Nelle prime ore del 4 gennaio 2010 si è spenta la mamma.
Ha deciso di andarsene perché non voleva più essere di peso.
Poche ore prima di prendere il volo verso il Cielo, mi disse: "Maurizio, questa notte non voglio mettermi a letto. Rimarrò qui, seduta nella mia poltrona. Piuttosto portami la mia sveglia e caricala per le 5.00".
Io così feci. Portai la sveglia, la caricai e gliela misi accanto.
Poi, mi accomodai in una poltrona accanto. E mi appisolai.
Attorno all’una del nuovo giorno mi svegliai di colpo, per via dell’improvviso - innaturale - silenzio della stanza.
La mamma era immobile nella poltrona, così come l’avevo lasciata, ma non respirava piu.
Se n’era andata in pace e in silenzio. Così ho pensato, prima di essere travolto dalle emozioni.
Alle cinque del mattino la sveglia suonò imperiosa per ricordare a tutti noi che la vita continuava, anche senza di lei.
E il trillo di quella sveglia che risuonò tre ore dopo che lei ci aveva lasciato è stato indubbiamente uno dei suoi lasciti più importanti.
Oggi ricorre il 12° anniversario della sua dipartita e mi sembra ieri quando lei se ne è andata.
Dovunque si trovi, la sua anima, che continua a vivere nel ricordi di tutti coloro l’abbiano conosciuta, riposa in pace, assieme a mio padre e a mio fratello.
Nella tasca di un giaccone che tengo in campagna ho trovato un pezzo di carta accartocciato.
Con molta lentezza, per evitare che si sbriciolasse, lo ho dispiegato.
Cos’era?
Nientemeno che la ricevuta di un pasto per due, consumato nella tipica trattoria Don Ciccio di Bagheria, nel lontano 5 gennaio 1984.
Esaminiamo quanto vi è scritto, voce per voce
Sono rimasto stupefatto.
É che ormai non ci pensiamo più!
Quanto abbiamo perso nel corso degli anni!
Quei soldi pagati per un pasto completo in trattoria per due, corrisponderebbero oggi a poco più di 10 euro, giusto per pagarsi una pizza e una mezza birra…
Avevamo tutto e non lo sapevamo…
Natale si avvicina a grandi passi
E' sempre troppo veloce il Natale
con i suoi passi felpati
Fine novembre, l'evento cruciale
cui tutto sembra debba convergere
sembra ancora lontanissimo
Poi è inizio dicembre e, all'improvviso,
i giorni e le notti
cominciano a vorticare
conducendo in un turbinio
gli assetati di feste
all'inebriante mulinello di gioia e ineffabili piaceri
prescritti da altri
E' scontato che tutto si debba ripetere
secondo un copione prestabilito
Dopo le attese festose ed ansiose della mia infanzia
dopo i preparativi accurati di doni e contro-doni,
in eventi affrontati per anni
con fedele attenzione,
adesso non ne posso più
Sono stanco
Vorrei essere libero da abitudini asfissianti
omologanti
tutti a fare la stessa cosa
come in una catena di montaggio
perché si deve
Il commercio ha rovinato la festa,
e non siamo stati noi umani
- badiamo bene -
ad averla rovinata
Sono stati il commercio e le parole vuote
di tutti i vacui parlatori
prezzolati della radio e della televisione
che ci infarciscono la testa di cazzate
e che ci uniformano ad un unico modello:
a tutti deve piacere la stessa cosa,
fatta nella stessa modo,
non si deve mai deviare dal solco principale
Occorre gioire quando viene dato il comando di gioire
Oppure piangere quando viene dato il comando di piangere
Sono state le multinazionali ad averla rovinata,
la festa (e le feste),
Big data e big pharma
Io dico basta
Non ne posso più più
Come una tartaruga mi ritiro nel mio guscio
ma anche lì non credo di poter essere al sicuro
da infiltrazioni nefaste
Anche alla tartaruga più sospettosa ed accorta
arrivano comunque il veleno delle microplastiche
e gli inquinanti dell'aria
Ed allora nascondo la mia testa sotto il cuscino,
per dormire e stra-dormire
non prima di aver messo i miei calzini,
usati un solo giorno,
a svaporare sul davanzale della finestra
Questo mi trovai a scrivere nel lontano 2009, stimolato da una foto carpita nel corso d'una mia paseggiata mattutina all'interno del Giardino Inglese di Palermo, a proposito dei lettori di giornali "in panchina".
In realtà, è bello sedersi in panchina a leggere un giornale o un libro, magari in un giorno di festa, quando non ci sono impegni e tutto si può svolgere in modo molto rilassato. Ma quella volta, quando vidi quel lettore di giornale seduto in panchina, provai un subitaneo moto di antipatia, a partire da ancora recenti ricordi della mia vita lavorativa.
E, si ci vaiu, ci vaiu pi liggirimi u' giurnali... (una domenica mattina, Giardino Inglese, Palermo)
Ogni volta che vedo uno che legge il giornale spaparanzato comodamente da qualche parte, non posso non pensare alla frase che commenta la foto, frase che ha una sua storia, piccola, ma edificante.
Ai tempi in cui ancora dirigevo un servizio per le tossicodipendenze cittadino, in applicazione delle norme vigenti si era creata una turnazione pre-festiva e festiva dei Ser.T cittadini (in numero di cinque), in modo tale che, nei fine-settimana e nelle altre festività ci fosse sempre un'Unità operativa disponibile, sia per situazioni nuove, non ancora attenzionate (per una preliminare accoglienza oppure per fornire semplicemente informazioni), sia per gestire utenti già in carico per la somministrazione di terapie con farmaci sostitutivi (degli oppiacei) le cui dosi giornaliere, sulla base della valutazione clinica del singolo soggetto non sarebbe stato prudente dare in affido.
Si poneva così la necessità di mettere in atto il trasferimento temporaneo all'unità operativa della città allo scopo di limitare al massimo gli affidamenti metadonici soprattutto a quei soggetti non motivati o, con un bisticcio di parole, non "affidabili".
Alla vigilia di un fine settimana telefonai al collega che dirigeva il Ser.T che avrebbe garantito quel turno per segnalargli il trasferimento di una serie di utenti, un gruppo più numeroso del solito sulla base delle mie valutazioni.
Quel collega si risentì parecchio. L'invio di utenti, infatti, comportava di norma un surplus di lavoro: identificazione dell'utente, trascrizione degli estremi del documento d'identità oltre che la somministrazione dei farmaci prescritti (con tutti i protocolli del caso, trattandosi di stupefacenti), a fronte d'una situazione che, probabilmente sarebbe stata di totale inazione.
Il collega, alquanto zotico e di poca cultura (mi rammarico nel dirlo), a sottolineare la sua scarsa disponibilità, pronunciò appunto questa frase lapidaria: "E, si ci vaiu, ci vaiu pi liggirimi u' giurnali...". Come a dire: "Non rompere. Lasciami fare la vita comoda...".
Questa frase che darebbe ragione agli strali di Ichino contro i nullafacenti - ed anche (e, di nuovo, mi duole dirlo) ai pesanti apprezzamenti del ministro Brunetta - in quanto espressione di una programmatica e premeditata volontà di non far nulla, pur essendo in servizio, mi è rimasta indelebilmente scolpita nella mente.
Ed è per questo che ogni volta che vedo uno che se ne sta placidamente a leggere il giornale non posso fare a meno di pensare a questa storiella, anche se - di per sè - la lettura del giornale comondamente seduti su di una panchina al centro di un'area verdeggiante non è da condannare, anzi potrebbe essere un'attività decisamente piacevole e meritata, tipo il riposo del giusto dopo una faticosa settimana di lavoro...
Ci sono certe combinazioni di dettagli che, se riesci a coglierli estrapolati da tutto il resto, assumono un fascino incredibile, come se fossero stati messi lì proprio per provocare quell'effetto.
Ma devi poter vedere, per renderti conto: un vedere, che non sia un semplice guardare che si limita all'apparenza degli oggetti che si presentano alla nostra attenzione e alla loro mera fisicità.
La buona Letteratura (ed anche la Fotografia, anche se con un linguaggio ben più sintetico ed immediato) sono così.
Assolvono alla funzione di aiutare altri a "vedere".
Lo scrittore, in questo senso, è un "visionario" perché con le sue affabulazioni non fa che proporre realtà alternative o realtà nascoste nelle pieghe del Reale ordinario, apparentemente prosaico e scontato.
Entrare e stare in una libreria è come penetrare all'interno di uno scrigno di tesori: come avere accesso alla caverna di Ali Baba e dei quaranta ladroni, piena all'inverosimile di inenarrabili tesori.
Per poterli vedere ed ammirare occorre conoscere la parola magica che possa di volta in volta introdurti in quel mondo fantastico e consentirti di accedere allo scrigno che li contiene.
(Una mia breve nota, risalente al 2012)
La foto la scattai al "Punto Einaudi" di Palermo (Francesco Passarello)
Sono ad un convegno, almeno così mi pare. Sono arrivato nella città dove si svolge dopo un lungo viaggio, e ho il mio zaino sulle spalle. Entro in un gigantesco edificio e salgo su per un'ampia scalinata di pietra e marmo. Chiedo indicazioni e vengo indirizzato verso una stanza dove si svolge un seminario in presenza, non un webinario, di qelli che hanno imperversato in tempi di Covidu. I partecipanti si sono accomodati in ordine sparso ed informale, su sedie e poltrone di plastica. Sono tutti rivolti verso un ometto seduto davanti ad uno stretto tavolo. L’ometto-conferenziere sembra, a dire il vero, uno hobbit. Parla e parla, dottamente, ma anche con bonomia. mi sento in imbarazzo: poiché sono in ritardo, entrando nella sala, devo sfilare sotto gli occhi di tutti e mi ritrovo a muovermi goffamente, come chi cerchi di non attirare l'attenzione su di sé, ottenendo invece l'effetto contrario. Sempre perseguendo l'obiettivo di non attrarre l'attenzione su di me, mi seggo in fondo, un po’ decentrato da tutti gli altri astanti. Penso che così avrò agio di addormentarmi, non visto, per un breve sonnellino di cui sento di avere tanto bisogno dopo le fatiche del viaggio. Poi, tuttavia, mi rendo conto che sono troppo periferico ed isolato e che, senza la copertura degli altri astanti, rischio di attirare l’attenzione su di me. Avanzo, dunque, facendo oscillare la mia poltrona con ripetuti colpi di reni, sino a mescolarmi con gli altri e quindi, più serenamente, posso assopirmi. All’improvviso il seminario si trasforma in un’interrogazione. L’hobbit-conferenziere si trasforma in occhiuto professore che scorre con gli occhi il suo registro e che poi punta il dito su questo o su quello dei presenti, invitandolo ad alzarsi in piedi per dire ciò che sa. Qualcuno si rifiuta e allora lo hobbit sentenzia: “X@@@ prende uno sul registro…”. Altri si cimentano, ma la loro preparazione si rivela assolutamente insoddisfacente. Panico totale. Vorrei farmi invisibile. Cerco di sprofondare il più possibile nella poltrona che, in un abbraccio quasi materno, avvolge le mie terga. Mi sforzo anche di evitare lo sguardo inquisitorio dello hobbit. Ma non c’è niente da fare quello - implacabile - mi chiama e dice: “Vediamo cosa sa dirci il nostro Crispi!”. Mi alzo incerto e mi guardo attorno, come cercando la solidarietà dei miei colleghi, io con la mandibola caduta per l'imbarazzo. Ma niente: tutti tengono gli occhi incollati a terra. Sento la bocca asciutta e la lingua si è fatta rasposa, di consistenza lignea. Cerco di parlare, ma quello che viene fuori è soltanto un rantolo informe. Vorrei dire allo hobbit che mi osserva con occhi di ghiaccio che purtroppo non ho potuto studiare la lezione come avrei dovuto… Lo hobbit continua ad sogguardarmi, con occhi adesso feroci e selvaggi, e poi sentenzia: “Se le cose stanno così…”. Si alza, rivelando all’improvviso, di possedere una statura inaudita… non è più uno hobbit, adesso, ma un temibile troll di montagna o forse un orco malvagio: afferra da sotto il tavolo una grossa mannaia e, stringendola nella sua mano nodosa, prende a muoversi verso di me… Di nuovo panico assoluto. Quello si avvicina sempre di più, brandendo la sua arma. Provo a fuggire via, ma ho le gambe che sembrano essersi fatte di cera molle e che non mi reggono più e, così, mi ritrovo a terra strisciando penosamente, mentre lo hobbit, che si è metamorfizzato in troll-orco, ormai, incombe su di me, agitando minaccioso la sua crudele mannaia di lucente acciaio ben temprato.
Pesanti cancelli di ferro
che sempre richiudo al mio passaggio
Quando sono nel mio eremo
di campagna
penso con forza
di essere naufrago,
approdato su di un’isola
disabitata e selvaggia
fuori dalle rotte commerciali
Dall’eremo
che è anche buen retiro
osservo il mondo da lontano
Il traffico incessante sull’autostrada
Le luci lontane di paesi e di abitazioni isolate
Il tremolio delle lampare in mare
nelle notti di calma
Qualche volta
i giochi di fuoco
di qualche festa patronale
con botti e tonfi
attutiti dalla distanza
Qualche volta gli spari di un cacciatore
e l’abbaio dei suoi cani
o la figura evanescente e furtiva
di un raccoglitore di asparagi selvatici
Oppure ancora le voci concitate
di finti soldati in mimetica,
Intenti nei loro giochi di guerra fake
Tutto è lontano,
eppure vicino
Nella lontananza
dal mondo degli altri
mi sento connesso, tuttavia,
e in un equilibrio dinamico
I cani che abbaiano
alla minima anomalia
o a presenze umane estranee
che percespicono con finissimo udito
sono la mia ombra
ma anche miei fedeli guardiani
La casa antica di pietre
con l’intonaco a snella
è il mio guscio accogliente
Coltivo il silenzio
Contemplo la Natura
e le sue continue trasformazioni
da un mese all’altro
Scavo e cavo pietre
dissodo la terra
strappo via le erbe selvatiche,
alcune le mangio
Al nostro passaggio
lungo i percorsi della vita
disseminiamo tracce
Anche se, al tempo stesso,
di tracce siamo instancabili cercatori
I nostri geni ancestrali
sono sempre attivi
malgrado le decine di migliaia di anni di evoluzione
da cui veniamo
Disseminiamo tracce,
o le inseguiamo,
spesso deviando dal sentiero abituale
e volentieri avventurandoci
su percorsi poco esplorati,
troviamo qualcosa di prezioso,
per esempio una fonte d'acqua
che sgorga da un terreno pietroso
(come nella storia biblica di Noé),
acqua preziosa che allarga i confini
della nostra esplorazione
A volte,
più persone si trovano a viaggiare assieme
e anche loro
nel seguire le uste,
lasciano tracce e trovano cose:
i segni che essi scrivono
al loro passaggio
sono visibili solo a loro,
emergendo in filigrana
dallo sfondo uniforme
e sono tracce che connettono
e rafforzano l'unione e l'identità
Come nelle vie dei canti
degli aborigeni d'Australia
le tracce sono incise nel territorio,
ma mentre ciascuna via viene percorsa e cantata
da coloro che conoscono quel canto
- e quel canto soltanto -
la via viene creata
e costantemente ri-creata
(e manutenuta)
e si rende possibile l'esistere del mondo
In queste vie dei canti
si può scorgere
sotto traccia
l’invisibile filo rosso
che collega in modo potente
tutti coloro che le hanno percorse
Per effetto di questa connessione nascosta
gli scenari sovente cambiano
e si trasformano
Il mondo si rinnova
in un turbine di epifanie
pur rimanendo immutabile
Durante una mia passeggiata, mi sono imbattuto nei pressi della Fiera del Mediterraneo a Palermo in una vera e propria stanza a cielo aperto, espressione del sempre più diffuso fenomeno delle persone senza fissa dimora, o come si dice in inglese homeless.
Già in un precedente mio articolo ho commentato sullo strano caso dell'Homeless organizzato
In quessto caso, l'invisibile abitante era riuscito ad allestire utilizzando un angolo delimitato da due pareti un angolo confortevole, con un vero e proprio letto, con lenzuola e coperte.
L'asptto esteriore di questa "casa" mi ha colpito immediatamente e ho voluto fare uno scatto. In Inglese, questo luogo lo si descriverebbe come un "cosy corner", ovvero un angolino confortevole.
Osservando la disposizione degli arredi, la cura con cui sono sistemate le coperte e i cuscini (che trascendono dalla dimensione di un semplice giaciglio improvvisato), ci si dimentica che tutto questo è allestito all'aperto e che non vi sia un vero e proprio tetto, se non una tettoia che ripara solo parzialmente dai rigori climatici. C'era anche un piccolo tavolo ai piedi del letto e una sedia ordinatamente disposta sotto di essa.
Tutto lasciato in ordine, come nel caso di qualcuno che esce dal mattino da casa per sbrigare le sue faccende e ha il puntiglio di lasciare tutto in oridine, in modo tale che al proprio ritorno troverà una simile nettezza (e semplicità) domestica ad accoglierlo.
Si è portati a pensare piuttosto che si sia di fronte ad un confortevole ambiente domestico: una casa, in cui tutto è lasciato al suo posto, nel dovuto ordine, come se vi fossero porte e mura difenderla da possibili intrusioni.
Io stesso nello scattare la foto mi sono sentito a disagio, come se stessi invadendo con il mio sguardo e con l'occhi della macchina fotografica uno spazio privato.
C'è uno che ha eletto a suo dimora un'aiuola di una piazza di Palermo l'aiuola è recintata da una siepe ben tenuta che crea uno spazio privato, domestico In questo spazio, l'uomo allampanato e con i
Ho scritto di recente un what's app a mio figlio: Qualche volta vorrei averti più vicino
Ma, d’altronde, non si può chiedere
all’arciere di tenere la freccia
che ha scoccato vicino a sè
Per sua natura la freccia
deve volare lontano
Mi sono addormentato di colpo
Quando mi sono svegliato,
potevo sentire da un'altra stanza
una musica cupa e ripetitiva,
“some ominous music playing”
Mi alzavo e vagavo per la grande casa vuota,
sempre con quella colonna sonora
Guardavo uno dei tanti orologi
appesi ai muri
E segnavano tutti dieci minuti alle dieci
Fuori era tutto buio
Quindi, era ancora notte
Poi, dopo aver placato l’arsura
che sentivo in bocca
con un grande bicchiere d’acqua fredda,
me tornai a letto e mi riaddormentai,
sprofondando in un sonno inquieto
E di nuovo mi svegliavo
tutto sudato stavolta,
oppresso dalla stessa musica ominosa
di prima e la bocca asciutta, allappata,
con la lingua che sembrava diventata di carta abrasiva
Di nuovo mi alzavo
dal letto che era diventato
come quello di Procruste
e giravo per la maledetta casa vuota
Andavo in bagno
bevevo a canna questa volta
per trarre sollievo
Guardavo l’ora
e il cuore mi balzava in petto
Gli orologi segnavano tutti
dieci minuti alle nove Wow, pensavo con un senso di meraviglia, Il tempo ha preso a scorrere all'indietro!
Di nuovo, mi addormentavo
E mi svegliavo
E guardavo l’ora
Ed erano dieci minuti alle otto di sera
con l’ultimo chiarore del giorno
che trapelava attraverso i vetri delle finestre chiuse
Ed ero ancora più meravigliato
per via di questa marcia all’indietro del tempo
Il vettore del tempo si è invertito!
mi ritrovai a pensare
Forse la freccia che ho scoccato
tanti anni fa
ritornerà da me
Ma non so se è veramente questo che vorrei
Mi sono riaddormentato ancora una volta
curioso di sapere se, al prossimo risveglio,
le lancette degli orologi avrebbero ticchettato
ancora all’indietro Toc-tic
Toc-tic
Toc-tic
Ma, se la freccia che ho scoccato dovesse tornare a me,
anch'io dopo un altro po’ di tempo all'indietro,
dovrei sparire,
per tornare dentro l'utero di mia madre,
per poi diventare cellula appena fecondata
e poi definitivamente dissolvermi
quando le due cellule originarie
che si erano unite per darmi vita
tornassero a separarsi
La freccia deve volare libera,
non ci si può aspettare che ritorni indietro
o augurarsi che rimanga ferma,
come nel paradosso di Zenone
In ciò che ho scritto ci sono degli evidenti riferimenti letterari, ovviamente. In primo luogo c'è il riferimento a quella parte del poea di Hikmet in cui si parla dei figli e poi ovviamente, assieme al rimando ai paradossi di Zenone l'Eleatico, cè una citazione di uno dei capovalori di P. H.Dick che è Counterclock World, in cui si immagina un futuro distopico in cui il tempo ha preso a scorrere all'indietro, permenando in modo radicale le vite di tutti gli uomini che procedono letteralmente all'indietro, incluse tutte le funzioni fisiologiche (per esempio, ilcibo non viene più mangiato, ma viene "restituito", per dirne una.
Ma una cosa posso dire. Una volta, che un orologio cominciasse a correre all'indietro, è una cosa che mi è veramente capitata. Nella stanza in cui usavo ricevere i pazienti, tenevo su di un tavolinetto mobile accanto alla mia poltrona un piccolo orologio da tavolo a batteria, con il consueto quadrante e le lancette. Mi faceva comodo perchè ogni tanto senza dover girare la testa potevo controllare l'ora. Una volta nel pieno di una seduta mi accorsi, con grande meraviglia, che le lancette avevano preso a camminare all'indietro. Dovetti controllare due o tre volte prima di dovere accettare che era inconfutabile: le lancetta dei secondi (quella il cui movimento era più evidente) andava all'indietro e così pure quella dei minuti.
Mi chiesi, con una certa inquietudine, se non si trattasse di un fenomeno paranormale. Naturalmente pensai anche che, all'origine dell'anomalia potessero esservi delle cause naturali spiegabili, ma erano fuori dalla mia conoscenza. Provai perfino a togliere la batteria stilo e a rimetterla: per ocnstatare che il movimento delle lancette continuava imperturbato all'indietro.
Comunque, lo strano fenomeno continuò a verificarsi per giorni e giorni. Poi, da un momento all'altro, cessò e l'orologio riprese a segnare l'ora in maniera normale. Capitò un a seconda volta che le lancette di quell'orologio riprendessero a camminare all'indietro.
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre
armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro
intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno
nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e
poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a
fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.