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15 settembre 2022 4 15 /09 /settembre /2022 09:15
Peter Matthiesen, Il leopardo delle nevi, Mondadori, 1980

Il Leopardo delle nevi di Peter Matthiesen è diventato negli anni un libro culto, utilizzato da viaggiatore e da esploratori del versante tibetano dell'Himalaya.

Io lo comprai alla sua prima uscita in edizione italiana nel 1980 (in lingua originale era comparso appena due anni prima, nel 1978), ma lo misi da parte ripromettendomi di farlo in seguito. In quel periodo ero molto interessato a libri naturalistici e ne compravo più di quanti potessi leggerne, anche se - malgrado il titolo - Il Leopardo delle Nevi è libro naturalistico soltanto marginalmente, mentre è fondamentalmente un libro di viaggio e, se vogliamo, anche di formazione.

Tra il 2020 e il 2021 mi è capitato di leggere due, molto più recenti, resoconti di viaggio che ne parlavano: ma non solo in essi l'opera di Matthiesen veniva asetticamente citata. Bensì dei due viaggiatori, rispettivamente il nostro Paolo Cognetti e il francese Sylvain Tesson era stata un vero e proprio Badaeker lungo percorsi sostanzialmente sovrapponibili e fedele compagno di viaggio, letto durante i bivacchi notturni alla luce del fuoco o di una fioca lanterna e gelosamente trasportato nello zaino, al riparo delle intemperie.

Sono andato immediatamente a cercarlo tra i miei libri e, dopo qualche esitazione, in merito alla sua collocazione, con mio grande giubilo, l'ho trovato e ho subito cominciato a leggerlo. Lettura tardiva, ma ancora più prelibata dopo una tanto lunga stagionatura. I libri sono così: non è detto che, nel momento in cui li prendi, siano destinati ad un'immediata fruizione. Ed è un piacere ancora maggiore sapere che sono stati in uno degli scaffali di casa tua in fedele attesa, silenti, promananti una loro silenziosa energia. 

Comincia così:

Sul finire del settembre 1973 partii insieme a GS verso la Montagna di Cristallo, camminando in direzione ovest sotto l'Annapurna e nord lungo il fiume Kali Gandaki, poi di nuovo ad ovest e a nord attorno ai picchi Dhaulagiri e attraverso il Kajiroba, quattrocento chilometri o più, verso la Terra di Dolpo sull'altopiano del Tibet. GS è lo zoologo George Schaller (ib., Prologo, p. 11).

 

Prima di questa spedizione, George B. Schaller aveva già compiuto importanti osservazioni naturalistiche tra cui quelle relative al Gorilla di montagna dei Monti Virunga nel cuore della foresta tropicale africana (che io avevo già già letto a quel tempo - Cfr. L'anno del gorilla, De Donato, 1968) e lo scopo di questa sua spedizione era quella di osservare il bharal, o Pecora Azzurra dell'Himalaya, con l'intento di capire se questa specie fosse in realtà più capra che pecora. Un sottoprodotto di questa osservazione naturalistica avrebbe potuto essere l'individuazione di qualche esemplare di qualche rarissimo individuo del Leopardo delle Nevi (Panthera uncia), che - nel corso del XX secolo - era stato avvistato solo altre due volte (ed uno dei due avvistamenti era appannaggio dello stesso Schaller).

 

La spedizione di George Schaller, iniziata il 28 settembre 1973 da Pokhara, punto di partenza di tutte le spedizioni himalayane, e conclusasi nel dicembre successivo regalerà molteplici e dirimenti osservazioni sul Bharal, mentre sarà quasi fallimentare per quanto concerne gli avvistamenti del Leopardo delle Nevi che rimarrà una metà desiderata, ma sempre evanescente.

Poco dopo il rientro dei due esploratori a Katmandu, la Terra di Dolpo verrà chiusa ai visitatori stranieri a causa di disordini su base politica.


Matthiesen che farà da accompagnatore di Schaller per poi ripartire un po' prima di lui, sarà il cronista di questo viaggio con una profonda sensibilità che deriva dall'avere abbracciato lui stesso la fede buddhista e dall'essere dunque un praticante della meditazione profonda. E, quindi, di quest'avventura diventerà anche il cantore ispirato e profondo.

Il suo resoconto, infatti, supportato da appunti pressoché giornalieri, è - apparentemente - la narrazione di accadimenti, di fatti e di luoghi, ma è in realtà un viaggio interiore, nel profondo nell'animo.
Non può che essere così, dal momento che - man mano che la piccola spedizione con il suo seguito di guide e di portatori si allontana dalla civiltà occidentalizzata (con le sue brutture, con i resti di plastica e con i cumuli di immondizia) ed entra in lande sempre più remote, la vita materiale si va esemplificando sempre di più, lasciando spazio ampio agli scenari interiori.
Non può che essere così.
Matthiesen cerca la pace dell'anima, dal momento che è ancora fresca dentro di lui la ferita aperta dalla morte per cancro della moglie molto amata, anche lei buddista.
Il viaggio così, benché scandito dallo scorrere dei giorni del calendario, diventa un tempo sospeso e avventura di esplorazione interiore alla ricerca di pace e di equilibrio, pur nell'accettazione dell'impermanenza.

Le descrizioni dei luoghi, con le case che si fanno sempre più semplici ed essenziali, con i loro muri di preghiera, con le bandiere di preghiera che vibrano nel vento tutte sbrindellate, con i piccoli tempi e con  monasteri minuscoli, fatti di piccoli stanze, eppure pieni di inestimabili tesori della fede, con la sobrietà e la capacità di vivere con pochissimo (anche dal punto di vista alimentare), rimandano costantemente ad una dimensione del vivere profondamente mistica.

Il viaggio di Schaller e di Matthiesen si concluderà il 1° dicembre a Katmandu in attesa del volo che li riporterà alla civilizzazione e qui avviene la transizione dal Buddismo all'Induismo ben più affollato e rumoroso: in un luogo in cui le due culture e le due tradizioni religiose si confrontano e si mescolano. 
E' il tempo dei commiati e degli abbandoni. 
La fine del viaggio è accompagnata dalla nostalgia per i luoghi che si sono visti e che si stanno per abbondare forse per sempre, senza possibilità di ritorno, e forse anche per via dell'ombra rimasta evanescente di quel mitico leopardo delle nevi, appena una volta avvistato (forse), ma mai visto realmente.

Ma è questo che debbono essere i viaggi più veri e profondi (i viaggi dell'anima, in altri termini): non il tempo del compimento e dell'accumulo di trofei da portare via con sé, ma il tempo del non concluso e di ciò che rimane imperfetto, di ciò che non si potuto trovare, benché lo si sia cercato a lungo e con intensità.

Dunque, in questo, il resoconto di Matthiesen contiene degli insegnamenti profondi e vi si ritrovano le sue radici dell'essere libro di culto. 

 

Peter Matthiesen, Il Leopardo delle Nevi, BEAT, 2015

​Il Leopardo delle Nevi è attualmente disponibile in edizione BEAT (2015) e questo ne è il risguardo di copertina.

Nell'autunno del 1973 l'autore, in compagnia dello zoologo e naturalista George Schaller, percorse a piedi più di 250 miglia nel cuore della regione himalayana del Dolpo, l'ultimo baluardo rimasto dell'autentica civiltà tibetana. I due viaggiatori cercavano il leopardo delle nevi dell'Asia del nord, una creatura così poco avvistata da essere diventata quasi mitica. Pubblicato per la prima volta nel 1978, è il racconto di un viaggio avventuroso tra le gole profonde e le montagne del Tibet, ma è anche un racconto sulla vita e la morte, sul rapporto con la natura e sul senso dell'esistenza. Al viaggio e alla ricerca del mitico animale, si affianca un viaggio più significativo, quello alla ricerca dell'essenza della vita.

 

 

Peter Matthiesen

L'Autore. Peter Matthiessen, naturalista, esploratore, narratore, è nato a New York nel 1927 ed è morto a Sagaponack il 5 aprile 2014.
Negli anni Cinquanta è stato cofondatore della rivista letteraria statunitense Paris Review.
Le sue numerose spedizioni nelle aree più selvagge del mondo l’hanno condotto in Alaska, Asia, Australia, Oceania, Africa, Nuova Guinea e Nepal, memorabilmente descritti nei suoi libri: The Cloud Forest, Under the Mountain Wall, Blue Meridian, Killing Mr. Watson, At play in the Fields of the Lord, e, soprattutto, Il leopardo delle nevi.

 

 

 

 

Sono felice di averlo trovato tra i miei libri. Ero tassativamente sicuro di averlo. Sylvain Tesson nella sua scrittura-reportage sul leopardo delle nevi si è ispirato a questo classico che gli è stato compagno di viaggio nella sua spedizione alla ricerca della "pantera delle nevi", seguendo quasi lo stesso percorso di Matthiesen, come del resto racconta Cognetti in un altro libro diaristico ambientato negli stessi luoghi.
E la sua lettura mi ha aiutato ad immergermi nel ricordo del mio viaggio in Nepal nel lontano 1992 e del mini-trekking che mi ritrovai a fare lungo i pendii dell'Annapurna, assieme a due occasionali compagni di viaggi.

La Pantera delle Nevi di Sylvain Tesson, Sellerio

Sylvain Tesson, La pantera delle nevi (titolo originale: La panthère des neiges, nella traduzione di Roberta Ferrara), Sellerio (collana Il Contesto), 2020

(Risguardo di copertina) Nel 2018 Sylvain Tesson viene invitato dal fotografo naturalista Vincent Munier ad andare alla ricerca degli ultimi esemplari della pantera delle nevi. Questi animali magici e segreti, schivi ma altrettanto temuti, la cui caratteristica è la dissimulazione e l’occultamento, vivono in Tibet, sull’immenso altipiano del Qiangtang. In inverno le temperature sono glaciali, l’area è costantemente spazzata da forti venti e la neve non riesce mai ad attecchire. In volo verso la Cina Tesson conosce Marie, la compagna del fotografo, cineasta naturalista, e Léo, aiutante di campo e filosofo. Sono diventati una «banda dei quattro», insieme affrontano la strada e raggiungono paesaggi sempre più maestosi e deserti. La popolazione diminuisce, al suo posto la fauna sembra apparire dal nulla, al riparo dagli effetti nocivi della civiltà; greggi di antilopi, pecore blu, mandrie di yak, branchi di lupi, predati e predatori attraversano distese lunari e sconfinate, sembrano fagotti di lana, o macchie di inchiostro. A 5.000 metri di altitudine si apre il regno della pantera. In questo santuario naturale, totalmente inospitale per l’uomo, il felino ha trovato il modo di sopravvivere e di difendere la sua tranquillità. Per avvistarla bisogna organizzare degli appostamenti in cui restare immobili a volte per trenta ore consecutive, con la temperatura che staziona a decine di gradi sotto lo zero. La ricerca di questo animale mitico diviene per Sylvain Tesson il racconto di un’avventura straordinaria e la scoperta di uno spazio infinito di riflessione. Le conseguenze disastrose dell’intervento umano sulla natura, il destino di un mondo in cui le specie animali andranno a scemare fino a scomparire, l’annullamento del sé nella meditazione indotta dall’attesa spossante, la spiritualità che l’accompagna, il divenire invisibili nel flusso degli elementi che regala la fugacità della meraviglia. E poi la consapevolezza che la natura è popolata di presenze che ci guardano senza ostilità, ma tenendoci d’occhio: «gli animali sono i guardiani del giardino pubblico, dove l’uomo gioca col cerchio credendosi il re». Immergendosi totalmente nell’ambiente, trasformandosi in uno sguardo assoluto capace di vincere sul tempo, Tesson ha scritto il suo libro più coraggioso e importante.

Sylvain Tesson

(Quarta di copertina) Un’immersione totale nei maestosi paesaggi del Tibet, l’incontro con mondi incontaminati, un avvicinamento alla meditazione e un’iniziazione all’arte dell’attesa.

«Un canto d’ammirazione per la natura e il regno animale» - Bernard Pivot, Le Journal du Dimanche

L’autore. Scrittore, giornalista e grande viaggiatore Sylvain Tesson è nato nel 1972. Dopo un giro del mondo in bicicletta si appassiona all’Asia centrale, che visita frequentemente a partire dal 1997. Come autore esordisce nel 2004 con un racconto di viaggi, L’Axe du loup. Nel 2009 ha pubblicato con Gallimard Une vie à coucher dehorse. Nel 2011 è arrivato il grande successo di Nelle foreste siberiane (Sellerio 2012), che ha vinto il Premio Médicis 2011. Tra gli altri suoi libri

Paolo Cognetti, Senza mai arrivare in cima, Einaudi

Paolo Cognetti, Senza mai arrivare in cime. Viaggio in Himalaya, Einaudi , 2018.

Questo piccolo libro, prezioso, contiene  il resoconto del viaggio che Paolo Cognetti intraprese sul finire del suo quarantesimo anno, nel 2017, poco prima di superare il crinale della giovinezza.
Il libro di Paul Matthiesen più volte citato è stato, per Cognetti, un assiduo compagno di viaggio: una copia di questo "mitico" volume, infatti, ha viaggiato assiduamente con lui. Si potrebbe dire che il viaggio di Cognetti&Co., benché molto più compresso nel tempo, rispetto a quello di Matthiesen, sia stato un'avventura autenticamente "sulle tracce".
Il volume è corredato di splendidi disegni, da bozzetti realizzati durante il viaggio da uno dei suoi compagni di avventura, Nicola Magrinche si ritrova di frequente di frequente a dialogare con le sue tavole a dialogare con i testi di grandi autori.

«Alla fine ci sono andato davvero, in Himalaya. Non per scalare le cime, come sognavo da bambino, ma per esplorare le valli. (...) Ho camminato per 300 chilometri e superato 8 passi oltre i 5000 metri, senza raggiungere nessuna cima. Mi accompagnavano un libro di culto, un cane incontrato lungo la strada, alcuni amici: al ritorno mi sono rimasti gli amici»
 

(dal risguardo di copertina) Che cos'è l'andare in montagna senza la conquista della cima? Un atto di non violenza, un desiderio di comprensione, un girare intorno al senso del proprio camminare. Questo libro è un taccuino di viaggio, ma anche il racconto illustrato, caldo, dettagliato, di come vacillano le certezze col mal di montagna, di come si dialoga con un cane tibetano, di come il paesaggio diventa trama del corpo e dello spirito. Perché l'Himalaya non è una terra in cui addentrarsi alla leggera: è una montagna viva, abitata, usata, a volte subita, molto lontana dalla nostra. Per affrontarla serve una vera spedizione, con guide, portatori, muli, un campo da montare ogni sera e smontare ogni mattina, e soprattutto buoni compagni di viaggio. Se è vero che in montagna si cammina da soli anche quando si cammina con qualcuno, il senso di lontananza e di esplorazione rinsalda le amicizie. Le notti infinite in tenda con Nicola, l'assoluta magnificenza della montagna contemplata con Remigio, il sa­liscendi del cammino in alta quota, l'alterità dei luoghi e delle persone incontrate. Questo è il viaggio che Paolo Cognetti intraprende sul finire del suo quarantesimo anno, poco prima di superare il crinale della giovinezza. «Alla fine ci sono andato davvero, in Himalaya. Non per scalare le cime, come sognavo da bambino, ma per esplorare le valli. Volevo vedere se da qualche parte nel mondo esiste ancora una montagna integra, vederla coi miei occhi prima che scompaia. Sono partito dalle Alpi abbandonate e urbanizzate e sono finito nel più remoto angolo di Nepal, un piccolo Tibet che sopravvive all'ombra di quello grande e ormai perduto. Ho camminato per 300 chilometri e superato 8 passi oltre i 5000 metri, senza raggiungere nessuna cima. Mi accompagnavano un libro di culto, un cane incontrato lungo la strada, alcuni amici: al ritorno mi sono rimasti gli amici».

Hanno detto di questo libro

«"Senza mai arrivare in cima. Viaggio in Himalaya" ci riconsegna quei luoghi nello spirito di una esplorazione e di una immedesimazione autentiche in cui sono la natura e l’oltre a plasmare la psiche del viaggiatore che le contempla, ne subisce il fascino, finanche la forza invincibile» – Andrea Velardi, Il Messaggero

«Cognetti, tra pecore azzurre e leopardi invisibili, ha fatto un viaggio nell’aspra poesia della natura» – Paolo Mauri, la Repubblica

«Paolo Cognetti riprende il passo fisico e letterario – lento, costante, classico – col quale ci aveva lasciati» – Stefania Chiale, Sette – Corriere della Sera

 

 

La Pantera delle Nevi - film documentario

Fu un’apparizione religiosa. Oggi il ricordo di quella visione ha per me un carattere sacrale. Lei alzava la testa, annusava l’aria. [...] Viveva sotto il vello del mondo. Era coperta di rappresentazioni. La pantera, spirito delle nevi, si era vestita con la Terra.
Sei pronto a partire per un viaggio che ti cambierà per sempre? 
Tratto dal racconto diaristico di Sylvain Tesson 𝙇𝙖 𝙋𝙖𝙣𝙩𝙚𝙧𝙖 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙚 𝙉𝙚𝙫𝙞, il miglior documentario dei César 2022 e del Trento Film Festival 2022.
La voce narrante è quella di Cognetti: e così si chiude il cerchio.
Le musiche sono di Warren Ellis e di Nick Cave.
Nelle sale cinematografiche dal 20 ottobre. 

Questa la sinossi ufficiale:
Molto più di un documentario, La pantera delle nevi è un film filosofico, che segue il celebre fotografo naturalista Vincent Munier e il romanziere e avventuriero Sylvain Tesson nel cuore degli altopiani tibetani, tra valli inesplorate e impervie, dove vive una fauna rara e nascosta agli occhi dei più.
Per diverse settimane Vincent Munier e Sylvain Tesson esploreranno queste valli alla ricerca di animali unici, cercando di avvistare la pantera delle nevi, uno dei grandi felini più rari e difficili da avvicinare. Più i giorni passano e più i due protagonisti entrano in contatto con la disarmante bellezza dell’universo, domandandosi quale sia il senso di ciò che li aspetta a casa al loro ritorno e quindi il posto dell’essere umano nel mondo.
La stessa pantera delle nevi, sfuggente e maestosa, qui diventa il simbolo della natura incontaminata che non si interessa all’uomo, metafora di un mondo in pericolo che potremmo non essere più in grado di vedere nel giro di poche generazioni per le disastrose conseguenze degli interventi umani.

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6 settembre 2022 2 06 /09 /settembre /2022 20:50

Bellissimo! Mi è rimasto nel cuore questo ispettore stropicciato, disincantato e la sua storia tragica, disperata. Suggerisco di leggere prima almeno "La signora in verde" per poter entrare nella sua vita

Sandra Platania, amministratice del gruppo FB "Parliamo di libri, Parliamo di noi"

Arnaldur Indriðason, Le abitudini delle volpi, Guanda, 2013

Le abitudini delle volpi di Arnaldur Indriðason (nella traduzione di Silvia Cosimini), pubblicato da Guanda nel 2013, contiene il racconto di un caso non “ufficiale” dell’ispettore Erlendur Sveinsson.
Erlendur, durante na sa licenza dal lavoro, si è recato a passare alcuni giorni in una sperduta zona dell’Est della Finlandia dove prima egli stesso viveva con i genitori e il fratello più piccolo, sino alla tragedia che segnò in modo indelebile la sua vita.
Erlendur, in questa circostanza "di vacanza", è andato ad abitare proprio nel rudere della casa che un tempo era stata sua e dei genitori e qui si è installato precariamente, con tanto di sacco a pelo e lampada a gas, sobbarcandosi a molte scomodità, ma è ciò che desidera.
Erlendur - come sanno i fedeli lettori di Indriðason - è, da sempre, assillato dall’enigma della scomparsa del fratello più piccolo nel corso di una bufera di neve e di vento. E’ anche - da sempre - tormentato dalla consapevolezza di essere stato lui il sopravvissuto e, in qualche modo, anche colpevole del fatto che il fratellino si fosse accompagnato a lui e al padre per sua insistenza in quella che sembrava una banale uscita nella brughiera.
Questa tragedia ha segnato l’intera sua vita, tanto da indurlo ad interessarsi in modo quasi ossessivo ai casi di persone scomparse, ancor di più da quando si trovò ad intraprendere la carriera di poliziotto.
Mentre - durante questo non canonico periodo di ferie - si aggira nei luoghi della sua infanzia alla ricerca di qualche traccia del fratello scomparso (e sarà proprio qui che un cacciatore di volpi, tale Boas, che lui incontra nella brughiera, gli darà delle dritte, illuminandolo - per così dire - sulle "abitudini delle volpi"), si imbatte nel caso di una donna pure lei scomparsa misteriosamente nel corso di quella memorabile tempesta di neve nel lontano 1942 (proprio nelle stesse circostanze in cui si erano perse le tracce del fratellino di Erlendur, Bergur)
Come un segugio, Erlendur si mette sulle tracce di questa donna, Matildur, per disvelare il mistero della sua scomparsa, attivato da voci e dicerie che sente mormorare con molta riservatezza e circospezione da alcuni anziani abitanti del posto che va via via incontrando. E cerca di capire cosa sia veramente successo: così facendo, con la sua testardaggine, evoca i fantasmi del passato, sentendo che sia sua dovere morale portare luce in quel mistero. E nello stesso tempo arriverà ad una qualche conclusione circa la scomparso del fratello che, in un certo senso, potrà riposare in pace.
E’ un romanzo di grandi rimpianti e di grandi solitudini, ma anche di grandi inquietudini.
Indriðason, prima ancora che uno scrittore di storie "crime" è uno scrittore (ed anche cantore) a tutto tondo dello spirito dell’Islanda.
Di quando in quando prendo uno dei suoi romanzi, ancora non letti, che attendono nello scaffale a lui riservato (li ho tutti), e lo leggo, immergendomi di nuovo nelle atmosfere dell’Islanda che ho avuto modo di visitare e percorrere in due diverse occasioni.

 

(Dal risguardo di copertina) L’ispettore Erlendur è tornato nei luoghi della sua infanzia. Trascorrerà qualche tempo nel piccolo villaggio sulle rive di un fiordo dell’Islanda orientale, deciso ad affrontare una volta per tutte l’ossessione che lo perseguita fin da quando era bambino: la scomparsa del fratello minore Bergur durante una bufera di neve. Di notte, solo nel rudere abbandonato della sua casa, attende che l’oscurità, il gelo e il vento gli riportino i fantasmi della tragica esperienza che distrusse per sempre la sua famiglia; di giorno, vaga per i boschi e la brughiera alla disperata ricerca di indizi. E proprio qui si imbatte per caso in una vicenda per molti versi simile a quella di Bergur: la sparizione di una giovane donna, in una notte di tormenta, nel gennaio del 1942. Una storia non ancora dimenticata, ma che molti preferirebbero lasciare sepolta sotto decenni di segreti e sensi di colpa. Immerso in un paesaggio aspro, in cui una modernità disordinata e invadente si scontra con una natura ancora capace di sconvolgere, Erlendur si lascia trasportare in un’indagine al confine tra realtà e allucinazione, travolto da un’insaziabile sete di risposte che lo costringerà a scavare ostinatamente dentro ferite mai curate, a riportare in luce antiche suggestioni, a riesumare tormenti inconfessabili. «Ho già letto almeno cinque libri con protagonista il commissario Erlendur Sveinsson: sono ben scritti...» Andrea Camilleri «L’Islanda ha trovato il suo Mankell... Assolutamente nordico, un narratore che rappresenta un marchio di grande qualità. Erlendur è un personaggio meraviglioso.

 

Hanno detto:
«Erlendur, poliziotto disilluso che fa luce laddove l’Islanda pare immersa in una notte infinita. Insomma, un grande.» Anna
«Un autore da seguire e da amare. Uno scrittore di noir costruiti con intelligenza e capacità letterarie non comuni.» Il Giornale
«Indriðason si conferma abile a indagare passioni e sentimenti (anche i più morbosi) senza cedere al buonismo.» Corriere della Sera

 

Arnaldur Indridason

L'autore. Arnaldur Indriðason è uno scrittore islandese di romanzi polizieschi che hanno come protagonista il personaggio di Erlendur Sveinsson. Ha lavorato come giornalista indipendente e come critico cinematografico. Laureato in storia, ha scritto il suo primo romanzo nel 1997. Ha vinto numerosi premi fra i quali il Glasnyckeln e Gold Dagger. Tra i suoi romanzi pubblicati da Guanda: Sotto la città (2005), La signora in verde (2006), La voce (2008), Un corpo nel lago (2009), Un grande gelo (2010), Un caso archiviato (2010), Un doppio sospetto (2011), Cielo Nero (2012), Le abitudini delle volpi (2013), Sfida cruciale (2013), Le Notti di Reykjavík (2014), Una traccia nel buio (2015), Un delitto da dimenticare (2016), Il commesso viaggiatore (2017), La ragazza della nave (2018), Quel che sa la notte (2019) e I figli della polvere (2021).

Non puntava a vendicarsi. Non puntava a riempire le carceri di disgraziati. Puntava solo a scoprire la verità, caso per caso. Era l'unico principio che aveva seguito negli anni in polizia, trovare risposte alle domande che lo assillavano. Scoprire verità che si erano perdute, erano state dimenticate e non sarebbero mai state ritrovate.

Le abitudini delle volpi, p. 229

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28 agosto 2022 7 28 /08 /agosto /2022 10:39
Ellie Griffiths, La Palude delle ossa

La palude delle ossa di Elly Griffiths (titolo originale The House at Sea's End, nella traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini), pubblicato da Garzanti (Collana Narratori Moderni) nel 2011, è stato per me il quarto libro letto - e ora pronto per l'archiviazione -  ma in ordine di pubblicazione in traduzione italiana il terzo.
Malgrado Elly Griffiths con il suo personaggio, assolutamente insolito ed originale, Ruth Galloway, archeologa, specialista in paleo-antropologia e, per via di queste sue competenze, nella qualità di antropologa forense frequente collaboratrice della polizia del Norfolk, abbia avuto un notevole successo nel Regno Unito, qui in Italia, la casa editrice ha deciso di non proporre ulteriori traduzioni delle sue opere che, sinora, in lingua originale hanno superato i dieci volumi (tutte indagini di Ruth Galloway) a cui si devono aggiungere alcuni libri di lettteratura per l'infanzia.

Con La Palude delle ossa ho letto tutti i romanzi tradotti in Italiano (che sono quattro):

  1. Il sentiero dei bambini dimenticati
  2. La casa dei corpi sepolti
  3. La palude delle ossa
  4. Il museo delle ombre

Chissà se in seguito degli altri romanzi non arrivi qualcun'altra traduzione!

Io me lo auguro.

I suoi sono dei romanzi briosi in che si presentano con la struttura dei classici polizieschi, molto nello stile di Agatha Christie, secondo me, con una Ruth Galloway investigatrice fuori dall'ordinario e non inquadrata in una struttura o in un'istituzione, una sorta di free-lancer del crimine, come è appunto - nella galleria dei grandi caratteri del Giallo - la cara Miss Marple.
Quest'ultimo romanzo ha catturato molto la mia attenzione, sia per l'ambientazione, in una località sperduta e avvolta in un'aura di decadente romanticismo (Sea's End, come avverte l'autrice, è però un posto fittizio) e il mistero evocato dalla scoperta di sei corpi tumulati ai piedi di un'alta scogliera erosa dal Mare del Nord, che rimanda ad un capitolo poco indagato della II Guerra Mondiale, quando gli Inglesi temevano un'invasione dal mare da parte dei Tedeschi e avevano istituito una Milizia territoriale per la difesa costiera.

(dal risguardo di copertina) È il crepuscolo sulla costa del Norfolk, la marea è ancora bassa e la distesa del mare riflette un cielo azzurro e freddo. La sepoltura che emerge dalle rocce è rimasta per decenni prigioniera dell'acqua. Pallide ossa di un braccio si nascondono fra le sue pietre.
La squadra di studiosi ha appena iniziato a scavare e raccogliere i reperti, ma Ruth Galloway, antropologa forense, lo capisce subito: quelle ossa non sono di una sola persona. In quella fossa si celano i resti di sei corpi. Ma c'è di più. La fossa è molto vicina a Sea's End House, l'antica dimora della famiglia Hastings. Tutti la conoscono, molti la temono, ma nessuno è davvero al corrente dei misteri che si celano dietro le sue mura. Solo Ruth può sciogliere il dilemma, lei è l'unica in grado di leggere la lingua silenziosa delle ossa. Ma non è facile. Adesso Ruth, che ha sempre vissuto sola con il suo gatto nella casa ai confini della palude del Saltmarsh, ha una bambina piccola di cui occuparsi. Ecco perché è costretta a chiedere aiuto all'ultima persona a cui vorrebbe rivolgersi: l'ispettore Nelson, il padre della bambina.

 

Ellie Griffiths

Le indagini li portano a scoprire l'esistenza di un'operazione militare risalente alla seconda guerra mondiale, e dei suoi segreti rimasti finora sepolti. Segreti che qualcuno vuole ancora proteggere e per i quali è disposto a uccidere, dal momento che numerose delle persone coinvolte vengono colpite da incidenti mortali. Il pericolo viene dal passato, ma è minacciosamente presente. Ruth deve fare in fretta, prima che altre vite vengano distrutte, prima che anche la vita di sua figlia venga messa a rischio.

L'autore. Elly Griffiths è lo pseudonimo di Domenica De Rosa.
La scrittrice, prima di dedicarsi alla fiction, si è occupata per dieci anni di pubblicità.
L'interesse per l'archeologia le nasce anche dalla professione di archeologo del marito (e non dimentichiamo - guarda un po' la coincidenza - che il marito di Agatha Christie era, per l'appunto, un archeologo.
Elly Griffiths vive nei dintorni di Brighton, in Inghilterra, con il marito e due figli.

 

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18 agosto 2022 4 18 /08 /agosto /2022 07:53
Fernando Aramburu, Vita di un pidocchio chiamato Mattia, Salani, 2008

Fernando Aramburu è uno scrittore spagnuolo molto noto, forse uno dei più celebrati scrittori contemporanei in lingua spaguola, autore di molti romanzi, tra cui Patria
Pochi conosceranno forse di Aramburu un piccolo volume che contiene la storia di un redivivo Candido in forma di pidocchio: si tratta di Vita di un pidocchio chiamato Mattia (Vita de un piojo llamado Matia, nella traduzione di Elena Rolla, Salani Editore, 2008).
Qui, in questo breve libro, splendidamente illustrato da Raùl Arias, è contenuta la lunga breve vita di un pidocchio che si autonomina "Mattia", poiché Mattia è il nome del macchinista ferroviario sulla cui testa si schiude la sua lendine.
Mattia è un decisamente un personaggio degno di Voltaire - un Candido redivivo in forma di pidocchio - che passa indenne attraverso catastrofi e cataclismi per arrivare alla fine della sua vita nel folto giardino tranquillo della pellaccia di un cane, nei cui meandri si ritira a trascorrere la sua vita da pensionato.
Un pensionato che però ha tanto da raccontare.
Anche il mondo dei pidocchi sa essere terribile e può essere teatro di sopraffazioni e di tirannidi, ma anche di meravigliose avventure, scoperte ed esplorazioni. Ma, di capello in capello e di testa in testa, per quanto perigliose siano le sue vicissitudini, Mattia riesce sempre a sopravvivere.
E' notevole il cambio di prospettiva. poter capire come tutto cambia se le nostre dimensioni dovessero diventare a pochi millimetri soltanto: e, in questo senso, la bella favola di Mattia, mi ha fatto pensare alla storia perturbante (per me, quando la lessi) di Richard Matheson, Tre millimetri al giorno, che è la storia di un uomo che per ragioni misteriose comincia a perdere ogni giorno tre millimetri della sua storia (e il suo corpo si restringe di conseguenza), sino ad entrare nel piccolissimo e poi nell'infinitamente piccolo.
La vita del pidocchio Mattia è tutta contenuta in un libro breve, suddiviso in capitoletti di poche pagine, particolarmente adatto ad essere ad alta voce, in compagnia. E, se chi legge è bravo ad introdurre la necessaria drammatizzazione, il godimento è assicurato.
Non è un caso che l'epigrafe che introduce il testo sia una dedica che recita: "Dedico questa storia alle persone care su cui vivo", come a dire che Aramburu identificandosi con un pidocchio, come quello della storia voglia dire: in fondo noi uomini siamo tutti un po' pidocchi e, tra essi, ci sono quelli - come mattia - che sono capaci di raccontare una loro storia.

 

(Soglie del testo) Una storia per giovani dagli 8 agli 88 anni
Mattia nasce sulla testa di un capotreno, ma non vi rimane a lungo… di testa in testa, tra forfora, altri pidocchi bulletti, cappelli e armadi, tutta la vita di Mattia, dalla nascita fino alla tranquilla pensione su un cane
«Che schifo, c'è un pidocchio sulla mia testa!» Quante volte avremo detto o sentito questa frase? Ma allora perché un pidocchio non potrebbe dire: «Che schifo! C'è un uomo sotto i miei piedi»? E Mattia, nato sulla testa di un macchinista che (per fortuna!) si lava poco, deve fare i conti con tutti i pericoli che il luogo comporta: dagli spaventosi denti del pettine alle bollenti vampate di phon, dai lavori forzati nelle cave di forfora al rapporto con gli altri zampettanti coinquilini. Fino a che non decide di tentare la fuga… Una scoppiettante metafora della vita e dalla convivenza civile, vista con gli occhi di un piccolo pidocchio generoso che non si scoraggia davanti alle difficoltà. E ora, vi state grattando la testa?


«Fernando Aramburu è la punta di diamante degli autori spagnoli contemporanei» Expansión

 

L'Autore. Fernando Aramburu, nato a San Sebastián nel 1959, ha studiato Filologia ispanica all’Università di Saragozza e negli anni Novanta si è trasferito in Germania per insegnare spagnolo. Dal 2009 ha abbandonato la docenza per dedicarsi alla scrittura e alle collaborazioni giornalistiche. Ha pubblicato romanzi e raccolte di racconti, che sono stati tradotti in diverse lingue e hanno ottenuto numerosi riconoscimenti. Patria (Guanda, 2017), uscito in Spagna nel settembre 2016, ha avuto un successo eccezionale e un vastissimo consenso, conquistando – fra gli altri – il Premio de la Crítica 2017. In Italia ha pubblicato Vita di un pidocchio chiamato Mattia (Salani, 2008), I pesci dell'amarezza (La Nuova Frontiera, 2007), Il trombettista dell'utopia (La Nuova Frontiera, 2005), Anni lenti (Guanda, 2018), Mariluz e le sue strane avventure (Guanda, 2019) e I rondoni (Guanda, 2021).

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10 agosto 2022 3 10 /08 /agosto /2022 18:06
Joe Connelly, Pronto soccorso (Bringing Out the Dead), Marco Tropea Editore, 1999

Dal primo romanzo di Joe Connelly, Pronto soccorso (titolo originale: Bringing Out the Dead, nella traduzione di G. Guerzoni), pubblicato da Marco Tropea Editore (1998), è stato tratto il film di Martin Scorsese, interpretato da Nicholas Cage (uscito nelle sale cinematografiche USA nel 1999), con il titolo omonimo che, nella distribuzione italiana, è diventato "Al di là della vita".
Ho acquistato il romanzo subito dopo aver visto il film, quindi tra il 1999 e il 2000.
Ho cominciato immediatamente a leggerlo.
Troppo disperante.
Sono andato in pausa.
E' rimasto sul mio comodino sino al 2015, quando ho ripreso a leggerlo un capitolo alla volta
Con questo ritmo lento e rilassato sono riuscito a finirlo il 9 agosto 2022, giorno in cui ricorre il mio compleanno.
E sono contento di avere portato a termine questa lettura.
S'è trattato di un tempo spropositamene lungo per leggere una storia che si svolge tutta nell'arco di due notti e tre giorni, ma - in fondo - ne è valsa la pena e sono contento di non avere mollato.
I turni sull'ambulanza di di Frank Pierce, soccorritore, ma stanco del suo lavoro (si potrebbe dire che egli sia prossimo ad un burnout, con una continua oscillazione tra un polo di euforia maniacale quando riesce a salvare delle vite e uno di profonda disperazione e sconforto quando invece la sua missione salvifica fallisce), si rende conto che tutti quelli che soccorre a cui lui tiene (perché verso costoro si accende nei pochi attimi del primo soccorso un'empatia, una relazione positiva), muoiono, mentre quelli che vengono soccorsi poiché sono in condizioni critiche ma desiderano morire, rimangono in vita, oltre ogni limite ragionevole.
Il mondo notturno di Frank Pierce è allucinato e delirante, non si comprende mai cosa sia reale e cosa invece sia frutto di visioni di morti che ritornano e che lo ossessionano. Frank non ne ne può più di tutte queste morti  e di questi morti tenuti in vita artifialmente (dopo essere stati richiamati ad una pseudo-vita con procedure eroiche di rianimazione) e vorrebbe dimettersi, e più va avanti, come un coatto in un lavoro che non regge più, più si sente esaurito e consunto. E si chiede se tutto questo darsi da fare serva poi veramente a qualcosa; si pone anche il quesito se questi morenti desiderino veramente di essere richiamati alla vita o se piuttosto non vogliano altro che un gentile accompagnamento in un presunto Aldilà o verso il nulla, a seconda di cosa si creda a proposito delle cose ultime.
E' così che questa storia offre la possibilità di compiere una riflessione profonda sui temi del vivere e del morire, ma anche sull'aberrazione delle cure estreme (di mera sopravvivenza somatica) che vengono impartite ai comatosi. E sopratutto ci si sente portati ad interrogarsi sulle pratiche di una Medicina sempre più onnipotente e demiurgica che si arroga il diritto di riportare indietro dalla morte oppure di mantenere alcuni per un tempo indefinito in un limbo di non-vita, laddove in altri tempi e in assenza dei macchinari e delle sofisticherie tecnologiche odierne essi sarebbero stati lasciati andare. A volte la Cura vera e più profonda è nel lasciare andare, non nel trattenere.
Nel romanzo le vicissitudini di Frank Pierce (nel film impersonato da Nicholas Cage), paramedico dell'Emergency Medical Service a Manhattan, riflettono le esperienze reali dell'autore del romanzo, che ha lavorato a lungo - per dieci anni - come paramedico in un'unità di Pronto soccorso.

 

(Risguardo di copertina) Quando la notte anonima e paurosa scende sulla metropoli per Frank Pierce è ora di andare al lavoro: deve domare i demoni della malattia e della morte, accompagnare un'umanità impaurita e ferita verso la speranza della salvezza. O chiudere gli occhi ai disperati.
Da qualche anno Frank Pierce lavora nelle ambulanze del Pronto soccorso, e gli sembra il mestiere più bello del mondo. Vola per le strade di Hell's Kitchen [Hell's Kitchen (ovvero "la cucina dell'inferno") è un termine usato in lingua inglese per riferirsi a un sobborgo degradato, con riferimento all'omonimo quartiere di Manhattan. Il termine è anche il titolo di svariate opere artistiche e trasmissioni televisive], il quartiere più "malato" di New York, in compagnia di colleghi appassionati e generosi come lui, rispondendo alle chiamate difficili - attacchi cardiaci, accoltellamenti, sparatorie, collassi da overdose - con il coraggio e la forza di chi ha una missione da compiere.
Salvare vite umane è la sua droga, e giocare all'angelo della resurrezione la sua gioia più profonda. Del resto è stato un incidente stradale a portare tra le braccia di Frank il grande amore, come se il caos gli avesse imposto di rispettare la tradizione iniziata dai suoi genitori che si erano conosciuti e innamorati in una stanza d'ospedale.

 

Joe Connelly

Ma non tutti gli interventi si concludono con un successo e Frank, abituato com'è a godersi sino in fondo l'euforia di ogni salvataggio, non ha difese contro il dolore dei fallimenti. I fantasmi delle persone che nessun massaggio cardiaco ha potuto risvegliare dal lungo sonno cominciano ad essergli più presenti dei vivi. Come la piccola Rose, la ragazza dall'impermeabile giallo, che lui non è stato capace di salvare…

 

L'autore. Joe Connelly ha lavorato per quasi dieci anni come paramedico al St Clare's Hospital di New York, la città in cui è nato e dove al tempo dell'uscita del suo primo romanzo viveva insieme alla moglie. Ha scritto un secondo romanzo, mai tradotto in Italiano, dal titolo "Crumbtown" che non ha avuto successo quanto il primo e che è stato accusato diai critici di ricorrere agli stessi, abusati, cliché. Attualmente vive con la famiglia in una location nelle Adirondacks Mountains.
 

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28 luglio 2022 4 28 /07 /luglio /2022 18:54

Di questo libro di Maria Attanasio ho pubblicato una mia nota nella mia bacheca Facebook, ma mai qui sul blog. E ciò nel 2015 circa. Rilancio qui quella recensione, con qualche rimaneggiamento.

Maria Attanasio, Il Condominio di Via della Notte, Sellerio Editore

Con il Condominio di Via della Notte (Sellerio Editore, Collana Il Contesto, 2013, Maria Attanasio ci ha regalato un bel romanzo distopico che richiama - come si impone sin quasi da subito alla mente del lettore  - 1984 di George Orwell, ma anche Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley.
Maria Attanasio - come conducendo un esperimento in un laboratorio creativo (di scrittura) - esamina i progressivi sviluppi perversi di una società fondata sulla non accettazione dell'Altro da sé e sulla crescita dell'intolleranza, sino alle più estreme conseguenze che sono di tipo dittatoriale e del controllo sempre più esteso e dilagante dalla sfera dei comportamenti a quelli privati.
Il volano di un simile sviluppo nella "esemplare" città di Nordìa è la non accettazione dell'Altro: dal momento in cui si statuisce che alcuni individui sono dei "fuoriluogo" e che vanno discriminati, non accettati, espulsi e - laddove non sia possibile espellerli - vessarli sino alle più estreme conseguenze: questi assunti portano ad atteggiamenti oltranzisti che si estendono dalle scelte più generali, riguardanti l'amministrazione cittadina e una dimensione più macroscopica, a quelle riguardanti il microcosmo dei singoli condomini, dove l'Altro che vi arriva come residente è un estraneo che sconvolge il quieto vivere e dà fastidio con la sua stessa presenza.
Quello descritto magistralmente da Maria Attanasio attraverso le vicende di Rita Massa é il fenomeno che porta alle più abiette intolleranze a partire dal rifiuto basilare dell'Altro da sè, di colui che, anche in piccole scelte e nelle sue più innocue idiosincrasie, viene considerato un non-omologato e, in quanto non-omologabile, un pericolo inaccettabile per la stabilità di una società in cui tutti, per viverci, devono essere tutti eguali in un comune ed indistinto grigiore.
Ciò che Maria Attanasio descrive in forma fiction è in fondo quello che capita in tutte le società che, fondate sul dominio più che sulla condivisione democratica, attivano centri di tortura più o meno occulti, i campi di concentramento finalizzati alla reclusione e all'annullamento dell'Altro, o a tutta una serie di altre attività più o meno brutali di eliminazione fisica.
Ovviamente, l'intolleranza di cui sono animatori gli stessi zelanti cittadini che si pongono come i difensori dell'integrità della propria nicchia societaria e i suoi integgerrimi custodi va di pari passo con l'indifferenza - per quieto vivere - dei più che chiudono uno o entrambi gli occhi per non vedere ciò che accade veramente e che lasciano correre sulle più palesi ingiustizie di cui sono eventualmente testimoni.
Il romanzo di Maria Attanasio è seguito da una nota in cui l'Autrice spiega il percorso che l'ha portata a scriverlo e da una sorta di biografia ragionata in cui per ciascun movimento (o parte) della narrazione l'Autrice rivela alcune fonti testuali che l'hanno ispirata.
Bello da leggere. Bello per le riflessioni cui il lettore viene sollecitato. Bello per gli approfondimenti che si è indotti a fare o per i riscontri di comuni conoscenze letterarie e saggistiche.


(Dal risguardo di copertina) Una metropoli contemporanea, «il migliore dei mondi possibili», una società basata su ordine e sicurezza in cui un decalogo ferreo sancisce confini legislativi e morali. Confini che una donna, armata solo di storie e di parole, è in grado di infrangere. Un omaggio alla tradizione distopica di Aldous Huxley e George Orwell, un romanzo visionario e caustico, che racconta una potenziale deriva della nostra stessa realtà
A Nordìa, futuristica città che non esiste sulle mappe, «vigilanza» è la parola d’ordine per realizzare un sogno di perfezione collettiva fondato sulla disciplina, la sicurezza e un consenso sociale estremo e intollerante. Quel sogno entusiasma la maggioranza della popolazione e spaventa e indigna i pochi che scelgono di resistere o dileguarsi.
Tra questi c’è una famiglia che si va frantumando. La moglie, Rita, sembra accorgersi che le utopie che avevano caratterizzato il suo passato sono diventate una pericolosa nostalgia, e assieme vede svanire l’amore per il marito. Questi, al contrario di lei, non accetta il quieto vivere narcotizzato promulgato dal governo e fugge dal paese, lasciando la donna e la piccola Assia dietro di sé. Con il trascorrere degli anni la situazione di Rita si rivela sempre più difficile, mentre la figlia coltiva un rancore intenso e ribelle.
Un giorno Rita si scopre improvvisamente sola. Per troppo tempo ha guardato da un’altra parte, come sperando si trattasse di un brutto incubo, di un’allucinazione destinata a dissolversi. Ora si trova a lottare per mantenere un suo equilibrio e non soccombere ai rimorsi. La città inizia a inquietarla profondamente: ormai il razzismo è promosso come modernità, i cittadini vengono suddivisi per categorie, il controllo, referendum dopo referendum, diventa sempre più assoluto, tutto è videosorvegliato, non esiste un diritto di accesso e di movimento senza un pass, un codice, una parola d’ordine. Eppure per Rita arriva improvviso un cambiamento: una casa ricevuta in eredità dal padre, che sempre le è stato estraneo, accende una scintilla, una possibilità di rinnovamento. E in questa casa, nel condominio di Via della Notte, la donna decide di affidare alla scrittura il racconto della propria vita, sperando di ritrovarvi un senso, una forma e un’idea di libertà, mettendo però a repentaglio la sua stessa sicurezza.
Storia di una donna pavida e insieme coraggiosa, allegoria sottile quanto evidente delle peggiori derive populiste e autoritarie che caratterizzano il panorama politico e istituzionale italiano, questo romanzo reagisce con intelligenza e cuore, con indignata e tormentata sensibilità, al rumore sinistro che sale dalle macerie di un’epoca.
Nel 2013, "Il condominio di Via della Notte" è stato il libro del mese di agosto più votato dagli ascoltatori di Fahrenheit-Radio3 e ha partecipato alle votazioni per il libro dell'anno.

 

Maria Attanasio

L'Autrice. Maria Attanasio (Caltagirone, 1943) collabora a riviste e giornali. Ha scritto poesie (Interni, 1979; Nero barocco nero, 1985; Eros e mente, 1996; Amnesia del movimento delle nuvole, 2003) e saggi. Con questa casa editrice ha pubblicato Correva l’anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile (1994), Piccole cronache di un secolo (1997, con Domenico Amoroso) e Di Concetta e le sue donne (1999). A questi si aggiunge Lo splendore del niente e altre storie, uscito nel 2021.
 

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14 luglio 2022 4 14 /07 /luglio /2022 07:29

Recensione originariamente lanciata il 14 luglio 2015 su Facebook.

Felix J. Palma, La Mappa del Tempo, Castelvecchi

La Mappa del Tempo (El Mapa del Tiempo) edito in Italia da Castelvecchi, nel 2011, nella traduzione di P. Marchetti) è il primo volume d'una ambiziosa e visionaria trilogia scritta dallo spagnolo Felix J. Palma.

E' il primo volume di una trilogia, di cui manca tuttora la traduzione italiana del terzo volume.

Il secondo volume, La Mappa del cielo (El Mapa del Ciel), è stato pubblicato sempre da Castelvecchi, nel 2012. Del terzo volume (El Mapa del Caos), posseggo l’edizione in traduzione inglese e presto ne comincerò la lettura. Questa corposa opera narrativa viene anche definita come "la Trilogia vittoriana".
Io sarei portato a definirlo come un meta-romanzo in cui interagiscono diversi personaggi tra i quali alcuni realmente esistiti nel XIX secolo, come Jack lo Sqartatore ed Herbert George Wells, mentre altri sono di pura invenzione letteraria (come, ad esempio, Sherlock Holmes): e il tutto si dipana in modo molto avvincente, per via dell'interessante mescolanza di fatti storici, realtà e fiction.
Il lavoro di Palma si può anche considerare come un omaggio all’immenso Wells, pioniere della narrativa d’anticipazione ed é anche un geniale pastiche letterario in cui vengono fatti convergere e rivivere in maniera assolutamente originale diversi temi letterari e disparati personaggi della letteratura e della cronaca ottocentesca (relativamente all'epoca tardo-vittoriana).
Personaggio centrale è, dunque, Herbert George Wells, grande venditore di storie di anticipazione scientifica, assieme al suo deuteragonista Gilliam Murray (questo un carattere di pura fantasia) inventore e fondatore dell'improbabile società che garantisce viaggi nel tempo sino all'anno 2000, quando si svolgerà una guerra micidiale tra uomini e automi.
Il romanzo è anche una profonda riflessione sul tema della scrittura creativa e sulla liceità dell’invenzione letteraria: sino a che punto lo scrittore può "ingannare" il suo lettore, creando mondi tanto fantastici quanto improbabili?
E, in questo senso, è centrale il personaggio costituito proprio da Herbert George Wells con i suoi tormenti interiori a partire da un fatidico e chiarificatore incontro con l'"Uomo Elefante".
La prosa de "La Mappa del Tempo" è rutilante e ricca, piena di digressioni che celebrano la funzione dello scrittore, creatore dei suoi personaggi e mago onnisciente.

La Mappa del Tempo è stato seguito da La Mappa del Cielo (in cui entra in scena una rielaborazione avvincente de "La Guerra dei Mondi" di Herbert George Wells e da "La Mappa dell'Inferno", di prossima uscita in edizione italiana (almeno si spera).

E' un romanzo che richiede attenzione e dedizione totale se se ne vuole venire a capo: e che, se si sposa la sua causa, finisce con il regalare molte e gradite sorprese, una sorta di sarabanda letteraria e una convincente divagazione narrativa sulle magie alchemiche della scrittura.

(dal risguardo di copertina) Londra, 1896. Il giovane e ricco Andrew Harrington è inconsolabile per la perdita dell’amata Mary, una prostituta uccisa anni prima da Jack lo Squartatore. A un passo dal suicidio però decide di tentare un’ultima, disperata mossa: tornare nel passato per cambiare il corso degli eventi e salvare la donna. In un’epoca di scoperte e invenzioni, questo sembra infatti possibile tanto che una nuova compagnia, la Viaggi Temporali Murray, dichiara di aver realizzato una macchina del tempo, già immaginata un anno prima da H.G. Wells nel suo celebre romanzo (La Macchina del Tempo).
Ma i viaggi nel tempo hanno effetti imprevisti: lo scrittore stesso è minacciato da un ciarlatano arrivato dal futuro, tale Marcus Rhys, che tenta di rubargli il manoscritto della sua ultima opera.
Rhys è a sua volta inseguito dall’ispettore Garrett, che lo ritiene responsabile di una serie di crimini compiuti con armi misteriose. A volersi del profigioso apparecchio c’è anche l’eccentrica Claire Haggerty che, per scappare dalla rigida morale vittoriana, si sposta nell’anno 2000, dove incontra finalmente l’uomo della sua vita (il comandante Shakleton, vincitore di una guerra senza quartiere contro gli automi che minacciano di prendere il sopravvento sul genere umano).
Per tutti è solo una questione di tempo: sfuggirgli, trasformarlo, modificarlo potrebbe offrire loro l’unica possibilità di cambiare il proprio destino. Vincitore del prestigioso premio Università di Siviglia per la Letteratura, clamoroso successo di vendite in Spagna e Germania, in uscita in oltre trenta Paesi, questo appassionante, sofisticato e indimenticabile romanzo trascina il lettore in una «frenetica, esuberante storia di amori, omicidi e ciarlataneria» in un ipnotico equilibrio tra passato e futuro, realtà e finzione.

 

Felix J. Palma

L’autore costruisce con straordinaria abilità un caleidoscopico intreccio ricco di suspense e romanticismo, mistero e umorismo, in cui agiscono protagonisti di fantasia e personaggi reali come H.G. Wells, Jack lo Squartatore, Bram Stoker, Henry James e l’Uomo Elefante, fino al magnifico e sorprendente finale.

L'autore. Felix J. Palma, nato a Sanlúcar de Barrameda, Spagna, il 16 giugno 1968, è uno scrittore spagnolo acclamato per la sua abilità nel raccontare storie originali e brillanti. È noto per il suo romanzo "La mappa del tempo", che ha ottenuto riconoscimenti internazionali e traduzioni in molte lingue. Prima di dedicarsi alla narrativa, Palma ha lavorato come critico letterario, editorialista e insegnante di scrittura creativa, e i suoi racconti hanno ricevuto numerosi premi. 

Felix J. Palma, La mappa del Cielo, Castelvecchi, 2012

Felix J. Palma, La Mappa del Cielo, Castelvecchi, 2012

(risvolto) È l'estate del 1835, un'estate caldissima. Un uomo annuncia al mondo di avere scoperto che la Luna è abitata da unicorni, uomini pipistrello e altre fantastiche creature. In breve, quest'affermazione si rivela essere semplicemente una colossale presa in giro, ma nonostante tutto in molti continuano a credere che possa esistere realmente vita extraterrestre sulle stelle. Settanta anni più tardi, Emma Harlow, bisnipote dell'autore della clamorosa beffa, vive nell'alta società newyorkese convinta di essere immune all'amore. E, di fronte alle avances sempre più insistenti del milionario Montgomery Gilmore, arriverà a dichiarare di poter amare soltanto colui che al pari del suo bisnonno riuscirà a convincere il mondo intero che non siamo soli nell'universo. Per questo, se il suo ricco pretendente vuole davvero il suo amore, dovrà riuscire a riprodurre l'invasione marziana descritta ne La guerra dei mondi di H.G. Wells.
Emma però non può immaginare che per Gilmore nulla è davvero impossibile, e così i marziani invaderanno la Terra, anche se questa volta sarà per amore...

Il terzo volume della trilogia, ancora non tradotto in Italiano

Il terzo volume della trilogia, ancora non tradotto in Italiano

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13 luglio 2022 3 13 /07 /luglio /2022 20:00
Medusa. Storie dalla fine del mondo (per come lo conosciamo)

(21 marzo 2022) Medusa. Storie dalla fine del mondo (per come lo conosciamo), scritto a quattro mani da Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi (Nero, 2021) è un testo polimorfo sulla pandemia e sull'ambiente, sul suo degrado, sulle utopie della ecofriendlyness e di altri temi correlati che mi è piaciuto sin da subito, mi ha catturato - direi.

E' stata una lettura complessa, intrigante, a tratti difficile, ma capace di dare ai lettori vertiginose aperture su questioni attualissime e scottanti, dagli scenari pandemici, alle crisi energetiche, all'esaurimento delle risorse, alla retorica della green economy.
Ogni affermazione riportata è documentatissima e non manca alla fine del libro un ampio repertorio bibliografico che per i lettori che vogliano accedere direttamente alle fonti menzionate + una vera e propria miniera. Lo si può considerare una lucida narrazione del disastro prossimo venturo.

Questo scrivono i due autori nella loro premessa:


"Questo libro è una creatura strana. Nasce da una newsletter, 'MEDUSA - Storie dalla fine del mondo', che abbiamo iniziato qualche anno fa, scrivendo ogni due settimane di natura e società, letteratura e ambiente.
Ci sembrava che in Italia, nel nostro panorama culturale, si parlasse troppo poco di crisi ecologica e climatica e che, quando se ne parlava, se ne parlava ricorrendo al linguaggio tecnico, o prescrittivo, oppure ancora  in termini spesso riduttivi. Il numero zero di MEDUSA è dell'ottobre 2017. Da allora è cambiato il mondo; Com'è ovvio, è cambiata anche la sua fine, e le storie della fine. Mentre scrivevamo, abbiamo assistito alla più grande protesta ambientalista di sempre e alla prima pandemia del secolo. Nel frattempo la newsletter ha raccolto una comunità di lettori attenti che ci ha portato a conoscere libri e persone, e ci ha spinto più di una volta a cambiare idea sulle cose.
Dopo quasi cento numeri, ci è sembrato finalmente chiaro che tutto quello che avevamo scritto su questi temi - per MEDUSA e per altri libri e riviste - fosse connesso in un racconto più ampio, una storia che abbiamo provato a ricomporre, e poi completare, qui dentro.
Anche per questo, abbiamo scelto di unire le nostre due scritture in una sola voce e di usare la prima persona singolare: da qui in poi, siamo un io.
" (p. 7)


(Seconda di copertina) I roghi, le alluvioni, l'aria intossicata, le estinzioni di massa, la pandemia. L'emergenza climatica ci sta abituando a disastri ecologici che sono sintomi di una catastrofe già in atto. Mentre l'universo politico discute di green economy e capitalismo sostenibile occorre iniziare a misurarsi con dubbi finora impensabili: siamo davvero sull'orlo dell'estinzione? Com'è possibile sopravvivere su un pianeta che sta esaurendo le sue risorse? Quali legami si possono ancora tessere nel pieno di uno stravolgimento che non è solo ambientale, ma anche filosofico, sociale e morale? Nato dall'omonima newsletter bisettimanale che in quattro anni ha raccolto migliaia di iscritti, "Medusa. Storie dalla fine del mondo (per come lo conosciamo)" è un viaggio che dalla cima del Pirellone vi porterà alla Gola di Xiling, e poi ancora lungo le rive del Mississippi e nelle grotte di Tora Bora, nel verde amazzonico e nel petrolio nigeriano, tentando l'ultimo rito che resta di fronte al disastro: raccontarlo.

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13 luglio 2022 3 13 /07 /luglio /2022 10:53

Una mia piccola recensione risalente al 2014 e pubblicata solo nel mio profilo Facebook, scritta tuttavia a distanza di molti anni dopo aver visto il film (e, probabilmente, solo quando ebbi finito di leggere il romanzo breve omonimo).

Il Nascondiglio (Pupi Avati, 2007), locandina film

Nel 2007 ebbi occasione di vedere un bel film diretto da Pupi Avati, Il Nascondiglio, con Laura Morante nella parte dell'interprete principale diretto dallo stesso Pupi Avati. Qualche anno dopo, nel 2014, ho finalmente letto il romanzo breve, scritto dallo stesso Avati e uscito nelle librerie pure nel 2007: un classico caso, per me di libri acquistati alla loro prima comparsa in libreria e poi letti a distanza di anni, se non di decenni. In quessta circostanza, nel dilazionarne la lettura, vi fu in me il desiderio di stemperare, quanto più fosse possibile, il vivo ricordo delle sequenze cinematografiche e quindi quello di potermi approcciare al testo scritto, quasi fosse un novum.
Del film si può leggere una trama doviziosa in wikipedia:
Parlare del film o del libro è quasi la stessa cosa, poiché dal punto di vista del contenuto sono pressoché identici. Del libro, edito da Mondadori (Piccola Biblioteca Mondadori), attualmente in rete ve ne sono scarse tracce (se non su Amazon dove lo si può acquistare di seconda mano). Come se fosse scomparso. Mi chiedo perchè. Anche l'inizio della carriera di Pupi Avati come scrittore nelle note biografiche attualmente rinvenibili in rete, è posticipata ad anni successivi. Forse perchè, il Nascondiglio altro non è che un canovaccio della sceneggiatura, risistemato come una prova narrativa.
Ma, in effetti, andando a guardare la nota biografica su Pupi Avati in Wikipedia, il romanzo breve in questione è menzionato nell'elenco delle sue opere letterarie. Dilemma risolto.
Quella narrata nel libro e nel film è una storia che si sviluppa secondo diverse possibilità a partire dal tema della casa "stregata" o abitata da presenze oscure: una casa che nasconde atroci misteri e che "parla" alla protagonista, che vi si è insediata a vivere, attraverso le condutture del sistema di aereazione.
Gli snodi possibili sono diversi: potrebbe trattarsi di fantasmi, di presenze occulte, oppure di allucinazioni e del delirio della protagonista, ma nella piccola cittadina di Davenport Dove si trova ubicata l'antica casa c'è molta omertà relativamente ad un fatto di sangue, accaduto anni prima proprio in quella cupa dimora. E nello stesso tempo ci sono degli scheletri nell'armadio della protagonista, legati al suicidio del marito di cui lei si sente responsabile, e che ora è sepolto proprio in questa cittadina del Midwest.
Solo alla fine il mistero si chiarirà, ma tutto riprecipiterà nell'oblio determinato dall'omertà e dalla volontà di coprire le responsabilità di chi in origine diede vita a tutto.
Il romanzo breve e scorrevole si legge bene, ma la cosa più interessante è la nota di chiusura in cui Pupi Avanti racconta la genesi dell'idea, partire dalla scoperta di un luogo realmente esistente che ebbe modo di visitare negli Stati Uniti durante le riprese degli esterni di un altro suo film ad ambientazione statunitense sulla vita del famoso cornettista jazz Bix Beiderbecke (lavoro che porto avanti assieme al fratello e che poi si trasformo anche in un bel libro edito da Frassinelli, Bix): si tratta del luogo che ispira la lugubre "Snakes Hall". Questa scoperta fu seguita poi da una serie di curiose coincidenze che l'hanno portato a scoprire una storia realmente accaduta che poi l'avrebbe ispirato.

 

Pupi Avati - quarta di copertina del romanzo "Il nascondiglio", edito da Mondadori (2007)

L'autore. Pupi Avati inizia la sua carriera artistica nel jazz come clarinettista, fa parte infatti della Reno Jazz Gang con cui incide anche qualche disco, gruppo che abbandona dopo l'ingresso nella band di Lucio Dalla con cui rimane grandissimo amico e che collaborerà a vari film di Avati. Lavora poi per quattro anni alla Findus surgelati, anni che considera i peggiori della sua vita.
Intraprende poi la via del cinema e riesce a collaborare alla sceneggiatura di Salò e le 120 giornate di Sodoma di Pasolini. Come regista gira alcuni horror tra cui nel 1976 La casa delle finestre che ridono.
L'anno successivo esce Bordella, una commedia che ha tra gli interpreti un giovanissimo Christian De Sica. Da ricordare anche la regia televisiva di uno speciale dedicato ai Pooh.
Inizia poi a girare una serie di successi: da Una gita scolastica a Impiegati a Regalo di Natale. Regie televisive e cinematografiche si alternano, così come la scrittura di libri tratti dai suoi stessi film.
Tra i suoi libri ricordiamo: Gli amici del bar Margherita (2009), Una sconfinata giovinezza (2010), Il ragazzo in soffitta (2015).

Il nascondiglio. Libro e film di Pupi Avati, propongono una rivisitazione del tema gotico della haunted house
Il nascondiglio. Libro e film di Pupi Avati, propongono una rivisitazione del tema gotico della haunted house
Il nascondiglio. Libro e film di Pupi Avati, propongono una rivisitazione del tema gotico della haunted house
Il nascondiglio. Libro e film di Pupi Avati, propongono una rivisitazione del tema gotico della haunted house
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15 giugno 2022 3 15 /06 /giugno /2022 07:02

Ho scritto questa breve nota il 14 gigno 2019 e mai l'ho pubblicata in questo blog. Eccola.

Irvin D. Yalom, Chiamerò la polizia, Neri Pozza

Irvin D. Yalom, che nel corso della sua pratica psicoterapeutica ha elaborato il concetto di "psicoterapia esistenziale", nei suoi libri unisce l'esperienza clinica con un grande capacità di story teller.
Molti puristi della letteratura e i cultori della letteratura "colta" e "d'avanguardia" (metti, ad esempio, quelli della redazione di Fahrenheit che hanno un po' la puzza sotto il naso) diranno che le sue narrazioni sono semplicemente di consumo, banalizzazioni della vita e della psicoterapia. Devo dire invece (da persona che ha praticato la psicoterapia) che i romanzi di Yalom mi hanno sempre appassionato, quasi mai annoiato.

Il suo "Chiamerò la polizia" (titolo originale: I'm Calling the Police, nella traduzione di Serena Prina), pubblicato da Neri Pozza (Collana Piccola Biblioteca Neri Pozza, 2018), è un racconto, invero, brevissimo.
E di cosa parla? Essenzialmente del superamento del silenzio persistente tra due amici di lungo corso e del disvelamento di una "zona cieca" da parte di uno dei due su un suo pezzo importante di vita vissuta.
E questo superamento rappresenta un punto di svolta davvero importante, poiche solo il superamento di un "segreto" consente al soggetto di realizzare una condizione esistenziale piena e consapevole, equilibrata. Si tratta del silenzio di uno dei due amici, Bob, che si è rifugiato nella sua pratica ossessiva di brillante cardiochirurgo per non dover mai pensare al sua passato di sopravvissuto della Shoah; e di quello del narratore che figlio egli stesso di Ebrei emigrati prima della Shoah ha sempre coltivato un rifiuto intenso - quasi fobico - a confrontarsi con tutto ciò che fosse attinente con lo sterminio nazifascista degli Ebrei. L'impossibilità di dare libero corso al racconto è fatta infatti di due silenzi, di due diverse modalità di rimozione - se non di negazione -  che s'intrecciano tra loro e si potenziano. Accade, tuttavia, ed è questa l'essenza del racconto che i due abbiano occasione di parlare e che il sopravvissuto alla Shoah, sensibilizzato da una recente esperienza (che ha fatto da trigger per il riemergere del rimosso), decide di raccontare tutto il suo passato all'autore (o al suo alter ego del racconto). E il narratore questa volta si apre all'ascolto, rendendosi disponibile e superando così la sua fobia.
Il breve - intenso - racconto è completato da un'intervista con l'autore che parla di se stesso e delle sue esperienze come psichiatra, come psicoterapeuta e come scrittore, e del loro intrecciarsi.

 

(Soglie del testo) «Avevo quindici anni. Ero scappato da una colonna di prigionieri che i nazisti stavano portando dal ghetto alla stazione, per deportarli, ed ero riuscito a tornare a Budapest, dove vivevo fingendomi cristiano grazie a documenti d’identità falsi. Tutti i membri della mia famiglia erano stati già arrestati e deportati».

 

(Quarta di copertina) "Mi sta capitando qualcosa di serio... Il passato sta erompendo... Le mie due vite, la notte e il giorno si stanno unendo. Ho bisogno di parlare".
Con queste parole il vecchio compagno di studi di Irvinn D. Yalom, Bob Berger lancia all'amico una richiesta di aiuto.
Da troppi anni, infatti, Bob vive due vite: una diurna come cardiochirurgo affabile, scrupoloso e infaticabile, e una notturna, quando i brandelli di orribili ricordi si fanno largo nei suoi sogni. Yalom sa che è giunto il momento di accompagnare l’amico fin dentro il suo incubo. Nei loro cinquant’anni di amicizia, Bob Berger non ha mai rivelato ad anima viva il suo passato di rifugiato di guerra sopravvissuto all’Olocausto, arrivato fino a Boston da solo, come profugo, all’età di diciassette anni, dopo essere sfuggito ai nazisti fingendosi cristiano. Ora è giunto il momento di affrontare i propri demoni. Insieme, Yalom e Berger interpretano i frammenti di una storia che, per essere esorcizzata e finalmente dimenticata, va affrontata in tutti i suoi più intimi risvolti psicologici.

 

Hanno detto:
«Irvin Yalom è uno psichiatra che pensa come un filosofo e scrive come un raffinato romanziere» - Rebecca Newberger Goldstein
«Yalom è uno studioso della condizione umana. La sua voce mescola meraviglia e umiltà» - Boston Globe

Description	Ирвин Ялом. Москва 2014. Source	Own work Author	User:Masangina

L'Autore. Irvin D. Yalom, nato in una famiglia ebraica il 13 giugno 1931, è cresciuto in un ambiente povero.
Si laurea Bachelor of Arts alla George Washington University nel 1952 e Doctor of Medicine alla University School of Medicine di Boston nel 1956.
Si specializza al Mount Sinai Hospital di New York, e presso la Clinica Phipps del Johns Hopkins Hospital a Baltimora completa la sua formazione nel 1960.
Dopo due anni di servizio nell'esercito al Tripler General Hospital di Honolulu, Yalom inizia la carriera accademica presso la Stanford University nella quale entra nel 1963 per restarvi fino al 1968.
Oggi insegna Psichiatria alla Stanford University e vive e svolge il suo lavoro di psichiatra a Palo Alto, in California.
All'attività clinica ha affiancato quella di scrittore, che gli ha permesso di ottenere successi e gratificazioni importanti (soprattutto con il suo romanzo E Nietzsche pianse, i cui titolo è successivamente stato ritradotto da Neri Pozza in Le lacrime di Nietzsche).
Tra gli altri suoi romanzi, pubblicati da Neri Pozza, ricordiamo: La cura Shopenhauer (2005), Il problema Spinoza (2012), Il dono della terapia (2014), Sul lettino di Freud (2015), Creature di un giorno (2015), Il senso della vita (2016), Fissando il sole (2017), Diventare se stessi (2018) e Chiamerò la polizia (2019). Ha scritto anche un saggio uscito per Neri Pozza Psicoterapia Esistenziale (2019).
Per Raffaello Cortina è uscita la sua raccolta di racconti Guarire d'amore. Storie di psicoterapia (2015).

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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