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12 gennaio 2019 6 12 /01 /gennaio /2019 07:14

I libri che abbiamo letto e conservato, quelli che abbiamo accumulato, quelli che teniamo sempre con noi anche se non li abbiamo mai aperti: una biblioteca è capace di raccontare una vita a volte meglio di qualsiasi biografia. Alberto Manguel ha scritto un'elegia struggente ma non nostalgica, dolce ma non rassegnata sul nostro amore per i libri. E su come essi siano, insieme alle librerie e alle biblioteche pubbliche, la base del vivere civile.

Dalla quarta di copertina

Alberto Manguel, Vivere con i libri. Un'elegia e dieci digressioni, Einaudi, 2018

Alberto Manguel, Vivere con i libri. Un'elegia e dieci digressioni (nella traduzione di D. Sacchi), scritto dall'eclettico saggista e romanziere Alberto Manguel e pubblicato da Einaudi (Collana frontiere) nel 2018 è un opera tra il saggio e il memoir che tutti coloro che amano i libri (e, in particolare, quelli cartacei) dovrebbero leggere, poichè vi troveranno numerosi e labirintici spunti di identificazione in tutto ciò che concerne le propire abitudini di lettura e il proprio rapporto con i libri e con la propria biblioteca privata.
Si potrebbe dire che l'elegia di Manguel e le sue dieci digressioni siano da un lato una dichiarazione d'amore inesausto, dall'altro una sorta di viaggio circolare e in profondità, sia diacronica sia sincronica, dentro le sue biblioteche personale, cresciute nel corso degli anni per successive stratificazioni e apporti, attraverso un continuo farsi e disfarsi, impacchettamenti e spacchettamenti in funzione dei suoi continui spostamenti da un un luogo all'altro del mondo legati alle sue personali vicissitudini di vita.
E i suoi libri, da un capo de mondo all'altro lo hanno sempre accompagnato, pur essendo ad ogni nuovo spostamento aumentati di numero sino a raggiungere la ragguardevole cifra di oltre 35.000 volumi, risorgendo ogni volta dopo periodi di letargo, più o meno lunghi, a nuova vita sotto un nuovo cielo e con altre disposizioni.
Ricordo che, nell'unico grande trasloco che io ricordi della mia vita da ragazzo, fu per me causa di una grande eccitazione (e orgoglio) vedere partire stivati in grandi scatoloni che occupavano da soli un intero camioncino i libri dei miei genitori (e i miei) per il loro viaggio dalla vecchia casa a quella nuova e del loro spacchettamento al centro di una grande stanza dove rimasero disposti in grandi mucchi, in attesa di essere risistemati e ridistribuiti (e di questo processo sono davvero magistrali le descrizioni di Manguel).
Con considerazioni autentiche e palpitanti che, tutte, rimandano al rapporto con i libri e con le bibliotece private, ma anche pubbliche, le "digressioni" di Mandel sono vive, emozionanti, ma anche borgesiane (ed anche non si può non pensare a Umberto Eco e alle sue narrazioni, a partire da quella de "Il Nome della Rosa che ha, appunto, al suo centro una grandiosa biblioteca): non bisogna dimenticare che Manguel fu, per un periodo di quasi qauttro anni, il lettore di libri ad alta voce per Borges ormai cieco.
Nel caso che non sia mai capitato di leggere altri libri di Manguel, Vivere con i libri è una lettura che fa venire la voglia immediata di procurarsi tutti gli altri siano essi opere di narrativa oppure saggi .
Come, appunto, è nel mio caso. Per me, infatti, è immediatamente scattata la molla della curiosità e della voglia di approfondimento.

(dal risguardo di copertina) Alberto Manguel ha scritto un'elegia struggente ma non nostalgica, dolce ma non rassegnata sul nostro amore per i libri. E su come essi siano, insieme alle librerie e alle biblioteche pubbliche, la base del vivere civile. «Manguel ha tracciato una cartografia dell'eros della lettura. È il Don Giovanni delle biblioteche». «Uno scrittore scrive quello che può, un lettore legge quello che vuole», disse una volta Jorge Luis Borges. Intendeva che il lettore gode di una libertà che allo scrittore è preclusa: libertà di immaginare e di imparare, certo, ma anche libertà di leggere o non leggere un libro, di decidere cosa è o non è un classico, di ignorare le mode o gli obblighi di lettura. Un lettore o è libero o non è. Forse non è eccessivo definire Alberto Manguel, scrittore, traduttore, critico, direttore della Biblioteca nazionale argentina, il «lettore definitivo». E infatti nel corso di una vita intera dedicata ai libri ha costruito una biblioteca personale di oltre 35 000 volumi. Ma cosa succede quando si ritrova a dover traslocare dalla sua casa nella Loira a un piccolo appartamento newyorkese? Succede che deve scegliere quali volumi portare con sé e quali lasciare in un deposito, passarli in rassegna, uno dopo l'altro, e ascoltare la loro voce. La biblioteca di Manguel, a parte una manciata di esemplari, non possiede volumi particolarmente rari: è composta tanto di umili tascabili quanto di volumi rilegati in pelle, di novità luccicanti e di malconci libri che si porta dietro in ogni trasloco fin da quando era bambino, libri belli e libri brutti. Il fatto è che i libri raccontano tutti una storia. Non solo quella che c'è scritta dentro (che a volte non è nemmeno la piú importante), ma quella che si portano dietro. Perché ogni biblioteca è un luogo di memoria: sugli scaffali si succedono non solo i volumi ma anche il ricordo di quando leggemmo quel determinato testo, la città in cui l'abbiamo comprato, la persona che ce lo consigliò, il piccolo o grande dolore che quella lettura ha saputo lenire. Una libreria è una collezione di malinconie e di gioie, un repertorio di persone amate o dimenticate, un tributo alla speranza (o all'illusione) che quell'inerme massa di carta possa in qualche modo restituirci l'immagine degli individui che siamo. Cosí, mentre imballava la sua biblioteca e ne ascoltava la voce, Manguel ha scritto questa luminosa elegia con «dieci digressioni» che è tanto un diario di letture quanto una meditazione appassionata e urgente sulla lettura nel tempo presente; un'autobiografia e una riflessione sull'importanza delle biblioteche pubbliche e delle librerie per cucire insieme il tessuto civile di una comunità; una storia d'amore e di libertà degna di Eco e di Borges.

Alberto Manguel

L'autore. Trascorre l'infanzia a Tel Aviv dove il padre era ambasciatore presso lo Stato d'Israele. Le prime lingue che usa sono l'inglese e il tedesco (parlato con la governante), al ritorno in Argentina, quando ha sette anni, inizia a parlare spagnolo. Inizia giovanissimo a lavorare in libreria e qui incontra Jorge Luis Borges che, ormai cieco, gli chiede di andare a casa sua per leggergli dei libri, cosa che farà dal 1964 al 1968. Nel frattempo completa gli studi. Nel 1968 lascia l'Argentina prima che inizi il periodo più oscuro della dittatura e si sposta in vari paesi europei: Francia, Inghilterra, Italia, va poi a Tahiti, svolgendo sempre attività di traduttore, redattore e curatore di libri.
Nel 1982 va, e vi resta per oltre vent'anni, a Toronto prendendo anche la nazionalità canadese. Si trasferisce poi definitivamente a Poitou-Charentes nella Francia Occidentale.

Tra i suoi numerosi libri, ricordiamo: Una storia della lettura (Mondadori), La biblioteca di notte (Archinto), Una storia naturale della curiosità (Feltrinelli).

Hanno detto:
 

«Manguel ha tracciato una cartografia dell’eros della lettura. È il Don Giovanni delle biblioteche»

The Guardian

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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