Un giorno
Punto e a capo
Un altro giorno
Punto e a capo
I giorni passano,
in un'infinita ripetizione Sleep!,
Wake up!,
Eat!,
Sleep!,
Repeat!
Repeat!
Repeat!
I giorni passano
e passano
e passano
e poi ripassano
Il cielo oggi d’un azzurro brillante
(che di più non si può)
fa male agli occhi
La temperatura è mite,
niente di invernale!
Quando arriverà l’inverno vero?
Quando la punta del naso si congela
Quando i polpastrelli delle dita
s'induriscono e diventano bluastri
Vorrei l’inverno, sì!
Vorrei giorni di pioggia,
giorni con un meteo idoneo
che possa giustificare tristezza e malinconia
Sbrigo incombenze,
faccio cose,
vado in giro,
porto il cane a passeggio
leggo,
scrivo,
quanto a parlare
poco parlo,
e niente altro
Poi ripeto
Ripeto
Ripeto
Arriva l’ambulanza,
Arrivano i vigili del fuoco
La sirena fende l’aria,
ferisce le orecchie
É sempre lo stesso giro
in cui tutto è vecchio,
niente mai veramente nuovo
Sono stanco,
stanco,
spossato,
molto stanco
Vorrei dormire
Vorrei poter passare le mie giornate dormendo
per non sentire la mia voce arricchita
ripetere sempre - o quasi sempre -
le stesse cose
e nessuno che mi ascolta
Forse sono nel fondo
d'un pozzo profondo
Da dove sono vedo soltanto
uno spicchio di cielo
mentre io sono sempre
nel cono d’ombra densa
in una sewmi oscurità
mai attraversat da un raggio di sole nemmeno per via d'un miracoloso gioco di specchi riflettenti
Scrutando dall'alto, oltre il bordo di pietra,
nessuno può vedermi
poiché sono ombra che si maschera nell'ombra
Mentre sono lì sotto,
nel buio e nell'umido,
se parlo,
se grido,
se urlo
nessuno può veramente sentirmi
La mia voce, le mie parole,
rimbalzano sulle pareti di pietra
e si spengono
prima di arrivare in superficie,
lasciando a me un effetto crudele
di echi che vanno in dissolvenza
Salgo lunghe rampe di scale
C’é con me
la Cociola al guinzaglio
Non si arriva mai
Una rampa,
una svolta,
un’altra rampa
Scale che come quelle di Escher
non portano da nessuna parte
Devo raggiungere il resto della squadra
all’ultimo piano dell’edificio,
dove, in una stanza,
se ne sta rinserrato un paziente
per il quale deve essere avviato
un trattamento sanitario obbligatorio
Vorrei arrivare prima degli altri
per dire a quel paziente di scappare
finché è in tempo
E, invece, no!
Quando, infine, giungo sul posto
la porta è stata sfondata
(come in una perfetta azione stile SWAT)
e l’alloggio è stato già invaso
da una moltitudine vociante
Uno che sembra essere al comando
sta filmando tutto con uno Smart Phone
per documentare l’appropriatezza dell’azione
e per poter dare testimonianza
Si è già all’atto finale
e degli energumeni si accingono
a portare via quel paziente riottoso
che protesta la sua sanità di mente
e che, così facendo,
rifiuta di essere cosa
Dopo,
mi ritrovo a pedalare
su d’una vecchia bici scricchiolante
Accanto a me corre la Cociola (Flash),
tenuta ad un lungo guinzaglio
Sono nudo dalla vita in giù
(palle e pisello al vento)
e porto drappeggiato malamente
attorno al corpo
un asciugamani lungo e stretto
Cammino per le strade della città
(anche queste strade alla Escher
che non portano da nessuna parte
e che sfidano le leggi spaziali)
in questo stato
Sono imbarazzato dalla mia nudità
e vorrei coprirmi
Cerco di fare quest’operazione
in modo maldestro,
utilizzando l’asciugamani,
pur continuando a pedalare,
ma non ci riesco
Il mio disagio cresce a dismisura
Cosa fare?
Cerco di ripararmi da qualche parte
dove non ci siano troppi testimoni oculari
per compiere l’operazione di vestizione
in modo discreto
senza che l’attenzione occhiuta altrui
venga puntata su di me
Mi fermo allora con la bici
(marca Disney Bash) in un anfratto
che sembra possa garantirmi protezione
e procedo, cercando di coprirmi
alla meno peggio
L’asciugamani, peraltro nuovissimo,
è lungo e stretto
della lunghezza spropositata
d’alcuni metri,
una fascia più che un asciugamano
e, quindi,
impossibilitato a drappeggiarlo
come una tunica
provo ad indossarlo
come fosse un dhoti
alla maniera indiana (in stile Gandhi)
Ci sono alcuni passanti
che mi guardano con insistenza
sorpresi e meravigliati
Sono costretto a ripartire
tenendo l’estremità della lunga fascia
stretta in mano,
poiché non sono riuscito
a fissarla per bene
Sempre precario mi sento,
anche così con questo accrocco
Entro con la bici in un condominio
per consegnare un pacchetto
al portiere
Stranamente,
per raggiungere la portineria
devo scendere di alcuni piani
sotto il livello del suolo
E quindi mi ritrovo a percorrere
altre scale
che, come quelle di prima,
non mi conducono da nessuna parte
E questo è tutto, per questa volta
Con l’incombenza
di un’impossibile consegna
mi sono svegliato
Maurits Cornelis Escher (1898-1972) è stato un incisore e un grafico olandese, appartenente al movimento dell’Optical Art.
L’Optical Art nasce intorno agli anni ’60 del Novecento ed è un sottogenere dell’arte astratta: illusione è la parola d’ordine, la chiave per leggere e interpretare le opere che non sono mai quello che sembrano.
La realtà rappresentata è fluida, soggetta a cambiamenti repentini e imprevedibili, un punto non è mai fisso, le figure bidimensionali paiono fuoriuscire dalla tela; e distogliere lo sguardo per un attimo può dare vita a forme sempre nuove. Sono molteplici le letture possibili: le illusioni ottiche sono legate al movimento e alla cosiddetta “arte cinetica”; semplici linee ortogonali e modulari possono confondere lo spettatore, gettandolo in uno stato di incertezza, di instabilità percettiva. L’illusione coinvolge lo spettatore e lo destabilizza.
La “Relatività” di Escher, realizzata nel 1953, raffigura delle rampe di scale salgono, che scendono, porte e pianerottoli, dritti e inclinati; è impossibile seguire un percorso, è facile perdersi, cadere, precipitare e ritrovarsi su un’altra scala, più in basso, più in alto, in una sequenza infinita.
Tutto è relativo, questo il messaggio di Escher, da qui il titolo dell’opera; esistono più piani della realtà e non è possibile scinderli, non è possibile separare realtà e finzione, dimensione lucida e onirica.
Raffiche calde a gennaio
Scirocco, Libeccio, Simun
Foglie secche
spinte via
ammassate in mucchi
negli angoli riposti e
In sacche di quiete
Sacchetti di rifiuti smossi
rotolanti qua e lá
capricciosamente
come rotolacampo
si fermano poi nelle canalette
Alcune strade, mistero!,
più arruffate di altre,
forse per l'attivazione di micro-climi locali
Le raffiche energetiche e frizzanti
creano scompiglio nei pensieri
che, come i sacchetti,
diventano rotolacampo,
vaganti senza meta
di qua e di là
Procediamo a passo lieve e allegro,
io e il mio segugio,
piedi e zampe immersi sino alla caviglia
nelle foglie secche scricchiolanti
Con una mano sulla testa
io tengo ben stretti
i miei pensieri
per evitare che volino via
nel vento
Di questo sogno, ci sono molti altri dettagli relativamente a ciò che accade prima della corsa a perdifiato, ma non ci mi sono soffermato, perché - per me - era quello che racconto di seguito il momento cruciale e culminante della narrazione onirica.
Tuttavia, voglio aggiungere - a mo' di preambolo - ciò che avevo scritto la sera prima ancora da sveglio, in quanto sento che questa piccola nota diaristica ne rappresenta un necessario antefatto, anche se il collegamento rimane criptico (ma non per me, almeno del tutto).
Alba grigia con squarcio di sereno a Villa Sperlinga (Palermo) - foto di Maurizio Crispi
Il cielo era incerto stamane
Un po’ di pioggerella,
niente di che
Temperatura sostanzialmente mite
Poi, le nubi si sono diradate
lasciando spazio al sereno
ma con scarsa visibilità nella distanza
Sui monti circostanti
banchi di nubi
si sono attardati
alquanto pigri
Malgrado il rischiararsi del cielo
e la ricomparsa del sereno
la giornata è stata grigia
lasciando uno strascico fastidioso,
come la bava d’una lumaca
sulla pelle
Ho fatto una merenda al volo
divisa con Gabriel
e poi, a sera,
mi sono cucinato
un piatto di pasta vastasa
per risollevare gli umori
Quindi, ora che ho la pancia piena
e riscaldata dal piccante condimento
(ma libagioni solo con kefir d’acqua)
non mi resta che arronchiarmi
E mi sono arronchiato,
aspettando un’alba
dai cieli infuocati,
risonante del ruggito del Leone
Corro a perdifiato giù lungo un canalone ghiaioso che scende dritto come una freccia da un piccolo paese di montagna verso valle, ripidissimo Corro a perdifiato, senza paura alcuna Le gambe girano leggere Non ho paura di mettere il piede in fallo di cadere di ruzzolare di farmi male Sono così veloce che mi sembra di volare Durante la discesa supero una pecora che pur avendo quattro gambe a disposizione é più lenta di me Provo delle sensazioni inebrianti perché - lo ripeto - ho cancellato del tutto dal mio cuore la paura E finalmente in un ultimo rush il canalone finisce e con lui la discesa Sono adesso In un greto ciottoloso pianeggiante dove scorre un fiume ribollente Al di là della corrente c’è un argine erto Non ci sono punti di guado sicuro Bisogna effettuare il passaggio saltando con perizia da un masso all’altro Qui, davanti alla corrente, indugio Qui, sì, ho paura Temo di bagnarmi i piedi oppure di cadere e farmi male e, poi, oltre la corrente, c’è solo quell’argine spoglio Intanto che indugio guardandomi intorno alla ricerca di vie alternative cominciano ad arrivare in gruppi sempre più numerosi altri podisti vocianti, fracassoni, I quali - senza neppure interrompere la corsa - balzano nel fiume e lo superano inerpicandosi su per l’argine Li osservo e penso: Forse è l’unione che da loro la forza! Stranamente (o no?) ho con me l’attrezzatura fotografica e comincio a scattare foto Così non mi pongo più il problema dell’attraversamento Mi guardo attorno Mi giro e getto uno sguardo lungo alle mie spalle e, in alto, vedo il paese da cui ero partito Sembra così incredibilmente lontano! Eppure è tutto nitidissimo, quasi scolpito nei più minuti dettagli Vedo persino una bandiera garrire nel vento Dio, quanto è lontano!, mormoro tra me e me pensando anche alla fatica bestiale di dover fare di corsa tutta la strada all’incontrario e poi inerpicarsi, senza sostare, sono alla cima della montagna alle spalle del paesello, su su sino al cielo Penso alla strada che ho fatto Penso da dove vengo Penso a quanta fatica ci vorrebbe per ripercorrere a ritroso tutta la strada percorsa sino a qui Che fatica! E perché poi? Perché tornare indietro? Perché andare avanti, OLTRE!? Intanto ci sono dei corridori che si radunano e che si scattano reciprocamente delle foto tutti si sorridono, ridono nell’obiettivo appaiono euforici ed esaltati Ed io scatto foto a loro che si scattano le foto Uno dice: Ma come facciamo a rendere subito visibili nei social questi scatti? Qui non c’è connessione! Un mio antico paziente, seduto su d’un grosso masso sulla riva della corrente impetuosa, come il vecchio pescatore della canzone di De André (con un solco lungo il viso come una specie di sorriso) dice allora, un po’ brontolando, ma parlando con tutti e con nessuno, E che fretta c’é? Potrai farlo quando tornerai a casa, se ci tornerai!
Non si sa cosa ci sia dietro l’argine Non c’è nessuna visione dell’aldilà È tutto grigio ed indistinto, avvolto nella caligine Non si sa dove siano finiti tutti i podisti vocianti e rumorosi che già hanno guadato e che senza guardarsi indietro sì sono inerpicati su per quell’argine passando al di là di esso Forse al di là c’è la fine del mondo conosciuto Finisterre!
L’unica certezza è la strada fatta,
ma anche le mie foto sono una certezza,
documenti della memoria,
Immagini della memoria
Ed é così che io indugio
alla fine della mia corsa euforica,
assaporando l’incertezza del passo successivo
e la reminiscenza
senza sapere quando guaderò
come gli altri
Vivo il momento
in un tempo sospeso,
così strano dopo la corsa euforica,
a perdifiato
Ho sognato che, mentre ero a casa,
e mi muovevo tra scaffali e pile di libri
improvvisamente, loro (i libri)
prendevano a moltiplicarsi
Si suddividevano e si clonavano
sotto i miei occhi esterrefatti
Da ogni nuovo clone
ne nascevano altri
Era un processo continuo, inarrestabile,
fuori controllo
Mi sembrava di vivere una situazione
analoga a quella dell’apprenti sorcier
del cartone animato Disney
Lo spazio di ogni stanza
si colmava rapidamente
Poi cominciavano ad esondare,
uscendo, schizzando e saettando
fuori dalle finestre e dalla porta,
sospinti da un’incoercibile pressione
Quando, all’esterno,
cadevano a terra
subito mettevano radici
trasformandosi in alberi
che con rapidità inaudita
crescevano vigorosi
sino alla fioritura
e poi fruttificavano
con frutti libreschi
i quali cadendo a terra
generavano nuovi virgulti
in un processo veloce ed inarrestabile
Presto tutt’attorno a me
cresceva una foresta di alberi
portatori di libri,
votata a diventare più grande e più fitta
d'una foresta amazzonica
E poi di botto
mi svegliavo
con un libro
posato sulla faccia
Esaminandolo per bene
mi accorgevo con un brivido
che, dalla sua rilegatura,
era in corso una gemmazione
di piccoli cloni
e il loop onirico ricominciava
(dissolvenza)
Risveglio
Sfoglio qualche pagina
scricchiolante
quasi fosse fatta di antica pergamena
Leggo parole
assaporandole una ad una
quasi fossero chicchi d'uva,
e poi digerendole
Una prima colazione
a base di parole,
parole lette dapprima in silenzio,
poi articolate e pronunciate
ad alta voce
con voce gracchiante,
spigolosa e rigida
come il richiamo del corvo,
Parole ispide e ruvide
come la barba non fatta
al tocco delle dita
E poi sono pronto
a lanciare le gambe
fuori dal letto,
che è come una nave spaziale
dove ho viaggiato
verso lontananze siderali,
per iniziare un nuovo giorno
Pioggia serale,
battente
Ombrellofori,
ovvero portatori d’ombrelli
Picchiettìo della pioggia
Martellatori misteriosi
Tamburellatori
Qualcuno s'affretta
Altri no,
la prendono con filosofia
e se la godono
Lampioni rotti
Aloni colorati
attorno alla luce rossa o verde
dei semafori
Automobili che s’intersecano
e poi, alla fine,
non ne rimase nessuna
Solo il magico tamburellare della pioggia
sul tettuccio e sulla pelata
e le luci intermittenti
delle decorazioni natalizie
ormai fuori tempo
E ora, via!
Sono pronto a percorrere
le decine di metri dal parcheggio
sino al portone di casa,
di corsa
Curre curre guaglió!
E il martellamento continua
beffardo
con un suo ritmo
di continuo cangiante
Cosa vorrà dirmi, poi,
il martellatore misterioso e pervicace?
Ploc! Ploc! PLOC! PLOC!
Plic! PLIC! plic!
Foto e commento risalgono al 14 settembre 2009 e furono postati nel mio profilo Facebook, allora molto giovane.
Credo di aver cominciato a trafficare con Facebook solo nel 2008
Prima, niente
Un bel dì, alcuni anni fa, mi sono affacciato alla veranda. E cosa ti trovo?
Un inaspettato ospite!
Mai visto un ragno simile!
Mi sono chiesto, con un tipico fraseggiare nostrano, ma italianizzato: "Ma questo a chi appartiene?".
Se avessi creduto al mondo delle fiabe, avrei potuto pensare che si trattava di un ragno velenoso, mandato dalla strega cattiva.
Ho deciso - di primo acchito - di sospendere qualsiasi giudizio e di evitare qualsiasi lavoro di elaborazione narrativa, piuttosto, documentando oggettivamente l'evento
Ho tirato alcune foto in macro.
Poi, sono tornato dopo circa un'ora per osservare meglio il ragnaccio malefico (quanto era grosso!) e anche per vedere quali progressi avesse fatto con la sua tela
Ed invece…
Era scomparso
Forse il posto che aveva scelto per iniziare a tessere la sua tela non era del tutto idoneo
Non so
E non è più tornato, né questo, né altri simili
Per me, questa epifania rimarrà un autentico mistero
ARANEUS DIADEMATUS chiamato anche ragno "crociato" per il tipico disegno del corpo che ricorda una croce.
Spesso considerato pericoloso, in verità il ragno crociato è un aracnide del tutto innocuo. Il suo morso infatti non è velenoso per gli esseri umani. Vive anche nelle nostre case, dove soffitte ...
Spesso considerato pericoloso, in verità il ragno crociato è un aracnide del tutto innocuo. Il suo morso infatti non è velenoso per gli esseri umani. Vive anche nelle nostre case, dove soffitte e cantine impolverate sono ambienti perfetti per il suo stile di vita.
(kodami.it) Il ragno crociato, conosciuto anche tramite il suo nome latino Araneus diadematus, è uno dei ragni più diffusi in Europa e uno dei membri meglio conosciuti dell'intero gruppo Araneidae, la famiglia dei ragni per antonomasia. Visivamente riconoscibile, più grosso delle altre specie di ragno che comunemente è possibile trovare in casa, questa specie ha cominciato a disporre di una vera e propria fama da quando il cristianesimo ha introdotto il simbolo della croce in Occidente. In verità però già ai tempi dei primi studi zoologici, risalenti all'epoca classica e ai trattati di filosofia naturale, questo ragno veniva considerato come l'esempio migliore per rappresentare tutti i ragni europei. Tanto che lo stesso mito della trasformazione di Aracne (da fanciulla a ragno) compiuta da Atena vuole che la giovane si fosse trasformata proprio in una gigantesca variante di questa specie.
Vista la sua ubiquità in tutto il territorio europeo e vivendo non solo in natura, ma anche all'interno dell'abitazioni, nascondendosi fra gli angoli delle pareti e i tetti delle mansarde, spesso chi viene colpito da un suo morso si preoccupa se si tratta di una specie velenosa o pericolosa. Per quanto però possa essere urticante un morso di un ragno delle sue dimensioni, il ragno crociato non può essere considerato velenoso per l'uomo, escludendo soggetti che possiedono allergie particolarmente sensibili. Il suo morso risulta essere innocuo in quanto le tossine del suo veleno sono poco attive negli esseri umani e inoltre i suoi cheliceri – le parti del suo apparato boccale che incutono molto paura ad alcune persone – non sono lunghi a sufficienza per inoculare l'eventuale veleno a fondo sotto la pelle.
Bisogna anche chiarire che un suo eventuale morso scaturisce solo nel momento in cui il ragno si sente in pericolo. Non è infatti un animale molto coraggioso e vive una vita sedentaria, per la maggior parte trascorsa ad attendere sopra le sue ragnatele le prede.
Due frammenti onirici, datati su Facenbook "8 gennaio 2023".
mai trascritti qui sul mio blog e li ripropongo ora
Mi sembra di leggere a distanza di un anno i copioni per un film
1. Ero in un luogo di mare
Un’ampia passeggiata
fiancheggiata da stabilimenti balneari
Giornata corruscata, grigia
Il mare percorso da possenti cavalloni
che si infrangevano a riva
con torri di spruzzi
Ero con la cagnetta Flash (aka Cociola)
al guinzaglio, con i suoi leziosi
foularini pendenti dal collo come bavaglini
Camminando, cercavo un varco
per scendere alla scogliera
Mi infilo lungo una passatoia
che sembra promettente
Arrivo però ad uno spazio chiuso
che pare di pertinenza di uno stabilimento
Infatti, corse verso di me un guardiano minaccioso e gesticolante
che mi ingiunge di andar via di lì
con effetto immediato
Arretro, rinculo e mi infilo in uno stretto passaggio
Arrivo su una passerella sospesa sul vuoto,
protetta solo da un passamano
storto e pericolante
C’è da aver paura
Io ho paura
Cociola si sporge in fuori
Infilandosi nello spazio non protetto
dal passamano
E cade giù
Io, vincendo il senso di vertigine
che sempre mi prende
quando guardo verso il basso
mi sporgo e vedo che è caduta
dentro una buca circolare
come un grande pozzo
con pareti lisci e e uniformi
saltando e risaltando
riesce con i suoi unghioli
ad aggrapparsi al bordo liscio
ma poi, ogni volta, ricade giù
Intanto, gli spruzzi dei marosi
ricadono con violenza su di lei,
sommergendola e rischiando di farla annegare;
e lei guaisce disperata
Sono molto in apprensione
Esploro con lo sguardo i percorsi possibili
per raggiungerla e metterla in salvo
Dapprima, non mi sembra di scorgere alcuna via
tanto che penso di buttarmi giù,
vincendo la paura
Poi, si, vedo un’esile passerella
che sembra discendere verso il basso
con l'apparenza di essere precaria e traballante
Mi precipito, con il cuore in gola
Arrivo trafelato al pozzo
Afferro la Cociola e la tiro su Puff puff, salva, pant pant
Nemmeno l’ho salvata
che già mi scappa via
La rincorro ma è in un subito scomparsa alla vista
Cercandola arrivo sino ad una vasta piazza
circondata da edifici severi,
una piazza d’armi, a quel che sembra
E qui vedo un essere strano,
Una specie di struzzo preistorico
che corre a perdifiato, emettendo alte strida
In questo turbine di movimento mi accorgo
che Cociola è attaccata con una stretta della mandibola al deretano della creatura
che nella sua corsa lascia a terra
una scia di gocce di sangue
Cerco di intervenire
ma non è cosa facile intercettare
la corsa panica e imprevedibile dello struzzo
Alla fine dopo molte prove ed errori
Riesco ad afferrare Cociola per la collottola
e ad allentare la sua presa
Prima di riuscire a staccarla del tutto
lei comincia a mordere da un’altra parte
lacerando le carni del povero animale
ed io sono investito da una pioggia di gocce di sangue
(E qui mi sono risvegliato come Little Nemo)
2. In un campus
C’è uno che mi ha preso di mira
e mi stalkerizza
Ogni volta che acquisto da lui un panetto di Hashish
e io gli do i soldi
lui trattiene metà della roba,
costringendomi così a pagarlo il doppio
Una specie di pizzo dal quale non so difendermi
e la cosa si ripete di continuo
come un loop senza via d’uscita
All’ennesima estorsione,
non potendo più sopportare
una tale prevaricazione
lo afferro al collo
con ambedue le mani
e comincio a strozzarlo
con tutta la mia forza,
anzi di più,
perché sento che le mie braccia
sono percorse da una forza non usuale,
come una corrente d’energia elettrica
(e di nuovo risveglio improvviso come Little Nemo)
E qui facciamo un bel salto indietro nel tempo
per arrivare alla parte conclusiva d'una passeggiata pomeridiana
lungo la spiaggia di Mondello
(ma già con il buio incipiente ed incombente)
Un raggio di sole ha raggiunto
la mia finestra rimbalzando
da non so quale altra superficie riflettente
e ciò mi ha indotto ad uscire
in tutta fretta e a salire in auto,
per dirigere verso il luogo
che in assoluto preferisco,
ma avevo anche voglia di ascoltare
in auto un nuovo CD
che è la colonna sonora
di This must be the place
A Mondello, sulla spiaggia,
i colori erano già tenui,
il cielo trasparente
(con quella trasparenza cristallina
che sembra annunciare la primavera,
anche se quel tempo è ancora lontano),
striato di nuvole tendenti a caricarsi
d'una sfumature di rosa
Poche persone sulla spiaggia,
alcuni con cani e con bimbi
Alcuni altri passeggiatori solitari,
come me
Qualcuno seduto sulla sabbia
al limitare della linea delle piccole onde di risacca,
intento a scrutare l'orizzonte
Contemplazione
Riflessione mesta
Malinconia
Molti i corridori,
quegli impenitenti faticatori
Poi, i colori si sono spenti
e l'ultimo guizzo di luce se n'è andato,
sostituito dal riverbero giallastro dei lampioni
E così un altro giorno è finito
C’é stato il ritorno, nel buio,
interrotto dalle luci rutilanti
dei fari delle auto
Il freddo della sera
che attanaglia le tempie
L'attesa del sole che sorgerà domani
Le tre età dell'uomo (Die Lebensstufen) è un dipinto a olio su tela del pittore romantico tedesco Caspar David Friedrich, realizzato nel 1835 e conservato al Museo delle Belle Arti di Lipsia.
L'opera raffigura un promontorio proteso sul mar Baltico al tramonto. Su questo paesaggio aspro e desolato sono collocate cinque figure umane che guardano altrettante imbarcazioni veleggiare sul mare. Vi troviamo un vecchio che, rivolgendo le spalle all'osservatore, osserva l'orizzonte poggiandosi su un bastone: il suo abbigliamento comprende un mantello e un berretto patriottico rinascimentale. Davanti a lui vi sono un giovane uomo e una donna accompagnati da due bambini, di cui uno intento a sollevare una bandierina della Svezia, ricordo della terra di origine del Friedrich.[1]
Alle cinque figure dipinte sul lembo di terra in primo piano Friedrich, come già accennato, contrappone le cinque navi che navigano sullo specchio d'acqua, reso con tonalità verdi-violacee. Le due imbarcazioni più piccole alludono alla giovane età dei due bambini, mentre le altre si identificano idealmente nei tre personaggi adulti.
Il veliero centrale, in particolare, rinvia all'anziana età di Friedrich, ormai pronto a congedarsi dalla vita: questa riflessione sulla morte è approfondita dal pittore con l'inserimento di una barca capovolta sulla spiaggia.
Il mare, tuttavia, non è agitato, bensì calmo e placido: Friedrich, infatti, è pienamente consapevole di aver appena passato la fase «burrascosa» della vita ed è quindi tranquillo. L'intero quadro, quindi, trasmette uno stato di calma e di quiete fisica e spirituale.
Questa sensazione è enfatizzata non solo dal comportamento disteso dei cinque personaggi, bensì anche dalla particolare tavolozza adottata da Friedrich, che ne Le tre età dell'uomo ha accostato la vitalità del rosso e del giallo ai toni scuri della riva, così da conferire profondità alla composizione.
Ho appreso che la signora Motisi (Scola da nubile) che abita al terzo piano del condominio di Via Lombardia 4 dove io vivo è deceduta, dopo lunga malattia, nel pomeriggio del 3 gennaio.
Scendevo le scale verso le 19.00 per andare ad accompagnare mio figlio Gabriel e mi sono imbattuto in quelli di un'agenzia di onoranze funebri che portavano gli arredi e tutto quanto fosse necessario per allestire la camera ardente.
Mi sono molto rattristato.
I Motisi erano più giovani dei miei genitori di un decennio circa, ma si insediarono in questo stabile nello stesso periodo dei miei: un edificio che, di recentissima costruzione (eravamo nei primi anni Sessanta), fu popolato da famiglie ancora relativamente giovani e numericamente in crescita alla ricerca d'un alloggio più comodo e più confortevole.
Siamo stati sempre gli stessi a vivere qui.
Più o meno, in questo stabile siamo tutti aborigeni: non c'è stato molto ricambio.
Qui ci hanno sempre vissuto i primi proprietari oppure i loro eredi. Di rado si sono insediati nuovi affittuari; qualche volta (ma sono stati casi rari) sono arrivati degli inquilini.
Forse anche per questo tipo di storia c'è sempre stato in questo edificio, molto forte, un senso di famiglia allargata, che - possibilmente - manca in altri condomini
A ciò contribuisce senza dubbio il fatto che siamo in pochi: infatti ci sono soltanto 14 unità abitative, rispetto ad alcuni altri mega-condomini
Ogni anno (o quasi) purtroppo si deve fare il conto di chi non c'è più e questo è l'andazzo degli ultimi tempi.
La notizia della dipartita della signora Motisi mi ha profondamente rattristato anche per via della quasi coincidenza di tempistica.
Il suo decesso è avvenuto nel pomeriggio di ieri, mentre quello della mia mamma si è verificato nella notte tra il 3 e il 4 gennaio del 2010, con una sfasatura di alcune ore soltanto tra l'uno e l'altro
Quindi, nel dolermi per la scomparsa della signora Motisi, non posso che rimemorare la dipartita della mia mamma e della sua ultima notte, prima del trapasso che per lei fu come un lieve addormentamento, senza dolori o sofferenza.
Dove vanno coloro che non sono più?
Chi è credente ha pronta una risposta consolatoria ed è propenso a sostenere che vadano nel Cielo (secondo le formulazioni cristiane)
E chi non crede?
Ognuno si costruisce le sue personali teorie al riguardo
Quello che posso dire io è che i Morti sono in qualche modo sempre con noi
Ci guardano
Ci osservano
A volte dialogano con noi
Noi diamo loro voce, in realtà
Ci sono a volte come presenze impalpabili, come una brezza o un alito che si muove nell'aria delle nostre case e che ci fa vibrare
Compaiono nei nostri sogni e con loro interagiamo
Vivono e continuano a vivere perché siamo noi a mantenerli in vita nella nostra memoria
E quando noi non ci saremo più cosa accadrà?
Ecco questa è una bella domanda e apre una prospettiva su di un insondabile mistero
Se esiste una differente dimensione che ci attende nel post-morte, ecco, forse allora ci incontreremo con loro, con i nostri cari estinti (e questo è un pensiero consolatorio, al quale è ben difficile sottrarsi)
Questo scrissi l'anno scorso: Il 4 gennaio 2010, nelle prime ore del nuovo giorno, quando ancora faceva buio, la mamma se n’è andata via lievemente, in punta di piedi, quasi senza disturbare nessuno, come aveva sempre detto nei suoi desiderata.
Per andarsene, ha colto il momento in cui io, seduto accanto a lei in poltrona per vegliarla, mi ero addormentato.
Quando mi sono risvegliato, forse perché invaso dall’improvviso silenzio del suo respiro appesantito, la sua anima bella era volata via.
Dopo poche ore, alle 5.00, è suonata la sua sveglia che la mamma la sera prima, mi aveva chiesto di puntare alla solita ora, quando lei si alzava per supervisionare i preparativi del risveglio di mio fratello che erano affidati ad un badante (ma lei non rinunciava ad essere presente, per verificare che tutto andasse per il verso giusto)
Quella sveglia ci ha ricordato che la vita, anche senza di lei, continuava e che, pur assente da quel momento in avanti, avrebbe continuato a vegliare su di noi.
Mamma, dovunque tu sia, riposa in pace.
Continui a vivere nel mio cuore.
E il cuore quando d’un ultimo battito
Avrà fatto cadere il muro d’ombra,
Per condurmi, Madre, sino al Signore,
Come una volta mi darai la mano.
In ginocchio, decisa,
Sarai una statua di fronte all’Eterno,
Come già ti vedeva
Quando eri ancora in vita.
Alzerai tremante le vecchie braccia,
Come quando spirasti
Dicendo: Mio Dio, eccomi.
E solo quando m’avrà perdonato,
Ti verrà desiderio di guardarmi.
Ricorderai d’avermi atteso tanto,
E avrai negli occhi un rapido sospiro.
La Madre (Giuseppe Ungaretti)
Questa poesia di Ungaretti piaceva tantissimo alla mamma (lei amava Ungaretti, assieme a Quasimodo e a Caldarelli), tanto che la feci leggere in chiesa, durante il servizio funebre; il lettore di questa intensa e commovente lirica fu mio figlio Francesco.
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre
armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro
intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno
nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e
poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a
fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.