Qualche giorno fa sono stato in un ufficio comunale per ritirare un documento richiesto da un mio amico che sta fuori Palermo.
Sono stato introdotto all'interno e ho atteso che la dipendente, al momento impegnata altrove (E? nell'ufficio del Dirigente!", mi avevano detto), si liberasse, per consegnarmi il documento in questione.
L'attesa si è protratta per circa mezz'ora.
Il luogo pareva un mortorio. I banconi che un tempo servivano a separare gli impiegati dal pubblico (che posso immaginare scalmanato, variegato e vociante) erano adesso collocati contro le pareti, essendo decaduta la loro funzione primaria (di separatori e distanziatori) e essendo stati lasciati soltanto per svolgere una mera funzione di ripiano di appoggio (o forse in attesa di qualche cambiamento con un ritorno dell'apertura al pubblico nelle modalità del tempo andato pre-Covid) I pochi arredi moderni apparivano già fatiscenti e già in evidente stato di deterioramento. Dal mio punto di osservazione potevo vedere un attaccapanni a piantana di foggia moderna (nello stile anonimo della mobilia per ufficio) rotto e appoggiato tutto storto (e ad altezza dimezzata) contro un muro.
I pochi computer di tecnologia già obsoleta non aggiungevano all'insieme un tocco di modernità (come a dire siamo nel XXI secolo), ma gli conferivano un tocco assieme grottesco e ridicolo (una sorta di archeologia della modernità).
Per non parlare poi dei cumuli di enormi registri che sempre venivano trascritti a mano nei quali venivano registrate nascite e morti.
Osservando un po' sonnolento questi registri, in parte impilati su diversi piani d'appoggio, in parte in piedi come soldatini su capienti scaffalature, mi pareva di scivolare indietro nel Medioevo.
Certo ci sono anche gli "archivi storici" che custodiscono registri di varia natura, trascrizioni di atti e transazioni e, nell'insieme, documenti preziosi per gli storici (e loro vivaddio! hanno una loro inestimabile importanza.
Ma vedere un ufficio pubblico con questa accozzaglia di antico e moderno e con il moderno ancora più fatiscente e maltenuto dell'antico dà l'idea di essere stati catapultanti all'interno di un mondo decadente e prossimo allo sfacelo, soprattutto quando vedi che coloro che ci lavorano fanno parte di un personale ridotto all'osso, le cui vite si sono consumate là dentro divenendo esse stesse stantie e polverose: personaggi tristi che si aggirano in quegli spazi come ombre o fantasmi sperduti all'interno di un universo kafkiano in cui non c'è riscatto possibile. Come se fossero già morti, per alcuni versi.
Forse questa sensazione deriva anche dal fatto che con il Covid gli uffici pubblici di Palermo (almeno, per quanto riguarda la mia personale esperienza) si sono radicalmente blindati, e tali sono rimasti anche dopo il cessare dell'emergenza (senza un motivo apparentemente, se non quello di consolidare la protervia e l'inaccessibilità della burocrazia).
Forse, proprio per questo danno l'impressione di essere del tutto devitalizzati, spenti, catacombali.
In fondo la vitalità era loro conferita, pur sempre all'interno di un universo kafkiano, dal quotidiano accesso di un pubblico vociante, a volte irato, a volte ruvidamente ironico e dalle molte storie di vita che vi venivano narrate durante le infinite ore di attesa.
L’altro giorno sono stato testimone di una scenetta incresciosa
Una signora è arrivata alla guida della sua auto per rientrare a casa
Ma non ha potuto farlo
Davanti al passo carrabile era parcheggiata un auto
con i lampeggianti accesi
Ha suonato il clacson ripetutamente
Niente
È rimasta in attesa
Ha cercato di mettersi in contatto con i Vigili Urbani
Niente
Niente Vigili Urbani, malgrado i ripetuti tentativi
Nel frattempo é trascorsa quasi mezz’ora, forse anche 35 minuti
35 minuti!
Alla fine, dal vicino negozio di arredamento d’interni
è spuntata una con andatura indolente
e la faccia scocciata
Arriva nei pressi della sua auto
lasciata in sosta
In modo inopportuno
e in spregio delle regole della civile convivenza
per non parlare delle norme
del codice della strada
Si mette la tipa
ad altercare con la signora
“Ma non ha visto che ho lasciato
scritto il mio numero di telefono?”
In effetti, sotto il parabrezza
c’era un minuscolo bigliettino di carta
sul quale era trascritto un numero di cellulare
“No!, fa la signora
E in ogni caso non ero tenuto a chiamare,
perché lei, qui, la sua auto
non doveva lasciarla,
incurante di tutto”
La tipa é proterva
Non si scusa nemmeno
È palese il suo tentativo di bulletto
di far apparire la signora
che é nel pieno del suo diritto
dalla parte del torto
La tipa arriva anche a dire:
Io la querelo per calunnia!
La situazione si sblocca
La tipa proterva se ne va
alla ricerca di un parcheggio appropriato
Nella sua faccia è dipinta l’espressione
di colui i cui diritti fondamentali
sono stati lesi
La signora può finalmente rientrare
a casa sua
Ma in quale mondo viviamo?
Un mondo in cui il torto
diventa dritto
Un mondo in cui vale di più
la legge del più forte
che non la regola della cortesia,
gentilezza e rispetto
È molto triste assistere a simili episodi
che mostrano quanto non vi siano più
valori etici
a guidare la condotta di molti
Alcuni leggendo questo mio post hanno ventilato l'ipotesi che in simili circostanze bisognerebbe agire in modo deciso con azioni "violente".
Per esempio, un mio contatto FB dice: "Mah, ti assicuro che succede anche qui in Piemonte. Personalmente non avrei aspettato 35 minuti né chiamato i Vigili: semplicemente sarei passata accanto all'auto, molto vicino, con la punta della chiave che accidentalmente, ovvio, raschia la fiancata. E poi sarei tornata indietro. Certi individui capiscono solo questo linguaggio (...) Io non ho alcuna speranza circa la possibilità di redimere i prepotenti ed incivili. Preferisco l'occhio per occhio, dente per dente. Sono certa che, trovandosi i geroglifici sulla fiancata, il buzzurro o la buzzurra in questione capiranno che non sono soli al mondo e che violare le norme di civile convivenza può costare caro, proprio in termini economici, di carrozziere. Personalmente mi comporto in maniera rispettosa nei confronti di tutti, ma, see mi pestano i piedi, posto che non ho alcuna fiducia nella cosiddetta giustizia, me la regolo per conto mio.".
Posso comprendere questo punto di vista, senza peraltro condividerlo; a mio avviso, rispondere nei modi suggeriti da questo commento non farebbe che incattivire gli animi e spingerci ancora di più verso il baratro dell’inciviltà e soprattutto verso una concezione dei rapporti sociali fondati sul principio dell'Homo Homini Lupus e della reciproca sopraffazione.
Unisco qui due miei diversi scritti, risalenti all'anno scorso. Ambedue hanno come il tema il viaggio: il primo, del maggio 2022 è fondato su di un sogno, mentre il secondo - di circa due mesi dopo (del 31 luglio 2022) - espone delle mie riflessioni amare sul mio non viaggiare più e sulla mia stanzialità.
Vista la loro evidente connessione e la loro complementarità, nel recuperarli, ho pensato bene di pubblicarli assieme, accorpati in un unico post.
Ero in viaggio
Nei miei sogni, guarda un po',
sono spesso in viaggio
Forse, perché non viaggio quasi più,
se non per spostamenti a brevissimo raggio
Ci sono posti meravigliosi
(almeno li penso tali)
dove vorrei andare
e che sono tra i miei sogni nel cassetto
Ma temo che questi viaggi non li farò mai più nella mia vita
e che rimarranno confinati nel reame del sogno
E' passato il tempo dei viaggi e dei pellegrinaggi
Credo fermamente questo
Purtroppo, le circostanze della vita mi hanno indotto ad essere stanziale
Le cose cambiano, i tempi cambiano
Una volta o l'altra vorrei andare a Madeira
E vorrei fare - almeno una volta nella mia vita -
il Cammino di Santiago, prima che sia troppo tardi
e che mi manchino le forze
Ma ritorniamo al mio sogno…
Mi ritrovavo in auto assieme ad altri che non conoscevo
E non ero nella mia auto
C'era tutta una discussione tra me e il guidatore,
poiché quest'ultimo era salito in auto
senza prendere con sé i documenti identità,
le necessarie autorizzazioni e i visti
Gli dicevo che saremmo stati inevitabilmente fermati dai soldati
al prossimo posto di blocco e lì costretti ad una lunga sosta,
senza poter proseguire oltre
Il guidatore caparbio, invece,
sosteneva la tesi che non importava
e che qualcosa in una simile eventualità ci saremmo inventati.
In effetti, nessuno ci fermava
Poi, più avanti, decidevamo di fare una pausa,
parcheggiavamo e andavamo in giro
Ci trovavamo all'interno di una città semidistrutta
oppure, quel che vedevamo,
avrebbe potuto essere un gigantesco parco archeologico
con i lavori di scavo e ripristino lasciati all'improvviso
nel bel mezzo, per chi sa quale motivo
Cominciavo ad esplorare,
allontanandomi dal resto della comitiva
Alcuni degli edifici in rovina tradivano un passato splendore
ed erano tuttavia ancora possenti,
imponenti, per quanto cadenti
Alcuni di essi sembravano antiche sepolture monumentali
o anche dei cenotafi
C'era con noi uno che portava un grosso cane al guinzaglio
e costui trainato dall'irruenza del suo animale
era subito scomparso dalla vista
Osservavo inquieto che la facciata d’una enorme fabbrica
di grossi conci squadrati cominciava, all'improvviso,
a fissurarsi con sinistri scricchiolii
Mi mettevo a correre,
cercando di raggiungere il passeggiatore del cane,
ormai lontano e parzialmente inghiottito
dal cono d’ombra del grande edificio pericolante
E intanto gridavo a pieni polmoni:
"Sta crollando! Sta crollando! Mettiti in salvo!"
Non so se quello avesse sentito le mie invocazioni
Fatto sta che, in pochi attimi,
l'edificio pericolante si disgregava
con un rombo di tuono,
mentre una nube di polvere biancastra di malta
sbriciolata s’è levata in alto,
oscurando la luce del sole
Una scena di apocalisse,
come quella dell'implosione delle Torri Gemelle
(Dissolvenza) - 30 maggio 2022
Un tempo ero sempre in movimento,
partivo di continuo,
non avevo arrisettu
Ero animato da un demone interno
che mi spingeva ad organizzare
un movimento ogni tot giorni
Partivo in nave, in aereo, in treno
ed anche in auto
e, spesso, in questi viaggi,
portavo con me il cane
Quelli che più mi piacevano
erano i viaggi istantanei,
di due-tre giorni,
toccata e fuga
Ma mi piacevano anche quelli in auto
perché spesso andavo all’avventura
e usavo la macchina come casa mobile
per dormirci e per farmi da mangiare
In sostanza, ero quasi sempre via
Quando ero a Palermo, ero come in pausa
Così mi sentivo
Era come se riuscissi ad essere dovunque
Arrivavo in certi posti lontani
e altri che mi conoscevano
dicevano, un po’ sorpresi: Ma guarda ci sei anche tu!
Ma come fai?
Ero ubiquitario
Almeno, così mi sentivo
Lo testimoniano le gallerie fotografiche
di cui ho disseminato
il mio profilo social qui su facciabuco
Adesso, invece, sono stanziale
L’idea di dover partire
mi riempie d'un senso infinito di fatica
Non pianifico più,
non immagino il prossimo viaggio,
come accadeva prima
quando le soste a Palermo
erano poco più che il trampolino di lancio
per il viaggio successivo
Guardo le foto di quei viaggi
con un po’ di nostalgia
quando scoprivo luoghi mai visti,
oppure tornavo a quelli già esplorati,
incontrando vecchie conoscenze,
facendone di nuove,
e poi tornavo a casa con un bagaglio
pieno di esperienze (e di letture fatte)
Il viaggio era anche il momento di intense letture, sì
Adesso che non viaggio più
leggo sempre con molta energia,
in fondo, continuo a viaggiare,
ma solo attraverso i libri
L’irrequietezza che mi spingeva ad andare
si è spenta
La fiammella del desiderio, idem
O forse, è soltanto che non sono più un dromomane?
Non saprei
Rimane certo il fatto che io senta dentro di me
un pizzico di nostalgia
per quegli anni ruggenti
Sono al lavoro
Il Servizio di un tempo,
c’è una questione noiosa
che viene dibattuta tra me
e il mio collega e amico di un tempo
a proposito della distinzione
tra orario di lavoro
e orario di apertura al pubblico
Una conversazione sinceramente noiosa
Io sono fautore della tesi corretta
Il mio collega sembra invece spaventato
e mi raccomanda di “non fare nulla”
per evitare di irritare
quelli che stanno più in alto
(si intende, nella gerarchia)
Tutto qui
Ricordi di un tempo arcaico
in cui, mentre facevo il mio dovere
e svolgevo il mio lavoro
con passione e dedizione
tutto aveva un sapore costrittivo,
poiché veniva formattato
in funzioni delle esigenze tiranniche
di una manciata di amministratori
che, con i loro editti,
dovevano giustificare la propria esistenza
Sono stato davvero contento
quando me ne sono andato
Non sarei rimasto nemmeno
un giorno di più,
neanche mi avessero pagato
a peso d’oro
Amareggiato me ne sono andato,
ma con un senso di liberazione
Mi ritrovo a spolverare dal mio archivio di scritti un documento mai pubblicato prima, poiché a quel tempo non esistevano ancora i blog e, quindi, non era così semplice una sponda su cui rendere ...
Ho sognato che camminavo per le vie della città
e mi imbattevo in uno strano edificio
situato in una via laterale,
poco conosciuta e poco frequentata
Incombente su di un maestoso portale
campeggiava una grande insegna
su cui era scritto a caratteri cubitali e tronfi
"Istituto Pinnazzuoli"
e sotto in caratteri più piccoli,
leggevasi:
"Scuola emerita per la formazione professionale di quadri dirigenti,
amministratori e decisori sul campo"
"Si accettano soltanto pinnazzuoli e furbetti certificati,
ma anche aspiranti lecchini e cortigiani,
dopo specifico test di ammissione"
"Riuscita sicura!"
"Le rette e gli oneri vengono concordati a parte, in camera caritatis"
Managgia! ho pensato A suo tempo, avrei dovuto fingermi un pinnazzuolo e frequentare questa scuola Oppure avrei potuto fare il furbetto?
No! Quella parte non sarei mai riuscito ad impersonarla! E nemmeno quella del lecchino o del cortigiano! In fondo, a pensarci bene, nemmeno la parte del pinnazzuolo mi si sarebbe attagliata
Sento un peso che mi opprime il petto
e mi impedisce di respirare
Cammino per le strade del primo mattino
L'autunno all'improvviso
ha preso ad avanzare
le foglie secche dei platani formano un tappeto per terra
Non ho molto da dire
Mi sento solo svuotato,
oppresso da questa pietra che mi grava sul petto
e non riesco a mandarla via
Un passo dopo l'altro
Avanti
Un passo dopo l'altro
Uno due uno due
il cane ansima accanto a me
Uno due uno due
Penso con mestizia ai tanti anziani chiusi negli ospizi
chiamati, nobilitandoli,
"Case di riposo", oppure "oasi della serenità"
o "il focolare" o anche "la gioia della mia vecchiaia" e così via
Tutti nomi accattivanti che racchiudono
lo squallore e la solitudine
Spero di non finire così un giorno
Senza niente,
accudito da badanti prezzolati che mi trattano
con voci sgarbate e che mi spintonano,
perché io non dia troppo fastidio
Sarei circondato da aguzzini,
Troppo stanco per poter leggere,
forse anche semicieco,
senza nessuno che mi legga un libro ad alta voce
non autosufficiente
non voglio ridurmi così
Voglio poter vivere con dignità,
sino all'ultimo
Non ho mai portato la mamma in ospedale
nei suoi ultimi giorni
Ho fatto tutto quel che si poteva
Continuava le sue cure
Non c'era altro che si potesse fare per lei
Lei lo ribadiva sempre
"Non voglio essere portata in Ospedale,
voglio stare qui a casa mia!"
L'ultima notte, però mi disse:
"Stanotte non vado a letto,
rimango a dormire qui in poltrona
Portami la mia borsa, la voglio accanto a me!
E portami anche la sveglia
e caricamela per le cinque di mattina!"
E così si addormentò,
in una transizione più profonda di un sonno normale
E trovò in pace la sua via
Alle cinque del mattino in punto
la sveglia emise il suo trillo
Si parlerà qui non del pregiato vino di Montalcino, né tanto meno dell'omonimo personaggio minore del ciclo carolingio e dell'Orlando Furioso, un saraceno di bassa statura e bruttino anziché no, ma abilissimo nel compiere furti e azioni fraudolente di vario tipo, ma della parola "brunello", oggi a mio parere caduta in disuso, ma che sarebbe opportuno riesumare.
Quando ero giovane, questa parola, utilizzata come appellativo di questo o di quello, la sentivo usare spesso dai miei coetanei: tradotta in siciliano suonerebbe “brunieddu” ("Si' brunieddu!"). Ma chi o cosa sarebbe veramente il “brunello”? Non è certamente un uso parola antico, perché non si ritrova nei dizionari di corrente uso e nemmeno in quelli vernacolari (perfino nel Grande dizionario italiano dell'uso non v'è traccia di questa possibile accezione: vi si ritrovano soltanto i lemmi "brunella" riferito ad una varietà di frutto e quello di 2brunello", riferito al vino di cui si accennava sopra). Ho cercato in internet e ho trovato dei link, in uno dei quali - Le parolacce a Palermo - vengono passati in rassegna idiomi siciliani per esprimere una serie di offese e di connotazioni circa il comportamento altrui. Qui, in un apposito paragrafo, si ritrovano assieme le espressioni negghia, brunello e cosa ‘nutili che sarebbero ingiurie che spaziano tra il bonario e l’offesa grave. Essere “na negghia” (nebbia) vuol dire essere evanescente, arruffone e incapace; mentre il “brunello”, non è un vino, ma uno che non ha parola, un cambia bandiera, uno poco affidabile. Molto più grave dire a qualcuno che è ‘na cosa ‘nutile, o peggio, ‘na cosa ri jccari (una cosa da buttare) o addirittura nuddu miscatu cu nienti (nessuno immischiato col niente) cioè la nullità in assoluto. Dunque, dalla lettura di questo post, mi pare evidente che il “brunello” sia uno che non mantiene la parola, uno tipo poco affidabile, insomma, ma anche un voltagabbana, un opportunista, uno leggero, ondivago, nelle sue convinzioni e nei suoi impegni. E se a queste caratteristiche del brunello ci aggiungiamo quelle attribuite al personaggio del ciclo carolingio siamo davvero a posto. La parola “brunello”, arricchita dei caratteri del nano saraceno, potrebbe definire perfettamente molti degli pseudo-politici contemporanei. Suggerisco dunque di riesumare la parola in questione e darle nuova vitalità e vigore in considerazione dell'abbondanza di esemplari umani a cui applicarla/affibbiarla.
Le parolacce, si sa, le dicono tutti, in ogni parte del mondo e difatti sono la prima cosa che si tende ad imparare quando si vive in terra straniera. Palermo, ovviamente non è da meno, anzi ...
(Da wikipedia) Brunello è un personaggio del ciclo carolingio, presente nei poemi Orlando innamorato e Orlando furioso. È un saraceno nano, incapace quindi di combattere, ma dotato di particolare agilità e conseguentemente utilizzato dal capo supremo dei Mori, Agramante, per compiere furti. Egli però non resiste alla tentazione di derubare anche comandanti saraceni e ciò sarà causa della sua rovina.
Appare per la prima volta nel secondo libro dell'Orlando innamorato quando Agramante intende invadere l'Europa per sconfiggere Carlo Magno. A Brunello è stato detto che non ha possibilità di salvarsi se non porterà dalla parte saracena il giovane guerriero Ruggiero, ma questi è stato nascosto in un giardino segreto dal mago Atlante e l'unico modo per raggiungerlo è usare l'anello magico di Angelica. Brunello si impegna a rubare il gioiello e raggiunge dunque la fortezza dell'Albracca dove non solo riesce nell'intento, ma sottrae pure il cavallo a re Sacripante e la spada alla donna guerriera Marfisa, nonostante siano anch'essi Saraceni; quest'ultima si mette quindi all'inseguimento del ladro, il quale però la elude. Avuto l'anello, Agramante premia Brunello con un regno. I Saraceni trovano quindi Ruggiero al monte Carena dove lo vedono dietro una parete di vetro. Poiché questa è troppo ripida e scivolosa per essere scalata, il nano suggerisce ai soldati saraceni di ingannare Ruggiero, che a causa del suo innato amore per il combattimento scappa dal giardino nonostante le suppliche di Atlante e si unisce dunque a Brunello.
Nel Furioso a Brunello viene affidato l'anello da Agramante. La donna guerriera Bradamante è innamorata di Ruggiero che si trova prigioniero in un castello di Atlante. Seguendo le istruzioni di Merlino, ella cattura Brunello e dopo aver preso l'anello lega il nano a un albero. Marfisa trova Brunello e lo libera, ma ancora irritata per il furto della sua spada consegna il ladro ad Agramante. Questi scopre che Brunello non ha più l'anello e fuori di sé decide di condannare a morte il nano, che viene impiccato.
Di Brunello è rimasta celebre la descrizione fisica datane da Ariosto:
" La sua statura, acciò tu lo conosca,
non è sei palmi, ed ha il capo ricciuto;
le chiome ha nere, ed ha la pelle fosca;
pallido il viso, oltre il dover barbuto;
gli occhi gonfiati e guardatura losca;
schiacciato il naso, e ne le ciglia irsuto:
l'abito, acciò ch'io lo dipinga intero,
è stretto e corto, e sembra di corriero."
Bruce Chatwin in "Anatomia dell’irrequietezza" scrive: “Danzare è andare in pellegrinaggio”.
Leggendo "Storia del camminare" di Rebecca Solnit ho imparato che l’espressione cinese per “andare in pellegrinaggio” significa: rendere omaggio alla montagna.
Ecco, danzare e rendere omaggio stanno al centro della viandanza. È una parola bellissima che tanti anni fa mi sono ritrovato in bocca. Ho iniziato a usarla e ho notato che subito si installava in altre bocche, al punto che oggi è diventata quasi di uso comune.
È successo, credo, perché è una parola eufonica e solare: tiene assieme l’immagine del viandante che danza sulla via e quella della via che si fa danza, una grande festa, un tripudio di umanità e natura…
(da Luigi Nacci, da Non mancherò la strada. Che cosa può insegnarci il cammino, Laterza, 2022)
Luigi Nacci, originale cantore della 'viandanza', della vita come cammino, si interroga in quest'opera sul valore che ha in questi tempi concitati e iperconnessi la pratica ancestrale e stravolgente del viaggio a piedi.
«Ci sono estati chiuse come scatole, sigillate. Sono estati che trascorri in una stanza, in ufficio, o su un letto d'ospedale, in una cella, in uno spazio delimitato da pareti che ti sono ostili. A volte è il lavoro che ti costringe alla clausura, altre volte la malattia, tua o di un tuo caro, oppure la necessità di concentrarti per originare un'opera, o è la depressione che ti impedisce di uscire. Sei rinchiuso in un buio che non se ne va nemmeno quando spalanchi le finestre. Sei al centro della stanza ma è come se non ci fossi. Capitano estati così. È da quel buio che nasce il desiderio incontenibile del cammino. Non è desiderio di andare in ferie dopo un anno di lavoro. Chi è al centro del buio non ha bisogno di ferie, non sa che farsene. Né di spiagge, di hotel, di baite, di centri storici, di musei. Chi sta in quel buio vuole di più. Vuole solamente una cosa: il cammino».
Il viaggio a volte può essere metafora per esprimere altro, e soprattutto finisce con il diventare un'avventura interiore dentro se stessi. Il viaggio nello stesso tempo, quando una precedente esperienza è stata masticata e digerita, divenendo perfino - in alcuni casi oggetto di una narrazione bestselling - si trasforma in oggetto commercializzato, svuotato di qualsiasi valenza interiore. Quando ciò si verifica, occorre ricreare le condizioni per una "rinascita" e per una rifondazione del Sé. Ed ancora, se il viaggio in un luogo non solo distante ed esotico, ma anche in un certo senso "esoterico" porta l'individuo a scoprire una vena visionaria e profetica, ecco che allora si verificano le premesse per un totale rivoluzionamento della precedente condizione di appiattimento e di schiaccianti sensazioni di inutilità. L'esperienza del viaggio, secondo queste premesse, diventa anche, il preambolo di un'esperienza sciamanica, assumendo che lo sciamano è colui che, con la facilitazione dell'uso di certe sostanze psicoattive che aprono la mente oppure attraverso l'immersione in una qualsivoglia malattia grave o nella follia ha compiuto un viaggio di andata verso i territori sconosciuti e spaventosi dell'impensabile e dell'indicibile e ne ha fatto ritorno, divenendo a pieno titolo colui che, avendo visto la natura profonda delle cose, può fregiarsi della qualifica di "psiconauta" e di guida di coloro che versano in analoghe difficoltà e che, per questo motivo, ha la facoltà di porsi come guida nei confronti di chi è sofferente, conducendolo senza edulcorazioni alla trama di verità delle cose. Se poi a questi aspetti taumaturgici si aggiunge la cecità che è anche il dono di una visione al di là di Maya, cioè del velo ingannevole con cui la realtà si presenta, il gioco è fatto. Molti dei grandi profeti, molti aedi e poeti, molti sapienti e indovini (vedi ad esempio il caso del vecchio Tiresia) erano ciechi, privati della vista come senso: ma questa loro mancanza si tramutava nel dono della chiaroveggenza e del veder profetico, del poter vedere "oltre" le apparenze. Tutte queste riflessioni si traggono dalla lettura di uno dei romanzi di Paul Theroux, scrittore canadese-statunitense, autore sia di romanzi fiction sia di resoconti di viaggio (tra di questi possiamo ricordare un "ritorno in Patagonia" scritto assieme al grandissimo Bruce Chatwin, l'ultimo dei viaggiatori inglesi del Novecento).
Il protagonista di Luce Accecante (titolo originale inglese Blinding Light, nella traduzione di Fenisia Gianini Jacono), pubblicato da Baldini&Castoldi Dalai nel 2007, Slade Steadman, è stato l'autore di uno dei più popolari libri di viaggio del mondo. Il suo libro che contiene la descrizione di un viaggio attorno al mondo senza passaporto, violando tutte le frontiere, con il racconto dettagliato di tutte le peripezie e degli stratagemmi messi in opera di volta in volta, è diventato un cult, generando una serie televisiva, nonché un merchandising che ha messo in commercio una linea di abbigliamento e di accessori da viaggi "avventurosi" sulle orme di Steadman (ma in realtà pseudo-avventurosi), nonché un vero e proprio modello, ineliminabile e non ignorabile, per viaggiatori agiati, alla ricerca d'una parvenza di brivido rispetto alla vita ordinaria. Da tempo Slade, annichilito dal suo stesso successo, non ha più nulla da dire al mondo, essendo divenuto vittima proprio di quel successo planetario, irrimediabilmente schiacciato e svuotato di ispirazione. Si è ritirato di fatto, in una lussuosa residenza nell'esclusiva Martha's Vineyard, vivendo dei proventi delle royalty che gli arrivano giorno dopo giorno. Vorrebbe scrivere ancora, ma l'ispirazione lo ha abbandonato. Per recuperare verve creativa e per rimettersi in gioco rispetto alla piatta routine in cui si sente confinato, decide di intraprendere - assieme alla compagna Ava, dalla quale è in procinto di separarsi a causa della fine di ogni guizzo anche soltanto sessuale nella loro relazione - un viaggio avventuroso (per quanto edulcorato) nella più remota provincia orientale della giungla ecuadoregna (per ironia, un vero e proprio viaggio alla "Slade", circondato da viaggiatori che vestono il suo marchio e che pensano "Slade"). Al culmine di esso, l'incontro con gli sciamani del luogo - benché in un contesto di squallore per nulla idealizzante (tutto l'opposto della narrazione di Carlos Castaneda- si vedano "A scuola dello stregone" e i successivi volumi), e la sperimentazione di un preparato ottenuto da una rara erba allucinogena (una varietà di Datura), cambieranno la sua vita. L'assunzione della droga, infatti, sin dall'inizio provoca in lui una cecità temporanea: mentre Slade è in questo stato sperimenta una condizione estatico-visionaria che gli permette di attingere ai suoi ricordi con particolare vividezza, ma nello stesso di vedere dentro le persone che lo circondano e che spiazza, mettendoli a nudo con foga impietosa e senza sconti per nessuno, con affermazioni dissacranti e disvelanti sulle loro intime debolezze e paure. Questa capacità di vedere dentro di sé e di leggere l'animo altrui, lo rimette in condizione di riprendere a scrivere nuove pagine, cosa che al suo ritorno fa con regolarità e costanza, assumendo giornalmente dosi della sua droga e vivendo in questa condizione di cecità ispirata e visionaria: Ava da cui era prima del viaggio in procinto di separarsi diventa la sua segretaria e scrivana. Infatti, essendo chimicamente cieco per la maggior parte del tempo, in realtà più che scrivere il nuovo libro, lo va dettando giorno dopo giorno alla sua compagna, assieme alla quale recupera un'intesa sessuale con una potenza mai sperimentata prima, rimettendo in scena in versione fortemente erotiche sue esperienze fantasticate in epoche passate della sua vita. Di notte, Ava diventa la reincarnazione delle fantasie sessuali che ha evocato durante il giorno nello stato di cecità. Steadman, durante questa fase, viene anche accolto con particolare deferenza nell'entourage esclusivo del Presidente degli Stati Uniti, dell'epoca (Clinton), impelagato in una rete di menzogne attorno ai noti atti sessuali compiuti con la stagista. Alla fine, Steadman partorisce il suo nuovo libro che battezzerà "Il Libro delle Rivelazioni", di cui viene decretato immediatamente il successo enorme di critica e di pubblico, sulla scorta del quale egli parte per un giro di promozioni con tappe in alcune delle principali città degli Stati Uniti, mantenendo la menzogna della sua cecità (acquisita chimicamente, ma mai dichiarata in quanto tale): la sua versione ufficiale è che sia diventato cieco, ma che nella sua cecità egli abbia ricevuto il dono della visionarietà. La sua cecità è un bluff e parte del suo successo si fonda ora sul suo carisma visionario, poiché pur essendo cieco e incapace di vedere, in realtà vede in profondità con uno sguardo che trapassa tutti i segreti individuali, quelli più gelosamente custoditi. E, tra l'altro, con sprezzo utilizza questo enorme potere di vedere dietro le apparenze per ferire e dominare gli altri che lo circondando, pendendo dalle sue labbra, pronti ad essere fustigati ed umiliati dalle sue parole e dalle sue sentenze apodittiche. Steadman è divenuto "colui che sa" e "colui che vede", proprio perché é cieco (chimicamente). Ma, ad un certo punto, si ritrova cieco per davvero: quando ll tour promozionale è quasi agli sgoccioli, egli si accorge traumaticamente che la cecità persiste, anche quando gli effetti chimici della Datura dovrebbero essere cessati. E, a quel punto, si ritrova ad essere vulnerabile, sperimentando la fine di quella inebriante onnipotenza e, soprattutto, della sua protervia e del suo atteggiamento di fustigatore delle debolezze e delle menzogne altrui, egli stesso vittima della sua propria menzogna. Dovrà intraprendere un percorso per ritornare indietro e per disfare gli effetti negativi del suo abuso, umiliandosi e ridimensionandosi. Luce Accecante è un meta-romanzo sullo stallo esistenziale e sulla resurrezione di un autore in crisi creativa e d'identità, ma al prezzo d'una menzogna. Il mio parere di lettore é che Steadman sia davvero insopportabile: forse per questo ho letto il romanzo a fatica, prendendomi numerose pause. Ma è interessante: pienamente calzante con il tema della "La follia nell'arte", trattato in un recente volume.
(Dal risguardo di copertina) Il protagonista del libro è l'autore di uno dei più popolari libri di viaggio del mondo, ma per più di trent'anni ha lottato contro il suo stesso successo, alla ricerca di un equilibrio difficile da trovare. Un viaggio lungo un fiume di una remota provincia nell'est dell'Ecuador gli concede però la possibilità di incontrare quel che gli mancava e di sperimentare una droga miracolosa che induce temporanea cecità. Al suo rientro negli Stati Uniti, ringiovanito e pieno di idee, l'uomo riesce non solo a scrivere e ricordare ma anche, aiutato da una sovrannaturale capacità di premonizione, a vivere contemporaneamente in due dimensioni. Paul Theroux si confronta con i fantasmi dello scrittore (la paura della pagina bianca e il senso di inadeguatezza), e consegna al lettore un meta-romanzo sulla crisi e la resurrezione di un autore in crisi d'identità.
L'autore. Paul Theroux nasce a Medford, nel Massachusetts, nel 1941 è il terzogenito dei sette figli di Albert Eugene Theroux, un rappresentante di una ditta manifatturiera del cuoio franco-canadese, e di Anne Dittami, un'insegnante di grammatica statunitense di origini italiane. Consegue la laurea in scrittura creativa presso l'Università del Maine, per poi specializzarsi presso le Università di Syracuse e Urbino.
Ha pubblicato il suo primo romanzo, Waldo, nel 1967. Dopo aver terminato l'università ha vissuto 5 anni in Africa, luogo che ha ispirato i suoi successivi lavori: Fong and the Indians, Girls at play e Jungle lovers. Nel continente africano insegna e prende parte a missioni umanitarie.
Ha successivamente insegnato all'Università di Singapore prima di stabilirsi in Inghilterra.
Il suo romanzo più conosciuto è sicuramente The Great Railway Bazaar - by train through Asia, pubblicato nel 1975. Con The Mosquito Coast ha vinto il James Tait Black Memorial Prize per la narrativa nel 1981; dal romanzo, cinque anni dopo, è stato tratto l'omonimo film (con Harrison Ford).
In Italia i suoi libri sono stati pubblicati da Baldini Castoldi Dalai (Hotel Honolulu, Ultimo treno della Patagonia, O-Zone, Gallo di Ferro. In treno attraverso la Cina, Mosquito Coast, Ultimi giorni a Hong Kong, Dark Star Safari), Mondadori (Costa delle zanzare) e Frassinelli (Da costa a costa).
Ha collaborato altresì con settimanali e mensili, quali Playboy, Esquire e The Atlantic Monthly.
Paul Theroux si è sposato due volte: con Anne Castle dal 1967 al 1993 e successivamente con Sheila Donnelly (dal 18 novembre 1995). Attualmente vive alle Hawaii. Dal primo matrimonio ha avuto due figli Marcel Theroux e Louis Theroux, entrambi scrittori e presentatori televisivi, ed è lo zio dell'attore Justin Theroux.
Paul Theroux si è sposato due volte: con Anne Castle dal 1967 al 1993 e successivamente con Sheila Donnelly (dal 18 novembre 1995). Attualmente vive alle Hawaii. Dal primo matrimonio ha avuto due ...
Si é sempre in attesa di qualcosa.
L’attesa è un tempo sospeso
Paradigma dell'attesa è starsene seduti su una panchina
e da lì osservare il mondo che scorre frenetico
Oppure su di un gradino
Oppure ancora in una stazione o in aeroporto,
accomodati su di una panca oppure per terra,
sul pavimento di linoleum,
con le spalle appoggiate ad una parete
quando si verifica un imprevisto ritardo
Nell’attesa, si sperimenta un diverso flusso temporale
L'attesa può riguardare eventi quotidiani,
ricorrenti
Ma anche altri imprevisti ed ominosi,
o piuttosto fortemente desiderati
Non sempre si verifica ciò per cui si è atteso
Spesso l'attesa polarizzata
riserva brutte sorprese
Porta a delusioni concenti e a dispiaceri
L'attesa deve essere non finalizzata
e, mentre si attende, bisogna saper creare
il vuoto nella propria mente
Nell'attesa si raccolgono i propri pensieri in un fascio
e li si buttano via
Lo stesso dovrebbe accadere
per ricordi e desideri
sino a creare un vuoto di memoria e di desiderio
L'attesa può dar luogo ad un istantaneo satori
Non tutti tollerano l’attesa
Alcuni si spazientiscono
Altri imprecano
Altri ancora si spaventano
Quelle che seguono sono le mie impressioni dopo un tentativo di approccio all’Ufficio Tributi del Comune di Palermo, in Piazza Giulio Cesare, proprio l'altro giorno. Esperienza fresca fresca che merita di essere raccontata, in maniera non organica, ma impressionista… C’è poco da dire, qui a Palermo, siamo indietro di anni luce rispetto al consesso civilizzato. Credo che il nostro standard sia perfino peggiore del più disorganizzato dei paesi africani. Le code sono all’ordine del giorno, anche laddove sia obbligatoria la prenotazione online. Ci sono quelli che arrivano comunque senza prenotazione e, per loro, viene istituita un turno a parte, ma “senza alcuna garanzia”, come viene sottolineato da solerti impiegati che, di tanto in tanto, come dei cucù si affacciano fuori dalla porta che immette nell’ufficio, ma rimanendo al di qua di una transenna gialla che fa da separatore tra loro e la folla tumultuante. Infatti, poiché continuano ad imperversare i cascami Covid, - con o senza prenotazione - si deve attende accalcati fuori dalla porta, sul marciapiede, senza alcun riparo dal solleone o dalle intemperie, una massa di persone vocianti-urlanti che, a volte, hanno solo bisogno di informazioni. Se le porte sono a vetri, come è nel caso di questo Ufficio Tributi del Comune di Palermo (unica interfaccia con il pubblico in tutto il territorio metropolitano: ma perché?), queste vengono opportunamente oscurate con fogli di carta, in modo tale che non si possa vedere ciò che accade all’interno (alla faccia della trasparenza!). Fuori, la folla semi-inferocita è un guazzabuglio di proteste e lamentele e bisogna adattarsi ad ascoltare la rava e la fava delle disavventure tributaristiche dei cittadini in attesa. E se ne sentono davvero delle belle, storie di continue malfunzioni che hanno dell’incredibile e sembrano trasformarsi in narrazioni di vessazioni! Come afferma una (ovviamente all’esterno della transenna), qui siamo fermi all’”era glaciale”. Le prenotazioni online sono una burla, poiché come dice un impiegato il sistema è andato in stallo, poiché non accetta nuove iscrizioni, dopo 6 mesi. E allora? Il consiglio che viene elargito dai solerti impiegati (che si affacciano dalla porta a vetri ogni tanto) è aspettare e riprovare più avanti, sperando che il sistema si sia alleggerito. Oppure? L'alternativa che viene proposta è quella di venire molto presto la mattina, prima dell’orario di apertura al pubblico e prendere un turno fisico - come già detto - senza garanzie di riuscita. Quindi, viene immediatamente contraddetto ciò che viene recitato anche da un cartello affisso opportunamente fuori dal portone, nel quale si dice che vengono accettate solo ed esclusivamente prenotazioni online. Il turno fisico, d’altra parte, è l’unica alternativa per molti cittadini (anziani e ignoranti) che non hanno accesso alle moderne tecnologie. Mi chiedo perché l’ufficio in questione (tributi) non debba ampliare l’orario di apertura al pubblico che, allo stato, è implacabilmente 9-13, ovviamente dal lunedì al venerdì, perché i dipendenti hanno diritto alla settimana corta. Un po’ pochino, non trovate? Gli uffici sono evidentemente diretti da dirigenti che non sanno dirigere (oppure sanno, ma poco fanno) e che siano capaci di organizzare il lavoro con criteri manageriali, adattando duttilmente il servizio che deve essere erogato alle esigenze dei cittadini. E poi, durante l’attesa fuori dalla parte e sul lato esterno di quella esecrabile transenna, quante storie di malfunzione dei pubblici uffici si sentono raccontare! Io penso che nel terzo decennio del XXI secolo, qui in Sicilia e a Palermo in particolare siamo nel pieno dell’era oscura e le cose vanno sempre più a peggiorare, anche quando si ammantano di un velo di ammodernamento che rimane più nella forma che nella sostanza. E comunque tale da creare una distanza vieppiù crescente tra i cittadini e le agenzie pubbliche. Ahimè! Cambierà mai qualcosa?
E ha un bel dire un tale M.S. che su Facebook, avendo letto questa mia nota, ha replicato, quasi piccato:
Ho saputo di un amico che non ha avuto alcuno dei problemi da voi lamentati. E' stato prelevato da un'auto municipale, e portato presso gli uffici, in cui ha ricevuto piena assistenza senza alcuna attesa. E dopo pochi minuti è stato riaccompagnato a casa. Siete i soliti disfattisti. Se non ci credete, scrivetegli a: roberto.lagalla@comune.palermo.it
A parte il fatto che un simile commento (per altro con una coloritura da campagna elettorale, considerando il "voi" che mi è attribuito - come se io fossi il portavoce di un gruppo ostile o contrario - e l'aggiunta in calce dell'indirizzo mail del nostro nuovo sindaco) esprime la esecrabile tendenza a schierarsi comunque e dovunque, anche in senso contrario a ciò che è evidente a tutti, io credo che non sia il semplice aneddoto a risolvere i problemi veri, quelli che affliggono la maggior parte dei cittadini, soprattutto quelli più poveri di mezzi e di cultura.
Non è l'aneddoto a salvare il mondo e a salvarci, dico io. E penso che questo pensiero checché ne dica MS sia condivisibile da molti.
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre
armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro
intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno
nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e
poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a
fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.