Il 21 giugno è ricorso il sesto anniversario della morte di mio fratello Salvatore.
Sei anni fa, nel 2015, attorno alle 20.30, mio fratello Salvatore, all'improvviso, ci ha lasciati.
Noi siamo rimasti indietro, mentre lui è andato avanti, altrove.
Noi siamo rimasti a dover gestire dentro di noi un grande, incolmabile, vuoto.
La sua vita è stata di esempio. Operosa, benchè lui stesso fosse gravemente disabile, nella sua lotta generosa e intelligente a favore delle persone con disabilità.
Con le sue azioni e con le sue convinzioni ha dato speranza molti ed è riuscito a riunire tanti gruppi sparsi attorno ad un grande progetto comune.
La memoria di lui rimane sempre viva in tutti quelli che gli sono stati vicini, oggi come ieri.
Dovunque egli sia, ora egli ci guarda e ci osserva, con il suo sorriso benevolo: io, almeno, voglio pensare così.
Questo ha scritto Rosario Fiolo per ricordarlo:
(21 Giugno 2021) Sesto Anniversario della scomparsa di Salvatore Crispi, Presidente del Coordinamento H della Regione Siciliana:
"Il Gigante dei Diritti delle Persone con Disabilità".
Abbiamo bisogno, oggi più che mai, in un momento di grande crisi come questo, di fare riferimento a "giganti" come Salvatore Crispi.
Un momento tragico in cui sembrava che l'unione dovesse prevalere e, invece, in questo periodo, sembra che si vada in direzione opposta.
Ma solo l'esempio di un uomo come Salvatore Crispi che ha impostato la sua vita all'insegna di Solidarietà, Condivisione, Altruismo ci può aiutare a superare la crisi.
Salvatore Crispi ci ha lasciato in eredità questi valori e la sua idea la metteva in pratica con il "Coordinamento".
Coordinamento: mettere insieme le differenze e creare interazione tra le parti per raggiungere obiettivi comuni.
Dobbiamo continuare a portare un contributo nel solco da lui tracciato e insistere a lottare per la garanzia dei diritti delle Persone con Disabilità affinché ognuno di loro possa realizzare il proprio Progetto di Vita.
Grazie sempre Salvatore.
Le strade sono sempre davanti a me
Ci sono ancora strade su cui continuo a camminare,
mentre alle mie spalle
sbiadiscono quelle che sinora ho percorso
Ci sono ancora altre strade da percorrere
e altri traguardi da raggiungere
e da lasciarsi alle spalle
Si va sempre avanti,
portando sulle spalle
un bagaglio di pensieri, parole ed opere
sempre più pesante,
pesante ma prezioso
e, dunque, leggero
Siamo qui
Siamo noi
Evolviamo
Cambiamo
Camminiamo
Avanti
Davai
Avanti
Davai
Maurizio Crispi (26 maggio 2025)
Corsa divergente (elaborazione di una foto mia)
Le strade si dipanano di continuo davanti a noi
Le strade corrono e si svolgono sotto i nostri piedi
un nastro infinito su cui è scritta una storia infinita
Non siamo noi a camminare, ma sono le strade a portarci
La strada della vita è interminabile,
potrà essere corta o lunga
ma sempre interminabile è,
fatta di istanti eterni e faticosi,
qualche volta veloci
perché vi si accendono improvvisi sprazzi di gioia
illuminati da un repentino fascio di luce
oppure quando si penetra nell'oscurità verdognola e frusciante
dell'ombra fitta di grandi alberi che le fiancheggiano
Oppure, quando all'alba,
si vede, nella lontananza,
un coniglio che, al rumore dei passi, si blocca spaventato
e poi fugge via a rapidi balzi, dileguandosi nel fitto dell'erba
Siamo soli, sulla strada,
a volte in compagnia
ma è solo per brevi tratti
Ci sono camminatori-lettori
Ci sono camminatori-scrittori
Ci sono camminatori esploratori e raccoglitori
che amno imboccare le vie laterali
alla ricerca dell'imprevisto
e dell'anomalia
Leggiamo e scriviamo, mentre camminiamo sulla strada,
a volte scriviamo le nostre memorie e i nostri ricordi
a volte sogniamo
la strada è anche fatta delle pagine del mondo
che scorrono nella nostra testa
a volte affastellate,
a volte fruscianti come un mazzo di carte che viene rimescolato,
altre volte una alla volta, pagine intonse mai lette prima
e tutte ancora da esplorare,
ancora vergini si potrebbe dire
pagine spiegazzate e gualcite per una lunga consuetudine,
così consumate da apparire come un esile trama
che si sbriciola al più delicato tocco
pagine che ci raccontano storie
e poi volano via nel vento
pagine già lette e ben conosciute,
amate, adorate, ma anche odiate
pagine brancicate dal diuturno uso
A volte ci si ferma smarriti,
in attesa di un segno,
per indovinare in quale direzione prendere
Altre volte dei bivi, trivi o quadrivi
ci confondono
ed anche qui ci fermiamo in attesa di un segno
o di una guida temporanea
Ma la pagina più bella è quella
che racconta di quel meraviglioso ricordo
sepolto nella mente, da tempo immemore,
e che, all'improvviso, balza fuori prepotente
per dirci qualcosa
E poi ci sono altre pagine,
quelle che si scrivono da sé, mentre viviamo
e che ci raccontano il momento presente
Sono sulla strada e cammino
non mi fermo mai
qualche volta, sopraffatto dalla stanchezza
trascino i piedi e sonnecchio,
come fanno i cavalli o i delfini
con una parte della mente soltanto
attiva e vigile a livello subconscio a tenere i comandi
per una guida automatica, per così dire.
e l'altra parte sognante
Se il sonno si approfondisce, barcollo o incespico
ma poi riprendo l'equilibrio e ricomincio ad andare
La strada non ha mai una fine
procede all'infinito
Ogni tanto c'è una deviazione, talaltra un dosso da superare
e ci si chiede cosa ci sia dietro la curva o dietro quel colle,
quale infinita prospettiva ci possa riservare
Queste sono le uniche variazioni di rilievo
Il vero paesaggio e i suoi mutamenti straordinari
sono dentro la mente del viandante
e dentro la mia
Quando ero piccolo piccolo,
appena un soldo di cacio,
- ovvero un bimbetto scuro e scontroso, sempre con il broncio -
se mi chiedevano:
"Cosa vuoi fare da grande?",
rispondevo con assoluta serietà,
"Voglio fare il vagabondo!"
- Era il mio manifesto e il mio proclama di intenti, inconsapevole -
E poi crescendo conobbi le meravigliose avventure
da outsider,
quelle degli hobo
e dei vagabondi delle stelle on the road,
ma solo in una pallida parvenza,
senza estremi,
quel tanto che bastava per sognare l’avventura dell’ignoto
(in sicurezza, per così dire)
Questa notte ho sognato che ero su di una strada,
a piedi, accompagnato dal mio cane o dai miei cani,
forse c'erano altri con me
ma erano volti anonimi
il cammino era arduo e faticoso,
bisognava superare un forte dislivello
per raggiungere una meta transitoria
(ma sappiamo che le mete sono sempre transitorie,
mai definitiva)
Ed io spiegavo a questa occasionale comitiva di viandanti
una possibile variante del cammino
che avrebbe consentito di camminare in natura
evitando le strade di grande traffico
E che Cammino era quel cammino!
Mi infervoravo sempre più mentre lo descrivevo
- da avvocato di cause perse -
come se lo avessi percorso decine di volte
Cercavo di convincere i miei invisibili interlocutori
che era quella la strada da seguire
quella più bella e gratificante
No pain no gain, dicono alcuni
E c'era una pagina che volava via nel vento
come una foglia secca
e che ho afferrato con un improvviso guizzo
Su di essa c'era scritto: Our earthly condition is that of passers-by
of incompletess moving toward fulfilment
and therefore of struggle
«C'è sempre un dopo, adesso lo so. Almeno finché non moriamo. A quel punto, immagino che esisterà solamente un prima.»
Stephen King, Later
Ho la mia età, su questo non c'è alcun dubbio.
Ma non ci penso, solitamente.
Interiormente mi sento ancora giovane.
Ma soprattutto invincibile e invulnerabile.
Mi sento in condizione di tirare la carretta da solo, con persone e parafernalia a bordo.
E ci sono anche i cani di cui occuparmi.
Nessuno che mi sostituisce e nessuno che mi possa sostituire.
Vado avanti, giorno dopo giorno.
Eppure ci sono eventi che capitano all'improvviso e che mi fanno ricredere.
Allora, in questi casi, mi sento in preda all'angoscia.
Penso al domani, ad un momento in cui non potrò farcela da solo, ma anche a quando non potrò più sbrigare le diverse faccende che gravano sulle mie spalle.
Se fossi inabilitato, chi andrà a fare la spesa per me? Chi si occuperà di Gabriel, mentre mia moglie lavora? Chi farà passeggiare i cani?
Penso in queste circostanze a scenari terribili e cupi, specie in questi tempi di Covid.
Ieri mi sono azzoppato a causa di un improvviso strattone di Black che è un grosso bestione dotato di una forza micidiale: mi sono trovato sbilanciato in avanti e mi si è stirato il polpaccio. La conseguenza una contrattura dolorosa. Mi sono ritrovato zoppicante e parzialmente inabilitato per più di un giorno. Ma superata la fase acuta lo sono tuttora.
Nello stesso tempo, nella classe di Gabriel un bimbo, suo compagno, è risultato positivo al test. Conseguenza: tutta la classe in DAD per almeno 14 giorni, ma nello stesso tutti quelli della classe sono a rischio di contagio così come i loro familiari stretti.
Sabato, cioè a fine settimana, andremo tutti a fare il tampone rapido al Drive-in della Fiera del Mediterraneo.
Ma sapere questo non è sufficiente, poiché anche la minaccia incombente - per quanto lontana - di poter essere positivo al test oppure di cominciare all'improvviso a presentare i sintomi del Covid, hanno provocato in me una prorompente angoscia.
La mia ipocondria di base fa il resto e apre scenari mentali davvero inquietanti e insostenibili.
Come se fossi sull'orlo della fossa e nella necessità di dovere cominciare a congedarmi da tutto e da tutti.
E non si è mai pronti a questo.
E intanto, uno dei meccanismi che ci consente di mantenerci fluttuanti nell'incertezza è il pensare che certe cose ancora in sospeso si potranno fare dopo, più tardi, ...later...
Anche se poi non è così, perchè la dura realtà é che, prima o poi, arriva l'improvvisa cesura, quando le Parche tagliano definitivamente il filo della tua vita. E a quel punto non ci sono contrattazioni possibili. Non c'è più tempo...
Stephen King, Later (nella traduzione di Luca Briasco), Sperling&Kupfer, 2021
Ambientate nel secondo decennio del 2000, le vicende raccontate in questo romanzo breve di Stephen King, hanno come protagonista James "Jamie" Conklin, un ragazzo che vive con la madre single, Tia Conklin, a New York.
Jamie ha la capacità di vedere e parlare con i morti ed essi sono obbligati a dire sempre la verità a tutte le domande del ragazzo (l'unica persona che sa del suo potere è sua madre). Jamie ha anche uno zio di nome Harry, che vive in una casa di cura a causa della malattia di Alzheimer a esordio precoce.
Indubbiamente, il romanzo di Stephen King contiene una profonda riflessione sul "dopo" che ci attende e sull'aldilà, pur affrontata attraverso la lente del genere horror e del "pulp".
Ecco come Stephen King esplora il tema del "dopo" nel romanzo:
Innanzitutto vi è il "dopo" immediato. Il titolo stesso gioca sulla parola "dopo" (later). Jamie, il protagonista, scopre che esiste un brevissimo intervallo di tempo subito dopo la morte in cui lo spirito rimane legato al mondo fisico. In questa fase, i defunti non possono mentire, suggerendo ciò che la morte spogli l'essere umano dalle sovrastrutture e dai segreti terreni.
In secondo luogo, la natura dell'aldilà. King non descrive un aldilà religioso tradizionale (come paradiso o inferno), ma piuttosto come uno stato transitorio e potenzialmente inquietante. Gli spiriti appaiono con le ferite subite al momento del decesso e svaniscono gradualmente, diventando sempre più simili a echi sbiaditi della loro vita precedente.
(Risvolto) "Solo i morti non hanno segreti". Jamie Conklin ha proprio l'aria di un bambino del tutto normale, ma ci sono due cose che lo rendono invece molto speciale: è figlio di una madre single, Tia, che di mestiere fa l'agente letterario, e soprattutto ha un dono soprannaturale. Un dono che la mamma gli impone di tenere segreto, perché gli altri non capirebbero. Un dono che lui non ha chiesto e che il più delle volte non avrebbe voluto. Ma questo lo scoprirà solo molto tempo dopo. Perché la prima volta che decide di usarlo è ancora troppo piccolo per discernere, e lo fa per consolare un amico. E quando poi è costretto a usarlo lo fa per aiutare la mamma, lo fa per amore. Finché arriva quella dannata volta, in cui tutto cambia, e lui è già un ragazzino, che non crede più alle favole. Jamie intuisce già, o forse ne è addirittura consapevole, che bene e male non sono due entità distinte, che alla luce si accompagnano sempre le tenebre. Eppure sceglie, sceglie la verità e la salvezza. Ma verità e salvezza, scoprirà tempo dopo, hanno un prezzo. Altissimo.
Later è una nuova variazione King sul tema del bene e del male, un romanzo - come sempre - pieno di emozione e tenerezza nei confronti dell'infanzia e della perdita dell'innocenza, ma anche una riflessione matura sulla nostra possibilità di scegliere. Con un tocco di affettuosa ironia nei confronti dell'operoso mondo che ruota attorno a un grande autore.
Ho letto (ma prima ancora sentito in radio) la notizia che, a causa dell'erosione, una parte di terreno dove era allocato un cimitero da qualche parte in Italia è franata in mare...
E' accaduto a Camogli, in Liguria. E naturalmente la magistratura ha aperto un'inchiesta, poichè molti degli abitanti di Camogli e fruitori del cimitero hanno da tempo e ripetutamente segnalato a chi di dovere (benchè, a quanto pare, infruttuosamente) la comparsa di vaste fenditure nell'area del cimitero prospiciente sul mare.
Ecco la notizia (reperibile su internet):
Una porzione del cimitero di Camogli (Genova) è franato in mare. Diverse bare sono finite in acqua. Residenti e amministratori della località turistica della riviera ligure di levante hanno osservato increduli la scena dalla costa.
Il crollo sarebbe stato provocato dall’erosione della falesia sotto all’area cimiteriale, aggravata con ogni probabilità dalle violente mareggiate che hanno colpito la Liguria negli ultimi anni. Tino Revello, assessore ai Lavori Pubblici del comune di Camogli, ha spiegato all’ANSA che la zona era sotto osservazione da tempo ed erano in corso lavori per il consolidamento della falesia rocciosa sotto al cimitero: “l’area era stata anche transennata perché negli ultimi giorni si erano uditi strani scricchiolii”. Tuttavia un simile crollo non era prevedibile, afferma il sindaco di Camogli Francesco Olivari. “Vicino all’area del crollo - ha spiegato il sindaco - sono in corso lavoro di consolidamento della falesia. Da una prima analisi, ma solo domani potremo fare esami più accurati, emerge che è stato un crollo difficilmente prevedibile e contenibile. Sulla cima di questa falesia c’erano una serie di loculi che sono precipitati”.
E, così, molte delle bare, improvvisamente strappate al loro riposo sotterraneo, hanno preso il largo tra i flutti procellosi.
E' un'immagine drammatica, ma forse al tempo stesso romantica, questa di centinaia di bare che hanno preso il largo e che fa pensare con immediatezza a Queequeg, il fiociniere polinesiano che, pensando che sia giunta la sua ora, cioè il tempo per morire, si fa costruire dal carpentiere di bordo una bara che comincia ad usare per dormirci. Ma poi decide di venire e la bara non è più necessaria per fini sepolcrali.
Con l'affondamento del Pequod la bara vuota e ormai non più reclamata dal suo committente (che è morto in mare per via di uno degli attacchi della Balena Bianca) e inservibile quindi per una futura sepoltura in terra sarà una vera e propria scialuppa di salvezza (a lifebuoy) per il narratore Ismaele.
E quindi, pur nella drammaticità dell'evento, non ho potuto non rappresentarmi queste bare che, dopo una forzata immobilità, prendono il largo alla volta dei sette mari.
Sicuramente verranno recuperate: ma io sono contento di pensare che siano lì a compiere questo insperato viaggio verso i confini del mondo.
Questa narrazione ci dice che, in questi tempi di Covid, con tutte le restrizioni imposte da una condizione di necessità, con le solide reti di solitudini intessute attorno a noi, persino i morti non ne possono più di lock down e che vogliono intraprendere un viaggio avventuroso verso l'ignoto.
C'è sempre la possibilità di dare letture diverse di uno stesso evento. E ciò che può sembrare una sciagura, una iattura, un disastro può tramutarsi in una narrazione di tipo diverso che ne sottolinei maggiormente la qualità di punto di svolta, di evento fondante per un nuovo corso delle cose.
Prima di chiudere questa riflessione, provo ancora a immaginare queste bare naviganti, nell'ipotesi che alcune di esse siano sfuggite ai tentativi di recuperi (mi ritrovo quasi a fare tifo per loro) e mi viene da pensare alle sepolture in mare degli antichi Vichinghi, popolo di conquistatori e di navigatori, quando una nave attrezzata di tutto punto veniva abbandondata alla deriva con la salma dell'estinto perchè egli potesse avere nell'ultimo viaggio, che lo avrebbe condotto nell'ignoto e nel cuore del mistero, tutto ciò che gli serviva e che potesse continuare nell'altra vita ciò che aveva fatto in questa vita terrena.
Osservare le vecchie foto o frammenti di video mi dà una sensazione di estraniamento.
Sono io, eppure non sono io, sono quello di un tempo antico.
Quelle immagini, statiche o in movimento, sono frammenti di un tempo trascorso e perso: fonti visive si potrebbe anche dire, testimonianze che riemergono come reperti fossili.
Si guardano [io le guardo così, quanto meno] con la sensazione straniante di osservare non visto la vita di un altro con le sue stramberie, le sue idisioncrasie, i suoi tic.
Eppure mi rendo anche conto, a volte con fastidio, che quelle cose mi appartengono, come anche (in certe immagini piuttosto infelici) quell'aria di tronfia sicumera, quel modo di parlare e quella mimica e quella gestualità.
Sono tutte cose che mi appartengono, mie, eppure le respingo.
Io nel frattempo sono andato avanti e ho lasciato indietro interi pezzi di me: un insieme di cose sepolte nelle brume di un passato remoto.
Andare a guardare dentro un PC non usato da tempo e scovare vecchie gallerie fotografiche, per alcuni versi, è come entrare nella camera funeraria di una sepoltura ancestrale. C'è l'alto rischio di scatenare fantasmi e di suscitare sventure, come nel caso della maledizione di Tutankhamon che fece seguito all'apertura di quella sepoltura rimasta chiusa per millenni.
Lasciamo tracce, tracce dovunque.
Dovunque passiamo, dovunque siamo stati, come se la nostra vita e i luoghi del nostro passaggio fossero le scene di un crimine.
Lasciamo dovunque qualcosa, così come da ogni dove portiamo con noi qualcosa di nuovo o qualcosa di cui ignoriamo consapevolmente l'esistenza, ma che è diventato parte integrante del nostro bagaglio di esperienze e dei nostri gusti o preferenze.
Una sorta di "scambio colombiano" della psiche.
A causa di ciò, siamo esseri stratificati.
E siamo noi le nostre stesse fonti storiografiche.
Siamo noi a scrivere la storia, ad intesserla, giorno dopo giorno, a farla e a disfarla. Il passato nella memoria non è immutabile, scolpito una volta per sempre, ma è plastico, una materia duttile che viene di volta in volta rimodellata.
Pezzi: siamo fatti di tanti pezzi, come dice la canzone di De Gregori.
Pezzi che si mettono assieme in un tutto unico ed originale.
Qualcuno ci ricorderà, qualcun altro no. Ma quei ricordi saranno tutti diversi, poiché a ciascun altra persona nel mondo abbiamo dato modo di accedere ad una parte diversa del nostro essere, una diversa sfaccettatura.
Ed ieri ho ricevuto la triste della dipartita del signor Giacomo Minutella, nostro portiere da una vita, sino a pochi anni fa, quando il sopraggiungere degli acciacchi non gli ha più consentito di tenere la postazione. Solo allora, aveva receduto, costretto dalle circostanze e dall'evidenza di una limitazione fisica non più negoziabile.
Il signor Giacomo, nato nel 1935, è stato sempre una persona laboriosa e industriosa, pilastro della sua famiglia (e lo era stato anche prima di sposarsi, poiché rimasto orfano anzitempo, da primogenito era diventato anzitempo capofamiglia), ma anche pilastro del nostro condominio, sempre pronto a provvedere in molteplici modi e ad essere d'aiuto: non ha mai tradito le sue radici paesane e campagnole ed è sempre stato un valente giardiniere. Ho appreso da lui molte cose, sotto questo profilo. Nello stesso tempo, con la sua scelta di venire in città a lavorare da portinaio, ha consentito ai suoi figli di compiere dei percorsi di istruzione superiore e di trovare una loro via professionale. Encomiabile davvero.
Qui, in via Lombardia 4, lo ricorderemo sempre perché è stato un pezzo importante nella vita di tutti noi condomini e della mia famiglia, in particolare. La mamma sapeva che poteva sempre contare su di lui, se lei avesse avuto aiuto per mio fratello per un'improvvisa emergenza, come più volte si è verificato nel corso del tempo.
Se n'è andato non per Covid, occorre dire: anche se in questi tempi di pandemia è difficile ricordarsi che si continua a morire per altre cause.
Ieri, esalando l'ultimo respiro al termine del suo percorso longevo e operoso, ha raggiunto la moglie Antonietta e adesso può riposare in pace nel ricordo dei figli e dei nipoti, ma anche di tutti coloro che l'hanno conosciuto.
Ieri camminavo per la via: ed ero uscito con i miei cani a passeggio più tardi del solito orario antelucano.
Mi piace camminare nel buio che precede il primo mattino, quando per strada non c'è nessuno: solo qualche ombra distante che posso facilmente schivare.
Ma l'altra mattina ho fatto tardi: ero dispiaciuto perché c'era, a mio avviso, troppa gente per strada ed era rovinata così la magia della città vuota, buia e silente.
Più ancora che dispiaciuto, infastidito devo dire.
Vedere gente che si affrettava al lavoro o genitori che accompagnavano i propri bimbi a scuola, interi gruppi di persone che incrociavano la mia traiettoria.
Mi sono sentito disturbato da questi incontri ravvicinati, con un pizzico, forse, di reazione fobica.
Cercavo di creare con il mio passo una traiettoria divergente. Ma non sempre mi è stato possibile.
Ho benedetto il momento in cui sono rientrato a casa.
Mi chiedo se questa mia reazione non faccia parte della "sindrome della capanna" di cui tanti parlano come post-effetto di questi tempi di Covid.
Siamo a quasi un anno dall'avvio delle prime ristrettezze dovute all'esordio della pandemia in Italia. Ma già esattamente un anno fa l'epidemia era nel pieno a Whuan in Cina.
Un intero anno della nostra vita segnato dalla pandemia: quando ne usciremo?
Intanto, in Italia, mentre ci si avvia al viraggio al giallo nella maggior parte delle regioni, vengono avviate delle micro-zone rosse per contenere i primi focolai di varianti.
Detesto questa incertezza, eppure nello stesso mi rendo conto che la costante incertezza e il permanere delle difficoltà in qualche modo oscuro, mi sollecitano: quanto meno si tratta di uno stato d'animo che attiva dentro di me l'introspezione.
Intanto, si procede verso il megarimpasto del governo che sarà presieduto da Mario Draghi, galantuomo e competentissimo, pronto a sorridere (quando è senza mascherina), ma con lo sguardo di ghiaccio.
Alla fine, sciolte le riserve e le opposizioni tutti sono saliti sullo stesso carro...
Ed anche qui staremo a vedere... Qui gatta ci cova, dicono alcuni...
Cu issu
cu issu
cu issu e senza issu
La citazione di prima era parte di una storia che mi raccontava mio padre, a proposito dello sgangherato esercito borbonico, o almeno di alcune sue formazioni costituite da illetterati poverelli che venivano dalle campagne e privi di una qualsiasi forma di istruzione. per insegnar loro a marciare - mi raccontava mio padre - sulla gamba destra o sinistra adesso non ricordo gli istruttori tracciavano un segno con il gesso (issu) o appiccicavano dell'erba, in modo tale che fosse alle reclute facile distinguere la destra dalla sinistra, poiché spiegare a voce sarebbe stato molto più complicato e l'esito non sarebbe stato certo.
Ed ancora, qui gatta ci cova: ci si ritrova con la prospettiva di un governo istituzionale (che, per la verità, potrebbe essere parzialmente tecnico, con dei decisori "tecnici collocati nei posti più cruciali) in cui eccellenze ed escrescenze (si veda il libro "I cazzari del virus. Diario della pandemia tra eroi e chiacchieroni" con una raccolta dei pezzi di Andrea Scanzi su Il Fatto Quotidiano) saranno combinate in vari modi. Quelle escrescenze che ci tormentano e di cui sarà sempre oltremodo difficile, se non impossibile liberarsi. E, a volte, purtroppo sono proprio le escrescenze a prendere il sopravvento, quasi fossero una muffa maligna che colonizza ogni cosa, soffocandone la vitalità.
Nella letteratura sugli zombi, in una delle più recenti saghe (quella di Manel Loureiro, ovvero "Apocalisse Z") vi si dice che gli zombie non sono eterni, ma che - ad un certo punto - la loro condizione non più vita viene soffocata dalle muffe che, dopo un po', cominciano ad allignare su di loro e al loro interno.
Oggi, sono stato al funerale del signor Giacomo.
In chiesa eravamo tutti con l'opportuno distanziamento e in mascherina, senza potersi toccare e abbracciare: è stta per mela prima volta in assoluta di una messa in suffraggio in tempi di Covid. Ed è anche dolente constatare che in un'occasione del genere, mesta ovviamente, ci si ritrovi con persone che non si vedono da una vita e e che, almeno per molto altro tempo, si continuerà a non incontrare in normali circostanze.
C'è una guerra: una spedizione navale è in partenza per riconquistare l'isola non lontana che è stata invasa dai nemici.
E vedo sfilare le navi da guerra, una appresso all'altra, in formazione.
Ma, nello stesso tempo, scorgo delle navi nemiche che, in lunga fila, stanno arrivando verso la terraferma.
Si prepara un grande scontro, definitivo.
Queste navi - mi ritrovo a pensare - non sono certo espressione degli armamenti più moderni: sembrano piuttosto una flottiglia messa assieme alla buona, con i navigli più disparati e in diverso stato d'uso. Una specie di armata brancaleone del mare, insomma.
O anche, passando ai toni dell'epopea, mi pare di vedere la flottiglia delle più disparate - a vela o a motore - imbarcazioni civili che partirono dalle coste di Albione per salvare l'armata inglese chiusa nella sacca di Dunkerque.
Vengo incaricato di raggiungere un grande cargo ormeggiato a poca distanza della costa, privo di tutto le sovrastrutture.
L'uomo al comando mi spiega che quel cargo, ormai ridotto ad un guscio vuoto, è utilizzato come deposito per scorte di acqua potabile e di carburante che saranno preziosi per l'esito della guerra in atto.
Il mio compito è di raggiungerlo con una piccola imbarcazione e di presidiarlo, soprattutto per evitare che, mollati gli ormeggi, se ne vada alla deriva sino ad incagliarsi o ad affondare.
Sugli ordini non si discute.
Quando arrivo non c'è nessuno a bordo.
Nessuna traccia di vita.
Preso atto di ciò, mi addormento e mi risveglio, dopo un lungo sonno, per scoprire che sono trascorsi ben undici giorni.
Non ho memoria di nulla. Non so bene cosa sia successo nel frattempo.
La guerra a quanto pare è finita: infatti, il cargo ora è ormeggiato quietamente ad un lungo molo.
Vorrei mettere qualcosa sotto i denti perchè avverto i morsi della fame dopo tanti giorni di letargo.
Ma ci sono solo delle merendine industriali.
Dopo, scendo dalla nave e comincio a costruire un muro a secco con delle grosse pietre.
Per quanto mi sforzi continuo a non ricordare nulla del mio passato.
Il passato è passato, pensiamo al futuro adesso - mi dico.
Ho camminato per le strade
Negozi chiusi e smantellati.
Vetrine vuote.
Saracinesche perennemente abbassate, con cumuli di rifiuti spinti dal vento davanti.
Cartelli di vendesi o di affittasi oppure di cessione dell'esercizio commerciale.
Passanti in maschera.
Cani in maschera.
Anche i gatti con la maschera, ma loro indossano anche un respiratore da palombaro.
E' questa la guerra, forse.
La guerra contro un nemico invisibile e dai molti volti.
Ci siamo cascati.
A forza di smantellare il pianeta siamo arrivati al punto di non ritorno.
E se - a dispetto dei facili ottimismi - il virus diventasse sempre più letale, attraverso successive mutazioni?
Stiamocene a casa a coltivare il nostro piccolo orticello.
Prendiamo un libro e leggiamo.
Oppure dormiamo.
Facciamo come il dormiglione di Woody Allen oppure come quel Rip Van Winkle (la nota creazione letteraria di Washington Irving) che, dopo essersi addormentato, si risvegliò ben vent'anni dopo, avendo saltato a pie' pari la rivoluzione americana e i primi anni della nuova repubblica.
I morti, quelli che non ci sono più o che, semplicemente, sono rimasti indietro da qualche parte.
A volte penso che essi, in qualche modo, rimangano vicino a noi, che ci guardino
Ombre, anime, spiriti, non so.
Altre volte, più razionalmente, penso che siano costrutti nella nostra mente e che semplicemente essi siano con noi solo perchè li pensiamo e ne serbiamo il ricordo.
E che, quando noi saremo morti a nostra volta, essi semplicemente svaniranno con noi.
Pensandoli, comunque, o percendone la presenza accanto a noi come angeli custodi, noi a volte interpretiamo, costruendo una pararealtà, talvolta è come se proprio - anche se in maniera benigna - delirassimo.
Una volta mi è successo questo. Ero nella stanza che era stata la stanza da letto mia e di mio fratello e poi sua soltanto. Era inverno.
Qualche tempo dopo la morte di mio fratello (lui morì a giugno), ogni volta che ci entravo, sentivo un soffio d'aria fredda che mi colpiva e che aleggiava attorno a me. E ciò capitò per diversi giorni di seguito. Era qualcosa di perturbante: sembrava che attorno a me spirasse un alito freddo.
Mi ritrovai a pensare più volte: "Ecco, è mio fratello, è qui accanto a me e ogni volta che entro nella sua stanza egli si fa sentire, per dirmi che lui c'èqui con me".
In realtà, come scoprii poi, la finestra, il cui fermo non funzionava alla perfezione, per un colpo di vento si era aperta rimanendo non vista (nascosta com'era dietro la tenda tirata) e quel soffio era dovuto al refolo d'aria che passava attraverso il varco.
Ci sforziamo di mantenere vivi i morti, come quando facciamo la contabilità della loro età, al trascorrere di ogni anno, e tenendo conto scrupoloso di tutte le ricorrenze che li riguardano, festeggiandoli privatamente anche. E ciò a prescindere dalle ritualità del giorno dei Morti.
Mio padre e mia madre, nati entrambi nel 1918, avrebbero oggi 102 anni, mentre mio fratello, nato nel 1947, ne aavrebbe compiuti oggi 73, due più di me.
A volte parliamo con loro, i nostri estinti. Ricordo che mia madre, nei momenti di sconforto, soprattutto negli ultimi anni, chiamava spesso la sua mamma: "Mamma!". E ciò mi colpiva molto, soprattutto per l'intensità delle sue invocazioni. Come se volesse dire: "Mamma, dove sei? Ti vorrei qui vicino a me! Aiutami!".
Ma la cosa più forte è che spesso, rispetto a loro, ci sentiamo dei sopravvissuti.
Ci sentiamo come se li avessimo lasciati indietro, rispetto a noi, le cui vite, invece, sono procedute in avanti.
Per esempio, mio padre è morto quando aveva compiuto appena 54 anni.
Io ho atteso, nel volgere degli anni, di arrivare a quella stessa età, pensando che quello sarebbe stato un fatidico giro di boa nella mia esistenza. E quando, senza traumi e senza incidenti, ho superato il mio cinquantaquattresimo anno, ho cominciato a dirmi: "Ecco, ora sono diventato più vecchio di papà!". Lui è rimasto indietro, ed io, sopravvissuto, sono andato avanti, raggiungendo tappe dell'esistenza che a lui sono state precluse, dal caso e dalla necessità. E naturalmente io posso solo ricordarlo come cristallizzato nel tempo con l'aspetto che aveva nel giorno della sua morte.
E così è stato, quando ho raggiunto e superato l'età di mio fratello, che mi ha lasciato molto più di recente.
Sì, siamo dei sopravvissuti ed è per questo che non possiamo non guardare di continuo ai nostri morti.
Essi sono sempre con noi.
Tutto ha inizio da un appuntamento in un luogo solitario, in natura.
Mi vedo con questa donna che non incontro da tanto tempo.
Abbracci appassionati, baci.
Il desiderio che monta.
Rapimento ed estasi.
Saliamo in auto per spostarci in un posto più riparato dove dare corso al nostro bruciante desiderio.
La strada scende verso un paesaggio costiero di bellezza ineguagliabile
Rapidi e frequenti tornanti e, ad ogni tornante, il mare scintillante si fa più vicino.
Viaggio speditamente per bruciare il tempo.
Una guida che non è la mia solita.
Ad ogni curva, taglio per mantenere velocità e assetto.
Poi ad un nuovo tornante, quando sono lì per impostare la traiettoria, all'improvviso il volante si blocca e non risponde più al mio tocco.
L'auto prosegue dritta perla sua traiettoria in un inebriante salto nel blu.
Il senso di impotenza è sopravanzato dalla meraviglia.
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre
armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro
intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno
nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e
poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a
fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.