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10 dicembre 2012 1 10 /12 /dicembre /2012 09:09

Di-nuovo-in-gioco.jpg(Maurizio Crispi) In "Di nuovo in gioco" (un film di David Lorenz, USA, 2012), l'attore e regista Clint Eastwood, dopo il toccante ed intenso Million Dollar Baby (2004), ritorna a recitare la parte di un talent scout sportivo, entrando questa volta nella parte di un burbero ricercatore di talenti del Baseball, ormai apparentemente stanco e sulla via del tramonto a causa di un'incipiente cecità, destinato ad essere sacrificato dall'ambizione dei nuovi "quadri" più ambiziosi e agguerriti, ma senza nessuna esperienzasul campo (o poca).

Alla fine le cose andranno diversamente da come sembrava di dover prevedere.
La saggezza e l'esperienza l'avranno vinta sulla tecnologia.
E molte altre cose nel frattempo si ricompongono, compreso un lungo rapporto di incomprensioni tra un padre ed una figlia.
In questo film vediamo un grande Clint Eastwood che come in Gran Torino (da lui diretto ed interpretato, nel 2008) regala ancora una volta piena dignità alla vecchiaia, in modo militante dimostrando con il suo corpo, con il suo volto grinzoso e pieno di rughe e con i suoi personali acciacchi che ogni età della vita porta con sé dei doni inestimabili, anche quando tutto sembra compromesso da una malattia incombente.
Nella sua narrazione il regista spezza una lancia a favore dell'esperienza e della capacità di valutazione dell'individuo rispetto a ciò che possono dire i PC, grazie all'utilizzo di programmi sofisticati e di elaborazioni statistiche. Ciò che si apprezza con i cinque sensi e che viene incasellato alla luce dell'esperienza personale acquisita nel corso di un'intera vita possiede un valore euristico ben maggiore.



Scheda film
Un film di Robert Lorenz. 
Interpreti principali: Clint Eastwood, Chelcie Ross, Ed Lauter, Amy Adams, Raymond Anthony Thomas. «continua Clifton Guterman, Jack Gilpin, John Goodman, Robert Patrick, Bob Gunton, George Wyner, Matthew Lillard, Carla Fisher, Nathan Wright, Justin Timberlake, Matt Bush, Scott Eastwood, Chandler George Brown, Ricky Muse, Sam Collins, Tom Dreesen Titolo originale Trouble With the Curve. Genere: drammatico
Ratings: Kids+13;
Durata 111 min.
Origine: USA 2012. - Warner Bros Italia 
Uscita giovedì 29 novembre 2012



Vai al Trailer ufficiale in HD
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16 novembre 2012 5 16 /11 /novembre /2012 07:51
il-rosso-e-il-blu_Piccioni.jpg(Maurizio Crispi) Una generazione degli Italiani (ma forse più di una) è cresciuta con letture di "Cuore" e del "Giornalino di Gian Burrasca" che presentavano due aspetti diversi della scuola italiana e della sua funzione nella società nel periodo post-risorgimentale.
E con quelle letture tanti di noi adulti un po' maturi siamo cresciuti, immaginando una funzione idealizzata della scuola che trasm
ette valori e che instilla anche conoscenze e cultura, formando così alla vita. 
Nelle pagine di Cuore vi è il personaggio di Franti, che è il riottoso e l'incorreggibile, anche se anche dal suo comportamento "deviante", il maestro alla guida della sua composita scolaresca riesce a trarre lezioni di vita.
Gianburrasca invece fu della scuola italiana il contraltare burlesco, quello dell'irriducibile cialtroneria dell'alunno che vuole farsi beffe della scuola e con la vocazione del ribelle, ma già con Vamba (Luigi Bertelli) eravamo andati molto più avanti di Cuore (la prima edizione del Giornalino fu nel 1907) e qualche dubbio sulla mission educativa della scuola cominciava a sorgere da qualche parte.
E adesso, giunti al passaggio tra il 20° e il 21° secolo, l'insegnante Lodoli, insegnante prima ancora che scrittore, ha affrontato la questione dello stato dell'arte della scuola italiana nel suo "Il rosso e il blu. Cuori ed errori della scuola italiana", Einaudi (e non solo in questo testo, peraltro): disperante, nella buona sostanza, il ritratto che scaturisce dalle sue pagine, quello di una scuola che non è più in grado di incidere significativamente nelle menti dei giovani che le vengono affidati; una scuola in cui la maggior parte degli insegnanti si abbandonano al cinismo, se hanno ancora un briciolo di idealismo se non sono essi stessi insipienti perché anch'essi forgiati da un sistema di istruzione stolido e poco attento ai cambiamenti epocali.
Eppure, qualche cosa di significativo ed importante ogni tanto avviene; qualche messaggio umano viene trasmesso; qualche seme attecchisce e germoglia, inaspettatamente, anche se spesso non si comprende come ciò sia potuto accadere, perchè chi l'aveva fattto prima era convinto di aver seminato nel deserto.
Ed é questo che dà adito alla speranza e che può spingere a continuare un'opera che ai più sfiduciati potrebbe apparire come una fatica di Sisifo.
Di questa scuola tratteggiata da Lodoli nel suo libro di memorie e di riflessioni sulle sue esperienze di insegnante è nato il film omonimo di Giueseppe Piccioni che ne è una credibile trasposizione: un film tenue che presenta problematici alunni, altrettanto probelematici insegnanti, ma che in definitiva non dà risposte e lascia nello spettatore soltanto dubbi ed interrogativi.
Un film da vedere, indubbiamente: un film che propone sicuramente una visione meno radicale del film sulla scuola italiana della metà degli anni Novanta (La scuola di Silvio Orlando, Italia, 1995), in cui si sottolineava il fatto che la scuola non è capace di "salvare" nessuno, poiché i dotati (per classe sociale di appartenenza, per cultura familiare) vanno avanti bene nel loro iter scolastico malgrado la scuola, mentre quelli che più avrebbero bisogno, finiscono con l'essere emarginati sempre di più, sino all'espulsione definitiva e alla libera caduta nell'anomia sociale, come insegna Ivan Illich nel suo saggio Descolarizzare la società.
Allora, la conclusione del film di Orlando fu quasi surreale, gogoliana. L'alunno più riottoso che disturba le lezioni imitando il ronzio di una mosca (una specie di Franti postmoderno), alla fine finisce con il trasformarsdi definitivamente in mosca, a sottolineare pessimisticamente in modo simbolico che l'istituzione scolastica in sé non é capace né di redimere, né di trasofrmare.
Invece, Lodoli - insegnante pensoso, con la passione della scrittura, assieme al regista del film - trasmette il messaggio più positivo che ogni tanto qualcuno si salva, malgrado tutto.
E questa constazione è sufficiente per andare avanti.

In fondo, il film trasmette la lezione che, tra le diverse generazioni, c'è un problema di linguaggi ormai profondamente diversi (con la percezione da parte degli educatori di un'irriducibile fattura) e che se la Scuola, in quanto istituzione, e se i singoli insegnanti che rappresentano l'interfaccia viva e palpitante con il mondo giovanile in fermento non si sintonizzano sui nuovi linguaggi e sulle nuove esigenze rischiano di impantanarsi contro un muro di incomprensibilità. E, il film, sotto questo profilo, nella sua seconda metà offre delle sorprese e rivela che spesso il punto di vista dell'insegnante - anche di quello che vuole essere comprensivo ed aperto - rischia di essere viziato da un pregiudizio di base...
Riccardo Scamarcio, nel ruolo dell'insegnante portatore di una visione idealizzata del suo ruolo, ma anche senza rendersene conto di forti pregiudizi sulla "credibilità" dei suoi allievi, qui se l'è cavata abbastanza bene, senza impantanrsi nel ruolo di personaggio "belloccio"...
Grande nel suo ruolo, Roberto Herlitzka che, nel suo ruolo di professore di storia dell'arte di grande cultura e di vaste conoscenze, nel corso degli anni é divenuto profondamente cinico sul suo ruolo e sulle capacità di apprendimento di alunni che nel corso del tempo si sono sempre più deteriorati, ma da un evento inaspettato costretto a ricredersi.
Un po' più scialba Margherita Buy, nel suo usuale standard di donna pensosa e un po' spaesata di fronte agli eventi in cui si trova a vivere, ma anche lei nel ruolo di Preside dell'istituo in cui si svolgono gli eventi narrati, per via delle circostanze portata ad riappropriarsi di una funzione materna che, pur inerente le sue funzione, aveva dimenticato con una rigida applicazione di norme e divieti...

Rosso-e-il-blu-Lodoli.jpg(dalla IV di copertina). Marco Lodoli non è soltanto uno scrittore, ma anche un insegnante, un professore nelle scuole superiori. Ogni giorno, in presa diretta si incontra e scontra con la scuola, con gli studenti e con il diffìcile e appassionante mestiere di insegnante. In "Il rosso e il blu" abbandona la finzione narrativa e, attraverso brevi ma folgoranti osservazioni, affronta i molti "cuori ed errori" che sono disseminati nella scuola italiana, e di cui è testimone quotidiano, esprimendo così il suo punto di vista sui tanti temi che entrano nel dibattito pubblico sull'educazione scolastica e i giovani di oggi: dal momento topico dell'esame di maturità alla piaga emergente del bullismo; dalla straniarne e defatigante esperienza delle gite di classe al problema della droga. Dall'angoscia degli studenti per il loro futuro, alla sintonia magica che talvolta si crea con il loro professore. Si delinea cosi un percorso mai scontato, dove la chiarezza espressiva è contemperata dalla profondità di giudizio. Gli errori della scuola sono solo un aspetto della questione. Non avrebbero senso e importanza, se dietro di essi non ci fosse la passione, insomma i cuori.


( Ilmessagero.it). «La scuola fa schifo, ma va difesa». Lo dice con un sorriso, Giuseppe Piccioni, e si capisce che i ricordi di gioventù e una buona dose di tenerezza hanno avuto la meglio sull’urgenza della denuncia.Il suo nuovo film Il rosso e il blu, ispirato al libro omonimo (Einaudi) dello scrittore-professore Marco Lodoli, racconta rigorosamente in chiave di commedia il sistema educativo italiano. Rappresentato da un liceo della periferia romana, dove la comune svogliatezza degli studenti e il disinteresse per l’apprendimento s’incrociano con le diverse tipologie degli insegnanti: l’anziano e cinico prof di storia dell’arte (un fulminante Roberto Herlitzka che alla proiezione per la stampa strappa applausi a scena aperta), il supplente idealista (Riccardo Scamarcio), la preside tutta d’un pezzo ma con istinto materno latente (Margherita Buy).

Il titolo del film rimane quello del romanzo, "Il rosso e il blu": un titolo che evoca l’immarcescibile matita per le correzioni, è stato prodotto da Bianca Film e RaiCinema e uscirà venerdì prossimo con Teodora e Spazio Cinema. «Anche se mostra le carenze della scuola italiana, dai muri scostati alla mancanza delle suppellettili basilari, non è un film politico», puntualizza Piccioni. «Anziché sui problemi strutturali e sociali estremi, ho preferito puntare l’attenzione sulle persone. L’idea di portare sullo schermo il libro di Lodoli è nata dal desiderio di raccontare il luogo che è un crocevia di destini, illusioni e disillusioni, dell’incontro tra adulti e ragazzi. C’è un filo di speranza, c’è leggerezza».

Le riprese sono state effettuate nella scuola Manzoni di Monteverde, mentre per scegliere gli studenti il regista ha scandagliato un po’ tutti gli istituti romani. Accanto a giovanissimi professionisti (Silvia D’Amico, Davide Giordano, Ionut Paun, Nina Torresi, Lucia Mascino) figurano dunque ragazzi che sono passati dai banchi al set per interpretare se stessi. Mentre gli attori adulti sono stati costretti a tuffarsi nei ricordi studenteschi e hanno assistito a qualche lezione, tanto per rendersi conto di quello che è diventata la scuola. «Non è molto cambiata dai miei tempi», osserva il 33enne Scamarcio, «e anche se i governanti continuano a considerarla un’istituzione irrilevante, mantiene intatta la sua funzione formativa».
Scheda film
Un film di Giuseppe Piccioni. 
Interpreti principali: Margherita Buy, Riccardo Scamarcio, Roberto Herlitzka, Silvia D'Amico, Davide Giordano, Nina Torresi, Ionut Paun, Lucia Mascino, Domiziana Cardinali, Gene Gnocchi, Marco Casazza, Elena Lietti, Alexandru Bindea 
Commedia 
Durata 98 min.
Italia 2012. - Teodora Film 
Uscita venerdì 21 settembre 2012


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13 novembre 2012 2 13 /11 /novembre /2012 20:45

Le-belve.jpg(Maurizio Crispi) Le belve (di Oliver Stone, USA, 2012), tratto dal romanzo omonimo di Don Winslow (Einaudi) é un film realizzato con un cast davvero stratosferico: la storia, che segue puntualmente la trama del romanzo di Winslow evoca gli scenari della “colonizzazione” degli Stati Uniti da parte delle feroci narcomafie messicane (soprattutto degli States confinanti, come California, New Mexico etc.).
E’ un film crudo e violento che non aggiunge nulla allo splendido romanzo di Don Winslow, inserito in una sorta di saga (di cui fanno anche parte "Il potere del Cane" e “La lingua del fuoco”) che racconta il processo di progressiva penetrazione delle narcomafie messicane nel territorio USA, mostrando anche le "contaminazioni” tra le narcomafie, i servizi segreti e le agenzie antidroga.
Chi ha letto il romanzo sarà già preparato a vedere le scene più cruente che offre il film, a partire dalle immagini choc iniziali.
Oliver Stone, da quel grande regista che è, ha saputo tradurre esattamente con pochi ed incisivi stilemi i cupi scenari introdotti dalle prosa fortemente sincretica e fortemente evocativa di Winslow, che ha molto dello stile asciutto ed incisivo di James Ellroy, maestro del noir metropolitano degli anni Novanta.
Il film, d’altra parte non è solo concentrato sulla violenza e sulla crudeltà, perché se così fosse, potrebbe riportare il fruitore agli scenari pulp così cari a Quentin Tarantino: la particolarità della vicenda – come del resto nel romanzo – sta nel fatto che vi si narra il modo in cui due mondi diversi vengono in conflitto.
Da un lato la bella e spensierata vita dei due inseparabili Ben e Chon e della loro comune fidanzata O (Ophelia), ricca ereditiera, figlia di una madre tanto riccastra quanto disattenta alle sue esigenze: un mondo fatto di amore, di eros, di grandi galoppate sulle onde con le tavole da surf, di un clima di vacanza quasi perpetuo allietato dal bel sole della California, il tutto reso possibile dal tanto denaro che i due guadagnano (illecitamente) grazie ad una loro fiorente attività di produzione di marihuana di ottima qualità (e di duro lavoro). Dall’altro lato, quello cupo e crudele delle narcomafie messicane che non tollerano l’attività indipendente di Ben e Chon (che è in fondo all'insegna della gioia del vivere e non alla concentrazione del potere nelle proprie mani o dell'accumulo di denaro fine a se stesso) e che la vogliono inglobare con la violenza e la prevaricazione nel proprio sistema, utilizzando metodi sanguinari di intimidazione.
Su questo conflitto che degenera in guerra si gioca tutta la macchina narrativa del film, con ritmo e colpi di scena, tanto da tenere in sospeso lo spettatore che, sino alla fine, si interrogherà in ansia se la sagacia e la gioia di vivere dei due simpatici vilain Ben e Chon l’avranno vinta contro la crudeltà e la violenza dei narcotrafficanti.
Di grande spessore la parte affidata a Benicio Del Toro, perfetto nel ruolo del crudele killer al servizio della “madre” Elena (la “reina”), per eredità a capo di un cartello della droga della Mexican Baja e altrettanto spietata, oppure quella affidata a John Travolta, nel ruolo del funzionario DEA corrotto e corruttibile al migliore offerente.


Tra l’altro, proprio nel 2012, è uscito per i tipi di Einaudi un nuovo romanzo di Winslow (I re del mondo, Einaudi 2012, tit. originale The Kings of Cool) che offre al lettore una sorta di “prequel” alla storia di Ben e Chon e che  racconta il perché essi siano diventati quelli che sono.

 

Scheda film

Un film di Oliver Stone.
Interpreti principali: Blake Lively, John Travolta, Aaron Johnson, Salma Hayek, Emile Hirsch, Benicio Del Toro, Taylor Kitsch, Joel David Moore, Mia Maestro, Demiàn Bichir Titolo originale: Savages.
Thriller, Ratings: Kids+16

USA 2012 - Universal Pictures



Trailer


 



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7 novembre 2012 3 07 /11 /novembre /2012 07:58

Monsieur-Lahzar.jpgMonsieur Lahzar (Bashir Lahzar, di Philippe Falardeau, Canada, 2011) è un film ambientato in una scuola canadese a Montreal nello stato francofono del Québec.
Un'insegnante si suicida, impiccandosi proprio nell'aula dove insegnava durante l'intervallo, in modo tale che a trovarla sia uno degli alunni.
Alla guida del gruppo di ragazzini turbati dall'evento traumatico subentra un insegnante uomo (in una scuola in cui la prevalenza del corpo docente è femminile), che proviene da Algeri, Bashir Lahzar.
La dirigenza scolastica e Bashir si ritrovano costretti a confrontarsi con il difficile compito di accompagnare i giovani alunni nel percorso di elaborazione del lutto e nella gestione interiore del senso di perdita.
E non è una cosa facile, poiché la preside deve navigare in un territorio di non detti e di interdizioni, mentre Bashir deve confrontarsi inizialmente con l'ostilità di una parte degli allievi che di continuo confrontano il suo metodo con quelli del'insegnante che li ha abbandonati, ma contemporaneamente con un suo doloroso fardello esistenziale e, anche lui, con un irrevocabile senso di perdita che non esterna mai, tuttavia.
Il film, pur trattando di una cosa grande e difficile che è relativa a come porgere aiuto ai bambini qando devono confrontarsi con la perdita traumatica di na persona significativa nella loro vita, si muove da una sequenza all'altra con uno stile tenue e deliccato e centrato su di una vena fortemente melanconica che è lo sguardo soggettivo sdul mondo di bashir, anche se ogni tanto ci sono sprazzi che mostrano che un altro mondo di calore, di luci, di colori è possibile.
Esplorando questa situazione-limite viene mostrato allo spettatore quanto sia difficile svolgere il compito di educatori, costretti oggi a mantenere sempre una distanza "prudenziale" dai ragazzi che si devono educare e condurre, perchè in ogni situazione, anche in quella più innocente, potrebbe affacciarsi lo spettro della molestia e dell'abuso, togliendo vigore ad un'importante funzione contenitiva dell'insegnante che prima ancora di istruire deve svolgere soprattutto quando l'età dei suoi alunni è ancora tenera quella di figura genitoriale "alternativa" e a volte capace di fornire delle esperienze emozionali correttive, per le quali può essere importante un abbraccio che trasmetta una sensazione di calore edi accoglienza.
Sorvolando sugli effetti penosi che potrebbe avere il bisogno di ritrovare nelle fila degli insegnanti "pedofili" e "corruttori", il film ci dice che più che "non toccare" fisicamente il proprio alunno (cosa che in alcuni casi può essere necessaria), un buon educatore o insegnante dovrebbe essere in grado di non invadere mai la mente e le emozioni di coloro che gli sono affidati con il suoi dolori e con le sue perdite, utilizzandoli in qualche modo come contenitore e come strumento di liberazione dalle sue pene.

Ma, viceversa, dovrebbe sempre poter attingere al suo bagaglio di esperienze personali per essere empatico, per comprendere e, soprattutto, per farsi carico delle giovani vite che gli sono affidate e in qualche modo per condurle verso l'elaborazione dei problemi.
Il ruolo dell'insegnate-educatore, viceversa, si inaridisce ed è destinato al fallimento e allo scacco, se si accetta il verbo dei timorosi e dei perbenisti secondo cui deve soltanto "..insegnare, ma non educare...", come afferma una coppia di genitori, insofferente del compito che Bashir in qualche modo si è assunto.
Un bel film da vedere, che lascia dentro delle belle emozioni e che ci aiuta a riflettere su alcuni temi.

 

 

 

 

Scheda film
Monsieur Lazhar
Regia: Philippe Falardeau
Interpreti: Fellag, Sophie Nélisse, Danielle Proulx, Jules Philip, Émilien Néron,Brigitte Poupart, Francine Ruel, Louis Champagne
Titolo originale Bachir Lazhar
Drammatico
Durata 94 min
Canada 2011. -
Officine Ubu
Uscita venerdì 31 agosto 2012

 

 

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1 novembre 2012 4 01 /11 /novembre /2012 11:34

Terra-matta-Rabito_Quatriglio.jpg(Maurizio Crispi) Terra Matta -  Il Novecento italiano di Vincenzo Rabito analfabeta siciliano (2012) è il film-documentario, realizzato per la regia di Costanza Quatriglio a partire dal testo autobiografico di Vincenzo Rabito che - ad un certo punto della sua vita - partendo da una condizione di semi-analfabeta - decise di raccontare in forma scritta la storia della sua vita. Con infinita pazienza si mise a scrivere le "storie" della sua vita, con la stessa attitudine del cantastoria, per il quale ogni singola paraola, ogni singolo verbo ha una sua pregnanza fonetica.
Vincenzo Rabito tradusse in forma scritta una narrazione tipicamente orale cn quello stile che ben conoscono coloro che si sono intrattenuti a parlare con gli anziani contadini delle nostre campagne siciliane, prima che arrivasse la televisione ad uniformare i linguaggi e ad appiattire gli stilemi narrativi di un tempo.
Dal paziente e certosino lavoro di scrittura nacque una mole impressionante di diari: ben 20 volumi, ciascuno costituito da 100 fogli, fittamente scritti sul fronte e sul retro.
Volumi che, artigianalmente vennero rilegati e che cositutirono il punto di partenza per una selezione dei brani più significativa che venne rese di pubblico dominio attraverso il volume dato alle stampe alcuni anni fa (Vincenzo Rabito, Terra matta, Einaudi, 2007, a cura di Evelina Santangelo e Luca Ricci).
I due curatori del volume si sono dovuti confrontare con un compito gigantesco, sia per la mole del materiale scritto, sia anche per la necessità di tradurre in testo "scritto" leggibile, la narrazione scritta, ma "orale" di Rabito.
Il volune pubblicato da Einaudi riporta in apertura la prima pagina dei diari di Vincenzo rabito, giusto per dare un'idea della grandezza e dell'importanza del lavoro svolto.
A distanza di alcuni anni è arrivato il film-documentario per la regia della siciliana Costanza Quatriglio che in corso d'opera si è avvalsa della consulenza della curatrice del volume pubblicato da Einaudi.
Il film è di grande interesse ed anche - devo dirlo - di intrattenimento, nel senso che non per un solo atimo si verifica la caduta dell'attenzione dello spettatore-ascoltatore, né si ingenera noia.

Il film è strutturato come un incontro con il cantastorie delle tradizioni siciliane che sono sopravvissute sin quasi ai giorni nostri.
Una voce fuori campo racconta - in prima persona - la vita di Vincenzo Rabito, anzi è Vincenzo Rabito in persona.
Sullo schermo si susseguono una serie di sequenze di filmati d'epoca che danno corpo alle parole del cantastorie, che - mentre "narrava"  i cunti e le storie - faceva riferimento a dei riquadri dipinti (in genere sempre con lo stesso stile mutuato dall'arte naif dei decoratori di carretti siciliani, sia che trattassero storie di Paladini, sia che facessero riferimento ad eventi della contemporaneità).

Le sequenze filmate assolvono a questo compito, assieme alla colonna sonora che dà un supporto musicale (anche questo evocativo), così come il cantastorie - spesso e volentieri - si accompagnava con la chitarra, con le cui note realizzava anche delle interpunzioni sonore che facevano da stacco tra un capitolo e quello successivo.

La regista per le immagini s'è avvalsa di documentari d'epoca (ritrovati negli archivi di cinecittà e dell'Istituto Luce), illustrando così gli eventi di cui Rabito racconta, da uomo semplice che ha vissuto la storia di un "secolo matto".
Ed è così che dal racconto siamo condotti in una fantasmagoria di sequenze tragiche che ci fanno viaggiare nel tempo dalla I guerra Mondiale, alla colonizzazione italiana in Africa, alla guerra in Etiopia, alla II guerra mondiale, alle prime lotte contadine del dopo-guerra, i brogli politici referendari e successivi, al passaggio senza comprendere i perchè da una parte politica all'altra, sempre nel tentativo di sbarcare il lunario e di sostentare moglie e figli, compreso quell'aspetto tipico di chi da una posizione umile deve barcamenarsi per sopravvivere che è il principio del "non scontentare mai nessuno"


La narrazione procede secondo un vettore lineare - ed anche questa modalità fa parte delle narrazioni orali: Vincenzo Rabito con la sua voce ruvida (bravisssimo l'attore scelto a fare da interprete) racconta la sua storia, la storia di un uomo umile del XX secolo che ha attraversato di questo secolo tutti i più importanti e tragici eventi, "salvandosene" ogni volta un po' come il Candide di Voltaire, animato nelle sue azioni e nelle sue decisioni da un'arguzia schiettamente contadina, ma anche aiutato da quella capacità di distanziarsi dagli eventi gravi, propria della povera gente che, essendo sempre preoccupata della propria sopravvivenza quotidiana, vive questi ultimi con lo stesso distacco e lo stesso atteggiamento utilitaristico con cui affronta gli accadimenti quotidiani, minuti e prosaici.
Le immagini tuttavia - mentre la voce narrante prosegue nel suo racconto - si alternano.
Una parte importante di esse è dedicata al tentativo di restituire allo spettatore-ascoltatore la fisicità del diario di Vincenzo Rabito: ce ne fa vedere le pagine, il modo in cui sono scritte fittamente, quasi per effetto di un horror vacui nella pagina bianca (non ci sono spazi di interlinea, quasi e i bordi del pari sono quasi interamente occupati dai caratteri), ci mostra il modo in cui i diari a 100 pagine per volte siano stati rilegati artigianalmente con delle costolature a spirale di metallo. Ce li fa vedere ammucchiati o singolarmente. Ci fa vedere la grafia e il modo in cui ogni singola parola sia stata scritta, staccata da tutte le altre con dei segni di interpunzione, quasi che ogni singola parte del discorso dovesse avere il peso di un colpo di schioppo, come nelle narrazioni orali. Altre immagini ci portano avanti nel tempo, alla contemporaneità: il traffico, le automobili, giovani che vanno in motoretta, gli esterni di Chiaramonte Gulfi, il paese natale di Vincenzo Rabito, la sua casa e i di lui figli: tutto ciò per dare legame e consistenza al racconto che solo assume il senso se considerato come un'eredità che Vincenzo Rabito ha voluto lasciare alla nostra contemporaneità, nel tentativo di salvaguardare i suooi personali ricordi dall'oblio e di tramandarli, riscattando al tempo stesso la sua condizione di analfabeta illetterato.
Nessuna frase è meglio descrittiva della sua storia di vita: «Se all'uomo in questa vita non ci incontro aventure, non ave niente darracontare»
.
Costanza Quatriglio alla prima proiezione di Terra Matta a Palermo (24 ottobre 2012) - Foto di Maurizio CrispiE lui ha dimostrato di averne tante di storie da raccontare, una cosa che ognuno vorrebbe poter fare ad un certo punto della propria esistenza, per cercare di dare dignità alle proprie vicissitudini

In occasione della prima proiezione a Palermo, il 24 ottobre, erano presenti in sala la regista Costanza Quatriglio che si è intrattenuta con il pubblico, ma anche Evelina Santangelo che, assieme, a Luca Ricci, ha curato il volume di Einaudi e che ha lavorato con la regista per definire meglio alcune scelte, ma anche per riportare il testo orale che era stato scritto alla sua oralità, cioè alla sua vera e profonda natura.
Il film-documentario, nel 2012 è stato presentato alla 69ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia.

Una riduzione teatrale del testo è stata rappresentata dal siciliano Vincenzo Pirrotta (allestimento del Teatro Stabile di Catania 2009).

Vedi la scheda su Vincenzo Rabito in Wikipedia.


 

Terra-matta-Rabito.jpgPresentazione del volume edito da Einaudi. Un'esistenza guerreggiata. Passata attraverso le trincee della Prima guerra mondiale, le bombe della Seconda, il «rofianiccio» del Ventennio, il flagello di una suocera terribile, la fame atavica del Sud contadino, l'improvviso benessere della «bella ebica» del boom economico, e infine una privatissima ed estrema battaglia per consegnare ai posteri quest'autobiografia. Con la sua lingua inventata giorno per giorno e il suo tragicomico, inarrestabile passo narrativo, Terra matta ci parla del carattere stesso del nostro Paese, stagliandosi, pagina dopo pagina, come una straordinaria epopea dei diseredati. Un bracciante siciliano si è chiuso a chiave nella sua stanza e ogni giorno, dal 1968 al 1975, senza dare spiegazioni a nessuno, ingaggiando una lotta contro il proprio semi-analfabetismo, ha digitato su una vecchia Olivetti la sua autobiografia. Ha scritto, una dopo l'altra, 1027 pagine a interlinea zero, senza lasciare un centimetro di margine superiore né inferiore né laterale, nel tentativo di raccontare tutta la sua «maletratata e molto travagliata e molto desprezata» vita. 

Ne è venuta fuori un'opera monumentale, forse la più straordinaria tra le scritture popolari mai apparse in Italia, sia per la forza espressiva di questa lingua mescidata di italiano e siciliano, sia per il talento narrativo con cui Rabito è riuscito a restituire da una prospettiva assolutamente inedita più di mezzo secolo di storia d'Italia. 

Imprevedibile, umanissimo e strepitosamente vitale, Terra matta ci racconta le peripezie, le furbizie e gli esasperati sotterfugi di chi ha dovuto lottare tutta la vita per affrancarsi dalla miseria; per salvarsi la pelle, ragazzino, nel mattatoio della Prima e poi della Seconda guerra mondiale; per garantirsi un futuro inseguendo (con «quella testa di antare affare solde all'Africa») il sogno fascista del grande impero coloniale in «uno miserabile deserto»; per arrabattarsi, in mezzo a «brecante e carabiniere», tra l'ipocrisia, la confusione e la fame del secondo dopoguerra; per tentare, a suo modo («impriaco di nobilità»), la scalata sociale con un matrimonio combinato e godere, infine, del benessere degli anni Sessanta, la «bella ebica» capitata ai suoi figli... ritrovandosi poi sempre, o quasi sempre, «come la tartaruca, che stava arrevanto al traquardo e all'ultimo scalone cascavo».
Eccolo qui, dunque, il libro di Rabito, proposto per la prima volta al pubblico in una versione ridotta ma esattamente come lui l'ha scritto, senza cambiare neppure una parola di quelle che l'autore ha scolpito, a fatica, nell'ultima battaglia della sua guerreggiata esistenza.

 

Vincenzo Rabito è nato a Chiaramonte Gulfi (Ragusa) nel 1899. «Ragazzo del '99», è stato bracciante da bambino, è partito diciottenne per il Piave, ha fatto la guerra d'Africa e la Seconda guerra mondiale.
È stato minatore in Germania, poi è tornato in Sicilia dove si è sposato e ha allevato tre figli.
È morto nel 1981. 

La sua autobiografia ha vinto il «Premio Pieve - Banca Toscana» nel 2000, ed è conservata presso la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano.

 

 

Scheda film

Un film di Costanza Quatriglio.

Con Roberto Nobile 

Documentario

Durata 75 min.

Italia 2012.
Cinecittà Luce

 

 

Il trailer ufficiale

 

 


 

 

 

 

Terra Matta - allestimento del Teatro Stabile di Catania

 

 


 
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25 ottobre 2012 4 25 /10 /ottobre /2012 14:02
Elles.jpg(Maurizio Crispi) In Elles (Francia, Polonia, 2012) Anne (Juliette Binoche) è una giornalista francese che conduce una vita serena, sia sul piano affettivo e familiare che professionale, essendo impegnata in questo ambito lavorativo in un'inchiesta sul fenomeno della prostituzione tra le studentesse. Infatti, sin dall'inizio del film la vediamo alle prese con la stesura dell'articolo e con i piccoli consueti problemi editoriali, quando il suo direttore le fa sapere che deve comprimere il testo da 18.000 a 15.000 battute.
Alla ricerca di due donne da intervistare, le capita di incontrare e confrontarsi con Alicja, una studentessa polacca problematica e seduttiva, e con Charlotte, una giovane donna francese, più riservata e convinta che il prostituirsi sia stato - e continui ad essee - un compromesso che ha dovuto accettare a suo tempo e che deve continuare ad accettare, se vuole andare avanti.
Apparentemente, ad entrambe la scelta della prosttuzione ha consentito di proseguire gli studi, ma in realtà ci sono motivazioni più profonde e più complesse Ed anche dopo aver iniziato, è molto difficile cambiare organizzazione di vita: il fascino di avere tanti soldi a disposizione, guadagnati con poche ore soltanto di applicazione, fa la sua parte.
Anne è sensibile alle realtà sociali degli studenti, ma a poco a poco, le storie delle due ragazze arriveranno a toccarla nel profondo.
Il film si muove su piani diversi che, a volte si interscambiano o collidono o si travasano uno nell'altro.
A volte, è l'attività quotidiana di Anne, sia quella casalinga sia quella professionale, a volte, sono scorci di vita delle due studentesse-prostitute ricatturati con salti all'indietro che ripresentificano la loro storia narrata, a volte sono i momenti di scambio conoscitivo ed emozionale tra Anne e le due donne, la cui vita e le cui scelte la prima sta scandagliando, alla ricerca di ragioni e di percorsi esplicativi, all'inizio spinta da interesse professionale, ma poi sempre più spronata ad indagare in certi dettagli intimi dalle sue frustrazioni di donne e dalle sue personali fantasie.
Elles Charlottte la prostituta franceseInfine, la narrazione si muove continuamente, tra normalità nella vita di una donna "arrivata" che però non ha più guizzi di vitalità e vie di possibile trasgressione, in un quadro in cui tutto è da lei sottoposto al controllo della ragione e della ragionevolezza, e l'esistenza alternativa di due giovani donne che hanno scelto di prostituirsi, avendo come motivazione consapevole quella di avere la via spianata verso buoni guadagni (scelte si sopravvivenza per Charlotte e volontà di fuga - e di cambiamento di status sociale - dalla miseria dei ghetti metropolitani o anche scelta verso il lusso e la possibilità di acquisire beni prima impensabili , in un contesto nuovo e ostile nel caso di Alicja migrante dalla Polonia e ritrovatasi senza mezzi di sussistenza.
Il film non dà delle soluzioni: pur aprendo il problema proponendo una tesi e un'antitesi, il regista rimane fermo tra i due quadri. La scelta della trasgressione utilitaristica che però non è pienamente soddisfacente, perchè costringe ad un ambito di menzogne e di travisamenti, costringendo anche ad incontri che possono essere sgradevoli, è uno.
L'altro è quella di una iper-normalità familiare (non più confortante), in cui tutto procede apparentemente bene, ma depotenziato di tutto ciò che darebbe vitalità.
Il sesso fantasticato è per sempre bandito da questo scenario: non può mai essere vissuto, essendo relegato solo alla fruizione dei film porno online da parte degli uomini (marito e figlio) e alle fantasie masturbatorie (per Anne).

Possibilità alternative rimangono inavvicinabili o pura utopia.
Viene delineata, tuttavia, una terza via che è quella della solidarietà e dell'amicizia tra donne. Una via che rimane solo abbozzata e che non dà soluzioni all'insoddisfaczione e all'incertezza del vivere di ogni giorno.
Elles la prostituta polaccaDal tempo del "classico", Bella di giorno di Luis Buñuel di acqua ne è passata sotto i ponti.
Là veniva tratteggiata la scelta tormentata di una donna sposata con un medico parigino che, oppressa dalla noia di lunghe giornate vuote, decide di prostituirsi durante le ore diurne in una casa d'appuntamenti: una scelta che sarà  vissuta conflittualmente e con sensi di colpa sino all'inevitabile "punizione". Qui, invece, abbiamo la descrizione di scelte di vita che sono rappresentate al pari di altre, pur nella loro problematicità, e che divengono - semmai - oggetto di interesse ed attrazione da parte della giornalista che, accostandosi ad esse per "studiarle" con piglio oggettivo, finisce con l'esserne in qualche modo catturata, condividendole in fantasia.
Alcuni, nel vedere il film, hannoa avuto da ridire sul fatto che alcune sequenze fossero sin troppo esplicite, senza mai giungere tuttavia agli stilemi propri del porno.
A mio avviso, questa è stata una scelta di regia funzionale all'intersecarsi dei piani narrativi.

Nel senso che le sequenze erotiche, pur riferendosi alle esperienze delle due donne intervistate da Anne, sono anche la rielaborazione in fantasia che ne fa la stessa Anne, come se i racconti di ciascuna delle due, le avessero aperto orizzonti dimenticati (o nuovi) relativamente all'eros.
Peraltro, tali scene sono una spia di quel fenomeno descritto da alcuni sociologi che, di recente, hanno preso ad occuparsi dell'evoluzione del porno nella cultura contemporanea: fenomeno descritto come "pornificazione della cultura" o anche "porno espanso".


 
Scheda film
Un film di Malgoska Szumowska
Interpreti: Juliette Binoche, Anaïs Demoustier, Krystyna Janda, Louis-Do de Lencquesaing, Ali Marhyar. «continua Joanna Kulig, Scali Delpeyrat, Arthur Moncla, François Civil, Pablo Beugnet
Titolo originale: Sponsoring.
Drammatico, durata 96 minuti
Francia, Polonia, Germania 2011.
Officine Ubu
Uscita venerdì 28 settembre 2012. Vietato ai minori di 14 aanni

 
Trailer ufficiale

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12 ottobre 2012 5 12 /10 /ottobre /2012 07:55

e stato il figlio(Maurizio Crispi) Daniele Ciprì in "E' stato il figlio" ha operato da solo, trasformando il romanzo omonimo di Roberto Alajmo (mondadori, 2008) in una vicenda onirica e livida.
A differenza dei film realizzati con Franco Maresco, suo "socio" della celebre coppia di cineasti della sicilianità, questo film è a colori,  ma si tratta di colori lividi e surreali, che trasformano la vicenda che, pur si snoda nella realtà, in un percorso onirico e mentale.
E così dev'essere visto che il racconto altro non è che un percorso della memoria del narratore di storie Busu, perso nelle sue storie e in fondo cieco alla realtà, perchè come un indovino sa quello che dovrà accadere, prima che accadere.
E' un narratore cieco, perchè il suo sguardo è perennemente rivolto all'interno della sua mente.

Oltre ad attori "veri" (come ad esempio Toni Servillo che qui si piega ad una recitazione tutta impastata di idiomi e mimiche tipiche della sicililianità, compaiono alcune delle stesse tipologie-icone di personaggi interpretati da attori da strada la cui sola presenza silenziosa vale una recitazione.
E' un film di cunti e storie, come è sin dall'esordio con la comparsa dell'enigmatico Busu che, in attesa del suo turno all'uffcio postale, racconta storie e storielle, che convergono su di una storia principale, una storia che - evidentemente - vede nella sua mente con vividezza, quadro dopo quadro.
I registri cromatici scelti dal regista, i colori lividi che tendono in alcuni momenti al bianconero, ma anche la scelta delle ambientazioni - architetture ad uso abitativo che si preentano vuote ed imponenti come cattedrali silenziose, oppure i paesaggi industriali di ciminiere e di tralicci - accentuano la dimensione livida e surreale del racconto che si distacca da quello originario di Alajmo che si presenta più lineare e più netto, in quanto partendo dall'effetto, poi narra le "cause".
Qua siamo alle prese con un "cunto" d'una storia del passato resa da uno che narra le storie e che per poterle narrare le ha in qualche modo vissute.
Ma perchè Busu narra questa specifica storia?
Lo si scoprirà soltanto alla fine del film in un bel gioco di incastri, in cui il racconto grottesco si trasforma in dramma profondo della miseria e dello squallore esistenziale, un po' nello stile di Eduardo de Filippo.

Nella sua ambientazione in una onirica Palermo della fine degli anni Sessanta, c'è tutta una squallida rappresentazione di vite "minime", di vite, di vite che tirano a campare con mezzi e mezzucci, assillate dai debiti e dalle necessità quotidiane, vite che a volte passando da una messa scena in scena grottesca e beffarda, scivolano in una rappresentazione drammaturgica.

 Fa da volano propulsore una Mercedes (nel romanzo, più spostato avanti negli anni, si tratta di una Volvo), acquistata con i soldi rimasti di un risarcimento otttenuto dopo molte tribolazioni dallo Stato per l'uccisione accidentale "per mafia" della figlioletta di Nicola (Toni Servillo), auto che viene vissuta come status symbol e segno di un fittizio upgrade nella scala sociale.
I personaggi sono tutti orrendi, nessuno si salva per umanità, ad eccezione di Busu, toccato profondamente da un dramma che ha contaminato tutta la sua vita.
Il vede si vede, ma non ci si diverte: lo si puà soltanto inghittire come un boccone amaro.

 

 

Scheda film

E' stato il figlio (di Daniele Ciprì, Italia, 2012)
Tratto dal romanzo omonimo di Roberto Alajmo, Mondadori
Interpreti principali: Toni Servillo, Giselda Volodi, Aurora Quattrocchi, Benedetto Ranelli, Alfredo Castro., Fabrizio Falco, Pier 

Giorgio Bellocchio, Piero Misuraca, Giacomo Civiletti, Alessia Zammitti 
Genere: drammatico
Durata 90 min. 
Italia 2012. - Fandango

Uscita venerdì 14 settembre 2012

 
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24 settembre 2012 1 24 /09 /settembre /2012 15:10

The-Words.jpgI romanzi e le fiction letterarie sono sempre in qualche modo il risultato di un furto.
Quante volte capita che i romanzieri, grandi collettori di storie, dopo aver sentito sentono la narrazione orale di una storia, decidono di appropriarsene per farne l'idea portante di un loro libro? Tantissime.
Quanti sono gli autori che utilizzano materiali altrui senza citare le fonti? Tantissimi.

Qualche volte ciò traspare velatamente nella pagina finale dei "Ringraziamenti".

Ma il più delle volte la parte più corposa di ciò che è stato incamerato del materiale originale di altri viene spacciata per farina del proprio sacco.
E nessuno verrà mai a saperlo.

Come anche è risaputo che molti scrittori di grido e autori di best seller utilizzino spesso per la parte più faticosa del lavoro l'opera di ghost writer o "negri" che rimarranno sempre nell'ombra e che, a volte, sono enormemente talentuosi. 
Quanti sono i registi che, abilmente e con opportuni mascheramenti sono capaci di importare nel loro film un'idea di qualcun altro che sia stata già espressa in un romanzo o in un saggio, ma in maniera tale da non dovere impegnarsi al riconoscimento di costosi diritti d'autore?

Il furto di un romanzo fa parte della più ampia categoria del "furto" o "appropriazione indebita" di opere dell'intelletto e dell'ingegno altrui, una figura "penale" ampiamente trattata nella giurisprudenza cui spetta la definizione di "plagio" (non nell'accezione di influenzamento di una mente più debole, però).
Il "plagio" può riguardare qualsiasi opera dell'intelletto ed è considerato un reato particolarmente odioso: specie nella letteratura, poichè chi ruba un'opera altrui si appropria anche di tutto ciò che ha portato a quel costrutto particolare, soltanto che non avendo vissuto gli stessi identici percorsi di vita, in seguito - quando a causa di quell'opera diventerà un personaggio pubblico - potrà soltanto scimmiottarli, esibendo in una qualche misura una falsa identità, visto che - in qualche modo - la scrittura creativa é lo specchio dell'anima.

Oppure, come alternativa dovrà chiudersi in un cupo ermetismo comunicativo.
Su questo tema, vorrei ricordare - nell'ambito della narrativa - il magistrale "Notizie sull'autore" di John Colapinto (Ponte alle grazie, 2002) e naturalmente l'inossidabile (e geniale) romanzo breve di Stephen King, Finestra segreta, giardino segreto (Secret Windows) contenuto nell'antologia "Quattro dopo mezzanotte" e trasposto con maestria in un film omonimo (David Koepp, 2004, con la bella interpretazione di Johnny Depp nella parte dello scrittore, alle prese con un insormontabile writing block e in preda ad una crisi esistenziale che sfocia nel delirio).
 
Il furto di un'opera altrui, come illustrano i due romanzi citati può avvenire nel caso di scrittori che non riescono a far decollare la propria carriera (Colapinto) o di scrittori che hanno prodotto e che sono ora alle prese con una blocco di scrittura (King) e che, magari, nonsono mai stati autentici scrittori perchè all'inizio della loro carriera hanno "rubato" l'ispirazione di qualcun altro.
Rubare in questo caso, significa appropriarsi un maniera irrevocabile di qualcosa della vita dell'altro: e per questo tipo di furto non c'è risarcimento possibile.
E' come con il doping: se qualcuno vince una gara sportiva dopandosi, ruba il merito a chi è arrivato dopo di lui/lei.
Se la frode sportiva viene sventata, il titolo va di diritto a chi era stato spodestato con l'inganno. Ma il danno morale, non lo pagherà più nessuno. Che merito c'è a salire d'ufficio ex-post su di un podio internazionale solo perchè il prim
classificato viene riconosciuto come "dopato". E tutto ciò che si è perso chi lo potrà mai restituire?
Il plagio di un'opera letteraria già pubblicata, oppure l'appropriazione e l'intestazione a sé di un'opera altrui ancora non pubblicata rappresentano - nel campo della letteratura - dei fatti particolarmente odiosi, per i quali non esistono risarcimento o azione di emendamento del guasto arrecato possibili.
L'idea del film The Words (USA, 2012), uscito proprio in questi giorni nelle sale cinematografiche, è sostanzialmente buona, supportata da due attori rilevanti come Jeremy Iron, l'"uomo vecchio", e Dennis Quaid, nella parte dello scrittore Clay Hammonds che, in un reading letterario racconta - con il supporto di brani selezionati - ad una folta platea di uditori il suo romanzo di successo "The Words" in cui ha sviluppato la storia di Rory Jansen, uno scrittore esordiente che balza al top del successo con una scrittura narrativa, ricavata dal dattiloscritto del romanzo perso a suo tempo dal suo vero autore). Negli intervalli del suo reading, Clay Hammond viene interrogato da una sua ammiratrice (nel contempo anche ricercatrice) sul senso della sua scrittura, senza riuscire a dare delle risposte esaurienti e definitive, poichè ciò che l'ha mosso è stato soltanto il cinismo di voler scrivere un rmanzo di successo.
La trama - supportata da una buona idea che è quella di porre la creatività della scrittura come un incastro labirintico di scatole cinesi - perde di incisività e s'impantana in una lentezza esasperante, tuttavia, con una diluizione degli interrogativi che vorrebbe lanciare su quale senso abbiano la scrittura e lo scrivere, quando non si è capaci di sperimentare il dolore e la sofferenza di ciò di cui si scrive, ponendo il problema di base che l'unica scrittura veramente incisiva possa essere soltanto quella autobiografica che si fondi su esperienze di gioie e di dolori autentici, vissute ed incise profondamente sulla propria pelle e nel proprio animo e quando possiede nella sua genesi un significato catartico-rievocativo delle gioie e dei dolori sperimentati.
Tuttavia, benche le tematiche trattate siano complesse ed articolate, suggerendo un'intensa riflessione sul tema della scrittura e sul suo senso, lo spettatore comune esce dalla sala cinematografica - a fine proiezione - avvertendo che gli è sfuggito qualcosa oppure sentendo che il percorso narrativo da qualche parte si sia irrevocabilmente inceppato, al punto da far apparire alquanto scialba anche l'interpretazione dei due attori di maggiore rilievo presenti nel cast.



(da www.mymovies.it) The Words (USA, 2012). Clay Hammond (Dennis Quaid) è un celebre scrittore corteggiato da una seducente dottoranda che vorrebbe carpire la verità dentro e dietro il suo romanzo. Avvicinato durante una lettura pubblica, Clay si limita a confessare i primi capitoli del libro introducendo la vita del suo personaggio: Rory Jansen (Bradley Cooper), che si sogna scrittore e sogna il libro della vita, libro che arriverà dentro una vecchia ventiquattrore e non attraverso un'ispirazione. Pubblicato e raggiunto il successo a colpi di premi letterari, Rory viene seguito e poi ammonito da un vecchio signore (Jeremy Iron) che rivendica la paternità del libro e la storia della sua vita. Scoperto, Rory proverà a rimediare e poi a convivere con la menzogna e i propri limiti. A non riuscirci sarà la giovane moglie a cui lo scrittore, alla maniera del suo creatore, ha mentito. Perché Rory è probabilmente una proiezione di Clay e Clay il prosatore di se stesso.
The Words, film d'esordio degli sceneggiatori Brian Klugman e Lee Sternthal, è un dramma intrigante intorno al tema della narrazione, una riflessione sull'arte di raccontare storie, o più propriamente sul bisogno di farlo. Al punto di rubare un manoscritto per farsi scorrere tra le dita il piacere delle parole o di ripudiare la propria consorte per averle perdute. Storia dentro un'altra storia che diventa Storia, The Words è affollato di personaggi col vizio della scrittura: chi lo fa per mestiere, chi ha un romanzo nel cassetto, chi ha perduto il libro della vita insieme alla propria vita. Tutti registrano un'urgenza di comunicare, di esplorare e di esplorarsi, di dare uno sfogo alla tristezza e una forma alla vita, di ritrovare quello che si è sprecato, di scoprire quello che non si è mai avuto. La cornice del film è un reading letterario, letteralmente narrante, dove non è nemmeno sempre chiaro cosa è vero e cosa no, chi è chi, chi ha scritto cosa, chi ha inventato chi. Klugman e Sternthal confondono impercettibilmente i piani del reale e della finzione, dove i sogni e i desideri hanno la stessa nitidezza del momento presente. Alla maniera di una scatola cinese, Clay Hammond racconta Rory Jansen che plagia un vecchio uomo che romanza un amore conosciuto e poi smarrito come le pagine del suo libro. L'immaginazione per i tre protagonisti (Dennis Quaid, Bradley Cooper e Jeremy Irons), che potrebbero essere in fondo la stessa persona, è un laboratorio in cui fermentano le emozioni della vita reale e in cui fervono i preparativi per la vita reale, quella che si ha paura ad affrontare e su cui non ci è mai concesso un secondo giro. Ma se esiste un solo modo di vivere una vita, ne esistono almeno tre per raccontarla, suggerisce The Words, seguendo parallelamente quella reale e quella finzionale, quella creata e quella rubata, quella navigata e quella naufragata. L'idea dei registi, nel modo del cinema, mette il mondo in movimento dentro una cornice e attraverso le parole. Parole seminate nelle immagini in attesa che attecchiscano stando a vedere (e ad ascoltare) quello che succederà.

 

 

 

Scheda Film
Un film di Brian Klugman, Lee Sternthal.
Interpreti principali. Con Bradley Cooper, Jeremy Irons, Dennis Quaid, Olivia Wilde, Zoe Saldana. «continua Ben Barnes, Nora Arnezeder, Michael McKean, John Hannah, J. K. Simmons, Ron Rifkin.
Titolo originale: The Words.
Genere: drammatico
Ratings: Kids+13
Durata: 97 min.
USA 2012. - Eagle Pictures
Uscita venerdì 21 settembre 2012

 

 

 

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22 settembre 2012 6 22 /09 /settembre /2012 08:10

Bourne-Legacy.jpgI servizi segreti negli Stati Uniti (e non solo lì) rappresentano di fatto una sorta di para-stato che decide delle sorti del mondo.
Queste è palese, anche se non sempre è possibile provare su solide basi questa affermazione, perchè le magagne il più delle volte rimangono occultate.
Sono loro i veri padroni del mondo assieme ai potenti che li manovrano e che non sono mai i politi e i governati: quelli sarebbero solo dei fantocci, semplici ostaggi di chi con il peso del proprio potere finanziario li ha fatti eleggere (sono molte ed articolate le teorie complottiste, tra cui quella che ipotizza l'esistenza del "Club Bilderberg" ampiamente tracciata nell'inchiesta di  Daniel Estulin).
A fronte dei complottisti, si pongono con fermezza i negazionisti, quelli che sostengono che tutto è limpido e trasparente e che non ci sono "piani" segreti che vengano portati avanti, che non ci sono manipolatori etc.
Dove starà la verità? Forse, nel mezzo.
Romanzieri e cineasti USA ci porgono dei plot in cui tali verità sono esemplificate, imbellettate e trasformate in puro entertainment (il più delle volte adrenalinico).
Sicuramente, nel preparare le loro opere si documentano e, in un contesto dichiarato di fiction narrativa, possono osar lanciare delle ipotesi (o dire delle verità) che nemmeno il più agguerrito giornalismo d'inchiesta potrebbe mai partorire.
E' il caso del recente film statunitense "The Bourne Legacy", ispirato ad una delle storie della serie di romanzi d'azione iniziati con "The Bourne identity" e creati dal famoso best seller writer Robert Ludlum.
Nel continuare il filone di quella storia, in cui - si ricorderà - Bourne (l'uomo senza memoria e senza identità) era interpretato da Matt Damon,  qui il tema è quello di agenti segreti, forniti di una falsa identità che vengono addestrati in maniera "speciale" per potere essere efficaci macchine di morte o da guerra. L'addestramento avviene non soltanto attraverso le tecniche cognitive-comportamentali e con il condizionamento, ma anche con l'uso di farmaci che potenziano le funzioni cellulari (sia quelle che determinano una maggiore resistenza alla fatica e allo stress, sia quelle che governano la rigenerazione tissulare, sino a quelle da cui dipendono le capacità di apprendimento e il potenziamento del Q.I. e delle capacità di problem solving. Ma - e questo è l'aspetto più inquietante - in una "naturale" evoluzione della sperimentazione, che deve portare questi soldati a compiere con elevate possibilità di successo missioni pericolose, vi è anche la manipolazione genetica mediante inoculazione di materiale virale che convoglia delle stringhe di DNA all'interno di specifiche cellule-bersaglio per attuare dei veri e propri innesti genetici.
L'obiettivo - in combinazione con le altre tecniche e con l'esposizione a condizioni di addestramento severe e richiedenti è quello di fare di questi agenti delle macchine da guerra più resilienti, se non addirittura invincibili e, soprattutto, efficaci.
Fantascienza o realtà? Forse para-realtà... Forse, qualcosa del genere accade veramente... Del resto, anche se ne mancano le prove, non si parla già di "doping genetico"?
Il film è dominato da questa realtà narrativa.
Un soldato "speciale" è alle prese con la decisione dei manipolatori che stanno nell'ombra (autentici padroni della vita e della morte delle loro pedine) di interrompere il programma  in corso ("Outcome", supportato da importanti gruppi di ricerca farmaceutica),  e terminando i suoi agenti per timore che tutto il marcio possa venire alla luce. Il male minore viene scelto: le cavie sono sacrificabili.
Tanto appena sarà passata la maretta mediatica si potrà nuovamente ricominciare.

Il film è pura adrenalina e si vede dall'inizio alla fine con il fiato in gola.
Non delude, se piacciono i film d'azione.


 

 

Scheda film
The Bourne Legacy
Un film di Tony Gilroy. Interpreti principali: Jeremy Renner, Rachel Weisz, Edward Norton, Stacy Keach, Oscar Isaac, Joan Allen, Albert Finney, David Strathairn, Scott Glenn, Donna Murphy, Michael Chernus, Corey Stoll, Elizabeth Marvel, Sheena Colette, Dennis Boutsikaris, Michael Papajohn, Corey Johnson, Louis Ozawa Changchien, Rachel Black, Michael Berresse, Nilaja Sun.
Genere: Azione
Ratings: Kids+13
Durata 135 min.
USA 2012 - Universal Pictures
Uscita venerdì 7 settembre 2012


 

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19 settembre 2012 3 19 /09 /settembre /2012 09:34

La bella addormentata BellocchioBella addormentata (Marco Bellocchio 2012), a distanza di quasi quattro anni dai fatti legati alla morte di Eluana Englaro, riprende l'atmosfera che si respirò in quei giorni, non tanto con piglio documentaristico, ma attraverso la narrazione di stralci di vita di personaggi in misura diversa toccati dalla  quella vicenda.

Casi di vita in cui l'evento portato all'attenzione dei media, mette in luce conflitti, contraddizioni, dolorose esperienze pregresse o interrogativi circa le difficili congiuntur personi che sono nella vita di ciascuno.

Un senatore della repubblica (Toni Servillo) é combattuto tra la disciplina di partito (appartiene al PdL e c'è da votare- con ordine di scuderia da ottemperare - la legge che regolamenta "alimentazione e reidratazione" dei malati terminali) e la sua coscienza che lo spinge in una direzione sintona con le scelte di Peppino Englaro.

La figlia, invece è a favore della vita e della sua preservazione ad ogni costo (ma la sua è una presa di posizione che scaturisce da un vissuto personale, risalente al momento della morte della madre), e tra loro - proprio in quell'occasione si sono attivati un'incomprensione di base ed un conflitto insanabili, fondati su un'equivoco (che poi verrà chiarito)
Un medico che sente lo scrupolo morale di occuparsi di chi è in difficolà e di soccorrerlo, prende a cuore il caso di una ragazza tossicodipendente e, ostacolandone con caparbietà i progetti suicidiari e trasmettendole un messaggio positivo e di speranza, si distingue dall'atteggiamento cinico dei colleghi che mettono scommesse sul numero di giorni che Eluana non più alimentata impiegherà a morire definitivamente.
Una ex-attrice in declino (Isabelle Huppert) che assiste con atteggiamento fanatica la figlia in coma profondo da anni e costretta alla respirazione assistita, al prezzo di distruggere affetti familiari, sogni di carriera e compromettendo la relazione con i vivi (marito e figlio).

E, infine, va in scena, l'atteggiamento cinico dei politici dello schieramento berlusconiano che per compiacere gli alti prelati della chiesa e l'elettorato cattolico, vogliono vararre a tutti i costi una legge liberticida e moritificante. Questi ultimi, i politici, senza sbavature, in poche scene incisive (si potrebbe dire con poche, vigorose, pennellate), sono messi alla gogna e sbeffeggiate. Vedi su di essi, la lucida analisi dello psichiatra-senatore che probabilmente espone - come un alter-ego - il pensiero dello stesso Bellocchio).
Il regista non ha rappresentato in un solo istante Eluana morente e nemmeno il padre Peppino con la sua eroica decisione, la loro vicenda rimane sempre nello sfondo, puro pretesto narrativo e catalizzatrice di eventi personali, di cambiamenti e di trasformazioni, confortata da documenti televisivi dell'epoca, da spezzoni di dibattiti in TV e del dibattito parlamentare infervorato che ha proceduto la proposta di legge, poi interrotto bruscamente dal sopraggiungere della morte di Eluana.
E' un film che rievoca quei giorni e le profonde lacerazioni che scossero in quell'occasione i cla coscienza morale dei cittadini italiani e del mondo, mostrando impietosamente le ingerenze della Chiesa nelle scelte politiche e quanto l'argomento si presti all'attivarsi di fanatismi e fondamentalismi fuori luogo che distruggono il senso della pietas e della capacità/libertà di poter prendere caso per caso le decisioni più sensate (che soprattutto siano rese valide dall'obiettivo di alleviare un'inutile sofferenza ai morenti e ai vivi che li assistono.
Quello di Bellocchio (che vale anche come denuncia sociale di un tema in cui le conflittualità, secondo una modalità tipicamente italiana, si sono soltanto sopite, una volta che Eluana è uscita di scena, ma che rimangono nello sfondo pronte a riesplodere con un nuovo caso) é  chiaramente un film contro la "teologia del dolore e della sofferenza" di stampo cattolico retrò. E', infine, un film che pur essendo documento riesce ad utilizzare in pieno e in modo alto il linguaggio cinematografico, introducendo una narrazione "nobile", fatta di tensioni, di emozioni, e di sentimenti, ma senza facile e scontato sentimentalismo.

 

 

 

Sul "Caso Englaro", vedi anche dal mio blog "Frammenti"

 

(6 febbraio 2009). Caso Englaro: il governo, con piglio anti-umanitario, vara d'urgenza un decreto-legge per sospendere l'esecuzione della sentenza della Cassazione

 

(9 febbraio 2009). Il dolore per la morte di Eluana e la cinica strumentalizzazione dei politici

 

 

Scheda film
Un film di Marco Bellocchio. 
Interpreti principali. Toni Servillo, Isabelle Huppert, Alba Rohrwacher, Michele Riondino, Maya Sansa, Pier Giorgio Bellocchio, Brenno Placido, Fabrizio Falco, Gianmarco Tognazzi, Roberto Herlitzka, Gigio Morra, Federica Fracassi 
Drammatico
Durata: 110 min. 
Italia 2012. 
01 Distribution 
Uscita giovedì 6 settembre 2012

 

Trailer

 

 


 


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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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