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7 settembre 2017 4 07 /09 /settembre /2017 13:33
fichi

Tempo d'estate, tempo di fichi.
Agosto di quest'anno è stato un mese pieno di fichi colti nel mio terreno in campagna.
E non ho fatto nemmeno in tempo a coglierli tutto, come avrei dovuto. Molti il grande caldo li ha fatti essiccare prima del tempo, o addirittura li ha bruciati.
Anche gli uccelli hanno banchettato.
Ma, d'altra parte, anche a loro spetta un assaggio della dolcezza dei fichi.
Non c'è niente di più bello che servirsi direttamente dall'albero per uno spuntino estemporaneo che sopperisce a momentanei cali della glicemia durante i lavori manuali.
Quella dolcezza densa che si arrotola sulla lingua e si espande verso il palato fa dimenticare qualsiasi preoccupazione...
E non c'è nulla di più bello che tornare a casa, a fine giornata, con un cesto pieno di fichi.
Aggiungo che non disdegno di raccogliere anche quelli che sono stati becchettati dagli uccelli: sono ottimi da mangiare, perchè solitamente i volatili (mica sono stupidi) scelgono di mangiare quelli che, giunti alla giusta maturazione sono i più dolci.
E questi, parzialmente mangiati, se non sono esteticamente belli da vedere (il frutto in sé è rovinato) sono squisiti e, in ogni caso si possono utilizzare per preparare riserve di marmellata per l'inverno. Tale è stata l'abbondanza che per alcuni (quelli più compatti e di dimensioni omogenee) ho fatto delle preparazioni di fichi affogati nella vodka e di fichi sotto spirito: vedremo cosa spunterà!
Altri (sempre i migliori esteticamente) li ho regalati...
Ricordo di quando ero piccolo e andavamo a villeggiare in una casa di proprietà della famiglia di mia madre a Capo Gallo (Mondello).
Qui c'era un enorme albero di fichi e, a quanto mi raccontava la mamma, una volta io condussi i miei cugini a farne una scorpacciata (che rimase epica e più volte citata, quando venivano raccontate storie di famiglia).
Altra storia di famiglia che riportava ai fichi e alla loro bontà era quella che mi raccontava mio padre, secondo la quale il suo nonno paterno, anche lui di nome Francesco, morì in seguito ad un'indigestione di fichi. Gli avevano portato un cesto di bei fichi dalla campagna ed erano così buoni che lui ne mangiò sino a morirne.
Ricordo anche una storia di un bel libro illustrato che avevo da piccolo, in cui c'era di mezzo un cesto di fichi succulenti che veniva rubato al contadinotto che li stava portando a casa.
E ancora ricordo la frase in greco, equivalente al nostro "dire pane al pane" che faceva  - non posso riprodurre ora la grafia in Greco - "onomazein ta suka suka" (cioè "dire fichi ai fichi"), a testimonianza di quanto i fichi fossero un cibo pregiato per i Greci antichi e per noi esilarante, quando la scoprimmo durante una lezione di Greco, per la sua assonanza con il nostro "imperativo categorico".
E, proseguendo nel flusso delle associazioni, mi ricordo ora del fascino di certe vecchine tutte verstite di nero che al bordo di polverose strade del Peloponneso vendevano ai passanti (turisti motorizzati, per lo più) cesti di succosi fichi, appena colti: e questa è la memoria di un'estate di quasi quarant'anni addietro.

Ed ecco la poesia, carpita attraverso FB, che ha generato in me questo veloce ed improvviso flusso associativo.

La dolcezza del fico... Tempo d'estate, tempo di fichi

Perché è ruvido e brutto
perchè tutti i suoi rami sono grigi,
ho compassione del fico.
Nella mia casa di campagna ci sono cento begli alberi:
susini rotondi
dritti limoni,
e aranci con splendidi fiori.
In primavera
tutti loro sono coperti di fiori
attorno all'albero di fico
e sembra talmente triste
con i suoi rami secchi e contorti, ma mai
si veste di piccoli boccioli...
A causa di ciò
ogni volta che ci passo vicino
dico, tentando di
rendere il mio tono dolce e felice:
"È il fico l'albero più bello di tutto il frutteto ".
Se ascolta
se capisce il modo in cui parlo,
che profonda dolcezza riempirà fino in fondo
l'anima sensibile dell'albero!
e forse di notte,
quando il vento sventolerà il suo apice,
ubriaco di contentezza gli dirà:
-Oggi ,qualcuno mi ha detto che sono bello.

Il fico, Juana de Ibarbourou, poetessa uruguaiana nata nel 1892

 

Juana de Ibarbourou

Juana de Ibarbourou, all'anagrafe Juanita Fernández Morales (Melo, 8 marzo 1895 – Montevideo, 15 luglio 1979), è stata una poetessa e scrittrice uruguaiana.
Di origini spagnole, la Ibarbourou ereditò dal padre l'amore per la sua terra natiaː la Galizia.
È stata definita dalla critica letteraria e dai suoi colleghi, quali Alfonso Reyes, la Juana de América, e il 10 agosto del 1929 ricevette nel Palazzo legislativo di Montevideo, dalle mani di Juan Zorrilla de San Martín, un anello d'oro per celebrare le sue simboliche nozze con l'America. Negli stessi anni Unamuno descrisse le sue liriche come una "castissima nudità spirituale".
Già nella prima raccolta di versi intitolata Las lenguas de diamante (1918), così come nella prosa El cántaro fresco (1920), nell'autobiografia Chico Carlo (1944), nell'opera teatrale Los sueños de Natacha (1945), la Ibarbourou si caratterizzò per una diffusa sensualità, una grande sensibilità, gioia, ottimismo e per elementi modernisti, simbolisti, [3], elegiaci, grazie ai quali trattò del mondo della natura, della società e del popolo americano, attingendo a piene mani dalla mitologia.
Nel corso della sua carriera, la Ibarbourou si avvicinò ai movimenti di avanguardia e surrealisti, come evidenziò nella raccolta La rosa de los vientos (1930), oltreché alla spiritualità presente nelle opere San Francesco de Asís (1935), Estampasa de la Biblia (1934), Loores de Nuestra Señora (1934), nelle quali l'amore, la misericordia, la speranza, la fede religiosa cristiana trascendono il dolore e la delusione della vita quotidiana. In questo periodo creativo, la Ibarbourou preferì scrivere le sue liriche passando dal rispetto della metrica ad un verso maggiormente libero.
La Ibarbourou ottenne vari incarichi importanti, tra i quali, nel 1950, la presidenza della Sociedad Uruguaya de Escritores e la partecipazione all'Accademia Nazionale delle Lettere uruguaiana.
Ricevette numerosi premi nel suo Paese ed in Spagna, oltreché nel 1958 la candidatura per il Premio Nobel per la letteratura.

Gianburrasca rubava sempre i fichi alla zia Bettina...

Gianburrasca rubava sempre i fichi alla zia Bettina...

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Published by Frammenti e Pensieri Sparsi (Maurizio Crispi) - in Note di diario Cibo
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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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