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11 ottobre 2014 6 11 /10 /ottobre /2014 07:31

L'Uomo di Lewis. Un thriller che è anche un grande romanzo e l'esplorazione efficace di una mente che si sta spegnendo(Maurizio Crispi) L'uomo di Lewis di Peter May (Einaudi,2013, Collana Stile Libero Big) è il secondo volume della trilogia dedicata all'isola di Lewis (Lewis Trilogy) nelle Ebridi esterne, preceduta da "L'Isola dei Cacciatori di Uccelli" (The Blackhouse), già pubblicato in traduzione italiana nel 2012.
Peter May è davvero un grande scrittore ed è un peccato che Einaudi sia così lenta nel pubblicare le traduzioni di altre sue opere: non soltanto perché riesce a costruire dei mistery ben congegnati con personaggi credibili e ben delineati, ma soprattutto perché con la sua penna ci regala grandi romanzi e storie che vanno al di l° di un semplice intreccio poliziesco.
In L'Isola di Lewis il mistery scaturisce dal ritrovamento in una torbiera di un cadevere mummificato la cui morte risale a qualche decennio prima.
A partire da questo evento scatta un'indagine nella quale si trova coinvolto l'ex-detective della polizia di Edimburgo, Fin McLeod, nativo di questi luoghi e già protagonista dell'indagine di "The Blackhouse".
I rilievi cromosomici del corpo riemerso (che come unico elemento distintivo porta inciso sul braccio un tatuaggio con la scritta "Elvis", conducono a Tormod MacDonald, ormai anziano e fluttuante nel limbo della demenza: e senza ulteriori elementi a disposizioni Tormod potrebbe essere il principale indiziato.
Fin McLeod si sente coinvolto dal caso, anche perché Tormod è il padre di una sua ex-fiamma, Marsaili: e così comincia a scavare nel passato.
Il romanzo è costruito come una splendida indagine di polizia, in cui a partire da pochi indizi soltanto si riesce a ricostruire, alla fine, il quadro d'una tragedia consumatasi anni prima, ma - nello stesso tempo - è un'incursione nel mondo crepuscolare dell'Alzheimer, in cui le memorie del presente si confondono e si fanno incerte, mentre riemergono con prepotenza i ricordi del passato vividi e marcati.
Quindi, mentre l'indagine va avanti, scopriamo attraverso i pensieri di Tormod le memorie di un passato inquietante e doloroso che ci conduce, con una carrellata antropologicamente e sociologicamente rilevante, nel mondo degli orfanotrofi britannici (in particolar modo scozzesi) di inizio Novecento (come il citato Dean Orphanage, oggi trasformato in una Art Gallery) e  delle loro asprezze pedagogiche (incluse le difficoltà di inserire bambini cattolici in istituzioni per non cattolici); ma anche nella dura realtà degli "homer", cioè degli orfani o dei bambini rifiutati dai propri genitori o altri adulti responsabili, dati in affidamento a famiglie lontanissime, come quelle che vivevano duramente nelle isole a Nord della Scozia (basandosi sulle magre risorse dell'agricoltura e della pastorizia o della pesca) e che li prendevano come manovalanza per condurre le proprie fattorie, trattandoli spesso brutalmente quasi fossero piccoli schiavi.
Il passato sepolto si riaffaccia per fare i conti con il presente: e forse si farà avanti qualcuno per richiedere - tardivamente - il dazio d'una vendetta non ancora consumata e rimasta in sospeso. Ma nel passato sepolto si nasconde anche una storia d'amore e di dedizione.
In L'Isola di Lewis rimane come elemento centrale la magistrale rappresentazione delle percezioni e della vita mentale d'un anziano in preda all'Alzheimer che, ogni giorno, perdendo pezzi di realtà, si aggrappa con forza inaudita alle proprie memorie del passato che, tuttavia, non sono comunicabili se non in forma di frammenti che vengono attribuiti al presente per colmare i vuoti della memoria recente e la perdita progressiva dei ricordi più renti e freschi: sicchè le parole di un soggetto in preda al decadimento mentale sono spesso all'orecchio di un interlocutore un enigma che pone dei problemi di decodifica.
E' un romanzo di cui mi sento di consigliare la lettura a tutti quelli che siano appassionati dei thriller "intelligenti" e raffinati: e non è necessario aver letto prima "L'Isola dei cacciatori di Uccelli": tra l'altro, come il precedente della trilogia di Lewis, offre l'opportunità d'una straordinaria incursione in luoghi di una bellezza selvaggia, dove gli uomini nel corso dei secoli dsi sono abbarbicati a vivere, malgrado le duissime condizioni ambientali. E, per questo motivo, è anche un romanzo che ci fa viaggiare in lungo e in largo nelle Ebridi esterne, con delle incursioni ad Ediburgo.

 

 

L'Uomo di Lewis. Un thriller che è anche un grande romanzo e l'esplorazione efficace di una mente che si sta spegnendo(Dal risguardo di copertina) Sull'isola di Lewis, in una torbiera, viene rinvenuto il cadavere di un ragazzo miracolosamente conservatosi nel tempo. Il corpo, sul quale sono ancora visibili profonde ferite da taglio, inizialmente si ritiene sia rimasto sepolto per secoli. Ma nel corso delle analisi, sul braccio destro emerge un tatuaggio: Elvis. Dunque il ragazzo deve essere rimasto nella torba per una cinquantina d'anni al massimo.
E' trascorsa qualche decina d'anno: non abbastanza da eliminare le tracce di quanto successo. Non abbastanza per cancellare le menzogne del passato.

Sull'isola di Lewis, nel frattempo, ha fatto ritorno l'ex detective Fin Macleod. Abbandonato il corpo di polizia a Edimburgo, Fin è tornato per riaccomodare la vecchia fattoria di famiglia e lasciarsi alle spalle alcune vicende dolorose. La storia del ragazzo della torbiera, però, lo coinvolge fin da subito. Il Dna del cadavere infatti ha diversi punti in comune con quello di Tormod Macdonald, padre di una vecchia fiamma di Fin, ora diventato un vecchio obnubilato dalla demenza senile. Un uomo che aveva sempre dichiarato di non avere parenti. Una verità che, come Fin ben presto scoprirà, Tormod aveva buoni motivi per continuare a tenere nascosta.

 

«Peter May è un autore da seguire fino all'altro capo del mondo».(The New York Times)

Leggi le prime pagine (clicca qui)

 

 

 

L'Uomo di Lewis. Un thriller che è anche un grande romanzo e l'esplorazione efficace di una mente che si sta spegnendo

 

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Lewis Blackhouse (da Wikipedia)- Although the Lewis blackhouses have a look of real antiquity, most of the upstanding ruins were built less than 150 years ago. Many were still roofed until the 1970s but without the necessary annual repairs deteriorated rapidly; as people moved into more modern dwellings with indoor plumbing and better heating, most have fallen into ruin. However, blackhouses are increasingly being restored, especially for use as holiday accommodation.

The blackhouses on the Isle of Lewis have roofs thatched with cereal straw over turf and thick, stone-lined walls with an earthen core. Roof timbers rise from the inner face of the walls providing a characteristic ledge at the wall head (tobhta). This gives access to the roof for thatching. Both the animals and occupants shared the same door, living at different ends of the same space. Several long ranges, or rooms, were usually built alongside each other, each one having its own ridgeline giving them the very distinctive look of the Lewis blackhouse.

The immediate origins of the blackhouse are unclear as few pre-eighteenth century examples have ever been excavated. One reason for this is that, unlike their later counterparts, the early examples may have been made of turf and thatch and quickly returned to the earth once abandoned. As one of the most primitive forms of the North Atlantic longhouse tradition it is very probable that the roots of the blackhouse, in which cattle and humans shared the same roof, is well over 1000 years old. The Lewis examples have clearly been modified to survive in the tough environment of the Outer Hebrides. Low rounded roofs, elaborately roped were developed to resist the strong Atlantic winds and thick walls to provide insulation and to support the sideways forces of the short driftwood roof timbers.


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Published by Maurizio Crispi - in Letture
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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

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