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21 marzo 2021 7 21 /03 /marzo /2021 09:32
Matteo Manfredini, I Giorni del Covid. Cronaca di una pandemia, Santelli Editore

  I giorni del Covid. Cronaca di una pandemia (Santelli Editore, 2020), saggio di Matteo Manfredini, giornalista e storico, nonchè esperto in questioni di politologia internazionale,  tenta di tracciare una mappa dell'evoluzione della Pandemia  da Sars-CoV 2 con cui siamo alle prese, da più di anno, in realtà molto di più perché, secondo le evidenze raccolte dall'autore il virus avrebbe preso a circolare sotto traccia sin dalla fine del 2019.
L'attenzione dell'autore si concentra dapprima sulla Cina e degli accadimenti nel lontano Oriente, prendendo in considerazione al tempo stesso i primi deboli passi dell'OMS e i suoi inspiegabili ritardi nell'emanare direttive efficaci e, successivamente, nel dichiarare lo stato di pandemia. E dalla sua narrazione si evince chiaramente che le decisioni prese o non prese a questo livello, ma anche da parte di altri organismi sovranazionali e nazionali, sino ad arrivare agli organi governativi in senso stretto, sono state spesso influenzate da considerazioni di opportunità politica e/o di sudditanza.
Seguendo il percorso del virus, passa poi ad esaminare quando accaduto in Europa e nel resto del mondo.
La scrittura di Manfredini si poggia su di una ricca documentazione, prevalentemente non cartacea, ma rinvenibile nel web (e ogni riferimento è rigorosamente citato nell'apparato di note a pie' di pagina).
Da quel che si comprende, si tratta di una documentazione oggettiva e non confutabile. All'autore, non interessa lanciare atti d'accusa, ma semplicemente tentare di trovare delle chiavi di lettura sui modi in cui si sono evoluti gli eventi nei principali paesi coinvolti.
La sua scrittura è efficace, soprattutto, perché dopo mesi di notizie frammentarie, divulgate nel quadro dell'allarmante "infodemia" che ha fatto da cornice esterna (spesso distorcente) e da "guscio" alla pandemia, era proprio ciò di cui si poteva sentir bisogno, almeno da parte di coloro che non si acconteno delle sbrigative e stereotipate notizie passate dai media, con l'utilizzo di parole "tormentoni" e di luoghi comuni: il tentativo, in altri termini, di tracciare una narrativa coerente e, se possibile anche problematizzante, sugli eventi dai quali siamo stati travolti.
Il racconto dell'Autore si ferma al luglio 2020, quando l'opera è andata in stampa. L'ultimo capitolo prende in considerazione alcuni temi aperti e problematici. Ma non vi è cenno ovviamente - nemmeno in termini di presentimento - degli sviluppi successivi, né tanto meno alla nascita delle varianti virali che hanno complicato il quadro, proprio in contemporanea all'arrivo dello strumento salvifico per eccellenza cioè il vaccino (nelle sue diverse forme farmaceutiche).
L'ho letto con profondo piacere, perché mi ha dato un quadro unitario ed articolato sul susseguirsi degli eventi a partire dall'origine della pandemia sino a tutta la prima metà del 2020.

Da leggere assieme al volume di Luca Ricolfi, La notte delle ninfee. Come si malgoverna un'epidemia (La Nave di Teseo, Collana i Fari, 2021): qui, l'autore, concentrandosi sullo scenario italiano espone con rigore e con il supporto di ragionamenti statistici su tutti gli errori commessi dal Governo italiano nell'affrontare la pandemia. Lo studio di Ricolfi si spinge più avanti, sin quasi alla fine del 2020. E, quindi, è un utile integrazione al saggio di Manfredini.

(Quarta di copertina) Dicembre 2019. Una misteriosa malattia comincia a propagarsi dai mercati di Wuhan arrivando a mettere in ginocchio il mondo intero: quest'inchiesta si propone di ricostruire la diffusione della pandemia dovuta al SARS-CoV-2 (più comunemente conosciuto come Coronavirus Covid-19), analizzando svariate fonti - documenti ufficiali, dichiarazioni governative, rapporti dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, articoli - per farle dialogare tra loro e informando chi si è trovato vittima di un'altra pandemia: quella dell'informazione eccessiva, l'infodemia. Perché il ruolo della circolazione delle informazioni, vere e false, è risultato decisivo. Fake news, errori involontari di comunicazione, confusione dovuta a incompetenza e paure, dibattiti poco limpidi tra scienziati sono spazzati via per dare un quadro più organizzato e preciso di tutta la situazione fino a fine luglio 2020, al termine della fase acuta in Italia ed Europa. Per rileggere gli avvenimenti con chiarezza e scrutare un futuro ancora difficile da decifrare.

Matteo Manfredini

L'Autore. Matteo Manfredini (1982),nato e cresciuto a Carpineti si è laureato in Scienze Politiche a Parma, nel 2006. Ha studiato in Francia, in Australia e in Germania e da 10 anni vive a Bruxelles, dove lavora alla Casa della Storia Europea, presso il Parlamento Europeo. Ha collaborato per alcuni anni con la rete televisiva belga TV Brussel, dove ha condotto una rubrica di cultura e arte. Da anni scrive su diverse testate locali. Appassionato d’Oriente viaggia spesso in Asia. Suona il banjo nel gruppo belga The Rolling Fork.

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18 marzo 2021 4 18 /03 /marzo /2021 07:23

«C'è sempre un dopo, adesso lo so. Almeno finché non moriamo. A quel punto, immagino che esisterà solamente un prima.»

Stephen King, Later

Le Parche nella rappresentazione di Fussli

Ho la mia età, su questo non c'è alcun dubbio.

Ma non ci penso, solitamente.

Interiormente mi sento ancora giovane.

Ma soprattutto invincibile e invulnerabile.

Mi sento in condizione di tirare la carretta da solo, con persone e parafernalia a bordo.

E ci sono anche i cani di cui occuparmi.

Nessuno che mi sostituisce e nessuno che mi possa sostituire.

Vado avanti, giorno dopo giorno.

Eppure ci sono eventi che capitano all'improvviso e che mi fanno ricredere.

Allora, in questi casi, mi sento in preda all'angoscia.

Penso al domani, ad un momento in cui non potrò farcela da solo, ma anche a quando non potrò più sbrigare le diverse faccende che gravano sulle mie spalle.

Se fossi inabilitato,  chi andrà a fare la spesa per me? Chi si occuperà di Gabriel, mentre mia moglie lavora? Chi farà passeggiare i cani?

Penso in queste circostanze a scenari terribili e cupi, specie in questi tempi di Covid.

Ieri mi sono azzoppato a causa di un improvviso strattone di Black che è un grosso bestione dotato di una forza micidiale: mi sono trovato sbilanciato in avanti e mi si è stirato il polpaccio. La conseguenza una contrattura dolorosa. Mi sono ritrovato zoppicante e parzialmente inabilitato per più di un giorno. Ma superata la fase acuta lo sono tuttora.

Nello stesso tempo, nella classe di Gabriel un bimbo, suo compagno, è risultato positivo al test. Conseguenza: tutta la classe in DAD per almeno 14 giorni, ma nello stesso tutti quelli della classe sono a rischio di contagio così come i loro familiari stretti.

Sabato, cioè a fine settimana, andremo tutti a fare il tampone rapido al Drive-in della Fiera del Mediterraneo.

Ma sapere questo non è sufficiente, poiché anche la minaccia incombente - per quanto lontana - di poter essere positivo al test oppure di cominciare all'improvviso a presentare i sintomi del Covid, hanno provocato in me una prorompente angoscia.

La mia ipocondria di base fa il resto e apre scenari mentali davvero inquietanti e insostenibili.

Come se fossi sull'orlo della fossa e nella necessità di dovere cominciare a congedarmi da tutto e da tutti.

E non si è mai pronti a questo.

E intanto, uno dei meccanismi che ci consente di mantenerci fluttuanti nell'incertezza è il pensare che certe cose ancora in sospeso si potranno fare dopo, più tardi, ...later...
Anche se poi non è così, perchè la dura realtà é che, prima o poi, arriva l'improvvisa cesura, quando le Parche tagliano definitivamente il filo della tua vita. E a quel punto non ci sono contrattazioni possibili. Non c'è più tempo...

Stephen King, Later

Stephen King, Later (nella traduzione di Luca Briasco), Sperling&Kupfer, 2021

Ambientate nel secondo decennio del 2000, le vicende raccontate in questo romanzo breve di Stephen King, hanno come protagonista James "Jamie" Conklin, un ragazzo che vive con la madre single, Tia Conklin, a New York.
Jamie ha la capacità di vedere e parlare con i morti ed essi sono obbligati a dire sempre la verità a tutte le domande del ragazzo (l'unica persona che sa del suo potere è sua madre). Jamie ha anche uno zio di nome Harry, che vive in una casa di cura a causa della malattia di Alzheimer a esordio precoce.
Indubbiamente, il romanzo di Stephen King contiene una profonda riflessione sul "dopo" che ci attende e sull'aldilà, pur affrontata attraverso la lente del genere horror e del "pulp". 
Ecco come Stephen King esplora il tema del "dopo" nel romanzo:
Innanzitutto vi è il "dopo" immediato. Il titolo stesso gioca sulla parola "dopo" (later). Jamie, il protagonista, scopre che esiste un brevissimo intervallo di tempo subito dopo la morte in cui lo spirito rimane legato al mondo fisico. In questa fase, i defunti non possono mentire, suggerendo ciò che la morte spogli l'essere umano dalle sovrastrutture e dai segreti terreni.
In secondo luogo, la natura dell'aldilà. King non descrive un aldilà religioso tradizionale (come paradiso o inferno), ma piuttosto come uno stato transitorio e potenzialmente inquietante. Gli spiriti appaiono con le ferite subite al momento del decesso e svaniscono gradualmente, diventando sempre più simili a echi sbiaditi della loro vita precedente.


(Risvolto)  "Solo i morti non hanno segreti". Jamie Conklin ha proprio l'aria di un bambino del tutto normale, ma ci sono due cose che lo rendono invece molto speciale: è figlio di una madre single, Tia, che di mestiere fa l'agente letterario, e soprattutto ha un dono soprannaturale. Un dono che la mamma gli impone di tenere segreto, perché gli altri non capirebbero. Un dono che lui non ha chiesto e che il più delle volte non avrebbe voluto. Ma questo lo scoprirà solo molto tempo dopo. Perché la prima volta che decide di usarlo è ancora troppo piccolo per discernere, e lo fa per consolare un amico. E quando poi è costretto a usarlo lo fa per aiutare la mamma, lo fa per amore. Finché arriva quella dannata volta, in cui tutto cambia, e lui è già un ragazzino, che non crede più alle favole. Jamie intuisce già, o forse ne è addirittura consapevole, che bene e male non sono due entità distinte, che alla luce si accompagnano sempre le tenebre. Eppure sceglie, sceglie la verità e la salvezza. Ma verità e salvezza, scoprirà tempo dopo, hanno un prezzo. Altissimo.

Later è una nuova variazione King sul tema del bene e del male, un romanzo - come sempre - pieno di emozione e tenerezza nei confronti dell'infanzia e della perdita dell'innocenza, ma anche una riflessione matura sulla nostra possibilità di scegliere. Con un tocco di affettuosa ironia nei confronti dell'operoso mondo che ruota attorno a un grande autore.

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16 marzo 2021 2 16 /03 /marzo /2021 07:45
Un funerale d'altri tempi

Ho sognato che partecipavo ad un funerale.
Mi ritrovavo con persone che non vedevo da diverso tempo.
Altre le riscoprivo con piacere, ma nello stesso tempo - cosa poco appropriata al contesto - sentivo una certa attrazione nei confronti di alcune delle donne presenti.
C'erano di mezzo anche dei libri che ricercavo, ma che, da tempo, non riuscivo a trovare. Altri li avevo con me e poi li smarrivo.
Poi mi ritrovavo in una via fiancheggiata da alte ed imponenti magnolie e i rami delle loro chiome si intrecciavano tra di loro in alto formando una vera e propria cupola di impenetrabile verzura Erano davvero imponenti, con le radici pensili che scendevano verso il suolo in un movimento solitamente impercettibile ma qui a me ma visibile ad occhio nudo, in un modo tale da rendere l'aria intorno vibrante.
La via senza auto del tutto era transennata, forse per facilitare il passaggio del carro funebre o forse anche delle ambulanze, non so.

Il giorno prima ero andato a comprare delle frutta dal fruttarolo-verdumaio che, con il suo camioncino, sta parcheggiato davanti alla chiesa di Regina Pacis. Era in corso un funerale e c'era un sacco di gente in attesa. Chi sa chi è morto, ho pensato. Sarà uno che in vita è stato importante oppure uno a cui molti hanno voluto bene. Oppure entrambe le cose: una, in effetti, non esclude l'altra. E c'erano davvero tante persone, tutti vestiti in maniera appropriata, tutti in scuro, tutti con la mascherina indossata correttamente, tutti in attesa. Molti in silenzio, altri parlottavano tra loro.
Il feretro era ancora all'interno del carro funebre.
Forse aspettavano che venisse data indicazione per portarlo a spalle all'interno della chiesa per la funzione.
Ho notato che erano molte le presenze femminili, in maggioranza rispetto agli uomini. E molte delle donne mi sembravvano attraente, fasciate nelle loro calze nere, anche se incappottate con foulard sulla chioma e mascherate.
La folla sembra cospicua e occupava tutta la piazzetta, ma probabilmente era gonfiata a dismisura dalla regola del distanziamento.
Il funerale non mi riguardava, ma in questi tempi grami, l'ho sentito comunque come un momento importante di socializzazione e ho provato una punta di esclusione. Avrei voluto essere in mezzo a quella folla e sentirmi parte di quella comunità, magari scambiando qualche parola con gli altri astanti.
Ho fatto la mia spesa e me ne sono andato.
Ho notato anche - prima di andar via - che in alcuni locali della parrocchia è stata collocata (forse per via del Covid) una succursale della vicina scuola pubblica Niccolò Garzilli.
Tre diversi i momenti mescolati tra loro, la morte e i mesti addii, la gioiosità dell'infanzia e il commercio... tutto compenetrato in un nodo indissolubile.
C'è un tempo per vivere, e c'è un tempo per morire.

Tempo di funerale
Funus

Funus

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13 marzo 2021 6 13 /03 /marzo /2021 06:55
Il Lazzaretto di Milano durante la Peste del 1630

Vado in ospedale, ma non perché sono ammalato. E' una missione di lavoro: infatti ci vado accompagnato da un'assistente sociale. E dobbiamo andare a parlare con un altro team di un caso clinico che ci preoccupa.
Raggiungere l'ospedale è un vero e proprio viaggio: in primo luogo, perché non riesco a raccogliere preliminarmente tutto ciò che mi occorre. Poi, perché devo affrontare un lungo tragitto su di una metropolitana che non ho mai visto prima, come se nel frattempo il tempo fosse andato avanti. In terzo luogo poichè, una volta arrivati davanti all'immensa struttura, questa ci appare come un castello inespugnabile, contornato da una corte dei miracoli convulsa ed agitata.
E non ci solo solo malati che si fanno sotto per essere ricoverati, ma vi è anche un intero sottobosco di strani ceffi, tossici, prostitute, faccendieri in attesa di cogliere la loro opportunità.
Arrivando all'ingresso non sappiamo a chi rivolgerci per chiedere la via per giungere all'ufficio dove dovremo conferire con altri operatori, e c'è una ressa pazzesca, autoambulanze che vanno e vengono di continuo, macchinari per la respirazione, barelle e lettini, per non parlare di giacigli improvvisati con effetti letterecci buttati lì alla rinfusa. E poi la colonna sonora di grida e urla, per non parlare del rumore violento ed assordante delle sirene dei mezzi di soccorso.
Altri se ne stanno a terra con le spalle appoggiate al muro, in posture contorte che esprimono grande prostrazione, malamente protetti da coperte e da altri ripari di fortuna.
E ci sono quelli che si muovono inquieti trascinando dietro di sé dei respiratori portatili. Colpi di tosse e scaracchiamenti, sputi grassi che volano sino al pavimento, lamenti.  L'aria deve essere sicuramente inquinata da ogni sorta di schifezza, mi ritrovo a pensare e cerco di coprirmi il volto con la mascherina.
Mi rendo conto che sono senza. L'ho dimenticata, malgrado gli accurati preparativi di prima. Deplorevole e sorge immediata la sensazione di una drammatica vulnerabilità.
Cerco di sopperire coprendomi il volto con la mano e tirandomi su a mo' di protezione il collo del maglione, ma con scarso successo.
Nel frattempo sono stato messo in stand-by, la situazione è semplicemente troppo convulsa per poter sperare di esporre in maniera intellegibile il mio problema e di essere indirizzato dove devo andare. E poi non riesco a spiegarmi. Edanche trovare qualcuno del personale addetto all'accoglienza disposto ad ascoltarmi.
Mi seggo e poggio lo zaino davanti ai miei piedi.
Nell'attesa vengo preso da un grande, irresistibile, sopore. La testa mi ciondola e le palpebre mi si appesantiscono: e scivolo in un microsonno di fuga da questo caos.
Mi risveglio di colpo quando sento uno strattone impresso allo zaino che, per uno dei suoi spallacci, ho ancorato al mio piede.
Uno con l'aria furbetta e la faccia da topo, dalla barba ispida, ha appena cercato di rubarmelo. Quando vede che mi sono risvegliato si ritrae spaurito: uno vero sciacallo.
Cerco di riscuotermi e mi rimetto in piedi, zaino in spalla. Meglio cercare di mantenere la lucidità.
E continuo ad aspettare.
Non credo che riuscirò a portare a termine ciò per cui sono venuto qua.
Sono in una valle di lacrime in attesa che ritorni il tempo ordinario.

Gustave Doré

Dissolvenza...,

I miei sogni vanno tutti in dissolvenza: in essi non c'è mai una storia di senso compiuto nella quale si possa riconoscere una fine. Rimane sepre tutto in sospeso... E non credo a quelli che dicono che se il loro sogno è rimasto in sospeso, non sentendosi soddisfatti, si rimettono a dormire cercando un finale adeguato. In questo caso, se davvero lo trovano, il finale è soltanto un artefatto. Ma, del resto, anche la narrazione del sogno che noi facciamo a noi stessi, è un artefatto: ed é ciò che dice Freud quando parla del processo di "elaborazione secondaria" del materiale onirico emergente. La mancanza di un finale, forse, dipende anche dal fatto che i sogni - spesso soprattutto quelli che si ricordano al mattino, appena svegli - hanno un carattere di istantaneità, nel senso che si formano a partire da uno stimolo esterno che penetra nella mente dormiente e fa da trigger (o forse meglio da catalizzatore) per la costruzione dell'intero sogno (se non ricordo male qualcosa del genere viene argomentato da Freud in uno dei capitoli preliminari della sua opera fondamentale).
In ogni caso, poi, non ha importanza che nel sogno vi  siano un inizio o una fine.
Di questa punteggiatura sentiamo l'esigenza nel nostro tentativo di costruire una narrazione coerente, mentre al sognare si attaglia ben di più un processo di giustapposizioni impressionistiche che servano a dar forma alle nostre emozioni e preoccupazioni e a fornirci eventuali vie di uscita da una situazione problematica che sperimentiamo nella veglia (questa è un'altra e differente ermeneutica dei sogni che tuttavia non entra in conflitto con l'esegesi freudiana, ma la integra e la rende sfaccettata).
Inoltre, è notevole come nella composizione del sogno possano entrare sia residui diurni sia immagini stratificate nella nostra memoria e che provengono da suggestioni letterarie, pittoriche, iconografiche e cinematografiche. Tutto diventa materiale di costruzione per il nostro sognare.

Non è la prima volta che mi ritrovo a sognare di un ospedale, da quando è iniziata la pandemia. Già in questa sede ne ho trascritto un altro, che potete ritrovare con il titolo "L'assurdo universo della città-ospedale".

 

 

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9 marzo 2021 2 09 /03 /marzo /2021 08:38
Mascherina FFp2

I bambini sono sorprendenti.  Davvero. Stanno crescendo nel bel mezzo di una pandemia e si adattano molto meglio di noi adulti.
Ieri mio figlio mi ha sorpreso, indicando con il suo acronimo esatto la mascherina che in quel momento stavo usando (una ffp2) e poi dicendomi: "Papà, questa mascherina l'hai usata per troppo tempo e adesso la devi cambiare". Ha precisato anche il limite temporale oltre il quale questa tipo di mascherina non si dovrebbe usare più perché la sua efficacia è scaduta.
Io gli ho detto che la uso solo per poche decine di minuti alla volta e che, quindi, il tempo d'uso probabilmente si può allungare per un po'. Ma lui ha insistito e mi ha detto: "Papà, guarda la devi cambiare. Ecco che te ne do una delle mie! E' mi ha porto una mascherina chirurgica intonsa. Mi è sembrato molto tenero, ma anche anni luce davanti a me.
Non ho potuto sottrarmi alle sue sollecitazioni.
E' così: i bambini si adattano ed alcune cose che ancora a noi adulti sembrano essere eccezionali e a cui fatichiamo ad adattarci per loro sono diventate la normalità.
Intanto, prospera e cresce il club dei vaccinati. Quando vado a prendere mio figlio a scuola, ci sono gruppetti di genitori che parlano tra loro.
Talvolta mi unisco alla chiacchiera, talaltra mi tengo in disparte.
E questo accade soprattutto quando mi rendo conto oggetto della conversazione è il vaccino che hanno fatto, degli effetti collaterali che hanno sperimentato alla prima o alla seconda somministrazione, sintomi e sensazioni. Insomma, la rava e la fava del vaccino. Un'apoteosi delle proprie esperienze vaccinali.
Sembra quasi di sentire delle persone che parlano del rito di iniziazione che hanno affrontato per entrare a far parte di un club molto esclusivo di privilegiati: e, al momento il mondo è diviso in due, i vaccinati e gli esclusi, in certo qual modo. O forse dovrei dire in tre categorie, perché vi sono anche coloro che si sono infettati e che sono guariti (sui quali dovrebbe essere fatta un'indagine sistematica sul titolo anticorpale) e dei guariti (questi sì che possono considerarsi dei preziosi testimonial: eppure, come si noterà, sono ben pochi tra quelli che sono stati ricoverati in terapia intensiva e che ne sono usciti magari dopo ricoveri prolungati e pieni di tormento, disposti a raccontare della propria esperienza tra la vita e la morte. I racconti di queste persone, sì, mi intesserebbe davvero poterli ascoltare.
Di solito, quando vanno avanti questi discorsi, mi tengo in disparte: sento di non avere granché da dire.
Intanto ieri è stata una data davvero storica: è stata superata in Italia la soglia dei 100.000 morti per Covid, ogni singolo morto una tragedia.
E' come se fosse scomparsa l'intera popolazione di una città italiana, come Ancona, Udine, Piacenza o Bolzano... tanto per rendere l'idea. E' come se fosse scomparsa l'intera popolazione di una città italiana, come Ancona, Udine, Piacenza o Bolzano... tanto per rendere l'idea.

Nessun uomo è un'isola




Nessun uomo è un’isola
Completo in se stesso
Ogni uomo è parte della terra
Una parte del tutto
Se una zolla è portata via dal mare
L’Europa risulta essere più piccola
Come se fosse un promontorio
Come se fosse una proprietà di amici tuoi
Come se fosse tua
La morte di ciascun uomo mi sminuisce
Perché faccio parte del genere umano
E perciò non chiederti
Per chi suoni la campana
Suona per te

Traduzione di Ermanno Tassi

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6 marzo 2021 6 06 /03 /marzo /2021 09:19
Monopattini Helbiz

Molti avranno notato che Palermo è stata invasa da un poderoso numero di monopattini elettrici. Qui e là si trova un monopattino parcheggiato: sono molti i curiosi che si avvicinano per capire di cosa si tratti. Su alcuni ci sono anche dei cartelli con delle leggende che spiegano le caratteristiche base dell'iniziativa.
Curiosando nel web ho scoperto che il Comune di Palermo per promuovere la mobilità sostenibile (seguendo a ruota altre amministrazioni comunali) abbia autorizzato quattro diverse società all'attivazione del servizio di monopattino sharing, ciascuna società per un totale di quattrocento monopattini.
Le prime quattro società già autorizzate all'attivazione del servizio di monopattino sharing sono Bird Rides, Bit Mobility, Helbiz e Link Your City - Italia. E le notizie reperibili sul web dicono che sono 1600 i monopattini elettrici che già nei prossimi giorni saranno disponibili per il noleggio in città, 400 per ciascuna delle società autorizzate.
Le autorizzazioni allo svolgimento del "servizio con monopattini a propulsione prevalentemente elettrica", sono state rilasciate dal servizio Mobilità urbana del Comune (con determinazioni n. 2003/2004/2005 del 23 febbraio 2021) e seguono l'avviso pubblicato a ottobre scorso cui avevano risposto 10 società, per un totale di almeno 4 mila mezzi disponibili a fronte della possibilità di una flotta cittadina totale di seimila monopattini
I primi che ho visto comparire nelle vie di Palermo sono quelli della Helbiz che li ha seminati in giro, in punti strategici, promuovendo tra l'altro (previa registrazione,è ovvio) 100 minuti di utilizzo gratuito.
E questi monopattini sono davvero dovunque abbandonati nei luoghi più impensati sui marciapiedi: non si capisce bene se per fare promozione o perché gli utilizzatori li abbandonano dove prima capita (probabilmente ambedue le cose).
Sembra che questi trabbicoli siano protetti da eventuali furti, poiché si attivano soltanto con un app scaricabile su smart phone e dopo aver dato il proprio numero di carta di credito. Inoltre sono dotati di un GPS che ne consente costantemente la tracciabilità. Eppure si trovano dei commenti nel web secondo i quali alcuni monopattini a Napoli sarebbero stati oggetto di tentativi di furto nemmeno 24 ore dopo l'attivazione del servizio.
E qui dico lamia: a me personalmente i monopattini elettrici, come anche le monoruote giroscopiche non piacciono granché (la mia antipatia si estende ovviamente anche alle bici con pedalata assistita, ma con minore impeto). Questi dispositivi costringono gli utenti ad una forzata immobilità, e avendo ruote molte piccole ed essendo utilizzati sull'asfalto o su marciapiedi notoriamente dissestati, sono soggetti a sobbalzi e a incidenti vari, sino al ribaltamento del malaccorto guidatore.
In più, sono silenziosi e dunque rappresentano un pericolo sia per altri mezzi motorizzati sia per i pedoni: considerando anche il modo per lo più spregiudicato con cui vengono utilizzati.
I loro utilizzatori sono, a mio avviso, un po' ridicoli, specie in questi tempi di Covid. Non utuilizzano il casco protettivo (la maggior parte di essi) e indossano tutti la mascherina. Chi sa perchè questa mascherina, in fondo alla guida del mezzo non ce ne sarebbe bisogno: forse la mettono soltanto perchè fa tendenza ed è trendy.
Lo sapete cosa mi sembrano questi qua, a dirla francamente? Ecco lo dico: delle mummie ambulanti, davvero un'immagine molto appropriata in tempi di Covid. Una città, anzi molte grandi città italiane, sono invase da uno stuolo di mummie ambulanti/svolazzanti in un silenzio tombale.

Ci sarebbe da sorridere, quasi, ma io sarei portato a piangere.

E va bene: anche questi monopattini elettrici ce li ha portati il Covid. E non possiamo lamentarcene, visto che la loro diffusione (che prosegue ormai ad un ritmo esponenziale, come la pandemia) serve a facilitare la mobilità sostenibile e a favorire l'economia (ma questa senza ipocrisie è la ragione principale: o, in altri termini, detto in modo più crudo, sono gli affari a guidare le danze). E, secondo me, dire che si tratta di una scelta tesa a favorire la mobilità sostenibile è semplicemente un'ipocrisia.
Che vengano prima costruite delle vere e autentiche piste ciclabili e che si promuova l'utilizzo delle bici tradizionali che rappresentano il vero sistema di locomozione ecologico, sostenibile ed eco-friendly. A volte devo dire che ci troviamo davanti a certe scelete decise inulateralmente da chi governa, scelte più o eno scellerate che siamo costretti a subire.
Ma è così che va il mondo. Chi pensa che non sia sia così è solo un povero illuso.

Queste alcune delle note esplicative che si trovano sul sito web di Helbiz.
Helbiz offre un servizio di sharing per eBike e monopattini elettrici. In Italia è attivo all'interno di diverse città: Milano, Torino, Verona, Cesena, Roma e Bari con altre che arriveranno in futuro: tra queste ci saranno Bergamo, Bologna, Firenze, Monza, Parma, Pisa ed ora anche a Palermo.
Tutto si gestisce da una comoda applicazione gratuita per dispositivi iOS ed Android. La prima cosa da fare è registrarsi per creare un account personale. E' possibile utilizzare un proprio indirizzo email oppure i profili Facebook, Apple e Google. Terminata la registrazione sarà richiesto di inserire un numero di cellulare su cui sarà inviato un codice di verifica da utilizzare per concludere e validare l'iscrizione. Il servizio richiede di caricare anche una copia della propria carta di identità. Bisognerà poi inserire la forma di pagamento preferita come la carta di credito

Helbiz evidenzia che utilizza il GPS dello smartphone non solo per mostrare con precisione i veicoli che si trovano nelle vicinanze ma pure per tracciare il percorso del viaggio ai fini di garantire sicurezza e affidabilità del servizio. Dall'app sarà possibile, in ogni momento, cancellare l'account. Gli utenti possono utilizzare un solo veicolo per account su cui si deve viaggiare esclusivamente da soli. Il casco non è obbligatorio ma Helbiz ne consiglia sempre l'uso.

monopattini elettrici

(22.04.2021) Il monopattino elettrico in sharing a Palermo ha preso decisamente piede. Dopo il primo lotto di quattrocento esemplari della Helbiz sono arrivati quelli delle tre altre ditte che hanno ricevuto l'appalto dal Comune di Palermo.

Quindi, la città è adesso letteralmente infestata da questi dispositivi "ecologici" che a me continauano a fare una profonda antipatia.

Il fatto è che, siccome, tutto funziona in base ad una app che mette anche in connessione ad un dispositivo di geolocalizzazione, questi monopattini a differenza delle auto e delle bici in sharing non hanno bisogno di aree di parcheggio specifiche e possono essere lasciati pressocchè dovunque.

E' questo il motivo per cui nei luoghi più disparati, nel bel mezzo di un marciapiedi, davanti all'ingresso di uno stabile, sull'asfalto, se ne possono vedere parcheggiati, spesso isolati, alle volte in piccoli gruppetti.

Io li vedo come dei veri e propri parassiti meccanici.

Ecco, questo disordine mi fa adirare ancora di più: quando, camminando, mi imbatto in uno di questi aggeggi, il mio impulso più spontaneo e genuino sarebbe quello di dargli una bella spinta e farli crollare a terra.

Oppure, in un impeto di rabbia più profonda, avrei la tentazione di lasciare sulla pedana di uno di essi gli escrementi (ben impacchettati, per carità!) dei miei cani.

E, intanto, come folletti-zombie ambulanti gli utilizzatori dei monopattini elettrici impazzano per le strade cittadine.

E' divertente osservare l'infinita varietà delle pose leziose in cui essi pongono i piedi. vezzi che ingentiliscono l'immobilità da mummia cui sono obbligati da questo tipo di locomozione.

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2 marzo 2021 2 02 /03 /marzo /2021 06:49
Alessandro Baricco, Quel che stavamo cercando

Vagabondando con lo sguardo sui banchi di esposizione della libreria che frequento ho scorto un libro di Alessandro Baricco, indubbiamente da poco uscito. Si tratta di uno smilzo volume con il titolo "Quel che stavamo cercando" (Feltrinelli, 2021).

Incuriosito l'ho preso e l'ho sfogliato per scoprire che vi si parlava di Pandemia e di Coronavirus: le soglie del testo ridotto al minimo, motivo per il quale per capire di cosa si si trattasse occorreva subito addentrarsi nel testo.

Brevi pensieri alcuni di poche righe soltanto, altri estesi nello spazio di una pagine. In tutto 33 frammenti di pensieri (e di riflessioni), ispirati alla situazione attuale. Subito l'ho fatto mio e l'ho letto velocemente.
Si potrebbe dire che Baricco abbia voluto tracciare una possibile "metafisica" della pandemia.
Nell'evolversi delle sue riflessioni e nel suo frequente ritornare a punti già trattati ma esaminati sotto angolature differenti, la pandemia travalica la realtà ed entra nell'immaginario collettivo come vero e proprio "mostro mitologico" secondo un meccanismo costruttivista.
La pandemia sarebbe dunque una sorta di iper-costrutto oppure anche un "costrutto dei costrutti".
Nei suoi incisivi frammenti Baricco offre degli spunti quasi di meditazione ed afferma anche che siamo noi stessi, gli "Umani", ad aver creato le premesse della pandemia intesa come mostro archetipico e pervasivo, essendoci posti nella posizione di avere voluto il suo arrivo e il suo insediarsi nella nostra vita (la pandemia, dunque, "come ciò che stavamo cercando").
"...bisognerebbe dunque provare a pensare la pandemia come a una creatura mitica. Molto più complessa di un semplice evento sanitario, rappresenta piuttosto una costruzione collettiva in cui diversi saperi e svariate ignoranze hanno spinto nella stessa direzione. (...) ... tutto ha lavorato per generare non un virus ma una creatura mitica che dall'incipit di un virus si è impossessata di ogni attenzione, e di tutte le vite del mondo. Prima e più velocemente della pandemia é quella figura mitica che ha contagiato l'intero mondo. Quella è la vera pandemia: riguarda l'immaginario collettivo prima che i corpi degli individui" (ib, frammento 14, corsivo nel testo).
Interessante lettura, soprattutto perché in modo piuttosto ardito fornisce degli spunti di riflessione, e su alcuni dei frammenti (da annotarsi) converrà ritornare di quando in quando. In qualche misura lo sforzo elaborativo di Baricco consente di gettare una luce di comprensione, del resto sul fenomeno dilagante, già segnalato da molti, della cosiddetta "infodemia" e consente di comprendere perchè - a differenza di quanto sia accaduto con la pandemia influenzale del 1918-19 - in tempo di Covid si sia sia avuta in parallelo con l'evolversi del contagio virale un'impennata nelle pubblicazioni divulgative di tipo sociologico o nell'ambito della narrativa che hanno aggiunto pezzi a questa baricchiana "creatura mitica", intesa come - parasfrasando Baricco - "figura" in cui la comunità dei viventi contemporanei ha organizzato il materiale caotico delle proprie paure, convinzioni, memorie o sogni (ib., frammento 2)
Si legge velocemente (e così ho fatto io), ed è un libro che rimane e da collocare tra i top ten di quelli sinora pubblicati in tempo di Covid.
Si potrà essere d'accordo o no con queste tesi (ed alcuni Baricco non piace per la sua magniloquenza: io stesso non lo colloco tra i miei preferiti), ma questo approccio intellettuale e visionario al problema pandemico è interessante, quantomeno. Qualcosa c'è. A me, personalmente, è piaciuto.

 

 

 

(Nota di presentazione del volume nel sito della casa editrice) Un libro intimo e audace per provare a capire, a leggere il caos, a inventariare i mostri mai visti, a dare nomi a fenomeni mai vissuti. Bisognerebbe provare a comprendere la Pandemia come creatura mitica. Le creature mitiche sono prodotti artificiali con cui gli umani pronunciano a se stessi qualcosa di urgente e vitale. Sono figure in cui una comunità di viventi organizza il materiale caotico delle proprie paure, convinzioni, memorie o sogni.
Ormai sappiamo che la pandemia di coronavirus è molto più di un'emergenza sanitaria. È come se sorgesse dall'universo delle paure che da tempo ormai detta la nostra agenda per soppiantarle tutte, e riscriverle. E se attraverso il mito gli umani generano il mondo, come ci insegna l'Iliade, allora la pandemia è una figura mitica, una costruzione collettiva. Che non significa che sia irreale o fantastica, anzi: si può dire che quasi tutte le scelte, di ogni tipo, fatte dagli umani negli ultimi cinquant'anni ne abbiano creato le condizioni. Così Alessandro Baricco prova a pensare la pandemia, in queste pagine lievi e dense, e ci invita, mentre salutiamo i morti, curiamo i malati e distanziamo i sani, mentre lo sguardo è fisso sul virus e i suoi movimenti, a chiudere gli occhi e metterci in ascolto di tutto il resto – come un rumore di fondo. Ci troveremo un misto di paura e audacia, di propensione al cambiamento e nostalgia per il passato, di dolcezza e cinismo, di meraviglia e orrore. Non perdiamo allora l'occasione per guardare dentro lo choc, per leggerci i movimenti che l'hanno generato e che ci definiscono come comunità. Se avremo il coraggio di affrontare la partita, una partita che ci aspettava da tempo, potremmo trovarci alcune sorprese, potremmo scoprire che questo deragliamento del corpo, personale e collettivo, è destinato a condurci in territori inesplorati, e che «chi ha amato, saprà».

 

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26 febbraio 2021 5 26 /02 /febbraio /2021 07:01

Ambarabà ciccì coccò
tre civette sul comò
che facevano l'amore
con la figlia del dottore;
il dottore si ammalò
ambarabà ciccì coccò!


 

Il convitato di pietra

Che dire?
Siamo davanti ad una - del resto più volte annunciata - recrudescenza dell'epidemia.
Altro che piegare la curva con le vaccinazioni (che peraltro vanno a rilento e con numerosi intoppi)!
Santa illusione - quella di flettere la curva - nella quale i più ingenui si sono cullati al punto da tralasciare le misure prudenziali anti-contagio. Alcuni dei vaccinati professano: "C'è chi può e chi non può. Io può, senza la mascherina".
E adesso entrano in gioco massicciamente le variabili delle varianti, varianti su varianti, varianti più temibili (sia per la rapidità della diffusione, sia - in alcuni casi - per via della letalità dell'infezione.
Su di esse tanto si è parlato, ma considerandole un pericolo che riguardava l'"altrove", dal momento che all'inizio pareva che si fossero sviluppate in luoghi lontani, "che non ci riguardavano", secondo un meccanismo psicologico che ho preso in considerazione in un'altra riflessione.
E' lo stesso errore epistemologico nel quale i più erano incorsi al tempo della prima diffusione del Coronavirus.
Avevamo l'acqua dentro e non ce n'eravamo accorti.
Adesso, dopo che i buoi sono fuggiti è inutile (o pressoché) chiudere le porte delle stalle.
Penso nuovamente a scenari drammatici, come mi era capitato di fare più volte circa un anno fa al primo arrivo del Coronavirus in Italia e con il primo lockdown, quello duro.
La mia fantasia fertile fa voli pindarici verso scenari drammatici che vedono il virus trionfante ed un'umanità sconfitta e languente.
Penso a tutto ciò come la vendetta di una Gaia offesa e umiliata. Penso al discorso forte e carico di emozioni di Greta Thumberg davanti al consesso delle Nazioni Unite.
Che i virus (e questo Corona in particolare) siano gli anticorpi con cui Gaia sta sferrando un massiccio attacco contro l'Uomo suo distruttore? E di sicuro Gaia di questo tipo di anticorpi ne ha pronti molti altri, pronti allo spillover se ancora la Terra verrà selvaggiamente stuprata.
Essere aggrediti da questi anticorpi sarebbe indubbiamente (é) la nostra giusta punizione, se così fosse. Mai abbastanza, forse, per la tracotanza e la hubrys degli Uomini che si ritengono signori dell'Universo e che vogliono trattare la Terra che ci è stata donata e nella quale dovremmo vivere in armonia con disumanità e con attitudini rapaci.
Intanto stiamo a vedere.
Vorrei che tutti capissero che il problema non è soltanto la lotta contro questo virus, perchè altri ne verranno (e anche più letali), ma piuttosto è quello una radicale analisi dei nostri modelli di vita che partono proprio da un'impietosa revisione del nostro atteggiamento predatorio nei confronti del pianeta.
Se non si prende atto di ciò, siamo già sconfitti in partenza. Il cambio di paradigma: passare dall'arroganza all'umiltà. Smetterla con quella hubrys che ci fa dire di continuo frasi scellerate. La stesso slogan "Pieghiamo la curva" è parte di questo atteggiamento interiore.

Dobbiamo cessare di essere miopi e di limitarci a guardare la punta del nostro naso. Prima lo faremo e meglio sarà. E intanto aspettare e sperare, imparando a convivere con il nostro attuale convitato di pietra.

 

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19 febbraio 2021 5 19 /02 /febbraio /2021 11:36
Vaccinazioni Covid

Siamo quasi all'anniversario del primo caso di infezione da nuovo Coronavirus in Italia.
In un lampo, Carnevale è arrivato ed è passato e quasi non se n'è accorto nessuno.
Anche San Valentino è arrivato e se n'è andato senza grande sfarzo.
No mascherate (ma già la mask la indossiamo sempre e comunque, talvolta anche colorata e fantasiosa -di quelle che si possono anche comprare nei i negozi cinesi - e quindi non si è sentita la mancanza di altri mascheramenti), no party, non feste: anche se qualcuno ancora si assembra, infrangendo o sottovalutando le regole (basta aggirarsi nei dintorni di via Mazzini, uno dei luoghi clou della movida palermitana, attorno alle cinque del pomeriggio, per rendersene conto).
Da lunedì 15 febbraio, siamo entrati in zona gialla: bar e ristoranti prono nuovamente con la possibilità di consumare ai tavoli, dentro o davanti, ma soltanto sino alle 18.00.
Riapertura di musei e mostre: una timida riapertura alla cultura tanto desiderata e sospirata.
Le vaccinazioni procedono non ad un gran ritmo, ma procedono.
L'obiettivo adesso - ho sentito dire alla radio - è di arrivare alle 300.000 somministrazioni al giorno, in una corsa contro il tempo, mentre si diffondono sempre di più le temute varianti che potrebbero mettere in discussione l'efficacia dell'ambita meta dell'immunità di gregge.
A proposito delle vaccinazioni, vorrei esprimere il mio pensiero.

Per quanto concerne l'atteggiamento delle persone nei confronti dei nuovi vaccini contro il Sars-Cov-2 ritengo che si possano individuare fondamentalmente tre categorie umane:

  1. quelli che accettano incondizionatamente il vaccino e che non vedono l'ora di vaccinarsi, giungendo al punto di stiracchiare le regole delle priorità per accedere il prima possibile alla prima somministrazione.
  2. quelli che sono "tiepidi" semplicemente e che non ambiscono a mettersi in prima fila oppure quelli che  sono in una forma più articolata vaccino-scettici.  In questo gruppo ci sono quelli che sono disposti ad aspettare e che non vedono nessuna urgenza nell'essere vaccinati il prima possibile, ma che sono anche coloro che, quando verrà il loro turno, non esiteranno a sottoporsi ad esso.
  3. E, ovviamente, quelli che possiamo collocare in un terzo gruppo, minoritario (ma nemmeno poi tanto) che è rappresentato dai negazionisti, dai fieri oppositori di tutte le pratiche vaccinali in genere, dai fondamentalisti "no-vax", dai complottisti etc etc. Tutti costoro faranno di tutto per non vaccinarsi, anche nel caso in cui occupino un impiego pubblico per il quale la vaccinazione è adesso è richiesta come prerequisito per il mantenimento dell'impiego. E rappresenteranno costoro lo zoccolo duro degli oppositori alle buone pratiche vaccinali.

Io, personalmente, con molta serenità mi colloco nel gruppo di mezzo.

E qui una parola va spesa su questo fenomeno meramente antropologico, che sta creando un solco tra vaccinati e non vaccinati.
Ho l'impressione che i vaccinati, specie quelli che hanno ricevuto entrambe le somministrazioni, si sentono (ed è percepibile in maniera netta da ciò che dicono quando parlano del vaccino che hanno ricevuto) come una "casta" di eletti che, per effetto di una sorta di "comunione", hanno ricevuto - quasi fosse un dono mitizzato - quell'immunità che ora consente a loro di sentirsi al disopra di ogni male e di ogni pericolo.
Qualche giorno fa è venuta fuori nelle agenzie il commento ad una circolare esplicativa da parte dell'Istituto Superiore alla Sanità, credo. In questa si dice che coloro che hanno completato il ciclo vaccinale, laddove tra i loro contatti risultino essere persone che si sono infettate devono in ogni caso affrontare la quarantena ed effettuare al termine del periodo prescritto il tampone di verifica. In detta comunicazione si precisa che la vaccinazione anti-Covid protegge dalla malattia, ma non dall'infezione.
Anche i vaccinati pertanto possono infettarsi e possono diffondere il contagio.  Quindi, per lo stesso motivo, non sono esentati dall'uso della mascherina e dalle pratiche di distanziamento.
E - aggiungo io - a scapito di quello che vorrebbe il senso comune ed una sorta di wishful thinking la vaccinazione non si traduce in una sorta di "immunità" rispetto alla necessaria adozione di misure precauzionali di "attenuamento" e di mitizzata invulnerabilità.
Sostanzialmente, dunque, nel dettato dei comportamenti preacauzionali non cambia nulla e, per ancora molto tempo, non cambierà nulla.
Ho cercato di parlare di questo con alcuni dei vaccinati di mia conoscenza (molti sono medici) e costoro si sono indispettiti o addirittura adirati, quasi che - toccando questo argomento - io intendessi mettere in discussione proprio questa non razionale "mitizzazione" del vaccino ricevuto, con delle attribuite caratteristiche (dunque qualità connotative) di presidio "redentore" dall'afflizione cui siamo tutti condannati in tempi di Covid.
E, peraltro, la loro reazione mi ha dato l'impressione che il mio voler discuter di questa tema fosse stato nella loro interpretazione un modo per esternare una mia forma di invidia (se non malevolenza) nei confronti del loro status di "vaccinati".
Come a dire: "di cosa parli visto che tu non sei vaccinato?". Oppure: "Cosa ti rode per doverci rovinare la festa?".
Insomma, toccando l'argomento, è come se avessi frantumato il loro bel giocattolo nuovo.
Insomma, magari sto esagerando, però l'esagerazione e l'estremizzazione servono ad elaborare modelli e possibili gestalt.
Io sono sempre me stesso: da non vaccinato o da vaccinato per me non cambia nulla: anzi, da non vaccinato non ho alcuna posizione da difendere... e posso pertanto esprimere liberamente il mio pensiero.

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10 febbraio 2021 3 10 /02 /febbraio /2021 16:47
Il Piccolo Principe sul suo asteroide

Lasciamo tracce, tracce dovunque.
Dovunque passiamo, dovunque siamo stati, come se la nostra vita e i luoghi del nostro passaggio fossero le scene di un crimine.
Lasciamo dovunque qualcosa, così come da ogni dove portiamo con noi qualcosa di nuovo o qualcosa di cui ignoriamo consapevolmente l'esistenza, ma che è diventato parte integrante del nostro bagaglio di esperienze e dei nostri gusti o preferenze.
Una sorta di "scambio colombiano" della psiche.
A causa di ciò, siamo esseri stratificati.
E siamo noi le nostre stesse fonti storiografiche.
Siamo noi a scrivere la storia, ad intesserla, giorno dopo giorno, a farla e a disfarla. Il passato nella memoria non è immutabile, scolpito una volta per sempre, ma è plastico, una materia duttile che viene di volta in volta rimodellata.
Pezzi: siamo fatti di tanti pezzi, come dice la canzone di De Gregori.
Pezzi che si mettono assieme in un tutto unico ed originale.
Qualcuno ci ricorderà, qualcun altro no. Ma quei ricordi saranno tutti diversi, poiché a ciascun altra persona nel mondo abbiamo dato modo di accedere ad una parte diversa del nostro essere, una diversa sfaccettatura.
Ed ieri ho ricevuto la triste della dipartita del signor Giacomo Minutella, nostro portiere da una vita, sino a pochi anni fa, quando il sopraggiungere degli acciacchi non gli ha più consentito di tenere la postazione. Solo allora, aveva receduto, costretto dalle circostanze e dall'evidenza di una limitazione fisica non più negoziabile.

 

Candela che arde

Il signor Giacomo, nato nel 1935, è stato sempre una persona laboriosa e industriosa, pilastro della sua famiglia (e lo era stato anche prima di sposarsi, poiché rimasto orfano anzitempo, da primogenito era diventato anzitempo capofamiglia), ma anche pilastro del nostro condominio, sempre pronto a provvedere in molteplici modi e ad essere d'aiuto: non ha mai tradito le sue radici paesane e campagnole ed è sempre stato un valente giardiniere. Ho appreso da lui molte cose, sotto questo profilo. Nello stesso tempo, con la sua scelta di venire in città a lavorare da portinaio, ha consentito ai suoi figli di compiere dei percorsi di istruzione superiore e di trovare una loro via professionale. Encomiabile davvero.
Qui, in via Lombardia 4, lo ricorderemo sempre perché è stato un pezzo importante nella vita di tutti noi condomini e della mia famiglia, in particolare. La mamma sapeva che poteva sempre contare su di lui, se lei avesse avuto aiuto per mio fratello per un'improvvisa emergenza, come più volte si è verificato nel corso del tempo.
Se n'è andato non per Covid, occorre dire: anche se in questi tempi di pandemia è difficile ricordarsi che si continua a morire per altre cause.
Ieri, esalando l'ultimo respiro al termine del suo percorso longevo e operoso, ha raggiunto la moglie Antonietta e adesso può riposare in pace nel ricordo dei figli e dei nipoti, ma anche di tutti coloro che l'hanno conosciuto.
Ieri camminavo per la via: ed ero uscito con i miei cani a passeggio più tardi del solito orario antelucano.
Mi piace camminare nel buio che precede il primo mattino, quando per strada non c'è nessuno: solo qualche ombra distante che posso facilmente schivare.
Ma l'altra mattina ho fatto tardi: ero dispiaciuto perché c'era, a mio avviso, troppa gente per strada ed era rovinata così la magia della città vuota, buia e silente.
Più ancora che dispiaciuto, infastidito devo dire.
Vedere gente che si affrettava al lavoro o genitori che accompagnavano i propri bimbi a scuola, interi gruppi di persone che incrociavano la mia traiettoria.
Mi sono sentito disturbato da questi incontri ravvicinati, con un pizzico, forse, di reazione fobica.
Cercavo di creare con il mio passo una traiettoria divergente. Ma non sempre mi è stato possibile.
Ho benedetto il momento in cui sono rientrato a casa.
Mi chiedo se questa mia reazione non faccia parte della "sindrome della capanna" di cui tanti parlano come post-effetto di questi tempi di Covid.
Siamo a quasi un anno dall'avvio delle prime ristrettezze dovute all'esordio della pandemia in Italia. Ma già esattamente un anno fa l'epidemia era nel pieno a Whuan in Cina.
Un intero anno della nostra vita segnato dalla pandemia: quando ne usciremo?
Intanto, in Italia, mentre ci si avvia al viraggio al giallo nella maggior parte delle regioni, vengono avviate delle micro-zone rosse per contenere i primi focolai di varianti.
Detesto questa incertezza, eppure nello stesso mi rendo conto che la costante incertezza e il permanere delle difficoltà in qualche modo oscuro, mi sollecitano: quanto meno si tratta di uno stato d'animo che attiva dentro di me l'introspezione.
Intanto, si procede verso il megarimpasto del governo che sarà presieduto da Mario Draghi, galantuomo e competentissimo, pronto a sorridere (quando è senza mascherina), ma con lo sguardo di ghiaccio.
Alla fine, sciolte le riserve e le opposizioni tutti sono saliti sullo stesso carro...
Ed anche qui staremo a vedere...
Qui gatta ci cova, dicono alcuni...

Cu issu
cu issu
cu issu e senza issu

La citazione di prima era parte di una storia che mi raccontava mio padre, a proposito dello sgangherato esercito borbonico, o almeno di alcune sue formazioni costituite da illetterati poverelli che venivano dalle campagne e privi di una qualsiasi forma di istruzione. per insegnar loro a marciare - mi raccontava mio padre - sulla gamba destra o sinistra adesso non ricordo gli istruttori tracciavano un segno con il gesso (issu) o appiccicavano dell'erba, in modo tale che fosse alle reclute facile distinguere la destra dalla sinistra, poiché spiegare a voce sarebbe stato molto più complicato e l'esito non sarebbe stato certo.
Ed ancora,  qui gatta ci cova: ci si ritrova con la prospettiva di un governo istituzionale (che, per la verità, potrebbe essere parzialmente tecnico, con dei decisori "tecnici collocati nei posti più cruciali) in cui eccellenze ed escrescenze (si veda il libro "I cazzari del virus. Diario della pandemia tra eroi e chiacchieroni" con una raccolta dei pezzi di  Andrea Scanzi su Il Fatto Quotidiano) saranno combinate in vari modi. Quelle escrescenze che ci tormentano e di cui sarà sempre oltremodo difficile, se non impossibile liberarsi. E, a volte, purtroppo sono proprio le escrescenze a prendere il sopravvento, quasi fossero una muffa maligna che colonizza ogni cosa, soffocandone la vitalità.
Nella letteratura sugli zombi, in una delle più recenti saghe (quella di Manel Loureiro, ovvero "Apocalisse Z") vi si dice che gli zombie non sono eterni, ma che - ad un certo punto - la loro condizione non più vita viene soffocata dalle muffe che, dopo un po', cominciano ad allignare su di loro e al loro interno.
Oggi, sono stato al funerale del signor Giacomo.
In chiesa eravamo tutti con l'opportuno distanziamento e in mascherina, senza potersi toccare e abbracciare: è stta per mela prima volta in assoluta di una messa in suffraggio in tempi di Covid. Ed è anche dolente constatare che in un'occasione del genere, mesta ovviamente, ci si ritrovi con persone che non si vedono da una vita e e che, almeno per molto altro tempo, si continuerà a non incontrare in normali circostanze.

 

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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