(Elena Cifali) Da stamattina presto la sento: "Sofia. Sofia. Sofiaaaa" - urla strascicando l'ultima vocale. Il suo più che un richiamo sembra un lamento. Mi affaccio. La guardo dall'alto del terrazzo senza farmi notare. Fuma ininterrottamente, mentre il suo petto viene scosso da violenti colpi di tosse catarrosa. Il viso scuro, i lunghi capelli neri legati. Dovrebbe avere più o meno la mia età, eppure guardo una donna vecchia. "Sofia. Sofia. Sofiaaaa". Ancora ed ancora. È triste stare a guardarla. Il seno pesante che cade sul ventre martoriato da innumerevoli figli. Si volta, sorride scoprendo una bocca con pochi denti scuri. Si china sul viso di un bimbo di pochi mesi dentro il passeggino. Soffia un alito di fumo. Il bimbo ride divertito. Quel che resta della sigaretta finisce sulla strada con un gesto di stizza. Rientra in casa. E io? Mi ritraggo. Mi siedo sul divano, acconto a me un libro, compagno fedele e chiacchierone. Tiro su le gambe, abbraccio le ginocchia e penso ....
(Maurizio Crispi) Le migliori scoperte del flaneur avvengono quasi per caso. Muovendosi in una grande città come è Londra si può andare alla scoperta di cose ben definite pianificando in anticipo il proprio percorso, ma in altre circostanze ci si addentra in percorsi non pianificati oppure si compiono a piedi dei percorsi per spostarsi da un punto all'altro e, senza saperlo in anticipo, ci si imbatte in qualcosa che suscita meraviglia sia che si tratti di un monumento (ma non di quelli magniloquenti che sono iscritti obbligatoriamente nei percorsi turistici; ma ciò nondimeno gravido di significati che lo rendono vibrante), una veduta insolita, un complesso statuario o anche semplicemente una targa commemorativa che ricorda un personaggio storico che ha abitato dove ora sorge un edificio di epoca successiva. Cose così: a volte sono avvistamenti che, pur estremamente semplici, arricchiscono il nostro bagaglio di conoscenze oppure stimolano l'attivarsi di curiosità non peregrine e di successive indagini conoscititve e di approfondimento,
In questi casi, il piacere della scoperta è ben più intenso, soprattutto perchè l'avvistamento tanto casuale e non pianificato suscita intense emozioni. E' stato così che, del tutto casualmente, facendo ritorno a piedi dalla zona della Black Friars Railway e volendo dirigerci verso Aldgate a piedi (ma avendo preso inizialmente una direzione che più che avvicinarci alla nostra meta ci portava lontano da essa (in direzione di Islington), ci siamo trovati a passare proprio davanti pall'ingresso di un'area di terreno non edificato, con l'aspetto di un giardino, ma costellata di pietre tombali, fittamente assiepate sotto l'ombra di grandi platani secolari, ancora coperti di foglie, benché l'autunno sia ormai alle porte.
E abbiamo scoperto di essere di fronte all'ingresso del Bunhill Fields Burial Grounds, uno dei più antichi (e gradi) cimiteri non consacrati di Londra, risalente nelle sue prime origini addirittura al tempo dei Sassoni. Attratti dalla casuale scoperta siamo penetrati al suo interno: una striscia di terreno lunga e stretta percorsa al centro da una via lastricata di pietre e, da un lato e dall'altro lapidi a centinaia di tutte le forme e dimensioni, mentre - sparso qua e là - si ergeva qualche monumeto funebre più cospicuo: entrambi - monumenti e lapidi - corrosi dal tempo e smangiati dal muschio e dai licheni, con le scritte commemorative relative ai defunti che riposano in pace in quei luoghi, incise da generazioni di Mr Durdles (indimenticabile personaggio dickensiano, lo scalpellino e tagliapietre cimiteriale, nonché curatore di tombe e cappelle funerarie e, ovviamente, conoscitore degli misteri dell'antico cimitero di Cloisteham, in Il Mistero di Edwin Drood), a stento leggibili. La parte centrale di quest'asse - per così dire- viario, si allargava in un grande spazio prativo ombreggiato da grandi alberi e circondato su ogni lato da panchine di legno.Tutt'attorno delle alte mura di mattoni rossi contro le quali stavano addossate altre lapidi. L'atmosfera era suggestiva ed intensa, il silenzio profondo, benchè - poco lontano - vi fosse una via trafficata rumorosa ed inquinata, perché percorsa da auto e bus. Molti i frequentatori -oltre ai passanti che percorrevano a passo spedito la via centrale: alcuni se ne stavano seduti placidamente sulle panchine, immobili, in atteggiamento pensoso e meditativo. Ma anche sul prato famigliole allegre intente a giochi con i più piccini o con i propri cani. Vi si può vedere il monumento funebre che custodisce le spoglie mortali di John Bunyan (l'autore del celebrato "Pilgrim's Progress" o "Il viaggio del Pellegrino") e di Daniel De Foe (quest'ultimo sormontato da un piccolo obelisco) e le sepolutre più semplici di William Blake e dello storico Oliver Cromwell, solo per citare alcuni dei personaggi più celebri che vi riposano. Sul bordo stretto della lapide verticale che costituisce la sepoltura di William Blake, sono posati dei piccoli sassolini, monetine da due e cinque pence e un fiore rosso, forse di plastica che arricchisce di una macchia cromatica il grigiore della pietra. Mi viene da pensare che siano stati posati lì gentilmente e con animo grato, come testimonianza di quanto per alcuni William Blake con i suoi poemi mistici ed esoterici possa essere una prresenza viva e palpitante. E' un luogo nel quale si dice siano state sepolte nel corso dei secoli oltre 130.000 persone e che pure è un luogo vitale e vissuto, pur dando ai suoi frequentatori un senso di pace e l'occasione di meditare - ma senza tristezza - sulle cose ultime. In un'opera scritta dal filologo e viaggiatore Grigorij Chkhartischwili e dallo scrittore B. Akunin, Le Città senza tempo. Storie di Cimiteri (Frassinelli, 2006) viene annotato - tra le altre cose - che, se dovessimo fare il conto dei morti che, dentro o attorno alle città sono stati sepolti nel corso dei secoli, noi vivi saremmo decisamente in minoranza e che, in ogni caso, tutti questi defunti che giacciono nei cimiteri, strato su strato creano delle forme di energia di cui non si può non tenere conto. Il cimitero di Bunhill Fields venne devastato dalle bombe tedesche nella prima fase della 2^ Guerra Mondiale e successivamente risistemato negli anni Sessanta del XX secolo. Questo fatto mi ha portato a pensare che la tomba di famiglia dal lato materno al Cimitero di Sant'Orsola di Palermo venne del tutto devastata da una bomba alleata caduta casualmente lontano dai bersagli prinicipali dei bombardamenti che erano la zona portuale di Palermo e che, al posto della sepoltura, mia madre e mia nonna che si recarono ssul posto a constatare i danni trovarono un grosso buco, una ferita dolente aperta nella nuda terra, i marmi frammentati e delle povere ossa che lì giacevano solo frammenti inidentificabili e polvere. Polvere alla polvere.
(da Wikipedia) Bunhill Fields (la dizione corretta è "Bunhill Fields Burial Ground") è una tranquilla oasi situata nel London Borough of Islington, frequentata da residenti, turisti e lavoratori in cerca di un attimo di tranquillità e per consumare il pasto nella pausa di mezzogiorno.
È anche un luogo di grande interesse storico e religioso: Bunhill Fields è, infatti, terreno non consacrato che venne usato quale luogo di sepoltura per i non conformisti, i dissenzienti e, in genere, per i non appartenenti alla Chiesa d’Inghilterra, quindi Battisti, Quaccheri, Metodisti e Presbiteriani.
Il nome "Bunhill" deriva da Bone Hill, (collina delle ossa in lingua italiana) in quanto l'area fu usata come luogo di sepoltura sin dal tempo dei Sassoni. Nel 1665, durante la Grande peste, fu destinato all’uso di cimitero comune per seppellire i corpi che non potevano più essere contenuti nei cimiteri delle chiese. Fu usato fino al 1855, per circa 120.000 sepolture. Nel 1867 un atto del Parlamento destino’ Bunhill Fields a spazio aperto, mantenuto dalla Corporazione della City di Londra come area verde di pubblica fruizione. In quell’epoca furono apportati anche dei miglioramenti con, tra l’altro, la messa a dimora di alberi e la recinzione dell’area del cimitero. Danneggiato durante la seconda guerra mondiale dai bombardamenti tedeschi, fu ricostruito nel 1960. Il sito venne ridisegnato da uno dei più rinomati architetti paesaggisti dell’epoca, Peter Shepheard (1913–2002). Il cimitero contiene ora 2.333 monumenti, per la maggior parte semplici lapidi.
Le ghost bicycle - ma anche le ghost bike, o GhostCycle o WhiteCycle - sono delle "biciclette alla memoria", collocata nel punto in cui un ciclista è stato ucciso - o gravemente ferito - da un auto o da una motocicletta. In Italiano - se proprio non vogliamo utilizzare un anglicismo -le potremmo chiamare "bici fantasma". Solitamente, le bici fantasma sono delle vecchie bici recuperate e dipinte di bianco; a volte sono adornate di ghirlande di fiori finti, a volte recano una targa o un cartello che ricordano l'identità della persona e le circostanze dell'evento infausto. Oltre ad essere un "memorial" della persona ferita o uccisa, fungono da memento per gli automobilisti/motociclisti in transito. La prima "ghost bike" ad essere avvistata, secondo il Guardian, fu a St. Louis, Missouri (USA), nel 2003, preceduta da un progetto espressivo da parte dell'artista Jo Slota a San Francisco, poco prima nel 2002. Quello delle bici fantasma è stato nelle sue origini un fenomeno tipicamente americano adesso tende ad arrivare in Europa: a Londra - ad esempio - sono diversi gli avvistamenti di questo tipo di reperti, anche se in alcuni casi la Ghost Bicycle è allocata solo per ricordare una persona che non è più, anche se la sua morte non è stata determinata da un incidente della strada, mentre andava in bici. Quindi le "Bici fantasma" finiscono con il diventare icone nelle quali si intersecano le intenzionalità del memorial (o monumento alla memoria) e del memento (o avviso) affinché gli automobilisti e i motociclisti potenziali assassini di pedoni e di ciclisti innocenti ne traggano insegnamenti, spunti di meditazione ed inviti alla prudenza, e l'espressività di progetti artistici veri e propri, nello spirito della "street art" o della "land art". D'altra parte, le "bici fantasma" sono anche dei cippi, degli indicatori stradali che contrassegnano i luoghi in cui hanno avuto luogo passaggi e transiti e, in questo senso, assumono un valore ben piùpregante e denso di emozioni dei luoghi di sepoltura nei luoghi appropriati e rituali. Da un certo punto si possono considerare dei cenotafi (cioè dei luoghi di sepoltura, privi tuttavia, delle spoglie mortali della persona acui si riferiscono) e, da questo punto di vista, alimentano un post-moderno - e metropolitano - culto dei morti.
(da Wikipedia) A ghost bike (Ghostcycle or WhiteCycle is a bicycle set up as a roadside memorial in a place where a cyclist has been killed or severely injured (usually by a motor vehicle). Apart from being a memorial, it is usually intended as a reminder to passing motorists to share the road. Ghost bikes are usually junk bicycles painted white, sometimes with a placard attached, and locked to a suitable object close to the scene of the accident. According to The Guardian, the first recorded ghost bike was in St. Louis, Missouri, in 2003. A witness to a collision between a cyclist and a car placed a painted bike at the location with a message that read: "Cyclist struck here". The original idea of painting bikes white reportedly goes back to the city of Amsterdam in the 1960s as an anarchist project to liberate two-wheel transport—white bikes were free, help yourself and then leave it for someone else. The ghost bike idea in the United States may have originated with a project by San Francisco artist Jo Slota, begun in April 2002. This was a purely artistic endeavor. Slota was intrigued by the abandoned bicycles that he found around the city, locked up but stripped of useful parts. He began painting them white, and posted photographs on his website, ghostbike.net. As the idea was taken up for different purposes, Slota faced a dilemma. San Francisco is one of the safer U.S. cities for bicyclists, but memorial ghost bikes sprang up there as elsewhere, changing perceptions of his project. A ghost bike memorial project was started in St. Louis, Missouri, United States in October 2003. After observing a motorist strike a bicyclist in a bike lane on Holly Hills Boulevard, Patrick Van Der Tuin placed a white-painted bicycle on the spot with a hand-painted sign reading "Cyclist Struck Here". Noticing the effect that this had on motorists in the area, Van Der Tuin then enlisted the help of friends to place 15 more "ghost bikes" in prominent spots in the St. Louis area where cyclists had recently been hit by automobiles. They used damaged bikes, in some cases deliberately damaged to create the desired mangled effect. Similar projects began in Pittsburgh in 2004, New York City, Seattle in 2005, Albuquerque and Chicago; and Toronto in 2006. In August 2005, nearly 40 ghost bikes were placed throughout Seattle to draw awareness to locations of accidents, near-misses, and poor road conditions. A ghost bike in Dupont Circle, Washington, D.C., commemorating a rider killed by a garbage truck in 2008, remained for a full year. When it was removed by city employees, friends of the rider replaced it with 22 ghost bikes, one on every lamppost.[16] London Ghostcycle was active in 2005 and 2006. There have been similar projects in dozens of other cities worldwide. A bike memorial project[18] was recently started Durham, North Carolina to commemorate the death of two prominent cyclist and bicycle safety advocates. In Late 2013 and early 2014 The Houston Ghost Bike Group has placed 47 ghost bikes to raise awareness during an especially deadly string of cycling accidents involving automobiles taking place in Houston, many of them hit and run. As of this posting, they are working on 13 more bikes to bring the list of deaths in recent years up to date.
La bici che si vede nella foto è stata fotografato in Commercial Street, nell'East End londinese.
Non voglio scrivere qui un trattato su cosa è l'amore. Sarebbe una fatica sprecata e forse un progetto perfino troppo ambizioso.
E poi, sull'amore non mancano le cose da leggere, dalla narrativa alla saggistica (e, all'interno della saggistica, una varietà di scritti secondo molteplici vertici d'osservazione, da quello filosofico a quello semplicemente carnale). A volte si tende a confondere l'amore passionale con l'Amore che è uno stato d'animo, una disponibilità interiore molto più costante e stabile, che può manifestarsi il più delle volte senza dover mai ricorrere a grandi dichiarazioni verbali, ma nei piccoli gesti quotidiani.
Ecco che il "pensiero" scritto dalla piccola Rebecca di 8 anni e affisso ad un albero che fiancheggia viaFederico G.Pipitone a Palermo è in grado di dire in modo commovente cosa sia l'Amore, per come lei stessa deve averlo osservato operante all'nterno della relazione intercorrente tra i nonni (probabilmente il cartello è stato affisso a mo' di necrologio per ricordare uno dei nonni, forse deceduto di recente).
E' una sorta di innocente e limpido "ad memoriam", dotato di un suo lirismo naif eppure potente, che, con parole semplici è in condizione di dire una profonda verità, meglio di molti trattati. Non una definizione, ma un invito alla riflessione. E, nello stesso tempo, una palpitante testimonianza: "L'Amore c'è ed io l'ho visto. Ecco com'era!".
Cosa dice Rebecca? Ecco la trascrizione: "L'amore è quando nonna aveva l'artrtite e non poteva più mettersi lo smalto e nonno lo faceva per lei anche se aveva l'artrite pure lui".
Ecco, una fantastica esemplifica dell'Amore come Donazione, anche nelle più minute cose quotidiane. Il gesto gratuito, per quanto piccolo ed insignificante possa apparire. Ma il piccolo aforisma potrebbe prestarsi, ovviamente, a molte altre letture.
Ha grandinato su Londra chicchi grossi come pietre
Il cielo nero-plumbeo
bassocome la volta d'una cripta
Poi ha piovuto fitto
Alla fine, mentre il cielo si apriva, con squarci d'azzurro è comparso un arcobaleno, scialbo però privo di colori brillanti, in questo molto british, ma era un arco perfetto, come se ne vedono pochi più che un arco iridiscente, un limite curvilineo tra la luce e una zona d'ombra oscura ed inquieta
aldilà della quale
si intuva la feorce pressione
delle armate della notte
Prima che svanisse del tutto, son voluto partire alla ricerca
della pentolapiena d'oro di cui narrano le leggende
Dopo aver tanto camminato, alla fine di quell'arcobaleno, ho trovato soltanto una panchina con un homeless dormiente circondato dalle sue povere cose
(Maurizio Crispi) The Last Waltz - L'ultimo valzer (1978) è un film di Martin Scorsese che racconta l'ultimo grandioso concerto del gruppo rock di origini canadesi "The Band" (con l'intercalare di una serie interviste con i diversi componenti della band) dopo 18 anni di carriera (successivamente, nel 1993 The Band si riunì per un breve arco di tempo e produsse tre nuovi album). Vidi la prima volta il film al tempo della sua uscita nelle sale cinematografiche e ne rimasi profondamente colpito, emozionato. E fui realmente dispiaciuto quando il film finì e con esso la band di cui, attraverso le interviste, era stata tracciata la storia.. Perchè? The Band con il suo "Music from Big Pink" (di cui nel 2000 fu prodotta una versione rimasterizzata con l'aggiunta di alcune tracce inedite) fu una delle mie prime scoperte musicali autonome, dopo gli inzi di ascolto musicale alla guida di mio padre che era un cultore della musica classica e dell'opera lirica, ma che non mancava di offrirmi stimoli nuovi, regalandomi dischi innovativi che pensava potessero interessarmi (come Joan Baez, John Mayall, The Beatles) come anche, a lui, devo la prima scoperta di Fabrizio De André (con il suo regalo dell'LP "Tutti morimmo a stento") Bob Dylan fu la mia prima scelta autonoma e subito cominciai ad ascoltare la sua musica, decifrarne i testi, amare i contenuti che trasmetteva, leggere su di lui e approfondire le tematiche che potevano essere seguite come i fili di una ragnatela che s'intersecano e ciascuno dei quali conduceva a nuove vie da percorrere.
Il mio mentore (virtuale) in quest'esplorazione fu Riccardo Bertoncelli, a partire dal suo testo avveniristico (per quei tempi) sulla musica Rock e Pop di quegli anni, Pop story. Suite per consumismo, pazzia e contraddizioni di Arcana, edito per la prima volta nel 1973 (un classico nel genereperché nello stile della critica e della storiografia rock "ispirata"e forse oggi, purtroppo, introvabile). The Band è inestricabilmente collegata a Bob Dylan, visto che spesso collaborarono assieme (ricordate i "Basement's Tapes"?), ma anche perchè a lui fece da spalla nelle prime tournée.
The Band, il cui leader indiscusso fu Robbie Robertson (il quale, poi, continuò ad incidere album da solo, con un nuovo ed inedito interesse per le musiche dei Nativi americani), operò, incidendo molti album (non moltissimi) e calcando le scene musicali per oltre 18 anni. Ma per il gruppo arrivò il momento degli addii e, quindi, posero fine alla loro attività quasi ventennale con un grande concerto di commiato che venne denominato "The Last Waltz" e a cui invitarono in veste di ospiti tanti dei musicisti rappresentativi della loro epoca musicale: sicché in quel concerto si schierò un parterre di artisti davvero grandioso, in un certo senso l'epitome di una parte della musica rock degli anni Sessanta e Settanta. Il concerto ebbe luogo nel Winterland Concert Ballroom di San Francisco, il 25 novembre 1976 e fu evento memorabile, tanto che qualcuno disse: "Cominciò come un concerto e divenne una celebrazione"; e questa divenne la sua epitome, la frase incisiva con cui tramandarlo. Il film di Scorsese peraltro, come documentario rock, rimase come una pietra miliare nella cinematografia di genere sia per la qualità del suono, sia per l'innovatività delle soluzioni di ripresa adottate.
Al tempo dell'uscita del film, io - ancora agli albori della mia vita lavorativa - stavo appena cominciando a fare le mie scelte e, quindi, vedere il concerto di commiato di musicisti che avevo seguito appassionatamente per quasi dieci anni (the Band e molti degli artisti coinvolti nel concerto, mentre altri erano per me nuovi), mosse in me delle emozioni, relativamente a qualcosa che non avevo ancora sperimentato e che, forse, avrei solo sperimentato in seguito. Ma nel film vidi anche una metafora del commiato in genere e del passaggio da una fase della vita ad un'altra (e questo era qualcosa che allora era per me più accessibile in termini di esperienza: avevo già costruito dei possibili modelli dentro di me). In effetti, per poter procedere nei miei studi di Medicina e arrivare alla loro conclusione, avevo dovuto rinunciare a possibili alternative e, comunque, avevo dovuto tralasciare delle "non scelte", quali potevano essere quella di rimanere in uno stato adolescenziale protratto, "non scelte" verso le quali - in un momento di difficoltà - mi ero sentito profondamente attratto. Quindi la malinconia degli addii (che è anche il dispiacere susseguente ad una rinuncia, qualsivoglia essa sia,o quella sottile saudade per ciò che non si è ancora raggiunto da cui ci sente estromessi), in una certa misura, l'avevo già sperimentata dentro di me. L'addio e il commiato sono carichi di nostalgia, ma nello stesso tempo possono diventare una grande festa e una celebrazione di ciò che siamo stati ed è quello che appunto The Band fece in occasione del suo ultimo commiato. Uscii dall'aver visto il film commosso, quasi in lacrime, profondamente toccato nell'intimo, dispiaciuto che il film fosse finito e, con esso, The Band. Poi continuai ad ascoltare per decine di volte l'album omonimo del concerto e OST del film di Scorsese e dalla visione di quel film, partirono per me innumerevoli altri sentieri musicali da seguire (come quello tracciato da Van Morisson o la scoperta degli album di Emmylou Harris). A distanza di più di 40 anni, nel rivederlo in DVD, le emozioni sono state identiche, gioia, commozione, nostalgia, sconforto al pensiero di ciò che è stato e di ciò che si è perso, ma anche soddisfazione per ciò che ho fatto nella mia vita.
E, poi, aggiungerei che The Band costruì un suo repertorio di canzoni e pezzi memorabili: basti pensare a "The Weight"... per non parlare di tutte le altre.
Un'ultima notazione: a vederli retrospettivamente, a distanza di tanti anni, dopo aver macinato l'ascolto di una quantità incredibile di musica di tutti i tipi, devo dire che tutti i musicisti di The Band sono bravissimi, capaci di trasmettere nel modo in cui suonano entusiasmo ed emozioni.
Sanno essere travolgenti e sanno adattarsi a modalità musicali diverse, come hanno fatto per ciascuno degli ospiti presenti accanto a loro in quest'ultimo concerto, con i quali imbastiscono delle cover dal clasdsico repertorio di ciascuno (come nel caso del pezzo con Muddy Waters con il suo classico "Hoochy Koochy Man" o con Bob Dylan, lanciati con lui in una rimarchevole e toccante interpretazione di "For Ever Young").
Il film di Scorsese peraltro, come documentario rock, rimase come una pietra miliare nella cinematografia di genere sia per la qualità del suono, sia per l'innovatività delle soluzioni di ripresa adottate.
(Da Wikipedia - En) The Last Waltz was a concert by the rock group The Band, held on American Thanksgiving Day, November 25, 1976, at Winterland Ballroom in San Francisco.
The Last Waltz was advertised as The Band's "farewell concert appearance", and the concert saw The Band joined by more than a dozen special guests, including Paul Butterfield, Bob Dylan, Neil Young, Emmylou Harris, Ringo Starr, Ronnie Hawkins, Dr. John, Joni Mitchell, Van Morrison, Muddy Waters, Ronnie Wood, Neil Diamond, Bobby Charles, The Staple Singers, and Eric Clapton.
The musical director for the concert was The Band's original record producer, John Simon.
The event was filmed by director Martin Scorsese and made into a documentary of the same name, released in 1978. Jonathan Taplin, who was The Band's tour manager from 1969-1972 and later produced Scorsese's film Mean Streets, suggested that Scorsese would be the ideal director for the project and introduced Robbie Robertson and Scorsese.
Taplin was the Executive Producer of The Last Waltz.
The film features concert performances, scenes shot on a studio soundstage and interviews by Scorsese with members of The Band.
A triple-LP soundtrack recording, produced by Simon and Rob Fraboni, was issued in 1978.
The film was released on DVD in 2002 as was a four-CD box set of the concert and related studio recordings.
The Last Waltz is hailed as one of the greatest concert films ever made, although it has been criticized for its focus on Robertson.
L'ultimo valzer ( The Last Waltz) è un film concerto del 1978 diretto da Martin Scorsese. Il titolo prende spunto dall'ultima apparizione dal vivo del gruppo The Band alla Winterland Arena di San ...
(Maurizio Crispi) Diverse volte, trovandomi a correre lungo il Thames Path, all'altezza dello Shadwell Basin, ho attraversato un giardinetto con prato e alberi, curatissimo per fermarmi sull'argine del Tamige, dove in un luogo ombreggiato dalle fronde c'è una fila di sobrie panchine di legno e ferro. Su una di esse - sempre la stessa - ho rinvenuto diverse volte un mazzo di fiori appassiti e sempre un con essi un biglietto di dolente commiato, indirizzato a chi non c'era più (il testo suggeriva una morte precoce, per malattia o suicidio; o semplicemente un allontanamento definitivo dalla famiglia. Tutto rimaneva aperto alle più varie congetture). Ritrovandomi a Londra, sono andato a curiosare. Non c'era più il solito mazzetto di fiori, bensi una croce di legno, di piccole dimensioni, attaccata alle listelle di legno della panchina un po' storta. Su di essa, la scritta "In remembrance" (in orizzontale), mentre in verticale si legge, a caratteri più grandi "MUM". Guardando meglio, mi sono accorto anche che alla panchina è attaccata una placchetta di ottone con un'incisione piuttosto lunga che nel suo incipit dice: "In loving memory of Joyce Wilson...". Guardando meglio mi sono reso conto che molte altre panchine della stessa fila recano analoghe targhe, con diciture lievemente dissimili e dedicate a persone diverse. In una delle panchine, ce ne sono addirittura tre di targhe. Queste panchine, dunque, sono un luogo della memoria, come lo sono - in alcune chiese cattoliche italiane - alcune panche/inginocchiatoi che vengono donati alla parrocchia da una famiglia, come opera di bene che assolva alla funzione di ricordare un loro caro estinto. Ma il fatto che queste panchine "fluviali" siano un luogo della memoria ha un che di profondamente poetico. Innanzitutto, perchè i familiari possono venire a sedersi sulla panchina che porta il nome del loro estinto e sedersi sulla riva del fiume in contemplazione. C'è della poesia, in ciò. Ma anche perchè, simbolicamente, il fiume è la vita stessa che scorre verso il mare; il fiume è formato dall'acqua che andando verso l'oceano compie un segmento di un suo eterno ed innarrestabile ciclo che rimanda all'idea del ciclo infinito di morti/rinascite. E, quindi, mettere la targa che ricorda il proprio morto sulla panchina che fronteggia il fiume è un modo per consegnarlo in qualche modo alla vita e ad un ciclo di continue ed inarrestabili trasofrmazioni, sulla base dei principi: l'eracliteo "tutto scorre", "tutto si trasforma" e "ogni cosa ritorna".
Non ricordo le circostanze, né il tempo in cui scrissi questa nota
La luna nel cielo
alta, quasi allo Zenith,
inargenta il mare,
attorniata
da una moltitudine
di candide pecorelle
migranti
lungo aerei tratturi
L'ombra degli alberi
è scura e densa
Luci pulsanti delle case e delle piccole cittadine,
piccole fiammelle ardenti
dove ci sono vite che si vanno srotolando
come un antico rotolo di pergamena
Il rombo di motori dall'autostrada
è incessante,
ma - stranamente -
parte di un'armonia cosmica
Lieve sentore di legna bruciata
ultimo residuo dei fuochi
delle stoppie
Il mistero insondabile della notte
e dei cicli eterni di morte e rinascita
La magia d'uno sguardo sull'Universo
intessuto di emozioni
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre
armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro
intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno
nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e
poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a
fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.