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4 settembre 2014 4 04 /09 /settembre /2014 21:26

Il Tempio. Una storia di dominae e di adepti, di padrone e schiaviUn giornalista d'inchiesta brillante e quotato per i suoi servizi, Carlo D'Adua, scopre che Paola Di Saba, la donna che ha suscitato il suo interesse per i suoi audaci dipinti (di argomento erotico) è in realtà un'entità dominante del "Tempio" che, ubicato in una località misteriosa (forse in qualche luogo recondito della Toscana)  é un'ancestrale setta segreta che, in collegamento con il culto di Iside, é formata da sole donne ("dee") che nei confronti degli "adepti" si pongomo in una posizione di assolute dominitrici e  che ha come unico scopo la ricerca del piacere assoluto.
E' un obiettivo che queste dee possono raggiungere solo con la totale sottomissione degli uomini ai loro morbosi voleri e che prevedono anche umiliazioni, punizioni o il loro utilizzo come semplice strumento per la loro stimolazione erogena in modi inconsueti.
In un certo senso le "dee" sono delle vampire energetiche, costantemente all'opera nel sottrarre energia ai loro adepti, ma ad essi restituendo una parte in foma di "scariche".
Carlo D'Adua rimane affascinato da una delle dominae che ha modo di conoscere in occasione del suo primo incontro - ancora da uomo libero - la cui finalità é quella di costruire un semplice servizio giornalistico su Paola Di Saba, al punto che abbandona il suo lavoro, la sua casa e le sue relazioni preesistenti, per mettersi al servizio delle "signore", intraprendendo di un duro e doloroso tirocinio (ma anche fonte di ineffabili piaceri), con la segreta aspirazione di poter diventare un giorno il "favorito" di Rhea, la donna che predilige sopra ogni altra. Scoprirà in questo percorso di iniziazione e - se vogliamo, anche "devozionale" - che, a volte, il piacere nasce dalla totale sottomissione alla propria padrona.
Il romanzo di Paola Enrica Sala, Il Tempio (Borelli Editore, ma precedentemente pubblicato con la casa editrice Pizzo Nero) parrebbe una sorta di Histoire d'O all'incontrario, in cui sono le donne ad avere la funzione di "dominae" e gli uomini sono soltanto degli schiavi sottomessi eppure indispensabili alle loro padrone in un rapporto di assoluta complementarità.
Carlo D'Adua finirà con l'essere lo scrittore che racconta la storia e le Cronache del Tempio, pur attraverso censure e cancellazioni, mentre il suo desiderio erotico viene a tratti esaltato, a tratti ridimensionato a causa del "disprezzo" con cui viene bollato per i suoi errori e per le sue trasgressioni all'etichetta della sottomissione, dovuti al suo eccesso di sentimentalismo.

Ovviamente, nel mondo del Tempio, non vi è spazio per l'Amore comunemente inteso, ma professa il verbo della totale sottomissione degli uomini alle donne, come unica condizione possibile per realizzare una "mistica" dell'Erotismo.



 


 

 

Leggi il primo capitolo
  
Paola Enrica Sala
IL TEMPIO

CAPITOLO I

IN VIAGGIO VERSO IL REGNO DI SABA 

 

 

Alla stazione di Santa Maria Novella non ho dovuto attendere molto; il tempo di raggiungere la piazza, di gettare uno sguardo verso la splendida facciata rinascimentale della chiesa, opera mirabile dell'Alberti, e subito due giovani donne, una bionda e una bruna, elegantissime, mi hanno avvicinato.
- Il Dottor Carlo D'Adua? -
- Sì, sono io. Buongiorno. -
- Bene. Vogliamo andare, Dottor D'Adua? -
- Potreste chiamarmi semplicemente Carlo? Mi sentirei più a mio agio... -
- Come vuole, Carlo. Ci segua. -
La banale strategia del mazzo di rose rosse, segno di riconoscimento, ha funzionato con troppo anticipo.
Avrei preferito un lieve ritardo, qualche minuto di tempo per riflettere e raccogliere le idee, per dare un ordine e un senso alle domande che avrei dovuto rivolgere alla Signora Di Saba, ma le mie belle accompagnatrici erano già lì, tempestive e poco disposte a perdere tempo.
Una lucidissima Range Rover color nocciola e dai vetri fumé ci attende poco distante.
L'autista, un uomo attraente, sui quarant'anni, apre le due portiere di destra; la donna bionda sale davanti mentre io vengo invitato ad accomodarmi dietro, in compagnia dell'affascinante donna bruna.
L'autista richiude le porte, gira intorno alla vettura, sale e mette in moto.
Ora il mio viaggio comincia davvero e non c'è più modo di sottrarsi.
Perché mai dovrei farlo, dopotutto? Le interviste fanno parte del mestiere...
Silenziose, le due donne guardano oltre i finestrini con aria distratta e non sembrano desiderare colloqui, sicché m'adeguo anch'io, ma con poco entusiasmo perché qualche scambio di parole mi avrebbe aiutato a superare un certo imbarazzo e una strana sensazione di ansia che ora si va facendo più insistente.
Alla periferia di Firenze la mia compagna di sedile estrae da un cruscotto dell'elegantissima vettura una fascia nera.
- Si metta questa, per favore! -
- E' proprio necessario? -
- Non glielo chiederei, altrimenti! -
- Capisco! Sono un giornalista, quindi non vi fidate di me, ma se non bastasse la mia parola, signora, per convincerla del contrario, mi permetta di ricordarle che esiste una severissima legge a tutela della Privacy... -
- La Privacy, Carlo, nasce come virtù ed è ben più antica della legge. Si metta la fascia sugli occhi o sarò costretta a far fermare l'auto e a farla scendere! -
- D'accordo. Se non c'è altro sistema... -
- I sistemi sono due: o si mette la fascia, o si stende sul fondo dell'automobile. Scelga lei! - Risponde la mia ospite in modo garbato ma perentorio.
Mi rassegno e metto la benda nera, poi sento la mano di lei accomodarmela sugli occhi; è una fascia elastica, spessa ma non fastidiosa.
Tanto meglio per me. Non è stato facile ottenere un appuntamento con Paola Di Saba e sarebbe da sciocchi giocarselo per un dettaglio così da poco, sebbene un po' umiliante.
Ho impiegato tre mesi per riuscire ad avere un primo contatto e altri tre per l'appuntamento.
Tutto era cominciato a Roma, a casa di un amico mercante d'arte erotica.
Mi aveva fatto vedere, tra le altre cose, un disegno conservato dentro una cartella color tabacco: una donna nuda dal volto solare è in piedi sopra la testa di un uomo riverso sul ventre e con i polsi incatenati.
La figura femminile è perfettamente in equilibrio, eretta e fiera; il braccio sinistro è alzato e nella mano sorregge una mela rossa e intatta, il frutto inesistente, il simbolo ormai iconografico della conoscenza del bene e del male.
Il braccio destro è lungo il fianco; la mano stringe l'impugnatura di una frusta di cuoio intrecciato, una di quelle fruste da doma, da schiocco, lunghissime, da istruttori equestri, da "gauchi" o da domatori di circo e la sua coda si snoda come un serpente sopra la schiena dell'uomo, senza avvolgersi.
Era un disegno a pastello molto raffinato, semplice e chiaro, d'interpretazione tanto immediata quanto inequivocabile.
- L'hai pagato caro? - Chiesi per curiosità.
- Cinquecento, forse seicentomila lire, in teoria. -
- Non è caro! - Risposi senza riflettere.
La mia curiosità in effetti riguardava altro: la firma leggibilissima dell'autrice, certa Paola Di Saba.
- Ma chi è? -
- Se ti dico che ci ho provato in tutti i modi, Carlo, ma che non m'è riuscito di saperlo, devi credermi. Sai bene quanto sono curioso e cocciuto, in certi casi. -
- Ti credo... Dove l'hai preso? -
- L'ho scambiato con un collezionista; cinque fotografie degli anni Venti... -
- Però! -
Non mi ha saputo dire chi fosse l'uomo del baratto, ma scoprire piste e fonti d'informazione è la parte più divertente ed eccitante della mia professione.
Così è cominciata la vicenda che mi ha portato fin qui, con questa benda sugli occhi e un profumo di donne piuttosto inebriante che ha invaso l'abitacolo della Rover.
Il viaggio non promette di essere breve; non posso guardare l'orologio, ma ho la sensazione che sia già trascorsa un'ora e la fascia che mi costringe al buio, che non mi permette di seguire l'andamento dell'auto, di prevenire le curve o di guardare lontano comincia a causarmi un forte senso di nausea.
- Manca ancora molto? -
- Un buon paio d'ore, almeno... -
Azzardo una richiesta.
- Senta... Non potremmo fermarci qualche minuto? Questa situazione mi sta creando un certo malessere. Non credo che resisterò un altro quarto d'ora... -
- Spiacente, Carlo, ma di fermarsi non se ne parla nemmeno. L'aiuto a sdraiarsi sul fondo e poi potrà togliersi la benda. -
- Sul fondo? -
La bellissima signora sembra spazientirsi.
- E' un'automobile molto ampia, dottor D'Adua, e la moquette viene pulita ogni giorno. Non ci starà male. Si sbrighi, prima di essere lei a sporcarla! -
- Va bene. La prego... non ce la faccio più. -
Sento le sue mani prendermi le spalle e guidarmi verso il basso con molta delicatezza. Mi sdraio sul fondo, effettivamente ampio e morbido e finalmente posso togliermi la fascia nera.
La luce, attenuata dai vetri fumé, è di grande conforto.
- Va meglio? - Chiede lei con gentilezza.
- Molto meglio, grazie. -
Nel risponderle la guardo, o per meglio dire, guardo ciò che della mia compagna di viaggio è visibile; ha due gambe bellissime e calze a velo, sottili, lievemente dorate, color "carne".
Mi ha fatto scendere con la testa dal lato di lei, tra le sue scarpe.
Non posso negare a me stesso che questa posizione mi ecciti, anzi, comincio ad avvertire all'inguine un certo movimento, un principio d'erezione e la cosa m'imbarazza un po'; m'imbarazza, mi eccita e m'inquieta.
Finirà per accorgersene, penso, visto che non potrò muovermi da qui per altre due ore...
Sposto la testa verso il sedile anteriore nel tentativo di vedere in viso la donna ai cui piedi ora mi trovo; si è accesa una sigaretta e guarda fuori dal finestrino, tranquillamente, come se per lei non esistessi.
Guarda il panorama d'una campagna toscana, almeno credo, che se poco prima mi mancava ora non desidererei più cambiare con la straordinaria e a dir poco eccezionale opportunità di contemplare, non visto, gambe tanto belle per due ore o forse più.
D'un tratto le accavalla, emettendo quel fruscio tipico di calze che a nessun uomo dispiace sentire, ma che da qui sotto si percepisce in modo particolarmente intenso. Non si può fare a meno di apprezzarlo ancora di più, perché accade come un fatto a sé, unico, isolato da ogni altro contesto, perciò non si confonde tra diversi fenomeni d'eccitazione, ma si manifesta, almeno per me, per la prima volta in tutta la sua potente capacità di stimolare i miei sensi.
Accade però che adesso il suo piede destro si trovi esattamente sopra la mia testa ad una distanza di pochi centimetri, centimetri che talvolta si riducono a millimetri, a seconda delle oscillazioni che il fondo stradale, le curve e le sospensioni dell'auto provocano alle sue gambe.
Il sottile tacco a spillo sembra gravitare sopra di me come una lama di stiletto che nessuno controlla, a volte si avvicina ai miei occhi, a volte si ferma sopra la bocca, sulla gola, altre volte mi sfiora il naso...
La ragione, se non la prudenza, suggerirebbe di sottrarsi, ma c'è qualcosa che mi blocca e che mi spinge a rischiare, a rimanere dove sono e in un certo senso ad "ascoltare" attentamente le sensazioni che quella elegante, raffinatissima spada di Damocle, squisitamente femminile, detta alla mente e al corpo.
In un primo momento avrei voluto chiederle quanto meno di togliersi la scarpa, ma non ne ho avuto il coraggio.
Le difficoltà incontrate per giungere ad un appuntamento con la Signora di Saba mi fanno sentire tutt'oggi un ospite poco gradito e non certo nella posizione di sfidare la loro già troppa cortesia.
La caviglia della mia accompagnatrice è davvero bella, sottile e la sua scarpa nera, lucida e scollata, mette in evidenza l'incavo del piede, la lieve curva della pianta, accentuata dalle leggerissime pieghe della calza.
Mi sorprendo a pensare che anche i suoi piedi devono essere molto belli. Le ho visto le mani, alla stazione: le dita lunghe, le unghie curatissime e smaltate di rosso vivo.
Quando sono belle le mani è impossibile che non lo siano anche i piedi...
Mi sorprendo di me stesso, è vero, ma la circostanza è talmente singolare, talmente irripetibile che non voglio perdere nemmeno un istante di questo viaggio e ciò che mi conforta di più è dato dal fatto che, qualunque cosa accada, comunque vada la mia intervista, il ritorno sarà uguale all'andata.
Ora la donna bruna cambia posizione, dà un'occhiata giù per evitare di urtarmi o di calpestarmi, appoggia il piede destro appena oltre il mio collo, tra spalla e mento, e accavalla la gamba sinistra.
La sua scarpa, al tallone, poggia contro la mia gola. Il tacco dev'essere più alto di quanto supponessi e piuttosto arcuato.
Mi basterebbe pochissimo per baciarle la caviglia, una lieve torsione della testa verso destra e...
Ancora, mi meraviglio di me stesso, ma dal suo piede emana un profumo intenso di Chanel, leggermente miscelato ad un buon odore di cuoio, di calzatura nuova.
Mi vergogno, ma non posso fare a meno di respirarne l'aroma, la delicatezza; è da questi non trascurabili particolari che trae origine il feticismo di un uomo, il piacere nell'adorazione di oggetti senza dubbio estetici, enfatici della bellezza femminile, ma in genere ignorati, forse perché accessori d'uso quotidiano, coprenti e non rivelanti, spesso lontani o troppo frettolosamente allontanati? Oppure niente, d'una donna, è scindibile dalla stessa, ma tutto concorre a creare un unico feticcio, totemico, un idolo fatto di bellezza, di dolcezza, di profumi, di forme, di cose... ?
Non è ancora il tempo delle risposte.
In fin dei conti sono qui per conoscere ed intervistare l'autrice sconosciuta di tavole erotiche particolari e belle, non per dare risposte mai abbastanza definitive ai misteri dell'Eros.
Ma una già comincio a darmela; sopra la mia testa, le cosce accavallate della bella ospite oscillano in continuazione e la loro bellezza è ancor più evidente perché difesa dalla distanza, e non solo.
Alla distanza s'aggiunge la circostanza, quella che ha messo un uomo normale, dotato di educazione, di buona cultura e di un certo self-control, in uno stato di totale inferiorità, di dipendenza e di subordinazione.
Questo stato di cose provoca un piacere diverso, ma nel contempo d'uguale natura, capace, se lo si lascia agire, di produrre un'eiaculazione.
La parte sconosciuta, semmai, è data da una sorta di orgasmo mentale che non si spegne, anzi, aumenta di continuo e ciò dev'essere dovuto ad almeno due condizioni: la prima credo che dipenda dal fatto di non poter raggiungere e toccare l'oggetto desiderato e questo porta il desiderio ad un livello altissimo, inarginabile, difficile da controllare, ma irrinunciabile. Ed è quello che mi sta accadendo!
La seconda è che lei, la donna, sembra ignorare del tutto il turbine di emozioni e desiderio che si sta creando nell'uomo ai suoi piedi: è talmente indifferente e lontana da diventare, ogni momento di più, uguale per natura ad una divinità, ad un idolo di pietra preziosa, ad una grande statua alla base della quale si prostrano i fedeli, a Dio stesso, se invece dell'uomo fosse stata fatta la donna a Sua immagine e somiglianza.
La bella ospite ignora i miei pensieri; cambia ancora una volta posizione e il tacco della sua scarpa destra torna ad oscillare sopra i miei occhi.
L'auto sembrerebbe salire lungo un percorso collinare, le curve aumentano e il fondo stradale pare piuttosto dissestato.
Sia il tacco che la suola ogni poco mi toccano, ma non con violenza e ciò mi fa credere che più di tanto non possa accadere.
Invece accade; una buca più profonda delle altre, una improvvisa scossa della vettura e il suo tacco giunge a segno colpendomi poco sotto l'occhio sinistro, sopra lo zigomo, striscia e inevitabilmente taglia.
Sento un bruciore forte, mi tocco e una traccia di sangue rimane sul dito.
La donna non si muove; sembra che non se ne sia nemmeno accorta.
Non se n'è accorta oppure non ci fa proprio caso?
Per qualche oscura ragione non mi sposto. Il dolore improvviso si è combinato con l'eccitazione, produce adrenalina e pensieri inquietanti.
Ma chi sono io, a questo punto? Dove potrei arrivare se anche un fatto accidentale che avrebbe potuto causarmi di peggio, invece di allarmarmi mi stimola? E quanto è distante la consapevolezza, crescente, di essere anch'io un feticista dalla probabilità di scoprirmi ben altro? Dov'è, sempre che ci sia, il confine?
In compagnia di questi pensieri fisso la sua scarpa che si muove per inerzia sopra il mio volto, fisso la sua bella caviglia, l'incavo del suo piede, le sottili e delicate pieghe della calza e l'immobilità distante, per me non visibile, ma solo immaginata, dei suoi occhi che forse guardano ancora, oltre il finestrino, un paesaggio a lei famigliare.
Nel frattempo il mio pene ha prodotto qualcosa di umido e caldo.
La grossa auto è talmente confortevole che rende difficile capire, al di là di certe scosse improvvise, che genere di percorso stia facendo, se stia andando veloce o lenta e l'incantevole profumo di Chanel m'impedisce di percepire odori esterni che potrebbero altrimenti indirizzare un discreto segugio come me sulla pista giusta.
Tre ore di viaggio da Firenze, ma in quale direzione? Siamo sempre in Toscana oppure siamo in Lazio, in Umbria, nelle Marche, in Liguria, in Emilia...?
Rinuncio, anzi, rimando; in questo momento la mente non mi appartiene più, ma è del tutto rapita dalle virtù di una donna che contingenze straordinarie hanno posto in una posizione dominante.
Infine, vorrei dire purtroppo, l'auto si ferma, i cardini di un cancello stridono, la Range Rover riparte ancora, percorre un viale sterrato, quindi si blocca e si spegne definitivamente.
Faccio per sollevarmi, ma questa volta il piede della mia ospite non è inerte, mi respinge giù con decisione e giù mi costringe a stare, conficcandomi il tacco tra la clavicola e la spalla.
- Si rimetta la fascia. Siamo arrivati. -
                          
III
 PAOLA DI SABA
Il breve percorso dall'automobile alla casa è affidato all'autista.
- Venga, prego. L'aiuto io. -
Cortile, aia, giardino, spiazzo che sia, il fondo è in ghiaia. Dopo qualche metro, sempre sorretto dal gentilissimo chauffeur, salgo un primo gradino basso, di pietra o di cemento.
Altri tre passi ed inizia una serie di scalini, tre più un quarto poco distante, che dovrebbe già essere la soglia.
L'interno è fresco e odoroso di fiori appena recisi e questo mi dice che la casa, villa, palazzo, cascina o castello, possiede un giardino ben curato (sarà poco, comunque è già un indizio).
La fascia nera, sopra la ferita, mi causa un bruciore fastidioso, ma ormai non dovrebbe mancare molto.
Quando la porta viene richiusa alle nostre spalle l'uomo mi toglie con delicatezza la benda.
- Voglia attendere qui, per cortesia. -
Rimango solo. Anche le due belle compagne di viaggio sono sparite improvvisamente.
La sala d'ingresso è oscurata, ma non buia e la luce attenuata dagli scuri socchiusi di due finestre ai lati della porta d'entrata, mi permette di vedere l'ambiente, arredato con gusto ed eleganza, con mobili antichi e sobri ai quali i fiori freschi e le suppellettili tolgono eccessi d'austerità.
Un ampio tappeto persiano è al centro della stanza.
Non è che un vestibolo, una sala d'attesa, ma non ci sono sedie, perciò attendo in piedi, né mi dispiace; dopotutto sono stato comodamente sdraiato per due ore...
I minuti trascorrono in questo silenzio ricco di profumi naturali e di penombra.
La bellissima donna bruna mi manca già, lo ammetto. Stava seduta come una regina, sopra di me, distaccata da tutto come se il mondo intorno a lei fosse stato fatto per servirla, per appagare i suoi più segreti desideri, per farlo sempre, senza che lei debba chiedere e io, che un'ora prima ero pieno di me stesso, sicuro, consapevole della mia posizione di privilegio sugli altri, uomo in piena carriera ma mai abbastanza sazio, mai abbastanza contento, nel vederla ho sentito venire meno il mio coraggio, l'impudenza e la sfacciataggine delle quali ho fatto mestiere, la superbia di cui mi so capace e poco dopo mi sono ritrovato sotto i suoi piedi come una cosa iniqua, da schiacciare, da ignorare, come un tappeto di pelle avvolto da poca stoffa, un involucro di carne viva sopra il quale lei può permettersi di poggiare le suole delle sue scarpe eleganti e griffate senza guardare in giù, un cuscino umano che la bella dominatrice può far sanguinare come e quando vuole, quasi che il sangue, il mio, sia lo scarto di ciò che le appartiene.
Tocco la piccola ferita per farla bruciare, così che il lieve dolore mi riaccompagni al ricordo di lei.
E' in questo momento che la porta in fondo alla sala d'aspetto si apre.
Una giovane donna dai capelli castano chiari, ondulati, sciolti e lasciati morbidamente cadere fin sopra i seni tondi e sporgenti, appare alla luce discreta del mio luogo d'attesa.
Indossa ben poco: calze nere, probabilmente in seta, reggicalze di pizzo nero e scarpe di pelle amaranto, scollate, tacchi cromati e punte sottili.
Il resto è a nudo, ed è un nudo perfetto come se l'avesse scolpito il Canova.
Al guinzaglio tiene un giovane uomo dalla muscolatura possente; egli sta con le mani e le ginocchia a terra, guarda in basso e non si muove.
- Si accomodi, dottor D'Adua. - Dice la donna.
Vado verso di lei come un paziente sotto ipnosi, rigido per qualche resistenza inconscia e quasi del tutto privo di volontà.
Entro in una stanza completamente buia, della quale distinguo soltanto il pavimento in cotto rosso.
La poca luce che penetra dalla sala d'aspetto illumina una sola poltrona in pelle scura, all'inglese.
- Si sieda, dottore. La Signora arriva subito. -
La donna si porta a meno di quattro metri da me, affiancata dal suo poderoso animale che cammina a quattro zampe, nudo.
Quando lei si ferma e si gira verso la mia poltrona, l'uomo si pone di traverso, immobile come una scultura di pietra.
Il guinzaglio di pelle è sottile e lo è anche il collare.
Penso che una massa di muscoli come quella potrebbe spezzarlo in due con la forza delle sole mani, uno strappo e via! Niente di più.
Ma il giovane dal corpo erculeo non lo farebbe mai, è chiaro. Dev'esserci qualcosa di ben più potente che lo costringe alla sottomissione, a tenere la testa bassa e gli occhi a terra, fissi sulle scarpe della sua conduttrice e non è certamente quel simbolico laccio di pelle congiunto al collare per mezzo di un piccolo moschettone; più verosimilmente è la mano della sua padrona, la grazia con la quale stringe il guinzaglio tenendolo teso come la corda di un'arpa, la seduzione del suo corpo nudo e dei pochi indumenti che indossa.
E' strano, ma davanti a questa scena insolita non provo alcun disagio!
Dal fondo della stanza buia si apre una porta e una splendida figura di donna si staglia sulla soglia; costei richiude l'uscio scomparendo ancora nell'oscurità e avanza lentamente verso di noi.
Nel medesimo tempo la prima, quella dai capelli castani, lascia cadere a terra il guinzaglio ed esce attraverso la stessa porta dalla quale mi ha fatto entrare, senza richiuderla, così che la poca luce proveniente dal vestibolo renda visibili me e il giovane dai muscoli potenti, che rimane immobile.
Mi alzo in piedi.
La nuova ospite mi raggiunge entrando nel cono di visibilità.
- Benvenuto, Dottor D'Adua. Sono Paola Di Saba. Si sieda, prego! -
Le stringo la mano masticando tra i denti un "buongiorno signora" quasi impercettibile.
Paola Di Saba è di una sconcertante bellezza: capelli biondi, lunghi e mossi sopra le spalle, viso dall'ovale perfetto, occhi chiari, azzurri, forse verdi, lineamenti precisi e delicati, seni solidi, eretti, pieni, gambe nervose, esatte, se così si può dire quando si finisce in penuria d'aggettivi.
- Vedo che ha già il segno dell'iniziazione, Dottor D'Adua... -
- Carlo. Mi chiami pure Carlo, signora... Quale segno? -
Paola Di Saba sorride.
- Allo zigomo, lì, sotto il suo occhio sinistro! -
Mi tocco, lo faccio bruciare... ricordo.
- Ah... questo! Niente di grave... un banalissimo incidente. -
- Già! Un incidente... Mi scuso per averla costretta a viaggiare in quel modo, Carlo, ma qui siamo piuttosto gelose della nostra intimità. Non amiamo i curiosi e gli invadenti. Spero che mi vorrà comprendere. -
- Certamente, signora. Non si deve scusare affatto. Il viaggio è stato comunque confortevole... -
- Immagino! - Interrompe lei. - Se intende dare inizio alla sua intervista, mi chiami pure Paola. Sarà più facile per entrambi. Si accomodi! -
Mi risiedo sopra la poltrona inglese.
Paola prende posizione sul suo trono naturale, la schiena possente del giovane uomo, immobile e forte come il marmo.
- Avevo un mazzo di fiori per lei, ma... -
- Rose rosse, sì, grazie. Davvero molto belle. Mi sono già state consegnate da Sebastiano. -
- Il suo autista? -
- Esattamente. -
Anche lei indossa ben poco: una camicetta azzurra, aperta fino alla fessura dei bellissimi seni, calze scure, velate, autoreggenti, sandali aperti, leggerissimi, soltanto tre sottili strisce di pelle rossa a cavallo delle dita, un'altra alla caviglia e, immancabilmente, tacchi altissimi.
Perfettamente a suo agio, seria ma serena, osserva con pazienza il mio silenzio.
Accavalla le gambe. Non posso vedere, né mi spingo a farlo, ma qualcosa mi dice che non ci sia altro, sotto la camicetta; né reggiseno, né mutandine.
Paola avverte il mio disagio e prende la parola.
- Prima di cominciare, Carlo, mi dica che cosa intende fare con questa intervista. -
- Niente che non abbia il suo benestare, innanzitutto. In verità non lo so ancora. Ho visto una tavola firmata da lei, a Roma; molto delicata... Complimenti, innanzitutto! -
- Grazie. Che cos'era? -
- Era un pastello, credo. Una figura femminile con una mela in mano, in perfetto equilibrio sopra la testa di un uomo coi polsi legati. Mi ha incuriosito, così ho cercato di rintracciarla... -
- Sì, ricordo quel disegno. Ne ho prodotti tre o quattro. -
- Stampe? Serigrafie? -
- No. Sempre originali. Stesso soggetto, ma ogni volta ridisegnato. Non amo i sistemi di riproduzione. Dequalificano il prodotto. Preferisco riproporre l'immagine, ma sempre nella sua unicità d'esecuzione. Prosegua, Carlo! -
- Sì... Come le ho detto, Paola, non ho un'idea precisa. Vorrei la sua collaborazione... magari vorrei poter vedere altre tavole, se fosse d'accordo. -
- Senz'altro. -
La Signora Di Saba chiama un certo Achille a voce poco più alta di quella che usa parlando con me. Una porta si apre e Achille, presumibilmente, fa il suo ingresso con una serie di cartelle in mano, raggiunge la donna, s'inginocchia ai suoi piedi e le porge il materiale.
- Ah, Davide... Dov'è Achille? -
- In applicazione, mia Signora. Sapevo che avrebbe chiamato, così sono rimasto in atelier. -
- Bravo. In applicazione con chi? -
- Con Rea, mia Signora. -
- Va bene, Davide. Dalli al dottor D'Adua. -
L'uomo bacia il piede di Paola, non quello della gamba accavallata, che mi sarebbe parso più comodo, più a portata, bensì l'altro che poggia a terra. Si rialza, si avvicina a me e mi porge le cartelle ma, naturalmente, non s'inginocchia.
- Prego, dottore. -
- Grazie. - Prendo i disegni e me li appoggio sulle cosce.
Confesso a me stesso di essere spiazzato, stupito e leggermente sconvolto.
La gentilezza, la cortesia e nel contempo la signorile dignità di questi uomini, nonostante tutto, mi sorprende.
L'autista, il giovane dal corpo vigoroso sopra il quale Paola Di Saba sta seduta, questo Davide in cravatta e camicia che si prostra ai piedi della sua padrona con la più totale naturalezza, che le bacia il piede per semplice etichetta, mi tolgono la capacità di giungere a qualche conclusione scontata.
Non sono servili; sono educati a servire.
Ho l'impressione di vivere in un altro mondo, in un tempio matriarcale dove le cose che accadono, accadono per consuetudine e normalità, come se fossero d'ordinaria amministrazione.
Questa non è una casa, e tanto meno uno studio grafico; è un regno. Il Regno di Saba!
Prendo tempo. Apro le cartelle e le osservo con calma.
I disegni sono molto belli: difficile descriverli uno per uno.
Spero che Paola mi vorrà concedere di pubblicarne alcuni in modo che tutti possano capire quello che penso, che provo e che vedo.
Innanzitutto le tavole sono per la maggior parte a punta di pastello ben temperato, di tratto fine, anche se le carte talvolta sono spesse e ruvide come quelle destinate ai colori ad acqua.
I lavori sono realizzati da mano paziente e sicura, meticolosa, attenta ai particolari.
Noto, inoltre, che fra tante figure femminili due sono più spesso ripetute: la donna bionda che soventemente è ritratta assomiglia a Paola, mentre la seconda è quasi certamente la splendida bruna ai cui piedi ho viaggiato per due ore.
Uno dei disegni le ritrae insieme, sedute sulle schiene di due uomini. La composizione è chiasmica, ovvero: la donna che credo sia Paola Di Saba poggia i piedi sulla testa dell'uomo sopra il quale è seduta la bruna, mentre quest'ultima permette al maschio che sostiene la bionda di leccarle la punta dello stivale.
Feticismo, un certo sadomasochismo, azioni di dominanza femminile, ma senza eccessi, senza pellami e lattice, senza la pesantezza più spesso volgare delle imbracature di cuoio, dei cappucci, delle pesanti catene, degli strumenti di tortura o quant'altro, oggetti di sottomissione apparentemente coercitiva.
Le donne indossano con disinvoltura indumenti intimi, scarpe dai tacchi alti, talvolta stivali, vestiario elegante, fine, ma niente che non sia vicino alle cose di tutti i giorni. Gli uomini sono nudi oppure vestiti normalmente, sono legati da corde senza nodi inestricabili, o vengono tenuti a guinzagli esili e lunghi come quello che porta al collo il "sedile" di Paola.
C'è raffinatezza in tutto quello che vedo: forse c'è dolore, ma non violenza, se non in pochissimi casi dei quali, senz'altro, chiederò spiegazione alla Signora Di Saba.
Devo farmi coraggio ed entrare nel vivo dell'intervista.
- Sono molto belli, Paola. Sono alquanto diversi da ciò che si vede solitamente. Alludo per esempio ai disegni di Stanton, per citare uno dei più famosi disegnatori erotici del mondo. Oppure ad un altro autore, contemporaneo, un italiano del quale non ricordo il nome, un emergente, con soggetti di evidente feticismo, di adorazione del piede femminile, ma sempre un po' troppo camuffati da un che di parodistico, di gioco a rimpiattino, tesi a non dare esiti precisi... Intendo dire, né di qua né di là! I giapponesi si limitano a sfruttare banalmente le figurine stereotipate dei giochini virtuali: caramelle d'infima qualità. Stanton è senz'altro più chiaro, più autentico, più artista, ma rimane sempre imbrigliato nel fumetto erotico, di tutto rispetto, ovviamente, ma sempre fumetto resta. Qui c'è più sostanza: ogni tavola è in sé completa e non ha bisogno dell'apporto di un'altra, per essere raccontata. Lei, Paola, è decisamente più esplicita, più diretta, più... disinibita? -
- I prodotti grafici che escono da qui sono semplici oggetti di comunicazione. Non invento le scene: le detto. Raccontano quello che normalmente accade durante la giornata. Per questo, forse, sono più espliciti. -
La risposta mi sorprende: quello che vedo su queste tavole, accade normalmente? Cerco di guadagnare tempo.
- Ma... se li intende come mezzi di comunicazione, perché rifiuta le tecniche di riproduzione più comuni? Perché non vuole che siano più ampiamente divulgati? -
- Beh, Carlo... è una domanda strana, da parte sua! Dovrebbe capirlo da solo. Non faccio comunicazioni alle masse. Sono messaggi diretti soltanto a quanti possono comprenderli, perciò ne curo la qualità insieme all'autenticità: un individuo, un messaggio. -
Vero: avrei dovuto pensare un po' di più, prima di porre la domanda. Quello che sto sperimentando oggi non ha precedenti. Né avrei incontrato tante difficoltà per avere un appuntamento, se l'intenzione di Paola fosse stata quella di allargare l'area di ricezione dei suoi prodotti...
- Ha ragione, mi scusi... Posso chiederle che cosa significa che... che Achille, mi pare che si chiami così, che Achille è in applicazione? -
Paola si accomoda meglio sulla schiena del suo trono personale, stende le belle gambe incrociando le caviglie e a braccia tese poggia le mani sopra l'enorme schiavo, la destra sulla spalla, la sinistra sulla natica: l'uomo non muove un solo muscolo.
- Innanzitutto è bene chiarire un punto che forse prima le è sfuggito, Carlo. Quando ho affermato che non invento le scene, ma le detto, intendevo fra le altre cose dire che non disegno, ma firmo. Sotto di me ci sono due disegnatori che vengono dalla stessa scuola, quindi abbastanza simili per tecnica. Uno è più portato verso le figure femminili, l'altro ha maggiori capacità d'impaginazione e una buona mano nel disegnare oggetti o immagini simboliste. In breve, si compensano. Non sempre, però, ottengono il risultato che desidero. A questo punto io o una delle mie compagne li mettiamo sotto applicazione, ovvero gli facciamo vivere in prima persona quanto dovranno in seguito eseguire graficamente. Tutto qui. -
- Già, tutto qui... -
Una simile risposta non me l'aspettavo; va oltre la mia capacità d'immaginazione e oltre i miei più nascosti "desiderata".
- Vorrei farle una domanda alla quale, Paola, può legittimamente non rispondere. -
- Prego! -
Mi carico di sicurezza, respiro a fondo.
- Che genere di considerazione ha, degli uomini? -
Paola ride e sembra divertita. Ha un sobbalzo e ricade pesantemente sopra la schiena del suo schiavo, come avrei potuto fare io sopra il robusto cuscino di questa poltrona inglese. L'uomo non ha fatto la minima piega.
Che bestia! Penso. Deve avere gambe e braccia indistruttibili come colonne di granito; è lì da almeno mezz'ora e quasi sembra che non respiri, che non ne abbia bisogno!
Paola ora si siede di traverso, sopra le spalle di lui, e solleva le gambe appoggiandogliele sui glutei.
- Non se la prenda se rido, Carlo! Era una domanda talmente ovvia che me l'aspettavo, sì, ma all'inizio dell'intervista! Invece è arrivata adesso: un po' in ritardo ma, inesorabilmente, è arrivata! Va beh, gli uomini? Li apprezzo! Non sempre li amo ma li apprezzo. Se questo può toglierle ogni dubbio, Carlo, le dico che sono totalmente eterosessuale e che non me ne faccio un problema, ovviamente. Quando mi va li uso anche per l'amore, nel modo più comune, intendo: amplesso tradizionale, ma sopra ci sto io, e loro fanno quello che dico io. Era questo, che voleva sapere? -
- Sì, no... beh, anche! Ma le chiedevo... Che considerazione ne ha, come li giudica... -
- Li giudico per quello che sono, a seconda di quello che sono! Perché me lo chiede? -
- Temo di essermi espresso male, Paola. Voglio dire... li giudica suoi pari o inferiori a lei? -
Paola mi fissa per qualche istante, riflessiva.
- No, non giudico nessuno per generalizzazioni o per assiomi. Rispetto alle donne gli uomini sono più abili in talune cose e meno in altre. Ogni singolo uomo, inoltre, è diverso, ha in sé qualcosa di eccezionale, di unico, e qualcosa di banale. Gli uomini esistono a compensazione dell'esistenza delle donne, e per nient'altro. Non li considero inferiori, benché lo siano di fatto, ma semplicemente subordinati. Non li umilio per principio o per vendetta, sia chiaro! Non ho battaglie bibliche, anzi prebibliche, da portare a termine. Li lascio essere come sono, cioè sottomessi alla donna. -
- E questo non è già un assioma? -
- Se lo è, è l'unico. - Risponde lei sorridente e maliziosa.
Senza riflettere, sfodero tutto il mio orgoglio di maschio.
- Ne è così certa, Paola? - Chiedo con tono di sfida. - Non crede di esagerare un po'? Non crede che l'uomo sopra il quale lei siede comodamente potrebbe spezzarla come un giunco? -
La Signora Di Saba fa scivolare le sue splendide gambe a terra e si pone di rimpetto a me lanciandomi un'occhiata fulminante.
- Quest'uomo ha la forza di un bisonte, Carlo! Potrebbe spezzare sia me che lei insieme, uno per braccio! Solo che lei morirebbe, mentre io no. -
Ironizzo. - E a cosa si dovrebbe un tale miracolo? -
- Lo si deve al fatto che io sono Paola Di Saba e lei è soltanto un uomo. Mi perdoni se sono così schietta; non intendo offenderla. I muscoli sopra i quali sto comodamente seduta, Carlo, non agiranno mai contro di me. Non possono: non appartengono a lui, ma a me. Sono cosa mia! Semmai agirebbero contro di lei, amico mio, se lo ordinassi. Costui, se solo lo voglio, mi porgerebbe la gola e io potrei schiacciargliela sotto il tallone fino a soffocarlo: non reagirebbe. Si lascerebbe uccidere. Capisce? -
Rido.
- Questa è bella! Ma come può affermarlo? Ci ha provato? -
Paola non sembra aver gradito la mia risata; il suo bel viso da regina del Regno di Saba immediatamente s'adombra.
- Ovviamente, Dottor D'Adua! Nessuno degli uomini che sono al nostro servizio è sfuggito ad un certo collaudo! Qui non entra chiunque; qui entrano soltanto quelli che noi decidiamo di fare entrare, dopo averli attentamente e severamente selezionati, a loro rischio e pericolo. Gli scarti non arrivano nemmeno al cancello più esterno di questa casa! Non le è già parso abbastanza evidente? Vuole vederlo con i suoi occhi? -
- No, lasci stare. Non mi sembra il caso... (la curiosità è forte e m'invade come un morbo; dopotutto è stata lei a lanciarmi questa sfida!)... Anzi, perché no? Diciamo che questo non farà parte dell'intervista. Dal momento che l'invito è venuto da lei, in questo caso, e che io continuerei a non crederle, se non me lo provasse... sì! Vorrei proprio vederlo con i miei occhi! -
Certo di averla messa in difficoltà, mi accomodo meglio sulla poltrona.
Paola si alza in piedi. Immediatamente il colosso si stende sulla schiena, si sdraia a terra e le porge la gola.
La donna gli gira intorno, va dietro di lui in modo che io possa guardarla frontalmente e senza togliersi la scarpa gli appoggia il piede sinistro sulla gola.
Il pomo d'Adamo dell'uomo s'incastra sotto l'incurvatura del sandalo rosso, alla base del fiosso.
L'estremità di Paola sembra una piccola cosa elegante, sopra il collo taurino del maschio...
Lei attende alcuni istanti, mi fissa negli occhi, forse a volermi dire - sei ancora in tempo per ripensarci - ma io mi sento stregato da quest'immagine di donna conturbante, sensuale e bellissima che tiene sotto il suo piede delicatamente velato di seta scura un poderoso e quanto mai inerte esemplare di uomo.
A questo punto Paola, sempre fissandomi negli occhi, inizia a schiacciare la gola del giovane, e spinge... spinge...
Non lo guarda nemmeno: tiene i suoi splendidi occhi fissati, con severità accusatoria, dentro i miei.
Poco dopo sento il rantolo della vittima e vedo il suo volto diventare erubescente, violaceo, vedo gli addominali tendersi, ma le braccia, le sue enormi braccia da lottatore non si muovono da terra, restano distese lungo i fianchi, non lo difendono. Anche la sua erezione è allo stremo, enorme e proporzionale alla massa dei suoi muscoli.
Non ha più ossigeno, è paonazzo e gli occhi scompaiono verso l'alto, sotto le palpebre vibranti: agonizza, ma non cerca scampo, non chiede pietà, rantola e si lascia soffocare, come se sapesse già che prima della morte, una morte esemplare, perderà i sensi e poi... e poi non sentirà più niente: si sacrificherà per devozione verso la sua padrona e a causa della sciocca, morbosa curiosità che mi ha spinto ad una sfida inutile, oltreché già perduta...
Mentre tutto questo accade lei, la Signora Di Saba (adesso so che lo è davvero), non guarda mai a terra, come se ciò che giace e muore sotto il suo bel piede non abbia il minimo valore.
A questo punto ho paura; paura di attendere, di desiderare troppo.
- Basta, Paola! Le credo... le credo! Lo lasci vivere, per carità! Mi sentirei colpevole... la imploro! -
Senza togliere il piede la donna allenta la pressione lasciando al giovane il tempo di riprendersi e di riossigenare i polmoni prima di rialzarsi.
Finalmente lo guarda; quando vede che la sua respirazione è ritornata normale, gli libera la gola e ritorna davanti.
Immediatamente l'uomo recupera la precedente posizione e la fa sedere.
Ora che vedo del giovane e possente servo di Saba l'altro suo profilo m'accorgo che il tacco di Paola gli ha aperto una lunga e sottile ferita poco sopra il collare: il sangue, lentissimo, giunge sotto la gola e qualche goccia ogni poco cade a terra.
Paola continua a fissarmi con severità.
- Si ritiene soddisfatto? -
C'è un chiaro tono d'accusa nella sua voce. Temo di aver perso parecchi punti a mio favore, se mai ne ho avuti.
- Le chiedo scusa, Paola. Non volevo arrivare a questo. No, non mi ritengo soddisfatto. Sono assolutamente... sconcertato! -
- Va bene, è scusato! - Risponde lei accarezzando la testa del giovane come si fa con un cane da combattimento, dopo averlo messo a dura prova, tra la vita e la morte.
- Sì, sono sconcertato! Ma... come arrivate a... a costringerli ad una sottomissione così, come si può dire... così definitiva? -
- Guardi che qui non c'è alcuna costrizione, Carlo! Ognuno di loro, se lo desidera, può andarsene come e quando vuole! Il fatto è che nessuno di loro lo desidera. La sconcerta anche questo? -
- Sì, parecchio... Intende dire che si sottomettono a lei, a voi, per libera scelta? -
- In un certo senso, sì. Un uomo che entra in questa casa non viene costretto a sottomettersi per forza o per mezzo di strumenti da psichiatria criminale. Si rassegni, Carlo! Non ci sono trucchi né magie! Una volta entrato, un uomo si sottomette naturalmente, sia a me che alle mie compagne. Nient'altro! -
- Che cosa vuol dire "naturalmente"? -
Paola sospira, per farmi capire che sto solo fingendo di non capire, ma che ho capito benissimo.
- Vuol dire, Carlo - riprende lei con pazienza - che la loro è più che una sottomissione: è un'ammissione d'inferiorità, di subordinazione, o di dipendenza, se preferisce. E questo, le ripeto, è del tutto naturale. -
Ho capito, lo ammetto a me stesso, e so che a questo punto devo crederle ma in qualche modo temo l'uscita dall'argomento, perché non so dove potrebbe portarmi l'altro.
- Ma, Paola... nessuno si è mai ribellato? -
- Nessuno. Nemmeno lei! -
Stoccato, lo riconosco.
- Che cosa c'entro io? -
Paola mi guarda quasi con compatimento.
- Lei si è ribellato, Carlo? -
Fingo di non capire.
- E a che cosa, scusi, mi sarei dovuto ribellare? -
- Al tacco di Rea, per esempio. -

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25 agosto 2014 1 25 /08 /agosto /2014 06:36

In buona fede (Shovel Ready). Un romanzo hard boiled futuristico e cyberpunk, opera narrativa prima di Adam Sternbergh(Maurizio CrispiIn buona fede (titolo originale: Shovel ready, nella traduzione di Stefano Bortolussi), opera prima di Adam Sternbergh, giornalista e sceneggiatore (Piemme, 2014) é un grande romanzo stringente, visionario, ambientato in una New York post-apocalittica, divenuta un'enclave di degrado in cui tutto è possibile e dove uccidere e sbarazzarsi di qualcuno è molto facile specie si hanno a disposizione i servigi del "netturbino" Spademan. che, nella sua vita precedente, faceva veramente il netturbino prima che gli eventi gli portassero via la moglie amata e lo rendessero cinico.Riceve molte commissione ed esegue egragiamente il suo lavoro, risparmiando ad altri la fatica e l'imbarazzo di doversi sporcare le mani. E, inoltre, come ex-spazzino ha facile accesso agli inceneritori e quindi - per un congruo compenso - il nostro Spademan provvede a tutto dalla A alla Z. Per lui l'uccisione é anche smaltimento delle scorie. Un'attività che fa solo per denaro: nulla di personale.
Ma con l'ultima commissione che riceve le cose non vanno nel loro modo consueto. Persephone, la giovane donna che ha avuto l'incarico di uccidere, riserba delle sorprese e Spademan nel corso della vicenda si troverà costretto - moralmente ed emozionalmente - a cambiare registro di operatività e obiettivi, mentre si ritrova a percorrere - inevitabilmente - i passaggi disastrosi e dolorosi della propria vita, in cui la perdita della moglie e l'inizio deldegrado della metropoli si sono trovati ad essere in qualche modo coincidenti.
E' vero! Come annuncia il risguardo di copertina, il romanzo è un vero e proprio hard boiled, nel modo in cui sono costruiti i dialoghi, semplici essenziali, scambi verbali a raffica tra un interlocutore e l'altro, intercalati da pensieri e di riflessioni, tipici dei protagonisti delle storie di Raymond Chandler, capostipite del genere.
Ma - nello stesso tempo - il romanzo deve molto alle atmosfere cyberpunk, uno dei filoni più evoluti della SF cotemporanea e in costante trasformazione, poichè il "futuribile" è contenuto sempre più negli sviluppi e nelle aberrazioni della Rete.
A tutti gli effetti, a mio modo di di vedere - si può considerare un romanzo cyberpunk in stile hard boiled, grazie alle numerose incursioni nella "limnosfera" il luogo virtuale in cui ciascuno si può rifugiare, facendoselo plasmare secondo i propri personali desideri (o perversioni).
L'ingegnosità dell'intreccio sta anche in questa sapiente distribuzione dell'azione che rimbalza dallo scenario virtuale a quello reale o viceversa, con degli impensabili punti di contatto.
Ma non mancano nemmeno degli elementi di riflessione sociologica su questi scenari che potrebbero essere quelli di una grande metropoli in declino e non più "abitabili", mentre le realtà virtuali con le loro seduzioni divengono un'alternativa gradevole, desiderata (o, in una naturale evoluzione, bramata con la stessa forza delle addiction), sino a creare un popolo di "limnomani", cioè di individui che hanno rinunciato a vivere nella realtà, preferendo ad essa il chiuso della propria realtà virtuale come accade con gli  Hikikomori, quei giovani adolescenti giapponesi che rifiutano per anni di uscire dalla propria stanza e di abbandonare il collegamento ad internet come unica porta verso il mondo (virtuale).
E' annunciato nelle soglie al testo che sono stati acquistati i diritti per la trasposizione cinematografica del romanzo, con Denzel Washington tra gl interpreti.
Ebbene, sono davvero molto curioso di vedere che cosa ne verrà fuori.
Indubbiamente il romanzo mi è piaciuto, e molto.

 

(Dal risguardo di copertina) New York. I taxi girano ancora, ma senza meta. Le persone vivono ancora le loro vite, ma sanno che è tutto finito. Perché dopo i fatti di Times Square, la città è diventata un’altra cosa. Qualcosa di vuoto, e di invivibile. In quel vuoto, qualcuno resiste. Come Spademan. Si fa chiamare così, ma non è il suo vero nome. Di professione faceva lo spazzino, ma adesso spazza via un tipo diverso di immondizia. Adesso, uccide. Senza fare domande e senza dare risposte. Per soldi, niente di personale. D’altra parte, è quella l’unica cosa che conta ancora: perché se sei ricco puoi lasciare l’inferno di Manhattan e rifugiarti nella limnosfera, un paradiso in terra del tutto virtuale. Eppure, quando gli viene chiesto di uccidere la figlia di un ricco predicatore, Spademan si troverà per la prima volta di fronte a un dilemma che non aveva messo in conto. E scoprirà che forse, nel mondo imbarbarito dov’è costretto a vivere, ci sono altre cose che contano ancora. Un romanzo visionario, tagliente, che ti si conficca nel cervello come un proiettile. E lascia il segno.

In buona fede (Shovel Ready). Un romanzo hard boiled futuristico e cyberpunk, opera narrativa prima di Adam Sternbergh(Presentazione dell'edizione in lingua originale) The futuristic hardboiled noir that Lauren Beukes calls "sharp as a paper-cut" about a garbage man turned kill-for-hire.
Spademan used to be a garbage man. That was before the dirty bomb hit Times Square, before his wife was killed, and before the city became a blown-out shell of its former self.
Now he's a hitman.
In a near-future New York City split between those who are wealthy enough to "tap in" to a sophisticated virtual reality, and those who are left to fend for themselves in the ravaged streets, Spademan chose the streets. When his latest client hires him to kill the daughter of a powerful evangelist, he must navigate between these two worlds--the wasteland reality and the slick fantasy--to finish his job, clear his conscience, and make sure he's not the one who winds up in the ground.

Leggi il primo capitolo

Notizie biobibliografiche sull'autore. Giornalista, ha lavorato a lungo per il New York Times, e ha scritto anche per GQ e per il londinese The Times. Attualmente è responsabile delle pagine culturali del New York Times Magazine. Vive a Brooklyn. In buona fede è il suo primo romanzo, in corso di traduzione anche nel resto del mondo, e presto diventerà un film con Denzel Washington.

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22 agosto 2014 5 22 /08 /agosto /2014 09:52

Il Mistero di Edwin Drood (MED). l'ultimo romanzo di Charles Dickens rimasto incompiuto e con il suo mistero irrisoltoHo finito di leggere qualche mese fa la monumentale opera di Dan Simmons, Drood (Eliot), ho letto un breve saggio su Charles Dickens (Dickens, Eliot, 2013) scritto da Stefan Zweig (più che altro il testo rivisitato di una conferenza su Dickens, una cinquantina di pagine dense che si leggono velocemente e che inquadrano perfettamente Dickens nel contesto della sua epoca1) e ho sentito la necessità di completare la lettura dell'opera originale di Dickens a cui si ispira quella di Dan Simmons.
Si tratta de  Il Mistero di Edwin Drood (ovvero "The Mistery of Edwin Drood" che i Dickensiani chiamano semplicemente in acrostico "MED"), recentemente ripubblicato da Gargoyle (2013) inoccasione del duecentanario dela nascita di Dickens,  famoso per essere rimasto come opera incompiuta del famoso scrittore senza il conforto di appunti preliminare o note diaristiche da lui lasciate che potessero illuminare sul finale che egli aveva in mente..


Il giovane Edwin Drood, prossimo al matrimonio con Rosa, sparisce in circostanze misteriose. Lo zio Jasper, anch'egli innamorato della fanciulla, dà inizio alle indagini. Chi ha ucciso Edwin Drood? Oppure,é stato davvero assassinato? Una vicenda ricca di suspense, esotismo e personaggi equivoci, che coinvolge il lettore in un mistero che rimane insoluto, sfidandolo a trovare quel finale che non c'è mai pervenuto.
La storia è ambientata in massima parte in una piccola cittadina fittizia, non molto distante da Londra (non più di una quarantina di miglia, tre ore tra treno e carrozza), Cloisteham che, in realtà, nasconde la cittadina di  Rochester, dove Dickens nacque e trascorse la sua infanzia e il campanile della cui cattedrale, onnipresente nella narrazione di Edwin Drood, egli poteva vedere dal suo studio nella casa di Gadhill.


La storia è tutta qua. Un poliziesco (o mistery) che dir si voglia,in cui un personaggio (e nemmeno tanto simpatico) scompare (e non si sa se sia stato assassinato), a metà circa di ciò che Charles Dickens aveva già scritto al momento della sua morte. E non si sa nemmeno se Edwin Drood sia stato assassinato: semplicemente scompare senza lasciare traccia.
Il Mistero di Edwin Drood (MED). l'ultimo romanzo di Charles Dickens rimasto incompiuto e con il suo mistero irrisoltoMa Jasper, suo zio e tutore (per quanto solo di pochi anni più anziano), forse con un vigore eccessivo, sembra essere di quest'avviso e fa il solenne giuramento di consegnare l'assassino alla giustizia, opinioni e giuramento che, platealmente fa in modo che tutti possano udire e testimoniare successsivamente.
Lo stesso Jasper ha delle ombre e ha dei segreti, ma soprattutto - essendo innamorato della promessa sposa di Edwin (un segreto che, dopo la scomparsa di Edwin viene esplicitato) mostra di possedere alcune delle intemperanze comportamentali che, alla luce delle nostre conoscenze, attribuiamo allo stalker e all'innamorato patologico che si trasfoma in segugio assillante e aggressivo.
In più, è un consumatore di oppio e vive dei sogni "drogati" che, come ci annuncia lo stesso Dickens nel primo capitolo, aprirebbe la porta a stati dissociati di coscienza.

Quando il romanzo finisce, rimanendo tronco a poco dopo la sua metà il lettore resta con il fiato sospeso, perché nella sua mente hanno cominciato a configurarsi dei possibili scenari e quindi il suo più vivo desiderio sarebbe che l'autore possa essere giunto ad un'epicrisi, lasciando al riguardo degli appunti chiarificatori. Ed invece niente!
Dickens ha portato con sé nella tomba il segreto della soluzione finale.


Ma questa vivacità di intreccio (supportata dalla coralità dei diversi personaggi, disegnati con la consueta maestria non priva di tocchi di ironia) è stata sfidante nei confronti di molti che hanno tentato di trovare un grimaldello che condusse ad una possibile e verosimile conclusione. 
Tra questi, anche la rinomata coppia di scrittori nostrani Fruttero e Lucentini con il loro "La verità sul caso D." ci ha provato (mettendo in scena un convegno internazionale che si occupa di completare le opere non completate dallo scrittore o artista nel senso più lato, in una sezione del quale i maggiori investigatori della letteratura e della storia, appositamente invitati, si incontrano per discutere del caso "Drood" e per trovare - alla luce delle evidenze presentate - una soluzione plausibile e verosimile); per non parlare della schiera di cineasti che si sono cimentati nel tentativo di trasporre la storia in film, trovando di volta in volta una o l'altra soluzione al caso, o delle centinaia di opinionisti che sono stati aggregati tutti assieme con la denominazione di "droodisti".
 

Certo è che Dickens nella scrittura di Edwin Drood fu molto influenzato (quanto meno in termini di intuizioni creative) dal mistery epistolare scritto dal suo contemporaneo  Wilkie Collins (ed anche suo genero).
Dan Simmons con la sua opera monumentale "Drood" ha tentato appunto di raccontare nella forma di un romanzo (in uno stile volutamente "collinsiano") i retroscena nella vita di Charles Dickens e Wilkie Collins durante i due anni circa in cui Dickens portò avanti la stesura di Edwin Drood.
Quello di Dan Simmons è stato uno sforzo titanico: ne è risultata un'opera affascinante che getta una luce approfondita sulla vita dei due autori (ma anche sui loro tempi) e che approfondisce gli effetti distorcenti nel rapporto con la realtà del consumo cronico di oppio e laudano, sviluppando l'idea di azioni compiute sotto l'effetto di una personalità seconda, normalmente non visibile e la cui comparsa potrebbe essere in particolare facilitata dall'uso costante di oppio.

Dan Simmons non dice nulla di esplicito al riguardo della possibile conclusione del rmistero di Edwin Drood, ma lascia intuire un bandolo della matassa: una matassa in cui tutta la narrazione dickensiana è comunque pervasa dai "doppi" e dagli "alterego".

Il Mistero di Edwin Drood (MED). L'ultimo romanzo di Charles Dickens rimasto incompiuto e con il suo mistero irrisoltoNota al testo. A tutt'oggi quella di Stefano Manferlotti rimane la ricostruzione filologica di maggiore autorevolezza, per integrità e fedeltà al testo dickensiano. Si tratta della prima traduzione italiana in assoluto; redatta sulla base del manoscritto originale (attualmente esposto all'interno della mostra 'Dickens and London', in corso nella capitale britannica) e corredata di un apparato critico agile quanto prezioso, è arricchita in appendice del cosiddetto 'Frammento Sapsea' (quattro pagine in cui si introduce il personaggio di Mr. Sapsea prima della sua investitura a Sindaco di Cloisterham).

La storia più misteriosa che sia mai stata scritta” - come hanno commentato alcuni - è contenuta in quest'ultimo romanzo di Charles Dickens, che la morte gli ha impedito di terminare.
Decine di autori hanno cercato di mettere la parola fine alla storia di Edwin Drood risolvendo il mistero; altri hanno invece proposto rielaborazioni letterarie, in alcuni casi piuttosto riuscite, come nel Drood di Dan Simmons. 
Nel duecentesimo anniversario della nascita del grande scrittore inglese, un omaggio al suo genio e a tutti gli appassionati del genere.

(Commento in inglese, da internet) Dickens's final novel, left unfinished at his death, is a tale of mystery whose fast-paced action takes place in an ancient cathedral city and in some of the darkest places in nineteenth century London. Drugs, sexual obsession, colonial adventuring and puzzles about identity are among the novel's themes. At the centre of the plot lie the baffling disappearance of Edwin Drood and the many explanations of his whereabouts. A sombre and menacing atmosphere, a fascinating range of characters and Dickens's usual superb command of language combine to make this an exciting and tantalising story. Also included in this volume are a number of unjustly neglected stories and sketches, with subjects as different as murder and guilt and childhood romance. This unusual selection illustrates Dickens's immense creativity and versatility.

 

 

Leggi anche: Con "Drood" Dan Simmons cerca di dare una risposta al mistero che è rimasto dietro il romanzo incompiuto di Charles Dickens

 

 

 


(1) Stefan Zweig, Dickens, Eliot, 2013. Questa la presentazione del volume. È difficile comprendere pienamente cosa Charles Dickens abbia rappresentato per i suoi contemporanei. Forse solo un autentico "old Dickensian" poteva sapere con quale trepidazione gli inglesi aspettassero i fascicoli azzurri con le nuove puntate del "Circolo Picwick".
Basti pensare che la prima uscita fu stampata in quattrocento esemplari, la quindicesima in quarantamila. Quando Dickens lo lesse in pubblico, l'Inghilterra andò in delirio e le sale furono prese d'assalto. "L'effetto di un fenomeno letterario di tali proporzioni, sia dal punto di vista della diffusione che del coinvolgimento emotivo esercitato sul pubblico" scrive Zweig "può realizzarsi solo in concomitanza della presenza di due elementi perlopiù divergenti: la presenza di uno spirito geniale che riesca a inserirsi nella tradizione di un'epoca".
Pur annoverandolo, insieme a Balzac e Dostoevskij, tra i tre maggiori narratori ottocenteschi, lo scrittore austriaco non gli risparmia qualche bordata: "Soddisfatto nei confini della propria cultura nazionale, mai ha sentito l'esigenza di trasgredire la misura artistica, morale o estetica dell'Inghilterra. Non si pose come un rivoluzionario". Eppure, alla fine, all'"inesauribile poeta" che fu Dickens, Zweig perdona anche questo, perché; "...solo quando si detesta la stupida ipocrisia della cultura vittoriana si può valutare giustamente il genio di un artista che ha trasformato la più insignificante delle vite in poesia".

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20 agosto 2014 3 20 /08 /agosto /2014 19:47

Ne Il Volto Koontz ci sorprende e ci delude nello stesso tempo(Maurizio Crispi) Il Volto (The Face) di Dean Koontz  (Sperling&Kupfer, 2007, nella traduzione di A. Caminiti) è decisamente un bel romanzo: insolito espressione tra le tematiche di Koontz.
All'inizio, i temi e i filoni narrativi sono molteplici e non si sa dove si andrà a parare. Quel che certo è che Ethan Truman, ex-poliziotto e capo della sicurezza di una star del cinema hollywoodiano (Channing Manheim) che vive (quando c'è e non è via per impegni di lavoro) in una mastodontica e lussuosa villa a Bel Air (Los Angeles), è alle prese con una serie di misteriosi ed inquietanti pacchetti che un anonimo mittente riesce a recapitare alla superprotetta mansion, rimanendo ogni volta in incognito.
Mettendo assieme i cinque pacchetti recapitati, egli arguisce che sono veicolo di un'oscura minaccia nei confronti del suo datore di lavoro e, quindi, comincia ad indagare, coinvolgendo l'ex-collega Hazard Yancy il detective con il quale faceva coppia.
Nello stesso tempo viene messo in campo, un'eccentrico e malefico personaggio, tale Corky Laputa, seminatore di "caos" ed un personaggio della malavita, legato tuttavia ad Ethan da un vecchio rapporto di amicizia, Dunny (Duncan) Wisthler e la sua controparte (nonché mentore) il misterioso Typhoon.
Poi, c'è Fric (ovvero Aelfric) il figlio decenne (ma ben più maturo della sua età cronologica, precocemente adultizzato) del grande attore che è in pratica un padre "fantasma" poiché, sempre preso dai suoi molteplici impegni, lascia costantemente da solo il suo piccolo, accudito di tutto punto (dal punto di vista Fric, una ben magra consolazione, questa) dalla numerosa servitù.
Quindi, a partire da questi fondamentali personaggi si sviluppano in parallelo delle trame diverse, che vengono montate in successione diacronica, anche se - a volte - si tratta di azioni ed eventi che avvengono simultaneamente su diversi scenari.
Proprio per questo montaggio il romanzo è bello, interessante - per i suoi risvolti quasi nietzchiani - con questa figura di "seminatore di caos", personaggio apparentemente anarchista, ma in realtà semplicemente sadico e violento. In più, vengono introdotti temi basilari come quello della vita dopo la morte, elementi di angelologia e, in particolare, il tema dell'Angelo protettore, o relativi ad altri fenomenoi paranormali che alludono all'esistenza di un Aldilà o a di un Limbo, una sorta di terra di Nessuno tra il mondo dei vivi e quello dei morti, con relativi "fantasmi" che si manifestano nell'interfaccia, e così via: quindi, in questo romanzo, l'insolito sta anche in questa dimensione paranormale che si tinge di interpretazioni religiose proprie dell'ambito cristiano-cattolico, senza però giungere mai ad essere autenticamente perturbante.
Alla fine, tutto si chiude, rapidamente: una lunghissima preparazione per una conclusione in cui tutto (o quasi) deve poter tornare al suo posto in una maniera edificante.
Sì, i romanzi di Dean Koontz, a volte, vogliono essere pedagogici e vogliono proporre un lieto fine, in cui il disordine del Male viene addomesticato ed ingabbiato. Il bene trionfa, il Male ha la peggio. Dite la vostra che ho detto la mia.
Come in una favola per bambini, insomma.
E per potere arrivare a questo la narrazione dopo essersi distesa maestosamente in molte articolazioni possibili, si chiude a collo di bottiglia (o a coda di topo, direbbero altri).
E il Pathos della narrazione va a farsi benedire.
Ciò nonostante, devo dire che - anche senza l'orgasmo finale (della cui assenza si lamenta una commentatrice, riportata sotto) il romanzo me lo sono goduto (tra l'altro leggendolo in lingua originale) e mi sentirei di consigliarlo a chiunque volesse farsi un'idea completa dell'opera di Koontz.
 

 

(Dal risguardo di copertina) I pacchetti arrivano alla villa di Bel Air con una cadenza precisa, come le gocce d'acqua di una tortura cinese che non dà tregua. Tanto è misterioso il loro contenuto, tanto è certo il fatto che puntualmente ne arriverà un altro. Ed esattamente come in un film, le minacce che contengono aumentano la loro bizzarria a ogni consegna. Ma a capo del servizio di sicurezza della villa della star più famosa di Hollywood c'è Ethan Truman, un uomo abituato a guardare ben oltre la superficie..
 

 

(Il giudizio di una lettrice) I really want to like Dean Koontz. His writing is exciting and I'm turning pages with my heart pounding. I've only read a couple of his books and the endings all feel like he just stopped giving a shit right before. It's like having amazing sex and right before the end, he gets up to watch tv and eat potato chips.

 

Ne Il Volto Koontz ci sorprende e ci delude nello stesso tempoSu Dean Koontz. Acknowledged as "America's most popular suspense novelist" (Rolling Stone) and as one of today's most celebrated and successful writers, Dean Ray Koontz has earned the devotion of millions of readers around the world and the praise of critics everywhere for tales of character, mystery, and adventure that strike to the core of what it means to be human.

Dean R. Koontz has also published under the names Leigh Nichols, Brian Coffey, David Axton, Owen West, Deanna Dwyer and Aaron Wolfe.

Dean lives in Southern California with his wife, Gerda, their golden retriever, Anna, and the enduring spirit of their golden, Trixie.

Facebook: Facebook.com/DeanKoontzOfficial
Twitter: @DeanKoontz
Website: DeanKoontz.com

 

 

 

 

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19 agosto 2014 2 19 /08 /agosto /2014 06:49

La Mia Londra. Un viaggio attraverso piccole e grandi gemme londinesi nel segno di Samuel Johnson(Maurizio Crispi) Cosa posso dire di "La mia Londra", nuovo libro - fuori dalle usuali opere di nrrativa -  pubblicato per i tipi di Giunti editore (2014, Collana "Italiana") da Simonetta Agnello Hornby , siciiana che si è impiantata a Londra a partire dagli anni Sessanta?
Sicuramente che mi è capitato tra le mani, mentre  nella mia libreria preferita scartabellavo tra le novità esposte sul bancone e che sin da subito - prima ancora di sfogliarlo - ho deciso che l'avrei letto, benchè l'incontro con l'opera prima della stessa autrice ("La Mennulara") non avesse dato esito alcuno, nel senso che non fui capace di leggere il libro allora (forse dovrei riprovarci adesso).
Mi son detto, "Perfetto! Sarà il mio prossimo libro di lettura londinese: visto che sto a Londra, cosa potrà esserci di meglio che confrontarmi con un'altra persona - siciliana come me - che é vissuta e continua a vivere qui a Londra"?
E, in effetti, l'ho letto sin da subito con tanto entusiasmo, perchè offre in brevi sintetici capitoli non solo dei possibili percorsi di scoperta della capitale britannica, ma anche perchè fornisce degli elementi di conoscenza biografici su una siciliana che ha cominciato a vivere a Londra, dove poi ha anche lavorato da Avvocato,
Il volume, quindi si muove costantemente sul doppio binario della rievocazione biografica e dell'amarcord - soprattutto nella prima parte - e su quello della costruzione di una geografia di Londra in una serie di possibili e straordinari percorsi, sempre visti attraverso la soggettivivià della narratrice: per non parlare poi di tutte le circostanze in cui vengono offerte al lettore interessanti pillole sulla "britannicità".
Insomma, non si tratta di un semplice baedeker, ma di un diario che illustra intimi percorsi di conoscenza londinesi, molto personalizzati dallespecifiche preferenze dell'autrice e dai suoi ricordi.
Per uno che come me sta a Londra da pochi mesi soltanto è interessante mettersi a confronto, anche se - per semplice ubicazione geografica - io sono un "Eastender" e l'East End - per quanto interessantissimo sotto il profilo storico e delle cose interessanti da vedere e da sperimentare non fa troppo parte degli intinerari preferiti della Hornby.
Mi piace il confronto delle esperienze: e La mia Londra sin dall'inizio ho cominciato a leggerlo avidamente, anche perchè ho pensato che dalla sua lettura avrei potuto imparare qualcosa di nuovo e avere nuovi stimoli, così come il saggio di  Peter Ackroyd, I Sotterranei di Londra (Neri Pozza, 2014) era stato per me una preziosa fonte di informazioni e di curiosità sulla Londra sotterranea e, inevitabilmente, sul Tamigi e sui suoi affluenti tutti - al giorno d'oggi - non più visibili.
All'inizio sono stato davvero entusiasta, tant'è che ho cercato di mettermi in contatto con l'autrice per esprimere la mia ammirazione e il mio interesse. Cosa che, peraltro, spesso ho fatto con altri autori, ottenendo il più delle volte delle risposte, da quelle articolatissime ed entusiaste a quelle semplicemente garbate e cortesi.
Ecco cosa le ho scritto.

(Conversation started July 15, 7/15, 11:13am) Sto leggendo con grande piacere il suo "La mia Londra"... di cui apprezzo particolarmente l'intersezione tra il piano dei riferimenti personali (misurati) e quello delle notazioni londinesi incluse nella grande griglia di riferimento del pensiero di Samuel Johnson...

Vivo per il momento qui a Londra con mia moglie e con il mio secondo figlio che ha da poco fatto il suo primo compleanno.

Abitiamo nell'East End a pochi passi dal Watney Street Market.

Mi ritrovo in tante delle cose che Lei scrive su Londra anche se molte zone non le conosco granché: proprio perché Londra è davvero troppo grande per poterla conoscere tutte e noi siamo in fondo dei North Londoner...

Ma nella zona in cui vivo mi muovo a piedi con un raggio di azione di 2-3 chilometri e il fatto sorprendente é che ogni giorno scopro delle cose nuove, a volte grandi cose, per esempio i grandi docks e il modo in cui sono stati trasformati, e i canali spesso meta di lunghe passeggiate, ma più spesso piccoli dettagli, apparentemente insignificanti.

In queste piccole, quotidiane, scoperte (mi ritrovo spesso a passeggiare, perché mia moglie lavora, mentre io che sono in pensione mi occupo di Gabriel) sono aiutato dal mio occhio fotografico: amo molto fotografare e, a volte, scrivere dei commenti alle mie foto.

Molte delle mie impressioni londinesi le pubblico sul mio blog che si chiama "Frammenti e Pensieri Sparsi" (di cui accludo il link).

Sono di Palermo, dove ho vissuto e lavorato da psichiatra e psicoterapeuta per la maggior parte della mia vita, con l'eccezione di questo cambiamento, sopravvenuto di recente, come una nuova vita.

Confesso che non ho letto ancora i suoi romanzi pur avendo acquistato a suo tempo il primo (La Mennulara). A volte si arriva a leggere un autore, non perché il mercato dice di leggerlo, ma per altre vie, andando successivamente a ritroso nel tempo alla ricerca delle sue prime opere.

Nella mia ultima visita a Palermo, non appena ho visto il suo volume sui banchi della mia libreria di fiducia, l'ho preso immediatamente senza nemmeno sfogliarlo con l'idea di riportarlo a Londra con me, dove ho cominciato a leggerlo immediatamente, intersecandolo con altre letture in corso.

Come si potrebbe dire? Un amore a prima vista, come capita in modo speciale nei confronti di certi libri in cui ci capita di imbatterci.

Mentre scrivo queste parole, mio figlio dorme tranquillo. Al termine della mia lettura, avrò il piacere di scrivere una recensione al suo volume e di pubblicarlo sul mio blog, ovviamente che funge da contenitore delle mie modeste attività giornalistiche (mentre mi avviavo all'età della pensione come medico, ho acquisito i titoli necessari per entrare a far parte dell'Ordine dei Giornalisti, realizzando un ponte di collegamento - molto desiderato negli anni precedenti - con mio padre).

Spero di non averle sottratto troppo tempo, e la ringrazio comunque dell'attenzione.

Cordiali saluti

 

Devo dire -purtroppo - che la mia lettera, a tutt'oggi, è rimasta senza risposta, nemmeno la più semplice e garbata: questa assenza di risposta, mi ha portato a leggere ciò che mi restava del libro con un sottile velo di antipatia, poichè mi ha indotto a pensare che nelle sue scelte e nelle sue preferenze e nel modo di argomentare vi fosse - serpeggiante un modo di guardare alle cose con il naso un po' puntato all'insù, tipica di un modo di relazionarsi al mondo permeato di una certa aristocratica supponenza (malo dico in maniera assolutamente benevola) con una serie di piccole idiosincrasie ed inevitabili preferenze.

La Mia Londra. Un viaggio attraverso piccole e grandi gemme londinesi nel segno di Samuel JohnsonMa ciò detto, credo che il libro sia da leggere perchè conduce per mano in un affascinante viaggio in luoghi di Londra insoliti ed affascinanti e di questa molteplice città - ma anche dell'autentico spirito britannico -è un ottimo strumento di conoscenza.
Per la Hornby l'avere scritto questo volume è stato indubbiamente un grosso tributo d'amore alla Londra in cui ha vissuto per gran parte della sua vita e alla città che l'ha adottata, ma ha voluto e essere anche un tributo al pensiero e allo sguardo acuto di Samuel Johnnson che, arrivato a Londra da "straniero" e senza soldi, divenne nel corso del tempo il suo più acuto intellettuale e una delle menti più coltivate del suo tempo e forse anche nell'intero panorama della cultura britannica.
E' come se la Hornby, arrivata a Londra a 27 anni - esattamente alla stessa età di Johnson quando giunse nella capitale - desideri sottolineare che ogni percorso sia messo in forma dal pensiero stesso di Samuel Johnson, stabilendo di volta in volta una connessione tra il suo personale vertice di osservazione e quello di Johnson, letterato e pensatore: ogni capitolo infatti si apre con un suo aforisma appropriato.
Ma è soprattutto per dire che di Londra, benchè si pensi di conoscerla a fondo, non ci può mai stancare, perchè c'è sempre da scoprire qualcosa di nuovo e ci si può sempre imbattere in qualcosa che è capace suscitare meraviglia, interesse, curiosità.
"Per godersi Londra non c'è infatti alcun bisogno di essere un intellettuale, basta avere una mente aperta e curiosa. L'idea di Johnson é che qualsiasi cosa può suscitare interesse e stimolare l'intelletto, e dunque impedire il ristagnare, o l'evaporare, della riserva di curiosità naturale di un individuo. Osservare Londra e i suoi abitanti porta alla scoperta di piccole gemme segrete, che si offrono soltanto a chi sa cercarle e che mi hanno permesso di godere al massimo della mia città di adozione e di aumentare il godimento della vita in generale" (ib., p. 6).




(Dal risguardo di copertina) Simonetta Agnello arriva sola a Londra nel settembre 1963 - a tre ore da Palermo, è in un altro mondo. La città le appare subito come un luogo di riti e di magie: la coda nella fila degli aliens al controllo passaporti; l'autostrada sopraelevata diventa un tappeto volante. La paura di non capire e di non essere accettata forza impietosa il passaggio dall'adolescenza alla maturità. Diventa Mrs. Hornby. Ha due figli. Tutta una vita come inglese e come siciliana. Ora Simonetta Agnello Hornby può riannodare i fili della memoria e accompagnare il lettore nei piccoli musei poco noti, a passeggio nei parchi, nella amatissima casa di Dulwich, nel fascinoso appartamento di Westminster, nella City e a Brixton, dove lei ha esercitato la professione di avvocato; al contempo, cattura l'anima della sua Londra, profondamente tollerante e democratica, che offre a gente di tutte le etnie la possibilità di lavorare. Racconto di racconti e personalissima guida alla città, questo libro è un inno a una Londra che continua a crescere e cambiare: ogni marea del Tamigi porta qualcosa o qualcuno di nuovo per farci pensare e ripensare. Gioca in tal senso un ruolo formidabile la scoperta di Samuel Johnson, un intellettuale che vi arrivò a piedi, ventisettenne, alla ricerca di lavoro; compilò il primo dizionario inglese ed è considerato il padre dell'illuminismo inglese.

 

 

***

 

(La recensione di IBS) Di Simonetta Agnello Hornby conosciamo quasi tutto. Della sua storia familiare sappiamo attraverso i suoi romanzi più riusciti, ambientati tra Agrigento e Palermo, all’interno della sua famiglia di nobili origini. La sua passione per la cucina, invece, ha riempito le pagine dei suoi saggi e anche la sua attività di avvocato e giudice minorile è stata oggetto di attenzione da parte degli editori italiani. Il motivo è certamente la grande abilità di scrittura dell’autrice, capace di appassionarsi e appassionare di conseguenza il lettore anche sulle questioni apparentemente marginali della sua vita.
Mancava sullo scaffale un elemento, forse il più affascinante in tutta la sua vicenda biografica, che è la ragione per cui il suo italianissimo cognome, Agnello, viene seguito da quel misterioso “Hornby”. Sposata con un uomo inglese e residente a Londra da più di quarant’anni, Simonetta Agnello Hornby dedica queste pagine alla sua città di adozione e scrive un diario appassionato della sua permanenza a Londra che diventa alla fine quasi la biografia di una città e dei suoi abitanti.
Dal suo primo viaggio, nel 1963, subito dopo il liceo, per apprendere la lingua, fino al trasferimento nel 1972, quando decide di mettere su famiglia nella capitale britannica. L’unica città metropolitana d’Europa e la più civile e all’avanguardia di tutte le altre, è una città capace di ammaliare con il suo continuo e eterno trasformarsi. I giovani che approdano a Londra negli anni Sessanta e Settanta vestono e agiscono come una tribù metropolitana che non si stanca mai di stupirsi per tutto quello che li circonda. La Londra Vittoriana, quella Tudor e quella contemporanea si avvicendano senza soluzione di continuità, in un caleidoscopio di immagini che non possono lasciare indifferenti, soprattutto se si è una giovane diciassettenne appena arrivata dalla periferia del mondo.
Una fascinazione che l’autrice descrive in maniera magistrale, anche attraverso le parole del noto intellettuale illuminista inglese Samuel Johnson, che è uno dei suoi numi tutelari e che apre con una sua massima estremamente british tutti i capitoli di questo libro. Sono le sue parole a descrivere meglio l’esperienza londinese dell’autrice e di tanti altri giovani che ogni anno vi approdano, da sempre, come fosse la terra della libertà. “Quando un uomo è stanco di Londra, è stanco anche di vivere; perché Londra offre tutto ciò che la vita può offrire”.
In fondo basta solo superare quell’ostilità iniziale che ogni metropoli oppone al viaggiatore distratto. Simonetta Agnello Hornby scopre l’anima più nascosta della città e la descrive con grande partecipazione e intensità. Mano a mano che la narrazione prosegue però ci accorgiamo che la città cambia forma, da metropoli per studenti diventa la terra natale dei suoi figli, diventa una città elegante e accogliente, che offre tutte le comodità e le migliori occasioni per godersi la vita anche alle famiglie e ai professionisti affermati. I quartieri, le piazze, i musei sconosciuti ma anche le chiese e persino le strade nascoste tra i palazzi, vengono descritte sin nei minimi dettagli. Un libro che ci farà venire voglia di partire subito.

 

 

Nota biografica sull'autrice. Simonetta Agnello Hornby è nata a Palermo e vive dal 1972 a Londra, dove svolge la professione di avvocato dei minori ed è stata per otto anni presidente part time dello Special Educational Needs and Disability Tribunal. La Mennulara, il suo primo romanzo, pubblicato da Feltrinelli nel 2002 e tradotto in tutto il mondo, ha vinto i premi Alassio 100 libri, Forte Village, Stresa e Novela Europea Casino de Santiago. Con Feltrinelli ha pubblicato anche La zia marchesa (2004; “Audiolibri - Emons Feltrinelli”, 2011), Boccamurata (2007), Vento scomposto (2009), La monaca (2010), La cucina del buon gusto (con Maria Rosario Lazzati; 2012), Il veleno dell’oleandro (2013),  Il male che si deve raccontare (con Marina Calloni; 2013) e Via XX Settembre (2013). Ha inoltre pubblicato: Camera oscura (Skira, 2010), Un filo d’olio (Sellerio, 2011), La pecora di Pasqua (Slow Food, 2012) e La mia Londra (Giunti, 2014).

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17 agosto 2014 7 17 /08 /agosto /2014 08:34

Demenza Digitale. Il monito dello psichiatra tedesco Spitzer per mettere un freno all'introduzione di strumenti digitali nell'educazione scolastica

 

(Maurizio Crispi) Il documentatissimo saggio dello psichiatra tedesco Manfred Spitzer, dal titolo "Demenza digitale. Come la nuova tecnologia ci rende stupidi"  (nella traduzione di Alessandra Petrelli, Corbaccio, 2013), si legge con molto interesse poichè è un monito per mettere un freno all'introduzione di strumenti digitali nell'educazione scolastica e alla loro pervasività nelle nostre vite.
Spitzer ci avverte dei pericoli dell'uso eccessivo di media e giochi digitali e di tecnologie informatiche: e ciò non solo nei riguardi degli adulti che finiscono con il perdere delle competenze neuro-fisiologiche già acquisite e le cui funzioni corticali superiori si vanno atrofizzando, ma soprattutto nei confronti delle più giovani generazioni che non dovrebbero essere educate in alcun modo con l'utilizzo di tali tecnologie informatiche e con l'esposizione a media digitali: e ciò perché i loro cervelli (che rappresentzzione il substrato organico della mente) sono duttili e ancora in via di formazione e, quindi, proprio per questo più vulnerabili.
Quelle di Spitzer non sono semplicemente delle opinioni, ma scaturiscono da un'attenta - e non partigiana - rassegna della letteratura scientifica disponibile al riguardo, sino a comprendere i risultati delle più aggiornate richerche.
Demenza Digitale. Il monito dello psichiatra tedesco Spitzer per mettere un freno all'introduzione di strumenti digitali nell'educazione scolasticaPasso passo, attraverso una serie di appassionanti capitoli, egli demolisce una serie di falsi miti relativamente a concetti come l'essere "nativi digitali" o al cosiddetto "multitasking".
La difficoltà principale nell'accettare e nel condividere le sue tesi deriva dal fatto che i media diffondono relativamente a questi stessi concetti false e tendenziose notizie, il più delle volte espresse in modo elogiativo e celebrativo. Ma anche dal fatto che molti politici e governanti collusi con le multinazionali sostengono - per disinformazione, ignoranza o spesso per portare avanti malcelati interessi - la tesi che i media digitali e le tecnologie informatiche facilitino lo sviluppo della cultura e delle competenze intellettive, intellettuali ed operative degli individui più giovani, così come fanno - secondo l'opinione corrente i video-giochi.
E, sul fatto che, proprio a causa di ciò, si portino avanti provvedimenti per dotare le scuole di computer e di ogni tipo di supporto informatico, laddove il migliore sviluppo neurofisiologico lo si ottiene con le metodologie didattiche tradizionali che implichino l'uso delle mani, della voce, dello sguardo, il tutto in un ambito relazionale con persone fisiche.

E, del pari, senza dover ricorrere a semplicistiche ricette, la protezione dalla demenza nell'età adulta deriva dal continuare ad esercitare la mente il più possibile con metodi naturali, con attività svincolate dall'uso dei PC, con stimoli ricchi e variegati, con l'esercizio della memoria, e così via.
Il volume è costruito con rigore scientifico e dotato di un indice analitico che consente di andare alla ricerca di singoli concetti e di specifici nomi, e - come nei saggi scientifici - ciascuno capitolo è dotato di una premessa e di una conclusione che espone in maniera sintetica i punti salienti trattati in esso e i concetti essenziali e più stringenti che emergono dalle evidenze scientifiche riportate, il che rende possibile sia una lettura veloce per catturare gli elementi essenziali, sia una più attenta rassegna analitica con i riferimenti - ricchissime - alle diverse evidenze.
E' un libro che tutti dovrebbero leggere e che, soprattutto, dovrebbe essere conosciuto da quei politici - anche nostrani - che vorrebbero introdurre in modo massiccio l'uso dei PC (o tablet, secondo le più recenti evoluzioni) nelle scuole, con beneficio esclusivo dei produttori e dei fornitori di tali tecnologie, sia hardware sia software.
Tutti coloro che hanno dei figli piccoli che si accingono ad entrare nel la fase della scolarizzazione dovrebbero preoccuparsi di simili derive e prendere a cuore questo problema, non astenendosi dall'assumere posizioni ferme, laddove sia necessario.
Lo stesso Spitzer afferma nella sua introduzione al testo che una delle molle principali che lo ha spinto ad interessarsi in modo approfondito della questione è stato l'avere dei figli piccoli e l'avere sentito la necessità di proteggerli da evoluzioni didattiche nefaste.
Se non si pone rimedio - avverte - il rischio è quello di vedere nuove generazioni crescere con competenze intellettive ed abilità neurofisiologiche sempre più limitate, per non parlare dei rischi connessi all'obesità e alle addiction in genere che si presentano come sviluppi complementari all'utilizzo dei media informatici.
Secondo Spitzer, in sostanza, proseguire su questa strada ci condanerrebe all'involuzione rispetto alla nostra condizione di esseri pensanti e performanti.
 

 
(Dal risguardo di copertina) Senza computer, smartphone e Internet oggi ci sentiamo perduti. Questo vuol dire che l’uso massiccio delle tecnologie di consumo sta mandando il nostro cervello all’ammasso. E intanto la lobby delle società di software promuove e pubblicizza gli esiti straordinari delle ultime ricerche in base alle quali, grazie all’uso della tecnologia, i nostri figli saranno destinati a un radioso futuro ricco di successi. Ma se questo nuovo mondo non fosse poi il migliore dei mondi possibili? Se gli interessi economici in gioco tendessero a sminuire, se non a occultare, i risultati di altre ricerche che vanno in direzione diametralmente opposta? Sulla base di tali studi, che l’autore analizza in questo libro documentatissimo e appassionato, è lecito lanciare un allarme generale: i media digitali in realtà rischiano di indebolire corpo e mente nostri e dei nostri figli. Se ci limitiamo a chattare, twittare, postare, navigare su Google… finiamo per parcheggiare il nostro cervello, ormai incapace di riflettere e concentrarsi. L’uso sempre più intensivo del computer scoraggia lo studio e l’apprendimento e, viceversa, incoraggia i nostri ragazzi a restare per ore davanti ai giochi elettronici. Per non parlare dei social che regalano surrogati tossici di amicizie vere, indebolendo la capacità di socializzare nella realtà e favorendo l’insorgere di forme depressive. Manfred Spitzer mette politici, intellettuali, genitori, cittadini di fronte a questo scenario: è veramente quello che vogliamo per noi e per i nostri figli?

 

 

Di "Demenza Digitale" hanno detto

 

«Se c'è un libro che va letto, tra i tanti apparsi sulla questione della società digitale, è quello di Manfred Spitzer.» (Il Sole 24 Ore)

 

«L'analisi spietata di uno dei più noti e autorevoli studiosi della Rete» (La Stampa

 

«Dalla penna di uno dei più rinomati neuroscienziati tedeschi, si tratta di un documentatissimo saggio che vuole dimostrare come i media digitali siano pericolosi per la nostra mente e il nostro corpo» (Panorama

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15 agosto 2014 5 15 /08 /agosto /2014 06:33

Condominio R39. Un mistery esistenziale, un'avvicente opera prima di Fabio Deotto(Maurizio Crispi) Ho letto Condominio R39, opera prima di Fabio Deotto (Einaudi Stile Libero Big, 2014) in un fiato: l'ho trovato scritto con un montaggio incalzante in cui si alternano flashback sul prima dell'evento inspiegabile accaduto all'interno di quella che la cronaca subito definisce la "palazzina degli orrori" e sul dopo (le indagini e le situazioni che mano mano si chiariscono).


Tutto si svolge all'interno della palazzina milanese denominata "Condominio R39": quattro appartamenti, alcune vite di solitudini, di sofferenze e di speranze, fatte sostanzialmente di incomunicabilità: qui, al suo interno, si verifica un fatto drammatico ed inspiegabile, quando scoppia un incendio e tutti gli abitanti, più altri non residenti vengono trovati in coma, in gravi condizioni. A mancare all'appello è solo un bambino - Nicolò -, mentre la sua mamma manca momentaneamente all'appello.
Si attende che gli scampati all'orrore (o a qualsiasi cosa sia accaduta) escano fuori del coma per poter fornire qualche elemento che consenta di dipanare il bandolo della matassa in un mistero che sembra essere sin dall'inizio apparentemente insolubile.
Indaga un commissario di Polizia dal nome buffo, Enrico Pallino, cinico e e indurito per il fatto di dover custodire nel suo passato una brutta storia (che gli ha procurato il disprezzo perenne della moglie Bea il cui amore e la cui stima egli vorrebbe poter recuperare), cerca di risolvere pezzo dopo il puzzle e, per uno strano caso della sorte, anche il suo destino si interseca con quello degli abitanti della palazzina.
La storia di Deotto è - a mio modo di vedere - un mistery "esistenziale" in cui si intersecano elementi diversi, dalla riflessione alla corruzione di coloro che dovrebbero avere come compito precipuo quello di di indagare e proteggere, agli effetti nefasti del bullismo e della prevaricazione in ambito scolastico, al progressivo degrado dei valori della società, alla perdita del senso etico e dei valori morali, e all'inversione di tendenza delle leggi dell'evoluzionismo, sino ad alcuni aspetti dei movimenti giovanili dark e neo-gotici.
La trama avvincente si espande in molte storie e poi confluisce non in una, ma in molte soluzioni diverse legate a storie di vita che, momentaneamente, per una serie di fortuite circostanze, si sono intrecciate.
Non c'è una spoegazione univoca ed onnicompresiva: è l'assurdita della vita ad essere la prima protagonista e responsabile di tutto.
Una più che convincente opera prima.

(Nota editoriale, dal sito web Einaudi) Prendiamo quello che abbiamo: una palazzina nella periferia di Milano, quattro appartamenti, cinque inquilini in tutto. E dico cinque in teoria, eh. In teoria. Una madre e il suo bambino, un vecchio infermo, un’attrice nevrotica dal passato politico chiacchierato, una ragazza che lavora in un night club. La mattina di venerdí inizia come una qualsiasi mattina di marzo, passano nemmeno ventiquattro ore e abbiamo per le mani la tragedia. Alle 22.47 i volontari estraggono dalla palazzina cinque persone in coma e un ragazzo di ventisei anni in chiaro stato confusionale.I cinque comatosi vengono spediti al Niguarda, il ragazzo viene fatto rinvenire a suon di ceffoni davanti al tavolo degli interrogatori. Fine. Questo è quanto. Fatevelo bastare. Perché ora dobbiamo farci un’idea chiara.

«La mattina di venerdí 22 marzo è una mattina qualsiasi, alle 22.47 da una palazzina della semiperiferia milanese vengono estratte cinque persone in coma e un ragazzo di ventisei anni in stato confusionale».
Domanda: cosa è successo venerdì 22 marzo nel condominio R39 alla periferia di Milano? Ma anche: gli uomini riescono a comportarsi diversamente da un gruppo di cincillà a cui tolgono il cibo?
Il romanzo d’esordio di Fabio Deotto cerca di dare una risposta alla prima domanda in un congegno letterario a orologeria di 440 pagine che non dà scampo: l’indagine del commissario Pallino (Deotto, anche sotto tortura, si rifiuta di raccontare in pubblico da dove ha tirato fuori un nome del genere) si alterna con il racconto in diretta di un narratore (non si sa quanto affidabile) che lascia sapientemente sgocciolare a poco a poco le tessere color sangue del suo mosaico incollando il lettore alla storia, neanche le pagine fossero di carta moschicida.
Non saremo certo a noi a rovinarvi la lettura fornendo ulteriori particolari su cosa è effettivamente successo nel condominio R39 ma alla fine del libro – che da fuori sembra omaggiare Ballard ma in realtà ha come nume tutelare Henry Chinaski [una delle creature letterarie di Charles Bukowsky]- vi sarete fatti un’idea di cosa distingue un uomo da un cincillà, almeno nell’interpretazione di uno degli abitanti del condominio R39.
 

 

Al mattino era mattino ed ero ancora vivo. Forse scriverò un romanzo, pensai. E poi l’ho fatto. (Charles Bukowski, Post Office)
 

 

 

Sull'autore. Fabio Deotto è nato a Vimercate (MB) nel 1982. Laureato in Biotecnologie, scrive articoli, interviste e approfondimenti a sfondo scientifico e musicale per numerose riviste nazionali. Condominio R39, pubblicato da Einaudi Stile Libero nel 2014, è il suo primo romanzo.


 

Seguendo questo link si può leggere un estratto del volume.

 

 


(Marco Missiroli, Corriere della Sera) Deotto muove i fili della storia come un esperto burattinaio, facendo confluire gli scopi di ogni personaggio in un unico zenit esistenziale: possiede l'istinto ammanitiano de L'ultimo capodanno dell'umanità e di Ti prendo e ti porto via, quello dei funambolismi e della pietas, in cui il lettore si trova in mano un nugulo di destini che diventano uno. È un gioco di prestigio che mostra la vita com'è, variegata e a tratti miserabile. [...] Se Condominio R39 ha avuto una formazione lenta, la pubblicazione è stata fulminea. Einaudi ha deciso alla prima lettura. Il ritmo dinamitardo, il montaggio diabolico e la delicatezza sui personaggi è un colpo narrativo che scardina ogni dubbio. Merito anche della formazione scientifica dell'autore, che si riflette sulla geometria a matrioska del libro e nel pensiero che lo attraversa 
Per leggere il resto della recensione, segui questo link:http://archiviostorico.corriere.it/2014/febbraio/13/solitudine_abita_nel_condominio_co_0_20140213_1d78cf86-947c-11e3-85a3-d2f57b3a29a0.shtml

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11 agosto 2014 1 11 /08 /agosto /2014 16:48

Volevo vedere l'Aurora Boreale. Nei sogni e nei desideri, ciascuno di noi ha un'Aurora Boreale da andare a vedere

(Maurizio Crispi) Ho letto con immenso piacere il libro scritto di recente da Emanuela Pagan, Volevo vedere l'Aurora Boreale (ilmiolibro.it- Gruppo editoriale L'Espresso). Come ci sono arrivato? Dopo avere pubblicato la notizia della pubblicazione di questo volume nel mio magazine online di Sport, ne ho chiesto una copia all'autrice che conosco tra i miei contatti giornalistici, perchè - benchè nella vita faccia altro, è stata ricercatrice, adesso è insegnante - scrive di cose di corsa e fa anche un lavoro da addetto stampa di organizzazioni podistiche, ma soprattutto è una runner con buone prestazioni nella fascia amatoriale medio-alta.
Gliene ho chiesto una copia, perchè avevo voglia di leggere il libro di persona e poterne scrivere una mia recensione, scaturente da una conoscenza di prima mano.

Questo suo libro - come altre cose che Emanuela ha scritto e pubblicato - non è di argomento podistico: è una storia di vita,  in cui la protagonista che viene da una storia sentimentale fallita, attraverso le sue solitudini, riesce a ricostruire qualcosa, non senza passare attraverso lacerazioni e sofferenze, dubbi ed incertezze. ma così è la vita.

"Per giungere sulla vetta posta fuori dal bosco [di strade] se ne possono scegliere diverse: alcune molto lunghe, altre brevi, ci si può perdere e continuarea girare a vuoto per tutta la notte. Qualcuno ha posto le stelle come guida. Sono loro le epifanie. Si devono capire, bisogna saperle utilizzare come luceper scegliere quale passo faree in quale direzione. Chi non le vede prosegue a caso. Potrebbe essere fortunato e giungere egualmente a destinazione, oppure no" (ib., p.66).

La protagonista (di cui è la voce narrante) è Emma, una donna sola che, reduce da una separazione da un marito vanesio, ma non ancora risolta del tutto, cerca di ricostruire la sua vita, pezzo dopo pezzo.
Il racconto è scritto in prima persona.

Volevo vedere l'Aurora Boreale. Nei sogni e nei desideri, ciascuno di noi ha una sua Aurora Boreale da andare a vedereLa narrazione potrebbe anche essere un racconto autobiografico - forse lo è - ma io sono propenso a pensare che, per quanto Emanuela possa aver riversato nel breve romanzo sue personali esperienze, la storia sia un romanzo - in qualche misura un piccolo bildungsroman - una storia di formazione di una donna che attraverso difficoltà, turbamenti esistenziali, inquietudini, contatto con le proprie vulnerabilità e con le proprie ferite pregresse che risalgono molto indietro nel tempo, giunge ad un nuovo assetto di vita, forse più felice.
Ma tutto nel bene e nel male fa parte della vita: "Vivere vuol dire provare emozioni. Soffrire vuol dire essere vivi" (ib. p. 102).
Le cose capitano per caso, quando devono capitare, senza che nessuno possa influenzarle nel bene o nel male, ma a volte - soprattutto - capitano delle cose meravigliose.

E quando si arriva al culmine di un movimento trasformativo positivo, rimane sempre da andare a vedere l'Aurora Boreale dei nostri sogni.

Un centinaio di pagine - queste sono le dimensione del romanzo di Emanuela - che si leggono velocemente presi dalla vicenda di Emma, poichè non mancano spunti vivi e palpitanti, attraverso i quali il lettore può trovare punti di contatto con i propri vissuti e con esperienze simili.

Graditissime ed affettuose le parole di dedica che Emanuela ha scritto nella copia del suo volume che mi ha inviato: "L'Aurora Boreale non è il traguardo. L'Aurora è il punto di partenza. Ti auguro di poterla osservare, se non l'hai già vista. Grazie di leggermi".
Parole di dedica che mi hanno trovato in perfetta sintonia, predisponendomi alla lettura con lo stato d'animo giusto.
Ognuno di noi ha la sua Aurora Boreale di cui va alla ricerca, o il suo Arcobaleno o la sua Isola Che Non C'é
Ciò che troviamo, se mai lo troviamo, non è mai la nostra meta finale, ma soltanto un trampolino che ci consente di partire verso un Altrove.
E spesso per trovare questo Altrove non c'è bisogno di andare molto lontano: un nuovo Altrove da scoprire ce lo portiamo dentro di noi e lo possiamo trovare in coloro che ci circondano o dentro in nostri orizzonti di vita, se soltanto si ha il cuore per vedere ciò che è invisibile agli occhi.

 

 

 

Su Emanuela Pagan vedi anche il seguente articolo su "Ultramaratone Maratone e Dintorni": Volevo vedere l'Aurora Boreale. Il nuovo libro di Emanuela Pagan: la vita è una cosa meravigliosa

 

 

(Dalla presentazione del volume sul sito ilmiolibro) Un altro Natale è alle porte, ma questa volta Emma ha deciso di festeggiarlo in modo diverso per fuggire dalle pressanti abitudini della famiglia. Dopo la separazione dal marito è alla ricerca di un nuovo equilibrio interiore che le riesca a colmare anche il vuoto del suo passato. Sarà il suo gatto Oliver, fiutando il destino, a darle l'opportunità di costruire quella felicità che per ora era sempre abbozzata o amara. Emma si destreggerà così tra storie d'amore, lavoro e sport.

 

 

Chi è interessato ad acquistare il volume, può contattare direttamente Emanuela Pagan (emypa76@gmail.com) o contattano direttamente me, oppure possono comprarlo sul sito: il mio libro
Ma, si può anche ordinare anche in una qualsiasi libreria Feltrinelli:  qualcuno ci è riuscito!

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8 agosto 2014 5 08 /08 /agosto /2014 18:12

Il mondo non mi deve nulla. Il nuovo noir di Massimo carlotto non tradisce le attese dei fedeli lettori(Maurizio Crispi) Leggo sempre i nuovi romanzi di Massimo Carlotto con immenso piacere, poiché sono il più delle volte romanzi brevi, fulminanti, che vanno subito al sodo, senza tanti fronzoli. C'è chi per scrivere ha bisogno di espandersi in centinaia di pagine ed altri - ma questo è un dono raro - hanno la capacità di racchiudere una storia in un centinaio di pagine. Massimo Carlotto appartiene a questa categoria di scrittori e mantiene questa cifra stilistica anche con i suoi romanzi più complessi (come, ad esempio, quelli della serie de l'Alligatore).
il suo recente Il Mondo non mi deve nulla (Edizioni e/o, 2014) non tradisce le attese.

Ilse e Adelmo. Lei è una ex-croupier sulle navi da crociera, ora sessantenne, ma ancora in buona forma, delusa e tradita dalla vita. Adelmo è, invece un topo d'appartamento, uno sfigato che, a causa della disoccupazione e della recessione, cerca di far quadrare il bilancio familiare rubando quello che può dagli appartamenti vuoti(con la Carlina, la sua compagna rompiscatole che gli telefona con il cellulare ad ogni piè sospinto).
Adelmo entra in un appartamento vuoto e la finestra lasciata aperta, al buio totale, ma dentro vi trova Ilse adagiata su di un divano. Ilse è in attesa: vuole uscire di scena e cerca una situazione che le consenta di farlo senza dovere agire di prima persona.
Tra Ilse e Adelmo si instaura un dialogo che prosegue in momenti successivi in cui la prima  cerca di fare Adelmo partecipe del suo progetto e di convincerlo ad essere il suo "traghettatore", in cambio di qualcosa, di ciò che le rimane.
Si instaura tra i due un dialogo e Adelmo impara a vedere la vita in un modo di diverso (attraverso gli occhi e le esperienze di vita di Ilse che si affacciano su di un mondo totalmente diverso dal suo.
Il dialogo in noir che è anche percorso di trasformazione procede sino alla sua conclusione (che è scontata, ma nello stesso tempo non lo é).
Un bel noir, costruito in modo insolito, da parte del maestro Carlotto, che potrebbe essere una pièce teatrale drammatica e dal quale emergono due splendidi ritratti. Quello di Ilse con la sua delusione, la sua rabbia, le sue nostalgie insopprimibili, il suo rancore nei confronti della vita che l'ha tradito; quello di Adelmo con il suo apparente cinismo di ladro che, però, dietro la facciata dura - costruita come un fragile schermo - desidera altro dalla vita.
Due disperazioni che si nutrono l'una dell'altro, in un gioco in cui ciascuno - a suo modo - utilizza l'energia dell'altro per nutrire la propria speranza o il proprio progetto.

Un bel romanzo - dotato di caratteristiche di originalità - che si legge rapidamente nell'arco di due ore al massimo.
L'ambientazione è Rimini, ma è anche il mondo sfarzoso delle crociere e delle fortune che possono costruirsi con poco (e, per il resto, potrebbe essere dovunque, dal momento che tutto si svolge in una camera chiusa, uno scenario spoglio, alcuni mobili ed una finestra aperta, nel buio, voci dialoganti e corpi che quasi non si vedono.
 

 

Il mondo non mi deve nulla. Il nuovo noir di Massimo carlotto non tradisce le attese dei fedeli lettori(Dal risguardo di copertina) Rimini. Adelmo, un ladro stanco e sfortunato, nota una finestra aperta sulla facciata di una ricca palazzina. La tentazione è irresistibile e conduce l'uomo a trovarsi faccia a faccia con Lise, la stravagante padrona di casa, una croupier tedesca che si gode la pensione al mare. Nessuno dei due corrisponde al ruolo che dovrebbe ricoprire e tra violenza e comicità si sviluppa un rapporto strano, bizzarro ma allo stesso tempo complesso e intenso sul piano dei sentimenti. Sono infinitamente lontani, nulla li accomuna, eppure entrambi cercano il modo di essere compresi e amati dall'altro. Ma l'amore, anche se si regge su ineluttabili fragilità, può essere in grado di soddisfare desideri, salvare esistenze, rimettere a posto le cose. Carlotto ci regala un racconto-capolavoro di una potenza straordinaria, una riflessione sul senso che diamo alle nostre vite, sul peso del caso e della nemesi, sulla libertà di scelta delle nostre coscienze.

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25 luglio 2014 5 25 /07 /luglio /2014 11:17

In un nuovo apocrifo, Sherlock Holmes difende la causa delle suffraggette(Maurizio Crispi) Mi è capitato di leggere di recente un nuovo "apocrifo" holmesiano: non un racconto,ma un romanzo e di scoprire contestualmente la collna della Delos Book che si intitola appunto "The Baker Street Collection e che ospita degli apocrifi holmesiani,molti dei quali di autori italiani. Il volume, di Luca Martinelli, si intitola Sherlock Holmes e l'enigma del cadavere scomparso, Delos Book (2014).


Avendo intrapreso in adolescenza la lettura delle avventure di Sherlock Holmes nelle cronache del dottor Watson, suo fidato collaboratore e comprimario, per "istigazione" di mio padre, sono appassionato anche degli apocrifi che, di quando in quando, mi capitano tra le mani.
Sherlock Holmes rimane per me saldamente iscritto nella galleria degli indimenticabili personaggi dell'immaginario e la mia porta d'ingresso nel mondo dei romanzi di investigazione.

 

A quanto sembra in Italia sta crescendo e si sta consolidando una vigorosa tradizione di apocrifi holmesiani, non solo in forma di racconti ma anche di romanzi, a partire dai primi esempi nostrani dati da Joyce Lussu e da Enrico Solito, estremamente prolifico sotto questo punto di vista.
Sono sempre di più quelli che si cimentano nella scrittura di un apocrifo che, per essere "DOC" deve essere rispettoso del cosiddetto "canone holmesiano", nel senso di essere perfettamente inserito nei riferimenti cronologici del corpus di racconti e di romanzi scritti da sir Arthur Conan Doyle (o editi? Alcuni sostengono che lo "scrittore" sia stato realmente il fidato Watson e che Conan Doyle abbia avuto in tutto questo una semplice funzione esecutiva di curatore ed editore). e che, pur lasciando carta bianca all'autore di spaziare con la sua inventiva, non può prescindere da una perfetta conoscenza di tutte le storie holmesiane scritte da Doyle e degli altri apocrifi (possibilmente) che lo hanno preceduto.
E' per questa consuetudine che, rispecchiando d'altra parte la cifra stilistica dei romanzi e racconti del canone, nell'apocrifo di turno non mancano riferimenti a precedenti avventure (tra quelle pubblicate) e a quelle altre che sono semplicemente rimaste negli apputi di Watson senza alcun seguito editoriale.
I margini di azione dei personaggi sono dunque ristretti. 
In questa tradizione si colloca il romanzo di Luca Martinelli che ha deciso di collocare l'azione di Holmes e del suo fidato amico/cronista in un periodo sinora non esplorato e che ha, quindi, avuto mano libera, per quanto siano anche per lui doverosi i riferimenti sparsi qua e là che ancorino la storia nuova al canone, sia a precedenti "avventure" sia a personaggi con cui si sono intersecate le indagini di Holmes.
La cosa interessante è che, in questa brillante storia ambientata a Birmingham, in cui l'indagine prende le mosse dalla necessità di riabilitare alcune suffragette da un'accusa ingiusta, venga citato Arthur Conan Doyle, quale "curatore " e editore delle storie cronachistiche scritte da Watson, in veste di collaboratore-testimone-cronistacon una funzione di comprimario nelle indagini ma soprattutto di narratore che lascia tracce e documentazione sui casi da loro risolti.
Un nuovo tratto si aggiunge così alla multiforme personalità di Holmes che viene presentato di ampie e aperte vedute rispetto agli uomini del suo tempo e sostenitore - pur nel suo modo compassato - della causa del suffragio universale in cui le "suffraggette" furono anche le prime femministe, quando ancora non si parlava di femminismo.
Il romanzo è costruito bene, secondo lo schema classico delle storie di Doyle e con molti elementi del repertorio investigativo di Holmes (tra cui quello dell'arte del travestimento per indagare "sotto copertura") inseriti contestualmente, sino all'epilogo finale e allo scioglimento del mistero.
Di grande interesse e stimolante è la bella introduzione di Alessandra Calanchi dal titolo "Intertestualità e sorprese del Grande Gioco".

(Dalle note di copertina, risguardo e quarta) All’ombra di un complotto politico Sherlock Holmes è alle prese con l’intricato mistero di un cadavere scomparso... Riuscirà a scagionare due suffragette dall’accusa d’omicidio?
Maggio 1910. Dopo sei anni di onorata pensione, Sherlock Holmes, in compagnia dell’inseparabile amico dottor Watson, torna sulla scena per indagare su un misterioso caso di omicidio in cui sono coinvolte due suffragette. 
Le amiche della signorina Jowett sono trattenute in carcere a Birmingham, accusate di aver ucciso un libraio, editore di un foglio politico contrario all’emancipazione femminile, nel corso di una manifestazione per il diritto di voto. Il mistero che la cliente presenta a Sherlock Holmes, però, è singolare: la stampa non ha mai riferito notizie di un omicidio e il cadavere del libraio è scomparso. 
Dietro la vicenda c’è aria di complotto politico. E c’è l’ombra di un discutibile comportamento della polizia di Birmingham… 

Luca Martinelli, nato a Siena nel 1964 ma pratese d’azione, è giornalista presso l’Ufficio stampa del Consiglio regionale della Toscana. È autore di testi narrativi e teatrali e cene con delitto. Il suo primo romanzo, Il palio di Sherlock Holmes (Alacràn, 2009), è stato tradotto in Francia e in Turchia. Nel 2011 è uscito Lo strano caso del falso Sherlock Holmes (Ur Editore) e l’anno successivo Sherlock Holmes e la morte del cardinale Tosca (Ur Editore), vincitore del premio “Garfagnana in giallo” e finalista del premio “Scrittore toscano dell’anno”. 
Ha pubblicato anche racconti apocrifi sulla Sherlock Magazine, sul Giallo Mondadori e nelle antologie a cura di Luigi Pachì Le cronache di Sherlock Holmes (Fabbri editore, 2003) e Sherlock Holmes in Italia (Delos Books, 2012).

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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