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5 maggio 2021 3 05 /05 /maggio /2021 07:28
Francesco Crispi giornalista (1918-1972) - Foto di Maurizio Crispi

Oggi è il 5 maggio e ricorre il 49° anniversario dell'incidente aereo di Montagna Longa, nel quale perse la vita mio padre Francesco, assieme a tutti i passeggeri e ai componenti dell'equipaggio di quel volo, in tutto 115. E successo 49 anni fa, ma a me sembra ancora ieri:  Molte vite, troppe, furono spezzate in una vampa sul monte. Il ricordo di quel dolore è tuttora vivido per tutti.

In quella circostanza perse la vita anche una mia cugina, figlia del fratello di mamma, Giovanni, Elisabetta Salatiello (e, ovviamente, cugina di Maria Patrizia) che, in quel periodo, aveva avviato un lavoro a Roma. Quell'aereo era pieno di palermitani "impegnati" su vari fronti e che si muovevano con notevole frequenza da Palermo per lavoro. Tutti ritornavano quel venerdì che era esattamente alla vigilia delle elezioni politiche e, dunque, quel disastro colpì duro. Da Carini la folla radunata in piazza per l'ultimo comizio prima del silenzio elettorale vide la vampa sul monte.
In questa ricorrenza, a seguito di alcuni post condivisi e in risposta ad alcune domande, sono arrivati alcuni frammenti di ricordi (cose di cui forse ho già parlato in altre circostanze).
L'orologio che mio padre aveva al polso non venne mai restituito: si dice che subito, prima ancora che sulla montagna potessero salire i primi soccorsi ufficiali, ci fu il tempo perchè alcuni mettessero in atto esecrabili azioni di sciacallaggio, alla ricerca di denaro e di preziosi.
Per esempio, a distanza di tempo, ci convocarono al comando dei Carabinieri di Palermo per restituirci il portafoglio di mio padre con i documenti che aveva con sé (carta d'identità, patente e poche altre cose) e che, però, non conteneva alcuna banconota (una mancanza che saltava all'occhio, poichè a quel tempo non esistevano ancora i Bancomat). Ci restituirono la fede nuziale, un po' deformata (e si poteva immaginare perché) e la chiave per aprire la valigetta samsonite, con cui papà viaggiava, e l'impugnatura della chiave era scalfita da uno sfregio (e si può immaginare perché). Un autentico, triste, reperto, tengo tuttora nel mio mazzo di chiavi in uso e ogni tanto percorro con il polpastrello quella scalfittura (e quando lo faccio non posso non pensare alla potenza dell'esplosione e dell'impatto). La fisicità di quest'oggetto minuscolo e la presenza fisica di quello sfregio, inciso indelebilmente sulla superficie di metallo, mi riconducono ogni volta in quel uogo e in quel momento.
Quella fede ammaccata mia madre la indossò assieme alla sua, mettendola sotto perchè essendo il dito di mio padre, altrimenti sarebbe sfuggita via. Ma dopo qualche anno la mise via, non so perchè.
Non andai mai all'Istituto di Medicina Legale dove erano state raccolte le salme o quel che restava dei corpi. Mi dissero che non era necessario che io mi sottoponessi a quel supplizio ed io accettai supinamente quest'indicazione. Ero troppo stralunato per oppormi.
Rimasi ad aspettare a casa, assieme alla mamma e a mio fratello.
A distanza di tempo mi dispiaccio di non essere andato e di non aver assaporato quel calice sino in fondo.
Di mio padre vidi, dopo un paio di giorni, soltanto una cassa da morto che venne portata in casa per la veglia funebre, già sigillata. E non potei che accettare il fatto, ma senza io averne alcuna evidenza fisica, che lì dentro ci fosse proprio lui. Forse per via di questa mancanza, quando la mamma è morta, l''ho voluta fotografare per un ultima volta, composta nella bara. E così ho fatto per mio fratello.
Un mio zio mi mostrò una foto pubblicata su "L'Ora" che ritraeva una chiazza scura (che faceva pensare ad un corpo) addossata ad una barriera di filo spinato, e uno in piedi che guardava ad essa, un po' chino in avanti, una foto ripresa in notturna con il flash e quindi con i contrasti sparatissimi: e mi disse che forse si trattava di papà per come era stato trovato.
Sono dei ricordi indelebili che ogni tanto riaffiorano.
Quando mio padre è morto aveva da poco compiuto 54 anni ed io ne avevo 22.
Oggi che, dalla sua scomparsa, ne sono passati 49 di anni, io ho vissuto per 15 anni più a lungo di mio padre e pertanto sono diventato più vecchio di lui che, per me, è fissato nel ricordo quando all'improvviso non torno più.
Le cose strane della vita.
Se avesse continuato a vivere (e lui diceva sempre che avrebbe vissuto a lungo perché tutti nella sua famiglia erano stati longevi), avrebbe da poco compiuto 103 anni.
Quando è morto, io ero in difficoltà nel rapportarmi con lui, visto che aveva una grande statura intellettuale ed io, nel confronto, mi sentivo piccino ed insignificante. Ero alla ricerca della mia identità e, dunque, cercavo di prendere le distanze da lui, a volte rifiutandolo quando lui cercava di essermi vicino.
E poi è morto e, quindi, il possibile confronto è rimasto in sospeso, lasciandomi dentro molto rimpianto ed amarezza, per le parole che non ero stato capace di dire.
Così vanno le cose della vita.

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4 maggio 2021 2 04 /05 /maggio /2021 08:41
assembramenti in occasione di Inter vincitrice scudetto 2020-2021 (fonte: MilanoToday)

A posto siamo.
Con quattro partite di anticipo rispetto alla fine del Campionato di Serie A, è certo che per l'Inter è assicurato lo scudetto dopo più di dieci anni trascorsi a stecchetto, nell'eterno antagonismo con il Milan (credo, almeno, del Calcio non me ne può fregar di meno).
Risultato immediato: festa di piazza con oltre trentamila (dico TRENTAMILA!) tifosi e supporter scesi in piazza a festeggiare: quindi, assembramenti megagalattici, ovviamente niente mascherine, niente distanziamenti, conversazioni urlate e sputacchiamenti assicurati. Nube tossica e letale che si spande su questa bolla di abbassamento radicale delle precauzioni.
Non ci sta proprio.
Ma quello che non capisco è l'atteggiamento tiepido degli amministratori e dei commentatori nei media.
Come se, nel nome del Calcio, tutto dovesse essere consentito e che, di conseguenza, occorra guardare a simili eventi con atteggiamento paternalistico: "In fondo sono solo ragazzi che festeggiano". Oppure: "Sarebbe stato peggio se tutto ciò fosse avvenuto allo stadio!" [ma cosa vuole significare questa frase, poi: forse questo "Non stateci a rompere i coglioni perchè gli stadi sono ancora chiusi al pubblico"?.
E, in ogni caso, con assoluta tranquillità, dicono: "Be', tra due settimane si vedranno le conseguenze di tutto questo!". E ci sono altri che chiosano: "Al tempo dei festeggiamenti partenopei per una vittoria del Napoli, sempre in tempo di Covid, ci fu in piazza un analogo furor di popolo, ma in quella circostanza non si verificò il temuto incremento dei contagi". E quindi - sembrano suggerire, con questo riporto: non demonizziamo, non preoccupiamoci! Dai, vedrete che non succederà nulla! Assurdo.
Mi sento di poter dire che, in fondo, dal tempo dei combattimenti dei gladiatori nell'antica Roma non è cambiato nulla. Date loro panem et circenses e tutto andrà bene.
Ma in che mondo viviamo?

A queste scene ignobili hanno fatto da contrappunto quelle verificatesi nell'ultimo week-end in molte piazze d'Italia, con assembramenti giganteschi (sempre senza mascherina) ed infrazioni di massa alle regole del coprifuoco.
Sono profondamente arrabbiato!
Ci sono i cittadini che si uniformano alle regole per la propria salvaguardia, ma soprattutto per quella della comunità.
Cittadini che per questi motivi fanno sacrifici e si limitano costantemente, anziché dare libero corso ai propri istinti e desideri (più che legittimi).
Ci sono altri cittadini, invece, (per me "non cittadini") ai quali tutte le trasgressioni sono consentite, in questo caso per una futile causa e cioè "in nome del Calcio".
A questo punto ci vorrebbe la famosa e sonora esortazione di Grillo (che è da sempre stata il suo marchio di fabbrica - quasi un logo - e che penso soltanto, ma non dico perché Grillo mi sta del tutto antipatico).
Quell'esclamazione qui ci starebbe proprio bene.
E' mai possibile - dico io - che, per alcune migliaia di coglioni che inneggiano ad una vittoria calcistica (da includere nella casistica dei "coionavirus" di cui ogni tanto si parla a TG0 di Radio Capital), molti milioni di cittadini debbano trovarsi in un prossimo futuro a poter patire conseguenze in termini di aumento dei contagi, malattie, morti e sofferenze, per non parlare di future ulteriori limitazioni che verranno.
Per me il Calcio andrebbe abolito seduta stante, come espressione delle peggiori manifestazioni mai registrate in questi tempi tristi di Covid contro il senso di far parte di una comunità civile.

 

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27 aprile 2021 2 27 /04 /aprile /2021 10:02
Gli impenitenti e i recidivi della movida (foto presa da internet)

Scocca l'ora delle riaperture: ma c'è da esser davvero contenti e gongolanti?
Su questo interrogativo c'è poco da dire o molto, a seconda dei punti di vista. Secondo me, le manifestazioni di totale contentezza fanno parte di una vuota e pericolosa retorica.
Forse, il monito più appropriato cui ricorrere in questo frangente è il manzoniano "Adelante, Pedro, con juicio!" (esortazione autoriale che, qui, è sorta spontaneamente nel mio flusso associativo, anche se dopo, dando un'occhiata su internet ho visto che è stata ampiamente utilizzata per titolare gli articoli e i post che parlavano della fase di riaperture dopo la fine del primo lockdown duro: ma ho voluto lasciarla e metterla nel titolo, per la sua icastica brevità ed incisività, al tempo stesso).
D'altra parte, propria rispetto ai rischi cui andiamo incontro, abbiamo l'esempio concreto della Sardegna, dichiarata (forse, con un certo azzardo) zona bianca qualche tempo  fa ed ora ritornata al rosso e, per il momento almeno, con poche prospettive di riaperture.
L'essere stata dichiarata "zona bianca" che, per la Sardegna, era stato un punto fermo che, invidiato da molte altre regioni, avrebbe potuto essere una garanzia per il rilancio delle attività economico-turistico nel lungo termine e che si è invece trasformato in un "carta bianca" per i comportamenti più irresponsabili da parte di tutti: e il risultato è ora sotto gli occhi di chiunque: zona rossa, senza sconti.
Eccoci di nuovo, dunque, dopo un periodo prolungato di magra ad una fresca fase di riaperture.
In molte regioni d'Italia - di fatto, nella maggior parte -  si torna al Giallo, un colore prima scomparso dalle mappe del contagio.
C'è da esser contenti o, piuttosto, preoccupati? Io sarei propenso alla preoccupazione, anche se capisco che parlare in questi termini può suscitare da parte di molti l'accusa di voler essere menagramo e disfattista.
Alcune scene trasmesse in radio e nei canali social, su quanto è avvenuto in alcune città italiane, alla vigilia del cambiamento di colori, non sono confortanti: è come rivivere qualcosa che si è già verificato in passato. il ritorno di un famigerato e pericoloso "liberi tutti", senza alcuna prudenza. Niente uso della mascherina, folla, assembramenti inverosimili, gente che si parla addosso, conversazioni concitate e urlate con sputacchiamenti potenziati.
Una celebrazione forsennata, insomma, del "diritto a divertirsi", in spregio a qualsiasi comportamento dettato più che dalle norme etero-imposte dal buon senso.
E, quindi, auspichiamo riapertura, sia pure con moderazione e regole e, soprattutto, con il senso dell'autodisciplina.
A proposito delle riaperture scattate ieri, ho visto delle immagini in TV di gente rarefatta negli spazi aperti (nei dehors, come va di moda dire), seduta ai tavoli di un ristorante o a prendere un aperitivo.
Devo dire: immagini tristi e non liete, poiché tutto sembra innaturale, forzato.
I locali pubblici, soprattutto quelli della movida sono fatti per la ressa, la confusione, l'assembramento, e vivono di questi elementi, il rumore di sottofondo delle chiacchiere che crea una colonna sonora assieme all'acciottolio di stoviglie e al tintinnare delle posate, senso-percezioni che accrescono la consapevolezza dell'esser parte di un tutto.
La regolamentazione (necessaria) introduce un elemento di non naturalezza in queste consuetudini conviviali fuori da casa propria. Ma questi sono i tempi e questo è ciò che ci viene richiesto.
Io, personalmente, non avrei voglia di andare a prendere un aperitivo oppure di sedermi al ristorante, in una dimensione in cui tutto viene pesato e misurato.
Ma, probabilmente, non lo farei nemmeno se i pesi e le misure fossero del tutto aboliti. Sotto questo profilo, non sono un animale sociale, io.
Hanno aperto anche i cinema, con ingressi contingentati. E hanno fatto il pieno di gente, cinefili come me, che avevano una voglia spasmodica di grande schermo. In un cinema di una città del Nord - forse Milano (sì, Milano, il cinema Beltrade)- per celebrare l'evento della riapertura, hanno deciso di fare una sorta di super-matinée, con un primo spettacolo addirittura alle 6.00 del mattino, e l'iniziativa ha avuto un pieno successo, con l'arrivo di spettatori prenotati e di altri addirittura senza il booking online.
Sì, a cinema, invece, ci sarei tornato volentieri, anche perchè il cinema, per me, il più delle volte è qualcosa da gustare in solitudine, anche per non dovermi sobbarcare il fastidio di qualcuno che mi dà colpi sulla spalla o mi stringe il braccio, se per caso mi dovessi addormentare per qualche minuto.
Il cinema mi manca molto, sì.
La Sicilia è passata in arancione, si sì. Ma in realtà, la mia - la nostra - è una regione in bilico, dal momento che sono ancora molte (e, per giunta, in crescita) le zone rosse: interi territori comunali o provinciali, come è nel caso della provincia di Palermo.
Se si guarda la mappa della Sicilia con i diversi colori che la percorrono e la intersecano si potrà avere l'impressione di osservare una forma di gruviera.
Mi fa ridere il dibattito sul coprifuoco, questa specie di forsennato tiro della fune forsennato per spostare di un'ora (alle 23.00) l'inizio del coprifuoco. Per come i litiganti si accaniscono su questo punto sembra di essere davanti a questioni di vita o di morte di primaria importanza, quando le cose gravi sono ben altre. Chi non è assordato e accecato dal rumore mediatico di questi dibattiti, potrà guardarsi attorno, senza pregiudizi o filtri, e rendersi conto di ciò che veramente accade.
Tutti questi dibattiti, inoltre, a certi livelli sono utili, poiché distraggono l'attenzione da eventi tragici, su i quali è comodo stendere un velo di silenzio, evitando che nei canali ufficiali si apra un pubblico dibattito, come nel caso del barcone di migranti con 130 anime a bordo, affondato alcuni giorni fa: e nessun superstite.
Una tragedia che è passata nel silenzio generale (e colpevole) dei nostri governanti.
L'emergenza non più emergenza Covid è un grande coperchio che ha permesso di coprire tutte le questioni scomode sulle quali sarebbe stato necessario attivare un dibattito politico e pubblico.
I probleni sono risolti: non se ne parla più, quindi non esistono più.

E' davvero tragico, questo.

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15 aprile 2021 4 15 /04 /aprile /2021 22:03

La sera stavano distesi sulle loro brande (...) ammazzavano il tempo infiammando scorregge, cosa che ai loro occhi era "uno sport nazionale svevo".
Eisbrand spiegò a Fussman come funzionava: "Ti stendi sulla branda su di un lato, pieghi la gamba come fanno i cani mentre tieni un accendino acceso vicino ai pantaloni. Ne molli una e il gas che fuoriesce dalla stoffa si infiamma, capi'?"
Il fenomeno ricordava il lancio di un razzo e, a seconda della quantità e della spinta dei gas si potevano osservare delle notevoli fiammate. Eisbrand era il detentore del record assoluto. Dopo una 'fagiolata'aveva mandato un'imponente 'fiaccola' di più di venti centimetri, ma da allora la sua "rosellina" gli bruciava come il fuoco.

"Bruciatura di terzo grado all'ano", queste le parole del dottor Leimtraut che con Eisbrand lesinava sulla pomata per ferite.

da Thor Kunkel, Pornonazi, Fazi Editore, p. 349

scorreggia infuocata (internet)

Questo passaggio (dal romanzo "Pornonazi") che ha suscitato la mia ilarità mi ha fatto ricordare due episodi.

In uno, molti anni fa - ero ancora studente - ero a casa di amici inglesi a Sheffield nello Yorkshire. Eravamo riuniti nel soggiorno, la mia "fidanzata" di allora, la sorella e il ragazzo di lei, e altri. Si parlava del più del meno e si mangiavano dei dolciumi posti in apposite ciotole. All'improvviso nel bel mezzo della conversazione, il ragazzo della sorella che era un tipo lungo e allampanato con i capelli lunghi e sottili tenuti assieme in una coda si alzò improvvisamente in piedi, levò il alto il braccio con il dito indice teso verso il soffitto e lampiò un pirito (o peto) potente e rumoroso (di quelli che si possono definire "sfardalenzuoli"), dopo di che si sedette - nell'indifferenza generale - e continuò la sua conversazione.
Nel secondo episodio di non molto tempo dopo (anche qui ero ancora studente), stavamo facendo una cena casalinga tra amici (frequentavo allora  una compagnia di un mio cugino, ed erano tutti più giovani di me di qualche anno). All'improvviso uno di loro (ricordo chi,ma non dirò il nome) si alzò da tavola e si buttò a terra di schiena, allargando e sollevando le gambe le gambe.
"Presto, fate presto! - disse - Datemi un accendino!".
Qualcuno glielo porse con concitazione e lui lo prese, lo portò vicino alla cucitura del cavallo dei pantaloni lo accese e ... una fiamma colorata di arancione si dipartì dal suo culo, una vera e propria vampa (ma senza alcun rumor di tuono): un effettaccio pirotecnico! E ci furono sghignazzate e meraviglia, ovviamente.
D'altra parte in  quegli anni la "scienza" delle scorregge e la loro frequentazione  ludica era parte del gioco. E, in fondo, si trattava di un'attività sociale...a cui nessuno poteva sottrarsi... in applicazione del ben conosciuto proverbio la cui formula base, pur con tutta una serie di varianti, era "Chi non piscia in compagnia o fa il ladro o fa la spia".

In tema vedi anche i seguenti articoli

Alla partenza di una maratona i subdoli artiglieri sono tra noi (30 aprile 2015)

Il contrapasso del subdolo artigliere (2015)

Vanvere e piritere: così sappiamo cosa stiamo facendo quando parliamo a vanvera (2013)

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13 aprile 2021 2 13 /04 /aprile /2021 13:47
Dal gelataio in tempo di Covid (foto di Maurizio Crispi)

Dopo una breve permanenza di giochi in una piazzetta alberata dalle parti di via Pacinotti, abbiamo portato i bambini a mangiare un gelato.
C'è appunto un gelataio lì vicino, proprio accanto alla Chiesa di Sant'Ernesto.
Siamo in zona rossa, tuttora (in Sicilia i nuovi contagi galoppano gagliardi): quindi, solo e rigorosamente gelati da d'asporto. Ma come si fa a distinguere un gelato d'asporto da uno che non lo sia? Una bella domanda, davvero!
Si potrebbe pensare che i gelati (in forma di cono, o di brioche o di coppetta) vengano asportati nudi e crudi, visto che il più delle volte sono fatti per essere consumati all'istante, magari deambulando oppure intenti in peripatetiche attività.
Ed invece no! Perché essi siano considerabili da asporto devono essere ben impacchettati e confezionati, come se uno li dovesse portare sino a casa.
Un piccolo paradosso, visto che poi gli utenti si fermano a consumare subito fuori dalla gelateria, utilizzando le panche predisposte per i tempi non-Covid.
Qui, i clienti si fermano a spacchettare gli incarti per poi consumare.
Non sarebbe più semplice consegnare i gelati così come sono, lasciando che i clienti li mangino nei paraggi, senza tante complicazioni, visto che quasi nessuno intende portarseli sino a casa? In fondo, basta che siano in movimento mentre mangiano e che non facciano assembramento.
E invece no: perché i gelati possano essere considerati d'asporto, non è sufficienti che siano "asportati" da un cliente deambulante, ma lo devono anche dichiarare esplicitamente con il loro incarto: "Siamo dei gelati d'asporto".
Invece di una simile complicazione i maestri gelatai potrebbero attaccare ai gelati d'asporto senza incarto un cartellino che dice "Io sono un gelato da asporto": giusto per non dar luogo a fraintendimenti...
E questa regola riguarda anche alcune delle spregiudicate e golose essenze messe in evidenza in uno speciale settore del banco d'esposizione, gelati di grido - si potrebbe dire: come lo "Sputnik", il "Johnson&Johnson", il "Moderna", lo "Pfizer" e l'"AstraZeneca".
Tutti in fila a scegliere queste esotiche e avveniristiche essenze, dalla ricetta segretissima, rigorosamente in confezione da asporto...

 

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13 aprile 2021 2 13 /04 /aprile /2021 09:33

Una pantera è stata avvistata e fotografata dai cittadini di Castellana Grotte, in provincia di Bari. Il sindaco ha raccomandato prudenza alla cittadinanza.
Non è ancora certo se questo sia lo stesso esemplare che era già stato visto qualche settimana fa a San Severo, in provincia di Foggia, e poi nella Valle d’Itria.
Il primo cittadino di Castellana ha scritto su Facebook che, dopo aver allertato la Prefettura, sono stati inviati sul posto i Carabinieri del Corpo Forestale con i veterinari dello Zoo Safari di Fasano. La speranza è quella di poter catturare l’animale e riportarlo in un habitat più adeguato.
L’avvistamento della pantera in provincia di Bari è solo l’ultimo di molte altre segnalazioni già avvenute in provincia di Foggia, nella Valle d’Itria e ad Ostuni.

Internet

Il Mastino dei Baskerville

E sembra anche che, da più parti, siano stati segnalati episodi similari, i più antichi sarebbero avvenuti nelle Marche e, da lì, per una sorta di contagio, si sono spostati via via più a Sud.
Sarà poi vero? Si tratterà davvero di animali selvatici, detenuti illegalmente e sfuggiti alla cattività?
Forse sì: non voglio mettere in dubbio la veridicità dell'avvistamento...

Oppure, e io sarei più propenso ad abbracciare questa ipotesi immaginifica, non si tratterebbe piuttosto di avvistamenti, dovuti alla suggestione e ad una sorta di "contagio" psichico, con la trasformazione di altri animali neri di grossa taglia in "pantera"?
Le evocazioni letterarie in questo ambito sono forti e numerose. Basti pensare ad un prototipo - un vero e proprio "monumento" della narrativa poliziesca - che è "Il Mastino dei Baskerville"di Conan Doyle.
Ne ricordo un altro, di autore più recente, in cui tutta la vicenda è imperniata attorno agli avvistamenti di un grosso felino nero nelle campagne dello Yorkshire: si tratta del magistrale "Black Cat" del romanziere britannico Martyn Bedford che si muove tra zoologia fantastica, rabdomanzia e tematiche ecoterroristiche. Un bel romanzo davvero che mi ha aperto interi orizzonti di riflessioni.

Martyn Bedford, Black cat, Einaudi

Questo il mio commento al libro su ibs:
(25/03/2002) "Il libro mi è sembrato interessante, perché il riferimento alla bestia che infesta la brughiera e che uccide gli animali delle fattorie è secondo me la metafora di un'ossessione interiore di cui Ethan Gray, co-protagonista della vicenda, è l'incarnazione. Ho avuto la sensazione che, nel corso della storia, il piano narrativo si vada spostando da quello reale a uno sempre più metafisico...
"Il passaggio a questo secondo livello ben più eterogeneo è reso possibile dal deuteragonista di Ethan, la singolare Chloe Fortune, eco-guerriera e rabdomante, che utilizza il suo potere psichico in una particolare declinazione della rabdomanzia, intesa come scienza paranormale, che è quella della ricerca di "oggetti mentali". Capisco che la storia possa non piacere, in quanto non vi è lieto fine, ma soltanto la conclusione per Chloe Fortune di un percorso interiore tormentato, che probabilmente le consentirà di vivere altre storie. L'altra parabola che si evidenzia dal testo è che in natura non vi sono realtà "bestie" feroci e che la vera bestia è quella che può iniziare ad agitarsi dentro di noi alimentata dalle nostre personali paure ed ossessioni".

La pantera, d'altra parte, con la sua forza scattante ed elastica, con la sua capacità di compiere balzi potenti, con la sua capacità di uccidere negli agguati anche animali di taglia molto maggiore, è un essere iconico, dotato di grandi valenze simboliche, e Hillman sicuramente lo collocherebbe (o lo ha collocato: devo andare a controllare il suo testo) nella galleria degli "animali del sogno".
E no! Sono andato a verificare il testo di Hillman e della pantera vi è una diretta menzione, a differenza di altri animali a cui egli dedica interi paragrafi,  nella sua galleria di "animali del sogno". Eppure, anche la pantera - secondo me - entra a pieno titolo nella galleria degli animali archetipici che nel sogno vengono a visitarci e dunque ad essa possono applicarsi le argomentazioni generali del grande psicologo analitico.
In ogni caso, la pantera - animale primigenio ed archetipico (mi viene anche in mente qui un magistrale romanzo in noir di Cornell Woolrich, nel quale sembrerebbe che sia una pantera l'assassino di turno) - può essere l'emblema di ciò che fa paura e che irrompe nella nostra realtà quotidiana.

In tempo di Covid in cui la paura è divenuto un ingrediente essenziale della nostra vita e dei nostri scenari possiamo compiere uno spostamento efficace da essa soltanto al prezzo dell'evocazione allucinatoria della "bestia" che attiva - assieme alla paura di poter essere oggetto di agguati devastanti - i nostri timori inconsci e li mette all'esterno.
Il virus, causa del "terrore" quotidiano ed onnipresente, è per definizione e per anatomia invisibile, mentre la "Pantera" ha una consistente materica, occupa uno spazio, può essere avvistata (anche se il suo essere totalmente nera la mimetizza nella notte) e, eventualmente, ci si può difendere da essa, anche se - paradossalmente - riporta ancora una volta alla situazione del confinamento tra le mura domestiche, poichè - nell'attesa che si faccia chiarezza attorno alla realtà dell'avvistamento - è misura prudenziale chiudersi in casa per scongiurare eventuali attacchi.
E torniamo così alla situazione dell'uomo ancestrale che, di notte, si riparava in una grotta con il fuoco acceso per avere protezione dalle intemperie, dal freddo e dalle bestie selvagge.
Ma, per quanto stesse nel cerchio illuminato dalle fiamme, era pur sempre indifeso dal pericolo strisciante (e innominabile) che, prendendolo di sorpresa dalle spalle, poteva giungere dalle profondità della terra e dai cunicoli che si diramavano dal riparo sicuro dove si era rifugiato.
Quindi, il pericolo maggiore, quello più difficilmente padroneggiabile, era quello che veniva dal profondo della grotta (o per usare la metafora dai meandri della mente)
Noi temiamo le paure innominabili, perché ci riempiono di terrore oscuro: ed è allora che si creano dei ponti, che si fanno delle associazioni e che si trasformano gatti e cani neri in pericolose pantere.

Apprendendo di questi strani avvistamenti, mi sono ricordato che qualche giorno addietro (il 4 aprile scorso), ho fatto un sogno in tema.
Era questo: e si articola in due diverse parti.
Sono dapprima in un negozio per acquistare dolci ed altre cose da mangiare. Dopo aver completato la mia scelta e mi faccio confezionare il tutto. Vado via con i miei pacchetti e sul più bello mi accorgo che non ho pagato quanto dovevo.
Mannaggia!
Dovrò tornare indietro, ma subito non posso; ho altre cose da fare, urgenti.
Ci tornerò appena possibile, penso.
Quindi mi ritrovo con una pantera, tutta nera, nera come la notte, proprio come uno si immagina le pantere. Con il pelo fitto, corto e lucido.
Questa pantera è il mio animale domestico e lo porto spasso al guinzaglio.
Sono un po' timoroso che possa avere delle reazioni anomale nell'incontro con altri passanti e nell'avvistamento di altri cani al guinzaglio (o semplicemente per annusarne l'usta) e che possa far del male a qualcuno.
E' forte e possente, i muscoli guizzanti sotto la pelle, ma ho piena fiducia nella mia capacità di tenerla sotto controllo: anche se l'imprevisto è sempre possibile.

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26 marzo 2021 5 26 /03 /marzo /2021 12:28
Luca Ricolfi, La notte delle ninfee, La Nave di Teseo, 2020

Nel panorama variegato dei numerosi saggi sinora usciti sulla Pandemia nella quale siamo tutt'ora impantanati (e forse solo ora cominciamo a vedere la luce alla fine del tunnel) spicca particolarmente per il suo vigore espositivo La notte delle ninfee. Come si malgoverna un'epidemia, saggio di Luca Ricolfi (uscito in libreria a gennaio 2021 per i tipi di La Nave di Teseo): non a caso, Luca Ricolfi, in quanto persona che parla fuori dai luoghi comiuni e che espone le sue idee non sulla base di opinioni, ma di fatti comprovati e supportati dalla scienza statistica, è considerato una delle "Cassandre" italiane nel generale appiattimento determinato dalla retorica governativa a proposito del fatto che con le misure intraprese "stesse andando tutto bene" (ed era "eretico" chi si discostava anche di poco da questa verità).
Ricolfi sostiene, con l'ausilio delle leggi della statistica, che le scelte governative sono state lente ed impacciate, che non hanno rispettato una tempistica rigorosa, che sono state contraddistinte da temporeggiamenti e ritardi, laddove sarebbero serviti interventi ben radicali di quelli che sono stati varati.
A partire dalla metafora iniziale, quella appunto dello stagno infestato dalle ninfee (cui si ispira il titolo del libro) e del modello matematico che ne deriva, mostra gli errori che sono stati fatti e come si sarebbero potuti evitare. E' molto interessante, ad esempio, il raffronto tra quello che è accaduto in Italia e quanto si è verificato in Germania al tempo della prima fase della pandemia (con pochi morti in confronto al numero degli infetti, rilevati). Ricolfi sostiene che, da un lato, la strategia iniziale avrebbe dovuto essere quella di fare molti, moltissimi, tamponi, mentre all'inizio - a parte l'anomalia, da alcune parti contestata, di Vo' Euganeo e della Regione Veneto - i tamponi sui soggetti asintomatici erano sistematicamente scoraggiati.
L'altro indicatore importante - sempre secondo Ricolfi - da tenere sotto controllo è il numero dei morti giornalieri: quando le vittime crescono a dismisura i giochi sono già stati fatti, in altri termini.
Alla luce delle statistiche e dei grafici comparativi con quanto è accaduto altrove, Ricolfi sostiene che il lockdown "duro" subito sarebbe stato la migliore ricetta, proprio per evitare successive derive incontrollabili.
E, secondo il suo ragionamento, anche una settimana di anticipo su certi provvedimenti, può fare una profonda differenza.
Per molti motivi, le misure più efficaci sono quelle - secondo il nostro autore - che attenuano il senso di paura delle persone: più che la semplice riapertura di alcune attività, sono proprio queste quelle che inducono la gente e a consumare di più. Quindi: efficace tracciamento, molti tamponi, attenzione sanitaria elevata e capacità di trattamento potenziata il più possibile, oltre a miglioramento e potenziamento del sistema dei trasporti, per evitare il sovraaffollamento.
Quando Ricolfi scrive e dà alle stampe il suo volume, siamo alle soglie di Dicembre: e l'autore commenta amaramente che ben poco il Governo ha fatto per creare le premesse per una risposta veramente efficace oppure per anticipare il più possibile le misure di lockdown.  Quando l'ha fatto , anche in autunno, i buoi erano già usciti dalle stalle, per così dire, e i morti erano già aumentati a dismisura.
Al contrario, il governo ha posto una fiducia quasi salvifica nell'arrivo dei vaccini, mentre ben di più avrebbe potuto fare se avesse agito con maggiore efficacia prima: Ricolfi parla di diverse decine di migliaia di morti in meno, se si fossero prese le decisioni giuste.
Aggiungo io, e mi trovo sulla stessa linea di Ricolfi, che in Italia ha purtroppo dominato la retorica, mentre la burocrazia ci ha messo costantemente lo zampino, assieme all'incapacità di creare un'unitaria strategia, fondata su coerenza operativa e su una piena sintonia tra governo centrale e Regioni.
Insomma, il saggio di Ricolfi è da leggere per chiarirsi le idee, abbandonando idee preconcette o "di regime" su di un tema su cui i media procedono utilizzando solo luoghi conuni e formule trite e ritrite.

(soglie del testo) L'autore vi spiega anche in questo libro perché i nostro Natale poteva essere diverso: si tratta di un indagine basata su dati rigorosi che smaschera gli errori italiani nella gestione dell'epidemia.
“Come andranno le cose? L’ottimismo della volontà mi fa sperare che, finalmente, si cambierà strada, e si guarderà con più attenzione al modello dei paesi che hanno avuto successo nella lotta al virus. Ma il pessimismo della ragione mi avverte: l’attesa messianica del vaccino avvolgerà tutto e tutti, quasi niente cambierà davvero, nessuno sarà chiamato a rispondere delle sue azioni. Né ora né mai”.
Luca Ricolfi, dal suo osservatorio della Fondazione Hume, fin dallo scorso febbraio sta studiando i dati relativi alla pandemia e alla sua gestione. Analisi non circoscritta alla sola Italia, bensì allargata sempre all’insieme delle società avanzate, a partire dai paesi europei. Sulla base dei dati – che sono il faro della sua attività – raccolti in questo libro in modo sintetico, ordinato e leggibilissimo, Ricolfi smaschera gli errori italiani nella gestione della pandemia e le conseguenti bugie, volte a nasconderli, di governanti, politici e amministratori.
E giunge a conclusioni che in pochi hanno avuto finora l’attenzione di cogliere:
(1) la seconda ondata era evitabile, tanto è vero che più di un terzo delle società avanzate l’ha evitata;
(2) le omissioni, i ritardi e le incertezze dei governanti ci sono costati decine di migliaia di morti, e decine di miliardi di PIL;
(3) se non facciamo subito quel che avremmo dovuto fare da tempo, altre ondate saranno inevitabili, e il disastro economico completo e difficilmente reversibile.

 

Luca Ricolfi

Lontano da ogni ideologia e fuori dalla assurda dicotomia tra negazionisti e rigoristi, fra aperturisti e paladini dei lockdown, Ricolfi ci dimostra che la tragedia che ci ha colpito avrebbe meritato ben altra gestione, che era possibile farlo e che altrove è stato fatto.

 

L'autore. Luca Ricolfi  (Torino, 1950), sociologo, docente di Analisi dei dati presso l’Università di Torino. Ha fondato la rivista di analisi elettorale “Polena” e l’Osservatorio del Nord Ovest. Attualmente è Presidente e responsabile scientifico della Fondazione David Hume. Fra i suoi libri: Perché siamo antipatici? (2005), Tempo scaduto. Il contratto con gli italiani alla prova dei fatti (2006), Illusioni italiche (2010), Il sacco del Nord (2012), La sfida. Come destra e sinistra possono governare l’Italia (2013), L’enigma della crescita (2014, 2020), Sinistra e popolo (2017), La società signorile di massa (2019, La nave di Teseo).

 

 

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18 marzo 2021 4 18 /03 /marzo /2021 07:23

«C'è sempre un dopo, adesso lo so. Almeno finché non moriamo. A quel punto, immagino che esisterà solamente un prima.»

Stephen King, Later

Le Parche nella rappresentazione di Fussli

Ho la mia età, su questo non c'è alcun dubbio.

Ma non ci penso, solitamente.

Interiormente mi sento ancora giovane.

Ma soprattutto invincibile e invulnerabile.

Mi sento in condizione di tirare la carretta da solo, con persone e parafernalia a bordo.

E ci sono anche i cani di cui occuparmi.

Nessuno che mi sostituisce e nessuno che mi possa sostituire.

Vado avanti, giorno dopo giorno.

Eppure ci sono eventi che capitano all'improvviso e che mi fanno ricredere.

Allora, in questi casi, mi sento in preda all'angoscia.

Penso al domani, ad un momento in cui non potrò farcela da solo, ma anche a quando non potrò più sbrigare le diverse faccende che gravano sulle mie spalle.

Se fossi inabilitato,  chi andrà a fare la spesa per me? Chi si occuperà di Gabriel, mentre mia moglie lavora? Chi farà passeggiare i cani?

Penso in queste circostanze a scenari terribili e cupi, specie in questi tempi di Covid.

Ieri mi sono azzoppato a causa di un improvviso strattone di Black che è un grosso bestione dotato di una forza micidiale: mi sono trovato sbilanciato in avanti e mi si è stirato il polpaccio. La conseguenza una contrattura dolorosa. Mi sono ritrovato zoppicante e parzialmente inabilitato per più di un giorno. Ma superata la fase acuta lo sono tuttora.

Nello stesso tempo, nella classe di Gabriel un bimbo, suo compagno, è risultato positivo al test. Conseguenza: tutta la classe in DAD per almeno 14 giorni, ma nello stesso tutti quelli della classe sono a rischio di contagio così come i loro familiari stretti.

Sabato, cioè a fine settimana, andremo tutti a fare il tampone rapido al Drive-in della Fiera del Mediterraneo.

Ma sapere questo non è sufficiente, poiché anche la minaccia incombente - per quanto lontana - di poter essere positivo al test oppure di cominciare all'improvviso a presentare i sintomi del Covid, hanno provocato in me una prorompente angoscia.

La mia ipocondria di base fa il resto e apre scenari mentali davvero inquietanti e insostenibili.

Come se fossi sull'orlo della fossa e nella necessità di dovere cominciare a congedarmi da tutto e da tutti.

E non si è mai pronti a questo.

E intanto, uno dei meccanismi che ci consente di mantenerci fluttuanti nell'incertezza è il pensare che certe cose ancora in sospeso si potranno fare dopo, più tardi, ...later...
Anche se poi non è così, perchè la dura realtà é che, prima o poi, arriva l'improvvisa cesura, quando le Parche tagliano definitivamente il filo della tua vita. E a quel punto non ci sono contrattazioni possibili. Non c'è più tempo...

Stephen King, Later

Stephen King, Later (nella traduzione di Luca Briasco), Sperling&Kupfer, 2021

Ambientate nel secondo decennio del 2000, le vicende raccontate in questo romanzo breve di Stephen King, hanno come protagonista James "Jamie" Conklin, un ragazzo che vive con la madre single, Tia Conklin, a New York.
Jamie ha la capacità di vedere e parlare con i morti ed essi sono obbligati a dire sempre la verità a tutte le domande del ragazzo (l'unica persona che sa del suo potere è sua madre). Jamie ha anche uno zio di nome Harry, che vive in una casa di cura a causa della malattia di Alzheimer a esordio precoce.
Indubbiamente, il romanzo di Stephen King contiene una profonda riflessione sul "dopo" che ci attende e sull'aldilà, pur affrontata attraverso la lente del genere horror e del "pulp". 
Ecco come Stephen King esplora il tema del "dopo" nel romanzo:
Innanzitutto vi è il "dopo" immediato. Il titolo stesso gioca sulla parola "dopo" (later). Jamie, il protagonista, scopre che esiste un brevissimo intervallo di tempo subito dopo la morte in cui lo spirito rimane legato al mondo fisico. In questa fase, i defunti non possono mentire, suggerendo ciò che la morte spogli l'essere umano dalle sovrastrutture e dai segreti terreni.
In secondo luogo, la natura dell'aldilà. King non descrive un aldilà religioso tradizionale (come paradiso o inferno), ma piuttosto come uno stato transitorio e potenzialmente inquietante. Gli spiriti appaiono con le ferite subite al momento del decesso e svaniscono gradualmente, diventando sempre più simili a echi sbiaditi della loro vita precedente.


(Risvolto)  "Solo i morti non hanno segreti". Jamie Conklin ha proprio l'aria di un bambino del tutto normale, ma ci sono due cose che lo rendono invece molto speciale: è figlio di una madre single, Tia, che di mestiere fa l'agente letterario, e soprattutto ha un dono soprannaturale. Un dono che la mamma gli impone di tenere segreto, perché gli altri non capirebbero. Un dono che lui non ha chiesto e che il più delle volte non avrebbe voluto. Ma questo lo scoprirà solo molto tempo dopo. Perché la prima volta che decide di usarlo è ancora troppo piccolo per discernere, e lo fa per consolare un amico. E quando poi è costretto a usarlo lo fa per aiutare la mamma, lo fa per amore. Finché arriva quella dannata volta, in cui tutto cambia, e lui è già un ragazzino, che non crede più alle favole. Jamie intuisce già, o forse ne è addirittura consapevole, che bene e male non sono due entità distinte, che alla luce si accompagnano sempre le tenebre. Eppure sceglie, sceglie la verità e la salvezza. Ma verità e salvezza, scoprirà tempo dopo, hanno un prezzo. Altissimo.

Later è una nuova variazione King sul tema del bene e del male, un romanzo - come sempre - pieno di emozione e tenerezza nei confronti dell'infanzia e della perdita dell'innocenza, ma anche una riflessione matura sulla nostra possibilità di scegliere. Con un tocco di affettuosa ironia nei confronti dell'operoso mondo che ruota attorno a un grande autore.

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16 marzo 2021 2 16 /03 /marzo /2021 09:52
Capitozzatura radicale (foto di Maurizio Crispi)

Poco più di un mese addietro i Ficus Magnoloides del giardino d'ingresso al mio condominio sono stati sottoposti ad una potatura selvaggia. che li ha lasciati allo stato di poco più che nudi scheletri arborei.
La stessa sorta è toccata dopo qualche giorno ad un possente esemplare di Eucaliptus sito in un giardinetto privato all'angolo tra via Lombardia e via Principe di Paternò, sempre a Palermo.
Una sorte ancora più impietosa è toccata dopo una buriana di vento che ne aveva fatto crollare un grosso ramo ad un secolare Ficus Magnoloides della vicina Villa Sperlinga. Anche qui i potatori anziché limitarsi a rimuovere le parti ammalorate della piante per metterla in sicurezza hanno optato per la potatura radicale che ha lasciato sul terreno soltanto un immenso mozzicone di tronco, vestigia della possanza di prima.
Questi che ho riferito sono soltanto degli esempi che riporto qui perché li ho potuti constatare di persona, ma - ahimé - sono soltanto alcuni casi di una lista purtroppo infinita, testimonianza di una pratica diffusa (soprattutto dalle nostre parti, ma non solo) che, se esprime fondamentalmente ignoranza ed imperizia, nasconde anche la volontà di fare le cose sbrigativamente, investendo poco in ore lavorative spese e professionalità/competenze impiegate nella manutenzione del nostro patrimonio arboreo: occorre tenere presente che anche le piante di alto fusto ricadenti nei terreni privati, quando abbiano superato una certa altezza ed età, sono sottoposte alla Tutela dei Beni ambientali.

Quindi, quanto osserviamo, è l'effetto deletero e nefasto di una malpractice che fonda i suoi pilastri su ignoranza, su incompetenza, su faciloneria e sbrigatività e, non ultimo, su scelte spesso fondate su malafede e sulla volontà di abbattere i costi di manutenzione di piante secolari.
Questo tipo di potatura è nota con il termine di "capitozzatura" che tanto evoca la pratica della pena capitale per taglio della testa (almeno questo è il tipo di suggestione che io ricavo quando sento parlare di questo termine e della relativa pratica).
In effetti gli alberi capitozzati in modo radicale - per non dire selvaggio - sembrano più che altro degli scheletri, tristissimi a vedersi, ma chi ha operato si esprime con l'ipocrisia di aver fatto degli interventi di messa in sicurezza - questo il dichiarato formalmente - che in realtà nascondono l'intento implicito - il piano segreto - di far fuori quell'albero o molti alberi in un colpo solo che, per motivi vari, "danno fastidio".
Alcuni dicono che se la capitozzatura debba proprio essere fatta essa debba essere "gentile", cioè mirata ad eliminare soltanto i rami pericolanti e non superante il 30% della chioma arborea. Interventi più radicali rischiano di ledere la stabilità della pianta e la sua ricrescita, tanto più che sulle ampie superficie lasciate dai tagli si impiantano colonie di funghi che possono ulteriormente compromettere la salute della creatura. Inoltre, tagli tanto radicali eliminano del tutto l'ombra e la frescura che gli alberi possono fornire e di conseguenza alterano in modo irreversibile il microclima che regna sotto di essi, oltre che eliminare in un colpo solo tutta la fauna di volatili che nell'intrico dei rami ha stabilito dimora.
Stringe il cuore vedere gli alberi mutilati in siffatta maniera.
Il più delle volte, simili interventi, soprattutto in ambito cittadino vengono effettuati tra l'altro come delle vere e proprio azioni blitz di kommando e, spesso, non è facile identificare i responsabili o i mandanti dell'azione deturpante. Questo è il potere dei moderni strumenti di taglio del legno vivente e quindi l'apoteosi delle motoseghe a catena più moderne che stanno agli alberi come il Kalashnikov sta alle persone che, dalle sue scariche, vengono falciate.
Quando si parla di ambiente e della sua protezione bisognerebbe cominciare a guardarsi attorno e osservare quali azioni di malgoverno nei suoi confronti vengono perpetrate nel nostro più vicino territorio e la militanzaambientalista andrebbe esercitata prima ancora qui che non nei confronti di una lontana foresta amazzonica di cui sappiamo soltanto in astratto. Forse, soltanto se ci occupassimo di ciò che accade vicino a noi, all'interno del nostro orizzonte esperienziale, potremmo con maggiore efficacia ed autorevolezza lottare anche per la salvezza della foresta amazzonica, in altri termini avvalendoci della forza della militanza maturata sul campo. Mutilare un albero, in modo tale che potrebbe non riprendersi più e pertanto morire, concettualmente non è molto distante dalle pratiche di disboscamento selvaggio e dalla deforestazione totale praticata altrove per conquistare nuove terre all'agricoltura (possibilmente in monocoltura e dunque ulteriormente devastante per l'ambiente).

 

__________________________________________________________

(da wikipedia) La capitozzatura, definita anche taglio a capitozzo, è una tecnica di potatura che consiste nel taglio dei rami sopra il punto di intersezione con il tronco o altro ramo principale, in modo che rimanga solo quest'ultimo o una parte della chioma, dopo una rimozione molto ampia, dal 50 al 100%. È una pratica che riceve aspre critiche.
La capitozzatura permette di potare un albero in circa mezz'ora e con personale poco qualificato, mentre una potatura più attenta può richiedere 2-3 ore per albero.
Con l'eliminazione della chioma, l'albero attiva le gemme latenti sottostanti[1], che determinano la crescita di nuovi germogli attorno al taglio. Soprattutto nelle piante ad alto fusto, questo richiede un enorme sforzo produttivo, oltre ad alterare la forma naturale dell'albero e la sua estetica, può creare futuri problemi alla stabilità della pianta con eventuali rischi di rotture, e indurre un probabile aumento dei costi a medio e lungo termine delle opere di arboricoltura. In particolare gli ampi tagli sono un facile punto di ingresso nell'albero per i funghi agenti della carie. I responsabili delle alterazioni del legno appartengono fondamentalmente ai generi Stereum, Ganoderma, Phellinus. Questi funghi degradano la lignina e la cellulosa, provocando la disorganizzazione e il disfacimento dei tessuti di sostegno, con conseguente formazione di cavità. La pianta perde resistenza ed elasticità, divenendo soggetta a crolli improvvisi.
È pratica arboricola molto criticata e deprecata, perché dannosa agli alberi, anche quando praticata su piante ornamentali.
Possibili e valutabili eccezioni si riferiscono alla coltivazione di piante dalla ridotta durata, alla pratica della frutticoltura e della viticoltura, agli innesti ed alle tecniche del bonsai. Nell'olivo si ricorre alla capitozzatura in caso di gravi danni per gelate o carie. Discussa è invece l'utilità della capitozzatura della vite nel caso di lotta alla flavescenza dorata o per il mal dell'esca della vite.

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9 marzo 2021 2 09 /03 /marzo /2021 08:38
Mascherina FFp2

I bambini sono sorprendenti.  Davvero. Stanno crescendo nel bel mezzo di una pandemia e si adattano molto meglio di noi adulti.
Ieri mio figlio mi ha sorpreso, indicando con il suo acronimo esatto la mascherina che in quel momento stavo usando (una ffp2) e poi dicendomi: "Papà, questa mascherina l'hai usata per troppo tempo e adesso la devi cambiare". Ha precisato anche il limite temporale oltre il quale questa tipo di mascherina non si dovrebbe usare più perché la sua efficacia è scaduta.
Io gli ho detto che la uso solo per poche decine di minuti alla volta e che, quindi, il tempo d'uso probabilmente si può allungare per un po'. Ma lui ha insistito e mi ha detto: "Papà, guarda la devi cambiare. Ecco che te ne do una delle mie! E' mi ha porto una mascherina chirurgica intonsa. Mi è sembrato molto tenero, ma anche anni luce davanti a me.
Non ho potuto sottrarmi alle sue sollecitazioni.
E' così: i bambini si adattano ed alcune cose che ancora a noi adulti sembrano essere eccezionali e a cui fatichiamo ad adattarci per loro sono diventate la normalità.
Intanto, prospera e cresce il club dei vaccinati. Quando vado a prendere mio figlio a scuola, ci sono gruppetti di genitori che parlano tra loro.
Talvolta mi unisco alla chiacchiera, talaltra mi tengo in disparte.
E questo accade soprattutto quando mi rendo conto oggetto della conversazione è il vaccino che hanno fatto, degli effetti collaterali che hanno sperimentato alla prima o alla seconda somministrazione, sintomi e sensazioni. Insomma, la rava e la fava del vaccino. Un'apoteosi delle proprie esperienze vaccinali.
Sembra quasi di sentire delle persone che parlano del rito di iniziazione che hanno affrontato per entrare a far parte di un club molto esclusivo di privilegiati: e, al momento il mondo è diviso in due, i vaccinati e gli esclusi, in certo qual modo. O forse dovrei dire in tre categorie, perché vi sono anche coloro che si sono infettati e che sono guariti (sui quali dovrebbe essere fatta un'indagine sistematica sul titolo anticorpale) e dei guariti (questi sì che possono considerarsi dei preziosi testimonial: eppure, come si noterà, sono ben pochi tra quelli che sono stati ricoverati in terapia intensiva e che ne sono usciti magari dopo ricoveri prolungati e pieni di tormento, disposti a raccontare della propria esperienza tra la vita e la morte. I racconti di queste persone, sì, mi intesserebbe davvero poterli ascoltare.
Di solito, quando vanno avanti questi discorsi, mi tengo in disparte: sento di non avere granché da dire.
Intanto ieri è stata una data davvero storica: è stata superata in Italia la soglia dei 100.000 morti per Covid, ogni singolo morto una tragedia.
E' come se fosse scomparsa l'intera popolazione di una città italiana, come Ancona, Udine, Piacenza o Bolzano... tanto per rendere l'idea. E' come se fosse scomparsa l'intera popolazione di una città italiana, come Ancona, Udine, Piacenza o Bolzano... tanto per rendere l'idea.

Nessun uomo è un'isola




Nessun uomo è un’isola
Completo in se stesso
Ogni uomo è parte della terra
Una parte del tutto
Se una zolla è portata via dal mare
L’Europa risulta essere più piccola
Come se fosse un promontorio
Come se fosse una proprietà di amici tuoi
Come se fosse tua
La morte di ciascun uomo mi sminuisce
Perché faccio parte del genere umano
E perciò non chiederti
Per chi suoni la campana
Suona per te

Traduzione di Ermanno Tassi

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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