Incubazione fallita
Per questa volta
non potrò essere oniromante
Rimango contrariato
se non ci sono sogni da raccontare
e da scrivere
Mi sento come un viaggiatore
che ritorna da un suo viaggio
in terre lontane ed esotiche
e non ha nulla da riferire
di ciò che ha visto
perché tutto ha dimenticato
o perché, semplicemente,
mentre viaggiava
la sua mente dormiva,
i suoi occhi erano ciechi,
le sue orecchie sorde
la sua bocca muta
Dopo ogni notte,
al mio risveglio,
vorrei poter dire:
Ecco dove sono stato!
Ecco cosa mi è successo!
Ho fatto cose insolite
(a volte un po’ bizzarre)
Ho incontrato genti diverse
Ho incontrato coloro
che non sono più
e ho parlato loro
come fossero vivi
e loro mi hanno parlato
Ho imparato qualcosa di nuovo
su me stesso
Dicendo questo mi sentirei
come Elio Aristide o quell'Artemidoro di Daldi,
che furono tra i primi cartografi del sogno
e dei suoi reami
misteriosi e controversi
La notte, talvolta, è avara dei suoi doni
e bisogna sapere attendere
il momento più propizio
per tornare ad essere
vagabondo delle stelle e dei ricordi
Ho messo una musica
in sottofondo
per lenire la mia veglia
senza il ricordo fertile
di tracce oniriche
e per lasciare liberi
i miei pensieri di vagare
alla ricerca d’un filo da acciuffare
per poterlo tirare pian piano
portando alla luce
ciò che rimane nascosto
Se non sono oniromante,
cercherò d'essere almeno cercatore di tracce
Non prendetemi sul serio
Butto giù una parola,
senza sapere cosa voglio scrivere
Le altre seguono
una appresso all’altra,
come in un rosario
per una sorta di predestinazione
E non sono più io che decido
cosa debba prendere forma intellegibile
o se debba dar vita ad un'insalata mista
In fondo scrivere
è come buttare giù in frasi
la traccia di un sogno che emerge al risveglio
Non si sa mai dove si va a parare
Si tira fuori un filo
che sporge da una trama ordinata
e lo si comincia a tirare piano piano
per non spezzarlo prima del tempo
Il filo rappresenta la rottura
in quella trama ordinata
ed é il novum che emerge con prepotenza,
portando con sé la meraviglia
oppure l’orrore,
ma anche la gioia e il dolore
Adesso che é finita la musica
ho anche finito di scrivere,
per oggi
Strade e cielo nel giorno di Santa Lucia
I panifici hanno fatto mezz’orario
e le pizzerie sono rimaste chiuse,
come quella vicino casa
Volenti o nolenti,
rispettosi della tradizione o no
non si può mangiare in questo giorno
alcunché che venga dalla farina,
cioè dal grano macinato
Si potrebbe trasgredire
e ci si potrebbe pur sempre
allestire un piatto di pasta casalingo
Ma in fondo cosa c’è di male
nell’aderire ad una tradizione condivisa?
Un giorno anomalo,
di libeccio,
aria calda
temperatura 26°
(decisamente anomala)
Ho sognato
che nel giorno di Santa Lucia
mangiavo
un’arancina gigante
alta come una montagna
Era così grande
che per potermene cibare
ci scavavo un tunnel dentro
e andavo rosicchiandola
a poco a poco
dall’interno
quasi fossi un topolino
Crunch crunch e ancora crunch,
e forse ero proprio diventato
un topino-firmino…
Ma com'era buona!
L'arancina gigante della nonna per una nipotina gigantessa. Invece di molte arancine nel giorno di Santa Lucia, una sola gigantesca! (vignetta tratta dal web - FB)
A parte il fatto che noi a Palermo diciamo "Arancina" e che "arancino" non ci suona proprio!
E' stata una notte di sonno
come quello d'un ghiro,
avvoltolato nelle coperte,
ma senza avere riposo vero
Ora, sveglio,
cado preda d'una crisi di starnuti
e mi lacrimano gli occhi
Prendo un libro
Il mio occhio vaga
distratta-mente
sulla pagina scritta
senza trarne profitto o gioia
Scrollo e ri-scrollo
Commento e annoto
Chioso, scrivo, rilancio e condivido
E' il lavoro della notte
o all’alba prima del sorgere del sole
Ieri ho visto, assieme,
le foglie ingiallite sugli alberi
fluttuare nel vento
per poi cadere in una lenta danza,
i tappeti di foglie cadute a terra
e, nello stesso tempo,
le fioriture anticipate del nespolo
e quelle tardive - fuori stagione - delle lantane
Assieme, in un’insolita combinazione,
l’autunno, l’inverno e la primavera
Prima vi erano certezze
Ora è tutto mischiato
Ogni cosa sfuma in un altra
È sempre più difficile dire:
Sono qui!
Oppure, sono lá!
Più difficile collocarsi con esattezza
nel flusso delle cose
Più difficile decodificare gli eventi naturali
È tutto più ambiguo,
più incerto,
più mescolato,
più disorientante
Forse sono questi i segni
d’un mondo che cambia,
della scomparsa dei ritmi naturali
(quelli che ci hanno insegnato essere
naturali e immutabili)
della natura impazzita,
ma anche le avvisaglie della caduta,
imminente e improcrastinabile
Alcuni dicono che siamo
già pienamente immersi
in un flusso di estinzione
Ciò che temiamo
sta già accadendo,
ovvero quella che dicono essere
la sesta estinzione di massa
E, forse, adesso potrò dormire tranquillo
un ultimo sonnellino ristoratore,
prima della fine
Mi è cresciuta la barba
e dovrò radermi
Lo stesso vale per le unghie
Forse questo è un segno non ambiguo
del fatto che sono ancora vivo
Eppure anche questo segno è bifronte
Dicono che i peli e la barba
- come anche le unghie -
continuino a crescere
ancora per un po’
dopo la morte celebrale
Su questo,
dovrò lavorarci su
Il mondo dietro di te (film e romanzo) In questo thriller apocalittico basato sul romanzo Leave the world behind di Rumaan Alam, seguiamo la storia di una famiglia che si ritrova ad assistere “da lontano” alla fine del mondo mentre è in vacanza. Con loro ci sono anche gli Scott, proprietari della casa che hanno affittato in una località di mare vicino a New York City. Via via succedono cose sempre più strane che convincono il gruppo che sia in corso un cyber-attacco negli Stati Uniti, forse addirittura un colpo di Stato volto a innescare una guerra civile.
Tra le stranezze c’è anche il comportamento della natura che circonda la casa. Più volte i membri della famiglia vedono dei cervi nel giardino sul retro: prima solo un paio, quindi a centinaia. L’apice di questa linea narrativa viene raggiunto quando Amanda e Ruth vengono circondate nel bosco. Gli animali non sembrano aggressivi, si limitano ad avvicinarsi a loro, fin quando le due donne non iniziano a gridare per spaventarli. Ma cosa significa tutto questo? Abbiamo la risposta del regista, nonché creatore di un’altra opera molto cinica come Mr. Robot.
Durante un’intervista con Netflix’s Tudum, il regista Sam Esmail ha infatti spiegato il significato di quelle scene, che ovviamente è molto simbolico. Ha detto:
I cervi sono creature pacifiche. Trasformare quella dolce immagine in qualcosa di inquietante, minaccioso, quasi un avvertimento, ho pensato che fosse davvero interessante. Questo è il trucco di questo film. Abbiamo sempre cercato di prendere le cose che non abbiamo mai considerato una minaccia per poi ribaltarle.
Non è l’unico riferimento alla natura contenuto nel film: anche i fenicotteri si comportano in modo strano, cementando la sensazione che qualcosa di terribilmente storto stia accadendo nel mondo. Una possibile interpretazione potrebbe essere collegata al tema del cambiamento climatico e dei pericoli che la natura sta correndo per via delle azioni dell’uomo: l’avvertimento dei cervi potrebbe quindi essere una sorta di suggerimento su cosa bisognerebbe fare per fermare la fine del mondo, ovvero tornare ad avere un rapporto più intimo con l’ambiente naturale. Peccato che la risposta delle due protagoniste sia inutilmente aggressiva…
Nel romanzo di Rumaan Alam, inoltre, i personaggi scoprono che la prossima generazione di quel branco di cervi è nata col pelo bianco e che i loro movimenti e percorsi migratori sembrano simboleggiare il modo con cui il mondo sta cambiando rapidamente attorno all’umanità, in un modo che non possono controllare o cambiare. Anche qui, il simbolismo si spreca. Il bello di Il mondo dietro di te, come specificato anche dall’autore del libro, è che non fornisce tutte le risposte ma lascia che sia lo spettatore a interpretare determinati eventi.
A volte ci si sveglia avendo la consapevolezza d’avere appena fatto un sogno
In alcuni casi, si presenta alla nostra mente un’immagine vivida
e, a partire da quella, siamo in grado talvolta di ricostruire un intero frammento
che si trasforma in “narrazione”, frutto del processo di elaborazione secondaria.
In altri casi, nessun dettaglio riemerge. ma rimane quella vivida impressione di aver sognato, che può essere accompagnata da una sensazione di grande benessere e pace interiore, oppure da ottimismo nei confronti del giorno che ci accingiamo ad affrontare
Forse per questo gli Antichi ritenevano che fossero gli dei a visitarci nel sonno e che i sogni potessero avere una funzione terapeutica
Quando non mi ricordo alcunché, al risveglio mi sento stordito,
come facessi fatica a rientrare in contatto con la realtà ordinaria e quotidiana
E cerco di ritrovare le tracce perdute
In fondo, prima ancora dell’invenzione delle realtà virtuali,
i sogni ci hanno da sempre garantito l’accesso a mondi alternativi,
senza bisogno di sofisticherie tecnologiche
Eppure c’era stato
tutto un lavorìo onirico
piuttosto stancante
al limitare della veglia
e dello stato di vigilanza
Di cosa si trattasse non so
In questi casi,
quando ciò accade
mi sento un po’ defraudato
Vorrei sapere, ma non posso
È come se fossi esiliato del Regno
in cui tutto è possibile
Ogni giorno
vorrei poter scrivere
un racconto meraviglioso
oppure orribile,
a seconda dei casi,
di ciò che ho visto,
di ciò che ho sognato,
di avventure e viaggi improbabili
Senza tutte queste cose
che tracimano dal reame onirico
mi sento vacuo e vacante,
traballante
Mi chiedo spesso se il mio vero Io
sia quello del sogno
o quello della realtà
Sono divorato dal dubbio
di chi sia io veramente
Ed ecco che mentre scrivo queste parole
mi sono ricordato d’un frammento di sogno!
Camminavo con il mio zaino in spalla
per esplorare una città
apparentemente ignota
Avrebbe anche potuto trattarsi
di una Palermo misteriosa che sconosco
Mi trovavo a scendere lungo un ripido camminamento spiraliforme,
cosparso di rocce nere e viscide,
corrose nel tempo dalla furia delle acque
Con un certo disagio
arrivavo sino alla riva d’un ampio corso d’acqua,
un fiume o un canale,
non so quale dei due,
il cui alveo scorreva
in una profonda depressione,
con acque scure ed impetuose
In alto potevo vedere
edifici e fabbriche,
alcuni monumentali,
guglie, campanili ed alte torri
che si stagliavano contro il cielo
d’un profondo azzurro
Avrei voluto fare delle foto
e prendevo a rovistare nello zaino
alla ricerca della camera
Dopo molto cercare, la trovavo in effetti
Rimettevo lo zaino in spalla
e cercavo di scattare le foto agognate
Niente!
Batteria esaurita!
Mi ero dimenticato di metterla in carica
Mannaggia!
Chi è causa del suo mal pianga se stesso!
Proseguo comunque la mia camminata
costeggiando ampi bacini e moli
dove sono ormeggiate delle imbarcazioni
Vorrei salire su una di esse
e vedere sin dove la corrente
possa portarmi,
ma ora ho un’urgenza
Devo raggiungere un ambulatorio medico
dove un mio collega mi attende
Prendo - sempre dal mio zaino -
una mappa per stabilire
quale sia il percorso migliore da seguire
Per ogni evenienza,
ho anche una bussola con me
(per fortuna!)
Dovrò attraversare una parte della città,
compromessa,
abbandonata da Dio e dalle istituzioni
Sarà un attraversamento
difficile e periglioso
Sono del tutto solo
e non c’è nemmeno il cagnone Black
a farmi da scorta e guardia del corpo
Tenterò la sorte, comunque,
e cercherò di uscire fuori
a riveder le stelle, indenne
(Dissolvenza)
Nel pieno della notte,
quando mi sono svegliato,
sono uscito fuori, all’aperto,
nell’aria pungente e frizzante
e sopra di me
incombeva un meraviglioso cielo trapunto di stelle
e, dopo molto tempo
(troppo)
che non volgevo in alto lo sguardo,
ho visto l’amico Orione
La Piramide del Sol di Teotihuacan
Essi [gli Aztechi] chiamavano questa festa "ixnextiua", che vuol dire cercare l'avventura. Dicevano che, nel corso di questa festa, tutti gli dei danzavano e per questo tutti coloro che danzavano prendevano diversi travestimenti: gli uni personificavano degli uccelli, ed altri degli animali, e si camuffavano da colibrì, altri da farfalle, altri da calabroni, altri da mosche, altri da scarabei. Altri ancora portavano sulla loro schiena un uomo addormentato, e dicevano che era il sogno...
dalle Cronache di Bernardino de Sahagùn, citato da Jean-Marie Gustave Le CLézio, Il sogno messicano, Serra&Riva, 1990
L'ombelico del sogno di Vittorio Lingiardi è una delle mie letture di questi giorni che mi sta appassionando.
Nulla di nuovo, sotto il sole: però è una bella carrellata sul sonno e sul sognare, dall'antichità classica sino all'epoca moderna, sulle diverse teorie psicoanalitiche incluse quelle più moderne ed attuali.
Da leggere a piccoli morsi, in modo da lasciar sedimentare il contenuto di ogni singolo capitolo.
E' un saggio piacevole, ma approfondito, sul sogno e sul sognare, in cui l’autore prende le mosse da lontano, partendo dalle più antiche teorie sul sogno elaborate dagli autori classici, passando per Freud e Jung (per non parlare delle evoluzioni più avanzate del pensiero psicoanalitico in merito al sognare), per arrivare alle diverse affascinati teorie elaborate dai cognitivisti e dai cultori di neuroscienze.
È una lettura che procede per brevi, incisivi, capitoli, ciascuno supportato da un ricco apparato bibliografico che ovviamente consente ai lettori più curiosi di procedere a propri percorsi di letture di approfondimento.
Una lettura appassionante sia per chi è già informato, avendo già studiato i diversi temi correlati con il sogno e il sognare e avendo acquisito dimestichezza con essi, sia per il profano che intende cominciare ad esplorare questi territori.
Quella che Lingiardi ci propone è un’autentica avventura di viaggio nel mondo dei sogni
Vittorio Lingiardi, L'ombelico del sogno. Un viaggio onirico, Einaudi (Le Vele), 2023
(Copertina) Dei sogni sappiamo poco. Un ombelico, dice Freud, li unisce all'ignoto. Studiati e interpretati in molti modi - come messaggi divini, segreti dell'inconscio, stratagemmi cognitivi o improvvisazioni neurali - ci toccano e svaniscono. Sono immagini di pensiero, racconti involontari che parlano di noi. Chiedono ascolto, servono la vita
(soglie del testo) Al centro del nuovo libro di Lingiardi, La nostra attività onirica. Dalla concezione profetica del mondo classico alle ultime ricerche scientifiche.
Racconti simbolici o improvvisazioni sinaptiche, i sogni sono un mistero che parla di noi: realtà irreali, private e profondissime. «Ogni sogno ha […] un ombelico attraverso il quale è congiunto all'ignoto», scriveva Freud piú di un secolo fa. Da questo ombelico misterioso, che dà il titolo al suo libro, Vittorio Lingiardi inizia un viaggio onirico e poetico tra divinazione, psicoanalisi e neuroscienze. Perché «la verità non sta in un solo sogno, ma in molti sogni». Non sappiamo a cosa servono, ma servono; e non resistiamo al bisogno di raccontarli. Sarà che siamo fatti della loro sostanza.
Nel sogno succede
che devo aggiornare di continuo i miei sogni
Riprendo i sogni antichi
Li riporto al presente
Li commento, li revisiono
oppure ci aggiungo delle annotazioni attuali
Succede però che tutto ciò che scrivo
come nuovo aggiornamento
si perde,
va in malora,
evapora
non ve n’é più traccia
E allora, in una procedura estenuante,
devo andare a verificare ogni cosa,
riscrivendo e aggiornando
in un processo infinito
Ma non c’è storia,
tutto sembra sfuggire via
Questa situazione alla quale non v’è via di uscita
mi procura un lieve mal di testa
ma anche insonnia, alla lunga
Vorrei l’oblio
senza l’impiccio del ricordo e della reminiscenza
In questo sogno
devo riprendere a lavorare
presso un Centro di Salute Mentale
Quando arrivo c’è un’enorme confusione
Ho portato con me la corposa cartella clinica
di un utente in trattamento presso il centro
che si occupa di tossicodipendenze
per poter fare una verifica congiunta
e un incrocio dei dati
Vedo volti conosciuti,
anche se invecchiati
e con i segni del tempo
impietosamente incisi sui volti
La confusione deriva dal fatto
che sono in corso attività di formazione
destinate al personale sanitario
Aspetto e aspetto
e la cosa va per le lunghe
Sono tutti riuniti in plenaria
Gli operatori sono tantissimi,
forse centinaia
Più che un’attività di formazione
pare di vedere l’evolversi
di un convegno o di un congresso
Mi guardo attorno e vedo
ampi spazi
corridoi che divergono
cartelli di segnaletica
per raggiungere ambulatori e laboratori
L’attesa si protrae
Ogni tanto scambio una parola al volo
con qualcuno
Mantengo l’anonimato
Ma d’altronde chi dovrebbe
(o potrebbe) riconoscermi?
Ho sempre la cartella clinica con me,
ingombrante come non mai
Noto che sono presenti
anche militari
che formano dei piccoli capannelli
da cui si levano voci tonanti
che dialogano di controlli a distanza
per mezzo di micro-spie
e altri dispositivi tecnologici di controllo
di ultima generazione,
compresi quelli fondati su impianti intracorporei
di elementi nano-tecnologici
Alcuni che passano indaffarati
mi dicono che devo attendere
che si concluda una delle lezioni del corso
Mi sento un po’ un Candido
Che ci faccio qui?, mi chiedo
Mi sento come uno psichiatra riluttante
Finalmente la porta si apre
ed entro nella stanza adibita ad aula
Sono tutti là, i colleghi-corsisti
(tutti di molto più giovani di me)
eccitati e ciarlieri come scolaretti
che possono avere finalmente
la loro agognata ricreazione
e i relatori di prima seriosi
che ripongono carte e libri
nelle loro borse capaci,
adatte al ruolo
Mi avvicino al loro tavolo,
posto più in alto
rispetto alle sedie dei discenti,
e mi presento
Alcuni mi riconoscono,
altri no, perché troppo giovani
Dico loro il motivo della mia presenza
Mi aspettavano, dicono,
poiché io dovrei essere
il relatore principale della lezione successiva
Spiego che di questo non sapevo nulla
e che quindi non ho predisposto nessuna traccia
e nemmeno una presentazione in powerpoint,
in termini di materiali, slide e quant’altro,
come oggi si usa,
anziché fondarsi sulle capacità oratorie e sulla cultura
dell'oratore di turno
Non ho nemmeno preparato
i soliti test a risposte multiple
per valutare il livello di conoscenza
della tematica proposta
da parte dei discenti
prima e dopo l’attività didattica
(sempre come si usa fare oggi)
Va bene, dico,
cercherò di arrangiarmi improvvisando,
andando a braccio
(d’altronde, nella mia vita passata,
sono sempre stato maestro d’improvvisazioni)
L’attività di formazione
riguarda le Dipendenze Patologiche,
con e senza farmaci,,
e quindi dovrei farcela,
senza troppe difficoltà
Mi rimbocco le maniche della camicia
(parlando in metafora)
e comincio
(Dissolvenza)
In un sogno precedente
a questo di cui ho appena scritto
si verificavano varie cose inquietanti
che non riferisco tutte per brevità
Uscivo da una casa dov’ero ospite
per un banchetto festivo
e mi ritrovavo in una vasta piazza
All’improvviso cominciavano
a scendere dall’alto fluttuando
delle piccole sfere
lievi come bolle di sapone,
apparentemente innocue,
solo che s’intravedeva al loro interno
una masserella di plasma
in movimento
Cosa poteva essere?
Una forma di vita aliena?
Stavo forse assistendo
all’inizio di un’invasione della Terra
da parte di sconosciuti ET?
Scappavamo a perdifiato,
per metterci al riparo
L’idea folle era che se solo
una di quelle bolle ci avesse sfiorato
dissolvendosi,
il plasma di cui erano veicolo
si sarebbe subito insinuato
sotto la nostra pelle,
prendendo possesso dei nostri corpi
e iniziando a controllare le nostre menti
Una sorta di invasione degli ultracorpi,
insomma,
provenienti dallo spazio profondo
(o che siamo piuttosto dei Gizmo?)
Insomma, a tutta velocità, rientriamo
nella casa da cui eravamo usciti
poco prima
e ci barrichiamo dentro
La casa è stata costruita come una fortezza,
proprio in previsione di simili eventi,
ed è dotata di persiane e di porte
di acciaio molto spesse
ed impenetrabili
Qui, davanti ad un variegato consesso,
mi ritrovo a discutere di un libro
che ho letto di recente
Sono seduto ad uno scranno,
in posizione elevata rispetto agli altri
Parlo loro del libro
Alcuni degli uditori si oppongono,
dicendo che il testo è banale e insulso
Io ribatto, facendo notare
che bisogna arrivare alla seconda parte,
perché li c’è un punto di svolta
che fa davvero la differenza nell’impianto narrativo
Uno che ha le fattezze di un paziente
della CTA dove lavoro
mi chiede “Ma dove si compra questo libro?”
con quel modo che indica la sua totale incapacità di essere autonomo
e di occuparsi di se stesso
Io mi irrito fortemente di questa domanda
perché interrompe il filo dei miei pensieri
Rispondo: Ma cosa posso dirti?
Lo puoi trovare in una qualsiasi libreria,
oppure lo ordini su Amazon
o sul sito della Feltrinelli!
Intanto, mi accorgo che dei filamenti
fuoriescono dal polpastrello
dell’indice della mano sinistra
Sembrano di un materiale organico
e paiono vivi, poiché si muovono,
compiendo dei movimenti fluttuanti
(orrore!)
Li afferro con l’altra mano
Comincio a tirare
Sono resistentissimi
Alcuni si spezzano
Altri rimangono
Li afferro meglio
e comincio di nuovo a tirare
per sradicarli,
questa volta senza strattoni,
ma in progressione
Ed ecco che viene fuori
una formazione vermiforme,
traslucida
Tiro, tiro,
anche se mi pare di svenire
per l’orrore e il disgusto
Ed ecco che, con un ultimo strappo,
il mio esserino alieno
è del tutto fuori
Si agita e si contorce
Ora dovrò decidere come disfarmene
E, di colpo,
in preda all’ansia e al terrore,
mi sono svegliato mugolando
(anche se ho trovato amorevole assistenza)
In un momento successivo
sono di nuovo in un CSM
e qui devo confrontarmi
con i colleghi sulle situazioni di alcuni pazienti
ma il confronto non avviene mai
ed io rimango in attesa
sorseggiando un calice di vino
e leggendo un libro
Al mio risveglio sono uscito all’aperto
Erano già le otto del mattino
L’aria era leggera e frizzante
e, nelle ultime ore di buio,
aveva piovuto parecchio
senza che me ne accorgessi
Forse, mentre ero asserragliato
nella mia fortezza,
con il favore della pioggia
era avvenuta la temuta invasione aliena
Mi accorgevo che numerosi filamenti organici
sporgevano da alcuni punti della mia cute,
muovendosi come antenne sensoriali,
ma - a questo punto -
non mi rimaneva altro da fare
se non accettare serena-mente
la nuova realtà e il nuovo corso
E poi ancora,
ecco un altro frammento di sogno
Qui ero in auto (la mia auto)
ferma (bloccata)
dietro una compattatrice dei rifiuti
Ma questa è particolare ed ingombrante
perché ha un grosso rimorchio
delle stesse dimensioni del carro trainante
Io che sono bloccato dietro
vedo sporgere dal cassone
dei capelli bianchi candidi
e ho un brutto presentimento
Scendo dall’auto urlando:
Fermi! Fermate tutto!
C’è una donna anziana nel cassone!
Tiratela fuori!
Salvatela!
Quelli - la crew - con qualche ritardo
fermano il motore e scendono dall’abitacolo
Nel mentre una donna anziana e malmessa
emerge dal cassone con un gesto di stizza,
come a dire
“Mi avete rovinato la festa!”
(come a dire: volevo uscire di scena così,
e me l’avete impedito!)
e scappa via
Roba da manicomio!
Questa scena mi ha fatto pensare
alla sequenza finale di “C’era una volta in America”
Cerco qualcosa che ho smarrito
molto, ma molto tempo prima
C’è un caos totale
È tutto accatastato
A far da mobili
ci sono grossi scatoloni impilati
in equilibrio precario
a formare un arredo alternativo,
povero e insulso
Mi ritrovo a vivere uno stato di agitazione crescente
La mia ricerca è infruttuosa
Vedo delle mie vecchie cravatte
buttate per terra come stracci
Le raccolgo una per una
ripromettendomi di sistemarle meglio
Volevo fare bene,
ma il mio impegno
non è stato ripagato
Ma non c’è granché da fare
É così
Me ne devo fare una ragione
e accettare lo stato delle cose,
riconoscendo ciò che è guasto
e non può essere emendato
Nel cortile di casa sono in corso lavori di pulizia e sgombro del garage, per elminare vecchie cose e carabattole, ma io devo essere presente per evitare scelte non desiderate Qualcuno ha cominciato
Anche a Natale
cosa vedono i miei occhi?
Munnizza
Munnizza natalina,
anziché pasquale o ferragostana
Robe abbandonate
per incuria dei raccoglitori
ma anche per incuria dei cittadini
Sono incurie che si incontrano
e si rinforzano a vicenda
Ci si deve lamentare,
è ovvio
Ma occorre anche
che ciascuno di noi
prima di proferire verbo
con lamenti e alti lai
si faccia un bell’esame di coscienza
Facciamolo a Natale
quando lo scambio e il delirio dei doni
portano a deliri complementari di munnizza
La nota che segue è stata scritta il 6 dicembre 2022, quindi un anno addietro circa e posso confermare che da allora non è cambiato nulla. E dunque ciò che scrissi allora è tuttora attualissimo
A volte capita di trovarsi a percorrere una via dalla quale non si passa per molto tempo.
Queste vie che si vedono come per le prima volta (anche se sono già conosciute) inducono una sensazione di estraneità e derealizzazione, come se all’improvviso si fosse divenuti stranieri in terra straniera.
E quelli che colpiscono sono certi tratti di marciapiede abbandonati e negletti, perché magari non costeggiano le abitazioni ma soltanto le mura perimetrali di ville o giardini private.
Tratti di strada che in sé possiedono una valenza quasi romantica e che invece sono diventati ricettacolo di spazzatura varia, di merde di cane, di piatti di plastica lasciati per terra dalle gattane per nutrire i “loro” gatti, resti di bici rubate, macerie, incarti McDonalds (espressione del consumismo gastronomico dei poveri che però sono anche incivili), per non parlare degli alberi che adornano la via del tutto inselvatichiti, e ancora vecchie scarpe e scarponi, indumenti vari abbandonati anziché essere conferiti negli appositi contenitori oppure misteriosamente vuotati proprio dalle loro viscere.
Si cammina in mezzo a tutte queste brutture che a volte sono anche maleodoranti, costretti ad una vera e propria gimcana, e ci si chiede perché tutto questo debba accadere in una città che vorrebbe definirsi civile ed europea ed invece é da bollino rosso su tutta la linea. Una città che ha sempre avuto la vocazione per la lurdìa: basta andarsi a leggere le magistrali pagine di Goethe in Sicilia, risalenti a oltre 200 anni fa, proprio relative al modo in cui i nostri concittadini di quel tempo smaltivano i rifiuti solidi e, per di più, nelle vie prinicipali - come il Cassaro - dove massimo, anche a quel tempo, avrebbe dovuto essere il decoro.
E sì che siamo costantemente spremuti con il tributo sulla munnizza: dove vanno a finire questi soldi?
Come vengono spesi?
Vorrei proprio che qualcuno venisse a raccontarmelo.
Le foto che pubblico qui sono state scattate lungo la via Vincenzo di Marco (PA) una via che, essendo in parte sfuggita alla massiccia speculazione edilizia, ha un suo carattere un po’ retro e malinconico.
Ed invece il passante occasionale (come è capitato a me l’altro giorno) deve fare i conti con brutture e inestetismi, con la puzza e il degrado.
Il bello è che, se dal lato di chi amministra l’incuria é totale, da parte dei cittadini che abitano nelle casette e nei condomini che si affacciano lungo questa via, vi deve essere sicuramente indifferenza e assuefazione, o anche - forse - il non vedere perché oggigiorno sono sempre di meno quelli che camminano a piedi, o il non voler vedere, il fare finta di di niente, rendendosi selettivamente ciechi.
In mezzo a questo tripudio di monnezza e di degrado troneggiano beffardi i monopattini e le bici elettriche che posteggiati in maniera selvaggia ed incurante degli elementari diritti di chi cammina a piedi divengono essi stessi monnezza.
Vorrei una città più pulita e con la sua bellezza restaurata e senza questi infernali aggeggi di locomozione che alcuni dicono essere liberata e sostenibile, ma che a mio avviso aggiungono bruttura a brutture.
L’unica cosa per difendersi da questi assalti di degrado è alzare lo sguardo verso il cielo (il che non è distogliere lo sguardo, badate bene).
Ma un modo di cercare una risposta nel divino ineffabile ed immanente che ci sovrasta.
Ma dal cielo non arriva mai alcuna risposta
Il cielo, pur bello, con i suoi colori e con le sue nubi cangianti, pur ritemprando l’animo, è un rimedio che dura poco perché il volo della mente e dello sguardo dopo qualche istante si esaurisce e ritorna al livello del suolo per farci scoprire che la monnezza é sempre li, inamovibile (eterna, si potrebbe dire) a farci riflettere che viviamo in un mondo estremamente precario in cui il confine tra civilizzazione e totale inciviltà di modi é estremamente labile ed evanescente.
( Maurizio Crispi ) Quando ero giovane (o dovrei dire "più" giovane, partendo dall'assunto ottimista che ancora non sono vecchio?), pensavo che il mondo in cui vivevo fosse bello e che fosse ...
Vado a fare una lunga passeggiata
con il mio cane fedele
Sono bene attrezzato con il mio zaino
e sospingo davanti a me
un carrello della spesa
che contiene oggetti vari
disparati e raccogliticci
(come le masserizie di un homeless)
Arrivo nei pressi
di una grande villa antica
che ora è stata trasformata in ospedale
e li mi fermo
C’è un alto muro di conci tufacei
in parte coperto da un magnifico rampicante
e una panca di pietre semicircolare
ai suoi piedi
che delimita uno slargo
ombreggiato da un enorme carrubo
(un luogo che sembra fatto apposta
per il riposo del viandante)
E infatti mi fermo nel suo cono d'ombra
per ristorarmi
Frugo e rovisto nel mio zaino
cercando qualcosa da mangiare,
un veloce spuntino,
niente di più
Tiro fuori tutto ciò che vi è contenuto,
ma niente,
la mia merenda é scomparsa
Vabbéeee, ne farò a meno
Lascio zaino e carrello della spesa
e mi avvio per un ulteriore tratto di passeggiata
con il cane temuto al guinzaglio, ovviamente
anche se a vista
non c’è nessuno
che possa esserne infastidito
(ma non si sa mai)
Quando mi sono già allontanato un po’
mi accorgo che degli operai
con un escavatore
si stanno avvicinando ai miei beni
e torno precipitosamente indietro
per recuperarli
Proseguo il mio viaggio
Adesso sono all’interno
della grande struttura ospedaliera
Percorro lunghi ed interminabili corridoi,
alcuni affollate di persone
che sembrano comparse di un set cinematografico,
altri totalmente deserti
Non riesco a trovare vie d’uscita
Vorrei orientarmi per riprendere la via di casa
Arrivo in un grande salone
dove è in corso in laboratorio
di cucina creativa per i pazienti
C’è la mia amica Anita
che sta insegnando ad un gruppo di discepoli
a decorare la torta
Una torta già confezionata
è poggiata su di un grande pannello azzurro
Ricoperto di linee dorate
che intrecciandosi formano ghirigori e arabeschi
Il manufatto dolciario
già rivestito di glassa bianca
è posato al centro
di questo intrico
e si tratta ora di decorarlo,
seguendo come traccia le linee
sul pannello che s’intersecano e divergono
Mi accorgo che, sulla stessa superficie
sono posati mucchi di aghi e spilli,
come se fosse usata anche
come piano d’appoggio
per lezioni di cucito
Dico alla mia amica con veemenza: Non è possibile!
Già mi sto sentendo male!
Immagino di dover mangiare una torta
infarcita di aghi e spilli!
Perché non levi da lì quella roba?
È pericolosissimo! Certo è che questa torta
non la assaggerò proprio!
La mia amica mi dice qualcosa
ma, in sostanza, non fa nulla per eliminare il pericolo
Poi ci ritroviamo a parlare di varie ricette di cucina
e ci mettiamo a confronto,
bonariamente,
così per gioco
Un mio piccolo scritto dimenticato del 2 dicembre 2009. E appartiene alla categoria delle 'foto raccontate' o delle "foto parlanti'.
La foto da cui scaturisce la piccola storia è un bell'esempio di quelle foto che suscitano delle storie; ma si potrebbe anche dire che ci sono delle storie nella mia testa che prendono corpo in una foto e che la foto che allora scatto la scatto proprio perché c'è quella storia che preme per essere espressa e raccontata.
In questa faccenda è difficile comunque trovare il bandolo della matassa, come è impossibile, del resto, rispondere alla fatidica domanda: 'Viene prima l'uovo o la gallina?'
Mi hanno lasciato solo, al freddo, esposto alla pioggia
Prima, la mia vita era stata una bella festa, vedevo tanti bimbi ciarlieri attorno a me
Non immaginavo che, senza alcun preavviso sarei stato considerato una vita di scarto e gettato via con tanta indifferenza
I miei occhi vuoti non vedono più niente nuovo
Ma ho scoperto il modo di trarre consolazione da questa nuova esistenza che mi rimane - anche se non so per quanto tempo ancora
Guardo il cielo, così alto ed immenso sopra sopra di me, e le nuvole che, a volte, viaggiano come fiocchi cotonosi simili a pecorelle e che, altre volte, si addensano minacciose, incutendomi timore
Guardo il sole nel suo ciclo giornaliero e qualche volta la sua radiosità mi fa male, perchè sono una creatura della penombra
Guardo la luna benevola e le stelle di cui è tempestata la volta celeste, di notte
E tutto questo mi tiene compagnia
Ora sei arrivato tu con quella macchinetta fotografica e mi hai salvato: anche se il mio corpo di carta si dissolverà presto, la mia immagine sopravvivrà per molto tempo ancora
Grazie, amico sconosciuto, per avermi preso con te!
Mese critico,
mese in cui si prepara il passaggio
da un anno all’altro
Il mese di Giano Bifronte
Il mese del transito e del passaggio
Non penso tanto alle feste
che si succedono e ci travolgono, no!
Non penso tanto agli slogan
triti e ritriti,
alle parole vuote,
alle frasi fatte ripetute per abitudine, no!
Nemmeno penso alla commercializzazione spinta
o al potlach dei doni e dello sperpero
Penso solo alla corsa dei giorni
che si fa sempre più veloce e frenetica
mentre siamo sospinti in avanti
come a dover cercare di continuo
un nuovo centro di gravità,
catturati da un gorgo o da un vortice
che ci fa girare come trottole
sempre più veloci
sempre più veloci
verso la fine dei giorni
e verso la rinascita
Pensiamo sempre ad una possibile rinascita
Pensiamo (ci auuguriamo) sempre che dopo le rapide
potremmo di nuovo navigare
in acque più chete e tranquille
ma soltanto sino alle turbolenze successive
E così andiamo avanti
sentendoci come pagliuzze
che ruotano e vorticano
in un mondo velocizzato, ultrasonico
Dicembre questo è diventato
Vogliamo soltanto la pace
e il riposo
Siamo forsennati, invece,
e vorremmo poter tornare
al tempo lento delle origini
e poterci concentrare
in modo intimo e meditativo
sul ricorrere ciclico
della morte e della rinascita
(la foto di "Crispi bifronte" è di Francesco Crispi)
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre
armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro
intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno
nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e
poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a
fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.