Nella cappa grigia del cielo
grandi gabbiani veleggiano
stridendo di tanto in tanto,
come afflitti dalla solitudine dell’esilio,
e da un dolore che mai potrà essere lenito
Attendono
I quattro cavalieri si preparano
a scendere in campo,
preceduti da ominosi presagi
A notte inoltrata
il vento continua a soffiare,
ma le nubi si sono diradate,
lasciando intravedere
poche stelle sparute
che baluginano
come frammenti di diamante
incastonati in una nera trapunta
Sono in una grande casa
dalle parti di Agrigento
C’è la mamma
C’è anche mio fratello
Dobbiamo prepararci per ricevere gli invitati ad una grande festa
Nei preparativi ci accorgiamo
della mancanza di un piccolo presepe
in miniatura
che vogliamo disporre
tra gli ornamenti della stanza
In cui riceveremo gli ospiti
Cosa facciamo?
Propongo allora di partire subito
in auto
per raggiungere un mio amico
che vive appunto ad Agrigento
Lui sarà certo in grado di portarci
un esemplare dell’oggetto mancante
E si va
Io alla guida
Procediamo lungo una trafficatissima sopraelevata
e vedo il mio amico Gero
camminare verso di noi,
assieme ad altri,
lungo la corsia di emergenza
Con prudenza accosto
Gero si affaccia dal finestrino
dal lato di mio fratello,
porgendo all’interno della vettura
un piccolo vassoio decorato
con splendide miniature - la capanna di paglia della natività
e numerosi personaggi presepiali -,
e parla a lungo con mio fratello,
spiegandogli le origini dell’oggetto
Si fa tardi e dovremmo congedarci
per fare ritorno,
ma è piacevole conversare
Decido di parlare ancora un poco con loro,
accompagnandoli da dove sono venuti
Esco dunque dall’auto
Sto tornando!,
dico alla mamma e a mio fratello
E mi incammino con loro
Porto con me il vassoio con la miniatura
Perché?
Camminiamo e camminiamo,
sempre lungo la corsia d’emergenza della sopraelevata
La conversazione è sempre piacevole
e non fa sentire la stanchezza dell’andare
Poi usciamo dalla sopraelevata
attraverso un complesso sistema
di scale e tunnel
Interloquisco anche con gli altri due
Uno è uno degli infermieri anziani
che lavorava nel servizio
di cui io ero il responsabile
Con lui rievochiamo il tempo andato,
compresi gli innocui scherzi
che a volte venivano fatti
per alleggerire la tensione di un lavoro
faticoso e ingrato
L’altro è un mio collega anche lui in pensione,
con il quale discutiamo
di quanto sia complicato oggi
rimettersi in un circuito lavorativo
Io sono sempre con il vassoietto delle miniature in mano
e sto bene attento
a non lasciare cadere a terra
i preziosi pezzi
L’ora si fa tarda
A malincuore devo metter fine
alle chiacchiere,
per fare ritorno
(I miei li ho lasciati fermi in corsia
di emergenza!)
Mi sono distratto non poco
e quindi sono stato poco attento
al percorso che abbiamo fatto
So di sicuro che ci siamo
MOLTO allontanati dall’auto dei miei
Mi faccio spiegare da Gero
qual é la via da seguire
Lui spiega e spiega
ma io non riesco bene a seguire
il filo del discorso,
pur annuendo comunque
con il vigore dello scimunito
Mi congedo dagli amici e parto
All’inizio non mi oriento
Sbaglio ripetutamente
Vado per prova ed errore
Entro ed esco
per scale, androni e cunicoli
L’obiettivo principale
è ritrovare la via
per raggiungere la sopraelevata,
e dal lato giusto
Sono numerosi i percorsi a cul de sac
che imbocco
Chiedo a molti indicazioni
Tanti mi guardano perplessi
(Non si può entrare a piedi in sopraelevata)
Poi, dopo il passaggio
attraverso gli interni di un palazzo-museo,
molto somigliante a Villa Cattolica di Bagheria,
dove vengo trattato con acrimonia
dal personale addetto
mi oriento
La batteria del telefono
è quasi scarica (meno del 10%)
e c’è poco campo
(una sola tacca)
Ho sempre il vassoietto stretto in mano
Comincio a correre per guadagnare tempo
(Tempo! Tempo! È ciò di cui ho bisogno!
Il tempo mi si fa stretto!)
Vado, brandendo il vassoio come uno scudo
Trovo la via d’accesso
e sto per entrare in un tunnel oscuro
quando arriva
su un enorme macchinario a ruote
un addetto alla manutenzione
che mi dice: Dove vai?
Ai pedoni è vietato l’ingresso!
Sto per arrendermi
Poi gli dico che
ci sono mia madre,
mio fratello e mio figlio
fermi dentro l’auto
in corsia d’emergenza
e che devo assolutamente
raggiungerli per metterli in salvo
L’addetto-cerbero si commuove
e mi fa un cenno di assenso,
senza parole
E così mi addentro nella galleria,
spalleggiato dall’enorme macchinario
sbuffante
Ho sempre in mano il vassoio
Nella mia corsa frenetica di prima
s’é un po’ stropicciato
I suoi personaggi sono ora un po’ sbilenchi
ma tutti presenti all’appello
La capannuccia della natività
si é fatta un po’ storta e spennacchiata,
ma così appare perfino più realistica
Arrivo con il fiato in gola
le pulsazioni a duemila
all’auto in sosta
in corsia d’emergenza
(Finalmente!)
Attraverso il finestrino aperto
porgo il vassoietto all’interno
per mostrare loro
che abbiamo ciò
per cui abbiamo intrapreso il viaggio
Nessun segno di vita,
nessuna risposta di giubilo
Guardo all’interno dell’abitacolo
e sono tutti immersi
in un sonno profondo
(Ed io qui mi sveglio all’improvviso
con la mano chiusa strettamente a pugno
per reggere un invisibile vassoio,
avvertendo la fatica e lo scombussolamento
di una titanica impresa)
Guido un'auto in affitto
presa per un lungo tour
Dopo centinaia di chilometri,
sta per finire la benzina
Sono all’estremo limite,
con le ultime gocce da spremere
L’auto scassata e ansimante
va comunque
Poi ci fermiamo e, grazie tante,
c’è una stazione di servizio
Gabriel mi aiuta a inserire i soldi nella slot
Ci sono molte piccole difficoltà
per mettere qualche litro appena
nel serbatoio prosciugato
Prima, la banconota non è riconosciuta
Poi, viene mangiata dalla macchina ed è persa
E infine, voilà, con una seconda banconota,
siamo più fortunati
Ecco che spilliamo una piccola quantità di carburante,
quanto basta per tirare avanti
Poi parlo al telefono con il gestore
delle auto in affitto
Devo ancora portare il mio veicolo spossato, per la consegna
La mia destinazione è lì, a meno di cinquecento metri
Giro la chiave nello starter
Il motore, scoppiettando, si mette in moto
E vado, lasciandomi dietro
nuvole di gas di scarico e polvere
Quando arrivo dove mi è stato indicato
non c’è nulla, nemmeno un’insegna,
solo una strada vuota, desolata
Chiamo il gestore
Almeno lui risponde
Mi dice, perentorio: Non preoccuparti
Lasciala lì, con la chiave nel parasole.
Vattene!
Qualcuno verrà a prenderla!
Mi incammino, obbediente
Ho ai piedi delle scarpette da corsa,
di foggia strana
Mi metto a correre,
per attraversare un grande parco naturale,
forse un'oasi protetta
Le gambe girano che è un piacere
Mille ostacoli si frappongono
alla fluidità della corsa
E sono alberi antichi, mi sembrano ginepri,
bassi e contorti,
d'un legno denso e duro,
cresciuti fitti proprio sul sentiero
Mi devo piegare o strisciare,
a volte, per superarli
E poi ci sono delle vasche piene d’acqua
su cui galleggiano le ninfee
e altre specie vegetali
Uno di questi bacini è tanto grande
che non v’è altra alternativa,
se non guadarlo
La via più diretta, insomma
Mi immergo sino a mezza gamba
e vado
Un filo duro, metallico,
mi afferra il piede
Inciampo e vado nell’acqua Splash!
Mi dibatto, liberandomi dal cappio, Splash!
Mi rialzo, zuppo, grondante,
ma sono dall’altra parte,
e riprendo il mio andare
Ora il percorso é più semplice,
tutto lastricato di pietre
e adornato di magnifiche statue classicheggianti,
con ampie ondulazioni
Sento dietro di me
le voci di altri corridori
che avanzano,
senza raggiungermi mai, tuttavia
Il solo suono di queste voci,
echeggianti nella mia testa
come un'ipnotica nenia orientale,
basta ad infastidirmi
Cerco di accelerare l’andatura
per non essere raggiunto,
anzi per prendere le distanze,
ma invano
Quel chiacchiericcio mi perseguita
Mi chiedo quando riuscirò mai
a raggiungere Gabriel
che ho lasciato da solo alla stazione di servizio
Nel cielo sopra di me
quattro poiane ascendono
in ampi cerchi verso l’alto,
imperturbabili,
maestose
Mi sembra di riconoscerle
e con il loro volo spiraliforme
mi indicano la via di casa
Si svolge nell'ampio slargo
davanti ad un edifico condominiale
I negozi e le botteghe che danno sulla strada
sono chiusi,
le saracinesche abbassate,
dovunque segni di degrado e abbandono
la pavimentazione davanti è di terra battuta
(Questo è strano)
tutta invasa da erbacce e da arbusti infestanti
Ero lì che passeggiavo,
quando all’improvviso
le mie gambe hanno cominciato
a muoversi in modo diverso,
manifestando in modo autonomo
il loro desiderio di correre
Sto correndo dunque
Vado avanti e indietro
Un centinaio di metri in una direzione
Poi giro di boa,
quando sono arrivato all'estremo limite dello slargo
E di nuovo
Di nuovo
Di nuovo
Ci vuole molta pazienza
Ma poi creo nella mia mente
scenari di natura
mutevoli e va bene così
Vedo montagne
paesaggi marini,
cittadine pittoresche,
ghiacciai e fiumi che scorrono,
foreste immense palpitanti di vita invisibile e visibile
La corsa va avanti a lungo
Il mio corpo reagisce bene
Nello spiazzale (che è di terra battuta,
come ho detto)
si vanno creando - dopo molteplici passaggi -
dei solchi, come crepature nel terreno,
profonde sino al mio ginocchio e di più
Una corsia, un sentiero,
tracciato dal continuo calpestio dei miei piedi
Al giro di boa più lontano,
ora devo anche muovermi tra due grossi teschi
di dinosauro,
bianchi e calcinati
dopo la lunga esposizione al sole
Sono davvero enormi
Ogni volta li osservo senza sorpresa
Fanno parte di quel paesaggio
e lo ampliano a dismisura
nello stesso tempo
Questa sensazione mi dà le vertigini,
un senso di dislocazione
Dove sono veramente?
Chi sono?
Perchè sto correndo?
Corro, le mie ginocchia sono in sofferenza,
soprattutto ai giri di boa
Eppure continuo a girare
a girare
a girare
a girare
Il cane fedele al guinzaglio
mi segue, senza nulla chiedere
Ogni tanto mi guarda in tralice
Siamo vagabondi nello spazio
ma anche nel tempo
Ho l'impressione che, ad ogni giro in senso anti-orario,
ci muoviamo verso un passato sempre più arcaico
Lo sento
Dove arriveremo?
Palermo, Foro Italico Umberto I - I contrappesi-bilancieri del Nautoscopio. In fondo, Capo Zafferano che, nella distanza, appare come un'isola
(Agosto 2010) Quand'ero piccolo pensavo che Monte Catalfano fosse un enorme capodoglio che riposava in emersione, al largo (come ero convinto, incrollabilmente, che Monte Cuccio, fosse un antico vulcano estinto)
E, del resto, gli antichi naviganti narravano storie di isole galleggianti, gigantesche, vicino alle quali si mettevano alla fonda, per poi scoprire che si trattava di pesci di immani proporzioni, al momento dormienti I guai avrebbero potuto arrivare, quando si fossero svegliati e avessero deciso di immergersi nel blu, in acque profonde, trascinando con sé nave e marinai…
Uno dei viaggi meravigliosi di Sindbad il marinaio che mio padre mi leggeva quando, piccino, a letto aspettavo che giungesse il sonno, narrava proprio di questa leggenda. In particolare la prima delle esotiche ed affascinanti avventure di Sindbad.
Dopo aver dissipate le ricchezze lasciategli dal padre, Sindbad inizia ad andar per mare per recuperare la propria fortuna. Scende a terra su quella che egli ritiene essere un’isola, ma questa si rivela un pesce gigante (o balena-isola) su cui degli alberi hanno addirittura messo radici. Il pesce si immerge negli abissi e la nave riparte senza Sinbad, che si salva la vita solo grazie ad un barile che passa per caso nelle sue vicinanze, inviato per grazia di Allah. Sospinto a terra su un’isola, il re di questa lo prende sotto la sua protezione e lo nomina capitano del porto. Un bel giorno la nave di Sinbad arriva proprio in quel porto ed egli reclama i suoi beni, ancora nella stiva della nave.
Il re dell’isola gli conferisce preziosi regali e Sinbad fa ritorno a Baghdad, dove riprende una vita di lussi e piaceri.
Ed ecco che mi sovviene una frase di Hugo Pratt, grande cultura dell'avventura e dello scorribande in terre meravigliose e lontane con le sue tavole disegnate:
"...all'orizzonte di quell'oceano ci sarebbe stata sempre un'altra isola per ripararsi durante un tifone, o per riposarsi e amare. Quell'orizzonte aperto sarebbe stato sempre lì, un invito ad andare." (Hugo Pratt)
Quando ero piccolo... Ogni volta che vedevo Monte Cuccio con la sua singolare cima puntuta, la mia fantasia si infiammava sempre... E dicevo sempre: "Mamma, mamma, guarda c'è il vulcano". E la ...
Non so che dire
Certi eventi irrompono all’improvviso
Ti colpiscono duro
Ti lacerano
Ti fanno sentire in colpa
Ti fanno pensare a ciò che non hai fatto
A ciò che hai fatto e a come lo hai fatto
Rifletti sulle debolezze della memoria,
sull’oblio e sul modo in cui, a volte,
mettiamo da parte le persone
Poi quando la realtà ti colpisce
al petto come un maglio
è troppo tardi per rimediare
Quando ciò accade
si è portati a pensare
alla propria infinita debolezza e fragilità
Non dimentichiamo che,
quando una campana suona a morto
suona per ciascun vivente
2.
Il vento scuote gli alberi
Fa vibrare le finestre
Si sente fuori dalle mura
un rimestio o un brontolio
Ma anche una vibrazione
altalenante
come se uno stuolo di monaci tibetani
stesse salmodiando l’OM
Carte e cartacce,
fogli di giornale,
involti oleosi stropicciati
bicchieri di carta,
ma anche foglie secche,
danzano nel vento
si sollevano in piccoli vortici
e poi ricadono
fino a quando un turbine
più vigoroso non li prende
portandoli via con sé
Il vento allontana le persone,
le isola,
fa volare via i pensieri, scompigliandoli,
via sciarpe e berretti
Le costringe a piegarsi per resistere,
ma poi le prende e le trascina
nell’Altrove
Dove?
Forse a Erewhon
Forse a Kansas City
Forse a Xanadu di Kubla Khan
O forse a Shangri-la
o in altri luoghi dove si possa
ricevere il dono (o la maledizione)
dell’eterna giovinezza
Dicono che nei giorni di vento
le anime dei defunti
possano più facilmente volare via
libere da catene e da fardelli
3.
Fa caldo in questo giorno di Marzo
Questa sezione del cimitero
è battuta dal sole,
sotto un cielo implacabilmente terso
C’é - a poca distanza -
un rifugio ombroso
ai piedi di un cipresso secolare
Mi ci riparo
Accanto a me,
occhieggia con i suoi fiori
una margherita selvatica
cresciuta a fatica
tra gli interstizi d’una sepoltura
Avverto la pace
E se non fosse considerato strano
mi sdraierei volentieri
su d'una lastra tombale
per assorbirne la tellurica frescura
Attorno a me s'erge
un fitto bosco di sepolture,
ornate di croci e colonne mozze,
custodite da angeli in preghiera
o dormienti,
adorne di scritture ultime,
alcune abitate e frequentate,
ingentilite da fiori freschi e piante ancora vitali,
altre neglette, dissestate,
con inferriate e recinzioni di metallo
divelte e rugginose
I defunti sono qui
attorno a me
Lo sento
Alcuni sono rappacificati e sereni
Altri levano le loro voci irose
per essere stati trascurati
Tutti aspettano qualcosa
L’ora che verrà
o che mai arriverà
Si sente echeggiare il verso del corvo,
nero guardiano
Squilla il telefono
ripetutamente
Poi il trillo cessa
e sento una voce strozzata
che mi chiama per nome,
più volte, con insistenza
Una voce la cui timbrica
evoca sofferenza e dolore
Mi sveglio del tutto,
con il cuore in gola
Rovisto in giro
in cerca del telefono
che non trovo, all’inizio
Il cuore batte veloce,
impazzito
Là fuori, penso,
qualcuno ha bisogno di me!
Il vento soffia forte
Grida e ulula
Le chiome degli alberi
sono squassate senza requie
dalla mano d’un gigante
Non c’è quiete
Tutto è in movimento
Penso che se uscissi
fuori dal mio loculo sicuro,
in questo istante,
potrei essere trascinato
come un fuscello
da qualche parte,
oppure sospinto via
sino ad essere inghiottito
nel Gorgo del Tempo
e mandato a sprofondare
nel Pozzo dell’Oblio
più radicale ed inimmaginabile
Entro nel mio studio
e trovo una serie di prodotti cosmetici
esposti in bella mostra sul piano della scrivania
Inappropriato!
Sono irritato
Chi avrà fatto questo?
Penso che dovrò parlarne con mio figlio
Ma sono certo che lui non capirà
È facile essere frainteso
Lui è irruento e di rado ascolta
sino in fondo
ciò che ho da dire
Poi, in un altro momento,
ero trasportato in auto
Il guidatore faceva anche da guida
Si parlava di un certo ospite,
un mio lontano parente,
che era venuto in visita
da un paese estero
Siccome era venuto per partecipare
ad una celebrazione familiare
le spese di viaggio e permanenza alberghiera per due giorni
erano a mio carico
Il guidatore mi diceva
che l’ospite aveva deciso
di prolungare il suo soggiorno,
trasferendosi in un hotel di superlusso
Aggiungeva anche
che l’ospite si aspettava che io pagassi il conto
Mi facevo quattro conti in croce
e realizzavo che avrei dovuto esborsare
circa 25 milioni
Mi sentivo sbalordito e sopraffatto,
sgomento anche
Dicevo che c’era stato un fraintendimento
Non sarebbe dovuto toccare a me
pagare le spese extra
Non erano questi i patti con l’ospite
Nel sogno, tutto questo
lo dicevo in inglese
Il guidatore/guida sghignazzava di gusto,
mentre continuava a guidare
Avrei voluto scendere
ma la portiera era senza maniglie,
i finestrini non si potevano abbassare
Non sapevo dove stessimo andando
e nemmeno quanto sarebbe durato il viaggio
Ho sognato che andavo ad un convegno
(di psicoanalisi o di psichiatria)
su di un magnifico cavallo bianco
Ero gioioso per il fatto d'avere questo cavallo
Tutti erano stupiti nel vederlo
e nel vedermi sulla sua groppa
Io ero compiaciuto
Non era soltanto magnifico,
era anche intelligente
Era capace, per esempio,
di aprire il rubinetto dell’acqua
per bere autonomamente,
come se avesse zoccoli prensili
Era una creatura mitologica,
a tutti gli effetti
Il convegno si svolgeva all’aperto
nella vasta corte di un’antica dimora
Incontravo tanti colleghi del passato,
altri - più giovani - mi erano sconosciuti
Ma, in verità, ero più interessato al cavallo
che non al convegno,
né mi sentivo vocazione alcune per le rimpatriate
E poi c’era il cavallo da impastoiare
e da rigovernare
Parlavo con una tizia
che riconoscevo come scrittrice
Nella conversazione mostravo
di possedere un’articolata conoscenza
dei suoi libri
e lei se ne stupiva
Poi se ne andava
e la conversazione si spegneva
Forse, avrebbe voluto
rimanere nell’anonimato
Anche la scrittrice, però, era venuta
al convegno a cavallo
- questo ci accomunava -
ma il suo destriero era un roano
Cominciavano a cadere
grosse gocce di pioggia
Guardavo il cielo ad est
e vedevo che grossi cumuli
grigio-neri, minacciosi,
si addensavano rapidamente Pioverà?, chiedevo alla scrittrice
Lei rispondeva, Sì, certo!
Se non vogliamo bagnarci,
occorre andare!
Il cavallo mi rendeva davvero felice
Non avevo bisogno d’altro
Mi occupavo di lui
Non temevo alcun male
Pensavo che me ne sarei andato via
presto, in groppa al mio destriero,
per scansare la pioggia imminente
Del convegno e delle facce di circostanza
non mi importava proprio nulla
Pregustavo una magnifica uscita di scena,
io e il mio destriero
per andare a passo lento e maestoso
verso altri destini
Dopo poco più di un mese da quello che avete appena letto, ecco un nuovo sogno, nel quale mi ritrovo a partecipare ad un convegno di psichiatria
Sono tra i partecipanti d'un convegno nazionale di psichiatria
Si tratta di una cosa davvero grande ed importante
C’è uno stuolo di professoroni, il fior fiore,
la crème dela crème, e i loro accoliti
lecchini, rampanti e ambiziosi
armati di coltelli taglienti,
seppur invisibili e immateriali,
per pugnalarsi alle spalle
quando occorre o anche quando non occorre
Bisogna avere lo stomaco foderato di acciaio
ma anche indossare robuste mutande di latta,
per stare assieme ad una simile combriccola,
eppure siamo lì,
volenti o nolenti
La folla è percorsa da grandi ondate nervose
Ci si sposta all’improvviso
sulla base di dicerie o anche di semplici supposizioni
La parola d’ordine é essere presenti
laddove le cose accadono,
per ottenere favori
o cogliere opportunità
C’è anche mio fratello,
con la sua carrozzina,
lui però è un outsider, un puro,
un gigante con i piedi di solida roccia
non come quei fantocci dai piedi di argilla
che lo circondano
Lui è là, perché deve presentare
un suo libro sui diritti
delle persone con disabilità
Di lì a poco, mio fratello scompare, tuttavia,
e non ho più il conforto
della sua rassicurante presenza
In uno dei tanti spostamenti di folla
vengo trascinato in una grande sala
dove è allestito un buffet
Tutti si avventano sui tavoli
riccamente imbanditi
riempiono piatti di tutto e di più
mangiano a quattro palmenti,
quasi fossero reduci da un mese di digiuno
a pane e acqua
Intanto, infarciscono il loro ingozzarsi
con un chiacchiericcio vuoto
Una nuvola di parole vuote
si leva verso l’alto
come un sottile gas asfissiante
I coltelli sono sempre là
pronti all’uso
Mi trovo alla presenza di un augusto professore
il quale, attorniato dalla sua corte, sentenzia
Alcuni, i suoi più fedeli,
annotano le sue parole oracolari,
a futura memoria
Io non so che dire
Tacere è la virtù dei forti
Poi ci si sposta altrove,
in un grande androne
dove ci si registra per poter prendere la parola
e fare dotti interventi
La calca è terribile
Tutti si fanno sotto,
cercando di scavalcare e arrivare per primi
Non si contano i furbetti e i furetti
Ma c’è un servizio d’ordine impeccabile
Ci sono delle amazzoni
a torso nudo
che bloccano gli indisciplinati
con prese d’acciaio
al collo o alle braccia
Stringono con tanto vigore
che potrebbero spezzare le ossa di quei tapini
A nulla valgono le loro suppliche
o anche le blandizie
Anzi, più i tapini - un tempo furbetti -
supplicano e pregano
di essere trattati con meno rigidità,
più la stretta aumenta
e i loro volti si contorcono
per il dolore,
mentre le amazzoni mute
tengono puntati su di loro
occhi di fuoco
Questo pezzo che scrissi come "nota Facebook" il 27 agosto 2009, è rimasto sepolto lì, man mano che i contenuti della bacheca scorrevano in avanti, proiettati lungo un vettore di tempo lineare.
Riemerge oggi: e, avendo controllato che di questo scritto non v'è traccia nei miei blog, lo lancio qui.
Vi si discorre di un momento interiore quasi antidiluviano, prima ancora che esordisse un decennio di lutti, ma anche di grandi cambiamenti ed è, per questo motivo una traccia che vale la pena conservare.
Anche questo scrissi nel lontano 28 agosto 2010. E anche questo breve scritto mi è stato restituito in forma di "ricordo" dall'algoritmo di Facebook. Lo ripropongo qui, poichè non fu mai pubblicato nei blog che tenevo attivi a quel tempo.
Gli attimi sono sempre fuggenti. E' nella loro natura esserlo
Crediamo di avere la presa sul presente e ciò che riteniamo di possedere, in un attimo, è già passato
Il presente di fatto non esiste
Ciò che è in un modo transita veloce verso successive - imprevedibili - metaformosi
E non c'è mai l'immobilità, né l'equilibrio assoluto
Viviamo in un continuo disequilibrio alla ricerca di continui micro-equillibri esistenti soltanto in funzione del caos che preme da ogni parte
Io non ho mai un mio centro, non riesco ad averlo nemmeno quando ci provo e sono convinto di provarci
Se lo avessi, probabilmente non scriverei come faccio - spinto da un'ossessione d fissare - attraverso la scrittura - le cose (gli accadimenti) e i pensieri e le emozioni
Se io faccio ciò è per vincere il fantasma della morte e di ciò che si deteriora e si guasta
Se scrivo e se penso e se ricordo l'attimo fuggente oppure ciò che è stato ed è fuggito via da tanto tempo, sono vivo
Ancora per un attimo
Poi, si vedrà
Il commento che segue non è mio e ci tengo a riportarlo sia pure in forma anonima:
"Gli attimi sono importanti.
Sono fuggenti, ma sono come un puzzle e permettono la crescita e la costruzione di tutta la nostra vita, delle nostre emozioni, della nostra... storia.
Ogni attimo passato ci ha permesso di essere come siamo.
Ogni attimo presente ci permette di esserci domani.
L'attimo fugge la morte, perchè la morte è l'ultimo attimo.
L'unico attimo che viviamo senza quasi esserne consapevoli se non forse per una frazione di secondo
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre
armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro
intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno
nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e
poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a
fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.