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6 marzo 2025 4 06 /03 /marzo /2025 06:36

Letto nel corso del 2023

Maurizio Crispi (6 marzo 2023)

Alan Bennet, Arresti domiciliari. Diari della Pandemia, Adelphi

Con "Arresti domiciliari. Diari della Pandemia" (House Arrest. Pandemic Diaries, nella traduzione di Mariagrazia Gini), la casa editrice Adelphi (nella collana Microgrammi), ci ha offerto una piccola narrazione autobiografica di Alan Bennett sul lockdown da lui personalmente vissuto al tempo del Covid. 
Una piccola gemma che si aggiunge ai molti saggi, resoconti cronachistici e annotazioni diaristiche che sono cresciuti a dismisura sin dai primi mesi della recente pandemia.

E' importante non dimenticare e tornare sempre a meditare su quanto ci è accaduto per potere trasmettere la memoria di questi eventi a chi verrà dopo di noi e ai più giovani, anziché "dimenticare" e consegnare tutto ad una sorta di oblio collettivo, come in parte è accaduto negli anni successivi alla grande epidemia influenzale del 1918-1919.

(Sinossi) All’inizio del 2020, l’intera umanità si è trovata d’improvviso immersa in uno dei più sinistri romanzi distopici che siano mai stati concepiti. 
Solo che non era un romanzo. 
E mentre la pandemia dilagava in successive ondate, non meno contagiose erano le ondate di retorica che si sono abbattute su tutti noi, in molteplici varianti. 
Contro questo secondo flagello, un farmaco efficace e senza effetti collaterali è Arresti domiciliari, dove Alan Bennett – e chi, altrimenti? – riesce a guardare alle ripercussioni della catastrofe con sovrano understatement, sfiorandole con quel tocco leggero che è solo suo, in un diario che, giorno dopo giorno, intreccia riflessioni e ricordi del passato ad aneddoti e osservazioni sull’inopinata congiuntura del presente

L’autore. Alan Bennett è nato a Leeds, nello Yorkshire, il 9 maggio 1934. Il padre era macellaio, la madre casalinga. A Cambridge, Bennett comincia a scrivere sketch insieme a Michael Frayn. Poi si diploma, e gli ci vogliono due anni per decidere di non diventare pastore della chiesa anglicana. Ma la vocazione e la sua crisi si rivelano proficue, se nel 1959 Alan Bennett debutterà al Fringe Festival di Edimburgo proprio con la parodia di un sermone. Nel 1965, dopo una fortunatissima serie di spettacoli insieme alla rivista «Beyond the Fringe», viene ingaggiato dalla BBC come attore. Nel 1968 mette in scena il primo dei suoi grandi testi, Forty Years On. Nel 1983 scrive il testo di An Englishman Abroad, film per la TV con la regia di John Schlesinger; sua è anche la sceneggiatura dell'irresistibile Pranzo Reale (A Private Function, 1985) diretto da Malcolm Mowbray, mentre più recentemente (1995) Nicholas Hytner ha portato sul grande schermo un'altra sua fortunatissima commedia, La pazzia di Re Giorgio (The Madness of George III, 1992), pubblicata da Adelphi nel 1996. Nel 1992 la BBC ha trasmesso la prima serie dei suoi lavori forse più acclamati, i monologhi di Talking Heads (trad. it. Signore e signori, Adelphi, 2004), interpretati, oltre che da Bennett stesso, da attrici immense quali Maggie Smith, Julie Walters e Patricia Routledge. La seconda serie è andata in onda, con crescente successo, nel 1998 ed è stata pubblicata da Adelphi nel 2016 con il titolo Il gioco del panino. Tra gli altri suoi libri ricordiamo: Una vita come le altre, L'imbarazzo della scelta, Due storie sporche.
I suoi libri sono pubblicati da Adelphi.

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28 febbraio 2025 5 28 /02 /febbraio /2025 07:55

Una mia recensione di un paio di anni fa, recentemente ripescata

Maurizio Crispi

«Ho scritto un noir moderno, inserendo una serie di problematiche per ampliare lo sguardo sul nostro tempo e sul territorio.»

Massimo Carlotto, intervista a La Stampa

Massimo Carlotto, Il Francese, Mondadori

Il Francese, edito da Mondadori nel 2022, è stato una delle ultime fatiche di Massimo Carlotto che, tratteggiando il personaggio de Il Francese, macró (ovvero sfruttatore) e gestore di un giro di prostituzione di alto bordo nel Nord Est (con Carlotto ci si muove sempre nelle atmosfere del Veneto, industrioso, ma spesso ricco di intrallazzi e di sotterfugi per massimizzare i profitti, storture che il Nostro denuncia sempre abilmente, offrendoci un interessante spaccato di una società di imprenditori in un mix a volte inestricabile di onestà e corruzione), coglie l’occasione di illustrare magistralmente il sottobosco del crimine organizzato e le sue ramificazioni.
Toni Zanchetta, questo il vero nome del Francese, si trova a confrontarsi con una situazione difficile - la scomparsa di una delle sue “ragazze” e l’essere accusato del suo omicidio - è con una serie di conseguenze a cascata.

Perde tutto e cerca di risollevarsi, ma dovrà confrontarsi con un’implacabile poliziotta, la Ardizzone che lo condurrà dove lui non avrebbe mai immaginato di potersi trovare. 


(Soglie del testo) Massimo Carlotto, uno degli autori più amati, incisivi e schierati del noir italiano, debutta nel Giallo Mondadori con un nuovo, iconico personaggio, dimostrando per l'ennesima volta il suo talento unico nel raccontare la nostra società e gli scheletri che cerca di nascondere nell'armadio.
Lo chiamano il Francese. Gestisce una "maison" di dodici donne. Ognuna ha un nome d'oltralpe, ognuna recita un personaggio diverso: dalla pin-up d'altri tempi alla manager in carriera, il Francese è in grado di soddisfare le fantasie di commercianti, imprenditori, professionisti. È un giro medio-alto, il suo, le mademoiselle non lavorano in strada, e non tutti se lo possono permettere. Tutto precipita quando una di loro scompare nel nulla: è lui l'ultimo ad averla vista viva, e quindi il primo sulla lista degli indagati. Il commissario Franca Ardizzone non gli dà tregua, lo vuole sbattere in galera a tutti i costi. E la sua maison fa gola alle bande che gestiscono la prostituzione in zona. Per salvarsi, il Francese è costretto a cercare la verità, un gioco pericoloso dove nessuno rispetta le regole.

Hanno detto
«La ricerca della verità smuove l’altrimenti granitico personaggio del Francese e pure la trama del noir, che anche in questo caso - come Carlotto ci ha abituati - è perfettamente al servizio dell’inchiesta sull’abominevole (l’aggettivo è suo) ruolo dei magnaccia.» – Miriam Massone, La Stampa


(Quarta di copertina) un protettore accusato di omicidio. Una poliziotta pericolosa e spregiudicata. E sullo sfondo l’anima bigotta e insieme torbidissima della provincia italiana.
“Gli sbirri non bluffavano. Nei giorni prima il Fancese si era rivolto ad un legale, e il tizio, anche se disponibile a rappresentarlo in Corte d’Assise, era stato chiaro: gli inquirenti non avevano prove ma erano in possesso di indizi in grado di convincere una corte a condannarlo, perché se il colpevole non era lui chi altri poteva esserlo?”

 

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18 febbraio 2025 2 18 /02 /febbraio /2025 12:07
John Foot, La «Repubblica dei matti». Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 1961-1978, Feltrinelli UE

John Foot, docente di Storia Contemporanea Italiana e autore di numerosi saggi  storici tematici, con "La «Repubblica dei matti». Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 1961-1978" (nella traduzione di Enrico Basaglia), pubblicato da Feltrinelli nel 2014 e successivamente nella UE (Universale Economica) alcuni anni dopo (nel 2017) ci ha regalato un contributo di grande rilevanza e soprattutto "super partes" in un ambito storiografico italiano che all'interno del grande capitolo dell'evolversi della Sanità pubblica nel corso del XX secolo tracciasse la storia della "distruzione" dei manicomi e l'apertura di un'epoca di assistenza ai pazienti psichiatrici più umana e più rispettosa dei comuni diritti dei cittadini.

In italia, pochi lo hanno fatto: infatti, come osserva lo stesso Foot, sono mancati sostanzialmente degli studi obiettivi e onnicomprensivi che andassero alla ricerca delle fonti e che tracciassero un'effettiva articolazione del movimento - in fondo pluricentrico - che ha portato a sostanziali trasformazioni (laddove invece sono rintracciabili molteplici testimonianze parziali a firma di quegli stessi operatori che vissero il movimento oppure degli scritti (in forma di articoli o saggi) da parte dei detrattori di quelle esperienze. In entrambi i casi, siamo di fronte ad una letteratura che ha prodotto "fonti" scritte in termini di riflessioni, resoconti di accadimenti, testimonianze, ma di un tentativo storiografico accurato (non a caso John Foot, mette mano a questa storia, soltanto in occasione del trentennale della promulgazione della cosiddetta "Legge Basaglia", quando cioè, il tempo trascorso aveva consentito la messa a punto di un analisi più oggettiva e attendibile).
Rimane comunque valido interrogarsi sul perché nessun studioso italiano abbia voluto intraprendere questa fatica. Forse, secondo John Foot, ciò è accaduto perché in Italia si è rimasti fermi ad un dibattito di tesi contrapposte e nessuno si è sentito l'animo di proporre uno sguardo più esaustive che sormontasse le contrapposizioni e che potesse fornire un racconto dettagliato, mostrando tutti gli aspetti del cambiamento e delle trasformazioni.
Ma quale movimento si sviluppò a partire dai primi anni Sessanta sino al momento culminante del 1978 (anno che vide la promulgazione della 180) e che protrasse i suoi effetti trasformativi sino ai tardi anni Novanta sempre del XX secolo?

Allora si parò di "antipsichiatria", un termine che da certi orientamenti di pensiero fu ovviamente molto contestato perché faceva parere che ci si volesse muovere verso una totale cancellazione delle sindromi psichiatriche e dello stesso ruolo dei medici che si specializzavano in questo settore medico, ma giustamente John Foot ricusa quel termine poiché lo si può applicare soltanto ad un gruppo ristretto di esperienze nell'assistenza psichiatrica (si veda ad esempio il movimento transitorio dell'antipsichiatria britannica, impersonato in modo particolare da David Cooper e Ronald Laing) e preferisce optare sulla definizione di "psichiatria radicale" che meglio si attaglia ad un'applicazione storiografica non soltanto di quanto accade a Gorizia e a Trieste con Franco Basaglia, leader ed ispiratore della trasformazione, ma agli accadimenti che si verificarono in molti altri contesti, in ciascuno dei quali si ebbero delle specificità.

Quella che si verificò fu una trasformazione policentrica 8che ebbe a teatro diverse regioni e provincie italiane) sempre a partire da "psichiatri radicali" che poterono operare grazien ad alleanze virtuose con il potere politico (e nella fattispecie con le Amministrazioni provinciali locali, visto che i Manicomi (o Ospedali Psichiatrici) erano sotto la giurisdizione delle provincie.

A Basaglia, alla prima e alla seconda equipe goriziana, ma anche al gruppo di operatori che assieme a Basaglia operarono a Trieste (mentre ebbe scarsa rilevanza la parentesi di Colorno) va il merito di avere avuto una grande risonanza mediatica (grazie anche alle capacità di esposizione dello stesso Basaglia, ma sicuramente con il favore di certe circostanze e congiunture.

il "fenomeno Basaglia" impersonificò il cambiamento in corso (necessario e non più procrastinabile) che, in realtà fu policentrico, poiché i tempi erano ormai maturi per questo: molte altre esperienze coeve che, in diverse realtà manicomiali operarono tentativi di cambiamenti più o meno fruttuosi (come a Perugia o ad Arezzo) rimasero in ombra in quanto oscurati dalla invadenza mediatica (in senso buono) di Basaglia e di quanto collaborarono con lui in modo diretto tra Gorizia e Trieste e che poi andarono incontro ad una diaspora che li portò ad operare in diversi altri contesti per l'abbattimento delle mura manicomiali e per la trasformazione dell'assistenza psichiatrica.

Tutto questo ci racconta in modo appassionato e con dovizia di dettagli John Foot, con il supporto di un ricco apparato di note e di un'esaustiva bibliografia.

(Quarta di copertina) Nel 1961 Franco Basaglia assume la direzione del manicomio di Gorizia; nel 1978 la legge 180 decreta la chiusura definitiva dei manicomi in Italia. La battaglia per la riforma radicale dell'assistenza psichiatrica fu innescata dal rifiuto di pochi medici e amministratori locali di avallare gli orrori di una realtà spesso paragonata ai lager nazisti. Dal lavoro concreto per l'umanizzazione di un istituto meramente repressivo nasce una riflessione culturale e politica di vasta portata sui meccanismi dell'esclusione sociale e sull'idea stessa della malattia mentale. Nel clima febbrile degli "anni delle riforme" e del Sessantotto, libri come "Che cos'è la psichiatria?" e "L'istituzione negata" consegnano al Movimento, la realtà della lotta anti-istituzionale sul campo, mentre documentari televisivi come "I giardini di Abele" di Sergio Zavoli contribuiscono alla diffusione di una nuova sensibilità nell'opinione pubblica. Conclusa l'esperienza pionieristica di Gorizia, gli psichiatri radicali incontreranno a Trieste, Parma, Perugia, Reggio Emilia, Arezzo e in tante altre città italiane una nuova generazione di amministratori capaci di rischiare per le proprie convinzioni. John Foot ricostruisce questa complessa vicenda con appassionato rigore storico, documentando non solo i successi e i fallimenti ma anche le feroci controversie (esterne e interne) che inevitabilmente l'accompagnarono. E che ancora non si sono spente.

 

John Foot

L'autore. John Foot, docente di Storia contemporanea italiana, ha insegnato presso il Dipartimento di italiano dell’University College di Londra e insegna all’Università di Bristol. Tra le sue opere pubblicate in italiano, ricordiamo: Il boom dal basso: famiglia, trasformazione sociale, lavoro, tempo libero e sviluppo alla Bovisa e alla Comasina (Milano, 1950-1970), (Annali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 1997), Milano dopo il miracolo. Biografia di una città (Feltrinelli, 2003), Fratture d’Italia (Rizzoli, 2009), Calcio. 1898-2010. Storia dello sport che ha fatto l’Italia (Bur, 2010), Pedalare! La grande avventura del ciclismo italiano (Rizzoli, 2011) e La “Repubblica dei Matti”. Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 1961-1978 (Feltrinelli, 2014; Ue, 2017). Fonte immagine: sito editore Feltrinelli.

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15 febbraio 2025 6 15 /02 /febbraio /2025 09:29
Alessandro perissinotto, La congregazione, Mondadori, 2020

Non appena ho cominciato a leggere cominciato a leggere il romanzo di Alessandro Perissinotto, La congregazione, (pubblicato da Mondadori nel 2020) mi ci sono subito appassionato
Non avrei mai potuto immaginare che nella trama ci entrasse la comunità fondata dal reverendo Jim Jones (predicatore e criminale) in Guyana e poi cresciuta sino a contare più di duemila residenti, uomini, donne e bambini.
In passato, spinto dalla mia curiosità professionale, ho avuto modo di leggere un saggio molto interessante proprio su questa comunitá/comune a forte impronta carismatica e sull’esito finale che ebbe a subire, quando un migliaio dei suoi abitanti, tutti cittadini USA, affrontarono un suicidio collettivo, bambini inclusi, un suicidio a cui furono condotti dal loro capo carismatico.
Fu un evento di estrema drammaticità che vide la morte contemporanea del maggior numero di cittadini americani, prima del crollo delle Torri Gemelle.
Si tratta del saggio di Domenico Arturo NesciLa notte bianca: studio etnopsicoanalitico del suicidio collettivo, pubblicato da Armando Armando Editore nel 1991 (e successivamente, dello stesso autore, di una psico-biografia di Jim Jones, Revisiting Jonestown: An Interdisciplinary Study of Cults), ma si può anche fare riferimento all'altrettanto importante saggio di Enrico Pozzi in cui si tratta della "conduzione carismatica malata" di Jim Jones, in Il carisma malato. Il People's Temple e il suicidio collettivo di Jonestown", Liguori 1992, per non parlare del racconto autobiografico di un'adepta della setta Deborah Layton che riuscì fortunosamente a fuggire da Jonestown prima che si compisse la tragedia finale e che raccontò la sua personale vicenda, dalla sua cooptazione sino alla sua fuga, in "Veleno seducente", con il titolo originale Seductive Poison: A Jonestown Survivor’s Story of Life and Death in the Peoples Temple (Piemme, 2001).

Barbara Layton, Veleno seducente, Piemme, 2001

Deborah ha 18 anni e studia a Berkley, in California. Come molti è attratta dal Tempio dei Popoli del reverendo Jim Jones per le idee di uguaglianza e giustizia che propugna. Con lei ci sono sua madre, suo fratello Larry e alcune delle "menti migliori di una generazione", come avrebbe detto Allen Ginsberg. Il Tempio è attivo nel sociale ed è guardato con interesse dalla stampa e dall'establishment politico. Ma dietro una facciata rispettabile, si nasconde una realtà di sottili violenze psicologiche, di abusi, di condizionamento. Il peggio però deve ancora arrivare. Quando il movimento trasferisce il proprio quartier generale nella giungla per fondare una nuova città, in 1000 prendono parte al nuovo esodo cercando il paradiso. Ma troveranno l'inferno.

In genere, ho sempre apprezzato molto i romanzi di Perissinotto.

Lo ritengo uno scrittore bravo e forse mi piace anche perché é lontano dalla ribalta mediatica e non è da grandi numeri di copie vendute

Anche questa volta non sono rimasto deluso.

 

(Risvolto) Frisco, Colorado. Un tranquillo paese delle Rocky Mountains, a tremila metri di quota e a un centinaio di miglia da Denver. È qui, in una vecchia casa appena ereditata, che Elizabeth si trasferisce per scontare la pena che il giudice le ha inflitto per guida in stato di ebbrezza: ventiquattro mesi con la cavigliera elettronica e il divieto di superare i confini del villaggio.
Per Elizabeth, spogliarellista a fine carriera, donna ancora molto bella e sempre più disincantata, Frisco è forse l'ultima occasione per cambiare vita.
La piccola comunità del paese è cordiale e accogliente, ma un giorno Elizabeth inizia a ricevere sgradevoli omaggi da un ignoto personaggio che sembra molto informato sul suo passato e soprattutto sembra conoscere molto bene ciò che lei ha impiegato una vita per tentare di dimenticare.
Torna così a galla un incubo degli anni '70, quando lei era solo una bambina, lo spettro di un massacro, a migliaia di chilometri da lì: la più grande strage di cittadini americani prima dell'11 settembre 2001.
Sembra passata un'eternità, ma non è così ed Elizabeth se ne renderà conto quando capirà che qualcuno, dal passato, è tornato a cercarla con uno scopo preciso: finire il lavoro che la Storia aveva lasciato a metà. Elizabeth, antieroina sensuale e ironica che potrebbe essere uscita da un film dei fratelli Coen, è un personaggio di invenzione, ma gli eventi drammatici che si affollano nella sua memoria sono verità e rappresentano uno dei capitoli più bui e sconvolgenti della storia americana.

 

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11 febbraio 2025 2 11 /02 /febbraio /2025 16:05

Shirley Jackson si dimostra somma maestra del Male – un Male tanto più allarmante in quanto non circoscritto ai ‘cattivi’...

Adelphi Editore

L'ho iniziato a leggere qualche tempo fa…
L'ho finito in un'unica tirata, nel corso di un recente viaggio (San Benedetto del Tronto).
Le ultime pagine le ho assaporate in aereo mentre tornavo a casa da Bologna…

Maurizio Crispi (1° febbraio 2013

Shirley Jackson, Abbiamo sempre vissuto nel castello, Adelphi

"Abbiamo sempre vissuto nel castello" di  Shirley Jackson, già pubblicato da Mondadori nel 1990, con il titolo "Così dolce, così innocente", e successivamente da Adelphi nella traduzione di Monica Pareschi nel 2009 con un titolo più aderente a quello in lingua originale, We Have Always Lived in the Castle, è un romanzo edito originariamente  nel 1962 da quella che è ormai considerata scrittrice cult (anche e soprattutto per gli scrittori del genere, in testa a tutti Stephen King).

Mary Katherine Blackwood, detta Merricat, ha diciotto anni e vive con la sorella Constance, il vecchio zio Julian e il gatto Jonas in una grande casa ai margini di un paese della campagna americana. Merricat è l'unica ad avere contatti con il mondo esterno: si reca infatti al villaggio due volte alla settimana per rifornirsi di cibo e di libri. Constance, invece, non ha mai lasciato la casa negli ultimi sei anni, mentre lo zio Julian, invalido su una sedia a rotelle, scrive e riscrive ossessivamente frammenti di una fantomatica autobiografia.
La gente del paese li odia per qualcosa che ha a che fare con una misteriosa tragedia avvenuta sei anni prima, quando quattro membri della famiglia Blackwood (i genitori di Merricat e Constance, il loro fratellino e la moglie di Julian) morirono per avvelenamento da arsenico.
Tutti considerano Constance colpevole dell'efferato gesto e nonostante l'arresto e la successiva assoluzione in via definitiva, la ragazza viene costretta ad una reclusione coatta che la rende agorafobica. La monotonia di questo fragile equilibrio viene però ben presto turbata dall'arrivo del cugino Charles, abile manipolatore, attratto dalle fortune dei Blackwood e responsabile di un drammatico incidente che minerà nuovamente gli sfortunati destini delle sue sorelle...
Scritto nel 1962, poco prima della sua morte a soli 49 anni, ma tradotto da Adelphi solo nel 2009, Abbiamo sempre vissuto nel castello rappresenta al racconto "La lotteria" uno dei romanzi più famosi di Shirley Jackson. 

Ammirata da Stephen King e Neil Gaiman, l'autrice, affetta da agorafobia lei stessa e soggetta a continue crisi nervose, dà vita ad una storia perfetta sia per il linguaggio semplice ed efficace, sia per la simmetrica progressione degli eventi attraverso la costruzione di una trama all'apparenza immobile, eppure sostenuta da un crescendo inesorabile.
Il personaggio di Merricat – eletto dal Book Magazine nel 2002 come uno dei 100 migliori personaggi di fiction del '900 – è poetico e struggente nella sua tragicità. Animata da un istinto di protezione assoluta verso la sorella maggiore, ingenuamente devota a piccole pratiche di magia, intelligente e crudele, ci accompagna nella sua narrazione in prima persona, all'interno di un universo familiare che ci sciocca, ci terrorizza, ma ci pervade anche di un profondo senso di pietà. Non tutto è esplicito, molto di ciò che accade risponde a logiche di semplice inevitabilità ed è qui che risiede la grandezza della Jackson, quella cioè di sottendere - quasi che la mano di un destino superiore guidasse sempre e comunque il filo degli eventi. 
Ma non aspettatevi una di quelle storie di horror e morte a cui spesso ci hanno abituato i nostri contemporanei, qui l'abilità della scrittura fa sì che tutto venga pervaso da una sorta di surrealismo gotico e da uno humour inarrivabili, amalgamando, in un unico sforzo creativo, le atrocità di cui è capace l'animo umano con una giusta e misurata dose di magica leggerezza. 
Provate a pensare a Tim Burton e al suo  “La sposa cadavere”, poi leggete le prime nove righe di questo libro e capirete che non tutte le favole prevedono necessariamente un lieto fine.

(Dal risvolto di copertina) "A Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce"; con questa dedica si apre "L'incendiaria" di Stephen King. È infatti con toni sommessi e deliziosamente sardonici che la diciottenne Mary Katherine ci racconta della grande casa avita dove vive reclusa, in uno stato di idilliaca felicità, con la bellissima sorella Constance e uno zio invalido. Non ci sarebbe nulla di strano nella loro passione per i minuti riti quotidiani, la buona cucina e il giardinaggio, se non fosse che tutti gli altri membri della famiglia Blackwood sono morti avvelenati sei anni prima, seduti a tavola, proprio lì in sala da pranzo. E quando in tanta armonia irrompe l'Estraneo (nella persona del cugino Charles), si snoda sotto i nostri occhi, con piccoli tocchi stregoneschi, una storia sottilmente perturbante che ha le ingannevoli caratteristiche formali di una commedia. Ma il malessere che ci invade via via, disorientandoci, ricorda molto da vicino i "brividi silenziosi e cumulativi" che - per usare le parole di un'ammiratrice, Dorothy Parker abbiamo provato leggendo "La lotteria". Perché anche in queste pagine Shirley Jackson si dimostra somma maestra del Male - un Male tanto più allarmante in quanto non circoscritto ai 'cattivi', ma come sotteso alla vita stessa, e riscattato solo da piccoli miracoli di follia.

 

Shirley Jackson

L'autriceShirley Jackson, nata a San Francisco nel 1916, è stata una scrittrice e giornalista statunitense, nota soprattutto per L'incubo di Hill House del 1959 e La lotteria.
Ha esordito scrivendo per il prestigioso «The New Yorker» nel 1948.
Nella sua carriera ha scritto anche opere per bambini, come Nine Magic Wishes, e persino un adattamento teatrale di Hansel e Gretel, The Bad Children.
Morì per infarto nel 1965, forse a causa della terapia a base di psicofarmaci che stava seguendo.

 

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11 febbraio 2025 2 11 /02 /febbraio /2025 15:59
Michailides, Le Vergini, Einaudi

Ho già letto il precedente romanzo di Alex Michaelides, La paziente silenziosa (2019), e mi era piaciuto parecchio.
Ne Le Vergini (The Maidens, nella traduzione di Seba Pezzani), pubblicato da Einaudi in Stile Libero Big, nel 2021, si sviluppa un’indagine ad impianto classico in cui il protagonista, Theo Faber, psicologo forense e criminologo, viene invitato ad investigare "off label" su di un caso di omicidio avvenuto all’interno d’un prestigioso college di Cambridge. 
L’indagine è difficile perché bisogna penetrare nei riti e nelle consuetudini di quella che è, a tutti gli effetti, una piccola comunità chiusa e ostile, superandone reticenze e omertà. 
Vi è all'interno del college - come scoprirà il narratore/investigatore - una conventicola ancora più chiusa ed esclusiva, che - all’interno della comunità più grande degli studenti e dei docenti -  si configura come una specie di circolo apparentemente di studio e letterario (ma nelle sue intenzionalità animata da uno spirito erotico-esoterico) che raccoglie al suo interno molto elitario e selettivo delle studentesse seguaci del professore Fosca, con i suoi riti e i suoi miti: si tratta formalmente di un gruppo di studio privato, ma - a tutti gli effetti - è una società segreta riservata alle studentesse “speciali” del professor Fosca che chiama queste sue adepte “Le vergini”, attivando tra di esse una reazione a catena di gelosie e piccole vendette, con la conseguenza che tutte le cooptate fanno a gara per poter assurgere al rango di favorita.
L’indagine andrà avanti, riservando al lettore numerose sorprese, sino al colpo di scena finale assolutamente impensabile.

(Soglie del testo) Tre collegiali uccise, una setta, un professore di letteratura greca: le ombre dei miti classici arrivano a minacciare gli alti saloni e le guglie gotiche di Cambridge.

(sinossi) Tre collegiali uccise, una setta, un professore di letteratura greca: le ombre dei miti classici arrivano a minacciare gli alti saloni e le guglie gotiche di Cambridge. Ci sono insegnanti capaci di incantare e far scoprire universi interi. È il caso dell'eccentrico, coltissimo Edward Fosca, grecista appassionato, il cui corso di tragedia greca è seguito dagli iscritti con un trasporto quasi ossessivo. Tanto che alcune studentesse, conquistate e rapite da quelle storie antiche, hanno fondato una setta segreta: Le vergini.
Ma quando alcune ragazze vengono ritrovate uccise molti degli indizi conducono proprio al professor Fosca.


Hanno detto
«Riesce a tenere incollati alla pagina con incedere elegante, hitchcockiano, entra negli abissi dell'io e lo sconvolge» - Annachiara Sacchi, la Lettura

«Dopo "La paziente silenziosa", l'attesa è finita» – The New York Times

«Alex Michaelides ha fatto centro un'altra volta: "Le vergini" è un page-turner favoloso» – David Baldacci

«Dopo "La paziente silenziosa", il miglior thriller degli ultimi dieci anni, Michaelides ha scritto un libro ancora più elegante, sinistro e coinvolgente» – Chris Whitaker

«Sullo sfondo dell'Università di Cambridge, una storia intrigante e suggestiva che unisce colpi di scena mozzafiato e formidabile suspense» – New York Journal of Books

 

Alex Michaelides

L’autore. Alex Michaelides, nato nel 1977 (Cipro), è uno scrittore e sceneggiatore britannico-cipriota ha studiato Letteratura inglese all'Università di Cambridge e Cinema all'American Film Institute di Los Angeles.
Ha scritto le sceneggiature di vari film, tra cui La truffa è servita, con Uma Thurman e Tim Roth. 
Tra le sue pubblicazioni: "La paziente silenziosa" (Einaudi, 2019) e "Le vergini" (Einaudi, 2021). 
Ha studiato psicoterapia per tre anni lavorando per due anni in una clinica per giovani adulti. Questa esperienza gli ha fornito materiale e ispirazione per il suo romanzo d'esordio La paziente silenziosa. 
Il suo romanzo d'esordio, il thriller psicologico La paziente silenziosa, con oltre un milione di copie è diventato il debutto più venduto negli Stati Uniti. Il libro ha vinto anche il Goodreads Choice Award come miglior thriller ed è stato finalista per il Barnes and Noble's Book of the Year.

La paziente silenziosa (2019) è la storia di Alicia Berenson, famosa pittrice, riconosciuta colpevole dell'omicidio del marito, il fotografo Gabriel Berenson. Non capace di intendere e volere, Alicia viene ricoverata in una clinica psichiatrica. Del suo caso si occupa Theo Faber, uno psicoterapeuta forense con un vivo interesse per il caso Berenson e determinato a far luce sulla vicenda. 

Il secondo romanzo di Michaelides, Le vergini, è stato pubblicato nel giugno del 2021 negli Stati Uniti e Regno Unito ed è arrivato in Italia a ottobre dello stesso anno.
Il romanzo racconta di una serie di omicidi in un college di Cambridge.


Da La paziente silenziosa è stato tratto un film da parte della società di produzione di Brad Pitt, Plan B, mentre per Le Vergini - benché si sia parlato di una possibile riduzione cinematografica - ancora non è stata intrapresa alcuna iniziativa concreta in tal senso.

Alex Michaelides, La paziente silenziosa, Einaudi

Alex Michaelides, La paziente silenziosa (nella traduzione di Seba Pezzani), Einaudi (Stile Libero Big), 2019

(soglie del testo) Quando la dichiararono in arresto restò in silenzio, rifiutando di negare la sua colpa o confessarla. Alice non parlò mai più. Il suo silenzio incontrollabile trasformò una banale tragedia domestica in qualcosa di ben altra portata: un giallo, un enigma che conquistò i titoli dei giornali e catturò l'immaginario pubblico per mesi e mesi.

Solo Theo Faber, giovane psicologo criminale, è convinto di poter fare breccia nel suo silenzio. Seduta dopo seduta, però quella che inizia a emergere è una verità che nessuno vorrebbe scoprire.

Alicia Berenson sembra avere una vita perfetta: è un'artista di successo, ha sposato un noto fotografo di moda e abita in uno dei quartieri più esclusivi di Londra. Poi, una sera, quando suo marito Gabriel torna a casa dal lavoro, Alicia gli spara cinque volte in faccia freddandolo. Da quel momento, detenuta in un ospedale psichiatrico, Alicia si chiude in un mutismo impenetrabile, rifiutandosi di fornire qualsiasi spiegazione. Oltre ai tabloid e ai telegiornali, a interessarsi alla «paziente silenziosa» è anche Theo Faber, psicologo criminale sicuro di poterla aiutare a svelare il mistero di quella notte. E mentre a poco a poco la donna ricomincia a parlare, il disegno che affiora trascina il medico in un gioco subdolo e manipolatorio.

Hanno detto

«Che abilità. Molto, molto consigliato» - The Times

«Un thriller formidabile e carico di suspence» - Lee Child

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7 febbraio 2025 5 07 /02 /febbraio /2025 12:38
Lawrence Wright, L'anno della peste. L'America, il mondo e la tragedia Covid, 2021

Lawrence Wright, premio Pulitzer per il giornalismo, dopo aver raccontato della pandemia in un'opera di narrativa quasi "profetica"  (molto interessante) - e si tratta di "Pandemia", pubblicato in traduzione italiana nel 2020, ha deciso di applicare gli strumenti dell'inchiesta giornalistica per raccontare cosa accadeva dietro le quinte negli USA nei primi due anni della pandemia, dalle prime avvisaglie tra la fine del 2019 e i primissimi giorni del 2020, all'esplosione dei contagi.
Il libro è stato pubblicato con il titolo, "L'anno della peste. L'America, il mondo e la tragedia Covid" (nella traduzione di Paola Peduzzi), da NR Edizioni, nel 2021.
Racconta l'autore nella sua postfazione di avere intervistato più di 100 personaggi-chiave dell'intera vicenda per raccontare come gli USA abbiano affrontato la pandemia  nei suoi momenti più cruciali. Tanto si sarebbe potuto fare che non è stato fatto; molte strade percorribili sono state sbarrate dalla disinformazione e dai pregiudizi.

I morti avrebbero potuto essere molto di meno e gravano dunque sulle coscienze di coloro che avrebbero potuto fare e non hanno fatto quando avrebbero dovuto.

Quest'inchiesta è un atto d'accusa, in verità, contro l'amministrazione USA, guidata (o, forse, sarebbe meglio dire "malguidata") da Donald Trump al tempo del Covid.

(Risvolto) Dall'inizio dell'epidemia a Wuhan in Cina, fino all'assalto del Campidoglio di Washington e all'insediamento di Joe Biden in un'America devastata, il giornalista del New Yorker e vincitore del Pulitzer Lawrence Wright racconta la diffusione della COVID-19, grazie a fonti autorevoli e dettagli autentici, facendo luce sulle conseguenze sanitarie, economiche, politiche e sociali della pandemia. Questo libro è l'angosciosa e furiosa storia di un anno in cui tutti i grandi punti di forza dell'America – la sua conoscenza scientifica, le sue grandi istituzioni civili e intellettuali, il suo spirito di solidarietà e comunità – sono stati abbattuti, non solo da una nuova terrificante malattia, ma da un'incompetenza politica e un cinismo senza alcun precedente. Con intuito, compassione, rigore, chiarezza e rabbia, Wright è una guida formidabile, che fende la fitta nebbia della disinformazione per fornirci un ritratto della catastrofe che pensavamo di conoscere. Proprio come "Le altissime torri" di Lawrence Wright è diventato il racconto decisivo del primo devastante avvenimento del nostro secolo, l'11 settembre, così "L'anno della peste" diventerà il racconto decisivo del secondo.

L'autore.  Lawrence Wright (nato nel 1947 a Oklahoma City, è giornalista e autore statunitense. Dopo aver scritto per «Texas Monthly» e «Rolling Stone», dal 1992 collabora con «The New Yorker», dove pubblica importanti inchieste, tra cui i reportage investigativi che vanno a comporre Gli anni del terrore (Adelphi 2017), incentrato sulle storie e i personaggi relativi ad al-Qaeda, i metodi con cui due agenti dell'FBI tentano di ostacolarli, le prime esecuzioni in diretta web dell'ISIS. Altre sue pubblicazioni: "La prigione della fede", che fa luce sulla Chiesa di Scientology.

"The Looming Tower" (Le altissime torri, Adelphi 2007), il suo libro più conosciuto, delinea la nascita e lo sviluppo del terrorismo islamico fino all'attacco dell'11 settembre. Con questo libro Wright ha ottenuto ben nove premi e riconoscimenti, tra cui il prestigioso Pulitzer nel 2007 e il PEN Center USA Literary Award.

Ha lavorato anche come sceneggiatore e produttore nel film di azione Attacco al potere (1998) e in Going Clear: Scientology e la prigione della fede (2015); per quest'ultimo ha anche recitato la parte di sé stesso.

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2 febbraio 2025 7 02 /02 /febbraio /2025 04:39

È buio pesto fuori,
di freddo e di umido
Lampioni gettano attorno
una luce tenue, sparuta
che ben poco intacca
l’immensità della notte morente
Pioviggina,
una pioggia sottile e fredda
intrisa di malinconia
Dalle fronde d’un albero
ancora avvolto nell’oscurità
si diffonde un suono
argentino e armonioso,
il canto di un uccello,
un trillo gioioso
per salutare il giorno incipiente
I rami possenti delle magnolie
si stagliano nel buio
come le sagome di enormi esseri
preistorici

Io cammino
affiancato dal cane fedele,
due ombre nell’ombra

È così che comincia
il nuovo giorno

Maurizio Crispi (2 febbraio 2024)

Foto di Maurizio Crispi

Foto di Maurizio Crispi

Ho scelto questo titolo d’impeto, per rendere omaggio al meraviglioso romanzo di Walter Tevis

Solo il mimo canta al limitare del bosco

Walter Tevis, Solo il mimo canta al limitare del bosco, Minimum Fax, 2015

 

Siamo nel 2467 e da diverse generazioni sono i robot a prendere ogni decisione, mentre un individualismo esasperato regola la vita dell'uomo: la famiglia è abolita, la coabitazione vietata e ogni persona assume quotidianamente un mix di psicofarmaci e antidepressivi. I suicidi sono in aumento, non nascono più bambini e la popolazione mondiale sta avviandosi all'estinzione. Simbolo e guardiano dello status quo è Spofforth, androide di ultima generazione che agogna un suicidio che gli è però impedito dalla sua programmazione. A lui si contrapporranno Paul Bentley, un professore universitario che, riscoperta casualmente la lettura dimenticata da tempo, grazie ai libri apprende l'esistenza di un passato e la possibilità di un cambiamento, e Mary Lou, che sin da piccola ha rifiutato di assumere droghe pur di tenere gli occhi aperti sulla realtà.Tevis si muove dall'incrocio di queste tre vite creando una distopia postmoderna sulle inquietudini dell'uomo, dove la tecnologia senza controllo si trasforma da risorsa in pericolo.
 

Prefazione di Goffredo Fofi.
Con una nota di Jonathan Lethem.

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25 gennaio 2025 6 25 /01 /gennaio /2025 18:33
Daniele Mecarelli, Tutto chiede salvezza, Mondadori

Una bella lettura indubbiamente è stata quella del romanzo di Daniele Mencarelli, Tutto chiede salvezza (Mondadori, 2020 e 2022) che ho condotto  in parallelo con la visione delle due stagioni omonime che ci ha offerto Netflix.
La prima stagione assolutamente aderente, nel ritmo narrativo e nei personaggi al testo originario; la seconda invece come sequel appositamente studiato per il piccolo schermo e l'home video.
Il romanzo è più duro di quanto non appaia la serie Netflix, condita - tra l'altro - con il sorgere di una storia d'amore tra Daniele ricoverato ed una paziente, affascinante, nell'ala femminile.
Un unico difetto: la storia per quanto fondata su esperienze vissute in prima persona dall'autore non è del tutto veritiera rispetto al reale. La situazione che vi viene presentata, quanto a tipologia di degenti presenti nel repartino di psichiatria è più simile a quella di pazienti che si potrebbero incontrare in una CTA (Comunità Terapeutica Assistita) per pazienti psichiatrici.
La situazione appare, quieta e tranquilla, e gli avvicendamenti avvengono con ritmi lenti e pigri.
Daniele si ritrova ricoverato in TSO e vive questi sette giorni, passando da una dimensione di cinico ed inquieto rifiuto ad una di accettazione e di maggiore comprensione, mostrando alla fine di avere tratto da quest'esperienza un ammaestramento prezioso.
E forse troverà anche qualcosa negli altri (e in sé) che potrà servirgli nella sua vita futura, un giorno.
Avrà anche imparato ad ascoltare gli altri, mettendo da parte se stesso.

Penso che, nella realtà, purtroppo, le cose non vadano esattamente in questo modo, ma in ogni caso - a parte la sua lieve distorsione rispetto al vero - la narrazioni è fruibile, gradevole e coinvolgente, forse un pizzico buonista: e quest'aspetto nella serie Netflix verrà amplificato al massimo.

(soglie) Finalista al Premio Strega 2020 - Vincitore del Premio Strega Giovani 2020 - Finalista al premio Viareggio-Rèpaci 2020, sezione Narrativa - Finalista al Premio Wondy per la letteratura resiliente 2021

Dopo l'eccezionale vicenda editoriale del suo libro di esordio (premio Volponi, premio Severino Cesari opera prima, premio John Fante opera prima) Daniele Mencarelli torna con una intensa storia di sofferenza e speranza, interrogativi brucianti e luminosa scoperta.
"Salvezza. Per me. Per mia madre all'altro capo del telefono. Per tutti i figli e tutte le madri. E i padri. E tutti i fratelli di tutti i tempi passati e futuri. La mia malattia si chiama salvezza"

(Risvolto) Ha vent'anni Daniele quando, in seguito a una violenta esplosione di rabbia, viene sottoposto a un TSO: trattamento sanitario obbligatorio. È il giugno del 1994, un'estate di Mondiali. Al suo fianco, i compagni di stanza del reparto psichiatria che passeranno con lui la settimana di internamento coatto: cinque uomini ai margini del mondo. Personaggi inquietanti e teneri, sconclusionati eppure saggi, travolti dalla vita esattamente come lui. Come lui incapaci di non soffrire, e di non amare a dismisura.
Dagli occhi senza pace di Madonnina alla foto in bianco e nero della madre di Giorgio, dalla gioia feroce di Gianluca all'uccellino resuscitato di Mario. Sino al nulla spinto a forza dentro Alessandro. Accomunati dal ricovero e dal caldo asfissiante, interrogati da medici indifferenti, maneggiati da infermieri spaventati, Daniele e gli altri sentono nascere giorno dopo giorno un senso di fratellanza e un bisogno di sostegno reciproco mai provati. Nei precipizi della follia brilla un'umanità creaturale, a cui Mencarelli sa dare voce con una delicatezza e una potenza uniche.
Proposto per il Premio Strega 2020 da Maria Pia Ammirati: «Daniele Mencarelli ha cominciato come poeta, quando nel 2018 ha scritto il suo primo romanzo, "La casa degli sguardi", ha portato nella narrativa la densità e la plasticità della parola poetica. Una parola che diventa discorso umano, sorretto dalle vibrazioni di una scrittura potente e creaturale. Con "Tutto chiede salvezza" Mencarelli conferma di essere uno scrittore unico e maturo. Partendo da un'esperienza personale – i sette giorni di Trattamento sanitario obbligatorio a cui è stato sottoposto quando aveva vent'anni – scandaglia il buio della malattia mentale alla conquista di un'umanità profonda e autentica, la sua e quella dei suoi compagni. La cura profonda non può che essere affidata alla parola, unico e salvifico "pharmakon".»


 

Daniele Mencarelli

L'autore. Daniele Mencarelli nasce a Roma, nel 1974. Le sue poesie sono apparse su numerose riviste letterarie e in diverse antologie tra cui L’opera comune (Atelier) e I cercatori d’oro (clanDestino). Le sue raccolte principali sono: I giorni condivisi, (clanDestino, 2001), Guardia alta (La Vita felice, 2005).
Con nottetempo ha pubblicato Bambino Gesù (vincitore del premio Città di Atri, finalista ai premi Luzi, Brancati, Montano, Frascati, Ceppo) nel 2010 e Figlio nel 2013. Sempre nel 2013 è uscito La Croce è una via, Edizioni della Meridiana, poesie sulla passione di Cristo. Il testo è stato rappresentato da Radio Vaticana per il Venerdì Santo del 2013. Nel 2015, per il festival PordenoneLegge con Lietocolle, è uscita Storia d'amore. Del 2018 è il suo primo romanzo La casa degli sguardi, Mondadori (premio Volponi, premio Severino Cesari opera prima, premio John Fante opera prima), nel 2020 esce sempre per Mondadori, Tutto chiede salvezza, da cui viene tratta un omonima serie Netflix di successo. Tra gli altri titoli Sempre tornare (2021 - candidato al Premio Europeo della Letteratura 2022), Fame d'aria (2023), Degli amanti non degli eroi (2024), Brucia l'origine (2024).Tutto chiede salvezza

«Quando un poeta si mette a scrivere un romanzo e ha una storia fortissima da raccontare il risultato è un piccolo capolavoro»

Daria Bignardi

Tutto chiede salvezza. Una bella storia (pur edulcorata) sulla terapia e sulla guarigione in ambito psichiatrico
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28 dicembre 2024 6 28 /12 /dicembre /2024 13:54
John Katzenbach, Corte Marziale (nella traduzione di S. Bonussi), Mondadori (collana Omnibus), 2000

Ho intrapreso a dicembre la lettura di uno degli ultimi romanzi che mi erano restati da leggere di John Katzenbach (almeno di quelli tradotti in italiano, anche se uno l’ho letto in lingua originale): si tratta di Corte Marziale (titolo originale Hart's War, nella traduzione di S. Bonussi), pubblicato nel 2000 da Mondadori (collana Omnibus), e devo dire che è stata una bella lettura, con a trama narrativa corposa e avvincente.
Il romanzo riporta ad un’atmosfera di guerra e precisamente ad eventi che si svolgono in un campo di prigionia tedesco, dove sono confinati prigionieri di guerra, in massima parte ufficiali di aviazione americani e britannici, catturati in azione.
La trama è quella di un legal thriller ambientato nel campo di prigionia, dove con tutti i crismi (pur con le limitazioni imposte dalla condizione di prigionieri) viene attivata una procedura di corte marziale per giudicare il presunto colpevole di un efferato omicidio che vede come vittima un ufficiale americano che ha sviluppato una piccola economia di traffici e di scambi per trarre dei vantaggi personali (chiamato condominio di “Trader Vic”).
Il protagonista Tommy Hart, in virtù della sua vocazione a portare avanti gli studi giurisprudenziali, viene chiamato a svolgere il ruolo di difensore.
Il presunto colpevole è un altro ufficiale di aviazione, Lincoln Scott, il quale come unica sua colpa ha quella di essere nero ed anche quella di essere stato sottoposto a vessazioni di stampo razzista. 
In qualche modo viene ad essere designato come capro espiatorio di un delitto, del quale si professa innocente e di cui sin dall’inizio appaiono indizi indicanti altre piste che però vengono insabbiate.
Tommy Hart dovrà condurre una battaglia contro pregiudizi, intimidazioni, tentativi di insabbiamento, sino al raggiungimento della verità e comunque di ciò che altri avevano tentato di occultare.

Nella narrazione, si intrecciano anche i temi della fuga e della ricerca della libertà che abbiamo avuto modo di apprezzare inoltre narrazioni anche cinematografiche, si pensi ad esempio a "Fuga per la vittoria" in cui mentre l'attenzione generale è distratta dalla preparazione di una partita di calcio tra una squadra formata da prigionieri americani e una da soldati tedeschi vine messo  a punto un piano di fuga, secondo l'assioma un po' asserito in modo retorico (ma ci sta) che gli ufficiali prigionieri al comando devono sempre predisporre piani di fuga poichè il dovere di un buon soldato è cercare di di non arrendersi e pertanto di cercare in tutti i modi di fuggire se le circostanze lo consentono; oppure si pensi anche a "Il ponte sul fiume Kwai", in cui dietro un'apparente collaborazione con i Giapponesi si cela un progetto opposto dei prigionieri britannici che è quello dell'attuazione di un sabotaggio.

Come si apprende dalla postfazione, scritta dallo stesso autore, la storia da lui scritta si basa sulle esperienze dirette del padre, prigioniero di guerra durante il secondo conflitto mondiale
Il protagonista, Tommy Hart, è sicuramente ispirato alla figura del padre, alle sue esperienze nel campo di prigionia e al suo percorso successivo quando, avendo studiato i testi della giurisprudenza, da prigioniero, rientrato negli States poté conseguire la laurea in giurisprudenza, avviando la sua carriera di avvocato.
Così scrive l’autore nella sua nota finale (non mi perdo mai la lettura delle note finali perché spesso si svelano tanto sul processo creativo dell’autore e sulle sue fonti di ispirazione):
Mio padre era al terzo mese del suo primo anno alla Princeton University quando Pearl Harbor venne attaccata. Come moltissimi altri giovani della sua generazione si arruolò all’istante, e poco più di un anno dopo si ritrovò a tracciare la rotta di un B-25 Mitchell al largo della Sicilia. Il ‘Green Eyes’ venne abbattuto nel febbraio del 1943 dopo il bombardamento al volo radente di un convoglio tedesco destinato al rinforzo degli Africakorps di Rommel. Mio padre e gli altri uomini dell’equipaggio vennero ripescati dai tedeschi. Inizialmente trascorsero qualche settimana in un campo di prigioniera italiano a Chieti, quindi furono trasferiti con un treno merci allo Stalag Luft 3 di Sagan, in Germania nei pressi del confine polacco. Fu lì che mio padre trascorse quasi tutta la guerra.
(…) l’unico dettaglio della sua prigionia e delle difficoltà che aveva dovuto sopportare di cui ci parlava era il modo in cui era riuscito ad ottenere tutti i libri di cui avrebbe avuto bisogno per i suoi studi universitari attraverso la YMCA (l’organizzazione dei giovani cristiani). Aveva studiato su quei volumi, replicando i corsi che avrebbe frequentato se fosse stato ancora uno studente, e al suo ritorno negli Stati Uniti aveva convinto l’università a lasciargli affrontare due anni di esami in sole sei settimane per potersi laureare insieme alla sua classe. L’impresa di mio padre, già di per sé notevole, assunse in casa nostra una sorta di statura mitica. La lezione che ci insegnava era semplice: da ogni situazione, per quanto difficile essa sia, ci si può ritagliare un’occasione.
È stata quell’occasione sfruttata da mio padre nel lontano 1943 a fornirmi l’ispirazione per ‘Corte marziale”. Ma al di là di questo riconoscimento, è importante chiarire che i personaggi, le situazioni e l’intreccio del romanzo sono miei.
(…)
Il mondo del mio Stalag Luft 13 di fantasia è una combinazione di diversi campi. Gli eventi del romanzo, pur basati sulla realtà dell’esperienza dei prigionieri di guerra, sono inventati. Gli ufficiali, sia tedeschi sia alleati, che popolano queste pagine non sono direttamente ispirati a uomini realmente esistiti, vivi o morti che siano
” (Nota dell’autore, pp. 495-496)

Il romanzo è stato tradotto in film nel 2002, con il titolo “Sotto corte marziale” (Hart's War), per la regia di Gregory Hoblit, con Cole Hauser, Colin Farrell (nella parte di Tommy Hart), Bruce Willis (nella parte di McNamara), Maury Sterling, Vicellous Reon Shannon, Linus Roache.
Purtroppo il film non ho avuto modo di vederlo, ma - a giudicare da alcune sequenze proposte nel trailer - a scopo meramente spettacolare (e per soddisfare il gusto tutto americano per l’azione) sono state introdotte delle variazioni rispetto alla narrazione originale.

Mi piace concludere questa recensione, citando la frase finale della nota dell’autore in calce al volume, a proposito dell’importanza della memoria e delle storie del passato:
A volte penso che viviamo in un mondo così ossessivamente dedito a guardare avanti che spesso dimentica di concedersi il tempo per guardarsi alle spalle. Ma alcune delle nostre storie migliori si trovano nella nostra scia, e sospetto che, per quanto possano essere crudeli, ci aiutano a capire dove siamo diretti“ (Ib., p. 497)

(Soglie del testo) Siamo in un campo di prigionia tedesco, destinato ad aviatori americani e in inglesi, caduti prigionieri nel corso di azioni belliche durante la II guerra mondiale. 
Aprle 1944: nella latrina di un campo di prigionia tedesco viene rinvenuto il cadavere di Vincent Bedford, capitano dell'aviazione americana. Ogni indizio sembra condurre all'aviatore di colore Lincoln Scott. Con il benestare delle autorità nemiche, viene approntata una corte marziale americana. 
Il caso sembra semplice. 
Ogni indizio conduce all'aviatore di colore Lincoln Scott, l'unico ad avere un movente per uccidere un uomo apparentemente benvoluto da tutti. 
Il caso è semplice e il verdetto sembra già scritto. 
Ma chi era davvero il pluridecorato capitano Bedford? Chi sono i suoi amici, che ora invocano a gran voce il plotone di esecuzione per Scott? 
Privo di esperienza, ma ostinato e tenace, Hart dovrà dipanare un'ingarbugliata matassa in cui si intrecciano pregiudizi razziali, interessi economici, lotte di potere e violenti conflitti. 
E affrontare nemici che non sempre parlano una lingua diversa dalla sua.

 

John Katzenbach (da Wikipedia)

L’autore. John Katzenbach, nato nel 1950 a Princeton (USA), figlio di una psicoanalista e di un avvocato, si è laureato in letteratura anglo-americana nel 1972.
Il suo primo romanzo venne pubblicato mentre era reporter del "Miami Herald", dove si occupava di cronaca nera.
Nel 1987 divenne scrittore a tempo pieno con il romanzo che in Italia fu pubblicato con il titolo Facile da uccidere.
È stato inviato giudiziario anche per il "Miami News". Tra i suoi libri ricordiamo: Maledetta estate, Facile da uccidere, La giusta causa, Il giorno del ricatto, Il carnefice, Il cinquantunesimo stato, Corte marziale, L'analista, La storia di un pazzo e L'uomo sbagliato.
In Italia i suoi libri sono editi da Mondadori e da Fazi Editore.
Da alcuni suoi libri Hollywood ha tratto dei film.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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