Overblog Tutti i blog Blog migliori Lifestyle
Segui questo blog Administration + Create my blog
MENU
31 maggio 2013 5 31 /05 /maggio /2013 20:59

La breve carriera musicale di Sixto Rodriguez e la sua riscopertaSearching for Sugar Man è un documentario del 2012 scritto, diretto e montato da Malik Bendjelloul, incentrato sulla figura del cantautore statunitense Sixto Rodriguez.

A Detroit, nei primi anni Settanta. Sixto Rodriguez fu il protagonista di una breve carriera discografica da cantautore, scoperto in un bar dove si esibiva i cui due album incisi in studio, dotati di una certa verve dylaniana (ma anche con una forte impronta di originalità), furono ben accolti ma privi di un grande appeal commerciale. Il mercato non era pronto ad accogliere una star latino-americana.
Dopo un tour straordinariamente promettente, Rodriguez scomparve dalla scena senza lasciare traccia.
Diverse furono le voci che si rincorserro (rumours) nel tentativo di trovare una spiegazione plausibile alla scomparsa del cantautore: tra queste quella che si fosse suicidato nel corso di un'esibizione dal vivo, con un colpo di pistola.
Nella Repubblica sudafricana, Sixto divenne una star (per quanto conosciuto soltanto attraverso i suoi due dischi che presto furonobanditi dal regime nazistoide dell'apartheid duro di quegli anni). Ma, per quanto bandito, con i suoi dischi sequestrati o graffiati perchè non si potessero ascoltare, Sixto rimase - ancor di più - una sorta di divo sotto traccia. Almeno fino a quando due suoi fan non cominciarono ad indagare su di lui, seguendo la traccia dei diritti commerciali dei suoi dischi, sino a scoprire con la loro caparbietà idealizzante che Sixto era vivo e che viveva ancora Detroit. Gli telefonarono e lo raggiunsero negli Stati Uniti per intervistarlo e per cercare di sciogliere una volta per tutte il mistero della sua improvvisa eclisse.

Il film racconta appunto la ricerca di "sugarman" Rodriguez da parte di questi due fan, sino al suo ritrovamento..

Accolto positivamente fin dall'anteprima al  Sundance Film Festival, dove ha vinto il Premio speciale della giuria e il Premio del pubblico per la sezione documentari internazionali, ha raccolto svariati premi in giro per il mondo, culminati nella vittoria dell'Oscar al miglior documentario.
Nella colonna sonora originale del film sono presenti quattordici delle canzoni scritte e cantate da Sixto Rodriguez che, come si è detto, nella sua breve carriera musicale incise soltanto due album.
Rimase poco conosciuto al pubblico europeo, mentre, a causa della verve dylaniana, acquisì inspiegabilmente un enorme successo in Sudafrica e furono appunto due suoi fan, nel frattempo divenuti adulti che avviarono una ricerca per rintracciare il musicista e per riportarlo al "suo" Sudafrica. Ed in effetti, dopo il film, Sixto andò veramente in Sud Africa e lì si esibì diverse in concerti che furono straripanti di pubblico.

Una bella storia, davvero.
 

 

Official UK Trailer

 

Condividi post
Repost0
5 aprile 2013 5 05 /04 /aprile /2013 15:44

Un giorno devi andare. Un bel film visto per caso, senza averlo sceltoCon mio figlio l'altra sera, volevamo andare al cinema, ma la realizzazione di questo nostro programma è risultata un po' indaginosa. Malgrado tutto, alla fine, siamo riusciti nel nostro intento.
In un primo tempo siamo andati al Fiamma per veder eun film (che adesso non ricordo più).  Ma all'arrivo, avevano chiuso da un mometo all'altro la sala e sospeso la proiezione per un problema tecnico...
E' seguita una veloce e febbrile consultazione attraverso una connessione estemporanea su mymovies per mezzo dell'I-phone di Franci (i mezzi della tecnica!) e abbiamo deciso di andare al Gaudium, facilmente raggiungibile a piedi e soprattutto a piedi.
Ma abbiamo dovuto fare egualmente una bella corsa per arrivare in tempo...
Ci siamo presentati alla biglietteria e qui ci hanno detto che lo spettacolo delle 10.30 non avrebbe avuto luogo per mancanza di pubblico (quando la sfiga ci mette il suo zampino...)...
Ma ci hanno invitato ad entrare nella sala accanto (Gaudium Iulii) dove il fim in programmazione è iniziato da poco più di 5 minuti.
"Andate, andate, visto che il film è appena inziato e questo non lo proiettiamo più, entrate senza pagare il biglietto" - ci hanno esortato (bontà loro).
E ci siamo accomodati dentro, senza nemmeno sapere il titolo del film, non parliamo del contenuto.
La storia è ambientata tra l'Italia e il Brasile con una certa verve documentaristica e didascalica sul contrasto e la differenza tra la vita in Occidente e la vita nelle Favelas brasiliane e lungo i piccoli villaggi sparsi lungo il Rio delle Amazzoni.
E' la storia di una giovane donna alla ricerca di se stessa e di un modo diverso di vivere, in contrasto alla sua famiglia benestante, ma fondalmente sfasciata.
C'è una presa di posizione sulla semplicità della vita nelle Favelas, che secondo i criteri occidentali non offrono comodità e modernità, ma che si fondano sulle relazioni interpersonali, sulla reciproca solidarietà e sul senso forte della comunità e del reciproco aiuto.
Augusta (Jasmine Trinca), allontanandosi dalla sua famiglia in Italia, si accosta ad un gruppo di "volontari" che svolgono attività missionarie e che si pongono, in un certo modo, come "colonizzatori" insensibili però alla cultura e ai valori della gente del posto (e che quindi dietro la maschera della bontà nascondono una forma di violenza).
Augusta finisce con il distaccarsi anche da loro, iniziando una sua peregrinazione autonoma (una forma di erranza, si potrebbe dire) e un suo personale percorso di conoscenza che è felice sino ad un certo punto (perché le offre la scoperta dell'autenticità nei rapporti tra le persone), ma che viene bruscamente interrotto da un evento doloroso che la spinge ad allontanarsi in una sorta di eremitaggio, come se questa scelta, quella di essere un po' fuori da tutti gli schemi, sia l'unica possibile, forte e di chiusura nei confronti del mondo degli altri e, nello stesso tempo, di apertura e permeabilizzazione alla natura maestosa della grande foresta amazzonica e del paesaggio fluviale, con qualche incursione nel mondo dell'infanzia e nella spensieratezza dei giochi.

Il film che offre delle maestose visioni del Rio delle Amazzoni e, prima, delle popolose Favelas di Manaus è un po' lento a tratti: ed io mi sono addormentato, per una decina di minuti, senza tuttavia perdere il controllo e senza perdere scene davvero essenziali...
Ah, il titolo! E' "Un giorno devi andare" di Giorgio Diritti (2012).
Poi, nel bel mezzo della proiezione qualcosa nel proiettore si è inceppato, e il fotogramma bloccato ha cominciato a deteriorarsi rapidamente: sembrava di vedere l'inizio della scena dell'incendio in Nuovo Cinema Paradiso.
Poi, hanno rimediato: comunque, per 10 minuti buoni abbiamo patito una visione a scosse e a balzi.
Comunque, alla fine, la serata è andata...

Scheda film:
Regia: Giorgio Diritti. Interpreti: Jasmine Trinca (Augusta), Anne Alvaro, Pia Engleberth; Sceneggiatura: Giorgio Diritti, Fredo Valla; Fotografia: Roberto Cimatti; Musiche: Marco Biscarini, Daniele Furlati; Montaggio: Esmeralda Calabria; Scenografia: Jean-Louis Leblanc; Costumi: Hellen Crystine; Produzione: Arancia Film, Rai Cinema, Wild Bunch; Distribuzione: Bim. Italia, 2013, 110'.

 

Il trailer

 

 


 
Condividi post
Repost0
13 marzo 2013 3 13 /03 /marzo /2013 11:35

In (Maurizio Crispi) L'altro giorno, mentre guardavo tra i miei DVD, di imbattermi in un film che non ricordavo di aver mai comprato.
Non mi ricordavo nè quando nè dove, e nemmeno perché.
Un film che non avevo mai visto prima e che nemmeno avevo guardato in DVD dopo averlo acquistato.
Semplicemente se ne stava là, assieme agli altri, evidentemente aspettandomi.
E' ciò che accade anche con i libri.
Improvvisamente, mi accorgo di possederne uno, di cui non ricordo assolutamente i percorsi che lo hanno portato a me.
In questo caso, il ritrovamento del misterioso DVD ha avuto il caratttere di una coincidenza (o per altri versi di una particolare sincronicità, di cui però non rivelerò tutti i dettagli).
Qualcuno mi aveva parlato, proprio poco prima, del libro da cui era stato tratto e che, per alcuni lettori di lingua inglese, rappresenta un piccolo libro di culto, direi: è il volume che raccoglie uno scambio epistolare estendentesi nell'arco di quasi 20 anni (dalla fine, cioè, della II Guerra Mondiale agli anni delle rivolte studentesche) tra la scenografa e scrittirice statunitense Helen Hanff e Frank Doel, impiegato in in un nota libreria inglese: il  libro, conosciuto con lo stesso nome del film (realizzato nel 1987 e diretto da David Hugh Jones), interpretato magistralmente da Ann Bancroft (Helen Hanff) e Anthony Hopkins, con il titolo di " 84 Charing Cross", è stato pubblicato in traduzione italiana per i tipi di Archinto solo nel 1999 (ben più di dieci anni dopo il successo ottenuto dal film), mentre in lingua originale il volume venne pubblicato nel 1970.

In (Dal risguardo di copertina) È Frank Doel, commesso in una vecchia libreria antiquaria londinese - "...l'unica creatura al mondo che mi capisca" - a soddisfare gli stravaganti desideri di una giovane scrittrice americana appassionata di saggi del Settecento, che con lui intreccia una fitta corrispondenza. Miss Hanff sogna per anni di sbarcare nell'"Inghilterra della letteratura", di conoscere di persona Doel e la libreria cui deve tanto. Ma Frank scompare prematuramente e la libreria chiude i battenti nel 1970. Helene Hanff approderà finalmente a Londra solo in occasione dell'uscita di queste lettere che rappresentano l'insolita parabola dal culto dei libri a quello che è diventato, grazie a una felicissima trasposizione filmica, un "libro di culto".

84 Charing Cross Road è l'indirizzo della Libreria londinese, da cui Helen Hanff, esigente lettrice, comincia a rifornirisi con intemperanze e brusche lamentele, quando le seu richeste non sono soddisfatte appieno, ma a poco a poco stemperando la rudezza (ma anche la sincerità) con delicate iniziativ, con manifestazioni di amicizia (per quanto a distanza) e gesti di solidarietà, includendo nelle sue attenzione tutte le persone che lavorano a diverso titolo nella libreria.
Il libro - dicevo - è divenuto una e propria opera "cult", tanto che in corrispondenza dell'indirizzo occupato dalla libreria di un tempo, si può notare una targa commemorativa.

Il film - a mio avviso - è riuscito particolarmente bene.
L'ho guardato sperimentando un'intensa commozione.
E' una storia che esprime in pieno l'amore per i libri, ma che racconta anche una storia di amicizia che, a partire dallo scambio puramente intellettuale, va crescendo e si fa sempre più profonda ed intensa.
In Un'amicizia che rimane "di penna", ma che finisce con il diventare è talmente intensa che sembra quasi che, attraverso le lettere i due interlocutori principali, parlino tra loro quasi fossero in presenza uno dell'altro.

Helen Hanff non riuscirà mai a visitare la L libreria di Charing Cross Road, né incontrerà mai di presenza Frank Doel.
Ogni volta che è lì lì per organizzare il suo viaggio a Londra, è distolta da cause contingente che, con suo sommo dispiacere, la distolgono.
Soltanto vent'anni dopo, l'inizio dello scambio epistolare, potrà recarsi in Inghilterra, quando ormai il discreto Frank Doel è venuto a mancare e ormai la Libreria è desolatamente chiusa, ma ancora piena dei ricordi.

E' un film straordinario e commovente - e lo sa essere senza alcuna ruffianeria nei confronti degli spettatori. Parla dei libri, dell'amore per essi, dell'amicizia e della stima reciproca, ma anche della vita.
Sì, perchè la vita è fatta così: porte che si aprono, porte che si chiudono in maniera asincrona, di desideri che rimangono sospesi e di mancati incontri.
Ma anche di scambi vivi e palpitanti, emotivamente coinvolgenti, che riguardano la cultura, ma anche i sentimenti, che possono avvenire a distanza e lasciare in ciascuno dei due "contraenti" una profonda traccia.

Ecco una delle sequenze del film

 

 

 


 
Condividi post
Repost0
28 febbraio 2013 4 28 /02 /febbraio /2013 23:21

The impossible. La storia vivida ed intensa di una famiglia scampata allo Tsunami del 2004

 

(Maurizio Crispi) Ricordo come fosse ieri quando arrivarono le prime notizie del terribile Tsunami che devastò le coste di tanti paesi che si affacciavano sull'Oceano Indiano il 26  dicembre 2004.
Rimasi impressionato e fortemente addolorato, sorattutto nel vedere alcune impietose foto riportate nei rotocalchi. Ero in aereo con mio figlio e stavo sfogliando il Venerdì di Repubblica sovraccarico di immagini mortuarie veramente inquitanti e, devo confessare, feci in modo che lui - ancora piccolo - non dovesse vederle. Chiusi di scatto la rivista e la riposi. Scrissi una nota di diario al riguardo (che, al momento, non riesco a ritrovare).
In quel momento, non potei non riandare con la memoria ad un racconto - letto da bambino - della scrittrice statunitense (ma di origine giapponese) Pearl S. Buck, in cui gli abitanti di un piccolo villaggio di pescatori sulla costa di una delle piccole isole del Giappone attendono con un senso di ineluttabilità l'abbattersi della grande onda su di loro e sulle proprie cose e non potei non riflettere al modo in cui gli artisti riescono a trasfigurare un'evento di per sè orribile e nefasto in una visione estetica, come protezione dall'orrore che, altrimenti, susciterebbe una rappresentazione troppo cruda della stessa cosa. E, quindi, pensai al potere rassicurante della raffigurazione che fa Hokusai della Grande Onda di Kanagawa, in cui l'evento temibile e distruttivo si trasforma in figura dinamica, estetizzante e meravigliosa, concisa come un haiku. Quel racconto della Buck era corredato di illustrazioni sobrie, indubbiamente ispirate allo stile di Hokusai e, benchè il racconto in sè, fosse angosciante, quelle illustrazioni riuscivano a renderlo leggero e più "digeribile".
Poi, a distanza di meno di un anno dal tragico evento mi capitò di leggere in un rotocalco la recensione di un libro scritto da un'italiana sopravvissuta miracolosamente - assieme ai suoi familiari - all'immane catastrofe, mentre si trovavano in vacanza in una località dello Sri Lanka. Lo comprai subito e lo lessi avidamente, non per interesse morboso, ma spinto dalla necessità interiore di condividere empaticamente, sia pure attraverso il filtro del racconto reso da una donna che c'era stato ed anche perchè sono sempre interessato a capire quali meccanismi (di resilienza) si attivino in alcuni posti di fronte a situazioni estreme tali da far che questi, a differenza di altri che si abbandonano alla disperazione, possano resistere.

 Il resconto diaristico di Pamela Vona era intitolato L'onda. Una storia vera (De Agostini, 2005)Lo lessi con grandissimo interesse e commozione. Lo trovai davvero emozionante e coinvolgente. Poi, soltanto dopo, mi è capitato di leggere il romanzo (in parte autobiografico di Emmanuele Carrère (Vite che non sono la mia, Einaudi, 2011) che, nella sua prima parte, si sofferma su questo evento e sul dramma interiore dei sopravvissuti.
The impossible. La storia vivida ed intensa di una famiglia scampata allo Tsunami del 2004Proprio in questi giorni ho visto al cinema il film "The impossibile" e, mentre lo guardavo, non ho potuto non riandare con la mente alle vivide, emozionanti e dolorose vicende che Pamela Vona ha raccontato nel suo libro. Il film non ha aggiunto nulla che già non avessi appreso attraverso la sua testimonianza. Vorrei visitare il blog appositamente creato che Pamela cita nel suo commento, ma non sono riuscito a trovarlo: mi piacerebbe conoscere la sua esatta denominazione.


The Impossible è un film del 2012 diretto da Juan Antonio Bayona, interpretato da Ewan McGregor e Naomi Watts.
Il film è una produzione spagnola girata in lingua inglese su una sceneggiatura di Sergio G. Sánchez, ispirata alla storia vera di una famiglia colpita dallo tsunami del 2004 nell'Oceano Indiano.
Una famiglia americana, che vive in Giappone per motivi lavorativi, decide di trascorrere le vacanze natalizie del 2004 in Thailandia.
La famiglia è composta da Henry e Maria, genitori di tre figli. Passato Natale, la mattina del giorno seguente la loro vacanza idilliaca viene sconvolta dall'abbattersi di un enorme tsunami sul loro villaggio. Anche se Henry ha qualche preoccupazione relativa al futuro del suo impiego il relax è totale e l'armonia è totale.
Fino a quando, la mattina del 26 dicembre uno tsunami di enormi proporzioni travolge tutto ciò che si trova di fronte. Con l'onda e la successiva alternanza di deflussi e reflussi che hanno spazzato via tutto, Maria Naomi Watts) viene trascinata via nella stessa direzione del figlio maggiore Lucas, mentre Henry viene travolto mentre ha stretti a sé i due figli più piccoli. In quella catastrofe naturale moriranno trecentomila persone.
Quando tutto sembra perduto, si attivano in loro delle straordinarie ed inattese risorse interiore e la volontà di sopravvivenza, che alla fine - anche con un pizzico di fortuna - l'hanno vinta sull'evento naturale di così immense proprozioni


The impossible. La storia vivida ed intensa di una famiglia scampata allo Tsunami del 2004

 

 

La didascalia iniziale del film ci ricorda con enfasi che quella a cui stiamo per assistere è una storia vera: è proprio su questa segnalazione che si fonda la credibilità del film.
Quante volte, infatti, nei tanti film catastrofici "fiction" ci si ritrova ad assistere a vicende che ci costringono ad autentiche acrobazie per sospendere l'incredulità di fronte alle acrobazie rocambolesche di un manopolo di eroi che sopravvivono alla tragedia? Quante volte, cioè, ci si ritrova davanti alla rappresentazione di vicende per le quali ci viene da dubitare che chi ha scritto la sceneggiatura e poi diretto e montato il film sia dotato di un minimo senso della realtà?
Non sono poche, purtroppo, anzi rappresentano la regola in questo genere di filmografia.

The Impossible prende le mosse da questa nostra consapevolezza, guastata dai troppi film catastrofici in circolazione, e sin dal titolo ci mette in guardia: ci verrà raccontato l'impossibile.
Un impossibile che però, negli elementi essenziali che vengono proposti sullo schermo, è davvero accaduto.
Perché la realtà talvolta supera la più fervida immaginazione e ciò che nella finzione ci appare come retorico si rivela invece come dannatamente umano. Solo concentrandosi su un nucleo ristretto (una famiglia), coinvolto in un'immane tragedia, Bayona è riuscito a restituire agli spettatori il senso di un disastro che nessun telegiornale prima era riuscito a offrirci.
Solo chi ha avuto modo di leggere i pochi resoconti di alcuni sopravvissuti, potrà rendersi quanto aderente al realmente accaduto, sia l'impossibile che ci viene proposto in questo film.
C'era arrivato vicino Clint Eastwood in Hereafter, anche se lì lo Tsunami e i suoi effetti devastanti erano stati soltanto il pretesto per muoversi su altri piani di narrazione.
Bayona falsifica volutamente un solo elemento: la famiglia, nella realtà, era spagnola ed era formata da Maria, Quique, Lucas, Tomas e Simon (Mendez). La distribuzione internazionale del film e il casting richiedevano questo cambiamento.
Chi non sa nulla della loro vicenda, però, farà bene a non informarsi preventivamente perché il regista sa come toccare le corde più sensibili degli spettatori immergendo la sala quasi fisicamente in quelle acque in tumulto.
Lo fa soprattutto non tanto con le due "star" Watts e McGregor, ma con lo sguardo dolente di Tom Holland nei panni del giovane Lucas che, inghiottendo amarissime lacrime e ricacciando la paura dentro di sé, deve farsi adulto per sopravvivere. Bayona aveva già dato prova con il precedente The Orphanage di un'attenzione particolare verso i più giovani e quindi più indifesi (da quel film porta con sé per una parte cameo, quasi scaramantica, Geraldine Chaplin).
Il viaggio di Lucas nell'orrore inatteso ricorda da vicino quello di Jim 'Jamie' Graham (lo scrittore inglese James ballard adolescente e protagonista di tragiche vicende durante la 2^ guerra Mondiale) de L'impero del sole di Steven Spielberg. Entrambi vengono catapultati all'improvviso in un inferno in cui sembra contare solo la possibilità di sopravvivere (e la capacità di ingegnarsi, stringendo i denti per vincere la fatica e il dolore), assistendo nello stesso tempo all'orrore di ferite spaventose, di arte innaturalmente piegati e della morte "di massa", assieme all'improvviso sconvolgimento di un mondo rassicurante e quieto.
Entrambi i due protagonisti, Lucas e Jim, sono accomunati dal fatto che in questo loro viaggio avranno modo di scoprire che la paura della perdita e del distacco da chi ci è più caro lascia segni nel profondo, ma nello stesso tempo avranno modo di entrare in contatto con un'umanità capace, nei momenti più estremi, di ritrovare una solidarietà che - nel quotidiano - sembra sempre più spesso anestetizzata, lasciando il campo a fome di colpevole indifferenza.
Il film è una co-produzione tra le compagnie spagnole Apaches Entertainment e Telecinco Cinema.
Le riprese furono iniziate ad agosto 2010 ad Alicante, in Spagna, per poi continuare in Thailandia ad ottobre.


 

 

Scheda film
Regia di Juan Antonio Bayona.
Interpreti: Naomi Watts, Ewan McGregor, Tom Holland , Geraldine Chaplin, Marta Etura, Dominic Power, Bruce Blain, Sönke Möhring, Nicola Harrison, Natalie Lorence, Byron Gibson, Olivia Jackson, Anteo Quintavalle, Ploy Jindachote, Laura Power, Gitte Julsrud, Oaklee Pendergast, Russell Geoffrey Banks, Johan Sundberg, Samuel Joslin, Jan Roland Sundberg, Christopher Alan Byrd, Georgina L. Baert, Oli Pascoe, Lancelot Kwok, Vanesa de la Haza, George Baker, Henry Reed.

Genere: Drammatico, durata 114 min.
Origine: USA, Spagna 2012. - Eagle Pictures
Uscita giovedì 31 gennaio 2013

Trailer

 


 


 
 

 

 

 

Nell'illustrazione in alto:La grande onda di Kanagawa (letteralmente: "Sotto un'onda di Kanagawa") di Katsushika Hokusai (葛飾北斎) (1760–1849). Titolo    giapponese: 『神奈川沖浪裏』 - Kanagawa oki nami ura

Condividi post
Repost0
14 febbraio 2013 4 14 /02 /febbraio /2013 15:21

Flight, ovvero come la riabilitazione di un etilista quasi all'ultimo stadio cominci dal non eludere più la verità su se stesso(Maurizio Crispi) In Flight (di Robert Zemeckis, USA, 2012) un pilota aereo di linea di lungo corso (Whip Whitaker, interpretato da Denzel Washington), in una diffcile cicostanza di volo riesce a riportare a terra l'aereo di linea che sta pilotando, mettendo in atto una difficile manovra  che solo lui - per istinto - sarebbe stato capace di compiere (ciò viene stabilita con il conforto di successive prove di simulazione messe in atto dalla Compagnia aerea) e limitantdo al minimo il bilancio delle vittime (solo 6 su 102 anime a bordo). Ciò nonostante, Whip viene messo sotto inchiesta perchè delle persone sono morte: e, in questa procedura,  la sua vita viene messa al vaglio.
Whip è un bravo - anzi, eccellente -  pilota, ma è anche un ubriacone che, spesso e volentieri, dopo notti di bagordi, di droga e di sesso, si ritrova a pilotare l'aereo totalmente sbronzo, ma con il correttivo di stimolanti (cocaina).
Sino al momento dell'incidente (e dopo), non è mai stato disposto ad ammettere di essere un ubriacone arrivato all'ultima sponda e continua a mentire a tutti e a se stesso, scendendo sempre di più la china e ormai prossimo a toccare il fondo.
D'altra parte, la strategia difensiva del Sindacato dei Piloti che lo supporta lo spingerebbe a mentire anche in questa circostanza, apparentemente rinforzando la sua attitudine a mentire.
Ma, messo di fronte all'evidenza delle cose e davanti alla necessità di ammettere che, se non è stato lui a consumare delle confezioni monodse di alcool in volo, allora lo ha fatto l'unico altro membro dell'equipaggio pure deceduto nell'incidente (tra l'altro - fatto non incidentale si tratta di Katerina Marquez, una giovane hostess con la quale, sino alla notte prima del volo incriminato, ha condividiso sesso e bagordi) si arrende, smette di negare e di mentire, accettando finalmente le sue responsabilità.
C'è sicuramente in tutto questo anche la resa, nel momento in cui sta per toccare il fondo della degradazione, ad un'Entità di ordine superiore, di cui anche tanti altri parlano nel corso del film: un'Entità che ha condotto quegli uomini e quelle donne a imbarcarsi in quel volo, a far sì che proprio nel bel mezzo di un temporale si rompesse un pezzo dell'aeromobile, compromettendo la sua tenuta e rendere possibile la salvezza di tanti, consentendo la morte solo di pochi.
Whip  viene condannato per omicidio colposo, benché - quasi paradossalmente - abbia salvato molte altre vite e debba essere considerato per questa esemplare abilità un eroe: e, nella sua condanna, non ha alcun peso sul piatto della bilancia il fatto che egli sia stato nel frangente un bravissimo pilota: la sua abilità viene cancellata dal fatto che, da ubriacone, ha tradito la "fede pubblica".
Whip dunque finisce In carcere a scontare la sua pena: ma, proprio dall'ammissione dello stato delle cose e dall'assunzione delle proprie responsabilità, nasce il primo vero passo verso una possibile riabilitazione e verso un futuro da non bevitore, una volta scontata la pena che gli spetta e, certamente, non più da pilota.
Nello stesso tempo, si schiude per lui, la possibilità inaspettata di ritrovare degli affetti che erano stati gravemente compromessi dalle sue azioni da dissennato bevitore ed anche quella di essere stimato come uomo per aver accettato la pena inevitabile, mettendo a nudo se stesso.
Il personaggio interpretato da Denzel Washington, succube della sua dipendenza alcoolica, è rappresentanto magistralmente, anche soltanto guardando alla verosimiglianza degli aspetti clinici della dipendenza alcoolica e dei meccanismi delle Dipendenze patologiche in genere.
La vicenda dà voce ad uno degli assunti fondamentali di qualsiasi terapia riabilitativa dal bere compulsivo e, in primo luogo,  della filosofia e del modello di intervento portato avanti da AA (Alcolisti Anonimi), secondo i quali una delle premesse fondamentali dell'uscita dalla dipendenza alcoolica è il riconoscimento della propria condizione e il poterne raccontare, mettendosi a nudo con tutti  i propri errori e con tutti i danni e le sofferenze che si sono inflitti alle persone della propria vita (mogli, figli, amici, colleghi di lavoro).
Tra questi due estremi (la negazione e la menzogna, prima; l'ammisisone di colpa e l'assunzione delle proprie responsabilità, dopo) si dipana il dramma dell'uomo che, in alcuni momenti (così come accade nella relazione interpersonale con gli Etilisti), riesce a provocare nello spettatore un moto di stizza e di avversione per la sua arrendevolezza all'impulso del bere e per l'incapacità / non volontà di ammettere che ci sia un problema di alcool.

Zemeckis è riuscito a realizzare indubbiamente un film fuori dall'ordinario, mettendo assieme elementi che pertengono a generi cinematografici diversi e che lo rendono di difficile catalogazione, poiché - per alcuni versi - comincia come un film action spettacolare (la catastrofe aerea sventata con un abile manovra), mentre poi evolve come film drammatico e di scavo psicologico del personaggio principale.

E mi scuso qui se nel commentare questo film, contrariamente a quanto si conviene, mi sono dilungato nel raccontarne la trama.
In questo caso, non ne ho potuto fare a meno, visto che, per me almeno, il film si è dipanato come un vero e proprio caso clinico.




Flight è un film del 2012 diretto da Robert Zemeckis, con protagonista Denzel Washington. Dopo tre film d'animazione, Zemeckis torna al cinema in live action da cui mancava dal 2000, quando uscirono Cast Away e Le verità nascoste (e come non ricordare il suo Ritorno dal Futuro, con i sequel correlati?).
Interpreti: Denzel Washington, Don Cheadle, Kelly Reilly, John Goodman, Bruce Greenwood. «continua Melissa Leo, Brian Geraghty, Tamara Tunie, Nadine Velazquez, James Badge Dale, Garcelle Beauvais, Adam Tomei, Rhoda Griffis
Titolo originale: Flight
Genere: drammatico
Durata 138 min.
USA 2012,  Universal Pictures

http://en.wikipedia.org/wiki/Flight_(2012_film)


Trailer
https://www.youtube.com/watch?v=Y8ivKl4N1w0

Condividi post
Repost0
30 gennaio 2013 3 30 /01 /gennaio /2013 18:34

Cinefilosofia a Palermo, con Carlo Cannella - Foto di Maurizio CrispiGiovedì 31 Gennaio 2013, alle ore 20.00,  presso lo Spazio Trentasei ArchiArte Palermo, prosegue il workshop di Cinefilosofia (avviato lo scorso novembre 2012).
Il tema della serata sarà "La Danza".

Ingresso: 6 Euro incluso aperitivo e vino biologico
Cosa è La Cinefilosofia?
Cinefilosofia è pensare attraverso i film.
Come?
Brevi spezzoni cinematografici, tratti da film più o meno famosi, permetteranno di "vedere" con una impensata concretezza i concetti di Platone, Hegel, Nietzsche, Sartre e i loro "amici".
Durante gli incontri, fra la visione di uno spezzone cinematografico e un bicchiere di vino, i partecipanti potranno liberamente dare vita al dibattito, ovvero alla "scanna cinefilosofica", mettendo le proprie idee a confronto ed esprimendo la propria Weltanschauung.
Potreste scoprire di essere pensatori, ritrovare neuroni dispersi, conoscere nuovi amici, perdere un'amicizia consolidata, litigare sull'ovvietà relativa, o semplicemnete rivedere un film da un altro punto di vista.
Interverranno Hegel, Paul Valéry, Al Pacino, Jacques Tati, Nathalie Portman.
Modererà (se possibile) Carlo Cannella.
Sdrammatizzerà (è sicuro) Pietro Romano.
Affilate le menti!
Invitate i vostri amici, e soprattuto i vostri nemici.

Condividi post
Repost0
22 gennaio 2013 2 22 /01 /gennaio /2013 19:06

la migliore offertaHo ricevuto e ospito volentieri qui il commento di Angela Anello sul recente film di Giuseppe Tornatore, "La Migliore Offerta" (2012).

(Angela Anello)  Il  film è stato magistralmente eseguito. E' bene sottolineare che questo film, anche se girato in lingua inglese e con attori stranieri, è stato scritto, diretto, montato, fotografato, scenografato, musicato e soprattutto prodotto da un team tutto italiano.

Ho forse qualche riserva solo sulla colonna sonora. Le note di Ennio Morricone, francamente, infatti, hanno smesso ormai di emozionarmi: sono fin troppo convenzionali e collaudate nella sequela dei film tornatoriani.  Il cast è eccezionale: Geoffrey Rush nei panni del protagonista Virgil Oldman, è superbo.
Il soggetto del film mi ha dato diversi spunti di riflessione.
Ancora una volta Giuseppe Tornatore dedica un film alla solitudine dell’uomo a contatto con l'arte. Non troviamo i baci consolatori dei film di Nuovo Cinema Paradiso, non le dolci note della musica da pianoforte della Leggenda del pianista sull'oceano, bensì dipinti d’autore.
La migliore Offerta è la storia dell'antiquario e valente battitore d'aste, Virgil Oldman, un uomo egoista, e della vendetta di Billy, che è invece un uomo svilito e umiliato.
Virgil è un uomo che si è isolato volontariamente dagli altri e che non si interessa degli altri. Sono prova di ciò la simil-amicizia con il suo complice Billy, l'ignoranza della vita privata dei suoi più vicini collaboratori, la difficoltà iniziale a comunicare con lui anche di Claire Ibbetson, la sua ultima e strana committente.
E' un uomo preso da se stesso, che teme e rifugge gli altri frapponendo fra loro e sé guanti, filtri di impiegati e casa-bunker.
L'unico essere umano con cui sembra avere un rapporto è Billy, ma di questi non ha mai voluto vedere la produzione artistica, umiliandolo e innescando in lui un desiderio di vendetta.
E' Billy sicuramente l'artefice della grande truffa, l'unico che può aver avuto i mezzi economici e culturali per costruirla, l'unico che lo conosce veramente, che conosce la sua collezione segreta e che può riescire a scardinare la sua difensiva attraverso l'amore, il solo campo in cui il super-esperto è un analfabeta.
Gli altri personaggi si rivelano - alla fine - minori e soltanto dei mezzi per attuare il piano della vendetta.
Il finale si conclude con la vittoria di Billy: l'unico ritratto di donna che resta a Virgil è opera sua.
Quella di Billy non va interpretata soltanto, a mio avviso, come una truffa, bensì vera e propria lezione di vita.
Durante quei 18 mesi d'inganno (l'arco di tempo in cui si sviluppa la vicenda) il protagonista effettivamente impara a "vivere".
Conosce il sapore dell'amicizia, dell'amore, della famiglia, della passione; dorme per la prima volta con una donna, pur non riuscendo a prender sonno.
Vive un'epifania della sua umanità recondita.
Leggendo il libretto omonimo di Giuseppe Tornatore (Sellerio Editore Palermo, 2012), ci si rende conto che il  finale è certamente amaro, triste ma non tragico: e, per comprenderlo, si potrebbe, forse,  far riferimento al dilemma di Godard in "Fino all'ultimo respiro" tra il dolore o il nulla.
Billy ha scelto per Virgil... così come Alfredo scelse per Totò, privandolo dell’amore giovanile in vista di quello talentuoso per il cinema.

Si può condividere, certamente, quanto rilascia Giuseppe Tornatore in un’intervista parlando di rinascita di un uomo, poichè indubbiamente siamo dinanzi alla costruzione di un uomo (e a ciò farebbe, non a caso, allusione il montaggio dell'automa che tuttavia rilancia a pieno il tema della contraffazione e della finzione).

Condividi post
Repost0
12 gennaio 2013 6 12 /01 /gennaio /2013 08:14

gonzo-hunter-s.-Thompson.jpgCon la parola "Gonzo" si intende, originariamente, uno stile di ripresa fotografica, cinematografica o di qualunque altra produzione multimediale nella quale l'autore della ripresa, regista o creatore, sia coinvolto nell'azione piuttosto che esserne un osservatore passivo e, in qualche misura, "esterno".
il "gonzo", così inteso, riporta ad un lungo dibattito tra gli antropologi, traghettato poi con Popper nella metodologia della scienza: il dibattito tra osservazione partecipante e osservazione distaccata di un qualsiasi evento, presumendo che non si può descrivere un contesto di interelazioni umane (o animali) senza in qualche misura interferire con esso e, dunque, modificarlo.
prendendo atto di ciò, gli antropologi più evoluti hanno finito con il codificare, come metodo di lavoro vero e proprio, la cosiddetta "osservazione partecipante".

Analogamente per giornalismo "gonzo" si intende uno stile di approccio alla notizia o al tema che porta a scrivere i "pezzi" soggettivamente, includendo spesso lo stesso reporter come parte della storia con l'utilizzo della narrazione in prima persona (anzichè quella impersonale, più comunemente utilizzata e, in genere, richiesta).

 

La parola "gonzo"  fu utilizzata per la prima volta nel 1970 per describere un articolo di Hunter S. Thompson che è stato uno dei più noti collaboratori della mitica rivista "Rolling Stone", del quale sono disponibili in italiano diverse traduzioni antologiche dei migliori scritti, oltre che di un romanzo autobiografico di grande successo, Paura e disgusto a Las Vegas, in seguito tradotto in film per la regia di Monthy Pithon); successiivamente, dallo stesso Thompson, che finì con il diventare una specie di mito vivente del giornalismo americano tanto da autobattezzarsi Dr Gonzo, lo stile "gonzo" venne reso molto popolare. La storia giornalistica di Thompson è stata di recente rappresentata in un film documentario del 2008, di cui lo stesso Johnny Depp è stato co-produttore (Gonzo: The Life and Work of Dr. Hunter S. Thompson ).

Da allora, il termine venne indicato per indicare una serie di applicazioni artistiche e mediatiche fortemente plasmate dalla soggettività dell'autore.

Il giornalismo "gonzo" tende a  dare maggiore maggiore risalto allo stile rispetto all'accuratezza e spesso utilizza  esperienze personali ed emozioni per creare un contesto all'argomento o all'evento oggetto della trattazione.
Del pari, non prende in considerazione (o addirittura mostra di disprezzare) la rifinitura  del prodotto da pubblicare preferita dai mezzi di stampa e puntaand ad un approccio più grezzo e sanguigno.
Uso di citazioni, sarcasmo, humor, esagerazioni e iperboli sono comuni figure retoriche, ampiamente utilizzate dai giornalisti "gonzo".

In altri contesti "gonzo" ha preso a significare "con totale abbandono," o, più ampiamente, "estremo." .

Una delle marionette di Jim Henson, create da Dave Goelz, fu battezzata "Gonzo the Great".

 

Il Gonzo nella pornografia. Il termine "gonzo" si riferisce a  film pornografici che sono realizzati dagli stessi partecipanti e, in quanto tali,  sono privi di qualsiasi intreccio e di qualsiasi traccia di sceneggiatura, di daloghi, focalizzandosi esclusivamente sulla ripresa di azioni sessuali. In queste produzioni, sovente lo stesso cineoperatore o il regista prendono parte all'azione, parlando agli attori, o partecipando come attori (performanti) essi stessi. Analogamente, gli attori (figuranti o performanti) sono liberi da copioni da recitare o interpretare.

paura e delirio a las vegas - Locandina del filmIl regista non riprende una recitazione, ma un evento reale (un "happening") che si sviluppa in presenza della telecamera.

Si potrebbe dire che è la presenza stessa dell'occhio della telecamera a creare l'evento, così come nell'orgia è l'occhio del partecipante (che, contemporaneamente, osserva e agisce, ponendosi nel doppio ruolo di spettatore/attore) a dar vita all'evento.

L'obiettivo di questa attività è coinvolgere al massimo lo spettatore, terminale ultimo della produzione, trasferendolo direttamente nel bel mezzo dell'evento, dandogli l'impressione di un forte senso di realtà delle scene, piuttosto che di finzione (per questo motivo nelle riprese dei gonzo porn è prediletta la handy-cam rispetto alla tradizionale - e ingombrante - videocamera). Analagomente, in molti film del circuito cinematografico normali per dare l'idea della concitazione della sequenza e della "presa diretta" della secena, senza alcun filtro in post-produzione, si usano - come scelta stilistica deliberata -  la videocamera a spalla o addirittura la handycam.

Si tratta di una tecnica che trae origine da un analogo genere teatrale nel quale si cerca di abbattere la barriera ideale che separa gli attori dallo spettatore.

Quella della handycam maneggiata da uno dei figuranti, a cui però nei set fa da contraltare la ripresa di uno o più "tecnici" con videocamera più sofistificata, è anche una scelta "economica" che, essendo ben adattabile ad attori ed attrici semiprofessionisti o non professionisti, consente di abbattere i costi della produzione.

Nel gonzo, solitamente, non c'è alcuna trama, mentre costumi e scenografia non hanno una particolare rilevanza.

Gli attori e le attrici fanno sesso in modo non tradizionale (a volte sino al bizarre), e per questo decisamente spettacolare.

Nel montaggio finale del film il regista ed i tecnici tendono a non accorciare le scene, operando il minor numero possibile di tagli.

A partire dagli anni Novanta uno dei registi più rappresentativi del genere è stato il francese Pierre Woodman, insieme all'americano Seymore Butts.

gonzo-the-muppet.jpgAlcuni registi, come l'americano John "Buttman" Stagliano che è considerato il creatore del genere con i film della serie "Buttman" (o come, a seguire, il nostrano Rocco Siffredi che, dopo essere diventato - a detta dei critici del settore - uno dei maggiori attori del porno sulla scena internazionale, si è dato alla regia e alla produzione autonoma)  sostengono che nelle trame del gonzo c'è anche una storia da narrare e che è un errore presumere che in questo tipo di film manchi del tutto l'intreccio narrativo.


A causa della sua crescita esplosiva  a partire dalla metà degni anni Novanta del secolo scorso,  il gonzo ha conquistato una popolarità "mainstream", abbassando notevolmente i costi di produzione, proponendosi come un prodotto economico e facilmente realizzabile in qualsiasi contesto, indubbiamente concorrenziale nel mercato del porno e rendendo più facile l'acquisizione di notorietà ad un vasto pubblico a figuranti provenienti dal mondo amatoriale; è stato così che prodotti cinematografici diversi nel settore della pornografia sono stati etichettati come "gonzo".

Oggi, molte compagnie producono film "gonzo" con eccellente illuminazione scenica, ottima qualità delle riprese e del suono, capi di abbbigliamento e lingerie utilizzati dalle figuranti di raffinata fattura e sovente griffati, oltre che assolutamente pregevoli per la magnificenza delle ambientazioni utilizzate (frequentemente abitazioni di lusso e ville strepitose con piscine e giardino, in altri casi superbi scenari paesaggisti nel caso di "gonzo" in the open air di produzione statunitense, come ad esempio il noto "Porno Escondido", ambientato in scenari messicani di grande bellezza).

Una caratteristica che tutti i film del genere condividono, tuttavia, è l'enfasi molto grande sull'intensità (e quasi iperattività) delle performance sessuali rappresentate e il fatto che la tipologia di gonzo più avanzata si sta evolvendo con l'inclusione di azioni sessuali estreme e di "nicchia" (rispetto ai gusti dello spettatore medio del prodotto filmografico porno), in modo molto più spinto di quanto non faccia il film porno più tradizionale.
Senza tener conto delle tecniche di ripresa e del coinvolgimento diretto del regista nelle scene di sesso, un fim gonzo ha molto più "sesso" di un tradizionale film per adulti con contenuti sessualmente espliciti: le scene di sesso del gonzo durano molto più a lungo (meno preamboli, più interazioni, con riprese che hanno durate esasperanti, e che si protraggono ben oltre il momento della eiaculazione dei partner maschili che nel porno classico rappresenta il punto di stop di una singola interazione e ne rappresenta - per così dire - la "prova della verità") sino a - a volte - oltre i 30-40 minuti.

 

Le differenze tra il gonzo porn e il genere porno "feature". Nel gonzo-porn la videocamera viene collocata nel bel mezzo dell'azione, dal momento che uno o più dei partecipanti sono impegnati in contemporanea a riprendere e a compiere azioni sessuali, rifuggendo dal mettere in atto la usuale separazione tra troupe e figuranti/attori, come caratteristica del porno e, più in generale, del cinema convenziali. Il gonzo porn è stato influenzato nelle sue origini dalla pornografia amatoriale e tende a fare un uso molto limitato delle riprese a pieno campo e del corpo intero e, in misura più massiccia, di quelle a distanza ravvicinata (si veda a questo riguardo il coosiddetto "reality porno" che predilegae, nelle sue riprese, il dettaglio anatomico scorporato da tutto il resto). Il lavoro diretto ed immediato della videocamera "libera" include sovente riprese a breve distanza dei genitali (con una predilezione per il membro maschile quasi ripreso in macro, a differenza del porno pù tradizionale, in cui non mancano delle scene d'insieme e degli stacchi tra una scena e l'altra. Nel gonzo porn sovente vengono eliminati anche i preamboli.

I film "gonzo sono uno dei maggiori filoni della pornografia contemporanea: l'altro può essere definito come il tipo "feature" le cui produzioni si propongono - anche attraverso l'utilizzo di un copione-canovaccio, di dare rilevanza a porno-attrici molto richieste e trattate come star, mentre gli uomini il più delle volte sono ridotti al semplice rango di figuranti.
Alcuni dei film "feature" possono essere clasificati come soft porn (essendo realizzati in modo tale che espungendo le scene più spinte, rimane comunque un film erotico da immettere nella grande distribuzione e da destinare ad un pubblico fatto di coppie desideroso di fruire di pellicole erotiche appena un po' più spinte), a differenza del gonzo che è sempre appartenente allo stile "hard".
I feature - secondo la definizione di un produttore specializzato in questa tipologia di porno - "...non mostrano agli spettatori soltanto uomini e donne che scopano, ma si preoccupano di di mostrare perchè lo fanno".

Il perchè delle azioni sessuali nel gonzo scompare definitivamente, sacrificato sull'altare della rappresentazione iper-realistica dell'eccesso che è poi la stessa molla che spinge alcuni individui ad immergersi voluttuosamente  nell'orgia e nel partouze.



Condividi post
Repost0
11 gennaio 2013 5 11 /01 /gennaio /2013 16:35

la-migliore-offerta locandina film(Maurizio Crispi) La migliore offerta (un film di Giuseppe Tornatore, 2012) nasce da un vero e proprio "soggettone" scritto dallo stesso Tornatore e pubblicato come romanzo breve da Sellerio alla fine del 2012.
Dai due personaggi chiave del romanzo, Virgil Oldman e Claire, intuiti da Tornatore già da parecchio tempo (quasi come due icone) è nato, prima, il romanzo e solo successivamente il film, l'uno intimamente vincolato all'altro.
Il romanzo, nato cronologicamente prima, è stato pubblicato quando il film era stato ultimato e messo in distribuzione nelle maggiori librerie, poco dopo l'uscita del film nelle sale cinematografiche.
Per questo stretto e singolare gemellaggio, le vicende narrate nell'uno e nell'altro sono praticamente coincidenti e sovrapponibili.
La lettura del romanzo dopo la visione del film consente al lettore una chiarificazione maggiore di alcuni temi, come anche - viceversa - vedere il film dopo avere letto il romanzo non toglie nulla al piacere della visione, se non la sorpresa e il disvelamento del gioco ad incastro di una trama abile e perfetta (il lettore conosce già gli esiti della vicenda).
Detto questo, il film rappresenta indubbiamente un momento alto nella poetica cinematografica di Tornatore, avvcinandola di molto a temi quasi hitchkochiani.
Ovviamente, non si può dire molto delle evoluzioni della trama, perchè altrimenti si correrebbe il rischio di rovinare il piacere della sorpresa e dei punti di svolta.
Virgil è un sessantenne rigido, prigioniero delle sue abitudini rigide ed inderogabili: svolge un lavoro come abile battitore d'aste ed è considerato un fine intenditore di oggetti d'antiquairato e di opere d'arte, motivo per cui viene frequentemente consultato per fare delle valutazioni.
La fredda compostezza di cui è intessuta la sua esistenza cede soltanto davanti alla sua sconfinata ammirazione per il sorriso e lo sguardo femminile, così come vengono ritratti in modo multiforme nelle opere pittoriche di obni epoca e di ogni stile, di cui è collezionista a tema.
Nella sua abitazione, fredda e silenziosa come un eremo a cui a nessuno è consentito l'accesso se non al personale della servitù, Virgil di tanto in tanto si ritira in un Sancta snactorum, un'enorme stanza sicura come una cassaforte dove custodisce un'inestimabile collezione di ritratti pittorici femminili, a cui ogni tanto aggiunge un pezzo: lì si ritira in contemplazione solitaria, lasciando scorrere lo sguardo su volti, occhi, labbra, inccarnati. E' il suo modo di amare le donne: in modo virtuale.
Virgil é a suo modo un fobico del contatto diretto con chicchesia e con qualsiasi cosa: indossa sempre dei guanti di cui ha una sconfinata collezione, un piao per ogni stagione, per circostanza, per ogni abbinamento.
La sua vita ordinata e ipercontrollata riceve una scossa quando viene contattato telefonicamente dalla misteriosa Claire che lo convoca nella sua dimora per dare avvio ad una valutazione degli oggetti e delle opere d'arte contenute nella dimora.
Dopo i primi approcci telefonici e dopo le prime baruffe scaturenti dal conflitto tra due esistenze ipercontrollanti e ipercontrollate, Virgil scopre che Claire, agorafobica, da molti anni non esce più da un appartamento in cui vive pressocché blindata, all'interno della grande dimora gentilizia dei suoi genitori.
Lo stesso anziano portiere che ha in custodia la casa dichiara di non averla mai vista di presenza.
Per Virgil, insidiosamente, cambia tutto: in qualche misura le sue fobie si incontrano con l'agorafobia di Claire.
Scattano dei meccanismi che, da un lato, fanno pensare al tema di "Io ti salverò" (1945) o anche a quello più tardo di "Qualcosa è cambiato" (1997).
Si seguono gli sviluppi di una vicenda che parrebbe una storia d'amore salvifica per entrambi i personaggi, verso quello che pare una soluzione a lieto fine, scontata e banale e, forse, per alcuni versi, deludente.
Ma di più, a questo punto, non si può dire, se non che la vicenda asssune di colpo delle inaspettate connotazioni noir che spiazzano lo spettatore, mettendo tutto in discussione.
E, in questo doppio registro, Tornatore mostra di essere un grande regista, capace di manovrare con abilità un eccellente cast di attori tutti americani.
L'ambientazione, come quella del romanzo, è in un'imprecisata città mitttelweuropea tra Trieste e Vienna, come tiene a precisare lo stesso Tornatore: e molte delle location prescelte per il film sono state triestine, di una città italiana, ma profondamente mitteleuropea nelle sue atmosfere.
L'unica ambientazione certa è la Piazza dell'Orologio di Praga, dove in certo qual modo si conclude la vicenda in una dimensione onirica e surreale (se non delirante, come risultato di una mente - quella di Virgil - che ha smarrito i suoi riferimenti ordinari e che vive ormai in una dimensione allucinata).
E, ovviamente, il film come il romanzo racconta una vicenda sulla falsificazione nell'arte e sulla falsificazione nell'amore: come c'è qualche cosa di vero nell'opera d'arte abilmente falsificata, così anche nelle vicende d'amore che sembrano profondamente sincere e radicate nel cuore si cela inatteso il germe della falsificazione.




Scheda film
Regia: Giuseppe Tornatore.

Interpretit: Geoffrey Rush, Jim Sturgess,  Sylvia Hoeks, Donald Sutherland, Philip Jacksonn Dermot Crowley, Liya Kebede, Maximilian Dirr, Miles Richardson, Katie McGovern, Gerry Shanahan, Sean Buchanan, Lynn Swanson, Kiruna Stamell, Brigitte Christensen, Anton Alexander, Sylvia De Fanti, Jay Natelle, Laurence Belgrave, Rajeev Badhan, Patricia Meglio
Titolo originale The Best Offer
Genere drammatico
Durata: 124 minuti
Italia 2012. - Warner Bros Italia
Uscita martedì 1 gennaio 2013


Vai al trailer



La migliore offerta. Copertina del volume edito da SellerioGiuseppe Tornatore, La migliore offerta, Sellerio 2012.
(Dal risguardo di copertina). In una imprecisata città del centro Europa Virgil Oldman, eccezionale intenditore d’arte, battitore d’aste con una passione per i dipinti femminili e l’ossessione del collezionismo, conduce una esistenza agiata e tranquilla. L’ingranaggio perfetto di una vita monotona viene messo in subbuglio dall’incontro con una ragazza. Da questo momento la vita di Virgil muterà.
Questo racconto che combina una storia d’amore con un’atmosfera da thriller e che ha la tessitura di un giallo classico, costituisce il soggetto del film La migliore offerta.
Un sessantenne esperto d’arte e battitore d’aste di grande fama, è un cuore gelido, l’unico affetto è quello che prova per gli sguardi scrutanti dei volti femminili della sua segreta e inestimabile raccolta di ritratti. Una giovane donna non esce di casa da anni, nessuno ha più visto il suo volto e vive circondata d’ombre, servita da un anziano portiere. L’incontro tra i due avviene in vista della vendita del patrimonio artistico contenuto nell’antico palazzo ereditato da lei. E tra di loro comincia un gioco torbido e insieme speranzoso che si potrebbe chiamare passione o liberazione.
Introducendo questo suo racconto, da cui viene il film La migliore offerta, il regista Giuseppe Tornatore racconta che nei suoi appunti riposavano da tempo «la figura di una ragazza molto introversa, che viveva reclusa in casa per paura di camminare lungo le strade e mischiarsi in mezzo agli altri» e «un uomo impegnato in un mondo che mi ha sempre attratto, quello dell’arte e dell’antiquariato, un battitore d’aste con la mania dei guanti». Due personaggi isolati che non toccavano la solidità di una storia, fin quando non accadde che, grazie al fluido misterioso della creatività, queste due figure iniziarono a interagire e «una volta innestate l’una nell’altra, la vicenda della ragazza agorafobica e quella del battitore d’aste hanno miracolosamente originato la completezza narrativa che da anni inseguivo e non trovavo».
Da cui l’impulso a scriverne una versione letteraria, prima del film e per rafforzarsene l’immagine: un «soggettone», cioè un vero e proprio racconto. E il regista premio Oscar ci guida al finale sorprendente e feroce col genio del maestro raccontatore di storie, che colora la trama di una tonalità brunastra, quasi visibile, da racconto gotico di taglio classico, inchinandosi con lo sguardo su particolari che caricano di enigma i tempi dell’attesa e la curiosità del dopo.
«Si potrebbe definire, una storia sull’arte intesa come sublimazione dell’amore, ma anche sull’amore inteso come frutto dell’arte». E va aggiunto: una storia sulla falsificazione.


tornatore1-300x217.jpgNota biografica del regista e autore. Nato a Bagheria, Giuseppe Tornatore (1956) esordisce nel cinema con Il camorrista del 1986. Il pieno riconoscimento internazionale giunge con Nuovo Cinema Paradiso, del 1988, di cui è anche soggettista e sceneggiatore, premio Oscar 1990 per il miglior film straniero. Sono seguiti altri film di successo, distribuiti a livello mondiale.
Con questa casa editrice ha pubblicato, oltre a La migliore offerta (2012), le sceneggiature di Nuovo Cinema Paradiso (1990) e Baarìa (2009)
.

Condividi post
Repost0
14 dicembre 2012 5 14 /12 /dicembre /2012 07:09

Amour.jpg(Maurizio Crispi) Amour (un film del tedesco Michael Haneke premiato con la Palma d'Oro a Cannes nel 2009 con "Il nastro bianco", Francia-Austria-Germania, 2012), molto intenso e triste, quasi pensoso, propone una riflessione sulla vecchiaia e sul morire, su come ci si lascia, e sul fatto che non sempre è possibile dirsi addio, ma anche sull'abnegazione dell'amore coniugale (da qui il titolo), quando l'amore non è più passione bruciante, ma quieta convivenza e condivisione, quando si sta semplicemente seduti a desinare, accompagnati soltanto dall'acciottolio delle stoglie e dal tintinnare delle posate sul piatto, senza più bisogno di molte parole. Ma quando si arriva a questo punto, senza astio e con un profondo rispetto e attacemento reciproci, nel caso del bisogno si attiva da parte di uno nei confronti dell'altro, una profonda solidarietà.
La storia è semplice ed essenziale. Anne e Georges hanno tanti anni e un pianoforte per accompagnare il loro tempo, speso in letture e concerti. Insegnanti di musica in pensione, conducono una vita serena, interrotta soltanto dalla visita di un vecchio allievo o della figlia Eva, una musicista che vive all'estero con la famiglia. Un ictus improvvisamente colpisce Anne e collassa la loro vita. Paralizzata e umiliata dall'infarto cerebrale, la donna dipende interamente dal marito, che affronta con coraggio la sua disabilità. Assistito tre volte a settimana da un'infermiera, Georges non smette di amare e di lottare, sopportando le conseguenze affettive ed esistenziali della malattia. Malattia che degenera consumando giorno dopo giorno il corpo di Anne e la sua dignità. Spetterà a Georges accompagnarla al loro 'ultimo concerto'.


In parallelo, il film propone una una triplice riflessione sulla vecchiaia, sulla malattia e sulla morte (e, in particolare, sul morire e sui possibili modi di uscire di scena). Dopo una vita attiva e laboriosa, quando sopraggiunge una malattia, si va avanti, sino a che si comprende che il corpo è diventato una prigione troppo stretta: una spoglia che non funziona più a dovere e che è soltanto di peso per sè e per gli altri. E allora l'unica risorsa che rimane, per esprimere la propria volizione, è data dalla via del rifiuto e dal lasciarsi andare.

Anche se la storia raccontata da Haneke non è del tutto sovrapponibile, ho visto in alcune sequenze del film il lasciarsi andare di mia madre che, quando si rese conto che non poteva più essere d'aiuto, lasciò che le forze restanti che le rimanevano, la abbandonassero, transitando da una condizione di torpore e di esclusione sensoriale auto-imposta al sonno e al trapasso (il tutto accaduto in pochi giorni...).
E ciò accade esattamente quando si rese conto che non poteva più contare sulle proprie forze e d essere quella che era sempre stata ed essere invece diventata (comme ci diceva ripetutamente "di peso".
 
Mia madre negli ultimi suoi giorni spesso mormorava tra sé e sé: "Viva il Polo Nord! Viva la Groenlandia!". Invocazioni che si spiegavano bene, quando ci diceva: "Perché non mi portate in un luogo freddo e mi lasciate lì, seduta nella mia poltrona e avvolta in una coperta, cosicché io possa addormentarmi piano piano nel freddo?".

Lei voleva soltanto potersi addormentare in un sonno più lungo di quello ordinario. E così ha fatto. E proprio per questo motivo aveva rifiutato sempre, anche quando nel corso del tempo si parlava di quella che pareva una remota possibilità, l'idea di dover essere ricoverato in qualche luogo della Sanità. Come sua madre, lei voleva poter morire serenamente a casa sua, tra le sue cose e vicino ai suoi figli.
E così è stato, secondi i suoi desideri.

Tanti anni fa (anzi, una vita fa), avevo fatto leggere alla mamma un romanzo di Hans Ruesch, dal titolo "Il paese dalle ombre lunghe", ambiantato tra gli Eschimesi della Groenlandia. E la mamma era rimasta molto colpita dal fatto che, come si narrava nel romanzo, l'anziano della famiglia, quando capiva di essere ormai diventato di peso per tutti, si incamminava da solo nel freddo del grande Nord e andava a sedersi in un luogo lontano dal gruppo degli igloo per lasciarsi andare nel freddo della progressiva ed inarrestabile ipotermia.
E, alla fine, come ci dice il film, non c'è niente che possa ravvivare, delle abitudini precedenti: nemmeno la musica serve più. 
Non può essere più ascoltata e persino la colonna sonora del film nel momento della dipartita e dell'inevitabile addio si spegne: e nemmeno in dissolvenza. Di colpo.
Non ci sono più né parole che si possano dire, e nemmeno musica da ascoltare.

La medicalizzazione delle malattie senili e del morire, oggi, rischia di levare ogni dignità alla morte, come anche l'insofferenza di molti nei confronti delle limitazioni scaturenti dall'evolversi di alcune malattie o sempliceemnte connesse alla senescenza. In questo senso, la pellicola del cineasta tedesco dà una profonda lezione morale a quanti vorrebbero togliersi davanti agli occhi la pena del morire e risparmiarsi scomodità, fatiche ed imbarrazzi legati di necessità all'assistenza di chi sta morendo.


Ma il film è anche di più. Amour, pur essendo un film non facile da affrontare, fa risuonare molte corde nel nostro animo, perchè ci riporta ad esperienze pregresse oppure ad esperienze ancora non vissute e che temiamo di dover affrontare prima o poi.

Quello del cineasta è uno sguardo impietoso, quasi chirurgico su alcuni momenti della malattia e del suo evolversi, eppur necessario. L'abilità del regista è stata quella che dopo la crudezza delle sequenze che raccontano delle limitazioni indotte dalle malattia della donna sino al tragico e pietoso trapasso, tutto il resto del racconto sfuma in una dimensione onirica e quasi fiabesca, senza che il regista indulga prosaicamente a illustrare una delle possibili conclusioni con oggettività realistica, ma lasciando che sia lo spettatore a comporre un'immagine della fine della storia, secondo la sua sensibilità.

Un film che lascia tanto e che apre degli interrogativi su ciò che ciascuno di noi sente nei confronti della morte e del morire. 



Scheda film
Un film di Michael Haneke.
Interpreti principali: Isabelle Huppert, Jean-Louis Trintignant, Emmanuelle Riva, Rita Blanco, Laurent Capelluto, William Shimell 
Titolo originale Amour. 
Drammatico. 
Durata 105 min. 
Origine: Francia, Austria, Germania 2012 - Teodora Film 
Uscita giovedì 25 ottobre 2012.


Visto il 12.12.2012 (cinema Aurora, Palermo)
Condividi post
Repost0

Mi Presento

  • : Frammenti e pensieri sparsi
  • : Una raccolta di recensioni cinematografiche, di approfondimenti sulle letture fatte, note diaristiche e sogni, reportage e viaggi
  • Contatti

Profilo

  • Frammenti e Pensieri Sparsi

Testo Libero

Ricerca

Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


frammenti-e-pensieri-sparsi.over-blog.it-Google pagerank and Worth