Ci sono piccole cose
che sembrano mettersi assieme
come le tessere di un puzzle
e questo loro combinarsi e ricombinarsi
sembra generare un racconto
per immagini legate tra loro
da un filo conduttore
Un filo conduttore che è forse nelle cose stesse per il modo in cui si giustappongono
o che risiede piuttosto nell'occhio dell'osservatore
O è addirittura quest'occhio osservante
che le mette in forma in un modo, piuttosto che in un altro?
Oppure l’alternativa é che tutto,
ogni dettaglio percepito,
sia una mera accozzaglia di elementi,
un caos primigenio
creato da un Dio cieco e demente
Eppure, dal brodo primordiale
é nata la vita
con gradi crescenti di complessità
Ecco, queste sono considerazioni
che mi portano lontano
In questa di oggi,
come in altre mie passeggiate,
ho visto delle cose e, fotografandole,
le ho messe insieme
ed ora quelle cose esistono
in un mondo possibile,
che - tra infiniti altri mondi -
le vuole assieme
in questo modo
e non in un altro
Credo che l’attività del fotografare
possieda un enorme potere demiurgico
ed é anche per questo
che io non smetto mai di scattare foto
6 novembre 2011, sulla spiaggia di Isola delle Femmine (foto di Maurizio Crispi)
Il 6 novembre 2011 mi ritrovai a fare una passeggiata lungo la spiaggia di Isola delle Femmine, come spesso mi capitava di fare. La giornata era grigia e ventosa. Grosse nubi scure e aggrondate si addensavano e subito venivano spazzate via dal vento oppure, semplicemente mosse dalle raffiche, mutavano di forma.
La giornata ideale per cimentarsi nel kite-surf e per i dilettanti degli aquiloni. C'erano infatti molti (singoli o intere famiglie) che varavano i propri aquiloni e li facevano navigare in cielo, cercando di tenere le corde ben tese. I bambini si cimentavano o guardavano: in entrambi i casi, quando il loro aquilone si librava in cielo) lanciavano grida di gioia e meraviglia.
Quella che ho scelto, di quella giornata, è la foto che preferisco.
Quello che segue ciò che scrissi allora.
Sin da ragazzo mi sono piaciute sempre molto le foto in cui le figure umane, minuscole, sembrano perdersi - dissolversi quasi - nell'immensità del paesaggio, di cui anziché essere il fulcro, come vorrebbe una visione antropocentrica, sono - come è invece giusto nel rispetto di una concezione globale e olistica - un semplice accessorio, si potrebbe pensare anche un optional.
Cancellate quelle figure e il paesaggio rimarrebbe quello che è, immutabile.
Generazioni di giocatori e cacciatori di aquiloni possono succedersi nei secoli, ma il loro tempo sarà sempre breve, brevissimo come un battito di ciglia, nella vita lunga di quella montagna sullo sfondo, del cielo e del mare i cui unici cambiamenti saranno la mutevolezza dei colori e piccole variazioni di forma e di composizione chimica.
Cosa dire?
È Halloween
o quasi
Ma chi si ricorda più del significato della parola?
È la festa del Great Pumpkin?
O è quella di Jack’o’Lantern?
O é la festa pagana di Samhain
che segnava il passaggio
dall’autunno all’inverno?
Oppure quella di All Hallows’ Even?
O quella di dolcetto o
scherzetto?
O quello di Treat or Trick?
Tutto e niente di questo
Tante cose assieme
in stratificazioni di significati,
contaminazioni,
a layer cake,
un melting pot
C’è a chi piace in un modo
e c’é a chi piace in un altro
Il mondo é bello perché é vario
Ma non dimentichiamoci
della nostra festa dei morti El Dias de Los Muertos
della perturbante e sfrenata
celebrazione messicana
Ricordiamoci di loro,
dei nostri morti,
e celebriamo con loro
Oggi ho visto per le strade
piccole comitive di adolescenti
mascherati e con mantelli neri
camminare qua e lá
ed accingersi alla questua porta a porta
all’insegna del Treat or Trick
Vedere queste piccole bande
pronte all’azione
un po’ mi ha inquietato
É Imitation Game?
É Moda?
É Omologazione?
Non cerchiamo di qualcos’altro,
sulla base di effimere spinte
Ricordiamo di essere noi stessi
chi siamo
da dove veniamo
dove andiamo
“Trick or treat?” è la frase che tanti bambini in tutto il mondo ripetono la notte di Halloween, sulle soglie delle case dove cercano di ottenere dolci nella serata più spaventosa dell'anno. A essere precisi, la traduzione di “trick or treat” non è “dolcetto o scherzetto”, bensì “scherzetto o dolcetto”. Infatti in inglese “trick” significa scherzetto, mentre “treat” indica il piccolo premio che si vuole ricevere in cambio, ovvero un dolcetto.
L’usanza vuole che i bambini bussino di casa in casa presentandosi mascherati e pretendendo dolci. “Trick or treat?”, dicono poi in inglese, mentre in Italiano diventa "dolcetto o scherzetto?". L’opzione “trick”, lo scherzetto, consiste in una piccola vendetta per chi intendesse sottrarsi al dono di un dolcetto, “treat”. Queste stesse
E' cominciato il tormentone di Halloween... Valpurga... La notte delle streghe... Il grande cocomero (o "The great Pumpkin") Chi più ne ha, più ne metta... Aiutoooooooooooooooooooooooooo ...
E' cominciato il tormentone di Halloween...
Valpurga...
La notte delle streghe...
Il grande cocomero (o "The great Pumpkin")
Chi più ne ha, più ne metta...
Aiutoooooooooooooooooooooooooo...
Maurizio Crispi
Dolcetto, scherzetto!
Zucca!
Oh, Grande Zucca!
Oh, Great Pumpkin!
E’ Halloween!
Ci sono anche i Morti che vengono in visita,
malgrado Halloween,
e non vogliono essere dimenticati, loro
Sono caparbi nel loro ritornare
e vengono accolti con mestizia
ma anche con gioia
perché portano doni e pupiaccena,
con essi facendo dimenticare i guai
e lenendo dolori e sofferenze
“Armi santi, armi santi
Io sugnu unu e vuatri siti tanti:
Mentri sugnu ‘ntra stu munnu di guai
Cosi di morti mittitiminni assai”
Mi chiedo: Where are all the wild things?
E bisogna anche fare attenzione
a quando arriva il custode pazzo
dell’antico cimitero abbandonato,
lapidi sdirrupate
sacelli profanati
sepolture di famiglia aperte
sarcofaghi rovesciati
e il corvo che fa cra cra cra
chiamando a raccolta le armate della notte
Non appena ti vede,
il custode a grandi passi ti insegue minaccioso
brandendo una vanga insanguinata,
come un maniaco uscito da un racconto splatter
mentre vecchi gufi gufeggiano,
lugubri
Rispondo così alla mia domanda di prima: All the wild things are gone!
Eppure, eppure...
le cose selvagge c’erano un tempo,
a long time ago...
Once upon a time
E ora?
Non più avventure,
No imprevisti,
Niente più sorprese dietro l’angolo
Fine della meraviglia
e del terrore
Oppure sì?
Sì? No? No? Sì?
M’ama non ama
Chi potrà mai dirlo?
Eppure,
camminando
non mancano mai - e non smettono di sorprenderti -
strani incontri
con esseri mattacchioni che ti guardano ammiccanti
dall’ombra in cui si nascondono
e che, mentre ti fanno l’agguato
e il cuore ti balza in gola,
palpitando a duemila
tirano fuori la lingua in un simpatico sberleffo
esibendosi al contempo in una sonora pernacchia
– come quella di Barbariccia –
e in una scorreggia altrettanto rumorosa
Oppure, ti puoi imbattere in facce ghignanti,
che generano inquietudine e paura
Allora un brivido freddo ti percorre la schiena
e alle tue narici arriva una ventata gelida e putrida
E questi volti sono quelli dei mostri più pericolosi,
quelli generati dalla ragione
e striscianti fuori dai meandri della tua mente
La wilderness per essere tale
deve potere attrarre il viandante
con le sue armi di seduzione,
incantarti come solo le Sirene
sanno fare con il loro canto,
ma nello stesso tempo terrorizzarti
e spingerti verso la perdizione,
talvolta alla salvezza
Nessuno può sapere in anticipo
se si perderà o se si salverà,
se naufragherà
o se galleggerà
sino al prossimo Halloween
Poi, la lotteria della vita e della morte
partirà con un altro giro
(Palermo, 31 ottobre 2021)
Si discuteva della scelta di una lettura spaventevole (ad alta voce) da fare per Halloween ed io scrissi:
“Non saprei cosa scegliere
E poi come la mettiamo con la timidezza?
Infine, già sarebbe sufficiente postare la mia faccia per fare scantari (sicula parola per spaventare) tutti quanti.
Potrei travestirmi da zucca di Halloween…”
E poi decisi di ampliare il mio testo precedente e di fare un video mentre - nella sua versione rimaneggiata - lo leggevo ad alta voce per poi condividerlo nel gruppo "Parliamo di libri, parliamo di noi"
Dolcetto, scherzetto Zucca, Grande Zucca, Great Pumpkin Where are all the wild things gone? E bisogna anche fare attenzione, quando meno te lo aspetti arriva alle tue spalle il maniaco custode ...
Bythos e Orthrus
Kraken,
Sinciziale
My friends
Amenità
Disquisizioni
Ogni tanto una news
Ma non gliene frega più niente a nessuno
Passata é la tempesta
Odo augelli far festa
Ieri sono stato all’ufficio postale
Affollatissimo
Sbracato
Gente che scatarrava e tossiva
Tutti tranquilli
Tutti sereni
Amo respirare mefitici vapori
Mascherine appese ad un chiodo
ad impolverarsi
Oggi ho un lieve mal di gola
Cough! Cough!
Che sarà mai?
(07.05.2023)
L'ittiocentauro è una creatura immaginaria con busto umano, zampe anteriori da cavallo e coda di pesce. Gli ittiocentauri sono "molto usati nell'iconografia, ma assenti nella mitologia". Sono spesso raffigurati come cavalcature delle ninfe. I due ittiocentauri più famosi sono Aphros (personificazione della schiuma del mare) e Bythos (personificazione della profondità del mare). Bythos è stata denominata una delle varianti COVID. E' curioso il fatto che le ultime varianti del Coronavirus identificate in ordine di tempo abbiano ricevuto il nome di esseri mitologici oppure di misteriosi animali viventi (possibilmente pericolosi e letali). Interessante vedere che dalla nomenclatura ispirata a criteri scientifici e neutrali si sia passarti ad una nomenclatura mitopoietica.
2.
Ho sognato
Ero con mio fratello
Prendevamo parte ad un banchetto
Eravamo seduti ad un lungo tavolo
in mezzo a numerosi convitati
Non c'era servizio al tavolo
Ognuno doveva alzarsi e andare a prendere
ciò che voleva ad un buffet allestito poco più in là
Invece, sul tavolo erano già disposte
caraffe d'acqua e di vino, ma anche bottiglie di birra
Io mi alzavo e andavo a riempire un piatto per me e mio fratello,
solo uno - si badi bene -
perché altrimenti mio fratello sarebbe andato in escandescenze
accusandomi di volerlo fare mangiare troppo
Ho dunque riempito il piatto per entrambi,
ma un po' più ricco
Piccoli trucchi di armoniosa convivenza
La stessa cosa che faceva la mamma, per alcuni versi,
con bonomia e con grazia,
ma soprattutto animata di amore materno, inestinguibile
Al buffet c'era un po' di tutto,
di tutto e per tutti i gusti
Non mancavano gli allestimenti fantasiosi
Io procedevo lentamente nel riempire il piatto,
sentivo una specie di impaccio cognitivo
nel riconoscere le diverse pietanze
e nel capire come fossero fatte
Quindi, dedicavo molto tempo
all'analisi di ogni singola entry
cercando di capire appieno quali ne fossero gli ingredienti
In più cercavo in ogni modo di evitare
cibi contenenti abbondante cipudda
Quelli non avrei potuto proprio sopportarli
Sia come sia, alla fine, riuscivo nel mio intento
e tornavo al nostro tavolo con il piatto stracolmo
Mio fratello non era contento, però
Tentennava la testa e disapprovava con energia
Mi diceva che voleva soltanto bere un bicchiere di vino
e poi fumare una sigaretta
Nulla più
Io rimanevo paziente ad ascoltarlo,
senza contraddirlo
e, poi, cominciavo a piluccare qualcosa dal piatto,
porgendogli ogni tanto un boccone
che lui accettava, mostrando di gradire
Mai fargli notare, però, che stesse mangiando!
Era sempre così - è sempre così - che vanno le cose
Quasi rituale il suo rifiuto di cibarsi
Poi, però, si cibava a condizione che anche lo spingitore si cibasse
dello stesso cibo
Una specie di comunione - mangiando per di più dallo stesso piatto-
che scaturiva da una preliminare contrattazione
Faceva parte del suo modo di essere,
specie negli ultimi anni,
di non gioire mai del cibo,
di non accettare i piaceri della tavola,
di non cercarli
Fosse stato per lui
si sarebbe accontentato di una patata bollita a pranzo
e di una a cena
Cibo da anacoreta:
dopo la morte della mamma mio fratello
avrebbe voluto essere sempre un quaresimante spinto
Ma il bicchierino di vino
e la santa sigaretta
non dovevano mai mancare
Mi accorgevo che una delle entrée a cui avevo attinto
era guarnita di abbondante cipudda
Questa ingrediente era sfuggito al mio esame minuzioso
e ormai il danno era fatto
Pazienza!
Chissà perché ho sognato questo sogno
A volte i morti nei sogni ritornano
Forse questa volta sono stato stimolato
dall'aver dormito, per motivi organizzativi,
nella stanza che, da ragazzo,
dividevo con mio fratello,
ancora gravida della sua presenza
In attesa del sonno
questo pensavo:
Sto bene
Sono al caldo
Sono archetipico
Mi fa piacere dormire qui di quando in quando
Quando sono in questo lettuccio striminzito
é come se il cerchio si chiudesse
ed io potessi coltivare l’illusione di essere tornato ragazzino
con un enorme carico di speranze e sogni
davanti a me
Un giovane virgulto
verde e flessibile
elastico e duttile
tanta strada davanti
ancora tutta da percorrere e scoprire
Non so perché i nostri morti
si manifestano a noi
Forse, lui o altri, a volte,
ritornano,
perché sentono il bisogno di dirci qualcosa,
un annuncio in alcuni casi,
una premonizione,
oppure un semplice memento
La vita è fatta ed intessuta di ricordi
Senza, noi moriamo
Senza di loro, i nostri morti,
senza la loro presenza intessuta di ricordi
non non siamo nulla,
più fantasmi di un fantasma
Questo è quello che penso
(7 marzo 2023)
3.
Questa notte ho sognato mio fratello
Lo accompagnavo ad un evento
che si teneva in un grande palazzo storico,
irto di barriere architettoniche
Ad ogni passaggio
bisognava prenderlo di peso
con la sua carrozzina
e spostarlo al di là dell’ostacolo
Era una fatica da Titani
oppure degna di quel traghettatore
che poi ebbe nome di Cristoforo
Poi lo perdevo di vista
Ogni tanto lo scorgevo
Era come se avesse acquisito
la capacità di spostarsi da solo
pur imprigionato in quella carrozzina
(forse solo con la forza della mente)
E, da lontano, lo vedevo
andare a cacciarsi in posti impossibili
In cima a vertiginose scalinate
oppure su davanzali di enormi finestroni
aggettanti sul vuoto
Da queste postazioni
pareva che osservasse ciò che accadeva,
enigmatico o sornione,
come un Lone Ranger in carrozzina a rotelle,
anziché a cavallo
Avrei voluto raggiungerlo per aiutarlo,
ma ogni volta ostacoli
si frapponevano tra me e lui
oppure si attivavano complesse situazioni di folla,
acclamazioni o anche tumulti
Cercavo di gridare il suo nome,
di attirare la sua attenzione
ma dalla mia gola non usciva suono alcuno,
solo inefficaci gorgoglii
Lui si allontanava sempre di più,
sino a diventare evanescente
come un fantasma
oppure come un’entità metafisica
E poi non lo vedevo più,
la sua figura andava in dissolvenza
come in un film,
per poi scomparire del tutto
(29 ottobre 2022)
4.
Il sogno infinito
imprigionato in un loop
Vado ad un raduno di giovani anime
Siamo alloggiati all’ultimo piano
di un grande hotel in stile liberty
alquanto vecchiotto
Ci indicano di salire sino all’ultimo piano
per mezzo di un ascensore cigolante
Ci é stata assegnata una grande camerata
dove dei lettucci striminziti sono disposti affiancati
su ciascuna delle due pareti lunghe
Di fronte, possiamo accedere ai bagni comuni
piuttosto sporchi
Non succede mai nulla
Siamo lì imprigionati, come in attesa in un limbo
Poi ci sono all’improvviso delle scosse violente
e la torre dell’ascensore crolla,
fortunatamente senza vittime
Mi ritrovo a camminare per strada
poiché devo andare a recuperare la mia auto
Poiché indosso ai piedi
due paia di scarpe sovrapposte
non posso camminare bene
e vado avanti strascinando i piedi e ciabattando
Mi imbatto in un mio conoscente d’antan
e gli chiedo se voglia fare la strada
con me, per tenermi compagnia
Ma anche qui non succede mai nulla
Non arrivo mai da nessuna parte
(come spesso accade)
(30 ottobre 2022)
5.
Ho sognato
sognato
sognato
Ho viaggiato
Questa volta ero in una metropoli
e mi pareva che fosse
Roma Capitale
Facevo cose,
mi giravo e rigiravo,
mi muovevo
a volte annoiato
a volte pieno di meraviglia
Dovevo anche fare qualcosa d’importante
e mi rendevo conto
di aver dimenticato
tutto ciò che mi serviva
e soprattutto la mia consueta scorta di libri
C’era molta folla
Solcavo le strade con la sicurezza
di colui che sa
Poi dovevo accompagnare qualcuno
e diventavo, per così dire, lo duca suo
I sogni aprono scenari,
immettono in multiversi
La notte, quando dormo,
vorrei subito scivolare nel sogno
per entrare nella dimensione magica
che mi viene proposta
Se non ricordo il sogno,
poi, mi adiro
e penso di essermi perso
qualcosa di importante
La dimensione del sogno
mi è più congeniale
Non mi stanco mai
Devo sempre vivere sino in fondo
le avventure che il sogno
mi propone,
anche se talvolta
sento di provare un po’ di paura
ma poi mi dico;
“É solo un sogno!”
Mi chiedo come sarebbe
se - una volta o l’altra -
si rimanesse impigliati per sempre
nel proprio sogno,
specie se è uno di quelli inquietanti
A volte ho la sensazione
che sto sognando il sogno di un altro
E allora penso che il sogno
dia l’opportunità di vivere molte vite
E ancora una volta,
quando penso ciò,
torno ad essere
vagabondo delle stelle
Questo mio scritto è dell'ottobre 2010.
L'ho rinvenuto casualmente nel mio profilo Facebook e, per quanto abbia ricercato, non ve n'é traccia nel mio blog.
Evidentemente; non l'ho mai trasferito in questa sede.
Lo pubblicai il 21 ottobre del 2010, un giorno dopo il ricorrere del primo onomastica della mamma dopo la sua morte:
Durante tutto quell'anno - ed anche in quelli successivi - scrissi tante cose, come palese e tangibile segno di un lungo e faticoso processo di elaborazione del lutto.
Mi son messo davanti al PC, come di consuetudine e avrei voluto scrivere qualcosa, non sapendo ancora cosa.
Nulla di strano: mi capita spesso.
Mi piace l'idea di scrivere ogni mattina qualcosa, in assenza dell'esercizio di un compito specifico.
Solo per il puro piacere della scrittura.
Mi sono confrontato tuttavia con il vuoto totale.
Non c'era nulla che mi venisse in mente, non una traccia per quanto esile, non uno spunto.
Anche guardando vecchi scritti da rendere eventualmente visibili nella rete, in uno dei miei blog, avvertivo una strana ed inquietante svogliatezza.
Dopo un po' di questa sterile permanenza davanti allo schermo vuoto del PC, improvvisamente ostile, me sono andato a correre con il cane.
Durante questa vivificante attività ho riflettuto parecchio e sono giunto alla conclusione che ero sotto l'effetto del film visto il giorno prima, Una sconfinata giovinezza di Pupi Avati.
La trama è nota - e semplice, anche - tratta dall’opera letteraria omonima dello stesso regista.
E' la storia di Lino Settembre, un giornalista sportivo (Fabrizio Bentivoglio) molto noto ed apprezzato, la cui mente improvvisamente comincia a deragliare a causa dei primi sintomi del Morbo di Alzheimer.
Vi si dipana dolente il racconto delle vicissitudini di quest’uomo e della sua compagna Chicca, un’affermata ricercatrice universitaria (Francesca Neri),
Nell'Alzheimer è colpito l'individuo, la cui mente si va ritirando sempre di più sino ad un nucleo primitivo di memorie forti ed incancellabili, ma ad essere interessati sono anche la coppia e la famiglia nella sua globalità perché il Sé relazionale e lavorativo viene colpito insidiosamente con improvvisi blackout o con imbarazzanti deficit performativi.
Per quanto il soggetto colpito cerchi di mascherare il progredire delle sue mancanze, queste ad un certo punto esplodono, diventando evidenti in modi imprevedibili, sicché ad essere colpita è anche l'identità sociale sua e quella della propria famiglia.
C'è lo spegnersi progressivo delle capacità e delle abilità, anche di quelle acquisite e ben consolidate: è come se tutto, a poco a poco, si sgretolasse e poi prendesse a franare sempre più precipitosamente.
A volte la malattia progredisce con una progressione continua, a volte invece a balzi con crolli rovinosi, ai quali segue una lieve ripresa, ma mai un recupero allo stato antecedente.
Per quanto il soggetto cerchi di mascherare (e di negare) l’evidenza - anche a se stesso - la deriva è inesorabile, sino al momento in cui perderà definitivamente sè stesso e si perderà in un metaforico paesaggio nebbioso, alla ricerca di qualcosa che lo leghi alla sua infanzia perduta.
A differenza che nel duro compito di adattamento alla sofferenza e alla malattia cui deve andare incontro l’individuo affetto da cancro terminale, il processo di elaborazione qui è ridotto ai minimi termini: delle cinque “tipiche” fasi descritte da Elisabeth Kubler-Ross (in La morte e il morire, nel 2005 alla sua 13^ edizione), al malato di Alzheimer rimane soltanto la possibilità di sperimentare le prime due che - turbolente e tormentose - sono quella della negazione (con una serie di strategie per l’occultamento del/i sintomo/i) e quella della rabbia che, spesso, si traduce in reazioni di violenta aggressività nei confronti di familiari o amici che, di fronte all’evidenza della malattia, cercano di essere d’aiuto.
Forse nell'Alzheimer, non c’è quell'evoluzione successiva sino alla serena accettazione, come accade nei malati di cancro che abbiano svolto un percorso di elaborazione interiore, perché qui quella che si spegne e finisce con il disattivarsi è proprio la mente dell’individuo, mentre il corpo rimane molto più a lungo a segnare il passo, quando la mente consapevole lo ha già abbandonato.
Cosa resta come esito di questo processo? L'ancoraggio ad alcuni ricordi, sempre più remoti e collegati a forti emozioni che rimangono come esile traccia dell'identità adulta di un tempo (o, meglio, delle sue fondazioni).
Nel presente, il malato di Alzheimer regredisce sempre più alla condizione di un bambino, in una dimensione che prima pare senza tempo e che comincia a scivolare indietro verso uno stato della mente sempre più indifferenziato, sino a che quello che è sopravvissuto al deterioramento come un tessuto ormai logoro e sfilacciato, improvvisamente svanisce e con esso l'individuo medesimo, il cui corpo rimane indietro come un guscio vuoto.
Ai mariti, ai compagni di vita, alle mogli, ai figli in questo percorso malinconico all’indietro verso una giovinezza e un’infanzia “sconfinate” rimane soltanto la possibilità di interagire utilizzando quei pochi spazi di manovra ancora preservati, accettando il fatto che il proprio congiunto stia rivivendo una seconda infanzia e che, dopo questa moratoria più o meno breve, la sua mente svanirà per sempre.
Con quale parte della mete (e nel senso più lato della psiche, compreso il livello emozionale, dunque) si può interagire nelle fasi più avanzate della malattia?
Forse con il gioco, commisurato con l'età mentale in cui l'individuo sta sostando prima di riprendere a scendere la china e con gli esercizi di memoria, anche questi adeguati alla fase involutiva: sembra assodato che l'esercizio costante delle facoltà mnesiche possa aiutare a trattenere un po' più a lungo i ricordi (e questo vale naturalmente per tutti noi, anche per chi non è affetto da Alzheimer).
Il film di Avati contiene tutto questo, descritto con tenera levità, con delicatezza, sino alle immagini finali di un paesaggio annebbiato in cui il protagonista si aggira sperduto nelle nebbie della sua mente alla ricerca dell'ultimo ricordo vivo in lui e poi quelle di un bellissimo prato in piena luce, appena tosato, in cui lui cammina con Perché, il cane che aveva amato da ragazzo, sino alla dissolvenza finale.
Il film mi ha messo di fronte ad alcuni interrogativi, che sono quelli comuni a chi, avendo superato alcuni fondamentali giri di boa della propria cronologia, molto naturalmente si trova ad interrogarsi su cosa l'aspetti, su come si dipanerà la propria esistenza negli anni prossimi venturi, mentre - al tempo stesso - si ritrova a rivisitare sempre più spesso il proprio passato, angustiato del fatto che una parte dei ricordi di eventi del trascorsi, che prima apparivano così saldi, si vadano dileguando e si facciano via via più evanescenti ed imprecisi.
Per questo motivo, c'è forte il desiderio di poter trasmettere tutto questo, passando di mano il testimone dei propri ricordi, con dentro quanti più pezzi sia possibile della propria vita.
A volte, non c'è nessuno a cui indirizzare questo lascito: verrebbe voglia di lanciare una capsula del tempo, a postuma memoria di sé, piena di carte, di oggetti, di piccole storie: ma anche questo il più delle volte rimane un sogno velleitario.
Spesso, impotenti, attendiamo che i nostri giorni trascorrano e non facciamo nulla per fissare i ricordi del tempo che fu: forse, vorremmo che ci fosse qualcuno vicino a noi a cui di storie e ricordi che vengono da un passato remoto importi qualcosa.
La regola è che una cosa simile non capiti quasi mai.
Non ci si deve illudere.
Tante opere letterarie nascono proprio con questo intento che è quello di preservare nel tempo qualcosa (frammenti o un intero affresco) appartenente al passato dello scrittore.
Alcuni lo fanno in maniera esplicita con delle scritture diaristiche, altri invece hanno la capacità di trasformare tutto in opera letteraria: La recherche di Marcel Proust è un impareggiabile monumento alla memoria del tempo perduto, spesso citata e studiata dagli studiosi della Memoria.
Ci si chiede anche come finiremo: ed è normale, in fondo, che questa domanda ogni tanto faccia capolino da qualche angolo della nostra mente.
Ci sono cose che non fanno paura, perché abbiamo avuto modo di conoscerle direttamente, essendone testimoni.
Ciò che non conosciamo, invece, ci fa paura e ci paralizza.
Per esempio, mi ritrovo a pensare al modo in cui i miei genitori se ne sono andati.
Ho visto mio padre morire per un incidente aereo, quando ancora era nel pieno delle sue forze e delle sue energie, avendo ancora davanti a sé la prospettiva di una lunga vita laboriosa.
Mia madre, invece, è stata longeva, ma ad un certo punto benché la sua mente fosse lucida, il corpo non l'ha seguita più: ha cominciato a indebolirsi troppo velocemente e lei, pur positivamente legata alla vita (gioiosamente, ma anche con un fortissimo senso del dovere), ad un certo punto ha quasi deciso di andarsene, ritirandosi dalla vita, quando ha compreso che non poteva più essere d’aiuto e anzi creava problemi e difficoltà con la sua mancanza di autonomia.
Lucidamente, nei suoi ultimi giorni, vagheggiava l’Alaska e il grande Nord, ricordando di un romanzo che le avevo fatto leggere dei miei (Il paese dalle ombre lunghe di Hans Ruesch) in cui si parlava della maniera di morire degli Eschimesi che, quando sono divenuti incapaci di essere autonomi e sentono di essere solo di peso, si allontanano nel ghiaccio sconfinato e nella neve per sedersi lontano da tutto e da tutti e qui addormentarsi dolcement, trapassando così in un altro mondo. Ci diceva: Viva l’Alaska! oppure Portatemi fuori nella neve, con una sedia e una coperta magari e lasciatemi lì ad addormentarmi tranquilla nel freddo.
E, poi, se ne è andata, quando ha deciso lei: questa è stata la mia impressione e nessuno potrà mai convincermi del contrario.
Altri miei parenti sono deceduti per accidenti neuro-vascolari, in cui il danneggiamento neuromotorio è andato avanti di pari passo con il deterioramento mentale.
Tutto questo mi è noto.
Papà e mamma mi hanno dato due diversi modelli del morire: papà è stato il primo ad andarsene e lui ha avuto il beneficio della morte che desiderava, cioè uscire di scena in un attimo senza dover subire nessuno dei fenomeni legati all'invecchiamento. E’ stata la sua una morte repentina ed improvvisa che lo ha colto di sorpresa senza che nemmeno se ne accorgesse. Quando ero ancora molto piccolo, mi disse, dopo aver appreso della morte di un suo amico e collega giornalista trovato morto per infarto alla poltrona della sua scrivania: E’ così che mi piacerebbe morire!
Mamma, invece, ha vissuto vigorosa e piena di forze sino a pochi mesi dalla sua morte e, sino alla fine, ha lottato strenuamente per non venir meno ai suoi compiti e a ciò che, nella sua vita, aveva ritenuto prioritario. Poi, quando ha capito che non ce la faceva più a stare al passo con il suo elevato standard e che sarebbe stata soltanto "di peso", s'è abbandonata al sonno e all’oblio.
Sembrerebbe quasi incredibile dirla in questa termini, ma io che sono stato testimone del suo "transito" mi sono fatto una ferma convinzione che le cose siano andate proprio così.
Io non ho idea di come saranno i miei ultimi giorni e soprattutto di come avverrà la mia fine.
Come uscirò di scena?
Non lo so.
Anche se potessi saperlo, comunque, non vorrei saperlo.
Certo è tuttavia che l'Alzheimer attiva degli inquietanti fantasmi: e forse proprio per questo l’altra mattina non riuscivo a scrivere proprio nulla. Pensavo alla storia del film visto il giorno prima e il soffermarmi su di essa aveva un effetto ottundente su qualsiasi altra mia facoltà.
Non mi piacerebbe svanire nel modo tracciato in modo così dolente dal film di Avati: anche perché in un processo come questo – essendo intaccata la mente pensante - si perde la possibilità di dar testimonianza di ciò che accade e si perde, al contempo, la possibilità stessa dell’elaborazione del processo di decadimento che ci sta accadendo, come dicevo prima.
Da un certo momento in poi si svanisce e basta.
E tutto quello che sei stato prima non conta più.
Si finisce con il frammentarsi e con il franare dei propri ricordi personali, fino a che, anche davanti agli altri, di te, non rimane altro che un guscio vuoto: una figura che dapprima si sgrana e poi va in dissolvenza.
Si può lottare contro questa erosione della propria capacità di ricordare: Jonathan Franzen lo racconta a proposito del proprio padre in un denso amarcord (Jonathan Franzen, Il cervello di mio padre, in Come stare soli. Lo scrittore, il lettore e la cultura di massa, Einaudi, 2003).
"Una delle storie che intendo raccontare, quindi, mentre cerco di perdonare a me stesso la lunga cecità nei confronti della malattia di mio padre, riguarda la sua propensione a nascondere quella malattia, e il fatto che per parecchio tempo conservò un carattere abbastanza forte da riuscirci.
(…)
In un cassetto trovammo le prove di piccoli, furtivi sforzi per non dimenticare. C’era un mucchio di biglietti su cui aveva scritto l’indirizzo dei suoi figli, un indirizzo su ognuno, ripetuto su parecchi biglietti. Su un altro biglietto aveva scritto la data di nascita dei figli maggiori…" (ib. P. 31-32).
E questo ha scritto una lettrice (mio contatto su FB, dopo aver letto le mie parole
(OF) Mi hai commosso Maurizio, e ciò che scrivi potrei sottoscriverlo anche io. Ho visto, nella mia famiglia, come si muore di cancro (mia madre, in 2 mesi) e come si muore di Alzheimer (il marito di una zia) con un'agonia durata vent'anni che ha spazzato via (senza troppi favoleggiamenti) la sua vita personale e quella della sua famiglia. Per questo non sono andata a vedere il film di Avati: per quanto possa essere lucido e realistico il suo modo di rappresentare la malattia non mi sognerei mai di descrivere lo stato di chi si ammala di questa "cosa" orribile come un viaggio verso una "sconfinata giovinezza"... Dimenticare chi si è, regredire senza rimedio ad uno stato in cui non controlli neppure i bisogni e le funzioni primarie non ha nulla di "poetico"...Tutto questo mi mette addosso solo un'immensa tristezza e ti ringrazio per aver focalizzato nel tuo testo tanti aspetti sui quali anche io rifletto da tempo. Tu scrivi: "...vorremmo che ci fosse qualcuno vicino a noi a cui di storie e ricordi che vengono da un passato remoto importi qualcosa..."
Tanto basta per dirti GRAZIE…
Pupi Avati, Una sconfinata giovinezza, Garzanti, 2010
(risguardo di copertina) Sono passati molti anni dal momento in cui si sono innamorati, ma Lino Settembre e sua moglie Chicca continuano ad amarsi. Anche se in apparenza sono persone molto diverse: lei insegna Filologia medievale all'università, lui è un popolare giornalista sportivo che parla spesso di calcio in televisione. Non hanno avuto figli, ma proprio questa mancanza ha finito per rendere ancora più solido e sereno il loro legame. Finché un'ombra non inizia a offuscare la mente di Lino. All'inizio solo momentanei cali d'attenzione, poi vuoti di memoria sempre più ampi e preoccupanti. E a quel punto che comincia la seconda vita di Chicca e Lino, un nuovo amore. Con le sue storie e i suoi personaggi, Pupi Avati sta tracciando uno straordinario autoritratto del nostro paese e del nostro tempo, rivelatore e commovente, tra costume e sentimenti, tra attualità e memoria. Il protagonista di Una sconfinata giovinezza, Lino, perde il contatto con il mondo che lo circonda ma trova rifugio nel ricordo dell'infanzia, nelle sue emozioni e nei suoi profumi. E Pupi Avati, nel raccontare una vicenda che affronta temi di drammatica urgenza, ci sa emozionare e sorprendere.
"La morte e il morire" di Elisabeth Kubler Ross è stato per me una lettura di fondamentale importanza. I tardi anni Settanta (dalla conclusione dei miei studi di Medicina) e i primi anni anni ...
Mio figlio mi ha detto, mentre ce ne stavamo nella piazzetta vicino alla scuola: Guarda, papà, c’è un maranza!
Io: Che cosa? Dove?
Strizzavo gli occhi in varie direzioni, cercando di vedere, di avvistare anche io.
Ma niente!
Lui: Se ne è andato!
Siccome Gabriel è appassionato di automobili, ho pensato che si trattasse di un nuovo modello di auto.
Ho chiesto: Ma cos’é un/una maranza?
Mi ha detto: Cerca su internet!
(furbo lui!)
E così ho fatto!
Primo rimando: una località geografica mei pressi della Val Pusterla.
No!
Secondo rimando: ci siamo!
Ed ecco la spiegazione:
Partiamo dal nome. Il termine veniva usato a Milano negli anni '80 per identificare i classici “tamarri” o “coatti”: oggi siamo di fronte a una versione 2.0. “Maranza” è tornato in voga quest'estate per riferirsi ai classici “bulletti” che vengono dalla periferia e che sfoggiano un look più o meno definito.
Altra definizione: Persona giovane, vistosa e volgare nei modi, prevalentemente di sesso maschile. Equivale a coatto, truzzo, tamarro.
Il classico maranza sarebbe un “tamarro” o “coatto“. Quindi, sempre in tuta, acetata o tech, o con le divise sportive delle squadre di calcio (ad esempio Real Madrid o Paris Saint Germain). Sopra porta un giubbotto imbottito senza maniche. In testa mette un cappellino e/o un bandana.
Quindi, in sostanza, maranza è l’equivalente di tamarro o di coatto, entrambi i termini da me conosciuti per via della mia permanenza a Milano, ai tempi della specializzazione.
Anche se oggi il termine maranza raccoglie una categoria di personaggi sempre più rappresentati e provenienti (ma non solo) dai ghetti urbani che si propongono per un loro atteggiamento molestante, prevaricatorio e da bulli: in questo senso il maranza di oggi rappresenta un'evoluzione sociologica sicuramente preoccupante.
Sono rimasto alquanto sorpreso!
Ma i nostri ragazzini dove se li vanno a trovare certi termini?
tamarro
s. m. (f. -a) [prob. dall’arabo tammār «mercante di datteri»]. – Voce region., in uso nell’Italia merid., e da lì diffusa anche altrove nel gergo giovanile per indicare persona, per lo più di periferia, dai modi e dall’aspetto rozzi, volgari, villani: ha smesso di disprezzare i tamarri (Melania Mazzucco).
Il termine "maranza" non è una novità. La parola esiste da sempre in quanto parte dello slang giovanile milanese: viene attribuito ai classici ragazzi di strada che vanno in giro in comitive numerose, provengono dalle periferie cittadine e si atteggiano a bulli. Le loro azioni vandaliche hanno lo scopo di creare confusione in modo caotico e volgare. Sono ben identificabili per il loro stile grezzo, "tamarro": capelli arruffati, tuta in acetato di marca (solitamente contraffatta), borsello a tracolla e maglie delle squadre di calcio. Look completato da collane e orologi vistosi. Questo loro stile opinabile porta i maranza a essere presi in giro sui social media ma da bulletti a gruppo di delinquenti il confine è breve.
Si narra che tre ragazze arabe provenienti dalle montagne avessero un solo grande sogno: quello di bere il tè nel Sahara; per questo misero assieme tutto il denaro che avevano e si fecero portare nel deserto, dove di duna in duna andarono in cerca si quella più alta: verranno poi ritrovare da una carovana nella stessa posa in cui si erano addormentate, con le tazze piene di sabbia.
C’è qualcuno
che vive alla ricerca dell’onda perfetta
ma è semplice
l’onda perfetta non esiste
Esistono, sì, delle circostanze
che, a volte, interagiscono
in modo perfetto,
creando il caso,
pressoché unico e irripetibile
Quindi la ricerca dell’onda perfetta
è - in sé - vana e futile
Se la cerchi, non la troverai mai
Se l’aspetti, non arriverà mai
Puoi spendere tutta la vita, invano,
aspettando l'onda perfetta di Daniel Alexander Dolphin,,
cercando il volo perfetto di Jonathan Livingstone Seagull,
cercando di arrivare alla duna più alta
dalla quale contemplare il deserto all'alba,
dove a sedersi per una cerimonia del The,
avendo la veduta più bella,
ma questa ricerca non avrà mai fine
(sarà sempre interrotta dalla morte
e il desiderio rimarrà inesaudito)
Invece, sei tu stesso a crearla,
quell’onda perfetta,
unica ed irripetibile,
solo se sei orientato nel modo giusto
(ricettivo, disponibile, aperto)
nei confronti del mondo
delle cose
delle persone
di te stesso
L’onda perfetta
sta tutta racchiusa
nell’incontro con la meraviglia
nell’incontro con il Dio delle piccole cose
È la pagliuzza d’oro
che brilla in mezzo a migliaia
di pagliuzze di mica
Anche nell’incontro con una mosca
che ti affligge con il suo ronzio molesto
può esserci la meraviglia
oppure nella foglia ingiallita
che cade fluttuando lenta
nella brezza autunnale
E dunque l’onda perfetta
è sempre lì a portata di mano,
a portata di te
Allunga la mano e prendila,
afferrala,
falla tua,
prima che ti sfugga per sempre
E' la storia di un delfino di nome Daniel Alexander Dolphin che,anche da adulto, non smise di rincorrere i propri sogni. Mentre i suoi simili pescavano tutto il giorno lui andava alla barriera ...
non condivido pienamente la storia scritta da Sergio Bambaren, ne "Il Delfino" e che potete leggere seguendo il link. In un tempo remoto forse sì, quando per un po' di tempo dominavamo i cascami new age
Questo scrissi il 14 ottobre del 2011, a proposito dei libri e della perdita d'interesse per la lettura da parte dei più. Questa piccola nota è rimasta dimenticata tra le pieghe di Facebook sino ad oggi.
Penso che valga la pena riportarlo qui sul mio blog perchè sento che in qualche modo sia ancora attuale.
Nei secoli bui dell'umanità, i libri in odore di eresia venivano bruciati in pubblici roghi con la stessa ritualità solenne con cui i "peccatori" venivano arsi tra le fiamme. In modo più rozzo e brutale, i nazisti bruciavano tutte le opere che fossero in odore di eresia, ebraismo, semitismo, sionismo.
Nelle dittature del pensiero, lo stalinismo in testa, i libri e i documenti ufficiali venivano proibiti o, in maniera più sottile, epurati da tutto ciò che fosse difforme rispetto all'assetto del momento, in uno sforzo immane di riscrittura della storia degli eventi e delle idee.
E il romanzo di George Orwell, 1984, è di tali procedure uba semplificazione paradigmatica.
Eppure i libri arricchiscono l'umanità. Marco Aurelio, che era un lettore profondo e un filosofo, fu uno dei più grandi imperatori romani, quanto a statura morale, anche se le sue campagne militari non ebbero eguale successo (forse proprio per il fatto che i suoi interessi più vivi era polarizzati altrove).
Oggi si legge sempre meno.
E chi dovrebbe guidare il paese, forse (salvo qualche rara eccezione), legge meno di tutti.
Vi siete mai chiesti se il Berlusca abbia mai letto un libro?
Forse si sarà limitato alla scorsa di "barlezzettieri", per avere sempre un raccontino pronto da esporre nei momenti meno opportuni.
Ma indubbiamente certi suoi strafalcioni e certi grezzi pregiudizi più volte ripetuti sino alla nausea rivelano poca cultura: da uno che dice "Romolo e Remolo" non c'è da aspettarsi molto.
Eppure i libri arricchiscono, perché consentono un continuo dialogo tra presente e passato e danno sempre - anche quando si tratta di opere narrative - dei vertici di osservazione inediti sulla realtà che ci circonda.
Oggi, in fondo, quanto preconizzato da Farenheit 451 (sia nell'opera visionaria di Ray Bradbury, sia nel film omonimo di Truffaut) rimane quanto mai attuale, anche se in modi più sottili ed insidiosi, con l'assedio dei moderni gadget che vorrebbero rimpiazzare la pagina scritta e il libro.
Se ci chiedessero di salvare dei libri da una catastrofe quali sceglieremmo?
Sarebbe un compito difficile e arduo, come quei sopravvissuti che (nel film "The day after tomorrow") per riscaldarsi dal gelido freddo polare nato da un'improvvisa (ma annunciata) catastrofe climatica e asserragliati all'interno della fornitissima biblioteca centrale di New York City devono utilizzare i libri come combustibile e non sanno, in certi momenti, quali sacrificare per primi.
Ma, in ogni caso, salvare dei libri, anche pochi soltanto, sarebbe tassativo.
Cosa ci rimane se non i libri e l'ancoraggio alla pagina scritta davanti alla catastrofe imminente - non quella fisica e devastante del declino del corpo, non quella eco-sistemica, non quella di una delle apocalissi prossime venture - ma quella devastante ed incalzante dell'inabissarsi della cultura e dei suoi valori, della fine del piacere della lettura a favore di piaceri più effimeri e superficiali e della perdita collettiva della memoria?
Anche ai migliori lettori può capitare di incorrere in quello che viene definito blocco del lettore. Si tratta di un momento di stallo, in cui nessun libro sembra destare interesse adatto al proprio mondo interiore: un momento in cui inoltre non si riesce mai a trovare il tempo di dedicarsi alla letteratura.
L'incubo di molti scrittori è il cosiddetto "writer's block", ovverossia il "blocco della scrittore" (o sindrome della pagina bianca), quando la penna di un autore unon riesce più a tracciare solchi sulla carta e a produrre pagine di senso compiuto.
Molti scrittori hanno partorito dei romanzi il cui tema centrale è appunto il paventato "blocco dello scrittore", storie parzialmente autobiografiche in cui lo stesso scrittore analizza e descrive qualche crisi di questo tipo che ha sperimentato in passato.
Fa da contraltare al "blocco dello scrittore", il "blocco del lettore", quando un lettore - più o meno prolifico che sia - viene preso da una sorta di inedia letteraria e nessun libro risulta più appetibile al suo palato, anche se gli stimoli alla lettura sono molteplici e nella sua "dispensa" letteraria si sono già accumulati molti volumi che fanno parte della lista delle prossime letture, mentre all'orizzonte si addensano altri volumi che possano entrare nelle capaci riserve del lettore accanito (la "legna da ardere" accumulata in vista di un lungo inverno).
Ebbene, in questi momenti, nulla più riesce a scuotere il lettore vorace dal suo torpore; se ne sta lì, provando e riprovando, magari sentendosi anche in colpa perché non legge e non avanti con il suo programma di lettore o perché non da libero corso all'attività che predilige.
E in questo non ha riposo, non ha pace, si tormenta.
Forse ciò accade perché ci siamo sottoposti ad una pressione eccessiva, riempiendo ogni spazietto del nostro tempo libero con le letture, inventandoci addirittura altri intervalli di tempo da dedicare alla lettura (magari non dormendo la notte).
Ci siamo saturati.
Non si deve insistere, in questi casi.
Insistere porta all'effetto contrario, come nel caso dell'insonne che vuole dormire, vuole riaddormentarsi ad ogni caso; e, imprigionato com'è nell'ansia da prestazione (che in questo caso si traduce nel "produrre sonno"), non si rilassa a sufficienza perché il Sonno possa sorprenderlo.
Nei confronti della lettura non funziona il "volli, e volli sempre, e fortissimamente volli" di alfieriana memoria, poiché la lettura (a meno che non sia finalizzata all'apprendimento e allo studio) è un'attività che si svolge (o dovrebbe svolgersi) fondamentalmente all'insegna del piacere.
E allora?
Bisogna sapere attendere! Dar tempo alla nostra mente di far sedimentare le scorie letterarie o di metabolizzarle; lasciare che il cervello sovraeccitato e sovraccarico di parole, di frasi memorabili, di trame e di personaggi, si raffreddi e si riposi; facendo sì che, attraverso il riposo si rigeneri (e facendo sì che il sovraccarico di informazioni e le tante, troppe vite che la lettura costante ci trasmette, decantino).
Occorre riesumare quella pratica agricola del maggese, oggi semi-dimenticata per via dello sfruttamento intensivo dei terreni e dell'utilizzo dei fertilizzanti chimici, che era quella di tenere a rotazione un appezzamento di terreno a riposo, "a maggese" come si diceva, per un anno o per periodi di tempo più lunghi: un riposo attivo, in verità, poiché senza la semina di specifiche sementi "produttive" e con la comparsa di specie non domestiche, il terreno si rigenerava e, dopo un intervallo dato, era fosse nuovamente pronte ad accogliere la semina dell'uomo e a fare sviluppare piante dalla crescita sana e vigorosa.
E dunque: se da lettori (da lettori "golosi" e "ingordi" ci sarebbe da aggiungere) ci dovessimo confrontare con il temuto "blocco del lettore", mettiamoci tranquillamente "a maggese" per il tempo necessario oppure lasciamo sorprenderci da incontri inattesi e dalla scoperta di ciò che non è non è nella nostra lista mentale di letture alla quale tenderemmo ad attenerci scrupolosamente: in questi casi, l'incontro con una lettura che, in altri momenti avremmo snobbato è come l'erba selvatica (a cui ordinariamente si attribuisce poco valore) che cresce e si dispiega in un terreno tenuto a maggese e fungerà sicuramente da fertilizzante naturale e da attivatore.
In fondo è lo stesso tipo di pausa che si richiede quando si termina di leggere un libro che ci ha preso con un'intensità straordinaria e mai vista: in questi casi non ci riesce - a volte - di prendere in mano, subito, un altro libro, perché la nostra mente è ancora sovraccarica di quelle vicende e di quei personaggi.
Il mio amico Geronimo su Facebook ha recentemente sollevato questo tipo di problema nel gruppo "Parliamo di libri, parliamo di noi" e con il suo quesito mi ha dato lo spunto di scrivere queste riflessioni.
Così scrive su Facebook nel gruppo "Parliamo di libri, parliamo di noi" il mio amico virtuale Geronimo Wolf:
(29 settembre 2023) Da circa due settimane ho una sorta di blocco del lettore.
E ciò per noi lettori è un dramma.
Ho iniziato almeno 5 libri ma dopo qualche pagina li ho mollati, neanche la Patagonia di Chatwin mi ha svegliato dal torpore.
Sono andato in libreria con l'intento di acquistare un libro con caratteri grandi, di semplice lettura e poche pagine, ma son uscito con 'Figlio di Dio' di McCarthy.
Tutto l'opposto [di ciò di cui avrei avuto bisogno].
Anche in questi momenti mi rifugio nei drammi psicologici, sarà un vizio.
A casa ho tirato fuori dalla libreria parte dei libri ancora da leggere che giacciono moribondi da tempo,
Ne ho letto gli incipit senza capire granché, mentre la frustrazione prendeva il sopravvento su questo povero me, lettore sul viale del tramonto.
Tra un ahimè e l'altro, l'occhio mi è caduto su un libro avente le caratteristiche sopra elencate, regalatomi da un'amica per il compleanno di due anni fa.
Un libro che pensavo non avrei mai letto, che invece mi sta regalando momenti piacevoli e che non necessita di molta concentrazione, se non per i nomi giapponesi dei vari personaggi protagonisti.
Ma non si può avere tutto dalla vita.
Vi è mai successo di attraversare un periodo di apatia verso la lettura?
Secondo voi va assecondato o si deve continuare a leggere, anche solo la lista della spesa, i programmi tv e le ricette di nonna Pina?
Grazie, buona serata a tutti.
PS: anche scrivere questo post mi sta costando fatica, quindi vi prego di regalarmi qualche soddisfazione coi vostri commenti.
Stare a maggese
Il termine “maggese” – derivante dal mese di maggio – indica una pratica agricola che viene svolta fin dall’antichità in questo mese.
Consiste nel fare una serie di lavorazioni su un terreno povero, tenuto a riposo, con la finalità di prepararlo ad una successiva coltivazione e soprattutto renderlo pronto per la “rotazione delle colture”.
È un terreno ben arato, lavorato con l’erpice – un attrezzo costituito da lame, denti o dischi su telaio – ma lasciato non seminato, a “riposare” per una anno intero o più, senza appunto renderlo produttivo.
Passando dalla metafora rurale alla Psicologia, lo stare o il mettersi a maggese è una capacità fondamentale che è utile acquisire per il governo efficace di noi stessi e della nostra emotività, in occasione di specifici eventi e/o periodi della nostra vita.
La nostra mente, ma in questo caso soprattutto il nostro cuore inteso in senso affettivo/sentimentale, sono infatti paragonabili ad un campo agricolo: non possono subire lo “sfruttamento intensivo” delle risorse ed essere sempre in tensione “produttiva”.
Il rischio è che il “terreno” si inaridisca al punto tale da diventare di fatto improduttivo.
È necessario, oltre che opportuno, equilibrare saggiamente il momento della “coltivazione” con quello del “riposo attivo”, ossia quello di un tempo/spazio personale in cui ci si rigenera, ci si prende cura di sé, ci si ascolta in profondità e si allentano o annullano del tutto gli intensi ritmi della produzione vissuti nelle attività quotidiane e nelle relazioni con gli altri.
Silvio Morganti, nel suo originale libro Le voci del silenzio (Editori Riuniti, Roma, 1994), descrive lo stare a maggese nel modo seguente: “Molte volte ci può capitare di registrare consciamente una pacata riluttanza ad applicarci a qualcosa che avremmo il dovere di fare.
Ci rimproveriamo con severità, ma non riusciamo a costringere la nostra capacità esecutiva al dovere.
Sentiamo che abbiamo bisogno di restare un po’ in ozio.
Il rimanere a maggese è caratterizzato anche da un altro importante aspetto: non lo si può raggiungere nell’isolamento totale e nella deprivazione.
Bisogna acquisire la capacità di essere soli in presenza di qualcuno che ci stia discretamente vicino.
Questo garantisce che il processo psichico rimanga sotto controllo e che così non si trasformi in processo morboso, introspettivo e penosamente tetro”.
Il contadino, anche se non semina, vigila sempre sullo stato del suo campo.
Lo stare a maggese è “sospendere” per un periodo l’attività della nostra mente ma anche del nostro cuore rispetto ad un “oggetto specifico” – una relazione, un amore, il lavoro – per il tempo necessario che serve loro a rigenerarsi.
Possiamo assimilare lo stato di maggese a quello che i Romani chiamavano “Otium” – il ritiro nello spazio privato – in contrapposizione al “Negotium” che indicava invece l’insieme delle attività di scambio e di comunicazione svolte nel Foro o nella pubblica piazza.
L’“Otium” non va confuso con l’“Otiositas” che risponde all’accezione negativa dell’oziare secondo quanto S. Benedetto ha menzionato nella sua Regola.
“C’è un tempo per abbracciare ed un tempo per astenersi dagli abbracci”, troviamo scritto nella Bibbia.
Ecco il motivo fondamentale per cui la strategia de “Il chiodo scaccia chiodo” in amore è molto rischiosa.
Dopo aver vissuto una relazione od una storia importante, soprattutto quando è “finita male”, bisogna lasciare al “terreno dei sentimenti” un tempo per riposarsi e riprendersi, altrimenti lo “sfruttamento intensivo” può anche renderlo “sterile”, vale a dire incapace di generare rapporti soddisfacenti e frutti amorosi saporiti in un tempo successivo.
È necessario una buona dose di coraggio e di equilibrio interiore per astenersi ma il saper aspettare è ripagato dal fatto che il futuro incontro sarà ancora più emozionante e significativo.
Quasi tutti sono a conoscenza del famigerato blocco dello scrittore, scrittori in preda a deliri che fissano il bianco delle schermo del pc (o del quaderno) alla confusa ricerca delle parole giuste
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre
armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro
intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno
nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e
poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a
fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.