia.

 

 

 

 

La famiglia dei Gattoni
La famiglia dei Gattoni
La famiglia dei Gattoni
La famiglia dei Gattoni
La famiglia dei Gattoni
La famiglia dei Gattoni
La famiglia dei Gattoni
La famiglia dei Gattoni

I Gattoni di Villa Trabia

More Gattoni di Villa Trabia

Il loro luogo sicuro è il recinto di una vecchia serra di cui sopravvive soltanto il basamento in arenaria

E i più timidi (nonché i più piccini) se ne stanno all'interno per uscire a sbirciare ciò che accade fuori solo di tanto in tanto. Ma la curiosità è - come sempre - più forte della paura

Il buco nel muro che per i più giovani dei Gattoni rappresenta l'interfaccia tra il claustrum del loro nido e il vasto mondo al di fuori

Gattone acrobatico che non ha nulla da invidiare a Philippe Petit...

Gattone terragnolo

Le didascalie alle foto

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21 ottobre 2015 3 21 /10 /ottobre /2015 07:20
Luoghi di transito: e, in verità, siamo tutti di passaggio
Luoghi di transito: e, in verità, siamo tutti di passaggio
Luoghi di transito: e, in verità, siamo tutti di passaggio
Luoghi di transito: e, in verità, siamo tutti di passaggio
Luoghi di transito: e, in verità, siamo tutti di passaggio
Luoghi di transito: e, in verità, siamo tutti di passaggio
Luoghi di transito: e, in verità, siamo tutti di passaggio

“Our earthly condition is that of passers-by, of incompleteness moving towards fulfilment and, therefore of struggle...”

Ignoto (per me)

E siamo tutti di passaggio, belli e brutti, lenti o veloci, grassi o magri... Ma non sempre ci ricordiamo della nostra qualità di semplici passers-by...

Tutto è effimero...

Alcuni luoghi vicino ai quali mi trovo a passare mi mettono malinconia. Sono luoghi in cui qualcuno è nato oppure è morto. Sono luoghi di transito, in entrata o in uscita in questo mondo. Oppure, semplicemente luoghi di sosta, in un mondo in cui tutti sembrano avere sempre troppa fretta.

Luoghi che sono come delle soglie, a differenza dei cimiteri che, invece, si presentano in tutta la loro staticità.

E, accanto alla fioritura inattesa, la crudezza della baraccopoli dove vivono gli zingari e rappresenti di altre etnie balcaniche, nomadi e migranti, in condizioni precarie ma capaci di dar vita a edifici che per quante precari e per quanto edificati con materiali di risulta sono pur sempre “case”

Le strade nella loro precarietà a volte consentono di fissare l’eternità e il mistero insondabile delle cose, quando consentono di mettere assieme in un unico colpo d’occhio la bellezza non facilmente descrivibile di un albero in piena fioritura contro lo sfondo di un cielo terso e azzurro, ma anche una mela mangiucchiata e poi abbandonata, come se il suo proprietario avesse avuto troppa fretta per stare ancora a masticare o si fosse improvvisamente volatilizzato, transitando in un altro piano temporale (per chi ci crede), o anche la buffa ed incongrua giustapposizione di diversi e divergenti piani operativi, con l’incrociarsi di persone per cui il tempo si muove ad una velocità diversa e che si sfiorano appena senza vedersi.

Ci si chiede sempre quando incroci qualcuno chi sia e dove stia andando. E siccome tu stesso ti ritrovi a porti queste domande fondamentali, ti chiedi se l’Altro che incrocia il tuo cammino lo sappia oppure se sia assolutamente ignaro ed inconsapevole di tutto. Ti chiedi se qualcuno abbia trovato le risposte che tu non sei ancora riuscito ad avere...

A volte, è come se fossimo del tutto ciechi e sordi nel nostro andare e, del pari, totalmente ignari sia delle bruttezze che incrociamo sia delle poche inestimabili ricchezze che attraversano il nostro cielo come un rapido ed effimero raggio di luce, ma tale da illuminare il nostro interno con un fulgore accecante, anche se solo per pochi attimi.

Un tributo alla memoria che da anni sopravvive e che, di tanto in tanto, viene aggiornato...

Solo pochi si soffermano a guardare e a riflettere

Chi ha mangiucchiato quella mela e perchè poi, anziché gustarsela sino in fondo, l'ha abbandonata così all'improvviso? Forse che, dopo i primi morsi, ne sia stato avvelenato?

Tutto è effimero, anche la più bella fioritura

Il campo nomadi di Palermo immutabile nella sua precarietà

La meraviglia di un incongruo e stracarico trasloco a bordo di una Bianchina familiare, una "Station Wagon" d'epoca. Chi sono? Dove vanno?

Rosa Fresca aulentissima... ai piedi della statua dedicata al Santo Padre Pio

I miei commenti alle foto

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12 ottobre 2015 1 12 /10 /ottobre /2015 17:39
Sferracavallo, qualcosa è cambiato... e non in meglio
Sferracavallo, qualcosa è cambiato... e non in meglio
Sferracavallo, qualcosa è cambiato... e non in meglio
Sferracavallo, qualcosa è cambiato... e non in meglio
Sferracavallo, qualcosa è cambiato... e non in meglio
Sferracavallo, qualcosa è cambiato... e non in meglio

(Maurizio Crispi) Sferracavallo, il piccolo ridente borgo marinaro alle porte di Palermo, è un luogo nel quale mi piace fare ritorno di tanto in tanto, perchè è stato importante per alcune stagioni della mia vita importante.

Lì, negli anni della mia tarda adolescenza, dal lato dei villini più prestigiosi, a ridosso della propaggine di scogli conosciuta come "Punta Marconi", avevamo sulla stretta costiera rocciosa, dove erano gli scivoli a mare dei più prestigiosi villini della zona (tutti datati dal primo Novecento) una piccola concessione demaniale di pochi metri quadri, sulla quale - nella buona stagione - facevamo montare una piccola cabina di legno.
Fu questa sistemazione a farci abbandonare la tradizione della "capanna" mondellana. Ancora per una breve stagione, Salvatore che non voleva più andare al mare di Mondello a causa dell'impietoso sguardo altrui, si convinse a venire: solo che qui la discesa a mare era più disagevole.

Molti anni prima i miei cugini usavano venire con la loro famiglia a Sferracavallo, dove andavano in affitto, di volta in volta in case diverse.

Quelle di Sferacavallo furono le mie ultime stagioni al mare di stampo adolescenziale, con quelle lunghe ore di nuotate oppure di dolce far niente, a crogiolarsi al sole o a tuffarsi ritetuamente dallo scoglio più alto.
E poi la sera c'era il rito di andare in piazza a mangiare il gelato artigianale al gusto di gelso nero (che, allora, per Palermo era una novità assoluta).
Poi, ogni anno a chiusura di stagione, c'era da seguire la festa patronale dei Santi Medici Cosma e Damiano, che si concludeva con la processione e la vara dei Santi portata daglu uomini della confaternita a piedi scalzi, anche lungo le vie a fondo naturale tutte pietrose e gli spettacolari giochi di fuoco finali.

Per questi motivi, Sferracavallo mi è rimasto nel cuore, anche se non è facile riconoscere questi legami e seguirli dentro di me come sottili corde invisibili che conducono ad anni il cui ricordo è tuttora confuso, poichè allora - negli anni della tarda adolescenza - mi sentivo come uno senza un luogo e senza una patria, costretto a vagare senza mai potermi veramente fermare, sempre all'inseguimento di desideri mai appagati e di una normalità da cui mi sentivo escluso.

Sferracavallo era allora un posto per pochi eletti, dignitoso e tranquillo, avulso dal chiasso e dal brusio delle grandi masse.

Eppure nel corso del tempo qualcosa è cambiato e la natura del villaggio si è trasformata malignamente in parte per via dello sviluppo dei ristoranti in cui, pagando un modico prezzo standard, si mangia un ricco menu a base di pesce (per così dire, dalla A alla Z), in parte perchè con l'Autostrada A9 - e i relativi svincoli posti nelle vicinanze - è diventatata facilmente accessibile con l'auto da persone alla ricerca di sbocchi "festivi" e di divertimenti consumistici di bassa lega, con giostrine da quatto soldi e bancarelle di paccottiglia varia. Ma nello stesso per via dei due grandi centri commerciali di recente sorti da un lato e dall'altro (rispettivamente il "Conca d'Oro" ancora in territorio di Palermo e il "Poseidon" nell'area di Carini, è rimasta tagliata fuori dagli investimenti in attività commerciali (intrattenimento e ristoriazione) di qualità (e ci sarebbe molto da dire su come questi dissennati ipermercati e centri commerciali megagalattici influiscano sui fragili e delicati equilibri su cui si regge il tessuto socio-urbanistico delle periferie). Insomma, sembra essere diventato - soprattutto per quanto concerne - l'atmosfera domenicale un posto per sfigati e derelitti.

Oggi, il maestoso paesaggio della montagna incombente su Punta Barcarello e sul borgo marinaro crea un netto contrasto con la sporcizia e il degrado imperanti nelle zone pubbliche dello stesso della borgata: quelle che un tempo erano caratterizzate da plizia e nitore.
Dopo i lavori di restauro del fronte del porticciolo, realizzati più di due decenni addietro (quando già da molto tempo tempo avevo smesso di venirci), con la realizzazione di una piccola diga sopraelevata e vista sul mare, di grandi aiuole, abbellite da camminamenti e da panchine, oltre che da una fontana, il tutto è stato lasciato alla deriva.
Naturalmente, questo degrado risente del fatto che la borgata di Sferracavallo non possiede una sua amministrazione autonoma, ma fa parte di una delle circoscrizioni del Comune di Palermo, in cui vige il principio spendere per la realizzazione di grandi opere (con tutta la mangiatoia annessa alla concessione dell'appalto dei lavori) e poi non stanziare nessun capitolo di spesa per la manutenzione ordinaria e straordinaria.
Il fronte del porticciolo di Sferracavallo avrebbe potuto rimanere come un posto splendido, mentre invece sono il degrado e l'incuria a farla da padrone.
Acqua ristagnante (proveniente sia dalla pioggia sia dalle mareggiate), cartacce, resti organici di dubbia origine, puzze e una fauna di frequentatori che provengono dalle borgate infime della nostra bella città: abbigliamenti assurdi e sguaiati, donne grassone che mangiano dolciumi e schifezze varie con le loro boccacce che, sformate come ciabatte vecchie, spalancate senza ritegno lasciano intravedere denti marci e sgangherati, sigaretta alla bocca, perchè fumare è okkei e naturalmente la ciunga che viene rivoltata e rivoltata in bocca come un bolo da ruminante.
Non c'è evoluzione in meglio, quando l'unica maestra di questo sottopopolo è la più deteriore delle Televisioni che vanno in onda.
Programmi spazzatura, sitcom, aste, isoladeifamosi, amici, chilavisto e altre robacce, come il junk food che ingurgitano.

Io può io può, senza ritegno e senza alcuna autocritica.

Da rabbrividire.
Sembra di essere nella fiera degli orrori.

Mi dispiace davvero tanto, ma temo che con l'età io sto diventando un po' troppo razzista, se - in questo caso - di razzismo si può non parlare, o se non è soltanto pura e semplice indignazione per una violenza perpretata all'estetica e al sentimento della bellezza che sempre dovrebbero essere una delle nostre guide.

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10 ottobre 2015 6 10 /10 /ottobre /2015 07:07
Le sedute odontoiatriche non sono mai rose e fiori ( specie se l'inconscio ci mette lo zampino...)
Le sedute odontoiatriche non sono mai rose e fiori ( specie se l'inconscio ci mette lo zampino...)
Le sedute odontoiatriche non sono mai rose e fiori ( specie se l'inconscio ci mette lo zampino...)
Le sedute odontoiatriche non sono mai rose e fiori ( specie se l'inconscio ci mette lo zampino...)
Le sedute odontoiatriche non sono mai rose e fiori ( specie se l'inconscio ci mette lo zampino...)

Il mio rapporto con il Dentista, inteso come figura archetipica, è stato sempre problematico.

In passato, specialmente.

Più volte ho abbandonato il campo, perché ne ero spaventato e, per lungo tempo, evitavo successivamente di frequentare gli Studi dentistici.

Ma, per necessità di cose, ho sempre dovuto riprendere, sempre alla ricerca del mio Dentista ideale. Detto tra parentesi; nella mia prossima vita voglio nascere con un corredo già precostituito di denti denervati al titanio.

Anni addietro, quando ero proprio all’inizio del mio percorso di psicoanalisi, andai dal Dentista di allora. E questo andare era sempre accompagnato da una notevole ambivalenza e da una grande sofferenza interiore: mai che fosse una passeggiata. In quella seduta, ci fu qualcosa che mi turbò. Forse fu la procedura dell’anestesia, forse fu un odore di disinfettante più forte del solito: fatto sta che cominciai a sudare freddo, ad avvertire una sensazione di nausea, e ad avere il polso piccolo e frequente.

Io dal dentista, in sala d'attesa. La mia espressione non è una delle più feliciSi dovettero temporaneamente fermare le successive fasi estrattive: ed io - per evitare il collasso - dovetti stare a lungo con la testa tra le gambe.

Per quella volta me ne andai con un nulla di fatto (o forse l’operazione si fece egualmente, adesso non ricordo): ma, in ogni caso, quell'esperienza mi lasciò con un forte senso di disfatta e di incapacità. La sensazione di non “essere forte” in circostanze che richiedevano una dose in più di coraggio e di capacità di sopportazione del dolore.

L’indomani affrontai la mia seduta di psicoanalisi con il rimpianto ed insuperabile Francesco Corrao, nel corso della quale vennero fuori degli aspetti interessanti.

Il giorno che precedeva la seduta estrattiva mi ero trovato a guardare alcune sequenze del film di Joseph Losey (1972) che racconta L’assassinio di Trotsky, (avvenuto come è noto nel 1940, in Messico, dove il rivoluzionario russo si era ritirato in esilio)

Rimasi particolarmente sconvolto dall’immagine cruenta dell’attentato che portò Trotsky alla morte: come è noto, il suo sicario (presentatosi inizialmente come amico e rivoluzionario espatriato), dopo aver ottenuto la sua fiducia, lo colpì in piena testa con una piccozza. E il film nella sua sequenza clou presentava proprio questo evento, in tutto il suo realismo (piccozza piantata al centro della fronte, sangue rutilante che sgorgava dalla ferita profonda etc).

Io, turbato da una simile visione, avevo immediatamente cambiato canale, non intenzionato in alcun modo ad espormi ad ulteriori sofferenze.

Le immagini perturbanti - con tutto il loro potere intatto - furono immediatamente rimosse, ma riemersero il giorno dopo nel corso della seduta odontoiatrica, senza che me ne rendessi conto: vennero recuperate soltanto nel corso della seduta di psicoanalisi.

In sostanza, mi ritrovai a sperimentare un vero e proprio attacco di panico, in cui la figura del dentista e quella del sicario di Trotsky si congiungevano e in cui gli attrezzi da lavoro odontoiatrico e la piccozza dell’assassino si equivalevano. Il Dentista si trasforma da figura benevola in personaggio sadico, violento e crudele, come un padre divoratore dei suoi figli: e, alle spalle del sicario inviato ad uccidere in modo barbaro Trotsky, come punto di congiunzione, si staglia - altrettanto inquietante il sadico dentista, impersonato da Laurence Olivier che, nei panni del criminale nazista Szell dagli azzurri occhi di ghiaccio (conosciuto - tra le sue vittime dei lager - come l'"Angelo bianco") tortura con i suoi ferri del mestiere di odontoiatra Babe, il “maratoneta” (interpretato da un giovanissimo Dustin Hoffmann), ponendogli insistentemente ed ossessivamente la domanda “E’ sicuro?” (vedi la sequenza clou del film e leggi un mio precedente post, del 2009, dal titolo, “Il Maratoneta": un vero film cult da rivisitare, di tanto in tanto”).

Recentemente, proprio pochi giorni fa, lo stesso fenomeno si stava verificando nuovamente, mentre ero sotto le mani benevole e sapienti del mio amico Pippo. Questa volta il trigger è stato un odore di sostanze chimiche più intenso del solito: e subito dopo si è presentata quell’immagine (Trostsky con la piccozza piantata nella testa). E mentre ciò avveniva, ho avvertito i primi sintomi d’un incombente attacco di panico.

Questa volta, tuttavia, approfittando della pausa necessaria perché l’anestetico locale facesse effetto, ho detto a Pippo ciò che stava succedendo, riconnettendolo a quanto era già accaduto in passato. E ci siamo, ovviamente, fatti quattro risate: ma ciò è stato sufficiente per depotenziare i sintomi e per levare alla rappresentazione la sua forza maligna.

In fondo, la resistenza mentale alle situazioni di stress dipende dalla capacità di tenere sotto controllo il ritorno perturbante del rimosso oppure, semplicemente, dalla piena consapevolezza di ciò che sta accadendo dentro di noi. Ovviamente, se io non fossi passato attraverso l’esperienza della psicoanalisi non avrei raggiunto mai questa capacità di prendere le distanze dagli eventi perturbanti, per poterli esaminare e dire: “Ecco, questo è quello che sta succedendo”.

Immagini archetitpiche perturbanti riemergono spesso nei momenti di maggiore stress e, bisogna averne contezza, per poterle dominare.

E questo è uno dei pilastri su cui si fonda, sicuramente, un buon livello di resilienza.

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3 ottobre 2015 6 03 /10 /ottobre /2015 07:13
No-ne, no one e cose così
No-ne, no one e cose così

No-ne No one Nessuno

Una casa vuota e silenziosa

Non c’è musica, né danza

Nel riquadro di una finestra foglie verdi mosse dalla brezza
s'agitano,
ma senza suono

In contrasto,
si apre nella mia mente lo scenario
d'una spiaggia affollata piena di gente suoni colori

Ma tu sei fuori da tutto,
disconnesso,
proiettato ad una distanza siderale

Guardare quei colori,
udire quei suoni è come stare a guardare
un film che non comprendi,
parlato in un idioma sconosciuto che non puoi articolare,
sbirciare un mondo abitato da esseri alieni

Rimane la Casa con il suo Silenzio
le sue Ombre
i suoi Fantasmi
e solo un pallido riverbero di ciò che accade all'esterno

Una caverna popolata da idee-ombra
sempre più rarefatte
dove s’approssima un buio più nero
d’una notte senza stelle e senza luna

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Mi Presento

  • : Frammenti e pensieri sparsi
  • : Una raccolta di recensioni cinematografiche, di approfondimenti sulle letture fatte, note diaristiche e sogni, reportage e viaggi
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  • Frammenti e Pensieri Sparsi

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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