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12 dicembre 2015 6 12 /12 /dicembre /2015 07:27
Un cane insegna la fedeltà a un bambino. La nuova favola morale di Luis Sepùlveda

E’ uscito il nuovo romanzo di Luis Sepùlveda, appartenente al filone delle sue favole “morali”, inaugurate da “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” (2010) e proseguito poi con “Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico” (2012) e con “Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza” (2013) .
Il titolo di questa nuova prova che contiene elementi biografici dell’infanzia cilena dell’autore è “Storia di un cane che insegnò ad un bambino la fedeltà (Guanda, 2015).

 

(Dal risguardo di copertina) È dura per un cane lupo vivere alla catena, nel rimpianto della felice libertà conosciuta da cucciolo e nella nostalgia per tutto quel che ha perduto. Uomini spregevoli lo hanno separato dal suo compagno Aukamañ, il bambino indio che è stato per lui come un fratello. Per un cane cresciuto insieme ai mapuche, la Gente della Terra, è odioso il comportamento di chi non rispetta la natura e tutte le sue creature. Ora la sua missione – quella che gli hanno assegnato gli uomini del branco – è dare la caccia a un misterioso fuggitivo, che si nasconde al di là del fiume. Dove lo porterà la caccia? Il destino è scritto nel nome, e questo cane ha un nome importante, che significa fedeltà: alla vita che non si può mai tradire e anche ai legami d’affetto che il tempo non può spezzare.

(La recensione di IBS) La nuova favola di Luis Sepúlveda ci accompagna nel Sud del Cile per raccontarci la storia di un’amicizia, quella tra un bambino e il suo cane. Quella piccola fibra di lana sa di legna secca, di farina, di latte e miele, di tutto quel che ho perduto. Allora, seduto sulle zampe posteriori, ululo con tutte le mie forze, ululo perché Aukamañ sappia che sono vicino e che sto andando da lui. Ululo perché la voce del dolore non si dimentica mai. Il dolore silenzioso che urla attraverso gli occhi degli animali è a volte più espressivo di qualunque gemito umano. E nessun autore meglio di Luis Sepúlveda, lo scrittore dell’impegno politico e civile, riesce a trasporlo così candidamente in una favola dolce e amara, che raccoglie a sé un pubblico eterogeneo, dai più piccini ai più grandi. La natura è da sempre la protagonista dello scrittore cileno: ogni suo personaggio è legato profondamente alla terra umida, alle montagne e ai cieli della sua terra natale. Storie di vite selvagge e primordiali, di popoli umili organizzati in società attraverso la scansione dei cicli del sole e della luna, dei rituali di sacralità del cibo, del rispetto per gli anziani e per la loro autorevole saggezza. Aufman significa “leale e fedele” nella lingua della Gente della Terra; è un cucciolo di cane che è stato accolto da una tribù di indios mapuche e cresciuto dal piccolo Aukamañ, il bambino indio che è per lui come un fratello. Un giorno, un popolo spregevole e violento, attacca la tribù degli indios spargendo sangue e distruzione e portando via con sé il cane lupo. Aufman è destinato a vivere al seguito di questi uomini crudeli e violenti, irrispettosi della terra nella quale vivono e dei popoli con cui condividono il territorio. Viene privato della sua libertà, del cibo e dell’affetto ed è costretto a dare la caccia a un uomo, un indio nemico, un misterioso fuggitivo. Ma per Aufman questa caccia all’uomo si rivelerà diversa dalle altre perché è ancora ignaro di essere sulle tracce del suo destino, un destino grande e importante quanto il suo nome. Con una poetica delicata e il piacevole scorrere della narrazione fiabesca, Luis Sepúlveda prosegue, dopo la storia di una gabbianella, la storia di un gatto e del topo e la storia di una lumaca, con un nuovo racconto con protagonista un animale e il suo grande insegnamento. Una storia densa di riferimenti popolari e ricca di rimandi alla tradizione favolistica del sud del Cile. La storia di un’amicizia incondizionata e del gesto d’amore più grande che lega l’uomo alle creature della natura: la fedeltà.

La prima pagina del libro

Kitie — Uno
​Il branco di uomini ha paura. Lo so perché sono un cane e fiuto l'odore acido della paura. La paura ha sempre lo stesso odore e non importa se la prova un uomo spaventato dal buio della notte o se la prova waren, il topo che mangia finché il suo peso diventa una zavorra, quandowigna, il gatto delle montagne, si muove guardingo fra gli arbusti. Il fetore della paura negli uomini è così forte da guastare gli aromi della terra umida, degli alberi e delle piante, delle bacche, dei funghi e del muschio che il vento mi porta dal folto del bosco. L'aria mi porta anche, molto leggero, l'odore del fuggiasco, ma quello sa d'altro, sa di legna secca, di farina e di mele, sa di tutto quel che ho perduto. «L'indio si nasconde di là dal fiume. Non dovremmo slegare il cane?» domanda uno degli uomini. « No, è molto buio. Lo sleghiamo alle prime luci dell'alba » risponde l'uomo che comanda il branco. Il branco di uomini è diviso in due: quelli seduti intorno al fuoco, che hanno acceso maledicendo la legna umida, e quelli che con le loro armi per uccidere in mano guardano verso il buio del bosco, senza vedere altro che ombre. Anche io mi accuccio sulle zampe, tenendomi a distanza. Mi piacerebbe stare al caldo, ma evito il fuoco che hanno acceso perché il fumo mi annebbierebbe gli occhi e mi impedirebbe di fiutare i mutevoli odori. Il fuoco è stato acceso male e si spegnerà presto. Gli uomini di questo branco non sanno che lemu, il bosco, dà buona legna secca, basta chiederla dicendo mamull, mamull, e allora il bosco capisce che l'uomo ha freddo e lo autorizza ad accendere un fuoco. Mi arriva alle orecchie il gracidio di llungki, la rana, nascosta frai sassi sull'altra riva dileufu, il fiume che scende dalle montagne. A tratti konkon, il gufo, imita il vento dalla cima degli alberi epinuyke, il pipistrello, sbatte le ali volando mentre divora gli insetti notturni. Il branco di uomini teme i rumori del bosco. Si muovono inquieti e io sento il fetore penetrante della paura che non li lascia riposare. Cerco di allontanarmi un po' da loro, ma la catena che ho al collo, assicurata a un tronco, me lo impedisce. « Diamo qualcosa da mangiare al cane? » domanda uno degli uomini. «No. Un cane caccia meglio quando è affamato» risponde il capobranco. Chiudo gli occhi, ho fame e sete, ma non mi importa. Non mi importa di essere solo il cane per quel branco di uomini e da loro non mi aspetto altro che frustate. Non mi importa, perché dal buio mi arriva il lieve aroma di quel che ho perduto.

 

Nota su Luis Sepulveda. «La letteratura è il modo migliore per cancellare le frontiere, per dimenticarle e far sì che l’essere umano si muova liberamente nel territorio dell’immaginazione, in quel territorio che non conosce né limiti né patrie.»
A un ideale di letteratura come missione – in difesa dei deboli, dei dimenticati, della terra ferita – si è sempre ispirato Luis Sepúlveda, considerato l’autore di riferimento della nuova narrativa sudamericana.
Nato in Cile nel 1949, Sepúlveda ha lasciato il suo Paese al termine di un’intensa stagione di attività politica, conclusasi drammaticamente con l’incarcerazione da parte del regime del generale Pinochet. Ha viaggiato a lungo in America Latina e poi nel resto del mondo, anche al seguito degli equipaggi di Greenpeace. Dopo aver risieduto ad Amburgo e a Parigi, vive attualmente in Spagna, nelle Asturie.
Autore di libri di poesia, «radioromanzi» e racconti, ha conquistato la scena letteraria con il suo primo romanzo, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, apparso per la prima volta in Spagna nel 1989, e in Italia nel 1993. Amatissimo dal suo pubblico, e in particolare dai lettori italiani, ha pubblicato da allora numerosi altri romanzi, raccolte di racconti e libri di viaggio, tra i quali spicca la Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, uno dei libri più letti degli ultimi anni.

Il Booktrailer

Un'intervista a Luis Sepulveda

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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