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29 gennaio 2014 3 29 /01 /gennaio /2014 10:56
The Last Waltz - locandina del film

(Maurizio Crispi) The Last Waltz - L'ultimo valzer (1978) è un film di Martin Scorsese che racconta l'ultimo grandioso concerto del gruppo rock di origini canadesi "The Band" (con l'intercalare di una serie interviste con i diversi componenti della band) dopo 18 anni di carriera (successivamente, nel 1993 The Band si riunì per un breve arco di tempo e produsse tre nuovi album).
Vidi la prima volta il film al tempo della sua uscita nelle sale cinematografiche e ne rimasi profondamente colpito, emozionato.
E fui realmente dispiaciuto quando il film finì e con esso la band di cui, attraverso le interviste, era stata tracciata la storia..
Perchè?
The Band con il suo " Music from Big Pink" (di cui nel 2000 fu prodotta una versione rimasterizzata con l'aggiunta di alcune tracce inedite) fu una delle mie prime scoperte musicali autonome, dopo gli inzi di ascolto musicale alla guida di mio padre che era un cultore della musica classica e dell'opera lirica, ma che non mancava di offrirmi stimoli nuovi, regalandomi dischi innovativi che pensava potessero interessarmi (come Joan BaezJohn MayallThe Beatles) come anche, a lui, devo la prima scoperta di Fabrizio De André (con il suo regalo dell'LP "Tutti morimmo a stento")
Bob Dylan fu la mia prima scelta autonoma e subito cominciai ad ascoltare la sua musica, decifrarne i testi, amare i contenuti che trasmetteva, leggere su di lui e approfondire le tematiche che potevano essere seguite come i fili di una ragnatela che s'intersecano e ciascuno dei quali conduceva a nuove vie da percorrere.
Il mio mentore (virtuale) in quest'esplorazione fu Riccardo Bertoncelli, a partire dal suo testo avveniristico (per quei tempi) sulla musica Rock e Pop di quegli anni, Pop story. Suite per consumismo, pazzia e contraddizioni di Arcana, edito per la prima volta nel 1973 (un classico nel genere
 perché nello stile della critica e della storiografia rock "ispirata" e forse oggi, purtroppo, introvabile).
The Band è inestricabilmente collegata a Bob Dylan, visto che spesso collaborarono assieme (ricordate i "Basement's Tapes"?), ma anche perchè a lui fece da spalla nelle prime tournée.

The Band, il cui leader indiscusso fu Robbie Robertson (il quale, poi, continuò ad incidere album da solo, con un nuovo ed inedito interesse per le musiche dei Nativi americani), operò, incidendo molti album (non moltissimi) e calcando le scene musicali per oltre 18 anni.
Ma per il gruppo arrivò il momento degli addii e, quindi, posero fine alla loro attività quasi ventennale con un grande concerto di commiato che venne denominato "The Last Waltz" e a cui invitarono in veste di ospiti tanti dei musicisti rappresentativi della loro epoca musicale: sicché in quel concerto si schierò un parterre di artisti davvero grandioso, in un certo senso l'epitome di una parte della musica rock degli anni Sessanta e Settanta.
Il concerto ebbe luogo nel Winterland Concert Ballroom di San Francisco, il 25 novembre 1976 e fu evento memorabile, tanto che qualcuno disse: "Cominciò come un concerto e divenne una celebrazione"; e questa divenne la sua epitome, la frase incisiva con cui tramandarlo.
Il film di Scorsese peraltro, come documentario rock, rimase come una pietra miliare nella cinematografia di genere sia per la qualità del suono, sia per l'innovatività delle soluzioni di ripresa adottate.

Al tempo dell'uscita del film, io - ancora agli albori della mia vita lavorativa - stavo appena cominciando a fare le mie scelte e, quindi, vedere il concerto di commiato di musicisti che avevo seguito appassionatamente per quasi dieci anni (the Band e molti degli artisti coinvolti nel concerto, mentre altri erano per me nuovi), mosse in me delle emozioni, relativamente a qualcosa che non avevo ancora sperimentato e che, forse, avrei solo sperimentato in seguito.
Ma nel film vidi anche una metafora del commiato in genere e del passaggio da una fase della vita ad un'altra (e questo era qualcosa che allora era per me più accessibile in termini di esperienza: avevo già costruito dei possibili modelli dentro di me).
In effetti, per poter procedere nei miei studi di Medicina e arrivare alla loro conclusione, avevo dovuto rinunciare a possibili alternative e, comunque, avevo dovuto tralasciare delle "non scelte", quali potevano essere quella di rimanere in uno stato adolescenziale protratto, "non scelte" verso le quali - in un momento di difficoltà - mi ero sentito profondamente attratto.
Quindi la malinconia degli addii (che è anche il dispiacere susseguente ad una rinuncia, qualsivoglia essa sia, o quella sottile saudade per ciò che non si è ancora raggiunto da cui ci sente estromessi), in una certa misura, l'avevo già sperimentata dentro di me.
L'addio e il commiato sono carichi di nostalgia, ma nello stesso tempo possono diventare una grande festa e una celebrazione di ciò che siamo stati ed è quello che appunto The Band fece in occasione del suo ultimo commiato.
Uscii dall'aver visto il film commosso, quasi in lacrime, profondamente toccato nell'intimo, dispiaciuto che il film fosse finito e, con esso, The Band.
Poi continuai ad ascoltare per decine di volte l'album omonimo del concerto e OST del film di Scorsese e dalla visione di quel film, partirono per me innumerevoli altri sentieri musicali da seguire (come quello tracciato da Van Morisson o la scoperta degli album di Emmylou Harris).
A distanza di più di 40 anni, nel rivederlo in DVD, le emozioni sono state identiche, gioia, commozione, nostalgia, sconforto al pensiero di ciò che è stato e di ciò che si è perso, ma anche soddisfazione per ciò che ho fatto nella mia vita.

E, poi, aggiungerei che The Band costruì un suo repertorio di canzoni e pezzi memorabili: basti pensare a "The Weight"...  per non parlare di tutte le altre.
Un'ultima notazione: a vederli retrospettivamente, a distanza di tanti anni, dopo aver macinato l'ascolto di una quantità incredibile di musica di tutti i tipi, devo dire che tutti i musicisti di The Band sono bravissimi, capaci di trasmettere nel modo in cui suonano entusiasmo ed emozioni.
Sanno essere travolgenti e sanno adattarsi a modalità musicali diverse, come hanno fatto per ciascuno degli ospiti presenti accanto a loro in quest'ultimo concerto, con i quali imbastiscono delle cover dal clasdsico repertorio di ciascuno (come nel caso del pezzo con Muddy Waters con il suo classico "Hoochy Koochy Man" o con Bob Dylan, lanciati con lui in una rimarchevole e toccante interpretazione di "For Ever Young").

 

Il film di Scorsese peraltro, come documentario rock, rimase come una pietra miliare nella cinematografia di genere sia per la qualità del suono, sia per l'innovatività delle soluzioni di ripresa adottate.

 

(Da Wikipedia - En) The Last Waltz was a concert by the rock group The Band, held on American Thanksgiving Day, November 25, 1976, at Winterland Ballroom in San Francisco.
The Last Waltz was advertised as The Band's "farewell concert appearance", and the concert saw The Band joined by more than a dozen special guests, including Paul Butterfield, Bob Dylan, Neil Young, Emmylou Harris, Ringo Starr, Ronnie Hawkins, Dr. John, Joni Mitchell, Van Morrison, Muddy Waters, Ronnie Wood, Neil Diamond, Bobby Charles, The Staple Singers, and Eric Clapton.
The musical director for the concert was The Band's original record producer, John Simon.

The event was filmed by director Martin Scorsese and made into a documentary of the same name, released in 1978. Jonathan Taplin, who was The Band's tour manager from 1969-1972 and later produced Scorsese's film Mean Streets, suggested that Scorsese would be the ideal director for the project and introduced Robbie Robertson and Scorsese.
Taplin was the Executive Producer of The Last Waltz.
The film features concert performances, scenes shot on a studio soundstage and interviews by Scorsese with members of The Band.
A triple-LP soundtrack recording, produced by Simon and Rob Fraboni, was issued in 1978.
The film was released on DVD in 2002 as was a four-CD box set of the concert and related studio recordings.

 

The Last Waltz is hailed as one of the greatest concert films ever made, although it has been criticized for its focus on Robertson.

Da The Last Waltz, il pezzo finale "I Shall be released" con tutti gli artisti sulla scena.

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18 gennaio 2014 6 18 /01 /gennaio /2014 08:47

In loving memory...(Maurizio Crispi) Diverse volte, trovandomi a correre lungo il Thames Path, all'altezza dello Shadwell Basin, ho attraversato un giardinetto con prato e alberi, curatissimo per fermarmi sull'argine del Tamige, dove in un luogo ombreggiato dalle fronde c'è una fila di sobrie panchine di legno e ferro.
Su una di esse - sempre la stessa - ho rinvenuto diverse volte un mazzo di fiori appassiti e sempre un con essi un biglietto di dolente commiato, indirizzato a chi non c'era più (il testo suggeriva una morte precoce, per malattia o suicidio; o semplicemente un allontanamento definitivo dalla famiglia. Tutto rimaneva aperto alle più varie congetture).
Ritrovandomi a Londra, sono andato a curiosare.
Non c'era più il solito mazzetto di fiori, bensi una croce di legno, di piccole dimensioni, attaccata alle listelle di legno della panchina un po' storta.
Su di essa, la scritta "In remembrance" (in orizzontale), mentre in verticale si legge, a caratteri più grandi "MUM".
Guardando meglio, mi sono accorto anche che alla panchina è attaccata una placchetta di ottone  con un'incisione piuttosto lunga che nel suo incipit dice: "In loving memory of Joyce Wilson...".
Guardando meglio mi sono reso conto che molte altre panchine della stessa fila recano analoghe targhe, con diciture lievemente dissimili e dedicate a persone diverse. In una delle panchine, ce ne sono addirittura tre di targhe.
In loving memory...Queste panchine, dunque, sono un luogo della memoria, come lo sono - in alcune chiese cattoliche italiane - alcune panche/inginocchiatoi che vengono donati alla parrocchia da una famiglia, come opera di bene che assolva alla funzione di ricordare un loro caro estinto.
Ma il fatto che queste panchine "fluviali" siano un luogo della memoria ha un che di profondamente poetico.
Innanzitutto, perchè i familiari possono venire a sedersi sulla panchina che porta il nome del loro estinto e sedersi sulla riva del fiume in contemplazione.
C'è della poesia, in ciò.
Ma anche perchè, simbolicamente, il fiume è la vita stessa che scorre verso il mare; il fiume è formato dall'acqua che andando verso l'oceano compie un segmento di un suo eterno ed innarrestabile ciclo che rimanda all'idea del ciclo infinito di morti/rinascite.
E, quindi, mettere la targa che ricorda il proprio morto sulla panchina che fronteggia il fiume è un modo per consegnarlo in qualche modo alla vita e ad un ciclo di continue ed inarrestabili trasofrmazioni, sulla base dei principi: l'eracliteo "tutto scorre", "tutto si trasforma" e "ogni cosa ritorna".

 

 

Vedi anche in questo stesso blog: Un messaggio nella bottiglia

 

 

 

 

 

 

 


In loving memory...

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18 ottobre 2013 5 18 /10 /ottobre /2013 23:13

Quelle aiuole sempre fiorite che osservo da 14 anni(Elena Cifali) Oggi giorno alle tre del pomeriggio esco da casa per andare a lavorare. 
Ogni giorno da 14 anni percorro la stessa strada.
Ogni giorno il mio sguardo si posa su quelle aiuole così diverse dalle altre.
Due aiuole fiorite 365 giorni l’anno, oasi felici tra il degrado cittadino, due luoghi curati nei dettagli, puliti, ordinati in maniera quasi maniacale.
A prendersi cura di questi luoghi non sono i “Comuni” di appartenenza, ma dei “comuni” cittadini.
Cittadini modello si potrebbe dire, cittadini diversi, dico io.
La prima aiuola si trova lungo la strada che porta da Nicolosi a Mascalcia. Un piccolo spicchio di marciapiede dove al centro c’è un bell’albero sempreverde. Attaccato al tronco dell’albero la foto di un giovane, un ragazzo morto a 17 anni: Emanuele Vitale.
Quasi 5 anni fa, quando morì Emanuele, figlio di una nota famiglia, l’eco della notizia si sentì per tutta Nicolosi, fu lutto cittadino e tutti ci sentimmo coinvolti e avvolti da questo dolore che faceva tremare e gonfiore il cuore.
Il Duomo gremito di persone tanto che il parroco fu costretto a celebrare il funerale sul sagrato per dare l’opportunità a tutti di partecipare e salutare lo sfortunato ragazzo.
Era un giorno di novembre, Emanuele era in ritardo per andare a scuola e decise di usare il motoscooter per far prima. Forse abbagliato dal sole basso novembrino, si schiantò contro un palo della luce: oltre a perdere il controllo del suo mezzo, perse anche la vita.
I suo genitori, dilaniati dal dolore ogni giorno, da quell'infausto evento, portano fiori freschi in quel luogo. Quel luogo é ormai diventato la dimora dell’anima di Emanuele (così mi piace pensare che sia).
E’ terribile pensare di sopravvivere ai propri figli, ma la morte a volte è capricciosa e, prendendosi i figli, li deruba della loro eredità vivente.
A loro non resta che il dolce navigare nei ricordi degli anni vissuti col loro bambino e quella piccola aiuola. La mamma, una donna ancora giovane, si regge in piedi aiutata dalle stampelle e, insieme al marito e padre, veste i panni neri del lutto, un nero spezzato solo dagli sgargianti colori dei fiori.

Qualche chilometro più giù, scendendo dalla montagna verso il mare, al centro della barocca Catania una piazzetta con tante aiuole e panchine. Tutto è lindo, tutto è pulito.
A prendersi cura di questo luogo c'è un uomo anziano. Un uomo con barba e capelli lunghi, grigi come l’argento. Lo vedo tutti i giorni inginocchiato davanti alla grande statua di Padre Pio, dove prega, rivolgendo gli occhi agli occhi del Santo, con le braccia levate in cielo.
Sempre gli stessi gesti, tutti i giorni, tutti i santi giorni. Annaffia, pota, cura, spazza, spolvera le panchine. Sembrerebbero gesti maniacali ed invece hanno un loro perché.
Non saprei dire chi sia quest’uomo e quale sia la sua storia.
I genitori di Emanuele e quest’uomo – che, nel corso degli anni, ho soprannominato il “nonno grigio”- si sono ricavati un motivo per vivere, o forse per sopravvivere al dolore.
Nelle infinite forme di vita che si possono perseguire, c’è chi ha scelto, a torto o a ragione, di vivere pensando che, in un certo luogo, viva ancora la persona che si ama e poco importa se si tratta di un figlio divenuto angelo o di un prete divenuto Santo.

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6 giugno 2013 4 06 /06 /giugno /2013 00:40

Il fascino del viaggio in nave: la sua essenza sta nella transizione di stato(Maurizio Crispi) E' sempre una grande emozione arrivare in un porto, dopo un viaggio in auto, e prepararsi all'imbarco. 
Ci sono dei tempi di attesa e poi scatta il momento in cui devi entrare all'interno della grande bocca spalancata della nave (che queste grandi navi traghetto non siano una metafora della Balena?) e tu rimani sorpreso dell'immensità del corpo della nave che accoglie - inghiottendoli nel suo ventre - automobili ed autotreni che, al confronto, appaiono come piccoli giocattoli, bruscolini insignificanti.
E già senti vibrare sotto i tuoi piedi il grande corpo della nave che, pur nella sua rigidità, sembra riprendere vita e respiro.
Poi, quando arriva il momento della partenza e i giganteschi portelloni si sono ermeticamente chiusi, improvvisamente c'è un cambiamento nel modo in cui la nave vibra: per un attimo la vibrazione si fa più intensa ed è quando inizia la spinta delle eliche potenti e, per alcuni istanti, quelle vibrazioni diventano quasi delle scosse che rianimano un'entità dormiente.
Se sei all'esterno, su uno dei ponti, vedrai il corpaccione della nave che prende a muoversi impercettibilmente, quasi fosse riluttante a staccarsi dal rifugio rassicurante della banchina e che, poi, il distacco da terra aumenta e la nave prende progressivamente velocità e si sentono i motori potenti che stantuffano e pompano, mentre le paratie e i ponti tremano sotto i tuoi piedi.
Poi, quando, la nave ha finalmente abbandonato il rifugio sicuro del porto e si è installata sulla sua velocità di crociera in mare aperto, mentre la costa sfila via lontana e sfuma in una serie di luci ammiccanti via via più piccole, le vibrazioni si attenuano e diventano quasi impercettibili (oppure sei tu che ti abitui a loro), ma ci sono sempre come il leggero tremito che avverti sotto i polpastrelli quando accarezzi un gatto e lui comincia a fare le fusa e a ronfare a ritmo continuo.
Questa continua vibrazione diventa parte ineliminabile e costante delle tue percezioni somato-psichiche per tutta la durata del viaggio per nave, tanto integrata in esse che quando la nave entra nel porto d'arrivo e finalmente ferma i motori, provi dentro di te una sensazione anomala: e ci vuole un po' di tempo perché tu ti riassetti in una normalità, fatta di silenzio e di quiete.
L'assenza di vibrazioni e il silenzio totale creano una sensazione di mancanza e di strana "pausa", rispetto al movimento che sancisce il viaggio.
Ma la cessazione del movimento può essere causa di un'improvvisa vertigine.
L'essenza del viaggio, di qualsiasi viaggio, sta nella transizione di stato nella coppia immobilità/movimento, stasi/exstasi.

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25 maggio 2013 6 25 /05 /maggio /2013 07:41

Nella vita di un uomoLa vita di un Uomo (includo in questo termine, uomini e donne, ovviamente) è fatta di tante cose diverse.
Ma certamente, nella vita di un Uomo si incontrano molte morti.
Quando si è piccoli, se si è fortunati, ci imbatterà nella morte di uno o due nonni...
E, quando ciò succede, si è ancora troppo piccoli per capire il senso della morte: i grandi ci diranno che il nonno o lanpnna sono andati in cielo, oppure tra gli angeli, oppure ancora che sono partiti per un lungo viaggio ben protetti all'interno di una navicella spaziale.
Forse ci si imbatterà anche nella morte di qualche animale domestico cui abbiamo voluto bene e quelle morti le vivremo con un senso di ingiustizia che sarà molto affine al lutto degli anni più avanzati.
Poi, sempre se si è fortunati, le morti si rarefanno e comincia un periodo più felice, in cui i tuoi cugini più grandi cominciano a sposarsi e ad avere figli.
E allora comincia l'era dei matrimoni e dei battesimi.
Ci sono in continuazione cerimonie, sposalizi, battesimi, festini e banchetti.
Poi, si va avanti ancora un poco e cominciano le lauree dei tuoi compagni ed amici.
E ancora una volta festini, banchetti ed auguri.
E sempre che tu sia sia fortunato, ancora niente morti: a meno che delle sciagure non si abbattano su di te per sottrarti anzitempo i tuoi genitori o qualche persona cara.
Poi, anche le lauree, i matrimoni e i battesimi si diradano e comincia l'era delle prime comunioni ed è ancora una volta il turno di un ciclo di feste.
Vai avanti e vai avanti attraverso anni bene o male senpre eguali.
E poi di nuovo in questo eterno altanare di morte e vita, riprendono a fioccare le morti.
Magari, cominciano a morire prematuramente alcuni dei tuoi compagni di scuola.
Oppure è un tuo cugino più giovane ad andarsene.
Ma poi arriva inelluttabilmente viene il turno, quando si arriva in questa fase della vita, della generazione che ci ha preceduto: zii, genitori, lontani cugini di secondo grado più grandi.
E, ovviamente, si diventa frequentatori di funerali e di momenti di cordoglio.
Qualcuno resiste, tuttavia, ed avanza indomito verso la tarda età.
Intanto, cominciano a morire personaggi pubblici che hai conosciuto nella tua vita oppure personalità della cultura che hai amato (musicisti, scrittori, artisti) o rispettato o che sono stati nel loro campo fulgidi esempi di umanità.
E tu vai avanti in mezzo a tante morti e vorresti vedere di nuovo l'arcobaleno della vita che ti metta allegria e che ti infonda speranza rispetto a questa continua battaglia contro la morte che, giorno per giorno siamo costretti ad ingaggiare.
E, magari, inaspettatamente, inciampi in un nuovo progetto di vita che ti illumina il futuro.

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23 aprile 2013 2 23 /04 /aprile /2013 08:43

Il sogno del cavalloHo sognato che facevo un viaggio a cavallo...
In verità, eravamo in due - io e una donna - a viaggiare in groppa a quel cavallo.
Ed era un bellissimo cavallo roano, forte e mansueto.
Adattissimo per me che non ho alcuna dimestichezza con i cavalli.
Il viaggio era quieto e tranquillo, ma nello stesso avventuroso.
Si dipanava attraverso monti e valli, strette cengie di montagna tra pietraie senza un filo d'erba e fitti boschi.
Quando ci fermavamo per il bivacco, il cavallo molto tranquillamente, dopo aver pascolato si metteva a terra a riposare.
Mi dispiaceva soltanto di non avere con me la striglia per detergergli di dosso la schiuma e una coperta per ripararlo.
Ma lui non si lamentava. Aveva cibo abbondante a disposizione e l'acqua dei torrenti per dissetarsi.
Alla fine, arrivavamo in una casa dove c'era mia madre ad attenderci.
Mi pareva che fosse stata lì da sempre ad attendere me e la mia compagna di viaggio.
Io capivo che era stata proprio lei a mandarmi quel cavallo in regalo perchè potessimo viaggiare sino a lei.
E, dopo essere stati in sua compagnia per un po' di tempo, veniva per noi il momento di congedarci per  intraprendere il nostro viaggio di ritorno.

E' stato un sogno che ha lasciato dentro di me al risveglio una sensazione di grande pace interiore.

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4 aprile 2013 4 04 /04 /aprile /2013 20:03

E rieccomi a Piazza Magione

Piazza Magione, palermo (dal web)


Dall'ultima volta che ci sono passato sono trascorsi alcuni mesi
E non è certamente venuto da queste parti un mago Merlino con la sua bacchetta magica a ripulire tutto con un incantesimo
La monnezza e il degrado che mi avevano colpito allora ci sono ancora immutati, forse accresciuti, purtroppo
I conci di tufo che delimitano le fondamenta degli antichi edifici sono stati in parte divelti
Le assi di alcune delle panchine di legno sono state asportate
Insomma c'è di che per stare allegri!
Ma allevia la visione dell'incuria e della monnezza sparsa qua e là (in procinto di trasformarsi in reperto archeologico o di completare un processo di mineralizzazione), il verde risplendente dei prati e gli alberi nei quali si indovina una tensione pronta ad esplodere, soprattutto in quelli che, in autunno, hanno perso le foglie.
Allevia la sgradevole sensazione di degrado anche il fatto di vedere tanti che "usano" il posto in modo buono: una ragazza distesa a prendere il sole e accanto il suo cane
Un'altra che porta a spasso un cagnone

Cagnolini, cani, cagnoni: un complemento indispensabile del mondo, presenze assidue e costanti
Un ragazzo del posto, intento a far coccole ad un cuccioletto di cane, mentre se sta seduto all'ombra dell'alto edificio ornato di grandi graffiti e dalla facciata butterata che un tempo ospitava le suore di Madre Teresa di Calcutta
Una coppietta si fa le moine su una delle poche panchine rimaste intatte
E c'è anche un gabbiano isolato, in mezzo a tanti piccioni che pascolano tra l'erba e le commessure dei grandi lastroni di pietra, alla ricerca di bocconcini gustosi
L'arrivo improvviso d'una scolaresca che si ferma attorno alla statua di Padre Pio, schiamazzando e facendo giochi di corse e rincorse e poi indugiando a fare la sua brava merenda
Frida, curiosona, si protende verso gli scolari e alcune delle bimbe si avvicinano a coccolarla un po' e prima mi chiedono il permesso (ma non realmente per educazione, solo perché timorose di un'improbabile aggressività da parte della canuzza).
Io sorbisco un caffè al solito bar di sempre, Il Cokito, mentre fumo una sigaretta, pensoso.
Penso a dei fili magici che si protendono attraversano l'aria e che stabiliscono dei collegamenti con chi sta molto lontano, consentendo il movimento incessante di energie, di forze e di calore
E poi, me ne sto un po' ad aggiornare la mia agenda, un po' sonnacchioso e via via riscaldato dal sole i cui raggi picchiano sempre di più
Poi, leggo per un po' e la batteria del telefono sta per scaricarsi e non ho quasi più credito residuo.
E quindi, mi sento un po' paralizzato, isolato, "insulare"
Ma chi vive sulle isole deve per forza essere abituato a questo!
E poi, quando vado via, ci sono altre coppie che prendono il sole, distese su quegli scampoli di prato verde-smeraldo e che chiacchierano in un tempo fermo, senza troppi accadimenti e senza frenesia.

Ed io sono sempre pronto ad alzarmi, per andare altrove
La verità, l'essenza delle cose, si trova sempre nell'intervallo che ti separa dal posto dove sei all'altrove dove stai andando o dove vorresti arrivare.


Foto di Maurizio Crispi

Di nuovo a Piazza Magione di Palermo, ma ora è primavera
Di nuovo a Piazza Magione di Palermo, ma ora è primavera
Di nuovo a Piazza Magione di Palermo, ma ora è primavera
Di nuovo a Piazza Magione di Palermo, ma ora è primavera
Di nuovo a Piazza Magione di Palermo, ma ora è primavera
Di nuovo a Piazza Magione di Palermo, ma ora è primavera
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19 gennaio 2013 6 19 /01 /gennaio /2013 15:15
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E' una notizia di pochi giorni fa (il ritaglio di quotidiano riportato in immagine è del 17 gennaio 2013 e d è stato preso dal Giornale di Sicilia di Palermo), ancora fresca di stampa.

Alla morte della sua padrona Maria Lochi di 57 anni, cui era molto affezionato (e da cui era ricambiata), il cane meticcio Tommy ha seguito il corteo funebre ed è poi stato in chiesa durante l'ultima messa. Da quel giorno (circa due mesi fa), si reca diverse volte in chiesa e qui sosta a lungo, scrutando i fedeli, forse alla ricerca della sua padrona.
Dicono che Tommy sia molto vezzeggiato e coccolato dai preti della Parrocchia di San Donaci nel Brindisino. Inoltre, specie quando fa freddo e tira vento, segue con dedizione i cortei funebri.

E' una di quelle notizie che ti strappano letteralmente il cuore e che ti fanno pensare al fatto che i cani, ma anche altri animali) siano dotati di un'umanità che noi forse stiamo perdendo, e che possiedano un'indeflettibile forma di umanità solidaristica nei confronti degli esseri umani.
Alcuni biologi dell'evoluzione sostengono che è a causa dell'antico patto di commensalità con i cani, noi ci siamo evoluti nella forma di esseri dotati di emozioni e sentimenti. Secondo queste teorie il cane ha plasmato l'uomo delle origini, forse più di quanto non sia stato l'uomo a domesticare il cane.
Quella del meticcio Tommy é una storia pari in bellezza a quella di Hachiko, il cane di una rara eazza giapponese che dopo la morte del padrone (deceduto per infarto mentre era su di un treno che lo riportava a casa), passò ogni giorno della sua ancora lunga vita attendendolo in stazione e andandosene a fine giornata, solo quando l'ultimo treno era arrivato.


Ma di fatti analoghi, senza che arrivino a fare notizia ce ne sono tantissimi.
Chi vuole deliziarsi potrebbe leggere i bellissimi saggi di Jeffrey Masson sulle emozioni, sui sentimenti e sulla capacità di amare degli animali, tra i quali è basilare la sua opera "I cani non mentono sull'amore. Riflessioni sui cani e sulle loro emozioni" (Dalai).
Tutto ciò riemerge in un'opera narrativa che ho letto di recente: un romanzo insolito nella ricca produzione di Dean Koontz che, per alcuni aspetti, si è mosso nel campo della narrativa su binari paralleli a quelli del coevo Stephen King, "L'ultima porta del cielo" (Sperling&Kupfer, (2003-2005) affronta fondamentalmente due temi che si intrecciano e finiscono con l'unificarsi. La denuncia di alcune applicazioni estreme (quasi "eugeniche") della cosi detta "bioetica utiliritastica" che in alcune pagine della storiain questione viene ampiamente illustrata e critica attraverso uno dei personaggi cardine, il bieco Doctor Fato, padre putativo di Leilani Klonk e cultore dell'eutanasia praticata ai danni di "esseri viventi inutili e antiestetici, immeritevoli di vivere", e - per contro - la possibilità che tutto il male del mondo possa essere alla lunga riscattato da esseri salvifici che provengono da altri pianeti.
ultima-porta-del-cielo_koontz.jpgCome? Inaspettamente, proprio attraverso i cani ed altri animali: questi esseri alieni hanno il potere di mettere in connessione le menti e, a quanto pare, il contatto intimo con l'intimo sentire e del modo di vedere il mondo del cane, può modificare radicalmente la WeltanSchaung  e le attitudini degli uomini. La missione di questi esseri sul nostro pianeta è quello di diffondere questo Verbo, andando alla ricerca di uomini e donne che siano naturalmente "empatici" e capaci di stabilire il contatto con i cani, anche senza la mediazioni degli alieni in visita.
Bella ed elegante soluzione - anche per le sue valenze metaforiche e allegoriche -, che servirà a sconfiggere il Male perpetrato dagli uomini verso altri uomini e che prende la sembianze degli usi perversi e malvagi dell'utilitarismo in Bioetica. Il film trasmette anche un bel messaggio sull'innocenza dell'infanzia, sottolineando che, in alcuni casi, essa può conservarsi intatta e riemergere, malgrado le peggiori vicissitudini patite. L'autore - segnaliamo qui - possiede un'autentica vocazione per i cani e, fuori dal solco della sua stilistica narrativa - ha anche dato alle stampe un libro di memorie che riguardanti il suo cane Trixie (Io & Trixie. La mia magica vita con un cane speciale, Sperling&Kupfer, 2012)
.

I cani possiedono indubbiamente queste qualità e, proprio in funzione della lunghissima convivialità sono degli esseri che ci possono stare accanto, fatti per amarci incondizionatamente il più delle volte: la ferocia del cane è - in quasi tutti i casi si manifesti - un travaso della ferocia degli uomini che li costringono a comportarsi nei confronti di altri uomini o dei propri simili da "belve umane", ma non è più nella natura del cane domesticato.
Per questo motivo mi sembrano inutilmente crudeli e aberranti le scene dei film in cui si vede questo uso "perverso e "malvagio" dei cani trasformati contro la loro natura come macchine per uccidere.
E, del pari, non gradisco nemmeno quelle ipotesi adombranti che un cane possa essere animato e mosso da una entità malefica, sia essere alieno o spirito demoniaco.
La famosa scena de "La Cosa" di Carpenter in cui il cane "contaminato" dall'alieno, sino a quel momento dormiente tra i ghiacci, si trasforma in un essere orrendo e tentacolare mi ha fatto molto soffrire. E per lo stesso motivo, benchè appassionato lettore di Stephen King, non sono mai riuscito ad approcciarmi al suo romanzo Cujo, né a vederee il film che ne è stato tratto.

Poi, chiunque potrebbe trovare degli aneddoti da raccontare al riguardo.
Di recente, per esempio, é accaduto che un mio conoscente (non di Palermo) e amico di una mia cara amica sia morto improvvisamente a causa di un infarto sopraggiunto di notte (lui ancora relativamente giovane).
La Paola mi ha raccontato che durante la veglia funebre i due cani di Corrado (quest'amico era sposato, ma senza figli, e lui e la moglie riversavano una parte di quest'affetto che non avevano potuto dirigere verso i figli che pur desiderati non erano mai arrivati, prima su di cagnetta meticcia e poi, morta quest'ultima, su due cucciolotti, cresciuti con loro sin dalla più tenera età) andavano e venivano inquieti nella stanza dove era stato messo il feretro ancora aperto prima del funerale, senza però soffermarsi mai a lungo, muovendosi come anime in pena con occhi estremamente tristi.

La gatta di casa, invece, dopo che la bara è stata chiusa su consiglio del medico, saliva ripetutamente sul suo coperchio dove era stata messa una foto del defunto, e qui si strusciava sulla foto che vi era stata posta sopra, per poi esibirsi nel tipico movimento del gatto che si dice "impastare" con le zampette, facendo contemporaneamente le fusa come se volesse salutarlo. anche lei.
E ho voluto chiudere proprio raccontando questa piccola storia per ricordare con affetto, appunto, l'amico Corrado prematuramente scomparso, del quale ricordo la magnifica ospitalità novarese per alcuni giorni a casa sua, alcuni anni fa, e un viaggio condiviso in occasione della mia ultima maratona di New York nel novembre 2006.

 


Ed anche, per alcuni riferimenti bibliografici il seguente, sempre nel mio blog "Frammenti":
Il maglione di pelo di cane: un racconto

 

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19 gennaio 2013 6 19 /01 /gennaio /2013 11:50

geologia-di-un-padre.jpgCi sono dei libri che porti a casa e, prima di toccarli, devono in qualche "stagionare", altri invece li afferri subito e cominci a maneggiarli, ad odorarli, ne guardi le figure, e le varie soglie del testo, e, in alcuni casi, preso da un improvviso - irrefrenabile - impulso prendi a leggerli, perchè magari ci ritrovi te stesso, emerge prepotente dalle parole, dalle righe e dalle pagine qualcosa che hai vissuto o sperimentato e tu per differenza o per somiglianza (a seconda dei casi) entri nel testo o ne sei catturato.
Così mi sta capitando con il recente volume di Valerio Magrelli, pubblicato nei Supercoralli di Einaudi (2013), dal titolo Geologia di un padre
.
In 83 brevi capitoli - tanti anni sono gli anni per cui visse il padre dell'autore - sono contenuti dei pensieri sparsi, annotati nel corso degli anni su fogli di taccuino o sulle pagine di un agenda, alcuni di straordinaria bellezza e profondità, pensieri che ricompogono le sedimentazioni di un personaggio sino alle sue più remote - quasi da era geologica - origini e lo fanno rivivere in tutta la sua forza, come del resto recita una delle epigrafi al testo: "Morto, il padre divenne più forte di quanto fosse stato da vivo" (Sigmund Freud).
E' un libro che si legge tutto di seguito oppure a piccole dosi, in funzione di quanto uno ci possa trovare se stesso o ritrovare dei suoi ricordi sedimentati relativi ad uno o ad entrambi i genitori che non ci sono più, che porta alla rimemorazione di altre letture cogenti sotto questo profilo come il memorabile testo autobiografico di Paul Auster, L'invenzione della solitudine (Einaudi).

Il brano che segue fa riferimento all'operazione della "resa" o revisione cimiteriale (operazione che, ciclicamente viene disposta dalle amministrazioni cimiteriali o che, in alternativa, può essere fatta su riichiesta degli aventi diritto in una singola sepoluta per ricavare nuovo spazio per i morti novelli), cui l'autore si trovò ad assistere come delegato "a sorte" della sua famiglia e degli aventi diritto.
In quell'occasione assai inusuale e - direbbero gli Inglesi - demanding sotto il profilo emozionale, egli si ritrova a fare delle considerazioni sulla sepoltura "zincata" o "inscatolata" cui è d'obbligo attenersi nelle nostre consuetudini necroforiche e che, spesso, è d'impedimento alla cremazione, se il forno crematorio non è predisposto con speciali dispositivi antiinquinamento a smaltire anche lo zinco e nello stessotempo impedisce uno smaltimento naturale dei resti con il decomporsi della semplice cassa di legno. L'autore medita sul mistero di questi corpi "torrefatti" e anneriti che rimangono conservati per anni, anziché tornare alla terra come sarebbe naturale.
E così riflette. alla fine dell'intera operazione:


Quando il camion con le bare dissestate è andato via, lasciando a terra una pila di cassette luccicanti, ho capitocos'erano le rese. Le rese sono i morti torrefatti, i morti torrefatti e neri, trasformati in caffé. Saremo tutti cotti nello zinxco, per diventare tutti polvere di caffé.
D'altronde, alla medesima conclusione era arrivato anche un grande poeta. Nel suo testamento del 1949, il Tolemaico di Gottfried Ben espresse infatti questa precisa disposizione: "Disperdete al vento di settembre la metà delle mie ceneri, e conservarne l'altra in una scatola vuota di Nescafé". Aggiungo che, in alternativa, l'impresa svizzera Algordanza, adottando un procedimento di origine russa che vprevede una pressurizzazione di due settimane, trasforma le ceneri degli estinti in diamanti. Tra i clienti migliori i Messicani. Allego infine la leggenda metropolitana, secondo cui il cantante Keith Richards avrebbe sniffato le ceneri del padre, mescolandole a un po' di cocaina." (ib., p . 10).


(Dal risguardo di copertina). Ci sono libri che si scrivono per tutta la vita, magari senza saperlo. Valerio Magrelli ha raccolto per anni appunti e note sulla figura del padre, un insieme di tracce che attendeva di trovare forma. Dopo la morte del genitore, quei biglietti cominciano a strepitare: «sapevo che ogni voce era una gola che domandava cibo. Sapevo che ogni richiamo era come un filo, il bandolo canoro di un'infinita matassa di storie». Perché far brillare ciò che è accaduto - o ciò che si vorrebbe fosse accaduto - è il solo modo che abbiamo per vincere la morte.

Negli ultimi dieci anni Valerio Magrelli ha raccolto, su foglietti sparsi, appunti riguardanti il padre. Quando quest'ultimo muore, quei documenti diventano un materiale prezioso, «il bandolo canoro di un'infinita matassa di storie»: i viaggi in auto d'estate in giro per l'Italia; le avventure d'amore e morte durante la guerra; i desolati pomeriggi che l'uomo ormai maturo trascorre spingendo il genitore sul girello; il giorno in cui il figlio, armato di forbici, libera l'anziano febbricitante dal bozzolo del maglione; lo stupore di riconoscere, davanti allo specchio, un'espressione del viso che gli restituisce la ferrea legge dei vincoli genetici; gli abbracci, le risse, l'amore per Borromini o i folli scatti di rabbia. Diviso in 83 capitoli (numero che corrisponde agli anni vissuti dal protagonista), il libro scava fra ricordi personali e storia patria, mentre la biografia sfuma nella paleontologia, se non nella geologia... L'enigmaticità di questo iroso anti-eroe, e insieme la sua infinita lontananza, suggeriscono infatti una possibile identificazione con i resti umani di origine preistorica trovati in Ciociaria, a Pofi - suo paese d'origine.
Cosí narrando, Magrelli - orfano ad honorem e padre a sua volta - procrastina il congedo definitivo grazie al racconto, e non desiste, ma si maschera, fugge, scegliendo la digressione per scendere ancora piú in profondità nella vita del capostipite, e mostrarne, oltre alle virtú, anche quei difetti che lo rendevano «un vecchio esacerbato e vulnerabile». Ricorrendo al montaggio di elementi eterogenei (pagine di enciclopedia, versi, aneddoti, brandelli di giornale), Magrelli dà forma a un romanzo sui generis che rievoca un addio tanto doloroso quanto liberatorio: «Mentre scrivo queste righe, vedo davanti a me lo scatolone sigillato in cui ho riposto le agende dei suoi ultimi vent'anni. Le ho trovate qualche settimana fa durante un trasloco, ne ho sfogliate un paio, e poi le ho messe via per mandarle in soffitta. Possibile che non sia curioso di leggerle? Sono sbalordito dalla mia mancanza di interesse, ma devo prenderne atto. Non mi importa nulla degli archivi, e provo nausea per i documenti. L'unico documento sono io: la carta moschicida del ricordo».

 

 

 

Leggi un estratto delle prime pagine


Vedi anche su questo blog: Passaggi. In fuga verso la fine del Millennio (5° capitolo). Cimiteri

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19 dicembre 2012 3 19 /12 /dicembre /2012 19:51

Francesco a 4 anni con Fred figlio di Zeudi (1997)

 

Quello che segue è un lungo racconto che, a più riprese, sentii l'esigenza di scrivere per raccontare della morte del mio secondo pastore tedesco (una femmina il cui nome era Zeudi) e del modo in  cui dovetti fronteggiare il tema della morte e del morire con mio figlio allora bimbo di pochi anni. Attraverso una serie di passaggi successivi, racconto anche il percorso di elaborazione che mio figlio si ritrovò a compiere davanti a quella che fu per lui in asssoluto la prima perdita con cui confrontarsi.
Ho ritrovato questo file, in un CD su cui avevo fatto una copia di backup di salvataggio dei documenti word del PC sul quale frequentemente lavoravo. Una scoperta felice, per alcuni versi, perchè in alternativa avrei dovuto ricopiare l'intero documento dalla copia stampata.

 


1. Un cane muore. E' Zeudi il mio secondo pastore tedesco.

 

2. Prima, nella notte, un altro cane distante ha abbaiato a lungo e ha uggiolato la sua inquietudine,  mentre con le unghie robuste  cercava  di scalfire una porta che lo tratteneva. E' Fred, figlio di Zeudi, che nelle ultime fasi della malattia di Zeudi portavo a casa, mentre Zeudi la tenevo in un garage non lontano, poichè soffriva di un misterioso blocco intestinale, intervallato da fasi di dissenteria incontrollabile.

 

3. Il cane  si  è spento  in solitudine in una notte afosa d’inizio estate, adagiato su di un fianco, nient’altro che  nudo cemento come giaciglio.

Una ciotola d’acqua fresca poggiata accanto.

Quando sono arrivato, la canuzza  era già rigida.

Sembrava dormiente, se non fosse stato per  quel  silenzio totale, innaturale.

Il ventre già gonfio.

I muscoli atrofici  provati dalla denutrizione della lunga malattia.

E’ crollata a terra vicino alla saracinesca del box,  che a tutti gli effetti è stato la sua ultima casa, quasi alla ricerca di un ultimo fiotto di aria pura.

Questa volta, il pavimento del garage è pulito, non  punteggiato di  escrementi.

E non c’è  alcun cattivo odore, quel tanfo  pesante che a volte mi accoglieva quando  aprivo la porta del garage.

Mi pare che la povera Zeudi abbia deciso di andarsene  quasi in punta di  zampe senza dare fastidio a nessuno,  e  che - per  questo motivo - nella sua ultima notte non ha sporcato  il pavimento del garage - contrariamente a quanto accadeva di solito negli ultimi tempi con effetti che per  me erano sempre di esasperazione e fastidio.

La povera Zeudi, che ha vissuto una vita canina piena di abbandoni e segregazioni  immotivate, specie nei suoi ultimi anni, ora giace per terra,  senza vita, morta, forse è proprio il caso di usare  questa parola così temuta.

Penso al turbamento di un bambino quando saprà di questa morte.

Mi chiedo come potrà rappresentarsi l’evento innominabile.

Penso che per prima cosa dovrò evitargli di vedere direttamente il corpo di Zeudi senza vita.

Non so bene cosa fare.

Penso che in qualche modo dovrò coprirla, dissimularla.

Mi guardo in giro e mi decido ad usare una vecchia cerata abbandonata in un angolo polveroso.

Ce l'avvolgo per  celare  le sue forme, sigillando poi l’involto  con  diversi giri  più volte intersecati,  di un  nastro adesivo da imballaggio grigio-perlaceo che ho trovato in un cassetto, dopo aver rovistato qua e là.

Alla fine quello che risulta dalla mia fatica è un fagotto irregolare tutto sigillato dal nastro adesivo,  che non consente di identificare  alcuna forma perturbante.

Temo che  con questo caldo e con l’avvio troppo  precoce dei processi  di trasformazione della morte l’addome  possa gonfiarsi ancora.

Mi fermo a contemplare l’involto.

“Un lavoro ben fatto” - penso tra me e me. In questi casi, rivolgere il penseiro a dettagli pratici, è una protezione efficace da temepeste emozionali e dalla percezione di un dolore intenso. Spengo la luce e me ne vado, chiudendomi la porta alle spalle.

Corro nel caldo afoso per più di due ore e, intanto, penso a Zeudi. 

La penso mentre giace  nella frescura ombrosa del garage interrotta soltanto dalla lama di luce che  entra perentoria raso terra  dall’imperfetta chiusura della saracinesca. 

Negli ultimi  tempi, quando la sera lasciavo Zeudi per la notte,  tenevo sempre la lampadina del garage accesa nell’illusione  che così sentisse meno la solitudine.

Mi chiedo dove sia; forse c’è un posto  dove vanno i cani morti,  una specie di campi elisi dei cani e di  tutti  quegli  animali  che in vita hanno alleviato la solitudine degli uomini.

E intanto  il  corpo infagottato  e informe sta abbandonato sul pavimento freddo di un garage, al buio.

 

Zeudi con i suoi tre cuccioli - 19904. Più tardi,  bisognerà provvedere  al trasporto  di Zeudi verso il luogo della sua sepoltura che sarà nel giardino della casa di Capo Zafferano, dove più tardi abbiamo in programma di andare per passarci la domenica.

Ma, quando ci ritroviamo assieme prima della partenza, Francesco vede il fagotto e mi interroga più volte, angustiato.

“Papà, ma Zeudi è morta?” ( mi chiedo  cosa  possa significare questa parola per lui)

“Sì, Francesco”

“Papà, voglio vedere Zeudi!”

“Zeudi è qua dentro tutta avvolta in questa coperta".

“Ma dove sono gli occhi, voglio vedere gli occhi!.

“Qua, Franceschino, vedi qua c’è la testa, qua il culetto qua le gambe...”  (  e intanto gli indico le diverse parti del corpo del Zeudi)

“Zeudi è tutta coperta, perché adesso deve partire per un viaggio; andrà in mezzo alle stelle e avrà bisogno di questa coperta per non avere freddo" - aggiungo, per rassicurarlo.

 

5. Vado in auto da solo, con Zeudi, per quest’ultimo viaggio.Gli altri vengono tutti nell'altra auto, compreso il figlio di Zeudi.

Penso a quello che fanno gli altri con i propri cani morti.

Li abbandonano in mezzo alla strada.

Oppure li buttano impietosamente dentro un cassonetto.

Oppure li portano al canile municipale per farli incenerire.

O ancora quelli che ne conoscono l’esistenza chiamano la speciale squadra  dell’AMIA addetta a questo compito, ma  - già - quasi nessuno ne conosce l’esistenza.

No, Zeudi, come Petra prima, avrà una sua sepoltura.

E’ l’unica cosa a cui poter pensare adesso che è morta. Una cosa dovuta, anche se quest’atto sarà comunque una ben magra restituzione  dopo l’interminabile solitudine a cui la poverina è stata condannata in questi suoi ultimi  mesi  e che ha subito con dignità e con infinita pazienza.

Durante il tragitto, rompo il silenzio di tanto in tanto, rivolgendo delle frasi a Zeudi  che giace impacchettata nel fondo del portabagagli,  pur essendo consapevole  che è un interlocutore ormai muto: alle mie parole, infatti, non si alza dal retro, drizzando le orecchie intenta nell’ascolto e non ansima accaldata, scuotendo -con questo suo ansimare - la macchina nei momenti di sosta.

 

6.  Ho già in mente  il posto in cui, a Capo Zafferano,  mi dedicherò a fare lo scavo,  ed è lì  che, non appena arrivato, trasporto a fatica  il fagotto inerte, deponendolo con cura  nella chiazza d’ombra ai piedi di un  pino.

L’ora del  giorno è afosa: la montagna sassosa incombe su di noi, il cielo di un blu elettrico solcato da alcuni gabbiani  così alti da  apparire niente più che puntolini neri sullo sfondo azzurro, così distanti che è ben difficile associarvi  i loro inquieti richiami.

Penso che non si possa più perdere tempo.

Racimolo dal capanno degli attrezzi  gli strumenti indispensabili e attacco a lavorare.

Rimuovo una prima coltre  di terreno soffice  mescolato alle ceneri dei numerosi fuochi accesi  sempre in questo punto per eliminare d’inverno  foglie e rami secchi  e arrivo allo strato duro e arido sottostante,  di terra rossa mescolata a sassi,  con la zappa rimuovo la crosta a zolle e poi le spezzo, facendo levare nugoli di polvere.

Il sudore mi scorre copioso sulla schiena, mi scende negli occhi e li fa bruciare, la polvere mista a cenere che si leva dallo scavo mi si appiccica presto addosso.

Continuo a procedere malgrado  che la fatica, in mancanza di attrezzi più adatti, si faccia sempre  più dura:   intanto, vado pensando al lavoro sfibrante  in corsa contro  il tempo per costruire  una sepoltura adeguata all’altro cane  tanti anni fa, in campagna e sento riemergere vivido il dolore cupo che avvertivo crescere dentro di me man mano che scavavo.

Sentivo, allora, questo mio dolore e la dura fatica che mi infliggevo come una forma di giusta espiazione per non non essere riuscito ad allontanare la morte da  Petra  e forse per tutte le inevitabili trascuratezze e disattenzioni di cui  mi ero potuto rendere responsabile. E man mano che andavo avanti  dovevo inghiottire  lacrime amare  non più piante negli ultimi anni.

Ma questa volta la terra è relativamente morbida: non ci sono rocce da estirpare e nemmeno uno strato indurito da rompere a colpi di piccone.

Alla fine,  in nemmeno un’ora, sono riuscito ad approntare proprio ai piedi del muretto a secco  e accanto all’oleandro  da sempre stento una fossa di circa quaranta centimetri di profondità, lunga sessanta e larga cinquanta.

Raddrizzandomi a fatica sulla schiena dolente e valutando ad occhio le misure,  ho pensato che  potesse andar bene.

Raccolgo Zeudi - o meglio il fagotto informe in cui si è trasformata (rendendomi conto per l’ultima volta di quanto pesi il suo corpo inerte) e,  rattristato,  la depongo  con cautela sul fondo della fossa.

Comincio a ricoprirla strato a strato.

Alla fine con il rastrello elimino tutti i residui di rami secchi e quelli incombusti che, prima, in questo punto erano  mescolati allo strato superficiale del terreno.

Sempre con il rastrello, pareggio il suolo e delimito  la zona di terreno smosso di fresco con una fila di grosse pietre che erano ammucchiate vicino.

E così, il  triste lavoro è compiuto.

Mi  soffermo a contemplare  la sepoltura, mentre il sudore continua a scorrere copioso.

Sono contento di aver finito.

 

 

7.  Francesco ritorna dal mare, accompagnato dalla mamma.

Non mi chiede niente di Zeudi, anche quando si trova a passare dal punto dove, andando via, mi aveva visto lavorare allo scavo.

Ma, d’un tratto, mentre è in piedi vicino al muretto a secco,  le cui pietre più esterne sono tenute assieme da  manciate di malta friabile,  diventa lamentoso:

“Mamma, mi è entrata la sabbia nell’occhio”  (e non aggiunge altro ).

 

 

io con Fred e Zeudi - 19948. Più tardi ancora,  Francesco, mentre mangia la sua cena vuole scendere di nuovo nel posto di Zeudi.

Mi chiede qualcosa: “Papà, ma dov’è Zeudi ora?".

“Ecco - gli rispondo io - Zeudi è là  (indicando il punto della sepoltura) adesso ha una sua casetta sottoterra,  ma nello stesso tempo è andata nel cielo, in un posto in mezzo alle  stelle dove ci sono tanti altri  cani e ci guarda da là sopra. Ti ricordi del papà di Simba? Anche lui  quando muore  va  nel cielo, tra le stelle, e da lì parla a Simba. Simba guarda in alto tra le stelle e vede Mufasa che lo guarda e gli parla”.

Sembra rasserenato da questa mia risposta  e non mi chiede altro.

Me ne vado.

Franceschino rimane.

Mentre io sono via, prende  un  leone di plastica, scava un fosso nella terra vicino a Zeudi, e  lo seppellisce: “Ecco, il leone ora è morto  e lo metto nella sua casa” - mi dice mentre lo ricopre di terra.

Ma dopo un po’ ci ripensa, ri-scava  nello stesso punto e raccoglie il leone.

“Ora me lo riprendo, però”.

 

9.  Ancora  più avanti, quando è già notte, Francesco si risveglia di colpo: ma è solo il suo corpo ad essere sveglio,  il suo cervello forse sta ancora dormendo.

E’ in preda alla paura.

Si lamenta.

Lo stringo a me. Gli carezzo piano la schiena come faccio di solito per rasserenarlo.

“Papà - grida - mi è entrata la sabbia negli occhi. Papà, non mi carezzare se no mi entra la sabbia negli occhi!”.

E’ profondamente angosciato,  scalcia,  a tratti il suo corpo si irrigidisce,  per un attimo mi sembra che non ci sia nulla che possa placare questa sua ansia.

Penso alla sua domanda  della mattina sugli occhi di Zeudi e poi ancora al suo improvviso lamentarsi della sabbia del muretto che gli andava negli occhi proprio dopo avere visto che Zeudi non c’era più; penso alla sua ansia nell’immedesimare sé stesso con Zeudi: come saranno adesso gli occhi di Zeudi, adesso che Zeudi è sepolta nella terra, non  saranno forse tutti  invasi  dalla terra-sabbia? 

Perchè  mai - mi chiedo - le mie carezze gli fanno entrare  la sabbia negli occhi. 

Qualche volta Francesco, sentendo la ruvidezza delle mia mani, mi fa: “Papà, hai  fatto il lavoro delle foglie?". 

Tempo fa, mi  aveva chiesto, toccandomi le mani e sentendone la ruvidezza: “Papà, perchè hai le mani così dure?”.

Io allora gli avevo spiegato che quel giorno  ero stato nel giardino  di  Capo Zafferano a raccogliere con le mani nude le foglie secche da bruciare;  da allora qualsiasi lavoro manuale  che fa diventare le mani ruvide è  per lui  il  lavoro delle foglie.

Le mani ruvide che hanno fatto il lavoro delle foglie sono le stesse mani che hanno seppellito Zeudi nella terra ed  il contatto con queste mani suscita in lui la sensazione vivida della sabbia negli occhi.

E’ evidente che Francesco sta lavorando per elaborare quanto è successo, ma c’è un costo che deve pagare.

Solo molto tempo dopo, a fatica, si riaddormenta.

All’indomani, Francesco non risponde alle domande che gli vengono rivolte su quello che è accaduto ieri.

“Francesco, dove siamo stati ieri?”

“...” ( silenzio )

“Francesco, che cosa abbiamo fatto ieri?”

“...” ( silenzio )

 

10.  E nel silenzio  finisce appunto la cronaca della morte di Zeudi.

 

 

11. Molte settimane dopo, quando ormai l’estate volge  al termine  e i venti dell’autunno  hanno cominciato a far sentire il loro soffio triste, siamo ancora tutti a Capo Zafferano.

Nel  riquadro di pietre che adesso delimita la sepoltura di Zeudi c’è adesso piantata una piccola quercia di pochi centimetri soltanto, con la speranza che  possa diventare un giorno una pianta forte e rigogliosa.

Francesco è fuori nel giardino intento a giocare.

Ad un certo punto corre verso di noi in agitazione.

“Mamma, mamma! - grida - Presto, vieni a vedere, c’è Zeudi fuori dal cancello e vuole entrare! Mamma, perchè l’abbiamo chiusa fuori?”.

“Ma, Francesco, non è possibile; Zeudi non c’è più, Zeudi è andata a fare un viaggio in un posto lontano”.

“Mamma Zeudi c’è! Io ti ho detto: l’ho vista! Vieni a vedere, forza! E’ viva, è  viva!”

A questo punto, la mamma accorre.

Guardano assieme al di là dell’inferriata, e dall’altro lato un po’ nascosto tra le fronde c’è un cane,  sì,  ma non  è Zeudi, è  soltanto un altro cane.

Ma è un apparizione fuggevole: nemmeno il tempo di vederlo e questo cane si è subito dileguato  nella vegetazione fitta, lasciando nell’ambiguità qualsiasi percezione.

Ma per Francesco, da qualche parte Zeudi è ancora viva. Perchè è stata mandata via, perchè viene tenuta fuori dal cancello?

 

 

 12.  Alcuni mesi  dopo Francesco mi osserva attentamente mentre preparo da mangiare per Fred.

Sto usando  una ciotola di plastica gialla - quella che prima più frequentemente usavo per Zeudi.

Francesco non manca di notarlo e mi dice: “Papà, ma stai usando la ciotola di Zeudi! Perchè la usi?”.

Gli rispondo, cercando di dargli un  perchè plausibile;  ma per me, in verità,  non c’era nessun motivo era semplicemente capitato così.

Prendendo spunto da questa frase, gli chiedo: “Francesco, ma dov’è adesso Zeudi?”.

Francesco ci pensa su un attimo e quindi con molta certezza mi risponde: “Zeudi è in cielo”, ma poi ci ripensa e aggiunge: “Ma è anche nella sua casa di sabbia a Capo Zafferano”.

Io non replico più nulla e il discorso si ferma a questo punto. 

 

13. Quasi un anno dopo siamo ancora una volta a Capo Zafferano e Francesco vuole la mia compagnia per andare a vedere il posto di Zeudi.

Lo accompagno volentieri.

Quando arriviamo Francesco si lamenta con me del fatto che io non ho messo nessuna piantina all’interno del recinto di  pietre che delimita la tomba. In effetti, il terreno appare brullo e spoglio  e, d’altra parte, le pioggie lo hanno appiattito considerevolmente, mentre prima la terra smossa di fresco appariva grassa  e rigonfia.

Si vedono soltanto in prossimità della bordura di pietre due stente piantine di geranio rampicante al limite della consunzione.

Accanto alla sepoltura di Zeudi c’è una piccola grotticella, poco più che una cavità in una grande roccia scoscesa da sempre presente nel terreno.

In passato, per fare giocare altri bambini, attorno all’imboccatura di questa piccola cavità naturale,  mi ero dato da fare per costruire  un muro di pietre attrezzato con delle piccole feritoie in modo da delimitare  l’ingresso di un vero e proprio fortino.

Questa costruzione, fatta per gioco assieme a quei bambini, era stata il passatempo fugace di un’estate.

Ma poi trascorso quel tempo, il lavoro era rimasto a mezzo, come tante altre cose della mia vita..

Pini e fichi d’india sono cresciuti rigogliosi attorno a questo abbozzo di costruzione  il cui ingresso adesso appare parzialmente ostruito dal fogliame e dalle pale di fico d’india cadute.

Mentre  cercavo di liberare  il passaggio per ripristinare l’agibilità del piccolo fortino, Francesco mi dice  perentorio: “... e qua dentro abita Zeudi”.   

Poi girandosi  verso  il riquadro di pietre aggiunge: “Ma anche là sta Zeudi,  nella sua casa di sabbia!”.

 

14.  Che  la cronaca della morte di Zeudi e di questi successivi eventi  possano servire  un giorno a Franceschino per rompere il silenzio imposto dall’oblio, consentendogli  di far rivivere per un poco Zeudi,  e per  ricostruire la memoria di un evento della sua infanzia.

 


E' accaduto il 15 giugno 1997.

 

Transiti-e-passaggi-4172.JPG

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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