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25 luglio 2015 6 25 /07 /luglio /2015 05:16
Marcellino Pane e Vino. Forse il mio primo film al cinemaMarcellino Pane e Vino. Forse il mio primo film al cinemaMarcellino Pane e Vino. Forse il mio primo film al cinema
Marcellino Pane e Vino. Forse il mio primo film al cinema

Marcellino Pane e Vino (diretto dall'ungherese Ladislao Vajda), uscì nel 1955 nelle sale cinematografiche.

Ricordo che allora non avevamo ancora la TV (i primi apparecchi televisivi avrebbero avuto una diffusione di massa più tardi in occasione dei Giochi Olimpici di Roma nel 1960).

Di tanto in tanto la mamma o il papà ci portavano al cinema: e questo era dunque l'unico approccio possibile con la cinematografia.

Forse, considerando l'anno di uscita, Marcellino Pane e Vino fu il mio primo film: per così dire il mio battesimo del fuoco cinematografico..

Mi ci accompagnò la mamma: non ricordo se quella volta ci fosse anche mio fratello e nemmeno se ci fossero altre adulti e miei coetanei.

Dal film fui molto colpito, tanto che ancora oggi quando ne rivedo alcune scene topiche ora da adulto, piango tuttora come un vitello. 

Le emozioni di allora furono facilitate, allora, probabilmente da una totale identificazione con il protagonista della storia: pablito Calvo all'epoca in cui venne scelto come attore-protagonista, aveva 6 anni, esattamente gli anni che avevo io quando fui portato al cinema. E anche adesso, nel vedere le sequenze topiche del film, devo dire che mi sembra di vedere me stesso bambino: un film a grande impatto, dunque.

Ma non ricordo che tornati a casa dopo il film con la mamma ci siamo soffermati a parlare di emozioni o comunque di qualcosa che vi fosse in qualche misura correlato (ma quando ero piccoli, i discorsi sulle emozioni non erano quasi mai percorsi).

Le emozioni scaturiscono (a rivedere le sue scene ancora fresche a distanza di oltre 60 anni) dal fatto che la storia è raccontata in toni lievi, senza mai calcare la mano su eventi sovrannaturali, e anzi con un certo piglio realista.
Una narrazione scarna ed essenziale, arricchita (e non depauperatoa) dall'uso del bianconero che rende più profondi ed intensi gli aspetti della vicenda metaforici ed allegorici (come il numero quasi magico dei dodici fraticelli del convento che adottano il bambino esposto, cui viene dato in battesimo il nome di "Marcellino" perché è stato trovato proprio nel giorno dedicato a San Marcellino).
Dopo aver visto il film, la mamma mi regalò anche il libro da cui il film era stato tratto.

(da Wikipedia) Marcellino pane e vino (Marcelino pan y vino) è un film del 1955 diretto da Ladislao Vajda, presentato in concorso all'8º Festival di Cannes.
Il protagonista del film, Pablito Calvo, all'epoca aveva solo sei anni.
Nel 1958 il protagonista del film Pablito Calvo recitò in un film con Totò che sin dal titolo richiamava al film spagnolo (Totò e Marcellino, diretto da Antonio Musu).
Al protagonista del film è dedicata la canzone omonima che sarà interpretata negli anni della sua maggiore fama da Gigliola Cinquetti, memore, come lei stessa disse, delle emozioni che il film le procurò quando, bambina di otto, nove anni, lo vide per la prima volta.
Nel 2011, l'album che contiene tale canzone, Gigliola per i più piccini, è stato ripubblicato in formato CD da Warner Music Italia per l'etichetta Rhino Records (EAN 5052498572953).

Il film è tratto dal romanzo di José María Sánchez Silva "Marcelino Pan Y Vino".

Nel giorno di San Marcellino, in Spagna, un frate francescano si reca in paese per andare a visitare una bambina gravemente malata, mentre tutto il paese sta salendo la collina per andare al convento sulla tomba di San Marcellino; il frate inizia a raccontare la storia del convento e di Marcellino. Finita la sanguinosa guerra combattuta tra francesi e spagnoli, tre frati francescani chiedono al sindaco, Don Emilio, di poter riassestare il vecchio castello per riadattarlo a convento; il sindaco dà il consenso e tutta la popolazione aiuta i tre frati nell'intento. Dopo poco tempo il convento è costruito ed inaugurato.
Una mattina però, il frate portinaio trova alla porta un cestino con dentro un neonato che piange, poiché ha fame e sete; i frati lo battezzano e gli danno il nome di Marcellino, poiché è il giorno di San Marcellino. I frati vorrebbero affidarlo a qualche famiglia, ma nessuno è in grado di mantenere un altro figlio, viste le condizioni di miseria in cui viveva la popolazione spagnola. Marcellino diventa un bambino di cinque anni robusto e forte e tratta tutti e dodici i frati come dodici padri, ma sente molto la mancanza di una figura materna, infatti fa ai frati molte domande sulle mamme.
Portato da un fraticello alla fiera paesana, distrugge la fiera; così il nuovo sindaco, da sempre contrario all'opera di bene fatta da Don Emilio, emette uno sfratto ai danni dei frati. Un giorno Marcellino, disubbidendo a frate Tommaso (chiamato da Marcellino "Fra Pappina"), trova un crocifisso, vedendo che è molto magro immagina che abbia fame e decide di portargli da mangiare e da bere: il crocifisso si anima per ricevere il pasto offerto e gli rivolge anche la parola; avendo trovato nella fretta solo pane e vino, lo dà a Gesù, che lo soprannomina Marcellino Pane e Vino.
Pochi giorni prima dello sfratto Marcellino va a parlare con Gesù delle mamme, ed esprime il desiderio di vedere la sua mamma e dopo anche la Madonna, al che Gesù fa morire Marcellino e lo manda in cielo a conoscere i genitori. Frate Tommaso che aveva visto il miracolo chiama tutti i frati al cospetto del Signore a vedere Gesù che scende dalla croce per far morire (resuscitare) Marcellino per poi risalirvi.
Tutta la gente del paese corre a vedere il miracolo e ogni anno la popolazione si reca sulla tomba di Marcellino Pane e Vino in segno di rispetto.

Alcune sequenze tratte da "marcellino Pane e Vino", con la canzone di Gigliola Cinquetti

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5 luglio 2015 7 05 /07 /luglio /2015 21:11
Recitare il porno. Clarissa Smith spiega perchè le performanti del porno debbano considerarsi delle "attrici"

(Maurizio Crispi) Il breve saggio di Clarissa SmithRecitare il porno. Il sesso e il corpo performante (Mimesis Cinema, collana Minima, 2013) contenuto in questo volume è stato già pubblicato con il titolo "Reel Intercourse", nel volume - fondamentale - curato da da E. Biasin, G. Maina, F. Zecca, Il Porno espanso.Dal cinema ai nuovi media, Mimesis, 2011.

In questo volumetto di solo poche decine di pagine, il saggio originale vede la luce in traduzione italiana.
L'autrice si interroga su cosa significa nella cinematografia porno la "recitazione", in altri termini si chiede se soprattutto le figuranti donne vanno considerati alla stessa tregua di "attrici" impegnate in una recitazione o semplicemente delle "performanti", ciascuna delle quali presenta delle propie peculiarità ed un proprio stile inconfondibile.
Una domanda interessante e che implica, nel percorso che potrà consentire di dare una risposta, l'esame specifico delle sequenze filmiche, allo scopo di individuare categorie e caratteristiche.
Al quesito posto dall'autrice non si può dare una risposta teorica: soltanto accumulando dati ed osservazioni di tipo antropologico e comportamentale di alcune specifiche performer si potranno raccogliere delle evidenze sufficienti ad elaborare una teoria.

A questo scopo, l'autrice si è concentrate su due porno star con caratteristiche abbastanza dissimili l'una dall'altra, rispettivamente Eva Angelina e Allie Sin, sviluppando la tesi secondo cui "...la perfomance di un attore porno può essere qualcosa di più del semplice 'trovarsi lì' a fare sesso ed essere ripreso" (ib., p. 8).
In questo senso, il volumetto della Smith sfata decisamente alcuni luoghi comuni (e i relativi pregiudizi) secondo cui i corpi delle pornostar siano soltanto carne da penetrare, da categorizzare o, al limite, da salvare.
E le conclusioni della Smith sono in linea, del resto, con quelle di altri studiosi nel campo, secondo cui il porno nella sua recente evoluzione tende verso una sempre maggiore spettacolarizzazione delle perfomance sessuali (riprese dalla telecamera o dal vivo) che richiedono per essere messe in scena abilità specifica, allenamento, resistenza e presenza di scena, tutte quelle qualità che si richiedono insomma a personaggio dello spettacolo e dello sport, unitamente alla precisa consapevolezza di sè, a presenza di scena e meticoloso studio delle sequenze performative.
E, ovviamente, ne consegue che ciascun perfomante travasa nella sua presenza scenica le sue specifiche caratteristiche ed il proprio "carattere" dando vita ad una perfomance unica ed irripetibile, come appunto mostra la Smith, mettendo a confronto le due porno-attrici oggetto della sua indagine.
E ciò è in linea con quanto ha dichiarato in una delle molte interviste rese ai media la nostrana Valentina Nappi, quando ha detto che per essere una porno-attrice di buon livello e per costruire un proprio stile personale, occorre molta applicazione, molto esercizio allo scopo di essere sempre più brave nell'arte del "sesso messo in scena", rappresentato e, in definitiva, recitato.
E badiamo bene che queste due attrici-perfomanti, selzionate ai fini del suo studio dalla Smith, appartengono - come la nostra Valentina Nappi - ad una generazione di frequentatori del porno del tutto nuova: quella in cui il porno non viene più realizzato per spettatori-voyeur che occhieggiano dal buco della serratura, per così dire, ma per cultori della sessualità spinta che traggono spunto da ciò che vedono rappresentano nello schermo del propio PC o nel display di uno smart-phone e che sono pronti ad entrare in azione a loro volta, riproducendo - se possibile - ciò che hanno appena visto.
In questa recente rivisitazione del porno le categorie di esibiziosta e voyeur tendono a scomparire e a farsi labili

(Dalla quarta di copertina) Cosa s’intende con il termine “recitare” quando si parla di pornografia? Le attrici (e gli attori) porno recitano? La concezione del porno come mera documentazione del sesso ha da sempre fugato ogni possibile dubbio al riguardo. Questo volume, piuttosto che limitarsi a considerare il sesso hardcore alla stregua di una proprietà “inerte” del processo filmico (o, viceversa, condannarlo come una forma di violenza), sceglie di esaminare la scena sessuale nelle sue caratteristiche performative. Per dimostrare che, nel porno, un attore (e, a maggior ragione, un’attrice) in realtà compie un lavoro molto più complesso di quanto non siamo portati a credere.

Clarissa Smith, University of Sunderland(Nota sull'autrice) Clarissa Smith è Senior Lecturer presso il Centre for Research in Media and Cultural Studies dell’University of Sunderland. Coordinatrice del progetto Porn Research, e membro del network di ricerca Onscenity, è autrice di numerosi articoli dedicati a pornografia e sessualità in riviste e volumi collettanei. Tra le sue pubblicazioni, One for the Girls! The Pleasures and Practices of Reading Women’s Porn (Intellect, 2007).

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15 giugno 2015 1 15 /06 /giugno /2015 23:30
Youth. La giovinezza. Sorrentino è riuscito a costruire una rappresentazione magistrale del potere vivificante dell'arte nell'altalena tra il passato lontano e un presente di decadenza

(Maurizio Crispi) Youth. La giovinezza, ultima fatica di Paolo Sorrentino (2015, nomination "Palma d'Oro", al festival di Cannes 2015) ci trasporta nel mondo della senilità in cui tuttavia gli opposti in qualche misura collidono.
La vecchiaia porta alcune persone, particolarmente dotate a vivere vieppiù nella loro giovinezza che è fatto di ricordi apparteneti al passato ma che può anche arricchirsi di nuove esperienze nel presente.

Siamo in un lussuoso resort climatico a Davos, in Svizzera: un luogo per ricconi e per agiati pensionati che vengono qui di anno in anno per rilassarsi, per fare bagli termali, per sottoporsi a check-out clinici completi e approfonditi, per svagarsi grazie a serate in cui sono programmati spettacoli diversi ed interessanti, per godere dell'ottima e raffinata cucina.

Qui, interagiscono alcuni personaggi, l'ottantenne Fred Ballinger, musicista, direttore d'orchestra e compositore di grande valore, la cui fama "popolare" è legata soprattutto alle sue "Canzoni semplici" e oggi in pensione e deciso a rimanere in questa condizione di "pensionato dello spirito", il coetaneo Mick Boyle un regista hollywoodiano che lavora con il suo staff di creativi alla sceneggiatura di quello che sarà il suo prossimo ed ultimo film ("L'ultimo giorno della mia vita"), che per lui dovrà essere un vero e proprio canto del cigno ed un testamento spirituale, Jimmy Tree un attore quarantenne che vive un singolare ritiro per mettere a punto i dettagli di una parte che gli è stata affidata in un film di imminente realizzazione e per calarsi meglio nel personaggio che dovrà interpretare.

E, naturalmente, attorno a questi due tre personaggi-chiave ruota una miriade di altri che, in un modo o nell'altro, ai tre vengono a legarsi, a volte anche solo come oggetti della loro osservazione disincantata, ironica, a volte tragica oppure come veicoli di rappresentazione allegorica di aspetti dell'esistenza.

I due meditano sulla vecchiaia, sul senso della loro amicizia cinquantennale. E sono, tra l'altro, legati da un vincolo di parentela acquisita, visto che Julian, figlio del cineasta, ha sposato Lena, figlia del musicista, con la complicazione di una rottura del matrimonio tra i due, scoppiata all'improvviso come un temporale a ciel sereno: ma le tempeste emozionali sono terreno fertile per il cambiamento e stimolano una riflessione coraggiosa sui temi portanti della propria vita. E le loro conversazioni oscillano di continuo tra le miserie della vecchiaia (epitomizzate nelle gocce di pipì che ciascuno di loro riesce a spillare faticosamente ogni giorno) e la nobiltà dei loro creazioni artistiche del passato (Ballinger) o degli sforzi nel presente di dare vita ad una grande opera (Boyle).

Parlano, passeggiano, si confessano reciprocamente piccoli segreti e dichiarano le loro riflessioni sul mondo, dicendo dei loro sogni e dei loro turbamenti.

Il tutto avviene in un montaggio frammentario ed onirico, in cui alla lentezza infinita della vita quotidiana infarcita di momenti rituali e "curativi", di conversazioni vacue o profonde, di rievocazioni, si contrappongono improvvise velocizzazioni e caleidoscopici, rutilanti, inserti, sprazzi d'una percezione che si rifà vivace e acuta o dell'emergere di inquietudini interiori.

Il distacco dal mondo, realizzato nel lussuoso hotel, che, atratti, sembra assumere i connotati di un universo concentrazionario ed omologante (con un'apparenza di "dorata prigione"), viene turbato dal fatto che un emissario della regina d'Inghilterra, Elisabetta, raggiunge Ballinger nel suo isolamento volontario per rappresentargli la volontà della Regina che, in occasione del compleanno del consorte Filippo, Duca di Edimburgo, Ballinger torni a dirigere a Buckingham Palace un'orchestra e un famoso soprano per mettere in scena proprio il repertorio delle sue "Canzoni Semplici".

Ballinger, dopo molti ed intransigenti rifiuti, finisce per accettare, una volta che riesce a dissipare i "motivi personali" che lo spingerebbero a non tornare a dirigere, specie per mettere in scena le "canzoni semplici": e dietro di essi si nasconde una tragica verità.

Vi è una lunga - a volte estenuante - riflessione sulla vecchiaia e sui limiti che un corpo vecchio ed imbruttito impone allo spirito, nel confronto con corpi giovani e sinuosi, o conmenti flessibili e ancora non nel pieno della loro potenzialità creativa: a questo riguardo, è emblematica la condizione di quello che un tempo fu un grande sportivo, ora ospite in incognito del Centro termale, che - con grande fatica e mentre non è visto da nessuno - si lancia in una sperimentazioni di virtuosismi con una pallina da tennis, rivelando che un tempo dietro la massiccia obesità e il grottesco ventre rigonfio a dismisura, si nasconde il grande calciatore di un tempo (non saprei: ma questo personaggio mi ha fatto pensare a Diego Armando Maradona: e, in effetti, vuole essere un rimando proprio a lui, benchè si tratti solo di un sosia!).

Irriconoscibile, obeso, costretto a camminare con un bastone, compare di tanto in tanto in momenti che sono vere e proprie chicche talvolta addirittura comiche. A un certo punto si rivolge a un bambino che suona il violino con la mano sinistra dicendogli: "Anche io sono mancino".
Il commento del suo dirimpettaio è: "Ma, cavolo, tutto il mondo sa che siete mancino...!". 
Sorrentino, da sempre innamorato calcisticamente di Maradona, leader del suo Napoli che ha vinto tutto nell'era Ferlaino, dopo avergli dedicato l'Oscar, lo ha voluto omaggiare in "Youth" e non poteva perdere l'occasione per farlo esibire in un palleggio: l'ex campione, in boxer, enorme, obeso, che si regge a malapena in piedi, si esibisce con una palla da tennis.

Nell'atmosfera rarefatta che si respira nel Centro termale si intravede l'estraniamento dal mondo de "La Montagna incantata" di Thomas Mann (non è un caso che lo Schatzalp Hotel di Davos sia lo stesso citato da Mann nel suo romanzo) , in cui il rifugio di cura viene rappresentato come una sorta di limbo in cui si è confinati, rispetto al mondo e dove tutto rimane come sospeso: un isolamento che, per un tragico paradosso, è in realtà volontario e autoinflitto, in sostanza un'autoreclusione.

Ma, nella storia, c'è anche il potere vivificante della "giovinezza" come "ricordo" che si allontana nel passato sempre più distante e irraggiungibile, ma che talvolta sdi manifesta nella freschezza di una risata, in un improvviso guizzo ironico o nella battuta salace che è la giovinezza ancora presente in un corpo vecchio e stanco.

E, sopratutto, vi si ritrova il potere altrettanto rigenerante - e direi anche trasfigurante - dell'arte e della bellezza, quando si entra di nuovo nello stato d'animo in cui si può tornare a ripetere per la gioia degli altri un atto creativo che vivifica gli altri astanti, ma che, abbattendo straficazioni di cinismo, di indifferenza, di barriere contro il dolore, torna a vivificare e ad accendere l'animo dell'artista che un tempo ha creato e che adesso si è messo - per così dire - in pensione.

L'idea è che anche nel percorso di senescenza si possano attivare dei percorsi formativi e trasformativi e che la vitalità possa rimettersi in moto sulla base di riaccensioni emozionali e sanamente narcisistiche, oppure con la rimozione di blocchi che hanno portato ad una forma di auto-mortificazione dello spirito.

Il giovane attore Jimmy Tree, come anche la figlia di Ballinger Lena, sono i rappresentanti della giovinezza perduta, ma anche i testimoni della capacità creativa della generazione che li ha preceduti oltre che la ragione di essere di padri e madri che si sono impegnati, in passato, in un gesto creativo.

L'espressività artistica rimane sempre come un bagaglio universale e è un dovere morale poterla perpetuare e soprattutto rappresentare: l'artista, qualunque sia la modalità artistica che egli predilige, ha bisogno di un suo pubblico per dare vigore e vitalità alle proprie opere.

Non si possono non apprezzare un grandissimo Michael Caine nei panni di Ballinger e un altrettanto grande Harvey Keitel (Mick Boyle), ma anche l'interpretazione di Paul Dano, nei panni dell'attore "trasformista" che per interpretare un personaggio deve perdere se stesso, salvo al limite a rifiutarsi di essere altro da sé: non recitare più per tornare ad essere se stesso. Per non parlare della parte cameo di Jane Fonda nei panni dell'attrice di successo Brenda Morel.
Efficace, evocativa, pertinente, a tratti emozionante la colonna sonora, curata da David Lang, che - per tutta la durata del film accompagna lo spettatore/lettore in un'ampia gamma di cromatismi emozionali che oscillano dai tributi alla moderna musica pop alle forme eccelse, per quanto esplorative, di classicità.

 

Youth. La giovinezza. Sorrentino è riuscito a costruire una rappresentazione magistrale del potere vivificante dell'arte nell'altalena tra il passato lontano e un presente di decadenza
Youth. La giovinezza. Sorrentino è riuscito a costruire una rappresentazione magistrale del potere vivificante dell'arte nell'altalena tra il passato lontano e un presente di decadenzaYouth. La giovinezza. Sorrentino è riuscito a costruire una rappresentazione magistrale del potere vivificante dell'arte nell'altalena tra il passato lontano e un presente di decadenza
Youth. La giovinezza. Sorrentino è riuscito a costruire una rappresentazione magistrale del potere vivificante dell'arte nell'altalena tra il passato lontano e un presente di decadenzaYouth. La giovinezza. Sorrentino è riuscito a costruire una rappresentazione magistrale del potere vivificante dell'arte nell'altalena tra il passato lontano e un presente di decadenzaYouth. La giovinezza. Sorrentino è riuscito a costruire una rappresentazione magistrale del potere vivificante dell'arte nell'altalena tra il passato lontano e un presente di decadenza
Youth. La giovinezza. Sorrentino è riuscito a costruire una rappresentazione magistrale del potere vivificante dell'arte nell'altalena tra il passato lontano e un presente di decadenzaYouth. La giovinezza. Sorrentino è riuscito a costruire una rappresentazione magistrale del potere vivificante dell'arte nell'altalena tra il passato lontano e un presente di decadenza

Le riprese di Youth. La giovinezza sono avvenute nel 2014 principalmente a Flims e Davos in Svizzera, con alcune scene girate in Italia (Roma e Venezia) e Regno Unito (Londra).

A dicembre, mentre era in corso il montaggio, il teaser è stato mostrato in anteprima alle Giornate Professionali di Cinema di Sorrento.

Lo Schatzalp Hotel di Davos è lo stesso citato da Thomas Mann nell'opera La montagna incantata.[4]
Il film è prodotto da Nicola Giuliano, Francesca Cima e Carlotta Calori e co-prodotto da Indigo Film, Pathé, Bis Films, RSI, C-Film, Number 9 Films e Medusa Film.
L'uscita del film nelle sale cinematografiche è stata fissata per il 20 maggio 2015, a due anni esatti dall'uscita del precedente film di Sorrentino, La grande bellezza.
Youth. La giovinezza è il secondo film girato da Sorrentino direttamente in Inglese, dopo This must be the Place.

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10 aprile 2015 5 10 /04 /aprile /2015 17:05
Gesù é morto per i peccati degli altri. Dopo il Festival dei Popoli, in programmazione nelle sale cinematografiche: sette storie di vita e di prostituzione tra omosessualità e religione

Gesù è morto per i peccati degli altri, con il sottotitolo "Sette storie di prostituzione tra omosessualità e religione" (Italia, 2014) è un coraggioso lungometraggio (84') realizzato dalla cineasta Maria Arena che documenta un viaggio profondo nell'umanità e nella spiritualità di un gruppo di trans siciliani che vivono nell'antico quartiere catanese di San Berillo, oggi profondamente degradato, e della loro quotidiana battaglia di dignità. Un'opera coraggiosa, dura ed intensa che ha avuto un lungo periodo di gestazione, durato ben cinque anni. 
Presentato al Festival dei Popoli di Firenze lo scorso dicembre, nel concorso Panorama (3 dicembre), è in questi giorni andato in proiezione nelle sale cinematografiche.
La mia corrispondente Elena Cifali lo ha visto visto, emozionandosi, e ne ha scritto nel suo neo-nato blog.
Qui di seguito il suo commento, ed altri link utili per ulteriori approfondimenti.

Gesù è morto per i peccati degli altri: eh, sì! Sono riuscita a vederlo questo film, e ne sono entusiasta! Tornando a casa, in macchina, non ho acceso la radio e ho cenato in silenzio perché non volevo che l'eco di quelle musiche, di quelle voci, di quelle parole fosse inquinato.
È un film dai superlativi assoluti: bellissimo, intensissimo!
La regista Maria Arena, avvalendosi di uno staff competente, ha saputo cogliere una realtà difficile e tormentata e l'ha sapientemente raccontata in un film-documentario.70 ore di pellicola concentrate in 90 minuti di opera finita. Avrei voluto che mai finissero quei 90 minuti!
Sono scene di cui ci si innamora. Tanto per usare una frase di Francesco Grasso, ovvero Franchina (una delle sette protagoniste): "In ognuno di noi, in fondo, c'è un po' di San Berillo".
E come darle torto! In sala, mentre le scene scorrono sotto i miei occhi, vivo il tormento dei transessuali, degli omosessuali, costretti in un involucro che non sentono proprio, che non calza, costretti a mutarlo per piacersi e piacere.Il film commuove, ricco di sensibilità coinvolge e avvolge in maniera toccante lo spettatore.
Diventa a tratti ironico e strappa non poche risate. Un film coraggioso, che non teme d'essere anticonvenzionale.
Mi toccano i gesti, le parole e la limpidezza degli occhi dei di Wander.
L'animo generoso e gentile di Franchina e poi l'umiltà e la fede cristiana di tutti. San Berillo è lì, cuore di una città tra le più belle e amate d'Italia.
San Berillo è una realtà che noi Catanesi ci portiamo a spasso sotto le ascelle pensando che se non abbassiamo lo sguardo non siamo costretti a vederla.

San Berillo vive e, forse, è arrivato il momento di riflettere e rimboccarsi le maniche per dare un futuro a un quartiere "storico" e ai suoi ospiti.

Elena Cifali (Libera la Mente)

(mymovies.it - Emanuele Sacchi) Franchina, Meri, Alessia, Marcella e le altre sono prostitute, prostituti e trans che si prostituiscono da decenni nel quartiere San Berillo di Catania, degradato e conteso da interessi economici. Quando immaginare un futuro diverso in società diviene un obbligo, le "Belle" di San Berillo si iscrivono a un corso per badanti.

Fin dall'incipit - un'inquadratura che fluttua quasi planando sui tetti catanesi - risulta chiaro come lo sguardo di Maria Arena sia refrattario all'ovvio e quindi come siano scongiurati i peggiori stereotipi nel viaggio che ci si appresta ad affrontare. Con un'attenzione sincera e una curiosità esente da voyeurismi, la macchina da presa si avvicina al privato delle "Belle" per scoprire cosa si nasconde dietro la maschera che sono solite indossare. Il loro passato, le ragioni della loro scelta di trasformazione, la loro dimensione umana e quella spirituale, di chi si sente figlio di Dio anche quando nessuno è disposto a considerarlo tale. Figure tragiche, nel senso più vicino a Euripide, o sorprendenti, come Franchina, che sfoggia una cultura non comune senza che questa risulti incompatibile con un modus vivendi apparentemente così distante.
Uno sguardo inconsueto e privo di retorica, che studia gli eccessi delle Belle senza traccia di compiacimento né di cinismo. Fino a trasformarsi in carezza, il cui affetto cresce man mano che emergono i dettagli, in un'operazione di maieutica che permette alle Belle di rivelare qualcosa di più sulla loro personalità. La regia si fa così strada, vicolo, porta accostata, intervenendo in maniera non invasiva sull'evolversi anche drastico (una delle Belle è costretta da uno sfratto a trasferirsi sulla tangenziale) della vicenda, mentre si rafforza il senso di comunità di chi sa di rappresentare, a modo suo, un quartiere e una storia. Un lavoro emblematico del percorso di crescita che sta attraversando il documentario italiano, sempre più consapevole della propria maturità e del proprio potenziale.

 

"Le prostitute hanno perduto il senso del loro corpo, non gli danno nessun valore, gli danno solo la morte... Per questo siamo in procinto di entrare nel Regno dei Cieli": una delle protagoniste del film evoca le parole di Gesù per spiegare come si sente a essere una "buttana" di San Berillo, storico quartiere di Catania che da cinquant'anni è universo di travestiti. 

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15 marzo 2015 7 15 /03 /marzo /2015 08:01
Focus. Un bel film sulle truffe e sui truffatori: quando truffare é come eseguire un gioco di prestigio

(Maurizio Crispi) Focus. Niente é come sembra (dei cineasti Glenn Ficcarra e John Requa, USA, 2015) è un bel film, divertente ed agile, sulla frode: uno squarcio sulla vita di un abilissimo truffatore Nicky Spurgeon (Will Smith) e di Jess Barrett (Margot Robbie), una bella donna, talentuosa truffatrice ma che aspira ad essere parte del big game di Nicky .

La frode e l'inganno eretti ad attività lavorativa sono parenti stretti della prestidigitazione.
Truffa (e furto con destrezza) sono delle attività illecite,mentre la prestidigitazione è una forma di spettacolo. Ma entrambe le attività sonoo basate sullo stesso principio o su alcuni principi di base).
Uno di qum/writesti è quello di costringere il tuo interlocutore, cioà colui che dovrà essere ingannato (o fuorviato) a polarizzare la sua attenzione su qualche cosa che tu stai facendo, facendo ritienere che quella sia la cosa importante da guardare, mentre intanto tu, inosservato, porti avanti il trucco principale.
Niente è come appare, dunque. Anche il fatto che ci siano dei complici segreti di cui altri complici nn sanno nulla: per essere credibile il truffatore deve ignorare alcuni pezzi di verità, per potere portare avanti indistirbuto e con efficacia la propria messinscena.

Se hai a che fare con truffatore, le cose non stanno mai nel modo in cui appaiono, ma dietro di essa c'è una verità nascosta che soltanto il truffatore (o il prestigiatore conosce): come del resto attraverso la presentazione di una nutrita serie di celebri casi di truffe e inganni ci mostra nelsuo libro, Domenico Vecchioni.

Non a caso, proprio per queste sue abilità, il celebre Houdini venne più volte chiamato a svolgere corsi di addestramento rivolti agli agenti della Polizia Metropolitana di New York e dei Corpii di Polizia di altre capitali del mondo, poichè da abilissimo prestidigitatore e da escapista egli era in grado di insegnare le tecniche base utilizzate dai truffatori e le loro abilità nascoste per metter ein atto eventuali fughe.

Il film si presenta con una serie di rocambelesche e divertenti sequenze in cui inganni e frodi vengono perpetrati in una realtàparallelaa quella in cui si muovono poliziotti e tutori della legge. Nicky e la sua banda sono abilissimi e non si fanno mai pizzicare: e poi che importa quando le frodi più succulente, quelle che si muovono negli scenari frequentati dai grandi ricconi, sono a carico di vilain i cui capitali sono stati accumulati in maniere poco ortodosse?

Il film sembra darci la lezione morale che il delitto in alcuni casi paga.

L'importante è fare in modo che assomigli sempre a qualcosa d'altro e che possa diventare - se è lecito usare questa espressione - una forma d'arte.
In fondo, è tutto qui il segreto del fascino del "ladro gentiluomo", che venne per la prima volta incarnato da Arsenio Lupin.

 

Focus. Un bel film sulle truffe e sui truffatori: quando truffare é come eseguire un gioco di prestigio
Focus. Un bel film sulle truffe e sui truffatori: quando truffare é come eseguire un gioco di prestigioFocus. Un bel film sulle truffe e sui truffatori: quando truffare é come eseguire un gioco di prestigioFocus. Un bel film sulle truffe e sui truffatori: quando truffare é come eseguire un gioco di prestigio

Argomento correlato su questo magazine é la recensione su di un volume che racconta la storia di grandi truffatori

Scheda del film

Un film di Glenn Ficarra, John Requa.

Interpreti principali: Will Smith, Margot Robbie, Rodrigo Santoro, Gerald McRaney, B.D. Wong., Adrian Martinez, Laura Flannery, Stephanie Honore, Griff Furst, Dominic Fumusa, Candice Michele Barley, Don Yesso, Brennan Brown, Joe Chrest, Olga Wilhelmine, Han Soto, Stephanie McIntyre, Kate Adair, David Jensen

Titolo originale Focus.

Genere: Thriller,

Ratings: Kids+13

Durata 104 min. Origini:

USA 2015. - Warner Bros Italia

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11 marzo 2015 3 11 /03 /marzo /2015 08:51
Kingsman. The Secret Service. Un film godibile che ironizza sugli 007 e sulle spy story

(Maurizio Crispi) Kingsman - Secret Service (film diretto da Matthew Vaughn, UK, 2014) è un film che si origina da una miniserie a fumetti The Secret Service, realizzata per l'etichetta Millarworld tra il 2012 e il 2013 da Mark Millar insieme al regista Matthew Vaughn, disegnata da Dave Gibbons e distribuita in Italia dalla Panini Comics in concomitanza dell'uscita del film nelle sale italiane il 25 febbraio 2015.
Si tratta del quarto lungometraggio tratto dai fumetti Millarworld, dopo Wanted, Kick-Ass e Kick-Ass 2.

Il film, ironico e dissacrante rispetto alla seriosità delle spy story (da quelle di OO7 a tutti i successivi cascami/epigoni che raccontano degli agenti undercover e delle loro imprese eroiche o, a volte, anche super-eroiche) racconta di una super-agenzia segreta "al servizio del Re" che si mette in azione ogni volta che si debbano raddrizzare dei torti e arrestare i lestofanti che con i loro piani "diabolici" minacciano l'assetto mondiale e, in generale, l'Umanità.
The Kingsmen (ricordiamo che il nome King's Men ha un suo antecedente storico nella compagnia di attori elisabettiani di cui faceva parte lo stesso William Shakespeare) non costituiscono un servizio segreto codificato - per così dire "istituzionale" - ma sono un'èòite aristocratica che seleziona i suoi adepti con tecniche di iniziazione quasi massonica. I prescelti sono solo ed escluiivament eun rincalzo di coro che sono caduti in servizio o che sono costretti a ritirarsi per raggiunti limiti di età. Ogni membro può presentare un proprio candidato e quindi il gruppo di nuovi candidati verrà sottoposto ad un difficile percorso di addestramento sino ai suoi possibili esiti: o si viene accettati o si viene scartati.

Agli adepti sono richieste le qualità di coraggio, abnegazione, spirito di iniziativa, attenzione alla salvaguardia della comunità che rimandano direttamente alle qualità morali dei Cavalieri della Tavola Rotonda e alle leggende arturiane:non a caso i membri di questa setta ristretta scelgono di portare nomi di personaggi della saga della Tavola Rotonda.
Il tutto è condito da tanta ironia, sia nell'illustrare il percorso di formazione dei nuovi adepti, sia nellanarrrazione delle imprese che sono chiamati a compiere nella lotta eterna contro il vilain di turno che si ripresenta sempre come un eroe negativo dai mille volti.

Continue le citazioni dei film di james Bond prototipo dell'agente segreto al servizio di Sua Maestà, per concludere ogni volta che qui si fa sul serio e che le cose non finiscono mai "come in quel film".

Grandi le interpretazioni di Colin Firth nei panni di Harry Hart - Galahad, ma soprattutto di Samuel L. jackson nei panni di un eccellente Richard Valentine, vilain di turno impegnato in un progetto di controllo totale dell'umanità per mezzo d'una tecnologia microchip bionica, per non parlare di un sempre più attempato Michael Caine nella veste di Artù a capo della loggia segreta, ma inaspettatamente corruttibile.

E' un film da guardare senza pregiudizi, solo per divertirsi e godere della garbata ironia che lo pervade, ricordando che, come afferma lo stesso Jackson nei panni di Valentine, sono sempre i "cattivi" i personaggi più geniali e simpatici. Senza i "cattivi" non ci sarebbero agenti segreti che abbiano come mission quella di sgominarli: e, dunque, senza cattivi fine del divertimento!

Kingsman. The Secret Service. Un film godibile che ironizza sugli 007 e sulle spy storyKingsman. The Secret Service. Un film godibile che ironizza sugli 007 e sulle spy story
Kingsman. The Secret Service. Un film godibile che ironizza sugli 007 e sulle spy storyKingsman. The Secret Service. Un film godibile che ironizza sugli 007 e sulle spy storyKingsman. The Secret Service. Un film godibile che ironizza sugli 007 e sulle spy story
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10 marzo 2015 2 10 /03 /marzo /2015 07:14
Nessuno si salva da solo. Una coppia in crisi cerca un riassetto nel nome dei figli e dell'amore che forse c'è ancora

(Maurizio Crispi) Sembra che la missione di regista di Sergio Castellitto come regista sia ormai quella di fare film dai romanzi di successo scritti dalla moglie Margaret Mazzantini. Oppure, si potrebbe pensare che la Mazzantini produca romanzi, perchèil marito possa avere materiale da cui realizzare dei film.
Nessuno si salva da solo è il nuovo e recentissimo parto della premiata ditta: sia come sia è il prodotto di una coppia. E questopotrebbe essere un dato interessante,visto che poi gran parte dei romanzi (e dei film che ne sono discesi)parlano appunto di coppie e dei loro critici equilibri, punti di arresto, evoluzioni ed involuzioni.
può immaginare che lacoppia Castellitto/Mazzantini sia una coppia affiatata e stabile e che forse proprio attraverso questaproduzione letteraria e cinematografica i due trovino il modo di elaborare i propri personali momenti critici (verrebbe di immaginare questo, poichè - altrimenti - tutto si ridurrebbe a puro mestiere che gioca con i sentimenti dei fruitori, lettori o spettatori che siano.
Nessuno si salva da solo come film rispecchia in tutto e per tutto l'omonimo romanzo e dunque parlare del film è anche un modo per parlare del romanzo: Gaetano e Delia, ancora freschi di rottura, una rottura che non è ancora spearazione definitiva, si incontrano per condividere una cena in un ristorante (territorio neutrale) e per parlarsi. Da questa cena che si protrae a lungo (con una coda dopo l'uscita dal ristorante e con l'incontro con un personaggio che avrà una funzione catalizzatrice, anzi con una coppia anziana e navigata) scaturiranno deegli esiti e delle nuove possibilità: forse non tutto è perduto, e si riapre la possibilità di ricostituire una famiglia che si è spezzata. Ma solo il tempo potrà decretare l'esito di questa storia di coppia: il film congeda gli spettatori lasciando intuire loro delle possibili soluzioni, anche se il regista propende per quella più ottimistica (pur considerando il fatto che, per ripartire, ci vorrà del tempo).

Questo per quanto concerne i contenuti.

Dal punto di vista formale, invece, il film è costruito con una tecnica di flashback che raccontano la stroia naturale della coppia Gaetano/Delia, mentre è in corso la cena che avrà un ruolo cruciale nel ristabilirsi degli equilibri matrimoniali o che decreterà una definitiva separazione.

La conversazione tra i due ha la qualità della recitazione teatrale nell'unità di tempo e spazio che è data dalla sala del ristorante, dove gli altri clienti vanno in dissolvenza, ad eccezione di qualche sprazzo di attenzione.

Attraverso i continui flashback, invece, lo spettatore può rivisitare in modo quasi cronologico l''evoluzione della coppia, dagl inizi sino alla tempestosa rottura, con tutte le vicende collegate alla crescita di un nucleo familiare, l'arrivo dei figli e dei problemi inevitabilmente connessi che, continuamente,impongono nella storia fisiologica di un matrimonio dei riaggiustamenti, dei compromessi, delle negoziazioni per andare avanti.

Tutto qui,

Potrà piacere o non piacere.

Piacerà di sicuro a coloro che amano i romanzi della Mazzantini, perchè sono facilmente preda della seduzione dell'esplicitazione di tormentati sentimenti.

Di meno, probabilmente, a quelli che non apprezzano la messa in scena del ruffianesco gioco delle emozioni che faccia leva sulla loro sensibilità di spettatori.

Come in altri film scaturiti dal tandem Mazzantini/Castellitto si nota che vi è un'infarcitura di cose e di eventi, una sorta di "prosopea", come se ci fosse la necessità di mettere dentro un po' di tutto per creare un  maggiore (come ad esempio l'accenno all'edulcorata anoressia di Delia oppure a quelli che si profilano come possibili problemi dell'identità sessuale del figlio maggiore, o ancora il cancro del padre di gaetano che influisce sul rapporto idilliaco della matura coppia di genitori, nostalgici degli hippieggianti anni Sessanta.
Ma, lo spettatore accorto, di necessità deve porsi il problema di casa sia l'amore veramente e di cosa siano fatti i rapporti di coppia, soprattutto quando si costruisce una famiglia e nascono i figli. Passata la tempesta della passione amorosa e sensuale degli inizi, quando la condizione "amorosa" è in statu nascendi (una ocndizione simile, a tutti gli effetti, ad una piccola rivoluzione), tutto si polarizza sulla routine quotidiana fatta di piccole e grandi abitudini, routine che si accentua ancora di più quando arrivano i figli: e nei due partner che siano accorti e capaci di relazionarsi con il mondo da adulti responsabili e non da bimbi richiedenti, le velleità, i sogni, le aspirazioni, a questo punto, devono in parte recedere per lasciar posto ai figli che diventano l'esigenza prioritaria, anche a costo di sacrifici e rinuncie.
E' il punto in cui il matrimonio diventa, senza ombra di dubbio, un'impresa familiare, nella quale occorre investire ogni energia: salvo a voler fare marcia indietro e ritornare allo stato adolescenziale, in cui tutto è possibile, tutto può ancora accadere.
E il punto di transizione dall'amore passionale alla condizione di impresa familiare è quello, appunto, in cui possono verificarsi le fratture e i colpi di testa, soprattutto, quando uno dei due partner rimane legato ai suoi schemi adolescenziali.
L'eventuale rottura può essere ricomposta soltanto se ciascuno dei due "contraenti" fa un passo indietro rispetto a certe proprie esigenze ed un passo verso l'altro rispetto alle esigenze implicitamente espresse dal partner. E', in altri termini, il tempo delle negoziazioni e dei compromessi, quando si riconosce che è un valore e un arricchimento per entrambi, continuare a stare assieme e ad andare avanti in due (e con i propri figli). E, in effetti, la conversazione tra Delia e Gaetano durante la loro lunga notte di chiarificazioni, prima al ristorante e poi per strada, sembra avere il carattere d'una delicata trattativa diplomatica (anche se, nella filigrana, s'intravede un'esplicitazione di sentimenti, a volte timidi e delicati, pronti ad andare in frantumi al minimo sussulto, e altre volte tempestosi e violenti).
Insomma, da questo punto di vista, il film si presenta come un piccolo manuale sulla storia naturale di un matrimonio e come un "racconto di formazione".
Ma forse da un'opera cinematografica ci si attenderebbe di più che non un semplice intento didascalico.

 

 

Il romanzo. Il film è tratto dall'omonimo romanzo di Margaret Mazzantini (Mondadori, 2011), Nessuno si salva da solo, che è la storia di una crisi sentimentale di una coppia, Delia e Gaetano.

Entrambi prossimi ai “quaranta”, i due si ritrovano faccia a faccia, ancora freschi di rottura, durante una cena in un ristorante.

L’esito del loro amore, i due figli Cosmo e Nico, sono rimasti a casa con Delia: per i due la cena sarà l’occasione per confrontarsi l’uno con l’altra ripercorrendo passioni e rabbia intercorsi negli anni del loro rapporto.
Entrambi in bilico fra la voglia di pace e la seduzione dell’altrove e dell’altro.

(dal risguardo di copertina) Delia e Gaetano erano una coppia. Ora non lo sono più, e stasera devono imparare a non esserlo. Si ritrovano a cena, in un ristorante all'aperto, poco tempo dopo aver rotto quella che fu una famiglia. Lui si è trasferito in un residence, lei è rimasta nella casa con i piccoli Cosmo e Nico. La passione dell'inizio e la rabbia della fine sono ancora pericolosamente vicine. Delia e Gaetano sono ancora giovani, più di trenta, meno di quaranta, un'età in cui si può ricominciare. Sognano la pace ma sono tentati dall'altro e dall'altrove. Ma dove hanno sbagliato? Non lo sanno. Tre anni dopo "Venuto al mondo", Margaret Mazzantini torna con un romanzo che è l'autobiografia sentimentale di una generazione. La storia di cenere e fiamme di una coppia contemporanea con le sue trasgressioni ordinarie, con la sua quotidianità avventurosa. Una coppia come tante, come noi. Contemporaneamente a noi.

(Recensione IBS) «Stasera lo sa. Le persone dovrebbero lasciarsi prima di arrivare a quel punto. Dove sono arrivati loro. Perché poi ti resta addosso troppo male».
Scava nella coppia Margaret Mazzantini in questo nuovo romanzo. Scava brutalmente nel rapporto di una coppia che non vuole più essere tale, che dopo un grande amore vive una grande separazione. Una scrittura forte e intensa, come è nelle corde dell’autrice di Venuto al mondo e Non ti muovere, che scaraventa in faccia al lettore sentimenti squartati, corpi disuniti, volti stanchi, anime distrutte. Sono quelle di Delia e Gaetano, i due protagonisti ancora giovani, puri e rabbiosi, pronti a duellare sul ring dell’amore perduto, - «due ragazzi, si direbbe a vederli passare nei vetri di una macchina parcheggiata» -, da poco tempo divenuti genitori.
Chi si è separato lo sa, chi non l’ha fatto può immaginarlo. Può immaginare quanto sia doloroso, faticoso, a volte esaltante e in altri momenti terribilmente deprimente la separazione. Specie se non avviene da un momento all’altro, specie se è frutto di giorni, mesi, anni di logoramento, di disfacimento, di emotività negativa che volge al peggio. Specie se i sentimenti che restano sono incerti e se il legame mantiene una sua forza, anche incomprensibile, ma pericolosa: «è facile distrarsi, non sapere più a che punto della vita sono».
Proteggere i figli - «non voglio che somiglino a noi... voglio che siano migliori... ma ho paura che finiranno per assomigliarci» - cercare un equilibrio che permetta a tutti di vivere serenamente. Non è facile, ci saranno altre donne e altri uomini, ma non è facile. Si parlerà di soldi, mantenimento, affido, case, mobili, ma tangenzialmente rispetto ai sentimenti che restano, in modo a volte straziante, al centro della scena. Nessuno si salva da solo, appunto, nemmeno Delia e Gaetano.
Questa storia di un amore accartocciato potrebbe essere una commedia dark all’italiana, adatta alla trasposizione cinematografica. È già successo con il romanzo Non ti muovere e non è casuale: la scrittura della Mazzantini - hanno scritto i critici - «tira la lingua via dalle parole verso un altro genere di comunicazione». Anche in queste pagine la lingua del romanzo è brusca, a tratti brutale, vuole assomigliare il più possibile alla vita vera: le frasi spesso sono tagliate, i dialoghi lasciati a metà, in certi passaggi cala un velo di freddezza, in altri trasuda la rabbia.
L’autrice, in una recente intervista, ha dichiarato: «Dopo l’epopea straziante sulla guerra a Sarajevo, volevo scrivere una storia minimale: due trentenni, una cena storta malgrado il buon vino, il corpo morto del loro amore sul tavolo. L’infelicità coniugale». E come sempre, ci è riuscita al meglio.

Nessuno si salva da solo. Una coppia in crisi cerca un riassetto nel nome dei figli e dell'amore che forse c'è ancora

Scheda film

Un film di Sergio Castellitto.

Interpreti principali: Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca, Anna Galiena, Marina Rocco, Massimo Bonetti, Massimo Ciavarro, Renato Marchetti, Valentina Cenni, Eliana Miglio

Genere: drammatico,

Durata 100 min. -

Origine: Italia 2015. - Universal Pictures

Uscita giovedì 5 marzo 2015.

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20 febbraio 2015 5 20 /02 /febbraio /2015 07:21

inquanta sfumature di grigio. Film cult prima ancora di uscire nelle sale cinematografiche: un'analisi di Andrea Furlanetto

 

(Maurizio Crispi) Il romanzo Cinquanta sfumature di Grigio, con il suo doppio seguito costituito da Cinquanta sfumature di Nero e da Cinquanta sfumature di Rosso, è stato il capostite di una trilogia che presto ha trovato numerosi imitatori oltre che vigorose e divertenti parodie.

Ha rappresentato un vero e proprio tormentone "lettorio" degli ultimi anni: in tanti lo hanno letto, ma molti ne sono stati annoiati.

Con questo romanzo, scritto da Erika Leonard, inizialmente conosciuta con il nom de plume di E. L. James,  la pornografia è entrata per la porta principale nelle case degli Italiani ed è diventata fenomeno di moda.
Libro-cult - da prestarsi e da regalarsi vicendevolmente -ha finalmente consentito a tutti di accedere liberamente alla pornografia (e specialmente alle sue declinazioni Bondage e SM) senza vergogna e senza dover praticare segrete acrobazie. Tutti ne hanno preso a parlare: tra l'altro, si è trattato di una pornografia declinata al femminile, cioè di una rappresentazione pornografica inserita all'interno di una storia di passione e di emozioni.
Nulla di diverso rispetto ai romanzetti della collana Harmony che per anni aveva fatto questa operazione, regalando alle donne (ma anche agli uomini) il romance in salsa porno. A titolo di pura curiosità ho letto un romanzo Harmony, trovato per caso in un catalogo remainders (Suzanne Forster, Il Lato Piccante della Seduzione, Harlequin Mondadori, 2009). Sono arrivato sino alla fine per puro dovere conoscitivo, ma mi risparmierò la lettura della trilogia (che ho in ogni caso acquistato per collocarla accanto ad altre opere dell'Eros).
La diffferenza tra i romanzi Harmony e le Cinquanta sfumature è che il lettore (o meglio la lettrice) era ancora un fruitore "sommerso", poco disposto ad apparire e a dichararsi, mentre invece quelli di Cinquanta sfumature non esitano a rivelarsi, facendosi vedere con il volume sotto il braccio, ed anche - eventualmente - a dire che fanno - o hanno fatto - le stesse cose.
inquanta sfumature di grigio. Film cult prima ancora di uscire nelle sale cinematografiche: un'analisi di Andrea FurlanettoDicono che in Italia le vendite dei gadget erotici sono aumentate a dsmisura in questi ultimi mesi, con il crescere esponenziale della vendita dei volumi della trilogia.

Potremmo dire che l'idea di base non è nuova ed ha a che vedere con una sorta di iniziazione all'Eros, attraverso una relazione amorosa: idea non dissimile da altri classici della Letteratura erotica, come il "classico" Histoire d'O oppure, spostandosi nell'ambito della cinematografia, l'altrettanto "classico" Nove settimane e mezzo (solo per citare due esempi). Matrice non dissimile, peraltro,è quella che si ritrova nei romanzi Harmony, come quello che ho letto, in cui una giovane manager di un'importante ditta pubblicitaria di moda entra in un percorso di iniziazione a forme di Eros prima sconosciute e si trova costretta a fronteggiare, in questo percorso, le sue remore educative e le sue precedenti esperienze, potendole mettere da parte alla fine, approdando ad una forma di sessualità gioiosa e senza limiti. Il Romance è ciò che piace alle fruitrici del porno: cioè la rappresentazione senza veli del sesso che sia però calata all'interno di una storia romantica, di intrighi e di passioni. La pura e sempice rappresentazione del sesso meccanico - come accede nella pronografia "gozo", inaugurata dallo statunitense John Stagliano e poi ripresa con grande successo dal nostro Rocco Siffredi - non ha i numeri per piaceread un pubblico femminile. Ed è questo un il motivo per cui di recente, un gruppo di 12 cineaste italiane ("Le ragazze del porno") di cui fa parte la regista Roberta Torre, seguendo le orme della cineasta Erika Lust ha prodotto un suo manifesto e va alla ricerca di volti nuovi per produrre del porno al femminile, tarato cioè sulla sensibilità e sull'immaginario femminile.

Dove stanno le ragioni del successo della Trilogia della Leonard, allora?
Probabilmente che nel mondo occidentale ed in Italia, i frutti sono maturi per coglierli.
Le abitudini sessuali sono profondamente mutate e il porno si è "normalizzato", entrando a far parte delle comuni esperienze di vita.
Sono sempre di più coloro che frequentano i privé alla ricerca di esperienze alternative/trasgressive, oppure quelli che si rivolgono ad altre forme di sessualità promiscua come il "car sex".
E, nello stesso tempo, sono tanti i giovani rampanti che hanno voglia di fare esibendosi, davanti ad una videocamera, per poi essere guardati da un pubblico vasto, mettendoci il proprio volto e il proprio nome: le generazioni precedenti hanno espresso, ad esempio, una Michelle Ferrarri (al secolo Cristina Ricci) che ha lanciato con successo iniziative di porno-casting per trovare volti maschili nuovi (e giovani) disponibili a farsi filmare in perfomance sessuali con la stessa Michelle e l'amica porno.attrice Giada Da Vinci o anche l'iniziativa "Il Camper dell'amore" (per filmare coppie di fare sesso esibizionistico davanti ad una telecamera) oppure, più di recente una Valentina Nappi, napoletana "porno-emigrante", scoperta da Rocco Siffredi e approdata in America, la quale nel corso di una cooversazione con la giornalista Latella su Micromega ha dichiarato senza peli sulla lingua: La masturbazione é il gesto sessuale più universale e dovrebbe essere quello più diffusoperché permette di dare piacere senza la necessità di preservativi, anticoncezionali e altre misure di protezione. Il bello della masturbazioneé che puoi masturbare chiunque senza porti alcun problema. la masturbazione reciproca dovrebbe diventare normale, come il prendere un caffé assieme. Ovviamente io non posso offrire un caffé a chiunque, non posso spendere le mie giornate offrendo caffé, però se capita lo faccio volentieri. Detto questo, è innegabile che fra uomini e donne ci sia un’asimmetria evidente, perché per le donne il sessoha uno status speciale, non è considerato un’attività come qualunque altra come dovrebbe essere.. Da questo status speciale, le donne ricavano un “potere” che é il presupposto della mercificazione. …[da una conversazione con la giornalista Maria Latella sul tema “Sesso, merce e libertà”, MicroMega, 5, 2014, p. 28].
E che i tempi sinao mutati si vede soprattutto nel rapporto con i media di Valentina Nappi delle cui comparsate in programmi televisi di successo dove viene briosamente intervistata si perde il conto (per non parlare della sua presenza nelle pagine del numero monografico di Micromega dedicato alla sessualità e della lettera aperta a Carlo Roveli, sempre pubblicata su MicroMega.
E pensiamo alla differenza di reazioni violente che suscitò una provocatoria comparsa della compianta Moana Pozzi in un palisesto televiso dei primi anni Novanta, il cui direttore fu violentemente censurato per il suo ardire.
Insomma, Cinquanta sfumature (grigio, nero e rosso) incarna perfettamente l'evoluzione culturale nel rapporto con la sessualità e i sogni sempre meno proibiti sulla sessualità trasgressiva, ma nello stesso tempo intende normarla all'interno della coppia, con un operazione analoga a quella compiuta da Stephenie Meyer con con la sua Twilights Tetralogy, in cui il Vampiro, da sempre icona del Perturbante, diventa paradossolmente icona del buono, del bello e del fascinoso e, con queste qualità, viene impiantato a forza nelle menti degli adolescenti, nascondendo o edulcorando la verità delle cose.

Il vero cambiamento epocale starebbe, invece, nel tramonto dell'amore romantico (un costrutto) e nell'esaltazione della trasgressione sessuale in cui il manifestarsi della sessualità è svincolato dal sentimento ed è solo - ed esclusivamente - performance. O al massimo - come afferma Valentina Nappi - è né piùné meno che andare al bar e bere un caffé assieme.
Nella prima accezione, l'evoluzione della declinazione della sessualità da parte di molti è indubbiamente un po' inquietante: ed è certamente ben più veritiera e non edulcorata la rappresentazione che ne da un Lars von Trier in Nimphomaniac (che però per la sua crudezza rimarrà un film di nicchia, a differenza di Fifty Shades of Grey)
Detto questo non credo che andò a vedere Fifty Shades of Grey, come non leggerò i tre romanzi della serie. Del resto si potrebbe anche argomentare che il film -come i romanzi - contrabbanda come sessualità e romance qualcosa che non è nemmeno iscritto nel codice del "porno" in senso stretto così come è stato definato dallo psichiatra americano Stoller non dovrebbe ammettere nella rappresentazione degli atti sessuali nessuna foma di deviazione,mentre qui viene dato largo spazio alBondage e al Sadomaso, creando le implicite premesse - attraverso l'enfasi sui sentimenti e sulla relazione amorosa che tutto può essere ammissibile se c'è l'amore, ma invece portando ad una sort di sdoganamento della violenza all'interno della coppia, come commenta l'articolo della pischiatra britannica Miriam Grossman, dal titolo, A Psychiatrist's Letter to Young People About 50 Shades of Grey , di impornta cattolica, ma perfettamente accettabile nell'insieme dei suoi punti di vista.

 

E qui do spazio al pensiero - al riguardo - del mio amico Andrea Furlanetto.

 

[Andrea Furlanetto] Premessa. Dopo una lunga attesa e un paio di rinvii, è uscito il film “Cinquanta sfumature di grigio”, tratto dall’omonimo romanzo. Vietato ai minori di 18 anni negli Stati Uniti e nel Regno Unito, visibile solo a chi ha compiuto 14 anni in Italia, esso ha suscitato grande attesa, generando un numero di prevendite mai toccato prima: quasi tre milioni di biglietti nel mondo e ben 180.000 nel nostro Paese. E’ lecito attendersi un grande successo di pubblico.

Prima di proseguire, chiarisco che non credo di andare a vedere il film, per motivi che appariranno chiari più avanti, anche se sono convinto che sia stato fatto con grande cura e sia immune da molti dei difetti e delle tare di tipo generale di cui tratterò. L’uscita del film è un semplice pretesto per toccare due temi generali che mi sono molto cari e che considero intimamente correlati tra loro: il primo è di natura tecnica ed è per me di più semplice trattazione, il secondo verte su un tema più sociologico e lo affronterò in modo del tutto empirico, scusandomi fin d’ora per la soggettività di certe considerazioni.

 

La confusione tra cultura e tecniche. Gli ultimi tre decenni sono stati dominati dalla confusione tra cultura e tecniche. Spesso si crede di non avere il tempo di impadronirsi della profonda natura concettuale dei fenomeni e si ripiega sull’esteriorità, sulla parte visibile dell’iceberg: simboli, oggetti, procedure. In ambito professionale, questo approccio può portare al fallimento di importanti progetti volti a ottenere un cambiamento, pure se si impiegano negli stessi ingenti capitali e numerose valide persone. Ogni processo evolutivo si fonda – infatti – non solo e non tanto sull’adozione di una serie di tecniche, ma sulla comprensione della cultura che le sostiene. Ho parlato con decine, forse centinaia, di professionisti che lamentavano la difficoltà di cambiare senza rendersi conto che non erano partiti dalla mentalità delle persone, bensì da una serie di strumenti. Qualcosa di simile accade quando si inseriscono attrezzature nuove in un parco pubblico. Se non si agisce a monte, sulla cultura dei fruitori dei servizi, panchine, giochi e fontanelle saranno presto oggetto di degrado. Allo stesso modo, far circolare un report colorato e pieno di indicatori, senza averlo prima condiviso e spiegato, porterà le persone a pensare che sia un esercizio fine a sé stesso, rendendolo presto inutilizzato e portando al suo abbandono. Contrariamente a quanto talvolta si pensa, quasi tutte le persone apprezzano di sentirsi coinvolte: un progetto ragionevole accuratamente spiegato e condiviso ha probabilità di successo estremamente alte.

Tornando al film, sono ragionevolmente certo che la regia, la sceneggiatura e la fotografia indugino molto sulla componente psicologica ed emotiva della relazione tra il Signor Gray e la sua amante/schiava la Signora Steele. Insomma, mi aspetto che ci sia molto di più che i codici di abbigliamento, le tecniche, le posture, gli strumenti, ma temo che il 90% degli spettatori porterà con sé solo questo, in un misto di imbarazzo e curiosità. La ricca collezione di oggetti posti in vendita con la medesima immagine e lo stesso nome del libro dimostra che dal pubblico ci si aspetta questo.

 

La resistenza della nicchia al mainstream. Quanto sopra introduce il secondo tema. Ogni nicchia in quanto tale è gelosa della propria esclusività e combatte per mantenerla. Certo, il reclutamento di nuovi adepti è qualcosa di desiderabile, ma c’è sempre un sottile equilibrio tra l’ambizione di crescere numericamente acquistando forza per effetto di ciò, e il timore di essere fagocitati dalla banalizzazione della propria speciale maniera di vedere la vita.

La cultura BDSM è – necessariamente – una cultura di nicchia, anzi di nicchie dal momento che essa si disperde in numerosi rivoli che corrono paralleli o che si intersecano. La sua relativa inconfessabilità è un elemento che la caratterizza da sempre. Chi abbia un interesse di natura sociologica, culturale o sessuale ha agio di trovare la strada, ma storicamente si è trattato di una strada un po’ tortuosa, in alcuni tratti aspra, non certo di una bella statale con quattro carreggiate su cui ci si immette direttamente all’uscita dall’A4. Per chi ha frequentato per decenni la scena BDSM, fosse anche solo metaforicamente, l’uscita di questo film genera un certo fastidio, perché è un tentativo di presentare al grande pubblico una serie di suggestioni in forma necessariamente edulcorata, patinata, esteticamente accettabile, anzi decisamente desiderabile.

Molti, dall’interno di quella nicchia, scrolleranno le spalle e aspetteranno con pazienza che l’ondata emotiva passi. Del resto, la pazienza è una componente fondamentale del mondo BDSM. Altri proveranno a rendere esplicito il loro fastidio in modi più o meno articolati. Il fatto è che, per quanto possa sembrare strano ai più, ogni casa è piena zeppa di sex toys la cui attivabilità dipende solo ed esclusivamente dal cervello di chi li vede. Aggiungo anche che, se trent’anni fa reperire materiale esplicitamente riferito al BDSM era relativamente complesso, oggi tutto è a portata di tastiera. Tutto, letteralmente, pure cose che possono offendere persone molto libere e serene, e le sfumature sono almeno cinquecento. Anzi, ora che ci penso, marchionne potrebbe proprio pensare a una 500 bdsm con interni in latex e catene di sicurezza...

 

Appendice: dieci cose simili a sentirsi devianti dopo avere visto un film. Io faccio - oppure ho fatto - alcune di queste cose, traendone a volte gratificazione.

  • Credersi intelligenti compilando liste di dieci punti
  • Fare i critici d’arte dopo avere seguito con attenzione una televendita di quadri
  • Definirsi atleti dopo aver comprato un paio di scarpe da ginnastica
  • Professarsi cattolici praticanti andando a messa a natale e pasqua
  • Evadere le tasse per protestare contro l’eccessiva pressione fiscale
  • Credersi tolleranti perché si fa l’elemosina al semaforo
  • Pagare una donna per discutere con lei del problema rappresentato dalla prostituzione
  • Sentirsi dei guerrieri dopo essersi fatti un tatuaggio tribale
  • Credersi alternativi perché non si guarda la televisione
  • Sentirsi di sinistra per aver votato renzi alle elezioni europee del 2014

 

Il trailer

 

 


 

 

Secondo Trailer ufficiale

 

 

 


 
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30 gennaio 2015 5 30 /01 /gennaio /2015 07:20

Into the Woods. Una bella fiaba in musical che nasce dalla sintesi creative di tante fiabe diverse: una specie di (Maurizio Crispi) Into the Woods è un film del 2014 diretto da Rob Marshall, basato sull'omonimo musical di Stephen Sondheim a sua volta ispirato da celebri fiabe tradizionali come Cenerentola  (Cinderella), Cappuccetto Rosso (Little red Riding Hood) e Raperonzolo (Rapunzel) dei Fratelli Grimm e Jack e la pianta di fagioli.

Il film intreccia le trame di alcune racconti dei fratelli Grimm e le estende per scoprire le conseguenze dei desideri e delle missioni dei personaggi: infatti Into the Woods è una storia sui desideri, come dichiarano nell'incipit tutti i personaggi che interagiranno nel corso del film: I wish, è il refrain che ciascuno di loro canta, specificando l'oggetto del proprio desiderio. Per la coppia di fornai è quello di avere un figlio; per la vecchia strega è quello di tornare ad essere una donna giovane e bella, rompendo l'incantesimo cui essa stessa é sottoposta; per Cappuccetto Rosso quello di occuparsi della Nonna ed intanto mangiare tutti i dolci che vuole senza restrizioni; per il giovane mugnaio e l madre il desiderio è quello di uscire dalle ristrettezze economiche e poter avere una vita decente, per Cenerentola il desiderio è quello di poter essere trattata con maggiore gentilezza e di potere andare anche lei al Dancing Festival al castello del principe; per Rapunzel, infine, il desiderio è quello di poter uscire dalla sua prigione dorata ed essere salvata da un bel principe.
L'originalità del film  (e, prima, del lavoro teatrale) a cui il film si ispira si basa su questi elementi: il fatto che protagonisti di fiabe diverse si trovano ad intragire tra loro, come se fossero tutti quanti abitanti di un unico - fiabesco, è proprio il caso di dirlo, mondo alternativo -  quello che tutto si gioca sul filo del desiderio (persino quello della strega che vuole annullare gli effetti dell'incantesimo che l'ha fatta diventare tale, facendole perdere le sembianze di bella donna) e sugli effetti inattesi che può avere per ciascuno l'esaudimento dei propri desideri.
Ma oltre a ciò, Into the Woods si presenta con uno sguardo innovativo sulle fiabe edulcorate alla Disney, nel senso che si sviluppa in due diverse fasi: la ricerca dell'esaudimento del desiderio e per ciaascuno il superamento di una prova che richiede, a seconda, determinazione o coraggio o abnegazione o altruismo, e la celebrazione della buona sorte. Ma quando tutto sembra essere prossimo al compimento con un "E vissero felici contenti", arriva il rivolgimento e la storia prende a svilupparsi lungo un'inattesa direzione che per un attimo lascia lo spettatore spiazzato, anche perchè qualcuno immeritatamente muore, come - ad esempio - la moglie del fornaio (Emily Blunt), cosa che - nelle fiabe - non dovrebbe mai accadere; oppure il bel principe che ha sposato Cinderella mpstra chiaramente di preferire altre avventure, rispetto alla fedeltà coniugale che ci si attenderebbe.

E' un musical di nuova generazione, in cui il canto è recitazione, nel senso che in modo naturale dal parlato si passa al recitato con efasi e al cantato. Ma senza alcuna coreografia di balletto, come era nei muical anni '60.
Gli attori sono tutti spaventosamente bravi a partire dal "mostro sacro" Meryl Streep così terribilmente in ogni parte si trovi a recitare da risultare quasi antipatica, per arrivare ad Anna Kendrick (nella parte di Cenerentola, già molta conosciutape ril suo ruolo in "Once"), o a Daniel Huttlestone nei panni del mugnaio Jack (bravissimo nel canto), a a Johnny Depp che interpreta un sornione Lupo: e le voci del canto sono quelle degli stessi attori, che per questo motivo risultano essere ancora più bravi.
Il film è pienamente godibile e non si generanomomenti di noiua o di stanchezza. Si rimane incollati alle poltrone, anche perchè il regista riesce a fornire in contemporanea una serie di informazioni incredibile, essendo intrecciate assieme tante storie diverse che generano dal loro sovrapporsi un'unica storia complessa.

 

(Trama, da Wikipedia) Quando un panettiere e sua moglie si rendono conto che non possono avere figli, perché maledetti da una strega, intraprendono un viaggio nel bosco per trovare gli oggetti necessari per rompere l'incantesimo e iniziare una famiglia. Il film è legato insieme dalla storia originale del fornaio e sua moglie, dalla strega che ha lanciato loro una maledizione e dalla loro interazione con gli altri personaggi delle fiabe durante il viaggio. Quello che inizia come un vivace e irriverente fantasia musicale alla fine diventa una storia significativa sulle responsabilità, sui problemi che nascono dai desideri e sull'eredità che lasciamo ai nostri figli.

 

 

 


 

 

Into the Woods - Scheda film

Regia: Rob Marshall.

Interpreti principali: Meryl Streep, Christine Baranski, Tammy Blanchard, James Corden, Also David Garrison, Anna Kendrick, Donna Murphy, Johnny Depp, Chris Pine, Emily Blunt, Tracey Ullman, Daniel Huttlestone, Billy Magnussen, MacKenzie Mauzy, Lilla Crawford, Lucy Punch, Richard Glover, Frances de la Tour, Simon Russell Beale, Joanna Riding, Annette Crosbie.
Genere: Musical/Fantastico, -

Origine: USA 2014 - Walt Disney

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11 gennaio 2015 7 11 /01 /gennaio /2015 16:50
American Sniper. Con la biografia per immagini del cecchino più letale degli Stati UNiti una riflessione sull'assurdità della guerra in Iraq e delle guerre in genere(Maurizio Crispi) "American Sniper. The Most Lethal Sniper in U.S. Military History", ultima fatica di Clint Eastwood alla regia (2014),è tratto dalla storia vera di Chris Kyle, membro del corpo dei Navy Seals e tiratore scelto, impiegato sui fronti di guerra dell'Iraq come cecchino (sniper). Considerato come una leggenda ed un flagello dei nemici, Kyle ha registrato al suo attivo il più alto numero di uccisi nel corso della sua attività di tiratore scelto, finendo ucciso - per un beffardo destino - da un reduce di guerra affetto da Disturbo postraumatico.
Il suo rimpianto? Quello di non averne uccisi di più e potere aver salvato così altre vite dei suoi compagni.
Il film di Clint Eastwood, nell'affrontare la spinosa e difficile questione della presenza americana in Iraq, non vuole essere un film di celebrazione della guerra e delle sue finalità, bensì un documento di denuncia della crudeltà insita in ogni guerra e in questa guerra in particolare, mostrando che l'azione militare specializzata e la logica delle esecuzioni distanza alla lunga possono generare negli stessi operatori dei guasti interiori spesso irreparabili.
Mostra anche come alcune scelte di vita, apparentemente determinate da fanatismo e retorico senso di appartenenza patriottica, possono essere in realtà state forgiate dalle radici più profonde della propria educazione familiare: paradigmatica a questo rigardo è lalezione di vita che, all'inizio del film, il padre di Chirs Kyle impartisce a lui e al fratello.
E' un film che, ingenerando orrore ed opposizione, rimane dentro lo spettatore a causa del suo carattere perturbante.
Alla fine si fa fatica a scrollarselo di dosso e dalla mente. E' come se il regista, attraverso il suo personaggio - apparentemente invincibile ed in una posizione di forza - riuscisse a trasmetterci - il peso schiacciante del Disturbo Postraumatico e della desolazione interiore di ciò che rimane dopo essere stati a lungo esposti agli orrori di un teatro di guerra, in cui si è stato dominati dalla "licenza di uccidere".
E, quindi, proprio per questo, il regista ha colto nel segno.
Pe rcapire a fondo questo film, bisogna collocarlo al termine (o, meglio,al punto più avanzato) di un unico inesausto filo rosso che collega le guerre in cui gli Statunitensi sono stati coinvolti nel corso del XX secolo, a partire dal grande affresco della loro partecipazione alla II Guerra Mondiale tracciato ad esempio in "Salvate il soldato Ryan" (1998) di S. Spielberg (che presenta un punto di vista insolito sullo scenario dello Sbarco in Normandia) e da quello altrettanto grande offerto dallo stesso Clint Eastwood nei due film che offrono separatamente il punto di vista americano e quello giapponesi sull'epica e sanguinossima battaglia di Iwo Jima (rispettivamente Flags of our Fathers e Lettere da Iwo Jima, entrambi del 2006), per passare poi a film come Il Cacciatore di Michael Cimino o Born on the 4th of July (Nato il 4 Luglio, 1989) diretto da Oliver Stone, ambedue sulla presenza americana in Vietnam, e a Leoni per Agnelli (2007) di Robert Redford sulla guerra in Afghanistan, per citare solo alcuni dei testi filmici più significativi.
Il compito che Clint Eastwood si è dato, nell'affrontare ancora una volta il tema della guerra con questo suo lavoro,è arduo, dal momento che, a differenza di quanto accadde per il Vietnam, l'impegno militare americano prima in Afghanistan e adesso in Iraq non è molto attenzionato dai media, essendo quasi tenuto in sottordine e di rado affrontato in termini critici, poichè tutto si nasconde dietro la cortina fumogena della "giusta" causa contro il terrorismo internazionale e di quella altrettanto impegnativa (per quanto mistificatoria) della volontà di importare la democrazia occidentale nei paesi islamici.
Questo basso profilo tenuto dei media, per inciso, é alla radice dello sbigottimento e della non comprensione "genetica" dell'accaduto che sono provocate da contro-azioni terorristiche da parte di cellule sciolte ed impazzite contro istituzioni del Mondo occidentale, come il recente attacco contro la redazione di Charlie Hebdo.
Oggi, in questo contesto, quaisasi cosa si dica potrebbe essere presa come un insulto ai "bravi" soldati americani che sono lì, lontano da casa, a difendere i valori della democrazia: non ci si può esprimere esplicitamente; e, così, Eastwood ha deciso di seguire la via di rappresentare la vita di un soldato scelto "eccellente" e di mostrarnein filigrana le problematiche e le intime contraddizioni.
 
Lo "sniper" altro non è che, nella lingua italiana il "cecchino" o "tiratore scelto" la cui figura occupa un posto di rilievo nella storia militaria degli ultimi duecento anni, con il migliorare della precisione di tiro e della gittata delle armi da fuoco individuali. 
Nel corso del tempo la funzione del cecchino è mutata, così come sono mutate le cosiddette "regole d'ingaggio", cioè le regole di condotta cui il cecchino è tenuto adf uniformarsi, nel pieno di una sua discrezionalità decisionale, nello stabilire chi debba essere un bersaglio da colpire e chi, invece, debba essere risparmiato.
Se nella II Guerra Mondiale il cecchino aveva una funzione di copertura nelle azioni di guerra per proteggere i suoi compagni da altri invisibili tiratori, con l'assedio di Sarajevo si è é assistito al loro impiego contro la popolzione inerme ed indifesa. Ancora più complessa si è fatta la situazione in Afghanistan e successivamente in Iraq, dove allo sniper viene lasciato il compito complesso di distinguere chi debba essere considerato un cittadino inerme e chi invece un potenziale gerrigliero o terrorista. Ed é ciò che il film di Eastwood cerca di mostrare, attraverso la figura e le gesta di Chirs Kyle, con la sua complessità e con la sua problematicità, oltre con il suo potenziale di logoramento nell'innescare a lungo termine una sindrome da stress.
 
Il film, come si diceva, si ispira al libro di memorie scritto da Chris Kyle con Scott McEwan e Jim De Felice, American sniper. Autobiografia del cecchino più letale della storia americana, edito da Mondadori, 2014
(Dal risguardo di copertina del volume) Tra il 1999 e il 2009 Chris Kyle, membro dei Navy SEAL degli Stati Uniti, ha fatto registrare il più alto numero di uccisioni a opera di uno sniper di tutta la storia militare americana. I suoi compagni d'armi, che ha protetto con precisione letale dall'alto dei tetti e da altre postazioni invisibili durante la guerra in Iraq, lo chiamavano "la Leggenda". 
Per i nemici, invece, era semplicemente al-Shaitan Ramadi, il diavolo di Ramadi. 
Texano di nascita, Chris impara a sparare da ragazzo, andando a caccia con il padre. Dopo aver fatto il cowboy e aver partecipato a diversi rodei, decide di arruolarsi nei SEAL e viene subito catapultato in prima linea nella "guerra al terrore" intrapresa dall'amministrazione Bush dopo l'11 settembre 2001. "American Sniper" è l'autobiografia di un guerriero che rimpiange di non aver ucciso più nemici, ma, al tempo stesso, non nasconde la drammaticità dell'esperienza bellica.
 Il racconto delle sue imprese si intreccia alle pagine dedicate alle vicende più strettamente private. Sino alla sofferta decisione di congedarsi, per diventare "un bravo papà e un buon marito", e per aiutare, i reduci in difficoltà e abbandonati a se stessi. Sopravvissuto a battaglie, imboscate e trappole di ogni genere, Chris Kyle troverà prematuramente la morte proprio per mano di un giovane veterano afflitto da disturbo da stress post-traumatico un anno dopo l'uscita dell'edizione originale di questo libro.

 

Scheda film
Un film di Clint Eastwood.
Con Bradley Cooper, Sienna Miller, Jake McDorman, Luke Grimes, Navid Negahban, Keir O'Donnell, Kyle Gallner, Sam Jaeger, Brando Eaton, Brian Hallisay, Eric Close, Owain Yeoman, Max Charles, Billy Miller, Eric Ladin, Marnette Patterson, Greg Duke, Chance Kelly
Genere: Azione.
Durata 134 min.
USA 2015.
Warner Bros
Italia uscita giovedì 1°gennaio 2015 
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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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