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31 maggio 2017 3 31 /05 /maggio /2017 08:31

Santa Rita da Cascia(Maurizio Crispi) Possiedo indubbiamente un forma di religiosità laica e non confessionale che mi spinge a raccogliere da terra le immaginette sacre nelle quali mi imbatto.
Capita sovente di incontrarne buttate sui marciapiedi e sull'asfalto. La maggior parte delle persone passano avanti, calpestandole. Forse (e lo dico qui a loro discarico) non se ne accorgono nemmeno.
Io, invece, cammino dando sempre un'occhiata in giro e davanti a me, senza alcuna intenzionalità con lo stato d'animo del cercatore che cerca senza alcuna intenzionalità consapevole. Ed è così che trovo le cose più disparate, talvolta anche preziose (orologini da polso, braccialetti, orecchini spaiati).
Se vedo un santino più volte calpestato, lo raccolgo quasi con sentimento devozionale, lo alliscio, lo spolvero e lo porto a casa: qui, lo inserisco in un grande album a tasche trasparenti dedicato alle immagini sacre. Alcuni li infilo tra le pagine di un libro che sto leggendo al momento. Altri li metto nel portafoglio.

Come mi gira, insomma. Ma sempre questi santini li salvo dal loro martirio "pedonale".
Mi sembrerebbe quasi sacrilego lasciare queste immaginette sacre (figura sul davanti, preghiera sul retro) abbandonate sulla pubblica via: e questo è certamente uno dei modi in cui io vivo la mia religiosità laica e selvaggia, del tutto aconfessionale.
In questi tempi di campagna elettorale, c'è profusione di ben altri santini, abbandonati per le strade.
Quelli che recano le facce dei "candidati", volti fissate in uno sberleffo sorridente, occhi freddi, sorriso di circostanza: questi li calpesto volentieri e con piacere. Se il mio cane fa la cacca, non disdegno di prenderli e di usarli con sottile piacere per nettare il marciapiedi dalla merda del mio cane, che il più delle volte è molto più pregiata di quelle facce ipocrite e false, fasulle e laide.
Non per nulla, d'altronde, tali figurine di propaganda vengono sparse a piene mani proprio per terra, l'unico posto degno per accoglierle.

Santa Rita da Cascia, da me salvata dal suo martirio pedonale... Le irregolarità sulla superficie dell'immagine sacra sono state causate dal ripetuto calpestio da parte di passanti disattenti.

Santa Rita da Cascia, da me salvata dal suo martirio pedonale... Le irregolarità sulla superficie dell'immagine sacra sono state causate dal ripetuto calpestio da parte di passanti disattenti.

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22 maggio 2017 1 22 /05 /maggio /2017 08:29
Una domenica così, senza parole

Domenica
giorno fatto di nulla
esci a passeggio con il cane
lavi stoviglie sporche
fai la marmellata
lavi gli utensili che hai usato
riesci per una lunga passeggiata con il cane
e già che ci sei compri anche il pane
e dei dolcetti

Al ritorno, fai merenda
bevi un caffe
fumi una sigaretta
nel sottofondo sonoro continuo
dei programmi di RAI3
prepari il condimento della pasta
e intanto leggi,
spiluccando da un libro e dall'altro

mangi
e, nel mentre, guardi il notiziario,
annoiato di sentire sempre le stesse notizie,
eguali anche se sembrano diverse,
ma le cose sostanziali mai vengono dette

rigoverni
spazzi per terra
poi, spossato dal tanto non far nulla
vai a distenderti sul divano
leggi
dormi
sogni
leggi
dormi
sogni

esci a far passeggiare il tuo cane,
evitando con accortezza
i crocchi di padroni di cani
guardi gli insulsi manifesti elettorali

low cost
che decorano le strade
fai il verso ad alcune di quelle facce
falsamente sorridenti
calpesti con un sottile piacere
i numerosi santini di propaganda
sparsi per terra
ti senti spossato
al pensiero che nulla mai cambierà
di questo ordinario squallore

cala la sera
le rondini intrecciano voli
i gabbiani stridono
mentre planano maestosi
oppure si impennano
verso l'alto cielo
striato degli ultimi colori del giorno

E ci sono altre letture
ingurgiti altro cinema in TV
e altro cibo

E finalmente arriva il tempo del sonno
con altre letture

Leggi
leggi
e infine ti addormenti
con un rassicurante libro sulla faccia
sogni, forse

Una domenica
senza aver detto una parola
all day long

Una domenica così, senza parole
Una domenica così, senza parole
Una domenica così, senza parole
Una domenica così, senza parole
Una domenica così, senza parole
Una domenica così, senza parole
Una domenica così, senza parole
Una domenica così, senza parole
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16 maggio 2017 2 16 /05 /maggio /2017 18:00
Dovere civico e feci da asporto: piglia, incarta e porta a casa

Uscire con il proprio cane a passeggio comporta il dovere civico di rimuovere le sue inevitabili deiezioni ( a meno che lui/lei non abbia già provveduto a liberarsi dentro casa, magari su di un tappeto pregiato).
A tal uopo, svolgono una funzione davvero encomiabile le numerose cartacce di "pubblicità condominiali" che arricchiscono (anzi stipano) gli appositi contenitori all'entrata delle nostre dimore.

Uscendo per la rituale passeggiata con il nostro amico a quattro zampe, conviene sempre arraffarne una, giusto per non essere sprovvisti in caso di bisogno (o, per dirla in altri termini, al manifestarsi di "quell'ineludibile bisogno") di un prezioso strumento di rimozione del malfatto.
Ma se si dimentica il foglio della pubblicità condominiale, poco male, la strada è provvista di simili fogli che svolazzano in giro e, in tempi di campagna elettorale, di stampati a singolo foglio oppure in format pieghevole, in cui gli eligendi con foto patinati, il più delle volte fallaci a causa del massiccio lavoro di photoshop altre volte assolutamente grottesche, promuovono se stessi.
E quindi, nel rimuovere la cacca dei nosti amici cani, rendiamo anche un servigioa lla cittadino rimuovendo la spazzatura svolazzante in giro per le strade.

L'altro giorno, ad esempio, ho avuto l'onore di mettere la faccia di uno dei candidati al ruolo di sindaco (e non dirò di chi si tratti), in lizza nelle prossime elezioni amministrative della nostra città nella civica bisogna di rimuovere la cacca del mio cane: e devo dire senza reticenze che l'ho fatto con un malizioso piacere.
Io espleto tale dovere con solenne consapevolezza e gonfio di orgoglio, mettendomi di molti gradini più in alto di coloro che - sprezzantemente - continuano a non farlo, e ai quali si devono ascrivere le numerose deiezioni canine che ancora punteggiano le nostre strade (ma se non ci fossero costoro, come potrebbe essere messo in atto il "Trattamento Ridarelli"?).
Poi, dopo aver effettuato la raccolta, continuo a camminare - senza ombra di imbarazzo - con l'involto di carta pubblicitaria o di propaganda elettorale ben cummighiatu, sino al prossimo cestino dei rifiuti.
A volte, incontro persone conosciute, mentre ho ancora quell'odoroso pacchetto tra le mani e mi fermo a salutare e a chiaccherare, badando di tenerlo a doverosa distanza dai miei interlocutori, ma vedo che essi se ne stanno sulle loro, alquanto sulle spine, quasi che temessero che io - in un improvviso accesso di follia e di malacreanza - potessi contaminarli con il contenuto del pregiato pacchetto (e, in ogni caso, osservando in essi espliciti segni di imbarazzo anzichè di compiacimento nell'aver incontrato un esemplare umano ligio al civico dovere di asportare le feci canine: reazione che  me pare quasi paradossale...).
Ma io li rassicuro, dicendo loro che essi sono perfettamente al sicuro e che non c'è pericolo alcuno: non dovranno rimuovere da sé macro- o microscopici frammenti fecali al loro ritorno a casa.
Oggi, procedendo alla consueta operazione, ho pensato che in fondo la migliore descrizione del civico gesto possa essere la sicula frase: "Pigghia, 'ntruscia e porta a casa"... E che dunque noi solerti cittadini ci ritroviamo ad essere latori di una specie concettuale prima impensabile che è quella delle "feci da asporto"...

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2 maggio 2017 2 02 /05 /maggio /2017 20:19
(Empty room by Edward Hopper)

(Empty room by Edward Hopper)

Stanze vuote,
spoglie
tutto pare provvisorio e sciatto

Nessuna traccia dell'opulenza di prima

Una essenzialità quasi monacale
pervade ogni spazio

Non più tracce di memoria,
ridondanti e onnipresenti,
ma solo un vuoto esausto
che non potrà più essere riempito

Il lavoro della pietra e del fuoco
è l'unica risorsa,
come anche arare, zappare, potare
in una ciclicità senza fine

E lì in quelle fatiganti attività
si crea nlla mente il vuoto zen
l'assenza di desiderio e di memoria
Come perdersi nella composizione di puzzle infinito

Momenti che rimangono sospesi in un tempo senza tempo,
un tempo in cui la battuta successiva del metronomo
non arriva mai

Solo,
fuori rondoni intrecciano voli
frenetici
e i loro piccoli annidati nei cassoni
pigolano chiedendo cibo e ancora cibo


Un cane tenuto nel recinto
abbaia la sua reclusione

Arriva la sera,
tutto si ingrigisce nel silenzio
ed è l'oblio della notte

Il sonno giunge benevolo
i sogni che sognerò saranno beffardi

Immagini di "giardini zen"

Immagini di "giardini zen"

Tracce
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4 aprile 2017 2 04 /04 /aprile /2017 10:27
Fantasma di primavera

Oggi, avvento della primavera
Cinguettii pacati
nell'aria tiepida del primo mattino
e il profumo intenso, eppure lieve,
del primo glicine in fiore
(in anticipo rispetto al solito)
- è la primavera che, senza pioggia e freddo,
brucia le tappe quest'anno -

 

A parte questo,
non rimane granché,
il mondo va avanti,
il tempo si restringe,
nulla veramente accade,
se non una ripetitiva quotidianità

 

Disamore,
se non addirittura odio

 

Atti utili,
ma ripetuti sino ad essere insulsi e senza senso,
come nel gioco infantile di articolare
a gran velocità
la stessa parola
sino a che di quel suono
si smarrisce il significato originario

 

Ogni giorno
si esaurisce in una grande attesa
vacua

 

La vacuità che si fa costante di vita
e di assenza
E poi viene
con il sonno
il momento dell'oblio
per quanto transitorio

 

Qualche volta
giunge anche un sogno consolatorio
che lascia intravedere
scenari dimenticati
di un mondo perduto
o di infiniti altri mondi potenziali
e in essere

E nella menzogna del sogno
a volte si nasconde la Speranza

(foto di Maurizio Crispi, Carini, Grotta di Carburangeli, 2017)

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24 gennaio 2017 2 24 /01 /gennaio /2017 10:03
A testa alta alla meta

La mamma un giorno mi disse...
In uno dei suoi ultimi giorni la Mamma mi chiese scusa.
"Scusa per cosa?" - le chiesi.
"Ti chiedo scusa - replicò - per tutte le volte che ti ho trascurato per occuparmi di più di tuo fratello, per tutte le volte che non ti ho ascoltato quando avresti voluto parlarmi...".
Io, conciliante, le dissi: "Ma no, mamma! Cosa dici! Non ti devi scusare di nulla. Hai fatto sempre il meglio e Salvatore ha sempre avuto più bisogno di me di cure e di attenzioni".
Dissi così, anche se in cuor mio sapevo - e so - che a causa di mio fratello portavo dentro di me il segno di una grande ferita emozionale, che nel corso degli anni mi era stato possibile lenire, ma mai far guarire del tutto. Quanto volte ero entrato con entusiasmo a casa loro per raccontare una cosa bella che mi era appena accaduta e mi ero dovuto ritrarre accigliato e affranto, perchè erano occupati a fare qualcosa di importante: una delle tante cose di cui mio fratello si occupava con assoluta dedizione e in cui trascinava mia madre, sempre accanto a lui!
Ma, in quella circostanza, alla mamma non dissi nulla, perchè non volevo che dovesse portare nei suoi ultimi giorni il fardello del mio scontento e della mia delusione.
A questo punto la mamma continuò: "Con tuo padre abbiamo tentato diverse strade. All'inizio avevamo deciso che avremmo fatto soltato quello che potevamo fare tutti assieme.
Tuttavia, man mano che Salvatore cresceva e aumentavano le difficoltà nel gestire la sua disabilità, ci siamo anche resi conto che avremmo dovuto escludere troppe cose e che, quindi, tu ne avresti sofferto, ne saresti stato troppo penalizzato. Quindi, abbiamo deciso di cominciare a fare delle cose appositamente misurate per te. Ed è così che è cominciata la stagione dei nostri viaggi assieme: papà rimaneva a casa con Salvatore e noi due partivamo, o viceversa
" (anche se le occasioni in cui sono partito con papà. io e lui da soli sono state rarissime, forse giusto un paio).
"Ma per il resto, dovevate avere le stesse cose - aggiunse - libri, giornaletti, giochi, ognuno secondo le proprie preferenze, ma sempre in modo egualitario".

La mamma mi chiese scusa, quella volta: forse, avrei dovuto essere io a chiedere scusa per tutte le volte che, una volta cresciuto, ero fuggiro e mi ero appartato da loro, seguendo le mie vie.
Nino Salvaneschi, Breviario della Felicità, Corbaccio, 1940

Mettendo ordine nella stanza della mamma e riorganizzandola, ho trovato di recente proprio in uno scomparto del suo comodino due piccoli volumi: uno era un'edizione di Siddharta di Hermann Hesse, l'atro un esile libricino di Nino Salvaneschi, dal titolo "Breviario della Felicità" (Casa editrice Corbaccio, 1940). Quest'ultimo, in particolare, si presentava usurato da una lettura costante e assidua, alcuni passaggi segnati con tratti di matita.

Sfogliandolo, ho pensato che queto volumetto avesse potuto essere per la mamma una sorta di guida spirituale.
Le date sono importanti. Salvatore nacque nel 1947 e solo dopo qualche mese dalla sua nascità papà e mamma ebbero contezza del suo problema neurologico; forse, la mamma possedeva già quel volume, oppure si trovò a comprarlo successivamente alla nascita di mio fratello, quando brancolava alla ricerca d'un appiglio per potere sostenere il dolore di avere un figlio con una malattia (e la speranza di una cura - e di una possibile guarigione - animò a lungo entrambi i miei genitori che intrapresero viaggi alla volta di santuari dove agivano i luminari della neurologia di quel tempo e lunghe permanenze alla ricerca di un'impossibile cura).
Ho provato diverse volte ad immaginare lo stato d'animo dei miei genitori di fronte al deficit neurologico di mio fratello e alla constatazione che malgrado tutti i tentativi non ci sarebbe stata una cura possibile, partendo dai miei di stati d'animo relativi a mio fratello (intrisi di dolore, di costernazione per l'impossibilità per lui di avere una vita normale e di desideri e sogni impossibili): spesso mi ritrovavo da solo chiuso in bagno (o in un altro luogo appartato di casa) a piangere per lui - sì, lo dico senza vergorgnamene - e riflettevo costantemente sul fatto che loro non s'erano mai piegati, nemmeno per un istante, affrontando tutte le difficoltà e la cattiva sorte a testa alta, come se - quasi in un rovesciamento paradossale del senso comune - avessero ricevuto un dono che li avrebbe indotti al cimento e a dare il meglio di se stessi, ad essere migliori.
Ambedue accettavano il loro fardello e non si sono mai piegati sotto il suo peso, mantenendo sempre un'attitudine positiva.
Mia madre, poi, sino all'ultimo.
Quando stavamo in una casa senza ascensore, sino ai miei 12 anni, quando si trattava di uscire, mio padre semplicemente si caricava mio fratello sulle spalle e lo portava giù sino all'auto: e non accettava l'aiuto di nessuno. Era suo quel fardello, non di altri. Ma c'era della gioia in quello che faceva, come se portare il fardello fosse un dono ricevuto e uno stimolo ad essere migliore, più forte.
Nello stesso tempo, i miei genitori mi hanno insegnato che, in una situazione simile, il fardello da portare con gioia e senza alcun senso di costrizione è di tutti, può e deve essere condiviso - e non può che essere così.

Nino Salvaneschi (1886-1968), giornalista di una certa fama nell'immediato dopoguerra, per alcuni scritti soprattutto quelli elaborati nel corso di una lunga malattia e quelli scaturiti dalla successiva esperienza di una cecità sopraggiunta, divenne - senza volerlo - un maestro spirituale a metà tra il cristianesimo e il buddhismo che cercava di insegnare la ricerca della felicità in mezzo alle difficoltà, ai tormenti, alla malattia.
E credo che la mamma abbia trovato in questo libretto di pensieri ed aforismi una guida e un supporto nei primi anni della costituzione della sua nuova famiglia e di vita di mio fratello, ma anche un aiuto per lenire il forte dolore di fronte alla consapevolezza ineludibile della malattia di mio fratello.
Voglio citare qui i paragrafi finali del libro; secondo molto significativi per comprendere a fondo la vita e le opere di mia madre:


"Credo che nella traversata della vita le sventure siano le isole alle quali temiamo di approdare; ma se vi siamo sospinti dal vento del destino e se sappiamo, nella nostra lieve sfortuna, vedere un pallido riflesso del dolore rigeneratore del mondo, le isole della sventura saranno le isole azzurre del nostro breve viaggio.
(...)
Forse la felicità è ancora un peccato d'orgoglio, ma chiunque tu sia, a qualunque punto della tua vita tu sia giunto, qualsiasi cosa costi, questo solo conviene rammentare: bisogna giungere a fronte alta alla propria meta
" (ib., p.110).

 

Credo che la mamma abbia sempre cercato di conformarsi a questo positivo orientamento, quello di volgere le sventure in piccole isole di azzurro e in approdi nei quali - comunque - si poteva trovare la felicità, a testa alta, senza auto-commiserazioni.

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24 gennaio 2017 2 24 /01 /gennaio /2017 08:48
La Strada

Tutti muoiono,
prima o poi

Pietra su pietra,
sotto il sole
o sotto la pioggia,
si edificano muri;
armati di zappa e di piccone
si scavano fossi
per mettervi a dimora giovani alberi;
oppure si scrivono libri
o si tracciano oscuri scarabocchi

augurandosi che muri e alberi
libri e scarabocchi
sopravvivano all’oblio

Ho sognato di essere su di una lunga strada
distesa a perdita d’occhio

Camminavo e camminavo
senza sentire la fatica

Non sapevo quando il mio andare fosse iniziato
né dove avrebbe avuto termine
C’era soltanto quella strada infinita
tracciata attraverso una vasta pianura
di cui non potevo mai vedere la fine
irraggiungibile come l'orizzonte lontano
I giorni si succedevano ai giorni
e nulla cambiava

C’era solo il cammino
e la successione misurata dei miei passi,
mentre sospingevo innanzi un carrello della spesa
con tutti i miei averi dentro
e le ruote cigolanti

Da dove venivo?
Dove andavo?
Non so

Soltanto questo so:
che quella strada è la vita

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29 dicembre 2016 4 29 /12 /dicembre /2016 16:58
La vita clandestina dei sogni
La vita clandestina dei sogni
La vita clandestina dei sogni
La vita clandestina dei sogni
La vita clandestina dei sogni
La vita clandestina dei sogni
La vita clandestina dei sogni
La vita clandestina dei sogni

I sogni
come le nuvole
vanno e vengono

Ti visitano ogni notte,
ma non hai quasi mai una presa salda su di essi

Svaniscono come una lieve rugiada
evapora via al primo calore del sole
senza lasciare traccia
(e se questa rimane è effimera)
Persino quando li ricordi e li trascrivi,
a distanza di tempo
ti sembrano estranei al te e al tuo essere

Come se il tuo sognare
fosse quello di un'altra persona
con la quale non hai alcuna dimestichezza

E, quindi, c'è un'intera parte della nostra vita
- quella del sogno - che, salvo rare eccezioni,
rimane a noi totalmente preclusa

Nei sogni si dipana un'altra esistenza, parallela,
della quale soltanto di tanto in tanto
possiamo cogliere sprazzi meravigliosi e iridiscenti
Perchè tutto quello che accade nel sogno
è come un film proiettato sullo schermo della mente
che parla ogni, volta, di vicende
a cui guardiamo con curiosità,
raramente con spavento o con terrore

Il territorio del sogno è anche quello della nostalgia
e del desiderio

Forse anche per questo il contenuto dei sogni
deve sempre essere dimenticato
per rinnovarsi di continuo in molteplici forme,
poiché sia la nostalgia sia il desiderio
sono potenzialmente infiniti,
never ending,
e fanno da motore inesauribile
della nostra vita interiore e della nostra ricerca

I sogni sono la nostra Via Lattea
E, in essi, noi siamo i vagabondi delle stelle,
ma ci è precluso tracciarne una mappa

Disvelamento
Disvelamento

Disvelamento

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29 dicembre 2016 4 29 /12 /dicembre /2016 07:05
Una giornata a Capo Zafferano, luogo della nostalgia e della memoria
Una giornata a Capo Zafferano, luogo della nostalgia e della memoria
Una giornata a Capo Zafferano, luogo della nostalgia e della memoria
Una giornata a Capo Zafferano, luogo della nostalgia e della memoria
Una giornata a Capo Zafferano, luogo della nostalgia e della memoria
Una giornata a Capo Zafferano, luogo della nostalgia e della memoria
Una giornata a Capo Zafferano, luogo della nostalgia e della memoria

(Maurizio Crispi) Domenica 27 novembre, rifuggendo dalla consueta routine fotografica delle solite e sempre eguali gare podistiche locali, mi sono ritrovato a trascorrere quasi un'intera  giornata  a  Capo Zafferano: malgrado la pioggia violenta della notte, una giornata di caldo e sole, che mi hanno spinto a scendere a mare, benchè avessi delle faccende da sbrigare.
Dapprima, mi sono soffermato sulla spiaggetta del "Lido del carabiniere", del tutto deserto: ma poi ho  - sentendo il desiderio di muovermi in un'atmosfera che prefigurava il ritorno all'estate (benchè fossimo a novembre), ma senza il caos e la baraonda dei gitanti al mare ho deciso di affrontare una passeggiata verso il Faro, dove non andavo da circa un secolo.
La cappella di Capo ZafferanoMentre mi ero avviato da poco, by-passando il tratto iniziale della stradella che era stato allagato dalla pioggia recente (non volevo bagnarmi i piedi: e qui confesserò che non possiedo quella voluttà in ciò che è tipica del provetto trailer) prendendo dalla scogliera, ho intravisto il mio amico Roberto Magnisi (ambiente runner) che portava in passeggiata il cane di famiglia (lui e Lara li avevo poco prima incrociati sulla strada asfaltata al termine della loro corsa di allenamento e, lì per lì, avevamo scambiato quattro chiacchiere (ma non di corsa, tengo a precisare: con loro si può sempre parlare di tante cose diverse).
Quindi, prendendo vantaggio da questo reiterato nuovo incontro, entrambi in compagnia dei rispettivi cagnoli, abbiamo deciso di proseguire assieme la passeggiata. Gli ho raccontato alcune delle mie memorie del periodo in cui ogni anno a partire da qualche tempo dopo la morte di mio padre venivamo qui in villeggiatura: e gli racconto delle mie frequenti escursioni al Faro oppure sino alla cima della montagna, seguendo una vecchia mulattiera militare che a zig zag, facendo dei gomiti strettissimi, si inerpicava sino alla cima.
Arrivati alla cappella, aggettante sul mare, in una posizione stupenda, ci siamo fermati sul piccolo belvedere delimitato da una ringhiera di ferro battuto a contemplare il paesaggio.
Il nostro sguardo si  è disteso con facilità verso l'orizzonte che pareva infinitamente lontano e dilatato: Il mare e il cielo erano tanto azzurri da far male agli occhi.
Una barca a motore fendeva la superficie d'acqua tranquilla non turbata da una bava di vento, lasciando al suo passaggio una traccia di spuma bianca che persiste a lungo come una cicatrice.
La piccola cappella è stata intonacata di recente di bianco, un bianco, anch'esso accecante nel sole, che si può vedere soltanto in alcune isole della Grecia.
Il nostro sguardo si è volto alla montagna e ho detto a Roberto che mi sono sempre chiesto se da qui, salendo sulla scarpata, vi fosse un possibile passaggio verso l'altro versante
E Roberto mi ha preso di contropiede, dicendomi all'istante: "Andiamo a vedere!". E così eccoci ad inerpicarci sulla parete del monte, una pendio piuttosto scosceso, praticabile ma ripido e accidentato, pieno di massi, di fitti cespugli di disi, di arbusti troppo cresciuti e dai rami pungenti, di buche inaspettate..
Malgrado le difficoltà, abbiamo continuato ad ascendere, passo dopo passo e al nostro sguardo si è andata aprendo la vastità immensa dell'orizzonte.
Mentre noi sgobbavamo i cani si divertivano e ci precedevano ansimando con allegrezza, talvolta imboccando percorsi per loro non agevoli e facendo retromarcia per imboccare una strada più percorribile.
Sul monte...Ma poi, alla fine, Roberto ha avvistato (per tempo, per fortuna) un nido di vespe e qualche sentinella alata in perlustrazione: la discesa è stata precipitosa.
Rudely interrupted! Ma ho il sospetto, guardando la conformazione del monte, che arrivati al ciglio della scarpata, dove si poteva immaginare un possibile punto di aggiramento (ma senza averne la certezza) ci saremmo trovati dai piedi di un muro di roccia invalicabile. Ma è pur vero anche che le cose bisogna anche andare a vederle, per convicersene di persona. Ed anche, come dice il noto proverbio: tentar non nuoce...
La nostra impresa è così rimasta a metà: il suo compimento sarà per una prossima volta. Con la montagna rimane un conto aperto...
Ma è stato un bel provarci.
Dopo questa mezza impresa, ma contenti per aver raccolto il cimento, io e Roberto ci siamo congedati per riprendere ognuno la sua strada, lui per casa, io per la spiaggetta dove ho potuto godere un meritato riposo, crogiolandomi al sole.
Al ritorno al villino, mi è rimasto da fare il lavoro che avevo soltanto dilazionato.
Quando ho finito con i miei doveri contadineschi, sono ripartito per Palermo, ricevendo in  premio lungo la via del ritorno alcune straordinarie vedute del Golfo di Palermo all'imbrunire, sovrastato da possenti coltri di nubi che si coloravano del tramonto, dal punto di osservazione privilegiato che è il borgo marinaro de L'Aspra
Capo Zafferano è per me un luogo dei ricordi: che, tuttavia, per me non sono d'infanzia,  ma un po' più recenti, perchè abbiamo cominciato a passare le estati a Capo Zafferano  (oggi, nella toponomastica, Contrada Urio) solo attorno al 1975 per poi mantenere questa consuetudine sino al 2004 circa, quando la mamma non si è più sentita di stare per giorni interi sola con mio fratello... visto che io potevo andarci solo nei fine settimana (e non sempre).
Ma ora quei tempi si sono rinverditi, per fare vivere la casa ho cominciato ad accogliere (ancora occasionalmente) degli ospiti e, quindi, per i check-in e -out sono costretto ad andarci di continuo, oltre che lavorarci attivamente per tenere tutto in ordine.
In ogni caso, per me, questa casa (e i luoghi che la circondano) sono un posto della nostalgia, poichè il periodo più intenso della sua frequentazione per me è stato quello collocabile  in quella terra di nessuno tra la fine degli studi universitari e l'inizio di una vera ed intensa attività lavorativa, in procinto di attraversare quella conradiana "linea d'ombra", tra l'adolescenza spensierata e l'adultità con la prime e dolorose assunzioni di responsabilità...

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7 novembre 2016 1 07 /11 /novembre /2016 08:13
L'Assenza

Ieri, domenica, mi sono ritrovato ad andare a piedi sino in centro città.

A dire il vero, avrei voluto andarci in bici, ma scendendo nel sottoscala per recuperare la bici che spesso ripongo lì, più che altro per pigrizia, per non dovere a prire e chiudere la porta del box (ma ritenendo che lì possa stare in assoluta sicurezza), ho scoperto che mi era stata rubata. No bici! al suo posto, uno spazio vuoto e quella curiosa sensazione di straniamento, quando ti accorgi che un oggetto che sei abituato a vedere in un certo contesto, è assente.

Un ultima passeggiata con mio fratelloNiente bici, dunque. Che fare?

Di prendere l’auto non se ne parlava.

Non sopporto di usarla per andare in centro.

E allora? Mezzo pubblico? No, per me poco pratico. Figuriamoci: non so nemmeno dove si acquistano i biglietti del bus.

A piedi, allora, con i buoni, vecchi “cavalli di San Pietro”. E mi sono incamminato. Sia all’andata, sia al ritorno mi sono ritrovato a pensare a tutte le volte che, dopo la morte della mamma, con mio fratello Salvatore siamo andati in centro città per una semplice passeggiata o per vedere un film. Io nei panni dello spingitore.

Grande nostalgia... e senso di vuoto.

Ma anche: mancanza delle scarne ma essenziali conversazioni che andavano avanti tra noi durante lo spingimento. C’è da chiedersi a volte se un disabile che è sospinto da uno spingitore abituale nella sua carrozzina sia realmente ed incontrovertibilmente dipendente dal suo spingitore. O se, piuttosto, non sia vero il contrario che, cioè, sia lo spingitore ad essere dipendente da colui che spinge.
 

Questa tesi sarebbe avvalorata dalle forti sensazioni di “manque” che avverte lo spingitore nel momento in cui è privato dalle vicissitudini della vita del suo sospinto.
Si tratterebbe, forse, del concretizzarsi d’una condizione di co-dipendenza, come nel caso di uno che sia monco delle braccia e che prenda a portare sulle sue spalle, nella realizzazione di un sodalizio di mutuo aiuto, uno che essendo monco degli arti inferiori, abbia invece la piena funzionalità degli arti superiori.

Bisogna riadattarsi a non poter essere più spingitore.
Il rovesciamento è che, mentre io pensavo di fare qualcosa per mio fratello, impossibilitato dalla nascita a camminare, era lui in verità che faceva qualcosa per me. Come, ad esempio, in tutte le circostane in cui stavo con lui nel soggiorno a leggere e a dormicchiare in poltrona, nelle domeniche pomeriggio, per non lasciarlo da solo - pensavo - e per dargli compagnia. In verità - io credo - che fosee lui con la sua presenza silenziosa e non richiedente a darmi compagnia e a non farmi sentire da solo.

Misteri buffi e, assieme, tragici della vita.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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