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30 aprile 2026 4 30 /04 /aprile /2026 07:00

Quella notte, il 5 maggio del 1972, squillò il telefono di casa (l'unico che ci fosse allora).
Papà era partito la mattina dello stesso giorno, per recarsi a Roma, in uno dei suoi frequentissimi viaggi di lavoro.

Riporto qui di seguito ciò che scrissi, altrove, in un mio blog dedicato alla memoria di mio padre1.

Squilla il telefono ripetutamente.
Mia madre va a rispondere.
Chi è, le sento chiedere.
Silenzio.
Chi parla?
Una lunga pausa di silenzio.
Poi, la voce di mia madre si leva più acuta.
Lei mi deve dire perché vuole sapere proprio ora se mio marito si trova sull'aereo in arrivo da Roma.
Me lo dica, me lo dica… La voce, sempre più alta, è prossima a rompersi in un lamento.
Pausa.
Di nuovo la stessa iterazione.
Grida scomposte.
E poi, silenzio.
Forse la voce implacabile all'altro capo del filo sta finalmente dicendo qualcosa.
Fine della telefonata.
Esco dalla stanza, ricomponendomi alla meglio, in ansia.
Cosa sarà successo?, mi chiedo.
Lo chiedo a mia madre.
Chi era?
Una giornalista del Giornale di Sicilia.
Che voleva?
Voleva sapere se papà era sull'aereo che veniva da Roma.
Perché lo voleva sapere?
Prima non me lo voleva dire
Poi alla fine te lo ha detto?
Sì.
L'aereo è caduto, è precipitato.
No. Che cosa mi dici!?
Sì, così.
Dopo questo sì, così netto ed irrevocabile, non ci sono più parole che si possano dire.
Cosa facciamo, adesso?
Non sappiamo cosa fare... Non siamo come quelli che vanno e vengono dall'aeroporto ad accompagnare e a prendere i propri familiari. Non sappiamo che fare...
Telefoniamo.
Sì, ma a chi?
Proviamo a chiamare in aeroporto.
Sì, proviamo.
Non si riesce a comunicare, le linee telefoniche per l'aeroporto sono intasate.
Andiamo, allora.
Sì, andiamo.
(...)
Ci vestiamo, siamo subito pronti.
Ci imbarchiamo sulla piccola cinquecento di mamma e partiamo angosciati, io alla guida.
L'autostrada per l'aeroporto è buia e silenziosa... poche macchine, strada deserta e poi, all’improvviso, il transito di un grumo di ambulanze con la sirena spiegata.
All'altezza di Carini, nel buio pesto della notte, vedo fasci di luce di cellule fotoelettriche che spazzano il fianco di Montagna Longa.
Sono preso dallo scoramento.
Per la prima volta dallo squillo del telefono il nodo che sento nel petto e in gola si scioglie in lacrime e pianto.
Mamma, cosa andiamo a fare là.
E' inutile torniamo a casa.
Andiamo ad aspettare a casa.
E' stato così che arrivati all'aeroporto senza nemmeno fermarci abbiamo imboccato la strada del ritorno.
Questo è quello che io ricordo.
Ma in verità – qui mi sovviene il racconto di mia madre, trentuno anni e dieci giorni dopo – siamo arrivati sin dentro all’aeroporto e, scesi dall’auto, siamo entrati nella sala arrivi.
Uno spazio desolatamente vuoto si è aperto davanti a noi.
Se ne erano andati tutti.
Un funzionario ci è venuto incontro…
Volevamo sapere…
Ma ci interrompe prima che noi si possa dire altro.
È inutile che stiate qua; andate a casa!
Perché, perché, fa mia madre.
Intanto si avvicina un giovane giornalista che noi conosciamo.
Anche lui ripete le stesse cose, con gentilezza.
Ha un giornale arrotolato che sporge dalla tasca.
Mia madre lo afferra e lo dispiega.
Legge la notizia “Si schianta su Montagna Longa l’aereo proveniente da Roma, morti i passeggeri e gli uomini dell’equipaggio". Non ricordo più il numero esatto.
Mia madre scorrere con lo sguardo l’elenco delle vittime. E lì c’è scritto a chiare lettere anche il nome di mio padre: Francesco Crispi.
Un cinico servizio a parte sulle personalità di spicco della cittadinanza a bordo dell’aereo.
Comprendiamo il motivo della telefonata di prima.
Era stata la cronista, autrice dell’articolo, a chiamare perché voleva avere la certezza del nome prima di includerlo nell’elenco, voleva essere sicura che si trattasse di quel Francesco Crispi, noto a Palermo negli ambienti giornalistici e della cultura, e non di altri.
Al ritorno, passiamo dalla strada dove c’è l’abitazione dei miei zii.
Saliamo per un po’. Andiamo a trovarli e a parlare con loro.
No. No. Cosa possiamo fare, cosa dire.
Torniamo a casa.
A casa tutti uniti, ad aspettare notizie.
Siamo tutti in piedi, in una situazione innaturale, un tempo sospeso, non c’è niente che si possa fare, solo attendere.
Storditi.
Attoniti.
Intanto si raccolgono gli altri parenti, i fratelli di mio padre, Aldo, il fratello di mamma, Zio Giovanni la moglie e figli, forse sono andati in aeroporto e anche loro aspettano notizie perché a bordo dell'aereo c'era anche la figlia Elisabetta.
Un dolore terribile.
Penso con amarezza che la mattina, mio padre non l'ho nemmeno salutato in modo appropriato.
So già che non lo vedrò più, nemmeno da morto.
È morto, una parola che non si può nemmeno pronunciare.


Ora siamo qui, 54 anni dopo quell'evento che ha sconvolto le vite di noi tutti
Noi siamo in realtà dei sopravvissuti: guardando soltanto alla mia famiglia, ora che la mamma e mio fratello se ne sono andati, rimango soltanto io a custodire quella memoria dolorosa, desiderando fortemente di trovare nei miei figli dei validi portatori di quel testimone.
Ci ritroviamo ogni anno per salire sulla Montagna per rendere omaggio a coloro che persero la vita quel giorno, ma anche desiderosi di poter conoscere una verità diversa su ciò che veramente accadde quella notte.
Tutto venne liquidato sbrigativamente, forse troppo sbrigativamente.
Si giunse ad un verdetto di imperizia a carico dei piloti.
Alcuni patteggiarono con l'Alitalia
Altri no (come ad esempio, mio zio, l'Ingegnere Giovanni Salatiello, fratello della mamma), vollero condurre la loro battaglia.
Oggi sembrano riemergere altre verità a lungo sepolte e altre narrazioni.
Qualcuno vorrebbe anche che, con una riapertura del caso giudiziario, si potesse giungere ad una differente verità.
E' ciò che ha tentato di fare un recente film di Lorenza Indovina, La verità Migliore (2025)

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1. Dal mio blog, Francesco Crispi giornalista. Chi era, In una mattina di maggio mio padre è partito…, 
https://francescocrispigiornalista.blogspot.com/2010/06/in-una-mattina-di-maggio-mio-padre-e.html

La verità migliore di Lorenza Indovina (2025)

Ieri ho visto il film diretto da Lorenza Indovina, La verità migliore.
Un film bello e profondamente intimo che ha toccato tutti noi, o meglio quelli di noi che appartenengono alla categoria dei figli (o in senso lato dei "sopravvissuti") alla grande tragedia del disastro aereo di Montagna Longa.
E' un film coraggioso e dolente, ma nello stesso tempo pieno di gioia.
Anche io come molti altri appartengo alla categoria dei "figli", di coloro che rimasero orfani prematuramente a causa di quelli tragedia o monchi di un fratello, di una sorella, di iuna moglie.
A fronte di molti altri - quando morì mio padre - io ero "a mezza via" nel transito verso una più sicura età adulta.
Molti rimasero orfani molto più piccoli e crebbero nel ricordo di un genitore (o di entrambi) che avevano solo imperfettamente conosciuti a causa dell'età ancora giovanissima.
Di essi la memoria - per alcuni - si è apparentemente dissolta per molti anni e, del pari, non è stato possibile davvero elaborare il lutto. 
Anch’io del resto fantasticavo per anni che mio padre non fosse veramente morto, dal momento che mai vidi il suo corpo, poiché le sue spoglie ci furono consegnate già chiuse e sigillate dentro una bara.
Però con questo dolore per l'assenza ci ho convissuto per anni e ho imparato a recuperare brandelli della memoria di lui, attraverso i ricordi condivisi della vita familiare.
Ho fatto un lavoro assiduo e costante nei primi due decenni dopo la sua scomparsa, leggendo tutto quel che potevo sulla morte e sul morire, riflettendo sul caso e sulla necessità, sul mistero che conduce tante persone diverse a trovarsi assieme a fare il grande passaggio verso l'Ignoto. Mi fu molto d'aiuto leggere un libro di cui, casualmente, mio padre mi aveva parlato solo pochi giorni prima di andarsene e fu il piccolo libro di Thornton Wilder, Il Ponte di San Luis Rey2: Non so perché me ne parlò, allora, ma sicuramente per lui, parlarmene, alla luce degli eventi, fu una sorta di premonizione.
Di cosa parla questo romanzo?
La trama è semplice. Nel 1714 il ponte di San Luis Rey, che - per oltre un secolo - era stato la più importante via di collegamento per gli abitanti di Lima e Cuzco e, in generale, per i viandanti che si spostavano dall'una all'altra città, in Perù, crollò improvvisamente, causando la morte di cinque persone che si erano trovate tutte insieme su di esso, al momento del crollo fatale..

Thornton Wilder, Il ponte di san Luis Rey

Fra' Ginepro, un frate che si accingeva ad attraversarlo, dopo aver assistito all'accaduto, sconvolto dalla tragedia, inizia a porsi delle domande di carattere religioso e morale: chi erano quei cinque e perché si trovarono proprio lì?
Cercando di risalire alle cause del crollo del ponte, la curiosità porta Fra' Ginepro a ricostruire i percorsi di vita dei cinque deceduti nel tragico evento, nel tentativo di capire se avessero qualcosa in comune.
Sulla scorta della sua indagine - racconta Wilder - nacque un problema morale su cui si pronunciò anche la Chiesa del tempo, chiamando in causa la Provvidenza e suscitando altri interrogativi: si era trattato d'una tragedia o di una punizione divina, che aveva fatto incrociare i destini dei cinque nel medesimo luogo alla medesima ora? Il Signore aveva voluto punire così i malvagi oppure, operando in tal modo, aveva volutamente chiamato a sé gli innocenti?
I quesiti, posti sull'eterna condizione umana e sulla morte, sulla misteriosa complicità di caso e destino, rimarranno inevasi.
Indro Montanelli, che a questo romanzo si ispirò nella scrittura del suo "Qui non riposano", consigliava agli aspiranti giornalisti di leggerlo e di trarne ispirazione, in quanto esempio di «alta tecnica narrativa, valevole per tutti gli scrittori, compresi i romanzieri»; ed anche «uno dei pochi veri capolavori di questo secolo, per ricostruire le varie vicende umane che avevano condotto tutti quei viaggiatori, sconosciuti l'uno all'altro, a trovarsi su quel ponte al momento della catastrofe».
Non so come mio padre fosse arrivato a questo testo: ma forse - voglio pensare - proprio seguendo quegli strani percorsi di lettura che fanno coloro che che amano i libri, in cui ciascun libro letto ne chiama altri aprendo percorsi imprevisti e tortuosi (in nuce, questo modus operandi in cui si combinano assieme le voglie e le curiosità dei lettori con l'intrinseco potere dei libri è l'origine e il senso dell'infinita Biblioteca di Babele borgesiana).
Me ne aveva parlato, sì. Forse mi aveva dato anche quel libricino, perché lo leggessi. Mio padre sperava sempre che io seguissi i suoi suggerimenti e le sue suggestioni e, instancabilmente, provava a seminare in me germi di cultura, cercando di darmi una veduta ad ampio raggio del mondo e molti vertici di osservazione per aiutarmi a guardare le cose nella loro complessità.
Ma io, sul momento, quel libro lo avevo messo da parte, perché allora rivendicavo la mia autonomia di scelte (o almeno cercavo mantenere un assetto di apparente indipendenza, per mia pace, poiché non si poteva sfuggire alle suggestioni che promanavano da lui).
Quindi, dopo il tragico evento, mi sentii chiamato a riprendere in mano quel volumetto, e da allora l'ho tenuto quasi sempre vicino a me, tra i libri che mi sono più cari e che devono stare - per così dire - sul comodino sempre pronti ad essere aperti, sfogliati, letti anche a caso, captando una frase qua e là.
Fui aiutato anche in questo percorso dall'esposizione ad una lunga psicoterapia personale. 
Poi, a distanza di molti anni, iniziai a radunare le mie memorie e a scrivere tutto ciò che potevo per ricordare mio padre, e poi mia madre e mio fratello, quando se ne andarono anche loro.
Questi scritti li ho pubblicati assiduamente nei miei blog: se non coltiviamo di continuo la memoria, i nostri cari ci abbandonano. 
Loro vivono in noi e attraverso di noi.
Il ricordare e il tessere in una trama di narrazioni i nostri ricordi dovrebbero essere la nostra legacy a coloro che rimarranno dopo la nostra dipartita, credo.
Quindi coltivare la memoria e creare attorno ai ricordi delle narrazioni dovrebbe essere - è - uno dei nostri compiti primari se vogliamo mantenere una continuità e sentire di essere parte di un flusso che si manterrà anche dopo la nostra scomparsa.
Altra cosa è quando gli elementi costitutivi di questa memoria non si sono ancora condensati, attorno a ricordi parzialmente coscienti e consapevoli.
La tragedia di chi perse uno dei propri cari in tenerissima età (o ancora pre-adolescenziale) fu doppia, poichè oltre alla perdita fisica della persona amata e fondamentale, non si era ancora costituito un bagaglio di ricordi. 
Io credo che, senza entrare nel merito della soggettività di ciascuno, si possa allora costituire una sorta di buco nero della memoria, come quando soffriamo dei postumi di un trauma cranico e rimane nella nostra mente una cicatrice che si esprime come un vuoto di memoria che riguarda le cose fatte e gli eventi vissuti, subito prima e subito dopo il punto X (quello rappresentato dall'evento).
In queste circostanze chi è cresciuto senza il padre o senza la madre si trova a dover fronteggiare il compito di ricostruire qualcosa con elementi narrativi surrettizi che derivano dal raccogliere le narrazioni altrui, facendole proprie oppure ad intraprendere un lavoro di scavo nella propria mente inconscia, alla ricerca di tracce e di segni che potranno essere poi utilizzati per comporre della costruzioni verosimili e soggettivamente soddisfacenti
La lunga premessa che ho fatto è per dire che il lavoro di Lorenza Indovina è meraviglioso, perchè con esso è riuscita a rappresentare tutto questo in un film che, assieme, torna a sollevare dubbi e interrogativi su quanto avvenne quella notte nei cieli di Punta Raisi (senza peraltro sbilanciarsi verso spiegazioni alternative certe, ma piuttosto sollevando dei dubbi dialettici ed argomentati), e a scavare nella sua memoria personale alla ricerca d’un incontro con una figura paterna che, per vicissitudini di vita, nel corso del suo sviluppo, si era trovata a mettere da parte.
Come in tutte le storie di formazione, Lorenza, all’improvviso, mentre meno che mai sta pensando al suo passato doloroso, è raggiunta da un gruppo di messaggeri (che sono altri come lei, rimasti orfani da piccoli, e che credono fermamente che si debba ricercare una diversa verià su quell'evento tragico) e che con la loro fede (le loro ferme convinzioni) la convincono a mettersi su di una via di ricerca e a porsi interrogativi.
Lorenza segue (dapprima piena di dubbi e di reticenze) il suggerimento dei messaggeri (che a tutti gli effetti sono per lei un ponte verso un luogo dove stanno i ricordi perduti, le verità non dette, le narrazioni che ancora devono essere dette) e li segue in un viaggio che è fisico, ma anche dentro se stessa, con l’attraversamento di scenari fisici che si trasformano in scenari della mente
In questo sta la grande riserva di emozioni che il lungo di Lorenza riesce a trasmettere a tutti gli spettatori: non solo a quelli direttamente toccati da quella tragedia. 
E c'è anche un viaggio fisico, il ritorno a Palermo, dopo anni di assenza, l'ascesa a più riprese sulla Montagna dove si schiantò l'aereo, la visita al cimitero, la raccolta di notizie e di aneddoti riguardanti la figura paterna.
Alla fine di questo viaggio che si conclude con una lenta ascesa sul Monte e con un pernottamento in solitaria, in attesa dell'alba, Lorenza sorriderà, riderà, ma anche piangerà, perchè è riuscita a trovare la "sua" migliore verità ed una sua personale narrazione sul padre scomparso e, in parte, dimenticato; la presa di possesso di questo ricordo, o anche la sua rinarrazione implica - come in tutte le cose della vita, gioia, ma anche dolore.
L’assenza di una costruzione narrativa, la mancanza di risposte ai propri interrogativi e di verità soddisfacenti, viceversa, vengono a costituire nel corso del tempo un vorace buco nero nella mente che assorbe ogni energia e che spegne la gioia.
Mi sono davvero commosso nel seguire questo percorso e sono stato contento di avere portato i miei due figli a guardare con me la storia di Lorenza Indovina che è sua, personale, ma che riguarda tutti noi. 


_________________________________________

2. - Il ponte di San Luis Rey (The Bridge of San Luis Rey) è il secondo romanzo dello scrittore e drammaturgo statunitense Thornton Wilder, pubblicato nel 1927. Vinse il Premio Pulitzer l'anno dopo.

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5 gennaio 2026 1 05 /01 /gennaio /2026 06:06
Il mio occhio (foto modificata di Maurizio Crispi)

I sogni sono strani a volte e si presentano come un rebus da decrittare

Ricordo questo del sogno di questa notte

Avevo da poco tempo un cagnolino piccolo, ma piccolo piccolo, non solo di età ma anche di dimensioni, uno scricciolo
Dopo molte vicissitudini (ero stato forse ad un convegno di psichiatria), ritornavo a casa e qui si imponeva la necessità di portare a passeggio il piccolo cagnolino, tenendo conto del fatto che occorreva gestire anche il cagnone grande da fare uscire
dovevo sormontare alcune difficoltà nel sistemare i cani per l’uscita, imponendo loro i rispettivi guinzagli
E alla fine ci riuscivo
Soprattutto il cagnolino piccolo mi aveva dato il filo da torcere
Era come se avesse il fuoco vivo addosso, guizzava da tutte le parti, ma non si faceva mai prendere
Ci avviavamo verso la porta, cane grande al guinzaglio, cane piccolo al guinzaglio
Ma, evidentemente, le lungaggini erano state troppe e, poco prima di arrivare davanti alla porta per uscire, il cane piccolo si accovacciava e mollava uno schizzetto di pipì e poi, per farla più completa sganciava anche un mucchietto di cacca
Ovviamente, in considerazione della sua tenera età, non potevo rimproverarlo e non mi rimaneva che pulire il malfatto
La cacca era strana: non era puzzolente affatto, ma aveva l’aspetto di un ricciolo di purè di patate molto compatto
Aprivo la porta per uscire e trovavo sul pianerottolo un antico amico di mio fratello che nella vita è fisioterapista
Mi diceva che aveva fame e io rispondevo che, se per lui andava bene, avrei potuto preparargli un panino con la mortadella, l’unica cosa che in quel momento avessi a disposizione a casa in dispensa
Lo facevo entrare, quindi, lui si accomodava al tavolo della cucina, mentre io armeggiavo per preparargli il panino
Nel mentre arrivava mia madre e le spiegavo ciò che era accaduto, della pipì e della cacca del cane piccolo e dell’arrivo inatteso dell’amico di mio fratello e della preparazione del panino con la mortadella
Lei era molto tollerante nei confronti del cagnolino piccolo ed era anche contenta che fossi stato tanto ospitale nei confronti dell’amico di mio fratello, avendogli preparato da mangiare, ma mi esortò a offrirgli anche qualcosa da bere.
La mamma voleva che gli ospiti fossero sempre a proprio agio e che si sentissero come a casa propria. Una visita si trasformava il più delle volte in un invito a rimanere a pranzo oppure a cena, occasioni in cui si condivideva con l’ospite occasionale ciò che c’era in casa.

Cercando e ricercando, riuscii a trovare una teiera semipiena con del tè appena fatto, ancora ben caldo, e gliene offrii una tazza, di cui lui mi fu grato.

Dissolvenza 

Dolore e rimpianto (Meta AI

(4 gennaio 2026) Questo scrissi un anno fa e oggi ricorre il 16mo anniversario della morte di mamma

“Mi sono svegliato questa notte proprio a quell’ora in cui all’improvviso mi risvegliai per accorgermi che la mamma non respirava più e che era, la sua anima, volata via: e mi sono ricordato di quel momento e degli eventi immediatamente precedenti
“Ed ora siamo al quindicesimo anniversario della sua dipartita e altri, nel frattempo, sono venuti a mancare
“Sono tutti nei pensieri, nella mia memoria, nel mio ricordo, nel mio cuore
“Noi continuiamo il nostro cammino, con un occhio al passato ed uno al futuro
Mio padre, la mamma e mio fratello sono sempre con me”


Ancora oggi, torno a ricordare
Certo i ricordi, nel corso del tempo si affievoliscono
E il dolore delle perdite è stato elaborato, poiché - come disse la Yourcenar - il Tempo è un grande scultore
Tuttavia coloro che non sono più ci accompagnano sempre - io ritengo - in modo silenzioso, ma ci sono sempre
Nel bene e nel male sono una presenza costante e noi siamo quel siamo - adesso - perché ci sono stati loro che hanno plasmato e orientato le nostre vite, a volte in modi evidenti e plateali, talaltra in modi sottili, a volte per somiglianza, altre per contrapposizione
Il loro ricordo va coltivato attivamente ed è un bene prezioso in questa nostra epoca che ha sempre più spregio del ricordo e della memoria

(4 gennaio 2023) Il 4 gennaio 2010, nelle prime ore del nuovo giorno, quando ancora faceva buio, la mamma se n’è andata via lievemente, in punta di piedi, quasi senza disturbare nessuno, come aveva sempre detto nei suoi desiderata.
Per andarsene, ha colto il momento in cui io, seduto accanto a lei in poltrona per vegliarla, mi ero addormentato.
Quando mi sono risvegliato, forse perché invaso dall’improvviso silenzio del suo respiro appesantito, la sua anima bella era volata via.
Dopo poche ore, alle 5.00, è suonata la sua sveglia che la mamma la sera prima, mi aveva chiesto di puntare alla solita ora, quando lei si alzava per supervisionare tutte le attività legate a mio fratello.
Quella sveglia ci ha ricordato che la vita, anche senza di lei, continuava e che, pur assente da quel momento in avanti, lei avrebbe continuato a vegliare su di noi.
Mamma, dovunque tu sia, riposa in pace.
Continui a vivere nel mio cuore.

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9 agosto 2024 5 09 /08 /agosto /2024 01:41

Keep-a-going along the road.
Vai avanti e più non dimandare

Oggi, possiamo lecitamente parlare
di tre quarti di secolo
Sono sbalordito
Penso a quando da piccolo
con mio fratello
mi chiedevo
come sarebbe stato entrare nel 2000
e facevo calcoli
per stabilire l’età che avrei avuto allora
che era per me
un’età impensabile,
irrapresentabile
Oggi, quasi al concludersi
del primo quarto del XXI secolo,
sono ancora qui

E vai allora!
Keep-a-going along the road,
Keep your eyes on the road
Stay always on the run

Cammina,
cammina,
segui sempre la strada,
di giorno segui il sole verso Ovest,
di notte orientati con le stelle

Seconda stella a destra, questo è il cammino
E poi dritto fino al mattino
Poi la strada la trovi da te
Porta all'isola che non c'è

Maurizio Crispi (9 agosto 2024)

Autoscatto (Maurizio Crispi)

Autoscatto (Maurizio Crispi)

A volte, 
mi sorprendo a pensare
che vorrei tornare ad essere adolescente, ritornando all’età dell’oro in cui
c’erano ben poche cose 
di cui preoccuparsi 
quando c’erano papà e mamma 
che di tutto si occupavano,
c’era solo da prendere il meglio, 
una vita rilassata, 
senza problemi da risolvere 
senza responsabilità da assumere
Era il tempo felice 
dei giochi e degli svaghi 
Era come essere in un giardino dell’eden

 

Autoscatto (in versione Matusalemme) - foto Maurizio Crispi

Eppure, 
quando vivevo allora quei giorni scalpitavo 
fremevo 
mordevo il freno 
desideravo che il Tempo 
accelerasse il suo corso 
e non vedevo l’ora di diventare “adulto“
e c’era anche l’irrequietezza dell’attesa,
quando il sogno tracimava nella realtà 
e pensavo che tutto fosse possibile,
quando i miei denti e la mia pelle
erano ancora giovani

Ora, invece, guardo nostalgicamente 
a quella stagione 
e la considero il mio Eden perduto
I miei genitori mi hanno lasciato giocare,
consentendo 
che io potessi trastullarmi 
con l’inutile e con il superfluo 
hanno lasciato che io leggessi i libri 
e che mi immergessi 
in universi fittizi e in mondi alternativi 
hanno lasciato che io potessi sognare

Eppure, quando ero adolescente, 
un mio me scisso 
non voleva stare in quel mondo 
voleva piuttosto schizzare in avanti, andando verso realtà sconosciute
Quel mio me era impaziente 
e viveva con sofferenza l’attesa e la stasi

E ora eccomi qua 
a desiderare un ritorno 
a quel tempo 
che ora vedo felice,
come forse non è mai stato

Mr Natural (Robert Crumb)

Forse, ciò accade 
perché mi accingo a varcare 
la soglia dei tre quarti di secolo 
- e quindi mi avvicino 
sempre di più a quel punto fatidico 
in cui gli opposti estremi 
tendono a reincontrarsi e a coincidere
e le età della vita 
si confondono e si mescolano

Vorrei andare lontano, via dove nessuno possa bussare la mia porta e schiaffarmi davanti agli occhi la dura realtà
Vorrei evadere 
essere un nessuno 
essere un Errante 
libero di cercare ciò che vuole 
o di non cercare affatto

E questo è quanto, 
dissi, accorgendomi
che mi era cresciuta 
una barba da profeta,
come quella di Mr Natural

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2 agosto 2024 5 02 /08 /agosto /2024 12:07

Tra qualche giorno (e precisamente il 7 agosto 2024) ricorrerà il cinquantenario della mirabolante impresa di Philippe Petit, eclettico personaggio e funambolo, che - eseguendo una mirabile perfomance - camminó su di cavo teso tra le due Torri Gemelle.
La sua impresa durò 45 minuti circa per compiere il tragitto da una torre all’altra e la sua fu quasi una performance di danza aerea.

In occasione del Cinquantenario di quell'evento verrà messo in scena un grande spettacolo che vedrà la partecipazione di Sting e altri artisti, mentre Philippe Petit camminerà su di un cavo teso nel senso della lunghezza della navata principale della grande chiesa ove si svolgerà l’evento celebrativo.

Philippe Petit, nato nel 1949 a Nemours (Francia), è funambolo, mimo, giocoliere e scrittore francese.
Scopre la magia e la prestidigitazione ancora bambino, e muove i primi passi sul filo a sedici anni.
Autodidatta, si fa espellere da cinque scuole.
Impara a cavalcare, a tirare di scherma, ad arrampicarsi, a disegnare; si intende anche di falegnameria (ha costruito, tutto da solo, un granaio sulle Catskill Mountains utilizzando la tecnica e gli attrezzi dei carpentieri del Diciottesimo secolo) e ha studia persino l’arte della tauromachia.
È sui marciapiedi di Parigi, però, che diventa un artista di strada, dando vita a un personaggio folle, brillante e silenzioso che diverrà il suo marchi odi fabbrica, e con la cui maschera ancora oggi intrattiene il suo pubblico.
Da oltre trent’anni vive a New York ed è Artist-in-Residence presso la cattedrale di Saint John the Divine, la più grande chiesa gotica del mondo.
La sua decennale attività di funambolo conta oltre ottanta esibizioni in tutto il mondo, tra cui la più celebre, diventata poi oggetto di un libro, "Toccare le nuvole", e del documentario che ad esso si è ispirato ("Man on Wire" per la regia di James Marsh), è stata la camminata su di un filo teso fra le Torri gemelle del World Trade Center, nel 1974.


 

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23 marzo 2024 6 23 /03 /marzo /2024 10:23

Noi che ancora ricordiamo siamo dei dinosauri in via di estinzione.
Incalzano orde di più giovani che si sono disabituati a ricordare, che - anzi - detestano dover ricordare e che considerano tutti i supporti materiali connessi al ricordo e al ricordare qualcosa di inutile e di ingombrante.
Queste orde di più giovani vanno inesorabilmente incontro ad un futuro senza memoria che sarà, inevitabilmente, più vuoto e più sterile, che non avrà più voci dialoganti con un passato che hanno reso muto ed insignificante..
Quelli che ci seguono avranno ciò che vorranno, su questo non si può sindacare.
Ma per noi che ci siamo abituati a vivere nel ricordo è cosa ben triste pensarlo.
Parlo per me, dunque: finché potrò, io continuerò a ricordare.

Maurizio Crispi (8 marzo 2023)

La mamma nel giorno del suo 90mo compleanno. Persino nostra cugina Giorgia è venuta a trovarla da Roma e lei è felice (Foto di Maurizio Crispi)

Oggi 8 marzo 2024 ricorre il compleanno di mia mamma Irene.
La mamma nacque l’8 marzo del 1918 e ci ha lasciati il 4 gennaio del 2010, quando mancava ormai poco al suo 92° compleanno.
È una data che non dimentico, quella del suo compleanno, come anche quella della sua dipartita.
La mamma continua a vivere nei miei ricordi e in quelli delle persone che l’hanno conosciuta e amata.
Mamma, ovunque tu sia, buon compleanno!
E voglio ricordare qui la mia cara cugina Maria Patrizia, figlia dello zio Aldo, il fratello più piccolo di mamma, la quale pure celebrava il suo compleanno l’8 marzo, essendo nata quasi esattamente sei mesi dopo di me.
Con Maria Patrizia nel corso degli anni abbiamo condiviso alcune scelte di studio e professionali, ma soprattutto negli anni cruciali dell’infanzia e dell’adolescenza siamo stati cresciuti come fossimo fratelli, più che semplici cugini.
Voglio anche ricordare qui che Maria Patrizia ci ha lasciato l’anno scorso, proprio poco dopo il ricorrere del suo compleanno.

 

La mamma nel giorno del suo 90mo compleanno. Persino nostra cugina Giorgia è venuta a trovarla da Roma e lei ne fu davvero felice (Foto di Maurizio Crispi)

La mamma nel giorno del suo 90mo compleanno. Persino nostra cugina Giorgia è venuta a trovarla da Roma e lei ne fu davvero felice (Foto di Maurizio Crispi)

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6 gennaio 2024 6 06 /01 /gennaio /2024 07:13
Il venditore ambulante di Calze della Befana (foto di Maurizio Crispi)

Il venditore ambulante di Calze della Befana (foto di Maurizio Crispi)

Nel giorno dopo la Befana
ho trovato una scopa delle streghe
chissà com’è finita dentro un armuar
Ho capito subito di che si trattasse
L’ho esaminata, soppesandola
Era lì per me
L’ho inforcata
e sono volato via
schizzando in alto
oltre le nubi
verso la luna
ormai al tramonto
per inseguirla nella sua traiettoria
e quindi per andare oltre
alla ricerca di altri mondi

Ultreya!

Maurizio Crispi (8 gennaio 2023)

Viva la Befana!
La Befana vien di notte,
con le scarpe tutte rotte,
neve, gelo, tramontana,
viva, viva la Befana!
Rimbacuccata dentro uno scialle
porta una gerla sopra le spalle.
Vola veloce nel cielo nero,
l’aria è cupa e pien di mistero.
Vuol fare
ai bimbi più buoni
la cara vecchietta
un po’ di doni,
gettando in ogni camino
di dolci leccornie
un sacchettino.
Qui il camino era assai strano,
grande, vuoto e tondo
quasi come un mappamondo.
Invano la vecchietta
nel camino si sporgeva:
se un bimbo in casa c’era
proprio, proprio non vedeva.
Guarda e sporgi,
sporgi e guarda,
cade indietro sul più bello,
e rovescia il suo corbello.
Si rialza indispettita la Befana
ma a raccogliere i suoi doni
è un po’ imbranata e
due volte cadon nel camino
una bella calza
e un sacchettino!

Filastrocca tradizionale dedicata alla Befana

Auguri a tutte le Befane del mondo,
ma anche a tutti i Befani!
Ed anche a tutte le Epifanie
e a tutti gli Epifani!
Che nemmeno loro siano trascurati
in questo gran giorno befanesco!

Maurizio Crispi

La Befana

(Wikipedia) Nel folclore italiano, la Befana (corruzione lessicale di Epifania, dal greco ἐπιφάνεια, epifáneia, attraverso bifanìa e befanìa)[1] è un'anziana signora che consegna doni ai bambini in tutta Italia alla vigilia dell'Epifania (la notte del 5 gennaio) in modo simile a Babbo Natale o ai Re magi; è una figura legata alla stagione natalizia italiana. Nel folclore natalizio, la Befana visita tutti i bambini d'Italia alla vigilia della festa dell'Epifania per riempire le loro calze di dolciumi, caramelle, frutta secca e giocattoli se si sono comportati bene. Altrimenti, coloro che si sono comportati male trovano le calze riempite con del carbone o dell'aglio.[2][3] In molte parti più povere d'Italia, e in particolare nella Sicilia rurale, al posto del carbone veniva messo un bastone in una calza. Essendo una brava governante, molti dicono che spazzerà il pavimento prima di andarsene. Per alcuni "spazzare via" significa spazzare via i problemi dell'anno. La famiglia del bambino in genere lascia per la Befana un bicchierino di vino e un piatto con qualche boccone, spesso regionale o locale. Di solito è ritratta come una donna anziana che vola a cavallo di una scopa con indosso uno scialle nero ed è ricoperta di fuliggine perché entra nelle case dei bambini attraverso il camino. Sorride spesso e porta una borsa, un sacco o un cesto pieno di caramelle, regali o entrambi.

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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