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Sono andato a vedere The Odissey di Christopher Nolan sin dai primi giorni di programmazione. Dopo la prima visione ho subito cominciato a buttare giù le mie impressioni e, mentre scrivevo, l’ho rivisto una seconda volta assieme a mio figlio tredicenne e al maggiore che di cinema se ne intende ben più di me, in considerazione degli studi che ha fatto e delle sue attività video-musicali.
Ho pensato di trattare del film non con l’intento di elaborare una recensione cinematografica (cosa per la quale mi mancano delle conoscenze approfondite sulla settima arte ed anche il linguaggio tecnico del critico DOC). Mi limiterò soltanto ad inanellare una sequenza di rilievi impressionistici sulla base delle associazioni e delle emozioni che si sono attivate dentro di me durante la visione del film, immagini ed emozioni vive e perduranti a distanza di giorni dalla doppia visione.
Il film di Nolan mi è piaciuto, non lo nascondo, non per sofisticati motivi, ma perché ha toccato delle corde profonde e le sue immagini si sono collocate nella mia mente come quelle di un sogno. Quando un’opera cinematografica porta lo spettatore a sperimentare emozioni e stati d’animo o anche un ribollire di pensieri e di associazioni, ciò vuol dire che è un’opera riuscita: non dobbiamo dimenticare che certe narrazioni filmiche, senza un intento specifico, debbano sussumere in sé le qualità felliniane di un sogno nel quale lo spettatore entra a pieno diritto; o, meglio, sono le immagini che dallo schermo dove sono proiettate, si proiettano nella sua mente a costituire una narrazione introiettata che si combina con elementi preesistenti o che attivano reminiscenze.
The Odissey che si pone in una tradizione abbastanza robusta di rivisitazioni dell’Odissea pensate sia per il piccolo sia per il grande schermo, ha suscitato un coro di pareri discordi (come si può vedere nel variegato mondo dei social), sia nel raffronto con i precedenti tentativi, sia nel raffronto con il poema omerico stesso .
Posso soltanto pensare – in modo ardito e, forse, eretico – che se gli aedi che hanno composto i diversi segmenti dell’Odissea (secondo la teoria degli autori molteplici), o quell’unico cantore a cui viene attribuita secondo la teoria univoca, fossero trasportati nel nostro secolo con una macchina del tempo e avessero l’opportunità di vedere il film di Nolan proverebbero emozioni, paure, terrori, il senso della meraviglia e molto altro, così come Ulisse ebbe a piangere calde lacrime per ben due volte mentre il cantore Demodoco raccontava della caduta di Troia.
Per leggere il mio articolo completo pubblicato nel numero del 1° settembre 2026 in Dialoghi Mediterranei, segui il link qui sotto
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Raccontare è riscrivere. The Odyssey di Christopher Nolan
di Maurizio Crispi Sono andato a vedere il film di Nolan sin dai primi giorni di programmazione. Dopo la prima visione ho subito cominciato a buttare giù le mie impressioni e, mentre scrivevo, l'ho
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Dialoghi Mediterranei n°81, 1° settembre 2026
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