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(Maurizio Crispi) The Last Waltz - L'ultimo valzer (1978) è un film di Martin Scorsese che racconta l'ultimo grandioso concerto del gruppo rock di origini canadesi "The Band" (con l'intercalare di una serie interviste con i diversi componenti della band) dopo 18 anni di carriera (successivamente, nel 1993 The Band si riunì per un breve arco di tempo e produsse tre nuovi album).
Vidi la prima volta il film al tempo della sua uscita nelle sale cinematografiche e ne rimasi profondamente colpito, emozionato.
E fui realmente dispiaciuto quando il film finì e con esso la band di cui, attraverso le interviste, era stata tracciata la storia..
Perchè?
The Band con il suo " Music from Big Pink" (di cui nel 2000 fu prodotta una versione rimasterizzata con l'aggiunta di alcune tracce inedite) fu una delle mie prime scoperte musicali autonome, dopo gli inzi di ascolto musicale alla guida di mio padre che era un cultore della musica classica e dell'opera lirica, ma che non mancava di offrirmi stimoli nuovi, regalandomi dischi innovativi che pensava potessero interessarmi (come Joan Baez, John Mayall, The Beatles) come anche, a lui, devo la prima scoperta di Fabrizio De André (con il suo regalo dell'LP "Tutti morimmo a stento")
Bob Dylan fu la mia prima scelta autonoma e subito cominciai ad ascoltare la sua musica, decifrarne i testi, amare i contenuti che trasmetteva, leggere su di lui e approfondire le tematiche che potevano essere seguite come i fili di una ragnatela che s'intersecano e ciascuno dei quali conduceva a nuove vie da percorrere.
Il mio mentore (virtuale) in quest'esplorazione fu Riccardo Bertoncelli, a partire dal suo testo avveniristico (per quei tempi) sulla musica Rock e Pop di quegli anni, Pop story. Suite per consumismo, pazzia e contraddizioni di Arcana, edito per la prima volta nel 1973 (un classico nel genere perché nello stile della critica e della storiografia rock "ispirata" e forse oggi, purtroppo, introvabile).
The Band è inestricabilmente collegata a Bob Dylan, visto che spesso collaborarono assieme (ricordate i "Basement's Tapes"?), ma anche perchè a lui fece da spalla nelle prime tournée.
The Band, il cui leader indiscusso fu Robbie Robertson (il quale, poi, continuò ad incidere album da solo, con un nuovo ed inedito interesse per le musiche dei Nativi americani), operò, incidendo molti album (non moltissimi) e calcando le scene musicali per oltre 18 anni.
Ma per il gruppo arrivò il momento degli addii e, quindi, posero fine alla loro attività quasi ventennale con un grande concerto di commiato che venne denominato "The Last Waltz" e a cui invitarono in veste di ospiti tanti dei musicisti rappresentativi della loro epoca musicale: sicché in quel concerto si schierò un parterre di artisti davvero grandioso, in un certo senso l'epitome di una parte della musica rock degli anni Sessanta e Settanta.
Il concerto ebbe luogo nel Winterland Concert Ballroom di San Francisco, il 25 novembre 1976 e fu evento memorabile, tanto che qualcuno disse: "Cominciò come un concerto e divenne una celebrazione"; e questa divenne la sua epitome, la frase incisiva con cui tramandarlo.
Il film di Scorsese peraltro, come documentario rock, rimase come una pietra miliare nella cinematografia di genere sia per la qualità del suono, sia per l'innovatività delle soluzioni di ripresa adottate.
Al tempo dell'uscita del film, io - ancora agli albori della mia vita lavorativa - stavo appena cominciando a fare le mie scelte e, quindi, vedere il concerto di commiato di musicisti che avevo seguito appassionatamente per quasi dieci anni (the Band e molti degli artisti coinvolti nel concerto, mentre altri erano per me nuovi), mosse in me delle emozioni, relativamente a qualcosa che non avevo ancora sperimentato e che, forse, avrei solo sperimentato in seguito.
Ma nel film vidi anche una metafora del commiato in genere e del passaggio da una fase della vita ad un'altra (e questo era qualcosa che allora era per me più accessibile in termini di esperienza: avevo già costruito dei possibili modelli dentro di me).
In effetti, per poter procedere nei miei studi di Medicina e arrivare alla loro conclusione, avevo dovuto rinunciare a possibili alternative e, comunque, avevo dovuto tralasciare delle "non scelte", quali potevano essere quella di rimanere in uno stato adolescenziale protratto, "non scelte" verso le quali - in un momento di difficoltà - mi ero sentito profondamente attratto.
Quindi la malinconia degli addii (che è anche il dispiacere susseguente ad una rinuncia, qualsivoglia essa sia, o quella sottile saudade per ciò che non si è ancora raggiunto da cui ci sente estromessi), in una certa misura, l'avevo già sperimentata dentro di me.
L'addio e il commiato sono carichi di nostalgia, ma nello stesso tempo possono diventare una grande festa e una celebrazione di ciò che siamo stati ed è quello che appunto The Band fece in occasione del suo ultimo commiato.
Uscii dall'aver visto il film commosso, quasi in lacrime, profondamente toccato nell'intimo, dispiaciuto che il film fosse finito e, con esso, The Band.
Poi continuai ad ascoltare per decine di volte l'album omonimo del concerto e OST del film di Scorsese e dalla visione di quel film, partirono per me innumerevoli altri sentieri musicali da seguire (come quello tracciato da Van Morisson o la scoperta degli album di Emmylou Harris).
A distanza di più di 40 anni, nel rivederlo in DVD, le emozioni sono state identiche, gioia, commozione, nostalgia, sconforto al pensiero di ciò che è stato e di ciò che si è perso, ma anche soddisfazione per ciò che ho fatto nella mia vita.
E, poi, aggiungerei che The Band costruì un suo repertorio di canzoni e pezzi memorabili: basti pensare a "The Weight"... per non parlare di tutte le altre.
Un'ultima notazione: a vederli retrospettivamente, a distanza di tanti anni, dopo aver macinato l'ascolto di una quantità incredibile di musica di tutti i tipi, devo dire che tutti i musicisti di The Band sono bravissimi, capaci di trasmettere nel modo in cui suonano entusiasmo ed emozioni.
Sanno essere travolgenti e sanno adattarsi a modalità musicali diverse, come hanno fatto per ciascuno degli ospiti presenti accanto a loro in quest'ultimo concerto, con i quali imbastiscono delle cover dal clasdsico repertorio di ciascuno (come nel caso del pezzo con Muddy Waters con il suo classico "Hoochy Koochy Man" o con Bob Dylan, lanciati con lui in una rimarchevole e toccante interpretazione di "For Ever Young").
Il film di Scorsese peraltro, come documentario rock, rimase come una pietra miliare nella cinematografia di genere sia per la qualità del suono, sia per l'innovatività delle soluzioni di ripresa adottate.
(Da Wikipedia - En) The Last Waltz was a concert by the rock group The Band, held on American Thanksgiving Day, November 25, 1976, at Winterland Ballroom in San Francisco.
The Last Waltz was advertised as The Band's "farewell concert appearance", and the concert saw The Band joined by more than a dozen special guests, including Paul Butterfield, Bob Dylan, Neil Young, Emmylou Harris, Ringo Starr, Ronnie Hawkins, Dr. John, Joni Mitchell, Van Morrison, Muddy Waters, Ronnie Wood, Neil Diamond, Bobby Charles, The Staple Singers, and Eric Clapton.
The musical director for the concert was The Band's original record producer, John Simon.
The event was filmed by director Martin Scorsese and made into a documentary of the same name, released in 1978. Jonathan Taplin, who was The Band's tour manager from 1969-1972 and later produced Scorsese's film Mean Streets, suggested that Scorsese would be the ideal director for the project and introduced Robbie Robertson and Scorsese.
Taplin was the Executive Producer of The Last Waltz.
The film features concert performances, scenes shot on a studio soundstage and interviews by Scorsese with members of The Band.
A triple-LP soundtrack recording, produced by Simon and Rob Fraboni, was issued in 1978.
The film was released on DVD in 2002 as was a four-CD box set of the concert and related studio recordings.
The Last Waltz is hailed as one of the greatest concert films ever made, although it has been criticized for its focus on Robertson.
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L'ultimo valzer (film 1978) - Wikipedia
L'ultimo valzer ( The Last Waltz) è un film concerto del 1978 diretto da Martin Scorsese. Il titolo prende spunto dall'ultima apparizione dal vivo del gruppo The Band alla Winterland Arena di San ...
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The Band - The Last Waltz (Movie)
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Da The Last Waltz, il pezzo finale "I Shall be released" con tutti gli artisti sulla scena.
(Maurizio Crispi) Diverse volte, trovandomi a correre lungo il Thames Path, all'altezza dello Shadwell Basin, ho attraversato un giardinetto con prato e alberi, curatissimo per fermarmi sull'argine del Tamige, dove in un luogo ombreggiato dalle fronde c'è una fila di sobrie panchine di legno e ferro.
Su una di esse - sempre la stessa - ho rinvenuto diverse volte un mazzo di fiori appassiti e sempre un con essi un biglietto di dolente commiato, indirizzato a chi non c'era più (il testo suggeriva una morte precoce, per malattia o suicidio; o semplicemente un allontanamento definitivo dalla famiglia. Tutto rimaneva aperto alle più varie congetture).
Ritrovandomi a Londra, sono andato a curiosare.
Non c'era più il solito mazzetto di fiori, bensi una croce di legno, di piccole dimensioni, attaccata alle listelle di legno della panchina un po' storta.
Su di essa, la scritta "In remembrance" (in orizzontale), mentre in verticale si legge, a caratteri più grandi "MUM".
Guardando meglio, mi sono accorto anche che alla panchina è attaccata una placchetta di ottone con un'incisione piuttosto lunga che nel suo incipit dice: "In loving memory of Joyce Wilson...".
Guardando meglio mi sono reso conto che molte altre panchine della stessa fila recano analoghe targhe, con diciture lievemente dissimili e dedicate a persone diverse. In una delle panchine, ce ne sono addirittura tre di targhe.
Queste panchine, dunque, sono un luogo della memoria, come lo sono - in alcune chiese cattoliche italiane - alcune panche/inginocchiatoi che vengono donati alla parrocchia da una famiglia, come opera di bene che assolva alla funzione di ricordare un loro caro estinto.
Ma il fatto che queste panchine "fluviali" siano un luogo della memoria ha un che di profondamente poetico.
Innanzitutto, perchè i familiari possono venire a sedersi sulla panchina che porta il nome del loro estinto e sedersi sulla riva del fiume in contemplazione.
C'è della poesia, in ciò.
Ma anche perchè, simbolicamente, il fiume è la vita stessa che scorre verso il mare; il fiume è formato dall'acqua che andando verso l'oceano compie un segmento di un suo eterno ed innarrestabile ciclo che rimanda all'idea del ciclo infinito di morti/rinascite.
E, quindi, mettere la targa che ricorda il proprio morto sulla panchina che fronteggia il fiume è un modo per consegnarlo in qualche modo alla vita e ad un ciclo di continue ed inarrestabili trasofrmazioni, sulla base dei principi: l'eracliteo "tutto scorre", "tutto si trasforma" e "ogni cosa ritorna".
Vedi anche in questo stesso blog: Un messaggio nella bottiglia
Non ricordo le circostanze, né il tempo in cui scrissi questa nota
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La luna nel cielo
alta, quasi allo Zenith,
inargenta il mare,
attorniata
da una moltitudine
di candide pecorelle
migranti
lungo aerei tratturi
L'ombra degli alberi
è scura e densa
Luci pulsanti delle case e delle piccole cittadine,
piccole fiammelle ardenti
dove ci sono vite che si vanno srotolando
come un antico rotolo di pergamena
Il rombo di motori dall'autostrada
è incessante,
ma - stranamente -
parte di un'armonia cosmica
Lieve sentore di legna bruciata
ultimo residuo dei fuochi
delle stoppie
Il mistero insondabile della notte
e dei cicli eterni di morte e rinascita
La magia d'uno sguardo sull'Universo
intessuto di emozioni
(Elena Cifali) Oggi giorno alle tre del pomeriggio esco da casa per andare a lavorare.
Ogni giorno da 14 anni percorro la stessa strada.
Ogni giorno il mio sguardo si posa su quelle aiuole così diverse dalle altre.
Due aiuole fiorite 365 giorni l’anno, oasi felici tra il degrado cittadino, due luoghi curati nei dettagli, puliti, ordinati in maniera quasi maniacale.
A prendersi cura di questi luoghi non sono i “Comuni” di appartenenza, ma dei “comuni” cittadini.
Cittadini modello si potrebbe dire, cittadini diversi, dico io.
La prima aiuola si trova lungo la strada che porta da Nicolosi a Mascalcia. Un piccolo spicchio di marciapiede dove al centro c’è un bell’albero sempreverde. Attaccato al tronco dell’albero la foto di un giovane, un ragazzo morto a 17 anni: Emanuele Vitale.
Quasi 5 anni fa, quando morì Emanuele, figlio di una nota famiglia, l’eco della notizia si sentì per tutta Nicolosi, fu lutto cittadino e tutti ci sentimmo coinvolti e avvolti da questo dolore che faceva tremare e gonfiore il cuore.
Il Duomo gremito di persone tanto che il parroco fu costretto a celebrare il funerale sul sagrato per dare l’opportunità a tutti di partecipare e salutare lo sfortunato ragazzo.
Era un giorno di novembre, Emanuele era in ritardo per andare a scuola e decise di usare il motoscooter per far prima. Forse abbagliato dal sole basso novembrino, si schiantò contro un palo della luce: oltre a perdere il controllo del suo mezzo, perse anche la vita.
I suo genitori, dilaniati dal dolore ogni giorno, da quell'infausto evento, portano fiori freschi in quel luogo. Quel luogo é ormai diventato la dimora dell’anima di Emanuele (così mi piace pensare che sia).
E’ terribile pensare di sopravvivere ai propri figli, ma la morte a volte è capricciosa e, prendendosi i figli, li deruba della loro eredità vivente.
A loro non resta che il dolce navigare nei ricordi degli anni vissuti col loro bambino e quella piccola aiuola. La mamma, una donna ancora giovane, si regge in piedi aiutata dalle stampelle e, insieme al marito e padre, veste i panni neri del lutto, un nero spezzato solo dagli sgargianti colori dei fiori.
Qualche chilometro più giù, scendendo dalla montagna verso il mare, al centro della barocca Catania una piazzetta con tante aiuole e panchine. Tutto è lindo, tutto è pulito.
A prendersi cura di questo luogo c'è un uomo anziano. Un uomo con barba e capelli lunghi, grigi come l’argento. Lo vedo tutti i giorni inginocchiato davanti alla grande statua di Padre Pio, dove prega, rivolgendo gli occhi agli occhi del Santo, con le braccia levate in cielo.
Sempre gli stessi gesti, tutti i giorni, tutti i santi giorni. Annaffia, pota, cura, spazza, spolvera le panchine. Sembrerebbero gesti maniacali ed invece hanno un loro perché.
Non saprei dire chi sia quest’uomo e quale sia la sua storia.
I genitori di Emanuele e quest’uomo – che, nel corso degli anni, ho soprannominato il “nonno grigio”- si sono ricavati un motivo per vivere, o forse per sopravvivere al dolore.
Nelle infinite forme di vita che si possono perseguire, c’è chi ha scelto, a torto o a ragione, di vivere pensando che, in un certo luogo, viva ancora la persona che si ama e poco importa se si tratta di un figlio divenuto angelo o di un prete divenuto Santo.
(Maurizio Crispi) E' sempre una grande emozione arrivare in un porto, dopo un viaggio in auto, e prepararsi all'imbarco.
Ci sono dei tempi di attesa e poi scatta il momento in cui devi entrare all'interno della grande bocca spalancata della nave (che queste grandi navi traghetto non siano una metafora della Balena?) e tu rimani sorpreso dell'immensità del corpo della nave che accoglie - inghiottendoli nel suo ventre - automobili ed autotreni che, al confronto, appaiono come piccoli giocattoli, bruscolini insignificanti.
E già senti vibrare sotto i tuoi piedi il grande corpo della nave che, pur nella sua rigidità, sembra riprendere vita e respiro.
Poi, quando arriva il momento della partenza e i giganteschi portelloni si sono ermeticamente chiusi, improvvisamente c'è un cambiamento nel modo in cui la nave vibra: per un attimo la vibrazione si fa più intensa ed è quando inizia la spinta delle eliche potenti e, per alcuni istanti, quelle vibrazioni diventano quasi delle scosse che rianimano un'entità dormiente.
Se sei all'esterno, su uno dei ponti, vedrai il corpaccione della nave che prende a muoversi impercettibilmente, quasi fosse riluttante a staccarsi dal rifugio rassicurante della banchina e che, poi, il distacco da terra aumenta e la nave prende progressivamente velocità e si sentono i motori potenti che stantuffano e pompano, mentre le paratie e i ponti tremano sotto i tuoi piedi.
Poi, quando, la nave ha finalmente abbandonato il rifugio sicuro del porto e si è installata sulla sua velocità di crociera in mare aperto, mentre la costa sfila via lontana e sfuma in una serie di luci ammiccanti via via più piccole, le vibrazioni si attenuano e diventano quasi impercettibili (oppure sei tu che ti abitui a loro), ma ci sono sempre come il leggero tremito che avverti sotto i polpastrelli quando accarezzi un gatto e lui comincia a fare le fusa e a ronfare a ritmo continuo.
Questa continua vibrazione diventa parte ineliminabile e costante delle tue percezioni somato-psichiche per tutta la durata del viaggio per nave, tanto integrata in esse che quando la nave entra nel porto d'arrivo e finalmente ferma i motori, provi dentro di te una sensazione anomala: e ci vuole un po' di tempo perché tu ti riassetti in una normalità, fatta di silenzio e di quiete.
L'assenza di vibrazioni e il silenzio totale creano una sensazione di mancanza e di strana "pausa", rispetto al movimento che sancisce il viaggio.
Ma la cessazione del movimento può essere causa di un'improvvisa vertigine.
L'essenza del viaggio, di qualsiasi viaggio, sta nella transizione di stato nella coppia immobilità/movimento, stasi/exstasi.
La vita di un Uomo (includo in questo termine, uomini e donne, ovviamente) è fatta di tante cose diverse.
Ma certamente, nella vita di un Uomo si incontrano molte morti.
Quando si è piccoli, se si è fortunati, ci imbatterà nella morte di uno o due nonni...
E, quando ciò succede, si è ancora troppo piccoli per capire il senso della morte: i grandi ci diranno che il nonno o lanpnna sono andati in cielo, oppure tra gli angeli, oppure ancora che sono partiti per un lungo viaggio ben protetti all'interno di una navicella spaziale.
Forse ci si imbatterà anche nella morte di qualche animale domestico cui abbiamo voluto bene e quelle morti le vivremo con un senso di ingiustizia che sarà molto affine al lutto degli anni più avanzati.
Poi, sempre se si è fortunati, le morti si rarefanno e comincia un periodo più felice, in cui i tuoi cugini più grandi cominciano a sposarsi e ad avere figli.
E allora comincia l'era dei matrimoni e dei battesimi.
Ci sono in continuazione cerimonie, sposalizi, battesimi, festini e banchetti.
Poi, si va avanti ancora un poco e cominciano le lauree dei tuoi compagni ed amici.
E ancora una volta festini, banchetti ed auguri.
E sempre che tu sia sia fortunato, ancora niente morti: a meno che delle sciagure non si abbattano su di te per sottrarti anzitempo i tuoi genitori o qualche persona cara.
Poi, anche le lauree, i matrimoni e i battesimi si diradano e comincia l'era delle prime comunioni ed è ancora una volta il turno di un ciclo di feste.
Vai avanti e vai avanti attraverso anni bene o male senpre eguali.
E poi di nuovo in questo eterno altanare di morte e vita, riprendono a fioccare le morti.
Magari, cominciano a morire prematuramente alcuni dei tuoi compagni di scuola.
Oppure è un tuo cugino più giovane ad andarsene.
Ma poi arriva inelluttabilmente viene il turno, quando si arriva in questa fase della vita, della generazione che ci ha preceduto: zii, genitori, lontani cugini di secondo grado più grandi.
E, ovviamente, si diventa frequentatori di funerali e di momenti di cordoglio.
Qualcuno resiste, tuttavia, ed avanza indomito verso la tarda età.
Intanto, cominciano a morire personaggi pubblici che hai conosciuto nella tua vita oppure personalità della cultura che hai amato (musicisti, scrittori, artisti) o rispettato o che sono stati nel loro campo fulgidi esempi di umanità.
E tu vai avanti in mezzo a tante morti e vorresti vedere di nuovo l'arcobaleno della vita che ti metta allegria e che ti infonda speranza rispetto a questa continua battaglia contro la morte che, giorno per giorno siamo costretti ad ingaggiare.
E, magari, inaspettatamente, inciampi in un nuovo progetto di vita che ti illumina il futuro.
Ho sognato che facevo un viaggio a cavallo...
In verità, eravamo in due - io e una donna - a viaggiare in groppa a quel cavallo.
Ed era un bellissimo cavallo roano, forte e mansueto.
Adattissimo per me che non ho alcuna dimestichezza con i cavalli.
Il viaggio era quieto e tranquillo, ma nello stesso avventuroso.
Si dipanava attraverso monti e valli, strette cengie di montagna tra pietraie senza un filo d'erba e fitti boschi.
Quando ci fermavamo per il bivacco, il cavallo molto tranquillamente, dopo aver pascolato si metteva a terra a riposare.
Mi dispiaceva soltanto di non avere con me la striglia per detergergli di dosso la schiuma e una coperta per ripararlo.
Ma lui non si lamentava. Aveva cibo abbondante a disposizione e l'acqua dei torrenti per dissetarsi.
Alla fine, arrivavamo in una casa dove c'era mia madre ad attenderci.
Mi pareva che fosse stata lì da sempre ad attendere me e la mia compagna di viaggio.
Io capivo che era stata proprio lei a mandarmi quel cavallo in regalo perchè potessimo viaggiare sino a lei.
E, dopo essere stati in sua compagnia per un po' di tempo, veniva per noi il momento di congedarci per intraprendere il nostro viaggio di ritorno.
E' stato un sogno che ha lasciato dentro di me al risveglio una sensazione di grande pace interiore.
E rieccomi a Piazza Magione
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Dall'ultima volta che ci sono passato sono trascorsi alcuni mesi
E non è certamente venuto da queste parti un mago Merlino con la sua bacchetta magica a ripulire tutto con un incantesimo
La monnezza e il degrado che mi avevano colpito allora ci sono ancora immutati, forse accresciuti, purtroppo
I conci di tufo che delimitano le fondamenta degli antichi edifici sono stati in parte divelti
Le assi di alcune delle panchine di legno sono state asportate
Insomma c'è di che per stare allegri!
Ma allevia la visione dell'incuria e della monnezza sparsa qua e là (in procinto di trasformarsi in reperto archeologico o di completare un processo di mineralizzazione), il verde risplendente dei prati e gli alberi nei quali si indovina una tensione pronta ad esplodere, soprattutto in quelli che, in autunno, hanno perso le foglie.
Allevia la sgradevole sensazione di degrado anche il fatto di vedere tanti che "usano" il posto in modo buono: una ragazza distesa a prendere il sole e accanto il suo cane
Un'altra che porta a spasso un cagnone
Cagnolini, cani, cagnoni: un complemento indispensabile del mondo, presenze assidue e costanti
Un ragazzo del posto, intento a far coccole ad un cuccioletto di cane, mentre se sta seduto all'ombra dell'alto edificio ornato di grandi graffiti e dalla facciata butterata che un tempo ospitava le suore di Madre Teresa di Calcutta
Una coppietta si fa le moine su una delle poche panchine rimaste intatte
E c'è anche un gabbiano isolato, in mezzo a tanti piccioni che pascolano tra l'erba e le commessure dei grandi lastroni di pietra, alla ricerca di bocconcini gustosi
L'arrivo improvviso d'una scolaresca che si ferma attorno alla statua di Padre Pio, schiamazzando e facendo giochi di corse e rincorse e poi indugiando a fare la sua brava merenda
Frida, curiosona, si protende verso gli scolari e alcune delle bimbe si avvicinano a coccolarla un po' e prima mi chiedono il permesso (ma non realmente per educazione, solo perché timorose di un'improbabile aggressività da parte della canuzza).
Io sorbisco un caffè al solito bar di sempre, Il Cokito, mentre fumo una sigaretta, pensoso.
Penso a dei fili magici che si protendono attraversano l'aria e che stabiliscono dei collegamenti con chi sta molto lontano, consentendo il movimento incessante di energie, di forze e di calore
E poi, me ne sto un po' ad aggiornare la mia agenda, un po' sonnacchioso e via via riscaldato dal sole i cui raggi picchiano sempre di più
Poi, leggo per un po' e la batteria del telefono sta per scaricarsi e non ho quasi più credito residuo.
E quindi, mi sento un po' paralizzato, isolato, "insulare"
Ma chi vive sulle isole deve per forza essere abituato a questo!
E poi, quando vado via, ci sono altre coppie che prendono il sole, distese su quegli scampoli di prato verde-smeraldo e che chiacchierano in un tempo fermo, senza troppi accadimenti e senza frenesia.
Ed io sono sempre pronto ad alzarmi, per andare altrove
La verità, l'essenza delle cose, si trova sempre nell'intervallo che ti separa dal posto dove sei all'altrove dove stai andando o dove vorresti arrivare.
Foto di Maurizio Crispi
Crepuscolo a Piazza Magione - Frammenti e pensieri sparsi
Cassonetti vuoti di plastiche multicolori i cui coperchi dissestati colano in ceree stallattiti di plastica fusa Fitti voli di storni nel cielo terso del crepuscolo Odore forte di pelo di cane ...
http://www.frammentipensierisparsi.net/article-crepuscolo-a-piazza-magione-113548239.html
Come? Inaspettamente, proprio attraverso i cani ed altri animali: questi esseri alieni hanno il potere di mettere in connessione le menti e, a quanto pare, il contatto intimo con l'intimo sentire e del modo di vedere il mondo del cane, può modificare radicalmente la WeltanSchaung e le attitudini degli uomini. La missione di questi esseri sul nostro pianeta è quello di diffondere questo Verbo, andando alla ricerca di uomini e donne che siano naturalmente "empatici" e capaci di stabilire il contatto con i cani, anche senza la mediazioni degli alieni in visita.
Questa pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari,
racconti e piccoli testi senza pretese.
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.
Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.