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31 gennaio 2020 5 31 /01 /gennaio /2020 11:56

Un giorno Gabriel mi ha chiesto: Papà, ma tu quando muori?
Sono un po' basito. Farfuglio qualcosa, poi gli dico: Spero non subito...
Replica di Gabriel: Domani? Dopodomani?
Io: Non so... Ma di certo vorrei il più tardi possibile!
Gabriel: Allora, tu morirai tra un milione di anni!

Tutto è connesso. Mi sono ricordato di un frammento di dialogo tra mia madre ultranovantenne e la signora Maria, da oltre 30 anni impiegata presso di noi come governante. 

Mi racconta la signora Maria che un giorno, quando già si era improvvisamente indebolita, la mamma le disse: Eh, Maria! Presto partirò per un lungo viaggio. E, dopo una pausa, aggiunse: E mi devi promettere che quando io sarò partita ti prenderai cura dei miei figli. La signora Maria, per sdrammatizzare, le disse: Ma, signora Irene, un viaggio per dove? Dove se ne vuole andare?

E la mamma replicò: Sarà un viaggio verso un paese molto, molto, lontano.
Ma non aggiunse altro. Fu una delle poche volte in cui la mamma parlò della sua fine, ma non con me.
Fu la signora Maria a riportare questa breve conversazione.
Altre volte, quando si rendeva conto che la sua efficienza si andava incrinando (soprattutto nell'essere di supporto a mio fratello), la mamma ci diceva che avrebbe voluto essere portata al Polo Nord ed essere lasciata ad addormentarsi lì fuori, nella landa desolata dei ghiacci, nel freddo e al buio, come un tempo usavano fare gli Inuit (gli Eschimesi) anziani che, quando si rendevano conto che stavano per diventare decrepiti ed incapaci di avere un ruolo attivo nella vita del gruppo familiare, si allontanavano a piedi trai i ghiacci della Groenlandia, dove poi aspettavano la morte4 per assideramento. Aveva letto tanto prima il Romanzo "Il paese delle Ombre lunghe" (del dimenticato, oggi, Hans Ruesch) che io le avevo passato e dalla cui narrazione la mamma era rimasta molto colpita.

Mia mamma, Irene Salatiello Crispi

C'era molta serenità in questi suoi discorsi, una serenità che nulla aveva a che vedere con la sicurezza di ciò che ci attende nell'Aldilà che la Fede cristiana fornisce circa la promessa di una vita eterna. Non entrava mai nel merito del "dopo", anche se sono convinto che la mamma, pur nella laicità della sua visione, avesse comunque la percezione che sarebbe entrata nel "Mistero" (un mistero insondabile, per la verità) e, in questo processo di transizione, non chiedeva mai aiuto a nessuno, confidando esclusivamente su se stessa, così come aveva fatto nella sua vita operosa affrontando tutte le piccole e grandi battaglie quotidiane.

E la notte seguente ho sognato.  

 

Mi ritrovavo a tentare di estirpare una tenace pianta grassa. Sembrava fosse viva e le sue radici, grosse come arti, si spingevano dentro la terra avviticchiandosi ad altri tronchi vicini.

Con la sua resistenza, manifestava una forte volontà di sopravvivenza.
Poi, quando con uno sforzo estremo riuscivo ad eradicarla, la pianta divelta prendeva a muovere il moncone delle radici come fruste, divincolandosi dalla mia presa. E avevo la sensazione che stesse diventando con questo moto minacciosa, capace di sopraffarmi: una vaga ma crescente sensazione di pericolo, quasi fossi alle prese con una belva.
E questo frenetico movimento continuava fino a che non recidevo quelle grosse radici pulsanti con una forbice da giardinaggio, incontrando una resistenza all'azione delle lame non di certo lignea ma come di carne viva.

 

Oliver Sacks, Gratitudine, Adelphi

Il giorno dopo, al risveglio, ho afferrato da un piccolo cumulo di libri non ancora letti “Gratitudine” di Oliver Sacks e nel giro di poche ore soltanto, grazie alla sua esilità, l’ho letto.
Esilità materica per via delle sue poche pagine, ma non certamente incosistenza di pensiero e di emozioni come tutte le opere di Sacks, del resto.
Il piccolo volume raccoglie quattro suoi scritti autobiografici, composti nel periodo che decore dal compimento dei suoi ottant'anni, evento seguito quasi immediatamente da quello infausto dell'identificazione di una grossa metastasi epatica di un melanoma all’occhio di cui aveva sofferto anni prima, alla morte.
Si tratta di pagine che disegnano sentieri già da lui già percorsi ma che hanno allo stesso tempo la valenza un commiato dalla vita e di un rapido, intenso, bilancio del suo percorso vitale, in cui ciò che domina, più che la nostalgia per ciò che egli si accinge a lasciare, è il sentimento di gratitudine per ciò che egli ha potuto fare, per le tracce che è riuscito ad imprimere e, soprattutto, per ciò che ha ricevuto dagli altri. Tutte cose per le quali provare un sentimento di gratitudine che, in nessun modo, potrà essere offuscato dal rammarico di fronte alla vita che fugge via.
Sacks scrive dalla vetta dei suoi ottant'anni: è un’età che ancora non mi appartiene e che non so se raggiungerò; in ogni caso. le sue parole mi hanno offerto fecondi spunti di riflessione.

 

Oliver Sacks

Oliver Sacks, nato a Londra in una famiglia di fisici e scienziati - il più giovane di quattro fratelli di una coppia ebrea -, è stato neurologo e scrittore.
In Gran Bretagna frequenta il Queen's College a Oxford dove consegue Bachelor of Arts nel 1954 in fisiologia e biologia. Presso la stessa università, nel 1958, intraprendendo un Master of Arts, ottiene una laurea in medicina e chirurgia, che gli permette di esercitare la professione di medico.
Lascia l’Inghilterra per trasferirsi prima in Canada e poi negli Stati Uniti nel 1965. Professore di Neurologia clinica presso l’Albert Einstein College of Medicine e di Neurologia alla New York University School of Medicine ha iniziato la sua attività di divulgazione scientifica descrivendo le sue esperienze neurologiche con i pazienti negli anni Settanta e pubblicando anche su The New Yorker e The New York Review of Books articoli di carattere medico- scientifico. Il suo libro più conosciuto è Risvegli, dal quale è stato tratto il film con Robin Williams e Robert De Niro, e a cui sono seguiti i racconti altrettanto noti di altri suoi casi clinici Su una gamba sola e L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello. Tra gli altri suoi libri L’isola dei senza colore, Emicrania, Un antropologo su Marte, Allucinazioni, editi in Italia da Adelphi. Feltrinelli ha pubblicato Diario di Oaxaca nel 2004.
Oliver Sacks è morto a New York il 30 agosto 2015.
"La fortuna mi ha abbandonato" aveva scritto in una lettera a febbraio sul New York Times annunciando il cancro al fegato "Ora spetta a me decidere come vivere i mesi che mi restano. Devo vivere nel modo più ricco, profondo e produttivo che posso".
Tra le sue ultime dichiarazioni:
"E ora, in questo frangente, in cui la morte non è più un concetto astratto, ma una presenza — una presenza fin troppo vicina e a cui non puoi dire di no — mi sto di nuovo circondando, come feci quando ero ragazzo, di metalli e minerali, piccoli emblemi di eternità."
"Qualche settimana fa, in campagna, lontano dalle luci della città, ho visto il cielo intero «spolverato di stelle» (per dirla con Milton); un cielo come questo, pensavo, si può vedere solo su altipiani elevati e desertici, come quello di Atacama in Cile. Questo splendore celeste mi ha fatto improvvisamente capire quanto poco tempo, quanta poca vita, mi siano rimasti. La mia percezione della bellezza del paradiso, dell’eternità, era per me inseparabilmente mescolata con un senso di transitorietà — e di morte. Ho detto ai miei amici, Kate e Allen: «Mi piacerebbe vedere di nuovo un cielo come questo mentre muoio». «Ti porteremo fuori con la sedia a rotelle», mi hanno risposto."

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11 gennaio 2020 6 11 /01 /gennaio /2020 06:55

Alla vigilia, a letto presto
Sono scivolato in un sonno letargico,
dopo qualche decina di pagine lette
Pochi risvegli, sonno profondo
Ad ogni riemersione ero sorpreso dal silenzio profondo che mi circondava.
Niente botti e tonfi
Anche le luci del cortile interno, solitamente accese,
erano spente e quindi, senza il loro riverbero,
anche l’oscurità dentro la stanza era profonda
Ad ogni risveglio ero piacevolmente colpito dal tepore delle coltri
E per nulla al mondo avrei voluto scambiare questo posto con un altro
My place, oh yes
Poi, in un momento della notte,
forse già verso l’alba,
ho sognato mio fratello

 

Ero con lui lo spingevo nella sua carrozzina
Lo lasciavo da qualche parte - ad un convegno forse -
dove la sua presenza era richiesta
Dopo un po', tornavo a prenderlo per portarlo a casa
Our place, oh yes

 

Ma poi le posizioni si invertivano
ed ero io ad occupare il suo posto nella carrozzina
Lui non c’era più
Ed io, stando nella sedia a ruote,
come fosse la mia piccola casa
spingevo davanti a me,
con grande perizia,
un grande tavolo
Per far che? Non so.

 

Mi son svegliato
sentendomi pervaso dalla sensazione d'una gran pace interiore

 

Ho ripreso la giornata dove si era interrotta il giorno prima
Come se nulla fosse, rimanendo fermo alle mie abitudini e ai rituali
Colazione, qualche lettura, abluzioni
Uscita con la canuzza
E poi ad Alta Fé

 

 

Tutto qui, il mio piccolo Natale del 2019

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20 dicembre 2019 5 20 /12 /dicembre /2019 11:15

In navigazione
Verso dove?
E' una crociera costiera a Napoli e dintorni
ed è tutto diverso, però
La montagna si erge minacciosa,
scavata in profondi anfratti
aggettanti sul mare
le case dovunque, arrampicate sulla roccia
come un gregge di stambecchi,
ognuna in bilico su di una base minuscola
Lo stato delle strade pessimo
Un reticolo di viuzze tortuose e in salita
Penso: cosa accadrebbe se il vulcano incombente
si risvegliasse all'improvviso?
E se la terra si spaccase e dalle fratture
cominciassero a sgorgare lava, lapilli e ceneri ardenti?
Come fare ad evacuare la popolazione?
Come fare a far giungere i primi soccorsi

 

Eppure, tutto è di una bellezza selvaggia, quasi irreale
Posso osservare i minimi dettagli della città caotica
che si stagliano con prepotenza sullo scenario naturale,

due mondi contigui, eppure profondamente scissi
 

Luna a spicchio

Poi, mi ritrovo a camminare su di una strada di notte
Una luna mezza mangiata domina il cielo
Non riconosco la strada,
eppure so di averla percorsa miliardi di volte
Tutto mi è nuovo
il paesaggio scorre lento e ipnotico
L’asfalto si srotola sotto le ruote
il vento romba nelle mie orecchie
e le raffiche a tratti scuotono la mia macchina
che sembra trasformarsi in un fuscello
La mia traiettoria oscilla pericolosamente

 

 

La mia mente è addormentata
ma una parte di essa lavora in pilota automatico,
per quanto precario ed incerto
Dove sono?
Dove sto andando?
Vorrei mettermi a dormire,
risucchiato in un sonno profondo e ristoratore

 

E la luna smangiata continua a navigare nel cielo
impassibile

 

Palermo, 17 novembre 2019

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13 dicembre 2019 5 13 /12 /dicembre /2019 07:10
Acquario di Milano (foto di Maurizio Crispi)

1
Sonno profondo
Risalgo in superficie
come da un’immersione oltre i 40 metri
... ma come è profondo il mare
oblio
oblio
oblio
oblivion
Cra Cra Cra
Il vento soffia e gli infissi tremano
Cra Cra Cra
Tonfi e tuoni
Pioggia a raffiche
I corvi volteggiano nel cielo grigio
e poi atterrano sulle alte antenne svettanti
contendendosi il posto di osservazione più elevato
Il cielo, malgrado l’albeggiare,
si fa più scuro
alberi dalla chioma verde-nera
lussureggiante
tremano nelle raffiche
Sono lucido
eppure come in attesa di un risveglio
che tarda ad arrivare
Sono uno che aspetta Godot

Come è profondo il mare...


2

Foto di Maurizio Crispi


Un rombo lontano come di tuono
rumori di pioggia battente
il vento ulula
e dita gelide penetrano dalle fessure degli infissi
Casa silente, addormentata
Via Neera
Via Momigliano,
dove io stesso ho vissuto una vita addietro,
proprio a due passi da qui
Un periodo lontano
Torvo
Torno
Torto
Poi, torno
Allora, con tutta la vita davanti,
pensavo di fare molte cose
Ma le ho poi fatte?
Sono riuscito in un mio progetto?
Ne avevo uno?
O sono soltanto stato guidato dalle circostanze?
i sono periodi
di cui ricordo poco o niente del tutto
Opacità totale
Come se avessi attraversato il tempo della  vita
a tratti immerso in una distesa di fitta nebbia
E poi: chi mi racconterà?
Essere raccontati:
è la costante preoccupazione di alcuni
Io, tra questi
L’alternativa tra essere ricordati o dimenticati,
cancellati
Ed ecco ancora i corvi che gracchiano
Cra Cra Cra
I libri onnipresenti
Li mangerò, forse: prima o poi
Un caffè che sa di bruciato
Fogli sparsi
Una penna per stilare osservazioni e pensieri
Di primo mattino, mentre tutti dormono
In attesa, come sempre
Ma ciò che attendo e che nemmeno io so
non arriverà
La porta sta per chiudersi
Non una promessa, ma una certezza
Cra cra cra

 

(Milano, novembre 2019)

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9 novembre 2019 6 09 /11 /novembre /2019 11:25

L'articolo che segue è stato pubblicato per la prima volta nel 2008 nel mio blog "Pensieri sparsi, Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese", con il titolo: Rallentare il tempo: è tempo perso o guadagnato?. Lo ripropongo qui senza apportare alcuna modifica.

 

Panchina di Polizzi generosa (Foto di Maurizio Crispi)

E' tempo perso starsene seduto su una panchina a guardarsi attorno oppure a giocare a carte?
E' tempo perso camminare a piedi senza uno scopo preciso, lasciandosi guidare dalla curiosità o dal caso?
E' tempo perso rinunciare all'uso dell'automobile e andarsene in giro con la bici oppure con i mezzi pubblici disponibili?
Secondo gli accesi fautori della modernità, sì, è proprio tempo perso.
Secondo altri che invece, senza tirare in ballo tante teorie ma semplicemente ricorrendo a "pratiche" di vita controtendenza, il tempo "perso" è, i verità, tempo guadagnato per la propria mente e per la propria vita.
Le "modalità" menzionate sopra (ma se ne potrebbero trovare una infinità di altre) sono tutte espressione di un diverso atteggiamento nei confronti ell'esistenza, di una diversa "filosofia" di vita - si potrebbe dire.
Abbiamo perso il senso del tempo "lento".
Viviamo in una società accelerata, in cui - sempre e comunque - viene valorizzata la velocità, la capacità di fare molte cose in tempi ristretti.
L'avere a disposizione mezzi "veloci" (per gli spostamenti) e strumenti che potnziano qualsiasi cosa abbiamo in mente di fare è, in alcuni casi, una droga al servizio d'una nostra fantasia di onnipotenza (quella di poter far tutto, sfidando i limiti temporali che ci sono imposti).
Si vuole fare di tutto e di più: non è raro sentire qualcuno che si vanta con il suo interlocutore di tutti gli impegni di cui ha infarcito la sua giornata.
Tante volte, assillati dalla morsa del tempo che viene a mancare per fare tutto ciò che vorremmo, ci diciamo: "Sì, certo, se la mia giornata fosse di 36 ore, allora ci starei veramente comodo!".
Ma se la giornata fosse veramente di 36 ore, probabilmente, si riproporrebbe un analogo problema, con un'ulteriore e soffocante moltiplicarsi degli impegni e delle cose da fare.
Ciò comporta, tra l'altro, una "patologia" del nostro tempo che è quella di una sorta di "horror vacui" per quanto riguarda l'organizzazione della giornata: non ci deve essere una solo spazio vuoto, non sono previsti intervalli di tempo nei quali uno stia, per così dire, "a contemplare il proprio ombelico". La percezione di un imprevisto intervallo vuoto in una siffatta organizzazione del tempo può provocare una reazione di acuta ansia.
Il tempo "lento" non pevede, invece, che nell'arco di una giornata si posano fare tante cose: in culture non occidentalizzate (come anche nella nostra morente cultura contadina), a volte, una giornata era consacrata a fare una sola cosa.
Come, ad esempio, andare a raccogliere della legna da ardere.

Una volta, in viaggio in Marocco, nel cuore di una landa deserta, è spuntato dal nulla, un vecchietto ricurvo sotto il peso d'una fascina di legno. Senza fretta, ha imboccato la strada principale che tagliava il piatto paesaggio sassoso come una lama, dritta a perdita d'occhio sino all'orizzonte, e ha proseguito il suo cammino: era un camminare antico che, rimandando indietro di secoli, dava l'impressione forte che le lancette dell'orologio si fossero bloccate.
Da dove veniva? Dietro di lui, apparentemente, c'era il nulla...
Dove andava? Verso qualche luogo sicuramente, ma non c''era nulla in vista, solo il vuoto di un paesaggio desertico.


Ogni tanto, può essere "terapeutico" e rieducativo affrontare le cose in un modo diverso.
Per esempio, rinunciando ai mezzi di trasporto più veloci e affrontando gli spostamenti che dobbiamo compiere con la lentezza dei mezzi di cui ci ha dotato la natura: quei famosi "cavalli di san Pietro" di un tempo, per intenderci!
Se si accettano i ritmi del "tempo lento", si ha l'opportunità di vivere in un modo diverso, di vedere le cose con occhio in qualche modo trasformato: c'è infatti il tempo di guardarsi attorno, di percepire il verde intenso della vegetazione, lo stormire delle foglie nel vento, il tubare dei piccioni, il cinguettio eil frullo d'ali di altri uccelli.
Tutto ciò che ci circonda può entrare vividamente nel nostro campo percettivo, lo possiamo assaporare: e, quando ciò accade, è un'autentica festa.

 

Peppe Sebaste. Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne, Giorgio Mondadori

Fermarsi a riposare, utilizzando una provvida panchina ombreggiata da un albero può essere un modo per vivere la lentezza.
Un noto scrittore e saggista italiano Beppe Sebaste ha pubblicato di recente un bel libro sulle panchine, dall'interesante titolo (ed esplicativo, per chi sa leggere la grana delle cose, "Panchine. Come uscire dal mondo dal mondo senza uscirne, Laterza, 2008). L'autore, in toni solo apparentemente minimalisti ma in verità con molta passione, intesse in una serie di brevi, smaglianti, capitoli l'elogio della "panchina" (un oggetto degli arredi urbani che tende a diventare obsoleto per insipienza degli stessi amministratori) come luogo in cui si può sostare e dove si può appunto percepire una diversa dimensione (e qualità) del tempo.
Alcuni direbbero che sedersi su di una panchina in pieno giorno è una cosa da pensionati o da nullafacenti e perditempo, per non dire che sia degna di personaggi ben più temibili ed affliggenti (nell'immaginario collettivo di stampo leghista), come extracomunitari, drogati, barboni e accattoni, tanto da avere indotto alcune amministrazioni comunali ad abolire le panchine dal proprio panorama urbano, proprio per disincentivare gli oziosi, identificati tout court con una fastidiosa ed esecrabile marmaglia.
La panchina, in verità, è un luogo privilegiato che consente di mettersi in assetto di osservazione contemplativa di ciò che accade intorno; è il luogo della calma e dell'immobilità, in contrapposizione con la frenesia della vita moderna (vi ricordate l'azzeccata pubblicità in cui Ernesto Calindri se ne stava seduto comodamente ad un tavolino in mezzo al traffico caotico? Quella pubblicità aveva indovinato ad abbinare il prodotto promoso - un famoso amaro - con la tranquillità dello star seduto appunto); ma la panchina è anche un luogo in cui ci si può fermare a fare uno spuntino che ci si è portato da casa, a bere una bibita rinfrescante oppure a consumare pensierosamente un gelato.Il bello è che, per accomodarsi, non bisogna chiedere il permesso a nessuno nè c'è una tariffa da pagare (in questi nostri tempi moderni, dominati dal business a tutti i costi, in alcuni casi, è proprio questa gratuità a dar fastidio); la panchina è il luogo di conversazioni improvvisate in tempi in cui la gente non si parla più; ma, soprattutto, come dice Sebaste, per tutti questi motivi, la panchina è il luogo del tempo "guadagnato".

Polizzi generosa (2008) -foto di Maurizio Crispi

Già, a ben guardare, la categoria "tempo perso" è una raccapriciante invenzione della modernità velocizzata. Invece, capovolgendo i termini della discussione, se si perde del tempo, si guadagna tempo: nel senso che, soggettivamente, si vive un tempo più lungo.
Ma tutto questo è difficile farlo comprendere ai più giovani che sono stati allevati in una società velocizzata e a regole ferree fortemente condizionanti.
Un esempio.

L'altro giorno è stato un giorno di godimento pieno sotto questo profilo: ho deciso di andare al mare (a Mondello) a piedi. Niente di che, se non si è assillati. Camminando a passo sveltino (ma non troppo) un'ora e 15 minuti per percorrere da casa mia circa 8 chilometri. Ma non è questo il punto. L'essere a piedi induce a ragionare in termini diversi: non si fanno più le cose ad incastro, ma - invece - si accetta il principio di fare soltanto quel che si può. Quindi, al mare sono stato con comodo senza sentirmi costretto a pianificare un ritorno mozzafiato in città per sbrigare qualche incombenza. Alla fine della giornata, quando il sole già tramontava , io e mio figlio siamo andati alla fermata dell'autobus. Con diversi atteggiamenti, tuttavia: io senza nessun assillo; mio figlio, invece, permeato di cultura della "velocità" (portata all'estremo dalla consuetudine con i videogiochi) insofferente e lamentoso delle inevitabili attese. Il viaggio in autobus, poi, è stato un autentico godimento, anche perchè - da una vita - non viaggiavo con questo mezzo. Ho avuto modo - durante il tragitto - di osservare il paesaggio secondo prospettive nuove ed inedite, ma anche gli altri passeggeri. Ed anche questo mi è piaciuto. La fermata utile era un po' lontana da casa e, quindi, abbiamo dovuto fare questo ultimo tragitto a piedi. E, di nuovo, vi è stata la discrepanza di stati d'animo, tra quello sperimentato da me e quello di mio figlio. Io contento di camminare senza fretta alcuna e mio figlio insofferente. Proprio a questo punto, Francesco ha fatto un commento sul fatto che andare in autobus, avendo altri mezzi di locomozione a disposizione, era una perdita di tempo. E' stato qui che ho cercato di spiegargli la differenza tra tempo veloce e tempo lento, tentando di fargli vedere che, se si rinuncia alla velocità, forse si guadagna qualcosa di nuovo ed inedito. Ma non c'è stato verso: il suo retropensiero è rimasto immutato. Magari, un domani, Francesco si ricorderà di questa nostra conversazione e la rivaluterà. Questa, in fondo, è la speranza di ogni genitore: poter trasmettere qualcosa ai propri figli e soprattutto un patrimonio di pensieri e di riflessioni.

Insomma, ogni tanto, bisognerebbe fare qualche piccolo esercizio per provare a sperimentare il tempo lento, come - ad esempio -

  •         sedersi su una panchina e rimanerci seduto per un po' di tempo
  •         dedicare un po' del proprio tempo a camminare a piedi
  •         andare in bici
  •         rinunciare ad infarcire la propria giornata di impegni da superman
  •         stare senza fare niente
  •         guardare le rondini che intrecciano voli in cielo
  •         etc
  •         etc

Insomma attraverso un diuturno esercizio di questo tipo (arricchito dalla fantasia di ciascuno con infinite variazioni), a poco a poco, si potrà entrare nella percezione del tempo "lento" e allora, veramente, qualsiasi posto diventarà un luogo privilegiato per godersi il mondo.

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8 novembre 2019 5 08 /11 /novembre /2019 07:00
(foto tratta da un profilo social FB)

(foto tratta da un profilo social FB)

Ho carpito l'immagine di copertina da un profilo social.

Non appena l'ho vista mi ha immediatamente colpito con forza, perla sua pregnanza iconica e poetica allo stesso tempo.

Cosa ci dice l'immagine?

E' molto semplice, essenziale quasi.

Un adulto e un bambino camminano tenendosi per mano nel bel mezzo di un paesaggio desolato.

Sono intenti nel cammino.
Il guardarli, così, a volo d'uccello fa sembrare entrambe le figurette minute e fragili nell'immensità e nell'asprezza del territorio circostante,una Natura che sembra essere ostile ed impervia.

La strada che seguono sembrerebbe perdersi nel cuore profondo della desolazione: e, benchè non si possa vedere cosa vi sia al di là del dosso, viene facile immaginare che proceda all'infinito.

Dove vanno? Da dove vengono?

Sembrano essere attrezzati per un lungo cammino...

Si staranno raccontando storie mentre procedono, oppure se ne stanno in silenzio, assorti?

Tante domande e, partendo da ciascuna, si può tessere una storia diversa.

Mi piace immaginare che siano diretti verso una radiosa aurora e che presto, per loro, i grigi, i neri e i rossi cupi del terreno che li circonda possano cedere il passo ad una natura ubertosa e fertile. E che il loro andare possa giungere ad una sosta, quanto meno temporanea.

Il cammino è una metafora potente della vita.

Questa foto mi ha ricordato con prepotenza la canzone di Guccini "Il vecchio e il bambino", ma anche il tragico romanzo post-apocalittico di Cormac McCarthy, La strada (e il film crudo che ne è stato tratto), ma anche - giusto per sollecitare delle immagini meno cupe, seppur malinconiche - la sequenza finale di Il Monello di Charlie Chaplin.

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6 novembre 2019 3 06 /11 /novembre /2019 08:55
Piazza Noce, Palermo (Foto di Maurizio Crispi)

Piazza Noce, Palermo (Foto di Maurizio Crispi)

Panchine di solitudine
Ma talvolta di condivisione e di compagnia
Se pare che uno sieda su di una panchina in solitudine,
é anche vero che egli si trova in un’interfaccia
con il mondo che scorre accanto
La panchina è stasi versus movimento
L’immobilità della panchina invita chi è in movimento
a ristare
Mentre il mondo é in affanno, l’appanchinato se ne sta fermo
in sospensione pensosa, contemplativa,
talvolta sentendosi fuori dai giochi
La panchina, dovunque si trovi,
é contemplazione o introspezione versus la vertigine del movimento
Forse, per questo, le panchine nei luoghi pubblici
possono essere così straordinarie
Sono un tramite, una porta, talvolta una finestra
E a me le panchine piacciono sempre:
ognuna di loro per quanto malmessa
ha qualcosa da dire
sia che sia vuota, in attesa di un occupante,
sia che sia temporaneamente abitata
Cosa sarebbero le panchine
se tra le loro differenti proprietà
fossero anche volanti come i tappeti delle magiche storie?
Bisognerebbe ridisegnarne l’intera filosofia e geografia,
allora
E le panchine sono la tua ancora di salvamento,
quando ti ritrovi a corto di argomenti:
panchine per voli della fantasia

 

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2 ottobre 2019 3 02 /10 /ottobre /2019 09:20

Pioggia lenta

Nel silenzio del primo mattino

La città è vuota

Dicono che unghie, peli e capelli

continuano a crescere per un po'

dopo la morte

Come se lo slancio elementare di alcune cellule

tardasse a comprendere il segnale della fine

L'inerzia della vita

Che vuole continuare

Prima del disfacimento

Oppure il segno della ciclicità

e del ritorno di ogni cosa

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4 settembre 2019 3 04 /09 /settembre /2019 08:40
The Secret - August Rodin

Un uomo e una donna,
in piedi
al centro di una piana spoglia,
al crepuscolo

 

Si accostano, come riconoscendosi all'improvviso,
e s'avvinghiano in un abbraccio appassionato,

come fossero i personaggi d'una statua di Rodin

Si baciano a lungo
in un tempo che si fa eterno
e in cui sembrano fondersi l'uno nell'altro

Accanto a loro
sta una figura immobile,
avvolta sino ai piedi
in un lungo saio grigiastro,
la testa coperta da un ampio cappuccio
e il volto in ombra
Parrebbe una statua di sale
minacciosa

 

Ha piovuto

 

Nell'aria si diffonde un intenso odore
di terra bagnata
di foglie secche,
e, nello sfondo olfattivo,
s'avverte anche un lieve sentore ammoniacale

 

Questa è la storia,
un infinito ritorno

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19 agosto 2019 1 19 /08 /agosto /2019 17:36
Il dormiente, foto di Maurizio Crispi
Il dormiente

Mi sento pervaso da un senso di estraneità e spaesamento
A volte più forte che mai:
e allora mi sento veramente senza una patria
Quanto più mi sento radicato,
tanto più sono sradicato da ogni luogo
Forse perché il posto dove mi sento più radicato
è una roccaforte isolata situato nel mio intimo
il ritiro ultimo dove rifugiarsi
Ce la metto tutta,
ma i miei sforzi sono vani
rimango estraniato,
estraneo a me stesso e al mondo,
straniero in terra straniera
ed anche in terra amica

Questa notte ho fatto un sogno
Ero in un posto che, ad occhio e croce,
assomigliava alla casa di Altavilla e al terreno circostante
Dovevo ricevere la fornitura di acqua per l'irrigazione
Avevo aperto i rubinetti e i miei sensi erano all'erta
L'acqua con grande scroscio cominciava ad arrivare e a riempire i serbatoi
Ma, all'improvviso, qualcosa andava storto
altissimi zampilli cominciavano a schizzare verso l'alto
dalle giunzioni dei tubi

Succede di solito, perché la pressione dell'acqua è forte,
ma stavolta si trattava di qualcosa di anomalo,
d'un vigore quasi apocalittico
E, infatti, all'improvviso, grosse pietre
cominciavano a venire fuori dai muri della casa
e dalle pareti della vasca di raccolta,
quando la malta che le teneva unite 

si andava liquefacendo (era questa l'impressione)
Tutto veniva portato via come da un maremoto,
un'onda di Tsunami,
una esondazione
ma quella più temibile era la fase micidiale del risucchio
provocato dal ritirarsi delle acque che hanno profanato la terra

Mi ritrovavo sconsolato a guardare il disastro
Laddove c'era la casa
ora c'erano soltanto mucchi di pietre traballanti e pericolanti,
enormi buchi nei muri
o meglio dei loro frammenti rimasti in piedi in equilibrio precario
Ma non fuggivo via
Mi vedevo, anzi, mentre mi davo da fare a preparare il cemento
e, senza nessun criterio, mettevo cazzuolate qua e là
per rabberciare i buchi
per tenere assieme i massi pencolanti,
per rimediare in qualche modo
Capivo tuttavia
che tutto questo mio agitarmi era assolutamente inutile
Una sinecura
Eppure, iterativamente,
continuavo a riempire caldarelle e buttavo l'impasto di cemento qua e là,
a casaccio
quasi fosse soltanto un'azione rituale,
un apotropaismo per scongiurare mali peggiori
di cui l'evento di cui ero stato vittima e testimone
era soltanto l'annuncio ominoso
Alla fine, c'era vicino a me mio fratello
nella sua carrozzina
Lo mettevo a suo agio con il tavolo davanti
e con il giornale ben dispiegato, come facevamo un tempo
La sua presenza era rassicurante e benevola

E qui il sogno finiva

This must be the place

 

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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