Sento un peso che mi opprime il petto
e mi impedisce di respirare
Cammino per le strade del primo mattino
L'autunno all'improvviso
ha preso ad avanzare
le foglie secche dei platani formano un tappeto per terra
Non ho molto da dire
Mi sento solo svuotato,
oppresso da questa pietra che mi grava sul petto
e non riesco a mandarla via
Un passo dopo l'altro
Avanti
Un passo dopo l'altro
Uno due uno due
il cane ansima accanto a me
Uno due uno due
Penso con mestizia ai tanti anziani chiusi negli ospizi
chiamati, nobilitandoli,
"Case di riposo", oppure "oasi della serenità"
o "il focolare" o anche "la gioia della mia vecchiaia" e così via
Tutti nomi accattivanti che racchiudono
lo squallore e la solitudine
Spero di non finire così un giorno
Senza niente,
accudito da badanti prezzolati che mi trattano
con voci sgarbate e che mi spintonano,
perché io non dia troppo fastidio
Sarei circondato da aguzzini,
Troppo stanco per poter leggere,
forse anche semicieco,
senza nessuno che mi legga un libro ad alta voce
non autosufficiente
non voglio ridurmi così
Voglio poter vivere con dignità,
sino all'ultimo
Non ho mai portato la mamma in ospedale
nei suoi ultimi giorni
Ho fatto tutto quel che si poteva
Continuava le sue cure
Non c'era altro che si potesse fare per lei
Lei lo ribadiva sempre
"Non voglio essere portata in Ospedale,
voglio stare qui a casa mia!"
L'ultima notte, però mi disse:
"Stanotte non vado a letto,
rimango a dormire qui in poltrona
Portami la mia borsa, la voglio accanto a me!
E portami anche la sveglia
e caricamela per le cinque di mattina!"
E così si addormentò,
in una transizione più profonda di un sonno normale
E trovò in pace la sua via
Alle cinque del mattino in punto
la sveglia emise il suo trillo
Questa annotazione fu scritta e lanciata su Facebook il 27 settembre 2021.
La recupero qui.
(27 settembre 2021) Questa notte ho sognato che andavo in canoa.
Mettevo in acqua la mia canoa personale (la vecchia canoa olimpica in vetroresina gialla, non quella che acquistai successivamente per diporto costiero) da una grande piattaforma in mezzo al mare, una struttura galleggiante alta e turrita come un castello.
Mi mettevo in mare e cominciavo a pagaiare con vigore
I muscoli guizzavano nel movimento alternato, il sudore scorreva sulla pelle e mi inondava gli occhi
La superficie del mare, scintillante sotto il sole, era totalmente piatta
Le condizioni ideali per la canoa olimpica, notoriamente instabile
Tuttavia, ogni tanto, senza nessuna ragione apparente, si levavano delle onde, dei grandi rigonfiamenti sulla superficie altrimenti piatta come una tavola, come se un leviatano del mare fosse sul punto di riemergere spostando una massa d’acqua pari a quella del suo corpo. Davanti a queste perturbazioni, non mi perdevo d’animo e, ogni volta, con un senso di grande euforia, cavalcavo l’onda, raddoppiando la mia velocità, ma stando attento a non lasciare che la prua affondasse troppo nel cavo che si creava davanti al fronte dell'onda
Questi momenti mi davano un sensazione di grande euforia e. pur impegnato a mantenere l'equilibrio e la rotta, gridavo di gioia, a pieni polmoni
E poi riprendevo con la mia tranquilla velocità di crociera
Arrivavo ad una città costiera
Approdavo e, dopo aver tirato a secco la canoa, mi incamminavo in esplorazione
La città era fatta di case tutte intonacate di bianco e di strette viuzze con il selciato di pietra
Arrivavo così ad un suq: qui mi immergevo in una folla variopinta e vivace, chiassosa, ognuno intento ai suoi affari
Nessuno mi prendeva in considerazione
Non parlavo con nessuno
Ero come invisibile
Ero uno straniero, senza patria e senza parte
Dovevo andare alla celebrazione della messa
in memoria di mio fratello
che si sarebbe tenuta
nella cappella d’un grande ospedale
Quando arrivavo ero distolto da questo obiettivo
dal dover portare a compimento, prima,
alcune pratiche di tipo fiscale
Mi aggiravo quindi lungo interminabili corridoi,
affacciandomi in molte stanze
dove regnavano sovrani caos e disordine,
portando il carico di enormi faldoni
pieni di documenti
di cui non capivo nulla
e lasciandomi dietro una scia
di pezzi di carta, stropicciati
e ricoperti di oscuri geroglifici,
che andavano sfuggendo
da quei faldoni sovraccarichi
Arrivavo dal commercialista
e posavo sul suo tavolo il mio fardello
Lei (era una donna)
guardava prima me,
poi i faldoni, inarcando il sopracciglio,
e senza mezzi termini
mi diceva: Eh! Così non ci siamo proprio!
Riprendevo le mie peregrinazioni
all’interno dell’ospedale
Entravo e uscivo dai reparti
alla ricerca di mio fratello e della cappella
Mi ritrovavo in una stanza di rianimazione
e un’infermiera veniva verso di me
spingendo un grande letto a ruote
drappeggiato di panni verdi chirurgici
Era inquietante
Non capivo se sotto quei drappi
ci fosse un paziente
oppure se il letto fosse vuoto,
pronto per me
Scappavo da lì, spaventato,
pensando che mai sarei riuscito
ad arrivare in tempo per la messa in memoria
In questo mio vagare,
incrociavo anche mio fratello in carrozzina,
sospinto dal suo badante
Quindi Tatà era ancora vivo,
c’era pure lui!
Eppure, sapevo che era morto
Anche lui stava andando alla messa in memoria (ma di chi poi?)
Cominciavo a dubitare
su chi fosse morto
e su chi fosse ancora in vita
Poi, le nostre strade divergevano di nuovo
Per recuperare tempo decidevo di percorrere una via sotterranea dove scorreva a serpentina un enorme tappeto su rulli come i marciapiedi mobili che si vedono negli aeroporti o in certe stazioni ferroviarie moderne Solo che questo serviva a raccogliere i rifiuti solidi che arrivavano dai reparti di cura sovrastanti In altri termini, mi ritrovavo dentro la cloaca dell’ospedale Ad intervalli irregolari da grandi bocchettoni cadevano grumi di rifiuti indifferenziati Io cercavo di modulare la mia andatura, accelerando il passo o rallentandolo, per evitare di esser centrato dalle deiezioni ma di rado ci riuscivo e venivo di continuo beccato in pieno da quelle masse puzzolenti Era davvero uno schifoda cui non vìera scampo
e speravo che questo arduo percorso sarebbe finito presto Arrivavo avventurosamente alla cappella: mi dicevano però che la celebrazione non si sarebbe tenuta li, ma in un differente luogo di culto, sempre all’interno dell’ospedale, anche se meno conosciuto E riprendevo a cercare Mi sembrava di dover fare il giro del mondo, mentre un Dio crudele si beffava di me
Giungevo tutto trafelato alla seconda cappella
Mio fratello se n’era già andato
Tutti erano andati via,
persino il prete
Lì, non c'era più niente per me
Le panche erano state ammassate tutte da un lato
Il pavimento era cosparso di rifiuti
le candele e le lucine devozionali erano state spente
S'avvertiva greve un lieve sentore di decomposizione e di morte che promanava da ghirlande e cuscini di fiori
precocemente appassiti, gettati alla rinfusa in un angolo
Riprendevo a camminare lungo un'altra serpentina di marciapiede mobile Dai bocchettoni sempre presenti cadevano adesso fiotti di sabbia e polvere di cemento Pensavo che sarebbe stata una buona occasione per fare rifornimento di cemento per i miei lavoretti Almeno, in tanta confusione, qualcosa di utile! E ne raccoglievo un sacco
Si faceva subito avanti un tipo,
un levantino
segaligno e dalla carnagione olivastra
chiedendomi il pagamento
in contanti però, cash!
Dicevo: Quanto?
E lui: Otto euri!
Mi sembra troppo per un solo sacco di cemento!, faccio io
No, è quello che è!
Prendere o lasciare, replica lui,
implacabile e avido
Rassegnato, ho cominciato
a ravanare dentro una tasca
alla ricerca di monete,
tirandone fuori una manciata di diverso valore
Il Levantino ha proteso verso di me
una mano sporca come può esserla
quella di chi passa tutto il giorno
a maneggiare denaro
Le unghie erano adunche e orlate di nero
Devo trattenere un conato di vomito
per quanto mi fanno schifo
Comincio a contare i denari
per poterglieli passare
evitando un contatto diretto
con quella mano lurida
In effetti ci riesco
Una moneta da un euro e una da cinquanta cent
riesco a posarle sul palmo del tizio
rivolto verso l’alto
Nel mentre, però altre monete cascano giù
S’avvicina subito,
tale e quale un avvoltoio,
un tipo maghrebino,
dalla faccia intagliata
e in abiti tradizionali,
carico di carabattole di scarso valore.
di ombrelli e di occhiali da sole
(pronto per tutte le evenienze climatiche)
che porta in giro per la vendita
(è un vu cumprà, per usare un termine politicamente scorretto)
Ma è anche un rapace
Ha subito adocchiato le monete a terra
e si china repentinamente
nel tentativo di ghermirle
Levati!, gli urlo infuriato
spintonandolo via
Recupero le monete
e riprendo la conta
facendole cadere una ad una
sul palmo lurido del Levantino
Conto sino a 6 euri e cinquanta centesimi
e mi fermo
Il Levantino mi dice: Non hai finito, bello mio!
Ancora mi devi un euro e cinquanta!
Cazzo, questi te li ho già dati prima!
Non te ne ricordi?
Prima che mi cadessero le altre monete per terra.
No no! Non mi hai dato proprio niente!, fa quello,
condendo la frase con un sorrisetto di supponenza e mellifluo
dietro il quale intravedo
il ghigno del Lupo Cattivo,
irto di denti affilati
Mi adiro e m’infurio
Mi metto a gridare
Gli metto le mani addosso
Gli strizzo le guance tra le dita
come se volessi strappargli le carni
da quella faccia di merda che si ritrova
Ora ti faccio vedere io,
stronzo che non sei altro!, grido,
io stesso spaventato da questo accesso di ira non usuale
Sono in una qualche scuola
Devo lavorare come consulente esterno
con il gruppo degli insegnanti
Mi ricordo dei tempi del mio lavoro
al servizio per le tossicodipendenze
quando tra i compiti istituzionali
ci era richiesto di fare prevenzione nelle scuole superiori
Sono andato in moto
e lo lasciata parcheggiata
con le chiavi attaccate
Si avvicina una delle insegnanti
- forse é la preside -
Tocca la chiave malaccortamente
e la moto parte da sola
cominciando a correre di qua e di lá
come un cavallo imbizzarrito
Una scena degna di una comica finale
Alla fine il trabiccolo si schianta contro un muretto
e vado a recuperarlo
Fortunatamente, non é successo nulla,
ma si tratta di una moto ben bizzarra
In realtà ha la struttura di una bici da corsa
che ha avuto montato sopra
un motore a scoppio a due cilindri,
gigantesco
Mi accorgo che le ruote sono un po’ sgonfie
e mi adopero per gonfiarle
cercando - ma senza trovarla -
una pompa per bici
Le cose si complicano
Dico alle insegnanti
che é meglio che si limitino
a fare le insegnanti
e che non si improvvisino psicologhe
ma poi sul più bello
scompaiono tutti
insegnanti ed allievi
inghiottiti da una vasta aula
dove viene celebrata la messa quotidiana
E dove si recita il rosario
Vado fuori per recuperare la bici-moto
E lì, nella corte interna,
mi accorgo che dei tizi
mascherati da lavoratori ecologici
con giubboni catarifrangenti addosso
se la sono caricata su di un automobile
e se la stanno portando via
Li inseguo a grandi falcate,
gridando
Loro si fermano e mi guardano
sogghignanti e sfottenti
Via, dicono, non c’è bisogno
di fare così!
Come minimo vi denuncio!,
esclamo io adirato,
Siete degli avanzi di galera!
Dentro il portabagagli dell’auto
ci sono anche dei pezzi di altre auto
Scarico anche quelli
I tipi se ne vanno
ed io rimango da solo
con la mia bici-moto
e un’accozzaglia di pezzi di ricambio d’auto,
soprattutto parti di carrozzeria
Che fare? Che ne farò?
Soffia una brezza fresca, finalmente
Cammino a passo lieve lungo il viale buio,
fiancheggiato su ambedue i lati da grandi jacarande
Il marciapiede è deserto,
via dalla pazza folla
Da un lato la recinzione d'una scuola,
dall’altro basse palazzine
d’inizio Novecento
Le macchine parcheggiate fitte
non danno fastidio
Sembrano tristi reliquie
Sono immobili,
Mi appaiono
come grosse bestie addormentate o morte
Non inquinano,
non ronfano,
soltanto se ne stanno acquattate
nell’ombra densa degli alberi, in attesa
Il cemento del percorso pedonale ed anche l'asfalto
sono ricoperti di foglie disseccate dalla calura
La luce dei lampioni si disperde
nella densa canopia arborea
che tutto assorbe, quietamente
Poi, quando svolto per la traversa,
e risalgo sino alla strada parallela,
ecco di nuovo l’immersione violenta
nel turbinio del movimento
e del tempo accelerato,
nella folla e nei fumi di scarico,
nei divertimenti vacui di una sera di settembre
Era una magnolia possente e vigorosa. Lo scempio è stato compiuto in un giardino condominiale a Palermo, in via Principe di Paternò n. 15 Secondo me, é stato un abuso, perché simili alberi hanno un valore inestimabile e di essi non si deve poter disporre liberamente.
Era una magnolia possente e vigorosa.
Lo scempio è stato compiuto in un giardino condominiale a Palermo, in via Principe di Paternò n. 15
Secondo me, si è trattato di un vero e proprio abuso, perché simili alberi hanno un valore inestimabile e di essi non si deve poter disporre liberamente.
Benché la pianta in questione non sia una specie autoctona, essendo una specie di alto fusto e con delle valenze decorative e ambientali dovrebbe essere tutelata, con una doppia attenzione, sia da parte del Servizio Ville e Giardini del Comune di Palermo sia dall'Assessorato alla Tutela dei Beni ambientali.
Le piante di alto fusto che insistono su terreni e su fondi privati diventano a tutti gli effetti un bene pubblico con tutte le conseguenze del caso.
Quando subentrano delle condizioni della tutela della sicurezza si deve pur procedere a qualche forma di potatura che non sia però la "capitozzatura " integrale che ha subito questa povera Magnolia, senza potersi difendere.
Una capitozzatura integrale di questa portata equivale quasi ad una decapitazione e non vale nulla che qualcuno dica che "la pianta è forte e si riprenderà".
C’era una volta una poderosa magnolia,
oggi rasa al suolo da uomini stolti
La sentenza è stata pronunciata
L’albero è stato smembrato
senza pietà alcuna
Mi sono rattristato profondamente
e ci sono stato male
tutto il giorno
Ancora devo metabolizzare
il tormento che questa violenza
mi ha dato
È cosa buona e giusta
il taglio di alberi
che danno ombra e vita
e che sono baluardo
al sovrariscaldamento della città?
Questi tagli si consumano
nell’indifferenza generale
Non ci sono difensori civici
che alzino la mano
per rallentare queste frenesie distruttive
La linea ferrata si allontana dalla città
e s’addentra in un territorio sconosciuto
Ora sta seguendo il fondo
d’un canyon scosceso e profondo
Quando arriva alla fine,
la stretta gola si apre
verso il mare scintillante
e su una cittadina antica,
tutta raccolta attorno ai ruderi di un tempio,
greco o forse ancora più vetusto,
risalente al tempi dei Grandi Antichi
Intensa è la mia meraviglia
nel contemplare questo manufatto
e il perfetto amalgama di forme di epoche differenti
Scendo nella piccola stazione
e, poiché sono sprovvisto del documento di viaggio
per il ritorno, vado alla biglietteria
L’impiegato è distratto e scostante
A stento mi ascolta
Insisto e, a poco a poco,
gli cavo dalla bocca informazioni utili
Per tornare indietro da dove sono venuto
c’è soltanto un treno notturno
Ma ciò che di più mi preoccupa
é il costo spropositato del biglietto
che ammonta a qualche centinaio di euro
e non ho con me questa cifra
Che fare?
Mi dicono che, se raggiungo a piedi
la zona portuale,
potrò imbarcarmi su di un vascello
in procinto di partire verso il mio Paese
Così, mi incammino a piedi,
trasportando sulle spalle uno zaino pesante
Il percorso è complicato
e c’è da districarsi in un fitto tappeto
di automobili e di altri mezzi a trazione animale,
e poi bici, risció e tuctuc
Un’autentica gimkana
Non so se ce la faró
a raggiungere la mia destinazione
Arranco, senza perdermi d’animo
Mi godo l’attimo
nella continua transizione
tra presente e passato
Una persiana non fissata
ha sbattuto a lungo ad intervalli irregolari
e i vetri tintinnato di continuo
Altri oggetti
sono stati trascinati qua e là
come la ciotola del cane
o i sottopiatti lasciati fuori, sul tavolo
Un piccolo lampione sospeso al muro
oscillava di quando in quando
e un cerchio di tremula luce gialla
danzava qua e lá
I gechi si erano messi al sicuro
e, del resto, le loro prede agognate
erano state portate via dalle raffiche
Sono cadute anche rade gocce di pioggia
ma è stata una pioggia avara
che si faceva desiderare
Il vento nella ciminiera del camino
risuonava come il respiro di un gigante
caduto in un sonno profondo
All’alba il mondo è tutto arruffato
Le nuvole sono arruffate
Gli alberi di alto fusto sono arruffati
e si vede che il vento li ha fatti penare
Il sole appare e si nasconde
Il vento soffia sempre impetuoso
La casa adesso scricchiola e si agita,
perché non può resistere al richiamo,
ed é pronta ad alzare le vele
e a salpare gli ormeggi
per un lungo viaggio per i sette mari
verso terre lontane
Ed io con lei
assieme a Sinbad il Marinaio
a Billy Budd, appollaiato nella sua gabbia di parrocchetto
e a narratore Ismael
e al fiociniere Quiqueg,
con la sua bara di salvamento
Si é sempre in attesa di qualcosa.
L’attesa è un tempo sospeso
Paradigma dell'attesa è starsene seduti su una panchina
e da lì osservare il mondo che scorre frenetico
Oppure su di un gradino
Oppure ancora in una stazione o in aeroporto,
accomodati su di una panca oppure per terra,
sul pavimento di linoleum,
con le spalle appoggiate ad una parete
quando si verifica un imprevisto ritardo
Nell’attesa, si sperimenta un diverso flusso temporale
L'attesa può riguardare eventi quotidiani,
ricorrenti
Ma anche altri imprevisti ed ominosi,
o piuttosto fortemente desiderati
Non sempre si verifica ciò per cui si è atteso
Spesso l'attesa polarizzata
riserva brutte sorprese
Porta a delusioni concenti e a dispiaceri
L'attesa deve essere non finalizzata
e, mentre si attende, bisogna saper creare
il vuoto nella propria mente
Nell'attesa si raccolgono i propri pensieri in un fascio
e li si buttano via
Lo stesso dovrebbe accadere
per ricordi e desideri
sino a creare un vuoto di memoria e di desiderio
L'attesa può dar luogo ad un istantaneo satori
Non tutti tollerano l’attesa
Alcuni si spazientiscono
Altri imprecano
Altri ancora si spaventano
Quelle che seguono sono le mie impressioni dopo un tentativo di approccio all’Ufficio Tributi del Comune di Palermo, in Piazza Giulio Cesare, proprio l'altro giorno. Esperienza fresca fresca che merita di essere raccontata, in maniera non organica, ma impressionista… C’è poco da dire, qui a Palermo, siamo indietro di anni luce rispetto al consesso civilizzato. Credo che il nostro standard sia perfino peggiore del più disorganizzato dei paesi africani. Le code sono all’ordine del giorno, anche laddove sia obbligatoria la prenotazione online. Ci sono quelli che arrivano comunque senza prenotazione e, per loro, viene istituita un turno a parte, ma “senza alcuna garanzia”, come viene sottolineato da solerti impiegati che, di tanto in tanto, come dei cucù si affacciano fuori dalla porta che immette nell’ufficio, ma rimanendo al di qua di una transenna gialla che fa da separatore tra loro e la folla tumultuante. Infatti, poiché continuano ad imperversare i cascami Covid, - con o senza prenotazione - si deve attende accalcati fuori dalla porta, sul marciapiede, senza alcun riparo dal solleone o dalle intemperie, una massa di persone vocianti-urlanti che, a volte, hanno solo bisogno di informazioni. Se le porte sono a vetri, come è nel caso di questo Ufficio Tributi del Comune di Palermo (unica interfaccia con il pubblico in tutto il territorio metropolitano: ma perché?), queste vengono opportunamente oscurate con fogli di carta, in modo tale che non si possa vedere ciò che accade all’interno (alla faccia della trasparenza!). Fuori, la folla semi-inferocita è un guazzabuglio di proteste e lamentele e bisogna adattarsi ad ascoltare la rava e la fava delle disavventure tributaristiche dei cittadini in attesa. E se ne sentono davvero delle belle, storie di continue malfunzioni che hanno dell’incredibile e sembrano trasformarsi in narrazioni di vessazioni! Come afferma una (ovviamente all’esterno della transenna), qui siamo fermi all’”era glaciale”. Le prenotazioni online sono una burla, poiché come dice un impiegato il sistema è andato in stallo, poiché non accetta nuove iscrizioni, dopo 6 mesi. E allora? Il consiglio che viene elargito dai solerti impiegati (che si affacciano dalla porta a vetri ogni tanto) è aspettare e riprovare più avanti, sperando che il sistema si sia alleggerito. Oppure? L'alternativa che viene proposta è quella di venire molto presto la mattina, prima dell’orario di apertura al pubblico e prendere un turno fisico - come già detto - senza garanzie di riuscita. Quindi, viene immediatamente contraddetto ciò che viene recitato anche da un cartello affisso opportunamente fuori dal portone, nel quale si dice che vengono accettate solo ed esclusivamente prenotazioni online. Il turno fisico, d’altra parte, è l’unica alternativa per molti cittadini (anziani e ignoranti) che non hanno accesso alle moderne tecnologie. Mi chiedo perché l’ufficio in questione (tributi) non debba ampliare l’orario di apertura al pubblico che, allo stato, è implacabilmente 9-13, ovviamente dal lunedì al venerdì, perché i dipendenti hanno diritto alla settimana corta. Un po’ pochino, non trovate? Gli uffici sono evidentemente diretti da dirigenti che non sanno dirigere (oppure sanno, ma poco fanno) e che siano capaci di organizzare il lavoro con criteri manageriali, adattando duttilmente il servizio che deve essere erogato alle esigenze dei cittadini. E poi, durante l’attesa fuori dalla parte e sul lato esterno di quella esecrabile transenna, quante storie di malfunzione dei pubblici uffici si sentono raccontare! Io penso che nel terzo decennio del XXI secolo, qui in Sicilia e a Palermo in particolare siamo nel pieno dell’era oscura e le cose vanno sempre più a peggiorare, anche quando si ammantano di un velo di ammodernamento che rimane più nella forma che nella sostanza. E comunque tale da creare una distanza vieppiù crescente tra i cittadini e le agenzie pubbliche. Ahimè! Cambierà mai qualcosa?
E ha un bel dire un tale M.S. che su Facebook, avendo letto questa mia nota, ha replicato, quasi piccato:
Ho saputo di un amico che non ha avuto alcuno dei problemi da voi lamentati. E' stato prelevato da un'auto municipale, e portato presso gli uffici, in cui ha ricevuto piena assistenza senza alcuna attesa. E dopo pochi minuti è stato riaccompagnato a casa. Siete i soliti disfattisti. Se non ci credete, scrivetegli a: roberto.lagalla@comune.palermo.it
A parte il fatto che un simile commento (per altro con una coloritura da campagna elettorale, considerando il "voi" che mi è attribuito - come se io fossi il portavoce di un gruppo ostile o contrario - e l'aggiunta in calce dell'indirizzo mail del nostro nuovo sindaco) esprime la esecrabile tendenza a schierarsi comunque e dovunque, anche in senso contrario a ciò che è evidente a tutti, io credo che non sia il semplice aneddoto a risolvere i problemi veri, quelli che affliggono la maggior parte dei cittadini, soprattutto quelli più poveri di mezzi e di cultura.
Non è l'aneddoto a salvare il mondo e a salvarci, dico io. E penso che questo pensiero checché ne dica MS sia condivisibile da molti.
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre
armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro
intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno
nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e
poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a
fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.