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Notte opaca
La luce prende campo
Cielo velato
Richiami di gabbiani
tristi
Soffiano venti di guerra
e come se nulla fosse
lo spettacolo dello sport,
l’atletica
il calcio
l’approssimarsi dei giochi olimpici
l’agone politico
La contiguità con le guerre,
con le carestie,
con le pestilenze
è un fatto costante
Non lo si nota più,
quasi
Siamo assuefatti,
come siamo assuefatti
alle continue violenze quotidiane
che ci circondano
Siamo qui
Sono qui
A chiedermi chi sono
E chiedermi dove vado
Un altro giorno
Tutto ricomincia
Vecchio e nuovo insieme,
a braccetto
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Facevo colazione
D’improvviso ho udito un fruscio sottile
Che sarà mai?!
Mi sono allertato,
mi son guardato attorno,
i miei sensi tesi
C’era sul tavolo un sacchetto di plastica
pieno di reginelle
tanto belle
E ho notato
con stupore e con sorpresa
che l’estremità del sacchetto
accuratamente annodata
(il nodo l’avevo fatto io stesso,
poco prima, giuro!)
si stava srotolando
con estrema lentezza,
animata di vita propria
Sembrava una serpe
intenta a sciogliere con pigrizia
le sue spire
e a levare la testa lanceolata verso di me
Mi sono allarmato
Ho pensato:
Ecco, in un film horror
o in un racconto del Re
davanti a me ci sarebbe per davvero
un malefico serpente
ed io non avrei alcuno scampo
Ma qui che non siamo in un film horror
ho la possibilità di scegliere
e quindi andrò a farmi uno sciampo
Ma il mio pensiero è stato soltanto
un wishful thinking
Davanti a me c’era ora un serpente
in carne ed ossa, vibrante, enorme,
eretto in tutta la sua possanza
con una lingua biforcuta saettante
fuori dalla stretta bocca,
gli occhietti malevoli stretti tra le squame
a fissarmi giallastri ed ipnotici
Uno sguardo cattivo e paralizzante
Capivo che era giunta la mia ora,
recitavo le ultime preghiere
e mi disponevo a ricevere
dritto negli occhi
lo schizzo di veleno fatale
Sogni iterativi e di lotta
questa notte
Non ricordo nessun dettaglio,
ma che fatica
Ho dormito arrotolandomi
nelle coltri
Lanciando in alto i guanciali
con destrezza
Cambiando posizione,
di continuo
Lato destro,
lato sinistro
Coperto,
scoperto
A testa in giù
Piedi sotto,
piedi sopra
E sognavo sempre la stessa roba
Faticavo
Ripetevo
Qualche volta respiravo
Talaltra me ne stavo
bravamente in apnea
Ma non ricordo nulla
Notte breve
Notte di travaglio
La notte é una severa maestra
E adesso sono qui
a raccontarmela
e a cantarmela
Hanno riparato i lampioni
fuori nella strada
che non è più un pozzo di tenebra
I gabbiani abitatori dei tetti
intraprendono i primi voli
La loro memoria atavica
dice loro che i palazzi di città
alti e svettanti
sono le loro scogliere di cova
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Va bene, e poi nella mattinata ci fu un sogno
Ero al lavoro nella mia stanza
Entravano utenti, degenti, pazienti, uno via l’altro,
ognuno aveva un problema da esporre,
una domanda da fare,
un problema da risolvere
e così via
Uno mi diceva che voleva andare al mare
ed era vestito come un gran fighetto con una giacca di fresco di lino
che pareva appena uscita dal negozio o dalla stireria
Mi diceva che era andato al mare assieme a un antico marinaro
e che si erano attardati a lungo a prendere il sole e a fare splash splash
Mi chiedeva il permesso di poter tornare nuovamente al mare,
quest’oggi,
per fare ancora una volta splash splash
Per parlare mi si avvicinava a due millimetri dalla faccia e io lo scostavo
Ed era una specie di danza: lo scostavo e mi allontanavo
Lui si avvicinava implacabile e di nuovo lo spostavo
Era assillante come un segugio
Non ne potevo più
Poi gli spiegavo con pazienza
che ognuno ha una sua distanza ottimale per interagire con il prossimo
Gli dicevo che ognuno ha dunque un suo spazio privato che deve rimanere intangibile
e i cui confini non devono mai essere superati
perché possa sentirsi a proprio agio
Sembrava che capisse, ma poi si avvicinava di nuovo implacabile
Era proprio impagabile
Nel corso di questa danza cadevo per terra, inciampando nei miei stessi piedi
Non tentavo di ostacolare la caduta, anzi la facilitavo
Poi mi alzavo e spiegavo al tizio con la giacca di lino intonsa che non bisogna mai contrastare una caduta, facilitarla, al contrario
E questo è il modo per evitare di farsi del male, gli dicevo
Anche in questo caso il tizio in giacca di lino che pareva un magnaccia faceva mostra di avere capito, ma avevo dei forti dubbi a riguardo
Continuava la conversazione, sempre nello stesso tenore
Poi mi facevo sulla soglia della stanza e lì c’era un altro degente
altissimo, spilungone e allampanato,
accanto a lui mi sentivo un nano
Mi rivolgeva la parola ed ero costretto a guardarlo dal basso verso l’alto
Cercavo una scaletta o dei gradini pieghevoli sui quali arrampicarmi
per poter ritornare ad essere - quanto ad altitudine - pari suo
Questo degente pareva sofferente, ma non diceva niente
Era pallido
Era smunto ed emaciato
Stavo un poco ad ascoltarlo (anche se non era discorso fatto di parole) e poi me ne andavo
C'era un'incombenza da sbrigare
Andavo alla porta e uscivo
Cominciavo a camminare
Ero esitante
Tornavo indietro
Mi affacciavo ad una finestra corrispondente ad una sala utilizzata per le riunioni
Mentre facevo ciò, mi rendevo conto - con sommo imbarazzo -
di essere tutto nudo, ma nudo-nudo,
nudo come mamma mi ha fatto
o, se vogliamo dirla in altri termini, in costume adamitico,
anche se, per le pari opportunità, dovrebbe anche potersi dire "evitico"
A questo punto ero sommerso dall’imbarazzo
Non sapevo cosa fare
Non potevo rientrare perché, rientrando,
avrei denunciato la mia condizione di Re nudo davanti a tutto il mondo
Non avevo il telefono con me e non potevo chiamare nessuno in aiuto
Come unica soluzione disponibile,
mi incamminavo per strada,
tutto nudo ma sì, chi se ne frega
Il Re è Nudo
Il Re é Nudo
Dissolvenza
Dissolvenza
Così l'imperatore marciò alla testa del corteo, sotto il grande baldacchino, e la gente per la strada e alle
finestre non faceva che dire: "Dio mio, quanto sono belli gli abiti nuovi dell'imperatore! Gli stanno proprio
bene!" Nessuno voleva confessare di non vedere niente, per paura di passare per uno stupido, o un
incompetente. Tra i tanti abiti dell'imperatore, nessuno aveva riscosso tanto successo.
"Ma l'imperatore non ha nulla addosso!", disse a un certo punto un bambino. "Santo cielo", disse il padre,
"Questa è la voce dell'innocenza!". Così tutti si misero a sussurrare quello che aveva detto il bambino.
"Non ha nulla indosso! C'è un bambino che dice che non ha nulla indosso!"
"Non ha proprio nulla indosso!", si misero tutti a urlare alla fine.
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C’è stato il momento del traffico caotico
e della ressa
Camminatori a passo lesto
in direzione dello stadio di calcio,
a frotte,
si muovono con andatura
uniforme e coordinata,
sciarpe rosa-nero esibite festosamente
e altri accessori degli stessi colori
Stendardi e canti ritmati
Torme di motocicli
con due o tre viaggiatori a bordo,
tutti palesemente eccitati
e schiamazzanti
Dove vanno tutti?
Ma sì!
Al loro importante, immancabile, appuntamento
e con il loro andare nervoso,
non indolente,
trasmettono veemenza e tensione,
protesi come sono
verso un desiderio di vittoria
e immersi in un sogno di gloria
Adesso che le bocce sono in movimento,
al centro del campo di calcio
nella città in rovina è calato
un silenzio sepolcrale
in attesa di eventi
Le pizzerie sono vuote,
i bar degli aperitivi e delle apericene
disertati
C’è quiete
C’è pace
L’aria è inondata dal profumo sontuoso del gelsomino
Su tutto,
sovrasta lontano l’eco sciamanico
di cori di incitamento,
tempestosi e guerreschi
Io me ne sto tranquillo, nella mia pace,
lontano dalla pazza folla,
godendo del profumo
lussureggiante e sfarzoso
d’una primavera annunciante
Il prossimo decadimento
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C’è una casa in grande disordine
E' come se questa condizione fosse dovuta ad una smobilitazione recente e mai completata, oppure ad un trasloco appena fatto e, dunque, tutti gli oggetti e gli arredi sono accatastati in totale disordine e senza logica alcuna
Altre cose sono davanti la casa, alcune ammucchiate sul marciapiedi e altre ancora dentro un furgone parcheggiato lì davanti
Dai molti indizi sono portato a pensare che si tratti di un trasloco in entrata piuttosto che di una smobilitazione per un trasferimento altrove, ma non c’è nessuno a cui chiedere
Spio all’interno del furgone e mi pare di vedere degli oggetti a me familiari, ma non sono del tutto sicuro del loro riconoscimento
Risalgo le scale per raggiungere di nuovo l’appartamento: entro al suo interno e mi ritrovo ad aggirarmi da una stanza all’altra, come se fossi in un sogno
Al centro della stanza d’ingresso ci sono delle rose spiaccicate a terra
Sembra che qualcuno sia passato su quel grande, enorme, mazzo di rose con un rullo compressore oppure che le abbia calpestate in una frenesia di folle danza derviscia sino a renderle bidimensionali e sottili come sfoglie
Questi fiori spiaccicati a terra mi procurano una grande pena
C’è Gabriel con me
Anche lui sembra soffrire davanti allo spettacolo dei fiori malmenati
Rosa fresca aulentissima… e amen dissolvente
Desolation
Dissolution
La fine di tutte le cose
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Cielo chiuso,
grigiastro
Poi cadono solo poche gocce,
fangose,
e sporcano le auto
Un piccione solitario
sulla rossa cupola indugia
nella calura afosa
del primo mattino
C’è anche l’improvviso sguardo
sulla mortifera installazione
di quel che resta
d’un grande tronco
segato via
e d’una plantula morta anzi tempo
nel suo vaso striminzito,
due morti,
due destini convergenti,
messi in simbiosi
da mano sconosciuta
Caldume
Caldova
Caldumissimo
Come farò a resistere
a cotanto caldume?
Farollo!
Farollo!
Re Farolluk dell’Antistam***astan
Lo dico con tanto gusto,
ma anche con un po' di disgusto
Ora vado a comprare di ligustro
una piantina di molto buongusto
che a tutti i progressisti dà lustro
e la poggerò su di un affusto
E tutti, al passaggio, diranno:
Oh che magnifico bellimbusto!
Ed avvertirò in bocca il retrogusto
d’un amaro olocausto
e il dissapore contrasterò
con gelato al pistacchio
con tanto gusto
Foto di Maurizio Crispi
Fa parte delle vicissitudini umane che uno tra molti sia destinato a continuare a vivere per interpretare la parte del sopravvissuto
Io sono un sopravvissuto.
Chi rimane, deve ricordare costantemente chi non c'è più.
Lasciare una porta sempre aperta al flusso dei ricordi.
Mantenere in vita in questo modo le persone care che non sono più.
Tenere la stanza dei ricordi costantemente aperta, arieggiata, festosa, piena di colori e di suoni.
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(Un cassetto pieno di ricordi, giugno 2023) Qualche giorno fa, ho cominciato ad esaminare un cassetto nell'armadio della stanza che era di mia madre (e prima ancora di ambedue i miei genitori, sino alla morte di papà), dove la mamma aveva raccolto una serie di ricordi degli anni di guerra che furono anche quelli del loro fidanzamento e del loro matrimonio.
Pieno di emozioni ho preso a prenderne in rassegna il contenuto.
Non che non l'avessi fatto già prima.
Ma adesso ho deciso di guardare tutte le diverse cose con maggiore attenzione ai dettagli.
O, forse, mi sono autorizzato a farlo, riflettendo al fatto che la mamma mi diceva sempre che voleva distruggere tutto ciò che era relativo ai suoi ricordi.
Malgrado la mamma avesse più volte esplicitata questa intenzione, soprattutto nei suoi ultimi anni, poi non lo ha fatto.
Ed io sono felice di ciò.
Vorrei che di tutto questo potesse perpetuarsi la memoria e che queste tracce, segni tangibili della storia personale delle persone che più mi sono state care, possano passare di mano un giorno.
Ma non so se i miei figli lo faranno, se vorranno mai raccogliere questa fiaccola e portarla con sé.
Viviamo in tempi di mortificazione assoluta delle memorie storiche e delle memorie personali.
Sembra che il passato, le storie che ci fanno capire da dove veniamo, quelle che ci danno indicazioni sulla nostra genealogia, non interessino più a nessuno.
I giovani di oggi, imbevuti di una cultura fortemente narcisistica e autoreferenziale, sono portati a negare fortemente la trans-genitorialità, cioè il riconoscimento che prima di loro c'è stata una linea di sangue che li ha preceduti, che è anche una linea di narrazioni da perpetuare e trasmettere e che, invece, sono destinate - purtroppo - a cadere nell'oblio.
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Non ricordo più
Non ricordo di avere ricordato
Per ricordarmi di avere ricordato debbo leggere ciò che scrivevo nel tempo in cui ricordavo
Ricordo di avere ricordato
So anche che adesso ho smesso di ricordare e di scrivere di ciò che ricordo
La buona vena del ricordo s'è esaurita, forse
Perché scrivevo nel tempo in cui ricordavo di ciò che era stato?
Forse lo facevo spinto dal desiderio che qualcuno leggesse ciò che scrivevo e che quindi potesse utilizzare ciò che avevo scritto come “fonte” (in senso storiografico) per ricordare a sua volta e per aggiungere alla propria memoria personale profondità e spessore ed anche una componente intergenerazionale
Poi mi sono reso conto, però, che ciò che scrivevo era soltanto un vomitarmi addosso e che i ricordi non interessavano a nessuno
È un dato di fatto che oggi il ricordare non interessi più a nessuno: questo è un dato di fatto generale che travalica la semplice e limitata esperienza personale mia o di qualcun altro
Ricordare è faticoso
Mettere continuamente a confronto il presente con il passato é mentalmente dispendioso
Trarre insegnamenti dal passato non è più un’attività mentale praticabile
Si vive, in generale, senza passato e senza memoria
La storia viene continuamente riscritta senza considerare l’importanza di ciò che è accaduto prima
Siamo uomini senza memoria, purtroppo
Ma buona parte dell’identità di un individuo si basa sul ricordo
Quando si cancella il ricordo, l’identità attuale diventa fluttuante, fragile, incerta, liquida - come dice Baumann
L’Io senza memoria è un Io senza radici
Ricordo, sì, io ricordo
Finché c’é ricordo, c’è speranza
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Ci sono notti e ci sono sogni - Frammenti e pensieri sparsi
Ci sono delle notti in cui i sogni sono vividi ed intensi Mi ritrovo con persone care da tempo scomparse, interagisco con loro in contesti ordinari che tuttavia si trasfigurano sempre, assumendo una
http://www.frammentipensierisparsi.net/2021/09/ci-sono-notti-e-ci-sono-sogni.html
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Ho sognato,
ma non ricordo nulla
Mi indispettisco quando ciò accade
Ho dormito sodo
solo di tanto in tanto risvegliandomi,
per rimanere quieto
con gli occhi aperti nel buio
ad ascoltare il mio respiro,
niente per questa volta
nessun concerto di fischi e sibili,
bensì un respiro tranquillo e cheto
Poi, ogni volta, dopo un po’
mi riaddormentavo
Così ho passato la notte,
un po’ ronfando nell’abbraccio di Morfeo
e un po’ da sveglio,
sognando forse di incontri,
di persone e di luoghi,
eventi diversi
in cui ero io
assoluto protagonista,
fino a quando non ho sentito
che giunta era l’ora
Sono scivolato fuori dalle coltri,
rimettendomi in piedi
e ho ciabattato sino all’uscio di casa
Sono uscito
nell’aria fresca del primo mattino
e già il cielo all’orizzonte trascolorava
in tonalità di arancioni e rossi
Il mio sguardo si è perso
in quella meraviglia
«Un uomo può sopportare molto finché può sopportare se stesso. Può vivere senza speranza, senza amici, senza libri, perfino senza musica, fino a quando può ascoltare i propri pensieri.»
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Ieri sera, sono andato a letto dopo aver guardato, mentre cenavo, il secondo episodio di Baby Reindeer che è, evidentemente angosciante al punto giusto
Sono scivolato in un sonno di piombo e ho sognato
Ero ad un raduno di vecchi compagni di scuola e alloggiavamo tutti quanti in un hotel che avevamo affittato in esclusiva per l’attuazione di questo meeting del sessantesimo anniversario dell’esame di maturità
Ognuna delle stanze era occupata da uno o più degli ex-compagni
Non so come, non so perché c’era una tipa, bruttissima, orrenda come un’arpia che mi perseguitava, mi seguiva, mi tampinava, non mi dava respiro e io cercavo di fuggire da lei, perché sapevo che mi avrebbe potuto far del male, molto male
In una scena del sogno, cercavo rifugio in una delle stanze occupate dagli ex compagni
Ricordo che entravo a perdifiato e chiedevo loro di ospitarmi fintantoché le acque non si fossero calmate
Per essere più al sicuro uscivo fuori sul balcone e me ne stavo lì ansimante come un Axel Munthe (ma perchè proprio qui viene fuori questo Axel Munthe?) spaventato a morte
Dopo un periodo di tempo piuttosto lungo venivo fuori circospetto sperando che dopo la lunga attesa, logorata, l’arpia se ne fosse andata, che avesse demorso, ma no!
Era ancora là a scrutare, ad osservare con occhi da avvoltoio, fiancheggiata da una sua scherana, altrettanto orrenda
Mi rintanavo di nuovo nel rifugio sicuro, ma pensavo anche che non avrei potuto passare tutta la vita a nascondermi
Trascorso un altro po’ di tempo, di nuovo riemergevo, pensando che, correndo a gambe levate, sarei potuto andare a ripararmi nella sala cinematografica vicina, dov'era in programmazione un certo film intitolato “Reindeer” (senza "baby")
Uscivo fuori dall’albergo, cominciando a respirare di sollievo e invece…
I peggiori incubi non hanno mai fine
La mia stalker era là, proprio davanti davanti all’albergo, intenta a parlare con una mia cugina
Scappa, scappa!
Corri, corri!
Pensavo di poterla fare franca
Invece, proprio quando stavo per girare l’angolo e dileguarmi, guardando indietro alle mie spalle per un’ultima volta intercettavo lo sguardo implacabile di lei e capivo che non avrei avuto scampo
Baby Reindeer è una miniserie televisiva di Netflix del 2024, scritta, ideata e interpretata da Richard Gadd e basata sul suo omonimo one man show, ispirato a fatti realmente accaduti, vissuti dallo
Baby Reindeer è una miniserie televisiva di Netflix del 2024, scritta, ideata e interpretata da Richard Gadd e basata sul suo omonimo one man show, ispirato a fatti realmente accaduti, vissuti dallo stesso Gadd. Donny è un barista e aspirante comico sulla trentina che diventa vittima di stalking quando conosce Martha, che comincia a mandargli centinaia di messaggi e e-mail ogni giorno dopo essersi convinta di stare insieme a lui. Quando Martha lo molesta sessualmente, risveglia in lui il ricordo del trauma subito diversi anni prima.
Questa pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari,
racconti e piccoli testi senza pretese.
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.
Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.