Discorsi e parole
vagano nell'aria
sopra le teste dei parlanti
Ragionamenti stentati
Parole abborracciate
Bofonchiamenti
Pochi intenti
C'è un buddha dormiente
le mani intrecciate placide
sull'ampio ventre
C'è uno che si alza e si siede
di continuo
come un pupazzo a molla
(ma è proprio un Jack-In-The-Box!)
C'è il lanciatore di porte,
tra non molto in lizza
per i prossimi campionati della specialità
C'è lo stalker in pectore
oggi senza rosario
C'è l'aspirante novizia
che, per il momento,
ha messo da parte il suo pio progetto,
dunque anche lei senza rosario
C'è un altro dormiente,
armadiforme e massiccio,
semovente,
gli occhi cisposi
e la testa ciondoloni
C'è anche un armadillo,
momentaneamente assente,
perché dormiente
E poi c'è quello ossessionato
dallo Smart Phone,
che sempre lo vuole usare
Uno chiede se ci sono delle cure
per aumentare la statura
Vorrebbe crescere
di qualche centimetro, lui,
crescere e ancora crescere
Io, invece, diminuisco
di tre millimetri al giorno
e divento sempre più piccino
Incombe su tutti
il grande assente,
presente pur assente,
nietzschiana-mente ribelle
E, poi, tutti quanti non vedono l'ora
che arrivi il momento della merenda
(occhio febbrile incollato all’orologio!)
o che si possa andare ad acquistare
l’agognato “pezzo” famigerato
Quando scatta il millisecondo,
eccoli a far ressa dietro la porta
pronti per quando la vivandiera la aprirà
Qui, il cibo ha un ruolo predominante,
mi sa
E questo, temo, è tutto per oggi
La porta si apre a ritmo continuo
senza requie
Uno esce, l’altro entra
Sembra tutto ordito
come per effetto d’un ingranaggio rotante
Uno esce, l’altro entra
Uno piatuso, lamentoso, orante
L’altro farfugliante,
con un’andatura semovente e deforme,
un omone con mani grosse,
dall’aria stralunata o forse ottenebrata,
con sprazzi di lucidità
Vuole questo, vuole quello
Nulla si capisce
del suo discorrere
impoverito e spezzato
Chiede di andare da qualche parte
Solo andar via
Poi si dimentica
E richiede
Vuole un rifle
(cos’è un rifle?
Boh, non so)
Mi chiede se ha la lebbra,
tendendo verso di me una manona
chiazzata di nicotina e catrame
No, non hai la lebbra,
Puoi star tranquillo
Questo scrissi il 28 dicembre 2014,
quando ci recammo in campagna, Piano Aci,
e portai Gabriel a far visita al suo fratellino albero
Era passato poco più di un anno dalla sua piantumazione,
così come dalla nascita di Gabriel
Oggi quel piccolo ulivo cresce vigoroso,
così come Gabriel
Mi commuove sempre fare certi ritrovamenti sul mio profilo FB
che scorre sempre come una strada
e che, ogni tanto, rigurgita fuori qualcosa
- un pezzetto di passato - e me la ripresenta,
un ricordo, una traccia, un segno, un reperto
Salgo lunghe rampe di scale
C’é con me
la Cociola al guinzaglio
Non si arriva mai
Una rampa,
una svolta,
un’altra rampa
Scale che come quelle di Escher
non portano da nessuna parte
Devo raggiungere il resto della squadra
all’ultimo piano dell’edificio,
dove, in una stanza,
se ne sta rinserrato un paziente
per il quale deve essere avviato
un trattamento sanitario obbligatorio
Vorrei arrivare prima degli altri
per dire a quel paziente di scappare
finché è in tempo
E, invece, no!
Quando, infine, giungo sul posto
la porta è stata sfondata
(come in una perfetta azione stile SWAT)
e l’alloggio è stato già invaso
da una moltitudine vociante
Uno che sembra essere al comando
sta filmando tutto con uno Smart Phone
per documentare l’appropriatezza dell’azione
e per poter dare testimonianza
Si è già all’atto finale
e degli energumeni si accingono
a portare via quel paziente riottoso
che protesta la sua sanità di mente
e che, così facendo,
rifiuta di essere cosa
Dopo,
mi ritrovo a pedalare
su d’una vecchia bici scricchiolante
Accanto a me corre la Cociola (Flash),
tenuta ad un lungo guinzaglio
Sono nudo dalla vita in giù
(palle e pisello al vento)
e porto drappeggiato malamente
attorno al corpo
un asciugamani lungo e stretto
Cammino per le strade della città
(anche queste strade alla Escher
che non portano da nessuna parte
e che sfidano le leggi spaziali)
in questo stato
Sono imbarazzato dalla mia nudità
e vorrei coprirmi
Cerco di fare quest’operazione
in modo maldestro,
utilizzando l’asciugamani,
pur continuando a pedalare,
ma non ci riesco
Il mio disagio cresce a dismisura
Cosa fare?
Cerco di ripararmi da qualche parte
dove non ci siano troppi testimoni oculari
per compiere l’operazione di vestizione
in modo discreto
senza che l’attenzione occhiuta altrui
venga puntata su di me
Mi fermo allora con la bici
(marca Disney Bash) in un anfratto
che sembra possa garantirmi protezione
e procedo, cercando di coprirmi
alla meno peggio
L’asciugamani, peraltro nuovissimo,
è lungo e stretto
della lunghezza spropositata
d’alcuni metri,
una fascia più che un asciugamano
e, quindi,
impossibilitato a drappeggiarlo
come una tunica
provo ad indossarlo
come fosse un dhoti
alla maniera indiana (in stile Gandhi)
Ci sono alcuni passanti
che mi guardano con insistenza
sorpresi e meravigliati
Sono costretto a ripartire
tenendo l’estremità della lunga fascia
stretta in mano,
poiché non sono riuscito
a fissarla per bene
Sempre precario mi sento,
anche così con questo accrocco
Entro con la bici in un condominio
per consegnare un pacchetto
al portiere
Stranamente,
per raggiungere la portineria
devo scendere di alcuni piani
sotto il livello del suolo
E quindi mi ritrovo a percorrere
altre scale
che, come quelle di prima,
non mi conducono da nessuna parte
E questo è tutto, per questa volta
Con l’incombenza
di un’impossibile consegna
mi sono svegliato
Maurits Cornelis Escher (1898-1972) è stato un incisore e un grafico olandese, appartenente al movimento dell’Optical Art.
L’Optical Art nasce intorno agli anni ’60 del Novecento ed è un sottogenere dell’arte astratta: illusione è la parola d’ordine, la chiave per leggere e interpretare le opere che non sono mai quello che sembrano.
La realtà rappresentata è fluida, soggetta a cambiamenti repentini e imprevedibili, un punto non è mai fisso, le figure bidimensionali paiono fuoriuscire dalla tela; e distogliere lo sguardo per un attimo può dare vita a forme sempre nuove. Sono molteplici le letture possibili: le illusioni ottiche sono legate al movimento e alla cosiddetta “arte cinetica”; semplici linee ortogonali e modulari possono confondere lo spettatore, gettandolo in uno stato di incertezza, di instabilità percettiva. L’illusione coinvolge lo spettatore e lo destabilizza.
La “Relatività” di Escher, realizzata nel 1953, raffigura delle rampe di scale salgono, che scendono, porte e pianerottoli, dritti e inclinati; è impossibile seguire un percorso, è facile perdersi, cadere, precipitare e ritrovarsi su un’altra scala, più in basso, più in alto, in una sequenza infinita.
Tutto è relativo, questo il messaggio di Escher, da qui il titolo dell’opera; esistono più piani della realtà e non è possibile scinderli, non è possibile separare realtà e finzione, dimensione lucida e onirica.
C’erano una volta tre alberetti
messi a dimora in Piazza Noce
Due non passarono l’estate afosa del ‘22
e morirono prosciugati dalla calura
Né i giardinieri del Comune,
né la gente del quartiere
si preoccuparono di abbeverarli
Il sopravvissuto alla prima estate
dopo la piantumazione
ha tirato avanti per un anno ancora
Ma non è riuscito a passare l’estate del ‘23
altrettanto afosa della precedente
Anche quest'alberetto
è morto di sete,
perché nessuno s’è preoccupato
di portargli dell'acqua
per rinfrancarlo
Adesso il tronco disseccato
è stato rimosso
ed è stato collocato di traverso
su due cassonetti dell’indifferenziata
all’angolo della via
Se ne sta là
da qualche tempo
e nessuno lo rimuove
Probabile che gli addetti
allo svuotamento dei cassonetti
ritengano che non sia faccenda
di loro competenza
Fino a quando la reliquia dell’alberello defunto
se ne starà là?
Non si sa!
Certo a vederlo così,
gli animi più sensibili fremono d'indignazione
La sua presenza lì, come spoglia,
è un monumento all'insipienza, all'indifferenza,
alla sciatteria, al pressapochismo, alla inettitudine
e a tutte le altre buone (pessime) qualità
dei cittadini non-cittadini
dei governanti non governanti
Raffiche calde a gennaio
Scirocco, Libeccio, Simun
Foglie secche
spinte via
ammassate in mucchi
negli angoli riposti e
In sacche di quiete
Sacchetti di rifiuti smossi
rotolanti qua e lá
capricciosamente
come rotolacampo
si fermano poi nelle canalette
Alcune strade, mistero!,
più arruffate di altre,
forse per l'attivazione di micro-climi locali
Le raffiche energetiche e frizzanti
creano scompiglio nei pensieri
che, come i sacchetti,
diventano rotolacampo,
vaganti senza meta
di qua e di là
Procediamo a passo lieve e allegro,
io e il mio segugio,
piedi e zampe immersi sino alla caviglia
nelle foglie secche scricchiolanti
Con una mano sulla testa
io tengo ben stretti
i miei pensieri
per evitare che volino via
nel vento
Devo partecipare ad una mezza maratona in una località imprecisata. Arrivo sul posto in auto, assieme ad altri, e parcheggiamo.
Dall'area di sosta bisogna salire su per una scala: incito le altre persone a far presto (“Presto che è tardi!”), ma quelle se ne rimangono ad indugiare vicino alla macchina, indolenti.
Io mi inerpico e mi fermo a guardarli dall'alto, da uno dei pianerottoli della lunga fuga di scale. Accanto a me c'è la mia amica Laura, runner e trailer di valore.
Decidiamo di proseguire: che gli altri si arrangino, il tempo stringe.
Finite le scale, ci ritroviamo davanti ad un vasto terreno pianeggiante che è, In realtà, una distesa di acqua lacustre, immobile come una lastra di vetro e meravigliosamente limpida. Io e questa Laura attraversiamo il campo lacustre a guado, con l'acqua che ci arriva alla vita.
La bellezza del posto è tale che, in un primo momento ci dimentichiamo dell'impegno della gara di lì a poco e ci viene naturale intraprendere spensierati giochi d'acqua, tuffandoci e rincorrendoci.
Splash, splash e poi ancora splash…
Ma si deve proseguire.
L’imperativo categorico del podista prende il sopravvento sul piacere e sul più puro istinto ludico: entra in scena il Super-io podistico, in altri termini.
Più avanti, la distesa lacustre finisce e siamo di nuovo sul terreno solido.
E riprendono le infinite rampe di scale.
Il tempo è tiranno. La Laura adesso è scomparsa: mi accorgo all’improvviso di essere solo.
Penso: Si sarà affrettata per arrivare alla partenza… Tutto sommato, lei è una delle favorite.
Io, invece, indugio ad attendere quelli con cui eravamo arrivati che sono sempre più in ritardo e ancora fuori dalla vista.
La scala è percorsa da una continua processione di podisti vocianti che mi superano, costringendomi a farmi da parte per non esserne travolto.
Vanno d’impeto, come è naturale che sia, tutti presi dall’eccitazione della gara imminente.
Io, messo da parte rispetto alla corrente dinamica di uomini e donne in completini da runner, attendo: afferro il mio cellulare e cerco di connettermi con uno dei miei amici.
Mi confondo, però: è come se non riconoscessi più le singole funzioni del dispositivo. Poi, mentre me lo rigiro tra le mani, mi rendo conto che stavo cercando di telefonare con una macchinetta fotografica digitale compatta. Rimango stordito e semi-paralizzato. Gli addetti dell'organizzazione, che già vedo in cima all’ultima rampa di scale, mi incitano a gesti a sbrigarmi: mi rendo conto che il tempo sta per scadere...
Cerco, a questo punto, di rimettermi in movimento, anche se i miei amici non sono ancora arrivati, ma sono come paralizzato. Penso che non ce la farò mai ad arrivare in tempo alla linea di partenza. E più penso a questo, più mi sento diventare pesante, come fossi incollato al suolo e schiacciato prepotentemente da una maligna forza di gravità.
[questo sogno è dellanotte del 13 gennaio 2013]
Aggiungo in calce due spunti associativi, stimolati da alcuni commenti postati in calce allo scritto sul profilo Facebook
Prima ancora di iniziare a correre, sognavo di correre, di camminare e di andare di continuo in luoghi lontani.
La mia casa, in questi sogni, era sempre la strada. Non avevo mai requie.
Poi, ho cominciato a correre, ma i sogni in cui correvo e camminavo hanno continuato a visitarmi.
Anche se di base sono stanziale e non sono certo "leggero" (essendo pieno di ingombri tra i quali i molti miei - beneamati - libri) come il sinologo protagonista di Autodafè di Elias Canetti, in realtà con la mente - e qualche volta anche con il corpo - sono in movimento su qualche strada.
Credo di essere, fondamentalmente, un nomade e un vagabondo.
Quando da piccolo mi chiedevano - come si fa per gioco - cosa avrei voluto fare da grande, rispondevo con molta serietà e decisione: "Voglio fare il vagabondo!"
I sogni servono a questo: a ricordarci chi siamo e da dove veniamo, a dirci cosa vorremmo essere e a segnalarci dove vorremmo andare o dove potremmo essere
A proposito di telefono (che sembrerebbe essere uno degli elementi chiave del sogno), proprio in questi giorni vado rimuginando delle riflessioni che partono dal sentimento di stizza e di fastidio ogni qualvolta vedo qualcuno che declama per strada le sue telefonate, oppure che parla al cellulare mentre è alla guida della sua auto (sprezzante del divieto) oppure ancora intento a digitare messaggi sempre mentre è alla guida.
In questi casi, sono sopraffatto da un sentimento di stizza, che si tramuta in ira savonarolesca, se non addirittura in un movimento repentino (ed inaccettabile, per alcuni versi) di odio.
Poi, il tutto si stempera e rimane soltanto una bava di antipatia e futilità.
Ma che hanno da dirsi? - mi chiedo.
Perché non assaporare il momento della solitudine e dell'essere soli con se stessi alla guida della propria auto o mentre si cavalcano i "cavalli di San Pietro"?
Rimango del tutto basito da questa incapacità del mio prossimo di poter accedere ad un momento di fusione con se stessi e con il mondo, come potrebbe accadere mentre tu cammini solo con i tuoi pensieri e totalmente immerso nella realtà che ti circonda, in uno stato d'animo fluido e permeabile da dove - esattamente come quando ti siedi su di una panchina ad osservare il mondo che scorre accanto e attorno a te che te ne stai immobile - non sei isolato dagli altri, ma puoi osservarli e fantasticare su di loro.
La telefonia mobile ti riempie le orecchie di un costante brusio di fondo, mentre la messaggeria per sms ti annebbia la vista.
I tuoi sensi vengo ottusi e la tua mente non può più vedere.
Rimani prigioniero di invisibili fili.
Per quanto concerne, la meraviglia del telefono mobile che si tramuta in macchina fotografica digitale, questa trasformazione esprime molto la mia cifra personale di "catturatore d'immagini" (mentali innanzitutto).
Mi relaziono con il mondo, il più delle volte, con la macchina fotografica - non ho difficoltà ad ammetterlo e osservo le cose attraverso un mirino e, se non ce l'ho materialmente con me, è come se ce l'avessi.
Devo anche aggiungere che questo sogno si sta rivelando molto produttivo e che i commenti si dipanano quasi come se fossi sdraiato sul lettino di uno psicoanalista [commenti presenti sul profilo facebook e qui non riportati, all'infuori di quello sul telefono].
(Scrive, in un commento, Alice Ferretti, al secolo Tiziana Torcoletti, su FB)
Mauri in caso ti ricapitasse🙂:
"Telefonare è il gesto familiare che si compie molto di frequente con cui si ricerca o si riceve una comunicazione. Telefonare o ricevere chiamate è altrettanto frequente nei sogni proprio perché è un’azione ampiamente diffusa, con connotazioni che vanno al di là dell’ atto puro e semplice.
Telefonare è entrare in “contatto” con qualcuno di cui in quel momento si ha bisogno, qualcuno che si ama o con cui c’è un legame, è cercare notizie di chi provoca un interesse, è sentire una voce che può avere un profondo significato, è prendere accordi, chiarirsi, o anche affrontare argomenti scabrosi che la lontananza fisica può più o meno facilitare, è ricevere buone o cattive notizie, è l’ ignoto di una voce sconosciuta.
Il telefono è il mezzo che consente tutto questo e che, nella nostra epoca vissuta all’insegna della velocità, assume un’importanza esponenziale trasformato in cellulare, nella possibilità quindi di creare un collegamento in ogni situazione e in ogni momento.
Il vecchio telefono fisso che consentiva di parlare solo in determinati luoghi e solo previa ricerca del numero telefonico e del rituale ruotare del disco numerico, è stato così soppiantato dal cellulare che ci accompagna ormai in ogni luogo. Difficile pensare che un uso così ampio ed una diffusione ormai capillare di tale strumento non si accompagnino ad un investimento libidico e a proiezioni individuali molto forti.
Così nei sogni, telefono fisso, cordless o cellulare diventano il simbolo della possibilità di “comunicare“, possibilità che viene vissuta molto spesso come “potere” di risolvere una situazione, di ritrovare un legame, di trovare aiuto. Le immagini oniriche in cui il telefono appare sono varie ed accompagnate da emozioni molto diverse. L’analisi di ogni situazione e di ogni sfumatura emotiva sarà allora indispensabile per comprendere il significato simbolico che il telefono assume.
Frequentissimi sono i sogni in cui si tenta di telefonare al proprio partner o alla persona di cui si è innamorati, accade allora che: non si trovi più il cellulare, non si ricordi più il numero da digitare, non si riesca a digitare tale numero, oppure giunga all’orecchio una voce incomprensibile o suoni che disturbano la ricezione. Questi sono forse i casi più frequenti che possono alludere a difficoltà di comunicazione nella coppia, a tentativi fatti in tal senso che non hanno portato a buon fine, oppure, situazione anche questa molto frequente, ad un interesse a senso unico, un amore non condiviso.
Tuttavia essere ostacolati nel telefonare o non sentire con chiarezza ciò che l’ interlocutore dice, può fare riferimento anche a difficoltà presenti in rapporti più formali, in situazioni di lavoro di affari: “non ci si capisce” non si riesce a trovare un codice comune, non c’è un mezzo che consenta la “comprensione”.
Così telefonare e non ricevere nessuna risposta può indicare il “silenzio emotivo” da parte della persona che si cerca: un amore finito, un’amicizia incrinata, aspettative e bisogni che sono disattesi.
Ricevere una telefonata può mettere in evidenza la disponibilità di qualcuno nell’offrire sostegno, aiuto, amore al sognatore, mostrare che questi non è solo, che ha legami “attivi ” nella vita, mentre la qualità dell’interazione telefonica può mostrare la disponibilità a farsi aiutare e a saper ricevere.
Capita anche che il telefono funga nei sogni da tramite con il mondo dei defunti, numerosi esempi evidenziano quanto questo mezzo sia usato nelle situazioni oniriche alla ricerca di un ulteriore contatto con la persona cara scomparsa, e come sia straziante il silenzio, la comunicazione mancata o la ricezione che si interrompe, come avviene nel sogno seguente:
“Provo a telefonare a E. per metterci d’ accordo sul programma del pomeriggio. Il telefono squilla, ma lei non risponde. Non so come ma mi trovo proiettato a casa sua dove vedo che lei non vuole rispondere… fissa il telefono sorridente, guarda me (non so come ma si è resa conto che in un qualche modo sono li) e mi fa capire che questa, cioè rispondere ad una mia chiamata, sarà una di quelle cose che non potrà mai più fare! A questo punto io mi sveglio di soprassalto ed un’angoscia terribile mi assale, piano piano realizzo il sogno e metto a fuoco la realtà.” ( M.- Roma)
Sogni di questo genere possono ripetersi durante l’ elaborazione del lutto fino a che il sognatore infine “lascia andare” il legame terreno che ancora lo condiziona ed in lui subentra la rassegnazione."
( Maurizio Crispi ). Ho sempre fatto nella mia vita dei sogni in cui correvo e, se non correvo, camminavo lungo una strada senza fine. In entrambi i casi, se cambiavano di volta in volta gli scenari
Giornata uggiosa
di pioggia lenta ed insistente
Umido che penetra nelle ossa
Tanti ombrelli aperti
Non c’è vento,
dunque non si schiantano
Camminando, si fende
uno spesso tappeto di foglie di platano
e si immergono i piedi
in gelide pozze d’acqua
Scuole chiuse, non c’è traffico
La città è semi-morta
Noi siamo semprevivi
in attesa di omicron,
di flurona e deltomicron,
pur sempre allegri e spensierati
Il Cielo, per quanto cupo e chiuso,
veglia benevolo su di noi
in attesa di futuri sviluppi
Voglio soltanto riparo
dagli stolti, dai saccenti,
dai protervi e dai presuntuosi
Sono costoro le vere calamità
che ci avvelenano la vita.
Andiamo avanti
Ho sognato che, mentre ero a casa,
e mi muovevo tra scaffali e pile di libri
improvvisamente, loro (i libri)
prendevano a moltiplicarsi
Si suddividevano e si clonavano
sotto i miei occhi esterrefatti
Da ogni nuovo clone
ne nascevano altri
Era un processo continuo, inarrestabile,
fuori controllo
Mi sembrava di vivere una situazione
analoga a quella dell’apprenti sorcier
del cartone animato Disney
Lo spazio di ogni stanza
si colmava rapidamente
Poi cominciavano ad esondare,
uscendo, schizzando e saettando
fuori dalle finestre e dalla porta,
sospinti da un’incoercibile pressione
Quando, all’esterno,
cadevano a terra
subito mettevano radici
trasformandosi in alberi
che con rapidità inaudita
crescevano vigorosi
sino alla fioritura
e poi fruttificavano
con frutti libreschi
i quali cadendo a terra
generavano nuovi virgulti
in un processo veloce ed inarrestabile
Presto tutt’attorno a me
cresceva una foresta di alberi
portatori di libri,
votata a diventare più grande e più fitta
d'una foresta amazzonica
E poi di botto
mi svegliavo
con un libro
posato sulla faccia
Esaminandolo per bene
mi accorgevo con un brivido
che, dalla sua rilegatura,
era in corso una gemmazione
di piccoli cloni
e il loop onirico ricominciava
(dissolvenza)
Risveglio
Sfoglio qualche pagina
scricchiolante
quasi fosse fatta di antica pergamena
Leggo parole
assaporandole una ad una
quasi fossero chicchi d'uva,
e poi digerendole
Una prima colazione
a base di parole,
parole lette dapprima in silenzio,
poi articolate e pronunciate
ad alta voce
con voce gracchiante,
spigolosa e rigida
come il richiamo del corvo,
Parole ispide e ruvide
come la barba non fatta
al tocco delle dita
E poi sono pronto
a lanciare le gambe
fuori dal letto,
che è come una nave spaziale
dove ho viaggiato
verso lontananze siderali,
per iniziare un nuovo giorno
All’inizio del nuovo anno
sempre eguale
sempre diverso
Sono io
Non sono io
Me e non-me
Conosciuto ed alieno
Misconosciuto ed ostile
Rinnegato
Accettato
Familiare
Amato ed inviso allo stesso tempo
Mi è semblato di vedele
qualcuno che conosco
Lei mi ricorda un tale
Che tale?
Un tale che mi ricorda un tale
Sono io o non sono io?
(e chi sono io, poi?)
Quelle che guardo sono le foto d'un mio doppio?
D'un mio gemello immaginario?
Della mia ombra?
Del mio angelo custode?
Della scimmia che mi portò sulla schiena
e di cui vorrei liberarmi,
senza riuscirci?
Bisogna chiedere
Bisogna porre domande
instancabilmente
Ma non saprò mai
chi son io veramente
Pioggia serale,
battente
Ombrellofori,
ovvero portatori d’ombrelli
Picchiettìo della pioggia
Martellatori misteriosi
Tamburellatori
Qualcuno s'affretta
Altri no,
la prendono con filosofia
e se la godono
Lampioni rotti
Aloni colorati
attorno alla luce rossa o verde
dei semafori
Automobili che s’intersecano
e poi, alla fine,
non ne rimase nessuna
Solo il magico tamburellare della pioggia
sul tettuccio e sulla pelata
e le luci intermittenti
delle decorazioni natalizie
ormai fuori tempo
E ora, via!
Sono pronto a percorrere
le decine di metri dal parcheggio
sino al portone di casa,
di corsa
Curre curre guaglió!
E il martellamento continua
beffardo
con un suo ritmo
di continuo cangiante
Cosa vorrà dirmi, poi,
il martellatore misterioso e pervicace?
Ploc! Ploc! PLOC! PLOC!
Plic! PLIC! plic!
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre
armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro
intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno
nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e
poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a
fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.