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17 giugno 2022 5 17 /06 /giugno /2022 19:11
Salvatore Crispi nel 1971, dicembre (foto di Maurizio Crispi)

Come eravamo giovani!
Nella foto, che rappresenta l'incipit di queste mie brevi considerazioni, mio fratello Salvatore è seduto alla sua postazione di casa in via Lombardia. Qui aveva una sua scrivania, attrezzata con tutto ciò che gli potesse servire durante le ore del giorni.
Qui, giocavamo a carte, a scacchi, a dama
Qui leggeva i giornali e i suoi libri
Qui, in quegli anni, quando ancora poteva, si cimentava nella scrittura autonoma con una Olivetti elettrica che i miei gli avevano regalato
Nella foto, insolitamente indossa una cravatta.
Vestito in ghingheri.
Forse era il giorno di Natale, ma non ne ho la certezza.
Davanti a sé ha un libro.
E' pienamente sorridente.
E' davvero un bel ragazzo.
E' probabile che fosse proprio il giorno di Natale e magari quel libro era stato un mio regalo per lui
In effetti, ruotando la foto di 180° se ne può leggere il titolo che è "L'alta cucina del delitto", contenente una raccolta di romanzi (in un volume a suo tempo edito nella collana Omnibus di Mondadori) che hanno come protagonista Nero Wolfe, il detective gourmet e claustrofobico, nato felicemente dalla penna di Rex Stout (e questo volume c'è ancora, nella sezione, allora contenuta - e oggi divenuta straripante - dei polizieschi).
A mio fratello regalavo spesso dei libri, perché a quel tempo era un vorace lettore.
Leggeva davvero di tutto, narrativa e saggistica
Poi ebbe un'intensa crisi esistenziale che lo portò ad attraversare un brutto periodo nel corso del quale rifiutava il cibo e pure rifiutava le letture di narrativa che parlavano della vita degli altri dalla quale lui si sentiva escluso.
Da quel momento in avanti non lesse più fiction di qualsiasi genere, ma solo scritti di tutti i generi, dal semplice articolo al saggio, che parlassero della condizione delle disabilità, accrescendo in un percorso interminabile le sue competenze e conoscenze, in modo da poter levare una voce sempre autorevole quando si trattava di difendere i diritti dei disabili e delle persone svantaggiate.

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16 giugno 2022 4 16 /06 /giugno /2022 11:03
selfie (foto Maurizio Crispi)

L’altro giorno sono andato all’ufficio dell’Agenzia delle Entrate (quello di via Emanuele Morselli, a Palermo) per chiedere la rateizzazione di un contributo che risultava non essere mai stato versato nel 2013.
Appuntamento richiesto online, quindi quasi nessuna coda.
Tutto OK
Viene il mio turno, entro, mi siedo, impiegato molto gentile ed efficiente
Risolviamo il mio problema
Si avvicina ciabattando un altro impiegato
Non ha le ciabatte ai piedi, ma è come se le avesse
Dice al suo collega che si sta occupando di me: “Quando hai finito con il contribuente, Francesca [evidentemente una terza collega] ti deve dire una cosa”
Una curiosa comunicazione, dovuta al fatto che il “mio” impiegato é escluso dalla vista degli altri da un grosso pilastro.
Ma a parte la curiosa dinamica comunicativa, ció che mi ha sorpreso è stato il sentirmi definire come “il contribuente”, anziché con un un generico “il signore” oppure “il signore qui presente”
Questo uso linguistico è, secondo me, espressione di una deformazione mentale
Poiché ho messo piede in un ufficio della Agenzia delle Entrate non sono niente più che un “contribuente”… anziché un cittadino
Del resto questo nostro Stato ci vuole relegati tutti al rango di contribuente dal momento che l’attribuzione del codice fiscale è la prima cosa che viene fatta, quando nasce un bambino
Si parte, squallidamente, dall’attribuzione di una identità fiscale, soltanto dopo segue tutto il resto
Qui in Italia siamo campioni di burocrazia e di fiscalità, non noi i cittadini, ma l’apparato burocratico che ci governa e ci opprime, impedendoci a volte perfino di respirare: un apparato che poi finisce con l’essere vessatorio soltanto con quel numero, pur sempre esiguo, di cittadini che pagano le tasse, al punto da svilirli con l’etichetta di “contribuente”, incollata a vita, così come in altre sitazioni riceviamo altre etichette come, ad esempio, quella di "paziente", oppure di "cliente", ma quel numero con il nostro codice fiscale ci seguirà sempre sino alla tomba ed oltre, forse, per quanto concerne i nostri eredi.
Il codice fiscale è un'invenzione malefica, forse utile, ma nei modi in cui viene declinata perversa, e tanto mi ricorda quei codici numerici che venivano tatuati sui corpi dei deportati nei campi di concentramento.Mi è assai piaciuto il commento a questo mio post di un mio amico su Facebook, il quale ha così scritto:

(SR) Se sei in un ambulatorio medico sei un "paziente", perché hai già pagato i tuoi contributi sanitari e pazientemente ti sottoponi alla visita e ricevi le prescrizioni.
Se sei in un negozio sei un "cliente", perché sei disposto a pagare per ricevere un bene.
Se sei in uno studio legale sei un "assistito", perché paghi per essere assistito.
Se sei in una agenzia di servizi sei un "utente", perché sei disposto a pagare per ricevere quel servizio.
Se sei in un Ufficio delle Entrate sei un "contribuente", perché paghi le tasse... se non le paghi sei un "evasore".
Sei pur sempre un "cittadino", ma dalle mille declinazioni... purché paghi!

Protezione integrale in tempi di Covid (foto di Maurizio Crispi)

Pochi giorni dopo (nella notte tra il 19 e il 20 giugno) ho sognato che facevo una coda all'Ufficio dell'Agenzia delle Entrate. Arrivavo e davanti a me c'era solo uno già in attesa. Era un anziano tutt rattrappito su se stesso e dall'aria alquanto scontrosa. Poi si aggiungevano via via altri
Allo sportello arrivava l'impiegato e cominciava a chiamare secondo il turno

Ero il secondo della fila, quindi venivo chiamato quasi subito e presentavo all'impiegato il mio incartamento

Mi veniva detto di attendere, e così facevo

Osservai che le mie carte, dopo un esame sommario da parte dell'impiegato, venivano inviate all'interno, al di là di una porta blindata, una specie di sanca sanctorum dell'ufficio

Aspettavo pazientemente, mentre nella sala d'attesa si faceva la bolgia

Si era rapidamentew formata una specie di corte di miracoli di ciechi, sciancati e storpi

Alcuni se ne stavano seduti in varie posture sulle panche allineate contro le pareti, altri si erano comodamente accomodati per terra: alcuni seduti alla meno peggio, altri semisdraiati come fossero distesi su di un triclinio di etrusca memoria; e tutti e mangiavano panini imbottiti, dai quali si levavano sentori grevi di carta oleata e di salumi ed altri affettati speziati, a volte con la sovrapposizione di aromi cipollosi e agliosi nel caso di robuste mafalde con ripieno di frittata

[Ricordo dei miei viaggi in treno, quando poco dopo la partenza da Palermo, i passeggeri dello scompartimento tiravano fuori i loro incarti bisunti e cominciavano a banchettare.  Di queste situazioni forzatamente conviviali mi sovviene in particolare il greve sentore della mortadella]

Insomma, tutti mangiavano a quattro palmenti e sembrava che la situazione si fosse trasformata in un picnic collettivo o forse in un vero e proprio bivacco

Ci mancavano soltanto i materassini di gomma per un confortevole riposino o i sacchi a pelo

Ovviamente, erano tutti senza mascherina e la mia apprensione cresceva ad ogni istante, poichè io - poco accorto - non avevo portato la mia.

Imprevidente!

Attendevo e attendevo, mentre tanti che erano arrivati dopo di me concludevano e se ne andavano, sazi e soddisfatti

Cercavo di informarmi

Mi dicevano che il mio incartamento era al di là della porta blindata e che gli esperti lo stavano esaminando

Poi arrivava una e diceva - quasi rimproverandomi - che aveva già chiamato il mio cognome tempo addietro

Io replicavo di non aver sentito nulla, che quella chiamata mi era sfuggita

La tizia si limitava ad inarcare severa il sopracciglio, come a dire: "Che vuoi? Peggio per te che sei stato poco attento!

Arrivava però un altro, più gentile, e mi diceva che - siccome gli esperti del sanca sanctorum erano andati in pausa pranzo - avrebbe fatto in modo da farmi entrare di soppiatto in modo che io potessi esaminare il mio dossier e trarne indicazioni su ciò che avrei dovuto fare

Apriva una porticina più piccola delle dimensioni adatte a lasciar passare un nano, accanto a quella più grande, blindata e imponente, lasciandola socchiusa

Con lo sguardo mi facìceva capire che potevo insinuarmi dentro e girava le spalle

Entravo con fare circospetto, ma mi accorgevo subito che l'ufficio non era vuoto, così come mi era stato detto

All'interno c'erano due spettrali presenze, poco più che ombre o ectoplasmi

Uscivo subito terrorizzato, con il cuore in gola

 

(Dissolvenza)

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9 giugno 2022 4 09 /06 /giugno /2022 13:09

Ho recuperato questo scritto da Facebook, avendolo composto e pubblicato esattamente un anno fa, il 9 giugno 2021. E mi sembra che sia passato un secolo da quel giorno.
In genere, ciò che pubblico su FB, dopo una successiva revisione, lo posto qui sul blog, ma qualche volta mi dimentico di farlo tempestivamente. Ma Facebook, con uno dei suoi algoritmi puntualmente ripropone ciò che si è pubblicato in una determinata data nel corso degli anni, man mano che il calendario scorre. E, quindi, l'algoritmo di FB, oggi mi ha consentito di recuperare quanto avevo scritto un anno fa. Provvedo adesso alla sua pubblicazione su questo blog.

Io e la mamma (foto di famiglia)

Vorrei scrivere di più, ma non ci riesco.

Vorrei inventare a ruota libera

Vorrei poter essere "freewheeling",
un freewheeling Maurizio

Ieri, ascoltando una discussione in radio,
ho imparato una nuova parola (colta): figmentum
(che, in realtà, sta per finzione, dal latino fingere)
Ma indica un particolare tipo di finzione
una sua species particolare
quel tipo di finzione che avviene
solo ed esclusivamente al livello mentale (secondo Calasso)

Scrivere di  mio padre e di mia madre a ruota libera
Una bella sfida!
Ma mi è difficile procedere per finzioni, per parallelismi, per costrutti fantasiosi,
anche se qualcuno qualificato mi ha detto che potrei, se volessi
Aspetto che mio padre
(e del pari mia madre)
venga a visitarmi in sogno
e a raccontarmi ancora le sue (le loro) storie.
Con mio padre il tempo è stato troppo breve:
non ho avuto il tempo di chiedere
non ho avuto più la possibilità di sedermi accanto a lui ad ascoltare
Con mia madre invece il tempo e le opportunità,
almeno in teoria, non sono mancate
ma non ne ho fatto un buon uso
Tante volte avrei dovuto sedermi accanto a lei
con un taccuino in mano
(oppure armato di un registratorino)
e chiederle di narrare nei dettagli tutte le storie
che mi raccontava profusamente quando ero piccolo
ed altre mai narrate
E, pur avendo avuto questa possibilità,
 - poiché, sino all'ultimo,
la mente di mia madre è stata salda come una roccia -
non l'ho fatto,
ho preso tempo,
ma chi ha tempo non aspetti tempo,
e poi quel tempo che credevo di avere
mi è sfuggito dalle mani come sabbia tra le dita


 

La persistenza della memoria (foto di Maurizio Crispi)

Siamo le storie che possiamo narrare
ma per far sì che questo tipo di identità possa prosperare
occorre un ascoltatore
un cantastorie senza un pubblico che lo ascolti non è nulla
"Raccontamelo ancora!"
E la mia richiesta riguardava sia storie della mia infanzia,
sia del periodo in cui non ero ancora nato
Le mie storie preferite erano quelle che mia madre
mi poteva raccontare del tempo di guerre
e delle sue personali vicissitudini,
quando assieme alle prozie, alla nonna e alla sorella maggiore
per sfuggire alle insicurezze della guerra si spostò
- per volontà delle prozie che, essendo decisioniste e autoritarie,
avevano valutato i benefici di una simile misura
per sfuggire ai primi bombardamenti alleati che già affliggevano Palermo -
nel cuore dell'Umbria, per ritrovarsi davvero nel cuore della guerra
nel bel mezzo della Linea Gotica
Quel periodo fu un'autentica Odissea per loro,
fatta di continui spostamenti alla ricerca di un luogo sempre più sicuro (introvabile, peraltro),
di fughe, di pericoli scampati, di felici ricongiungimenti  familiari
e d'un lungo e lento ritorno verso casa,
una vera e propria catabasi, per rientrare infine, loro gli "sfollati"
- con un viaggio per mare a bordo di una nave della Marina militare -,
nella Palermo devastata dal passaggio della guerra
Mi beavo di quei racconti
"Raccontami altre storie che non conosco!" - incalzavo la mamma
E le storie - come i dischi della hit parade - andavano ripetute di continuo
Ce n'erano alcune gettonatissime
"Cosa succedeva quando io non ero ancora nato?" - le chiedevo - "E quando ero piccolo?".

Adesso, per tante cose, brancolo nel buio
Non riesco più a colmare i vuoti narrativi
Alcune cose si fanno sfumate e perdono ricchezza di dettagli
Per esempio, vado anche perdendo la memoria
dei rapporti di parentela più distanti e di conoscenza con altri
Molte foto di famiglia, così, se le guardo rimangono mute:
da quelle stampe di piccolo formato vedo soltanto dei volti sconosciuti.
Chi è questo? Chi è quello?
E non potrò più rispondere a simili interrogativi
relative a cose, a persone e a eventi
che si perdono nelle brume del passato e si fanno evanescenti

Quando ero piccolo ero davvero avido di storie
Erano il mio pane quotidiano:
e non mi bastavano quelle che trovavo nei libri
Volevo sapere le storie delle persone che mi circondavano
Dovrei scavare nei reperti, cercare, rovistare,
aprire armadi, stipetti e cassetti dimenticati

Da qualche parte, ad esempio, c'è un album di disegni
ricavati da fogli raccogliticci e di forma irregolare,
disegni con pastelli colorati,
linee essenziali e colori vividi,
poiché evidentemente, a partire dagli scarni materiali a disposizione;
non esisteva la possibilità della graduazione,
fatti da un commilitone di mio padre
e questi disegni raffigurano vedute e singoli dettagli del campo di prigionia in Algeria,
dove mio padre e tanti altri con lui trascorsero ben due anni da prigioniero di guerra
Vicino a questo album, in una cassettina (di legno o di cartone),
ci sono le lettere che mio padre e mia madre
da fidanzati si scambiavano
Oggetti sopravvissuti, testimonianze, fonti

Mia madre diceva spesso che voleva distruggere
tutte le carte e le foto che la riguardavano
affine in questo a quell'Aureliano Buendia
di Cent'anni di solitudine
Ce lo diceva spesso,
e, svelando questo suo desiderio, dichiarava a grandi lettere
una forma di "disposofilia"
ed io le dicevo sempre: "Mamma non farlo!",
"Mamma, via, lascia quelle cose per noi"
Poi, benevola, lasciò che i suoi propositi rimanessero lettera morta
Adesso, pur avendo delle "fonti" a disposizione,
esito a servirmene

Ho anche riesumato una vecchia carpetta di scritti giovanili di mio padre,
(di questa sì mi ricordavo),
contenente fogli e foglietti di ogni dimensione
con sparse elaborazioni poetiche,
in vario grado di costruzione/decostruzione
Esprimono una ricerca, un desiderio di raccontare
i suoi stati d'animo,
ma anche una vigorosa ed intensa capacità descrittiva,
come quella che traspare da uno scritto interamente dedicato a Taormina
L'ho spostata da un luogo all'altro della casa
L'ho messa dove ogni giorno
la possa guardare e lei guardare me
E' una carpettina verde scuro, di plastica spessa,
con dentro una quantità di foglietti ingialliti
scritti con la penna stilografica,
fogli in copia dattiloscritta, leggere veline,
che potrebbero facilmente sbriciolarsi al primo tocco
E ancora se ne stanno là,
in attesa d’una mia attenzione
e d’una faticosa decifrazione
che solo dalla devozione d'un paziente lettore
possono scaturire
E, ancora, indugio
Penso, a volte, che sarebbe bello
se potessi scrivere una storia
di papà e mamma,
anche una storia romanzata (e perché no?),
per quanto fondata su fatti reali
Ma ancora non riesco a trovare dentro di me
le forze per far ciò
Arriverà il tempo, se mai arriverà
E se invece non dovesse arrivare
questo possibile racconto rimarrà per sempre
ad aleggiare come un fantasma
nel paese delle storie mai scritte
in un universo di infinite storie
E loro, comunque, vivono là,
in questo territorio sconfinato,
là si incontrano,
si parlano,
si raccontano
e continuano a vivere,
ancorati al mondo reale attraverso me,
perché io sono il tramite della memoria
per quanto esile possa essere quel cordone ombelicale
che ancora a loro mi lega
Per questo cerco di scrivere e scrivere,
perché so che in questo modo lì faccio vivere,
ma soprattutto so anche che, scrivendo e lasciando una traccia scritta,
per quanto modesta essa possa essere
loro potranno vivere ancora,
quando sarà venuto il mio turno di entrare nel Mistero
per unirmi a loro
Per questo motivo, a volte, essi compaiono nei sogni
come se volessero dirmi o ricordarmi qualcosa
o semplicemente dirmi: Ricordati di noi!

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9 giugno 2022 4 09 /06 /giugno /2022 10:41
Il tratto di marciapiedi che ho ripulito dalle macerie post-mercatino rionale (foto di Maurizio Crispi)

Ho fatto la mia solita passeggiata con il mio cane e, dopo essermi dilettato all’interno di Villa Costa e del Roseto, sono risalito lentamente lungo il marciapiedi di via Brigata Verona.
Oltre che dalle aiuole incolte, sono stato sgradevolmente colpito dalla quantità di rifiuti post-mercatino del giorno prima (che solitamente si svolge di mercoledì) abbandonati sul marciapiedi e sotto. Siccome c’era un grande sacco nero dei rifiuti vuoto, pure abbandonato, spinto da un forte sentimento di indignazione, mi son messo a raccogliere quanto ho potuto: pezzi cartone, fogli pubblicitari, incarti e sacchetti di plastica, bottiglie di vetro e plastica.
Rapidamente ho colmato quasi del tutto quel grande sacco.
L’ho appoggiato ad un paletto, anzi ce l’ho agganciato per evitare che si rovesciasse. Mi chiedo quanti giorni rimarrà lì prima che gli operatori ecologici (alias spazzini, senza offesa) lo rimuovano.
In altre città italiane “civili” la pulizia al termine della giornata di lavoro è a carico degli stessi venditori che poi lasciano i sacchi della monnezza ordinatamente impilati e, a quel punto, subentra il servizio comunale per la loro rimozione e per la pulizia finale della sede stradale.
A Palermo che il nostro sindaco uscente definisce con prosopea città “europea” ciò non accade. I commercianti hanno facoltà di sporcare e di lasciare sporco. E poi gli spazzini non puliscono o, se lo fanno, lo fanno solo in maniera sommaria.
C’è da indignarsi.
Vorrei che il nuovo sindaco (siamo in dirittura di arrivo per le elezioni comunali) agisse concretamente per evitare simili scempi in un città che non è europea ma più degnamente inquadrabile in altri contesti, in cui sporcizia e degrado sono la norma.

 

Il sacco di monnezza raccolto da me medesimo (foto di Maurizio Crispi)

Un buon sindaco dovrebbe essere capace di occuparsi di cose concrete e di risolvere i problemi materiali, trovando soluzioni, correggendo malgoverni incancreniti.
Il "buon" amministratore di una città, dovrebbe avere le stesse attitudini di un buon padre di famiglia, insomma, utilizzando una formula definitoria che ritengo sempre valida, anche se, quando ne lessi la prima volta, mi fece un po' ridere.
Sarà mai possibile avere al governo della nostra città un simile personaggio che non sia alla mercé dei venti e dei litigi della politica e che sappia imporre con mano ferma e autorevole delle linee-guida e degli orientamenti etici al sottobosco amministrativo, vincendo il suo immobilismo e la sua insipienza?
Oppure saremo costretti a subire l'ennesimo personaggio che se ne starà arroccato nella stanza del suo Palazzo, senza alcun contatto reale con i cittadini e senza alcuna conoscenza delle loro esigenze?
Sono molto pessimista al riguardo, lo ammetto
Tuttavia penso che azioni come quella mia di oggi (e mi rendo conto che la mia - da sola - rimane solo una goccia nel mare) se raccolte e riverberate da altri, alla lunga, possano fare la differenza, poiché potrebbero rappresentare (ma solo attraverso la ripetizione e la condivisione) un antidoto all’indifferenza che attanaglia con il suo greve peso tutti quanti.

 

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8 giugno 2022 3 08 /06 /giugno /2022 09:45

Scritto nel 2018 e rimasto come bozza, lo lancio adesso, poichè conserva una sua piena attualità.

Foto di Rodion Kutsaev, da Unsplash

E' ormai osservazione comune il fatto che la maggior parte delle persone, di ogni età (e, ovviamente, soprattutto i giovani) siano costantemente connessi alla rete (wired, si potrebbe dire con un anglicismo). La rivoluzione, iniziata con la telefonia mobile e con l'ampia diffusione dei PC e della relativa connessione ad internet, è giunta al suo culmine con l'avvento degli smartphones, dei tablet, delle smartTV di ultima generazione.

Dovunque si vada, osservando le persone muoversi a piedi, in auto, sui mezzi pubblici, in attesa da qualche parte, sulle panchine, nei bar, al ristorante, al supermercato, si può vedere che lo sguardo di ciascuno è intento al display del proprio dispositivo smart. Tutti hanno in mano uno smart e lo tengono stretto tra le mani: la consultazione dello schermo dei dispositivi digitali portatili diventa compulsazione coatta.
Si rinuncia così in modo sempre più estensivo all'esplorazione del mondo con i propri sensi.

Il pollice e un altro dito corrono veloci sulla tastierina virtuale, i polpastrelli con gesti lievi ed eleganti fanno scorrere le immagini e le videate (l'azione dello "scrollare"; con il termine mutuato dall'Inglese "to scroll"), ogni tanto si sentono voci e note musicali che vengono fuori dai dispositivi, talaltra sono gli stessi utilizzatori che parlando, registrano e lanciano messaggi vocali. Gli sguardi sono profondamente immersi nei display, le dita ballano sul tastierino digitale e fanno scorrere le videate. C'è tutta una grazia in questi gesti, a volte, ma sono questi i gesti sterili di Narciso che sprofonda nella propria immagine riflessa in uno specchio d'acqua.

Gli sguardi di rado, mentre queste figure della modernità sono outdoor, vagano distratti come accadeva un tempo, quando c'era un buon margine di possibilità di incrociare quello del proprio vicino (e potenziale interlocutore) e così dare avvio - a partire proprio da quello sguardo scambiato e magari da un sorriso condiviso - ad una conversazione estemporanea dalla quale magari possa scaturire una conoscenza reciproca da quella occasionale durante un viaggio condiviso a quella che si concretizzi in una reciproca frequentazione.
E accade anche che questo essere nella rete oppure, attraverso la rete, essere in touch con questo e con quello, si finisca con il comunicare con il nostro prossimo "reale" con il quale condividiamo vicinanza e spazi, oppure cn il quale siamo seduti allo stesso tavolo anche se si è a poca o pochissima distanza dal nostro prossimo, attraverso la rete: il nostro prossimo, anche se fisicamente "prossimo" si fa lontano, irrangiugibile, etereo, e si tramuta in una serie di messaggi in codice binario: che sono poi testi, immagini, video.

Ho visto persone parlarsi al telefono mentre sono fiscamente distanti l'uno dall'altro non più di venti metri. Come anche, se c'è una comitiva di persone che arrivano in un lounge per condividere un aperitivo oppure al ristorante, si potrà osservare che tutti sono temporaneamente indisponibili per una conversazione "fisica", poiche sono intenti a controllare quanto accade nel mondo virtuale.

Quale è il senso di tutto questo? A fronte del poco che abbiamo conquistato con questi moderni dispositivi, qual'è il tanto che abbiamo perso forse per sempre, e con cui stiamo perdendo ogni consuetudine? Si potrebbe dire, citando una frase memorabile di un film recente (Don't Look Up), che "...avevamo tutto, e non lo sapevamo".

Siamo tutti collegati come le api in un alveare oppure le formiche in un formicaio: in entrambi i casi si tratta di specie che si organizzano come un unica grande entità in cui i singoli organismi si connettono tra loro attraverso segnali chimici o speciali ormoni secreti dalla regina madre del formicaio o dell'alveare.

Il singolo individuo in questi pluriorganismi non conta più, perchè può essere rimpiazzato da un altro simile, programmato per compiere un lavoro specifico.

Probabilmente in questo nuovo mondo ci si muove verso qualcosa di analogo: si è sempre più omologati nei comportamenti attraverso questo costante essere nella rete in cui il contatto con la realtà non avviene più per percezione diretta ma per rielaborazione di input provenienti dalla rete stessa: input che, a seconda dei casi, ricevuti passivamente ed acriticamente, possono condizionare o riformattare il modo di pensare, la visione del mondo, plasmando le azione degli individui.

Il display di qualsivoglia dispositivo smart è diventato a tutti gli effetti una nostra estensione protesica.
Il prossimo step sarà quello di averlo impiantato direttamente nel corpo, con una connessione nel nervo ottico che consenta di visualizzare tutti i contenuti e di interagira: una sorta di fibra ottica bio 3.0. D'altra parte, sono già disponibili nel commercio i cosiddetti "occhiali smart" o smartglasses che consentono di fare riprese video, di fotografare, oppure di connettersi in rete osservando i contenuti desiderati in una porzione periferica del campo visivo.
Questi aspetti sono colti da romanzi e da film che - in quanto esempi di "fantascienza apocalittica" -  denunciano i rischi impliciti nello sviluppo di queste tecnologie digitali.
E qual'è è il rischio maggiore? Soprattutto quello  di andare incontro ad progressiva atrofizzazione della capacità di venire in relazione direttamente con altri esseri umani e di poter sostenere un'interazione vera che comporti il contatto oculare e lo scambio (nonchè la gestione) delle emozioni.
In secondo luogo, vi è implicito il rischio che tutti gli utilizzatori delle tecnologie digitali possano essere controllati da "gestori", attraverso attraverso la diffusione di messaggi che possano sincronizzare le menti dei ricettori e condizionarne il funzionamento e le scelte, con una forte limitazione della "libertà" di autodeterminazione.
Sino ad ipotizzare dei mondi futuri in cui la vita "vera" si svolge in fittizzi mondi virtuali, mentre nella realtà fisica stanno dei corpi che devono essere soltanto nutriti: e, dunque, la realtà fisica diventa soltanto il luogo al quale si deve ogni tanto tornare per mantenere il proprio corpo: il romanzo Ready Player One (dal quale Ridley Scott ha tratto l'omonimo film) è un ottimo esempio di questo trend.

 

Cell, locandina del film

Particolarmente pertinente con queste tematiche è Cell, un romanzo di  Stephen King, edito in Italia da Sperling & Kupfer nel marzo 2006, con la traduzione di Tullio Dobner, di genere horror , nella declinazione fantascientifica post-apocalittica.

Dal romanzo è stato tratto un film omonimo del 2016 per la regia di Tod Williams, con Stephen King accreditato come coautore della sceneggiatura.

Dopo la pubblicazione del settimo e ultimo romanzo del ciclo La torre nera, King aveva annunciato in alcune interviste e nel proprio sito web l'intendimento di non dare più alle stampe alcun nuovo romanzo, convinto di essere caduto vittima di un momento di scarsa ispirazione creativa, alla luce di una evidente tendenza a riproporre nei romanzi più recenti argomenti e sviluppi narrativi già presenti in opere giovanili.

Tuttavia, dopo un periodo relativamente breve di silenzio, lo scrittore del Maine ha dato alle stampe, nel giro di pochi mesi, Colorado Kid, un racconto di mystery, e agli inizi del 2006 questo corposo e complesso romanzo di fantascienza apocalittica Cell.

Un misterioso segnale elettronico, di origine sconosciuta, diramato attraverso i telefoni cellulari di tutto il mondo, penetra nella mente degli utenti con l'effetto di devastare, in un solo istante, l'intero raziocinio e di ridurre larga parte della popolazione della Terra in condizioni animalesche, vittima di istinti primordiali. Alcuni sopravvissuti all'effetto dell'Impulso tentano di trovare un modo per riorganizzarsi e sottrarsi alla barbarie e alla feroce follia dei "telepazzi" (detti nella seconda parte anche "cellulati": il termine originale è phonecrazies), ovvero delle vittime del devastante segnale telefonico.

Clay Riddell, ex disegnatore di fumetti, è tra coloro che disdegna l'uso dei cellulari, e questa sua abitudine lo sottrae al potente messaggio distruttivo. Mentre si trova per lavoro a Boston, Clay riesce a salvarsi dalle prime violente aggressioni dei suoi nuovi pericolosi abitanti e si mette in cammino per fare ritorno a casa, nel lontano Maine, dove spera di ritrovare sani e salvi la moglie Sharon e il figlioletto Johnny. Strada facendo si raccolgono intorno a lui alcuni altri superstiti, che divengono la sua nuova famiglia: Tom, un omosessuale di mezza età, garbato e riflessivo; Alice, una ragazza di soli quindici anni che, superato lo shock di aver visto impazzire la madre, diventa la leader inconfessata del gruppo; e infine Jordan, un ragazzino dodicenne, che - per un po' - ha dato assistenza all'anziano preside della sua scuola, prima di vederlo cadere vittima della barbarie dei "cellulati".

Le intuizioni dei due membri più giovani della squadra si rivelano fondate e consentono, un po' alla volta, di sciogliere alcuni degli enigmi conseguenti all'incidente che ha distrutto il mondo civile e di anticipare i possibili scenari futuri che attendono l'umanità.

Nonostante lo spirito d'iniziativa del gruppo, il viaggio verso la casa di Clay si trasforma in uno scontro sempre più drammatico e pericoloso, in cui le più oscure premonizioni di morte non esitano a tradursi da eventi di portata tragica e sconvolgente a un vero incubo a occhi aperti.

Gli esseri umani colpiti dall'Impulso, in poco tempo, sviluppano una costante metamorfosi psichica, che li trasforma in creature dotate di poteri telepatici e di una spaventosa volontà collettiva, assetata di vendetta. Clay e i suoi amici, colpevoli di aver eliminato con un attentato incendiario un'intera moltitudine di "telepazzi", diventano reietti e vengono condannati a un'esecuzione esemplare da parte dei loro avversari, che li braccano ovunque.

Intanto, nel percorso verso casa, Clay scopre che suo figlio Johnny è ancora vivo, ma che è stato forzatamente sottoposto agli effetti devastanti dell'Impulso telefonico. Alice, la giovane amica di Clay, viene uccisa da un gruppo di vandali. Dopo un apocalittico confronto finale con la comunità dei "telepazzi" (che per via della loro demenza e dell'incapacità a sostentarsi sono comunque destinati a estinguersi in poco tempo), Tom e Jordan si separano da Clay, che in questo modo riesce a ritrovare il suo bambino e tenta a modo suo di guarirlo dalla follia. I tre amici si lasciano con la promessa di ritrovarsi, se il loro destino lo permetterà, cosa che la conclusione del romanzo non rivela.

L'8 marzo 2006, Ain't It Cool News ha annunciato che la Dimension Films aveva acquistato i diritti cinematografici del libro con lo scopo di produrne un film che sarebbe stato diretto da Eli Roth (Hostel, Cabin Fever) per un'uscita nel 2009.

Il progetto è stato ripreso ed è stato realizzato nel 2015, con uscita prevista negli USA l'8 luglio 2016. Il film è stato interpretato da Samuel L. Jackson nel ruolo di Tom McCourt e John Cusack in quello di Clay Riddell.

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2 giugno 2022 4 02 /06 /giugno /2022 13:21
Rudere e filo spinato (Carini) - foto di Maurizio Crispi

Ci sono prigioni in cui vieni rinchiuso
e ce ne sono altre in cui ti ci chiudi da solo
e, dopo aver fatto ciò, butti via la chiave

 

Vivo da recluso,
chiuso nelle mie abitudini
in cui tutto è ridotto all’essenziale
Come ho scritto altrove,
con i libri posso viaggiare
e andare dovunque io voglia
Idem con i film,
girovagando nelle piattaforme
posso viaggiare nel tempo e nello spazio

 

Con libri e film posso vivere molte vite,
molte altre vite virtuali le posso rivivere
percorrendo i miei diari digitali
dai quali - di tanto in tanto -
riaffiorano memorie ed eventi straordinari
che ho vissuto
o di cui sono stato testimone

 

Cosa si può voler di più?

Poi c’è il Cane Fedele che, con me,
vive le stesse reclusioni

Mai mostrare al Recluso le sue Prigioni
e le sue miserie
Lui, messo alle strette, negherà sempre
la sua condizione di coatto
Lui risponderà sempre d'essere Libero

 

Ci sono sogni che non realizzerò mai
Lo so!
Se ne stanno nel cassetto
Prima o poi li butterò via
oppure ce li lascerò
per esaminarli ogni tanto
o per rigirarmeli tra le dita
come giocattoli rotti


In fondo, il Recluso
ha imparato a vivere
senza memoria e senza desiderio,
eppure non rinuncia mai
alla sua intima e profonda natura
di vagabondo delle stelle
ed è questo che lo salva
Ma se arriva qualcuno
e al Recluso dice: Ecco, tu sei così e così!
ecco che il mondo perfetto in cui vive
si frantuma e va in pezzi
L’amore per il claustrum
si trasforma nel suo opposto,
l’aria si fa stretta
le pareti della sua prigione mentale
si rinchiudono su di lui
includendolo come in un bozzolo
(o in una più inquitante camicia di forza),
schiacciandolo


È notte
l’aria è fresca e avrei bisogno d’una berretta di lana
per tenere al caldo i miei pensieri
Ci sono voci di conversazioni dalla strada,
Gente che tira tardi
Gabbiani che si agitano e emettono strani suoni
dai loro alloggi in cima ai palazzi
Gatti che duettano


Lo scenario della notte é quello
che più si addice al Recluso,
poiché allora gli riesce meglio essere vagabondo delle stelle
che non ha mai bisogno
di vie di fuga di emergenza e di salvamento


Poi, ci sono le strade deserte dell’Alba
e l’oro del primo mattino
che filtra tra i rami e la verzura
e li si può assaporare
la libertà del cammino
andare
fermarsi
osservare
ascoltare
annusare

 

E si può sperimentare la gioia
di essere a casa
nel proprio luogo
quello che ci è riservato da sempre

dormiente in panchina (foto ideata da Maurizio Crispi)

 

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13 maggio 2022 5 13 /05 /maggio /2022 17:28
Lo yin e lo Yang (foto tratta dal web)

L'altro giorno, qualcuno mi ha chiesto
se io sia mai stato veramente felice

Sono di quelle cose che, di tanto in tanto,
si usa chiedere

E' una domanda banale, eppure profonda
Tuttavia, il quesito mi ha lasciato interdetto
e spiazzato, basito quasi;
e, lì per lì, non ho saputo rispondere

In effetti, è vero, sono rimasto quasi senza parole
di fronte ad una domanda che, forse, non mi sono mai posto

Ma si tratta d'una domanda
che, nello stesso tempo, ha un peso
e il porla può avere lo stesso effetto d'un sasso
lanciato su uno specchio d'acqua tranquillo
Il sasso scompare nella liquida profondità,
anzi vi scivola dentro,
ma il suo impatto genera una serie di perturbazioni concentriche
che turbano quella liquida superficie,
altrimenti immobile

Un modo per rispondere, forse, è girarci attorno
Penso, tuttavia, che la Felicità la si possa definire
soltanto per differenza rispetto all'infelicità e al dolore
Ci si deve fare una ragione di ciò,
poiché non esiste un valore assoluto della felicità
ma si tratta di un'entità del tutto relativa,
vaga ed indefinibile
che, comunque, non pertiene
ad una dimensione straordinaria della vita,
ma è bensì intimamente intrecciata con il quotidiano
Quel quotidiano fatto di dolori e sofferenza,
di bisogni che non sempre possono essere soddisfatti
e di desideri che rimarrano inesauditi
La felicità come condizione permanente dell'animo non esiste,
a meno che non si entri nella dimensione estatica della mente,
quella propria di un Santo o di futuro tale che contempla
la trascendenza del divino
Noi Umani che viviamo nella realtà abbiamo
una base di "manque", di bisogni,
e su questa s'innestano dei momenti "felici",
quelli in cui il bisogno è placato,
il desiderio è parzialmente esaudito
il dolore è lenito e così via
Se così non fosse, ci troveremmo a vivere
nella condizione del primigenio stato edenico
che è quella del bambino che, accudito in tutto e per tutto,
ha un seno nutriente e ricco di latte a disposizione
Invece, anche la storia biblica ce lo dice:
noi fummo cacciati dall'Eden
e condannati a sentire il freddo e la fame
a provare dolore
a lottare per sopravvivere
a faticare per trovare il nostro cibo quotidiano
La base è quella:
solo per differenza possiamo cogliere, nell'ordinarietà,
alcuni istantanei passaggi di felicità
oppure trovandoci a sperimentare,
per dirla con Kundera,
una condizione di "insostenibile leggerezza dell'essere"
ma soltanto per momenti veloci e transitori,
Poi, dentro questa cornice,
in una vita di diseqilibri continui
che danno come risultante una condizione di accettabile equilibrio
(come è nel caso della dinamica che sottende l'andare in bici)
ognuno saprà individuare,
e trovandoci continamente impegnati in na lotta per l'omeostasi
i suoi personali momenti di felicità,
ma sempre e solo per differenza
Insomma, dobbiamo tenere conto del fatto che,
in una condizione di "normalizzazione" dell'infelicità quotidiana,
vi possano essere momenti fulgidi e straordinario
nei quali possiamo avere la sensazione
di toccare il cielo con un dito
o di levitare a tre metri o a 15 metri da terra
Abbiamo sempre a che fare con forze contrapposte
che, dentro di noi, si integrano ed interagiscono di continuo,
come lo Yin e lo Yang della tradizione orientale
ambedue le forze fondamentali e necessarie
nell'equilibrio dell'intero universo
e del singolo individuo

Non è detto che la felicità significhi una vita senza problemi.
La vita felice viene dal superamento dei problemi, dalla lotta contro i problemi, dal risolvere le difficoltà, le sfide.

Bisogna affrontare le sfide, fare del proprio meglio, sforzarsi.

Si raggiunge la felicità quando ci si rende conto di riuscire a controllare le sfide poste dal fato.

Zygumnt Baumann (Il Cenacolo Intellettuale)

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5 maggio 2022 4 05 /05 /maggio /2022 11:50

Inserisco qui delle mie brevi considerazioni sui "lucchetti d'amore", a suo tempo pubblicata nel mio profilo Facebook, semplicemente come commento ad una foto da me scattata (il 2 maggio 2012)

Sempre i lucchetti d'amore... Una scelta ben più onerosa sarebbe appenderseli addosso e portarserli appresso come pegno di durata indeffettibile... Ma, alla luce dei fatti, nessuno ha mai il coraggio di farlo... Meglio metterlo lì da qualche parte e poi dimenticarsene... La liquidità delle relazioni odierne - per dirla con Baumann non consente altro che questo: la pantomina d’un legame amoroso affidato alla durezza dell'acciaio e all'apparente invincibilità di un catenaccio... Poi, i lucchetti d’amore rimangono là, abbandonati/dimenticati. Sono appena una traccia di ciò che è stato ...il segno di un passaggio e forse anche l'enunciato di un'illusione

Sempre i lucchetti d'amore... Una scelta ben più onerosa sarebbe appenderseli addosso e portarserli appresso come pegno di durata indeffettibile... Ma, alla luce dei fatti, nessuno ha mai il coraggio di farlo... Meglio metterlo lì da qualche parte e poi dimenticarsene... La liquidità delle relazioni odierne - per dirla con Baumann non consente altro che questo: la pantomina d’un legame amoroso affidato alla durezza dell'acciaio e all'apparente invincibilità di un catenaccio... Poi, i lucchetti d’amore rimangono là, abbandonati/dimenticati. Sono appena una traccia di ciò che è stato ...il segno di un passaggio e forse anche l'enunciato di un'illusione

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24 marzo 2022 4 24 /03 /marzo /2022 11:26
dal web

Non sopporto quelli che portano a spasso i propri cani e intanto parlano al telefono e fumano una sigaretta e magari usano dei guinzagli allungabili, così da non aver alcun controllo delle proprie bestie. Perché non si godono piuttosto la passeggiata con i loro amici a quattro zampe? La mia idea è che portare a spasso i propri cani sia per costoro una scusa per uscire di casa e fare altro, senza dover dover spiegazioni

Non sopporto quelli che non raccolgono le cacate dei propri cani

Non sopporto quelli che, negli spazi pubblici, non tengono i propri cani al guinzaglio e si adirano se quelli che, invece, li tengono al guinzaglio

Non sopporto quelli che camminano, parlando nel proprio telefonino ad alta voce - se non urlando - e ti assordano con le loro chiacchiere

Non sopporto quelli che vanno in monopattino elettrico e che se ne fottono di qualsiasi regola scritta nel codice della strada e dettata dal buon senso

Non sopporto quelli che posteggiano in seconda fila e abbandonano lì la propria auto, fottendosene del fatto che alle spalle della loro macchina si crea un ingorgo bestiale

Non sopporto che quelli che ti suonano alle spalle con il clacson ad un tuo minimo rallentamento, a volte solo dettato dalla prudenza o dalla necessità di rispettare le regole

Non sopporto quelli che superano le auto incolonnate, imboccando la corsia di emergenza

Non sopporto quelli che, con motociclette e scooter e motorini, sfrecciano sui marciapiedi come se fossero delle piste riservate al loro uso e consumo

Non sopporto quelli che lanciano le loro sozzure e i loro scarti per terra

Non sopporto quelle facce sorridenti e apparentemente benevole - sempre le stesse - che cominciano ad infestare le nostre strade, quando si fanno imminenti le elezioni politiche o amministrative. Sembrano sempre gli stessi di sempre, topi di fogna, pantegane, sciacalli o lupi o squali che siano

Non sopporto i cafoni, gli ignoranti, gli intolleranti, i presuntuosi, coloro che non sanno ascoltare...

Non sopporto _____________________________________________________

E invito chi mi ha letto sino a questo punto a continuare l'elenco... io stesso continuerò ad implementarlo, man mano che mi vengono in mente delle cose detestabili che siamo costretti a subire dal nostro prossimo (in verità, molto lontano e molto poco affine) ...
 

NB - Il mio "non sopporto" è benevolo ed innocuo. Non vuole essere un invito al linciaggio morale, all'ostracismo o a chi sa cosa.

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5 marzo 2022 6 05 /03 /marzo /2022 16:27

Siamo in perenne emergenza
Era Covid
Adesso è Ucraina
Sempre a confrontarci con il Male assoluto
C’è sempre la necessità
di trovare il Male,
creando opposizioni dialettiche
nette e precise,
senza una possibile sintesi
Nascono delle narrazioni
Il vilain Putin contro il popolo ucraino
La grande Russia va a rotoli
L’Ucraina è devastata
I media rinvigoriti
hanno carne fresca
da dissezionare
Noi siamo gli spettatori
che assistono ai combattimenti
tra gladiatori al Colosseo,
messi in atto da un imperatore pazzo
che mette in scena la sua follia
e il suo delirio
Gli spettatori, asfissiati

dalla quotidina retorica
sono parte integrante
dell’evento di lotta
Noi, in un rassicurante altrove,
ma sino a quando?

Mi sento sperduto

Non voglio fare parte dello spettacolo

(www.ilmessaggero.it) Un'immagine iconica di questi giorni tristi

(www.ilmessaggero.it) Un'immagine iconica di questi giorni tristi

This is a sad and dangerous time in history. I am especially sad to know that we - Americans, have played such a significant role in this chapter of world history - world crisis. In 2014 our government supported and encouraged the overthrow of the Ukranian government who was at the time sympathetic to Russia. Now, the current administration has done everything to encourage and enable the Russian regime to take down the current Ukrainian government and install a Russian puppet. Biden shit down domestic energy production driving up energy costs on the false basis of “saving the planet”. Driving up the price of all energy and financing Russia’s invasion of Ukraine.

Michael Donorovich

Ieri Covid, oggi Ucraina

Ieri Covid, oggi Ucraina

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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