Overblog Tutti i blog Blog migliori Lifestyle
Segui questo blog Administration + Create my blog
MENU
18 settembre 2012 2 18 /09 /settembre /2012 17:51
69-di-Anonimo_Bompiani.jpgCi sono dei libri che acquistiamo spinti da un improvviso impulso (non sai nemmeno perchè in quel momento ti attirano) o perchè ne hai letto la recensione o perchè, genericamente, appartengono ad un filone di letture che nel corso del tempo hai seguito e su cui vuoi rimanere aggiornato.
Questi libri, non è detto che tu li legga subito. A volte caita che tu li riponga da qualche parte o che rimangano sepolti sotto pile di altri volumi che, nel frattempo, si sono aggiunti, e che tu te ne dimentichi.
Poi, un bel giorno, rispuntano fuori.
Tu ti sorprendi, magari: non ti ricordi più le circostanze in cui lo hai acquistato o perchè.
Ma il fatto di esseci inciampato tra i libri di casa, ti induce a prenderlo in mano, a sfogliarlo, a leggerlo, sorprendendoti magari del fatto che quello in cui ti sei imbattuto tratta un argomento del tutto incongruo rispetto a quello dei suoi vicini temporanei.
E' il caso di questo agile volume, con un numero malizioso per titolo (69, edito da Bompiani, collana PasSaggi, 2006) scritto da autore anonimo (che, tuttavia, come ci assicura l'editore, ha pubblicato numerosi altri libri).
E' un volume agile e veloce che si legge in un paio di ore, uno di quei libri che io chiamo "da tasca", perchè stanno agevolmente senza arrecare disturbo dentro una tasca e si possono leggere con comodo per ingannare noiosi tempi di attesa: quattro capitoli, quattro diversi episodi con personaggi diversi che però recitano tutti, a coppie, l'arcaica scena primaria, ogni coppia con una declinazione diversa e con sfumature diverse.
Ci sono pocissime parole che intercorrono tra gli attori: ma, soprattutto, ciò che domina é l'esposizione di sensazioni e di fantasie, culminanti ogni volta nel climax del piacere.
E' un piccolo testo che rientra a mio modo di vedere tra i "piccoli" capolavori dell'Eros senza stonate note pornografiche, magrado la scabrosità della materia trattata.
L'autore sottolinea fermamente che, anche nella pura temporaneità di un rapporto sessuale, anche quando è svincolato dalla relazionalità a lungo termine, la possibilità di dare e ricevere piacere, non dipenda esclusivamente dalla meccanica dei corpi, ma scaturisca sempre da costrutti mentali sedimentati dentro ciascuno di noi e dall'attivarsi di specifiche fantasie e derive.

Nota editoriale (nel risguardo di copertina). Quattro atti d'amore. Tutto qui. Leggere il sesso può essere, a volte, molto vicino al farlo.
Niente trama. Niente paesaggi né volti. Niente passato né futuro. Quattro istantanee erotiche. Quattro amplessi ricreati con realismo estremo: otto corpi si parlano in quella lingua che conoscono soltanto loro. Soltanto loro esistono qui. Si incontrano forse per la prima, forse l'ultima volta. Come da sempre: entrano l'uno nell'altro. Quattro cifre per raccontare la paradossale ed enigmatica complessità del sesso. Carne, pelle. Istinti e desideri. Puro sesso, senza niente d'altro, né prima né dopo. Sesso puro, senza inibizioni. L'eterno mistero dell'eros.

Sintesi dei quattro capitoli. "77 secondi", o del potere dell’immaginazione: un atto d’amore di appena 77 secondi, ma dilatato nel tempo dalla fantasia di un rapporto a tre.
"Mille", o del godere della ripetizione: un ennesimo rapporto sessuale, il millesimo secondo lo stesso rituale: una fellatio, mentre lui finge di dormire. Grandi acrobazie, giochi di ruolo... 
"Eternità o niente", o della vertigine dell’avventura: poche ore dopo essersi casualmente conosciuti, Gaia e il suo compagno (di cui lei non ricorda neppure il nome) arrivano a casa di lui. La cucina fa da sfondo a un amplesso fra sconosciuti. 
"Prima colazione", o del brivido dell’assolutamente trasgressivo: dopo lunghi preliminari, una ragazza si fa penetrare per la prima volta dal suo ragazzo. Nonostante il dolore, l’esperienza è indimenticabile. L’amore che nutre l’amplesso, trasforma il sesso nel trionfo di poesia del Cantico dei cantici. Quattro facce del sesso: la crudezza, il lirismo, l’istintività e il romanticismo. 
E, per finire, e a far da suggello a tutto, il mistero d'un autore che vuole l’anonimato.

L'autore, che ha deciso di rimanere anonimo, ha già pubblicato vari libri. Ci sarebbe molto da dire su questa esigenza di anonimato da parte che ha scritto "molti altri libri": sicuramente si può dire che spesso l'anonimato o la creazione di un nickname sono il rifugio rassciruante - in vita - di scrittori "mainstream" quando desiderano esercitarsi  nella materia erotica che sempre, anche ai nostri giorni viene trattata con una certa "pruderie", come se i temi dell'erotismo sviluppati in modo esplicito e senza veli (ma con maestria e non in modo dozzinale) potessero in qualche misura intaccare il giudizio critico sull'Autore stesso.
E allora occorre nascondersi.

Condividi post
Repost0
14 settembre 2012 5 14 /09 /settembre /2012 08:05

isola-dei-cacciatori-di-uccelli.jpgL'isola dei cacciatori d'uccelli (Peter May, Einaudi, 2012)  é uno splendido romanzo, un giallo d'investigazione che é anche un doloroso percorso di revisione di ricordi passati e rimossi da parte di Fin Macleod che dopo anni anni di assenza 

ritorna nella sua piccola delle Ebridi, dove ha trascorso l'infanzia e l'adolescenza e che si ritrova a doversi confrontare con eventi traumatici del tutto dimenticati, mentre investiga su di un caso di omicidio che ha delle affinità, quanto a modus operandi dell'assassino con un altro caso su cui si era trovato ad indagare sulla terraferma ...
Il plot narrativo, con il suo altalenare tra presente e passato (e ii tuffi nel passato sono tutti in prima persona, per sottolinearne l'elemento fortemente soggettivo) offre anche una splendida rappresentazione della vita in questo piccolo avamposto della Scozia, battuto dai venti e dalle onde, con le sue rigide tradizioni religiose fondamentaliste e il rito selvaggio e crudele della caccia ai piccoli delle sule che si affollano su di un grande e orrido scoglio a sessanta chilometri dall'isola (una caccia insensata e crudele che assume il significato e il valore di un rito iniziatico dei più giovani isolani).
Alla fine della vicenda, il lettore sarà portato gradualmente all'inattesa risoluzione del "caso", ma anche al recupero delle memorie dimenticate di Fin che, alla fine, potrà riappacificarsi con la sua isola...

«Vede la sagoma scura che dondola nel buio quasi nello stesso momento in cui la sente (...) L'uomo è appeso per il collo alle travi sopra di loro, con una corda di plastica arancione sfrangiata che gli inclina il capo a un'angolazione impossibile. È grosso, nudo come un verme, con i rotoli di carne bianco-azzurra che pendono dal torace e dal fondoschiena come un completo di due taglie troppo grande».

(Dal risguardo di copertina) Per l'ambientazione magistrale e la grande potenza narrativa, il romanzo di Peter May - bestseller in Inghilterra - è stata la vera sorpresa del noir britannico. In un'isola spazzata dal vento, dura e inospitale come le rocce nere che la intrappolano, un omicidio sembra affondare le sue radici in rivalità e odi antichi. L'ispettore Fin Macleod è scappato da ragazzo dall'isola e dai suoi sanguinari, antichissimi rituali. Ora è costretto a tornare, e a fare i conti con il suo passato.
L'ispettore Fin Macleod ha appena perso un figlio e il suo matrimonio sta andando letteralmente alla deriva. Quando, per indagare su un omicidio, viene spedito sulla sua isola natia, poco piú di uno scoglio al largo delle coste scozzesi, Macleod è costretto ad accettare. Il caso è la sua ultima chance per rimettersi in gioco e uscire dal totale isolamento in cui si è autorelegato. Anche se questo significa riprecipitare nel proprio passato, negli echi di una violenza aspra e senza redenzione che ogni anno trova sfogo nel massacro sistematico delle sule, uccelli che sull'isola vengono a nidificare. E a morire.

Hanno detto
(«The Times») «Una scrittura incredibilmente efficace, e un'atmosfera claustrofobica e vischiosa».
(«Irish Independent») «Un romanzo che scandaglia perfettamente i recessi oscuri dell'animo umano. Un mistery eccezionale, di quelli che tengono incollati alle pagine».
Condividi post
Repost0
6 settembre 2012 4 06 /09 /settembre /2012 00:08

splendido splendente. Romanzo per Moana Guerrerio(Maurizio Crispi) Moana Pozzi secondo alcuni, nella sua breve vita, è diventata una vera e propria icona.
Forse, ancora di più delle prime pornostar "made in Italy", Moana ha rappresentato un modo "estetico" di fare porno (chi non ha visto uno dei suoi film? Anche se la risposta - ipocrita - dei più sarà "io no, mai. Non ho mai guardato un solo film porno...").
La carriera nel porno di Moana è iniziata a partire da una vocazione per il teatro e per la recitazione e dal suo desiderio di far carriera nel mondo del cinema "normale".
Fu per inseguire questo sogno che abbandonò la sua Liguria per andare a Roma, allora il cuore della cinematografia e punto di partenza per ogni carriera in questo ambito.
Moana, malgrado numerose particine di scarso rilievo che le furono affidate, non riuscì mai a sfondare.
Le sue frequentazioni di Cinecittà e del mondo dello spettacolo, tuttavia, la misero in contatto con il mondo del porno che, in quegli anni, in Italia era al suo esordio ed era uscito da una condizione di attività semi-clandestina (se non chiaramente illecita) e, quindi, tale da attirare persone che, senza problemi di nessun tipo, ci potevano mettere nome , cognome (quasi) e faccia.
A Moana indubbiamente piaceva il sesso e, sicuramente, le piaceva anche esibirsi: due motivazioni che secondo lo psichiatra americano Robert J. Stoller sono alla base della scelta di divenire una pornostar (o un pornoattore) o quantomeno di entrare nell'ingranaggio del Porno, occupandosene a qualche titolo.
Chi ci vive, chi diventa un "performante" del sesso a favore di tanti che il sesso non possono raggiungerlo o che per praticarlo con il proprio partner hanno bisogno di un stimolo ulteriore di eccitazione, non ci arriva per caso:  ci vuole il connubbio tra piacere del sesso (sinno alla "dipendenza da sesso") e piacere dell'esibizionismo.
Moana, tuttavia, come sa chi - senza falsi pudori - ammette di aver visto i suoi film, facendo la differenza con quelli successivi quando si è verificata l'ondata delle "nuove" pornostar reclutate a frotte nei paesi dell'Est - ha rapppresentato per i tanti la donna "normale" che arrriva ad essere pornostar: e per questo motivo è divenuta un'icona, la donna con cui tutte le donne potrebbero o vorrebbero identificarsi. Come del resto è stato nella storia il Rocco Siffredi, ragazzo di provincia "normale" che è arrivato ad essere il porno-attore italiano più quotato a livello internazionale, seguendo esattamente i suoi sogni e facendo ciò che aveva sempre desiderato fare, sin da quando nel suo paese di provincia (nelle Marche) da ragazzo aveva messo le mani (e l'occhio) sui fotoromanzi erotici interpretati da Gabriel Pontello che, un po' più avanti, ebbe modo di conoscere personalmente a Parigi.
Moana é stata una donna che, pur bollata come "una che prende i cazzi in bocca" (uno dei tanti commenti acidi che vennero formiiulati dai soliti "benpensanti" in occasione di una delle sue prime comparse in TV, in un programma di grande audience e in prima serata dove si presentò provocatoriamente nuda e senza veli, ma con vertiginosi tacchi a spillo), ha introdotto nella pratica del porno la bellezza del corpo e dello sguardo, la gentilezza e l'estetica dei gesti, un senso di raffinatezza e di buon gusto (pur nella rappresentazione esplicita degli atti sessuali).
moana-pozzi1.jpgE poi, indubbiamente, pur attraversando nel corso del tempo una serie di "rifacimenti e "ritocchi" successivi - come documenta l'attenta osservazione di sue foto pubbliche dall'inizio della sua carriera a poco prima della morte - era una gran bella donna, sulla cui bellezza non poteva che accendersi il consenso: una sorta di Marylin Monroe del porno.

Non è un caso che tante attrice del porno di successiva generazione, lo siano diventate proprio contagiate dal fascino di Moana (e delle sue performace). Basti pensare al memoir di Michelle Ferrari, Volevo essere Moana, che è stato già commentato su questa pagina.
Con la scomparsa qualcosa si è perso per sempre. Dopo di lei, l'era delle produzioni a basso costo con l'uso delle handycam ( che hanno consetito l'introduzione nel porno del genere "gonzo") e l'invasione delle pornoattrici venute dall'Est pronte a tutto e qualsiasi compromesso, pur di fare una breve ed effimera carriera, prima di essere macinate dalla continua esigenza da parte dei fruitori del porno di vedere volti (e corpi) sempre nuovi.

Al potere intrinseco dell'Icona "Moana", s'è aggiunto il valore fortemente icastico delle opere di bene che la nostra ha cominciato a compiere negli ultimi anni della sua breve vita (secondo alcuni tormentata, secondo altri felice).
Da morta è divenuta un personaggio cult - una pornoattrice che è diventata quasi come una madonna o una maddalena in odore di possibile santità.
Proprio per questo motivo sono stati tanti i libri scritti su Moana: saggi, biografie, romanzi.
Tra questi, uno dei più recenti ad essere stato lanciato sul mercato è il romanzo Splendido splendente. Romanzo per Moana di Ivan Guerrerio (XBooks, 2009), che si caratterizza per la rievocazione dolente e malinconica di Moana semplice ragazza di provincia partita per Roma all'inseguimento dei suoi sogni e divenuta icona sin da viva, che continuerà a vivere sullo schermo e nelle sue perfomance erotiche ancora per tanto tempo. E' un romanzo che è anche in qualche modo una biografia, dal momento che Ivan Guerriero, per costruire il personaggio Moana si è basato su fonti documentarie, su saggi già pubblcati e sulla più significativa filmografia di Moana, come è documentato dalla ricca biblio-filmografia delle opere consultate, riportata in calce al romanzo.

 

 

(Dalla 4^ di copertina). "Le spiego il senso della telefonata e aggiungo che lì con me c'è il Segretario lei tace un attimo e dice se è per la questione del nudo allora può stare tranquillo perché nuda adesso sono nuda e in quel momento la vedo in piedi nel camerino la vediamo tutti nuda sono nuda ma per provare il costume di scena".


La trama (dal risguardo di copertina)
. Splendido splendente ripercorre la vita di Moana Pozzi da un punto di vista inedito: la voce narrante è un personaggio di fantasia, Marzio Milani, che conosce l’attrice nel 1978, quando sono entrambi adolescenti, e ne segue la parabola pubblica ed esistenziale con lo sguardo che si riserva a un vero amore. Sullo sfondo un ritratto autentico e suggestivo dell’Italia che cambia, dagli anni ottanta ai nostri giorni, e il rapporto con il desiderio e la morale di un paese che sembra condannato, al di là dei suoi slanci, a rimanere comunque provinciale. Rielaborando con scrittura incalzante le fonti di cronaca e l’immaginario pop, e giocando sul confine che separa la realtà e la finzione narrativa, Ivan Guerrerio restituisce vita al mito e lo mostra sotto una nuova luce.

Il romanzo è stato vincitore del Premio Calvino 2009.
Splendido Splendente, Il titolo scelto dall'autore, probabilmente, fa riferimento ad uno dei brani più famosi di Donatella Rettore, dal titolo omonimo e uscito nel 1979.

 

 


 



L'autore. Ivan Guerrerio, nato nel 1963, vive e lavora a Milano. Ha pubblicato il racconto Sangue per la candida neve di marzo dell'antologia Meccano, Arpanet 2004. Splendido splendente è il suo primo romanzo.

 

 

Leggi le prime pagine del romanzo.

 

 

 

Moana Pozzi in Wikipedia

Condividi post
Repost0
31 agosto 2012 5 31 /08 /agosto /2012 06:35

In fondo al buio George R. R. Martin(Maurizio Crispi) In sintonia con l'ampliamento dei generi pubblicati e con l'affrancamento dalla proposta esclusiva di tematiche horror, la casa editrice Gargoyle ha pubblicato e distribuito nelle librerie nel corso del 2012, un romanzo SF di George R. R. Martin, autore di popolarissime saghe fantasy, acclamate dai cultori del genere.
Si tratta di un "recupero", in effetti: é il romanzo d'esordio di Martin nel segno della più pura fantascienza (ma affine - nella tematica - al genere fantasy). Il romanzo (In fondo al buio, dal titolo originale: "The dying light") era
stato già pubblicato nel lontano 1979 con il titolo La luce morente (collana Fantascienza n. 1 — Armenia). Con lo stesso titolo e la stessa traduzione, il romanzo fu poi ristampato in economica, nel 1994, da Fanucci (Biblioteca di FS. n. 5). Entrambi i volumi oggi praticamente introvabili, se non nei circuiti dei collezionisti e a prezzi molto alti. Dopo il fortunato esordio con la SF con il romanzo di John Scalzi (Morire per vivere) giunge questo interessante repechage, con una rinnovata traduzione a cura di Tarallo&Tintori.
Si diceva che il romanzo è affine nella tematica trattata al Fantasy.
Sì, è indubbio, poiché appartiene al filone delle storie ambientate in altri mondi possibili.
In questi casi, l'autore deve muoversi con destrezza nel creare scenari verosimili, eppure differenti da quelli terrestri, popoli variegati ed interessanti che, pur venendo dal ceppo terrestre, nel corso dei secoli e dei millenni si sono evoluti, costruendo culture ed abitudini assolutamente peculiari ed unici.
Ciò accade appunto anche nel fantasy: l'unica differenza di rilievo è che nel fantasy il lettore viene proiettato in un ipotetico passato (dove ci sono anche mostri, draghi, elfi, fate e stregoni, dove vengono praticate la magia bianca e quella nera, dove si evocano gli spiriti e le potenze infernali e dove si combatte a fil di spada), mentre in questo tipo di narrativa d'anticipazione, le ambientazioni sono proiettate in un possibile - e lontano - futuro e su altri mondi, anche molto distanti dalla Terra madre, con il relativo corredo di avanzamenti tecnologici.
Se si volesse visualizzare questo tipo di narrativa d'anticipazione, si potrebbe fare riferimento alle storie di Flash Gordon di Alex Raymond (che ne rappresentano un buon paradigma nel campo della grafica).
Lo scrittore che si esercita in questo genere deve essere molto abile, poiché deve possedere una cultura piuttosto ampia (che comprenda anche un'infarinatura della storia delle religioni, di antropologia culturale, etnologia etc) e deve anche essere dotato d'una notevole capacità di sintesi creativa, senza peraltro avere molto interesse a spiegare la "tecnologia", la cui esistenza viene data per scontata, come retaggio dell'umanità - che si è evoluta dal modello originario e che interagisce nella trama.
A tutti gli effetti, gli scrittori SF che scelgono questo filone, per passione o perché a loro più congeniale, si possono considerare dei "fabbricanti di mondi" (se non di universi interi). Basti pensare agli spendidi romanzi di Ursula Kroeber Le Guin (peraltro figlia dello statunintense Alfred Koreber, considerato uno dei fondatori dell'antropologia moderna) elaborati in costrutti di finissima e colta antropologia a quelli più orientati verso cromatismi fantasy come quelli di Jack Vance.
Le trame, il più delle volte, sono romanzesche nel senso più ampio del termine: le storie di cappa e spada alla maniera di Alexandre Dumas ne sono il modello, intessute di duelli, inseguimenti, rappresaglie e amori.
La lettura, una volta che - con la guida dell'autore - ci si immerge nel "viaggio" nel cuore profondo del mondo alternativo e si superano gli intoppi iniziali legati alla non completa conoscenza dei suoi usi e dei costumi si fa avvicente, anche perchè il modello originario è quello - vincente - dell'intrigo e dell'amore, come del resto nell'importante saga cinematografica di "Guerre stellari".
Proprio per questo motivo, molti dei romanzi SF apparteneti a questo filone sono corredati da un piccolo dizionario esplicativo in modo tale che il lettore possa più rapidamente calarsi totalmente in questo particolare tipo di "sogno". Così anche in questo romanzo che si legge appassionatamente: un vero peccato che la traduzione non sia stata perfettamente curata.
A giudicare dai molti errori (non semplici refusi) dovuti alla scrittura digitale, ai copia-incolla di segmenti di frasi non eseguiti a perfezione oppure alla ricerca di una parola più appropriata (con la dimenticanza nel testo della parola originaria che si era voluta modificare) il testo avrebbe avuto bisogno di un'ultima e più accurata lettura da parte dei suoi traduttori.

 

La Trama. Dirk t’Larien riceve un messaggio da Gwen. Un tempo si amavano, poi lei lo ha lasciato. Ora, però, gli chiede di raggiungerla su Worlorn, un pianeta vagabondo ai confini dello spazio, e Dirk lo fa, spinto da sentimenti non ancora sopiti. Verrà così a conoscenza del nuovo compagno di lei, Jaan, proveniente da un altro pianeta – Alto Kavalan – e seguito dal fido Garse. Soprattutto, Dirk si scontrerà con la cultura di questi due uomini, una cultura rigida e marziale incentrata sul concetto di clan, sulla lealtà fra compagni e sulla sottomissione della donna. Rivalità affettive e scontro culturale, ce n’è abbastanza per dar fuoco alle polveri del dramma.
Siccome abbiamo a che fare con Martin, poi, le cose si complicano ulteriormente.
I personaggi sono tutti ricchi di sfaccettature e di motivazioni contrastanti, irrequieti, sempre in cerca di qualcosa che non riescono ad avere, che si tratti di amore, rispetto, lealtà, cambiamento.
Tutto ciò dà vita a un intreccio di relazioni in continuo cambiamento col quale Martin gioca molto, allontanando e riavvicinando i personaggi, creando crisi che sembrano alleviarsi, mantenendo un costante stato di tensione che vibra per tutto il libro, fino all’ultima pagina. Impossibile non vedere, in questo, i semi di ciò che l’autore svilupperà anni più tardi e su una scala più vasta con Le Cronache del ghiaccio e del fuoco. In questo scenario, l’atmosfera del pianeta ha un ruolo importante: dominato da una gigante rossa chiamata Grasso Satana e dalle sei stelle minori che vi orbitano attorno, Worlorn è un pianeta morente, abbandonato da gran parte dei suoi abitanti, destinato al freddo e all’oblio.


La presentazione della Casa editrice. Un'opera dell'autore di fantascienza più letto in America e in Europa, in cima alle classifiche e creatore della saga Le cronache del ghiaccio e del fuoco che ha ispirato il videogioco di ruolo Game of Thrones e la serie TV Il trono di spade.
E se fosse il pianeta Terra, un giorno, a finire la sua luce e a sprofondare per sempre nel buio intergalattico?

Questo il triste destino del pianeta Worlorn, le cui vicende sono narrate nel romanzo In fondo il buio di George R.R. Martin che Gargoyle ha inviato in libreria nel corso del 2012.
Terra desolata e singolare, Worlorn vaga solitaria negli spazi interstellari, senza appartenere a nulla, a nessuna stella. Qui, sembra non esserci più posto per i sentimenti; condannato alla sua ultima stagione di luce il pianeta sta per cedere alla dimenticanza e per essere risucchiato come da un grande buco nero.
"Un vagabondo, un viaggiatore senza meta, una scoria della creazione; questo era il pianeta. Per un’infinità di secoli aveva continuato nella sua corsa, solitario e senza scopo, precipitando tra i freddi e remoti spazi che si spalancano fra le stelle. Nei suoi cieli sterili, generazioni di astri si erano presentate l’una dopo l’altra in sciami maestosi. E tuttavia non apparteneva a nessuna. Costituiva un mondo completamente racchiuso in se stesso. In certo qual modo non faceva parte nemmeno della galassia, anche se ne intersecava il piano come un chiodo attraversa la tonda superficie di un tavolo. Non faceva parte di niente" (dalla prefazione)
Per questo mondo solo una labile speranza di riscatto affidata a Dirk't Larien, uno dei protagonisti della storia, richiamato su Worlorn dall'amore di Gwen, che pensava di aver perso… ma nulla è come aveva immaginato e la stessa Gwen è una donna diversa da quella che aveva conosciuto; ora è unita a un altro uomo, Jaan, da un legame subalterno e di protezione e a un pianeta che sta morendo, in caduta libera verso il buio eterno.
Per salvarla e difendere i valori in cui crede, nonché offrire a questa landa desolata una possibilità di sopravvivenza, Dirk sarà costretto a lottare con tutte le sue forze fino a un decisivo e forse fatale duello.
Con una scrittura visionaria, a tratti lirica e fortemente evocativa - per la sapienza con cui l'autore caratterizza ambienti e personaggi, dando vita a un universo di nomi e appellativi dall'indubbia suggestione -, Martin trascina il lettore in un mirabile affresco cosmico in cui si rintracciano già in nuce tutti gli ingredienti del suo immaginario fantascientifico, la cui perfetta realizzazione è rappresentata dal noto ciclo delle Cronache del ghiaccio e del fuoco del 1996, ispiratore del videogioco di ruolo Game of Thrones.
Un immaginario, quello dello scrittore statunitense, che per la sacralità delle liturgie guerresche e dei codici d'onore costituisce anche un omaggio alla grande tradizione epica e omerica, dell'Iliade soprattutto.
George-RR-Martin---credit-Karolina-Webb.jpgMescolando elementi della classicità con quelli del fantasy e della fantascienza, Martin ci racconta di un futuro che non possiamo non percepire come minacciosamente vicino per la struggente attualità dell'idea di una terra morente, per la metafora luce-ombra/vita-morte sottesa a tutto il romanzo, per il ritratto dei falsi uomini che richiamano alla memoria la dicotomia di P. K. Dick tra uomini e androidi e, non ultimo, per quel senso di dolorosa nostalgia che ammanta il pianeta di Worlorn per qualcosa che sembra irrimediabilmente perduto.

L’autore. George R. R. Martin (1948) è uno dei più grandi autori viventi di fantasy e fantascienza. Oltre a essere uno scrittore, Martin è produttore, sceneggiatore cinematografico e di fumetti. Le sue opere sono state tradotte in tedesco, francese, italiano, spagnolo, svedese, olandese, giapponese, portoghese, croato, russo, polacco, ungherese e finlandese. Della sua vastissima produzione ricordiamo Le cronache del ghiaccio e del fuoco, Il battello del delirio (Gargoyle 2010), Armageddon Rag.
Condividi post
Repost0
27 agosto 2012 1 27 /08 /agosto /2012 18:44

un-caso-archiviato.jpg(Maurizio Crispi) Non si possono comprendere ed apprezzare sino in fondo i dischi dei Sigur Rós se non si è stati in Islanda. Lo stesso vale per i polizieschi di Arnaldur Indridason che hanno come protagonista Erlendur Sveinsson, pensoso ed introverso investigatore in forza alla Polizia di Rejykiavik.
C'è la solitudine dei grandi spazi semi-disabitati, c'è la bellezza cristallina di laghi d'una purezza critallina eppure infida, c'è l'intrecciarsi tra il presente e il passato dei protagonisti. Erlendur è un inquieto, perennemente alla ricerca di qualcosa, segnato com'é nell'animo da una personale tragedia risalente ai primi anni della sua vita, una tragedia che per lui è diventata un "caso irrisolto", quando guarda a quell'evento lontano con la sua ottica d'adulto.
La sua più profonda vocazione sono le tracce e i lievi indizi e, soprattutto, tutto ciò che lo porta a scavare nel passato più o meno lontano: mentre fa ciò nella veste di poliziotto, in parallelom Erlendur scava dentro se stesso, esamina impietosamente la sua vita e le sue scelte.
Forse di lui piace proprio quest'incessante tormento esistenziale che lo porta a desiderare di mettersi in pace con il proprio passato e di archiviare definitivamente alcuni eventi dolorosi, senza peraltro riuscirci mai del tutto.
Ma, proprio per questo motivo Erlendur è un buon poliziotto perché - impegnandosi in indagini su vecchi casi archiviati - va alla ricerca della verità, innanzitutto: una verità a cui attribuisce un sommo valore etico (e catartico), anche quando la giustizia degli uomini non potrà mai più essere applicata (ma è un dovere morale giungere al primato della verità o ristabilirlo).
Nel romanzo di Indridason, uscito nel 2010 in Italia, dal titolo "Un caso archiviato" , Erlendur porta avanti, di fatto, un'indagine non ufficiale: il caso che ha per le mani è stato rubricato come suicidio, ma Erlendur vuole capire cosa sia accaduto, cosa possa avere spinto la giovane Maria al suicidio.

Penetra così in un passato degli altri doloroso e complesso, ma -  in contemporanea - indaga su altri vecchi casi irrisolti che lo tormentano con i loro fantasmi.
La molla interiore che lo spinge è tutta iscritta nella sua storia personale, l'essere scampato ad una tormenta di neve al fratellino piccolo che invece si era smarrito e non era stato più ritrovato.
E tornando ai Sigur Ross, le loro musiche possono fare da eccellente colonna sonora alla lettura dei romanzi di Indridason.

Dal risguardo di copertina. In una fredda sera d'autunno una donna viene trovata impiccata nella sua villetta estiva a Pingvellir. Tutto sembra confermare l'unica ipotesi plausibile: suicidio. Ma quando Erlendur Sveinsson, detective della polizia di Reykjavik, viene in possesso della registrazione di una seduta spiritica alla quale la donna aveva partecipato poco prima di morire, prova il bisogno irrefrenabile di conoscere la sua storia e di scoprire perché la sua vita si è conclusa in maniera tanto tragica e improvvisa. Emergono così, a poco a poco, i retroscena del suo gesto: l'annegamento del padre, avvenuto molti anni prima in circostanze poco chiare, fa da sfondo a oscuri presagi di morte e all'ossessione della donna per l'aldilà e per certe strane "presenze". Nel frattempo, Erlendur riprende in mano alcuni vecchi casi di persone scomparse senza lasciare traccia. Un pensiero fisso percorre silenzioso le sue indagini: la nostalgia straziante per qualcuno che si è perso chissà dove e non è più tornato a casa. Vero e proprio lupo della steppa, antieroe scettico e ombroso, il detective islandese riflette sul filo sottilissimo che divide la vita dalla morte, sulla tensione fra il destino e le scelte che possono modificare per sempre la nostra esistenza. I laghi islandesi, placidi e funesti, sono gli enigmatici protagonisti di questo autunno nordico: quando si trova il coraggio di guardare oltre la superficie, nodi invisibili e lontanissimi si riallacciano, e i fantasmi trovano finalmente pace.

Arnaldur_Indridason_Hki.JPGL'autore, Arnaldur Indriðason (Reykjavík, 28 gennaio 1961) è uno scrittore islandese, noto particolarmente per i suoi romanzi polizieschi che hanno come protagonista il personaggio di Erlendur Sveinsson.
Vive a Reykjavík, è sposato e ha tre figli.
Dal 1981 al 1982 ha lavorato come giornalista al Morgunbladid. In seguito ha lavorato come giornalista indipendente e come critico cinematografico. Si è laureato in storia nel 1996 all'università islandese.
Ha iniziato la sua carriera di scrittore nel 1997, pubblicando il primo romanzo della serie dedicata al commissario Sveinsson.

Ha vinto numerosi premi, fra i quali Glasnyckeln e Gold Dagger e il Barry Award 2009 con Un corpo nel lago.
La traduttrice delle sue opere in italiano è Silvia Cosimini.
Tutti i suoi romanzi tradotti in italiano sono stati pubblicati dalla casa editrice Guanda.

 

 

 

Sull'Islanda

Diario Islandese. Appunti di viaggio dell'estate del 2007
Un frammento biografico: il mio viaggio in Islanda nel remoto 1975

 

Nel 2008, i Sigur Rós hanno reso disponibile su Youtube l’intero video di quasi un’ora e quaranta minuti (!) dal titolo “Heima”. 
Più che un video è un vero e proprio film - già uscito in dvd e presentato alla Festa del Cinema di Roma (2008

) di Roma - che testimonia il loro tour del 2006.
Dopo un'assenza protratta dalla loro Islanda, vi fecero ritorno e, per celebrare l'incontro con la la loro terra madre fecero una serie di concerti (molti dei quali all'aperto, nei luoghi più suggestivi dell'Islanda), offrendoli gratuitamente ai loro conterranei.

Quel che ne è uscito è un misto tra una ripresa di diversi live davvero particolari e uno spettacolare documentario sulla natura del loro Paese.

Heima è un film che va visto non solo per la musica ma anche e soprattutto per i paesaggi, i cieli e i colori. 
Un tributo d'amore alla bellezza dell'Islanda e alla sua gente.
Se poi si ama la musica dei Sigur Rós, allora offre una combinazione davvero perfetta.
Nel vedere questo film, poi, si prova un'emozione davvero particolare se si è stati almeno una volta in Islanda e se si sono visitati quei luoghi.

 

 

 

 


 

 

The idea has been to be more to the point and focus on the music. More timeless if you will. Make it a film of the tour, rather than about it. At times one can get a feeling of a teaser-trailer for the tour when watching the original version. Note that I made this for myself, the way I wanted it to be. It turned out really good and I thought others might like it as well. But, as always with this kind of thing; feel free NOT to watch it. And the original is still out there.

Condividi post
Repost0
22 agosto 2012 3 22 /08 /agosto /2012 21:19

Facebook-in-the-rain.jpgViviamo in un'epoca in cui si verifica un fenomeno preoccupante che insidia le relazioni interpersonali vere e il contatto con la realtà.
I Social Network (e in testa a tutti Facebook), se hanno aperto delle prospettive comunicative prima assolutamente impensabili, nello stesso tempo hanno preso ad erodere la dimensione reale delle relazioni interpersonali tra gli individui.
Ovviamente, non è solo questa la causa del deterioramento relazionale: va messo nel conto anche l'iper-sviluppo della telefonia mobile e dell'uso spinto delle messaggerie telefoniche.
Facebook è divenuto sempre di più una griglia che "formatta" i pensieri e le relazioni: e questo fenomeno nè è sicuramente l'aspetto più insidioso.
Spesso, si guarda a se stessi in funzione del proprio profilo FB e di ciò che vi è postato in termini di pensieri, note scritte, immagini, link, filmati etc, etc. Nello stesso tempo, si è sovente in attesa spamodica (ma non dichiarata consapevolmente) di andare a verificare interazioni, commenti, notifiche.
Ci si presenta in continuazione e si offre agli altri che guardano dentro la rete sociale un'immagine di sé stabile (non necessariamente vera o completa) o continuamente cangiante, a seconda degli umori.
Non è infrequente constatare che nei luoghi pubblici, per esempio al bar, le persone sedute al tavolo accanto al tuo, se non sono entrambe impegnate a ditare messaggini sul proprio cellulare e a rispondere o fare chiamate personali, parlano di ciò che hanno postato nei rispettivi profili, a volte accalorandosi e dibattendo: nel momento in cui si sta assieme si parla di ciò che è accaduto nella realta virtuale di FB - e questo è davvero un paradosso.
Spesso le attività svolte su Facebook possono diventare occasione di furibondi litigi, che deteriorano le relazioni tra le persone reali, quasi che gli "amici" virtuali fossero più importanti e meritevoli di essere preservati a spada tratta.
Dunque, da un lato, Facebook insidia le relazioni reali, le corrompe, le deteriora: queste sono sentite come un limite rispetto alla sconfinata che offre FB rispetto alla possibilità di accedere a qualunque persona sia nella rete e disponibile al contatto.
C'è in questo la vertigine dell'ubiquità e dell'onnipotenza a fronte dei confini ristretti delle relazioni vere con persone vere.
Ciò è percepito da partner ed amici che osservano, scrutano, cercano di capire come si muove nella rete il proprio compagno, partner, amico o parente.
Ma, nello stesso tempo, si crea un altro tipo di problema: alcuni individui, più vulnerabili, forse di altri possono maturare nei confronti di Facebook una sorta di dipendenza.
Il social network si trasforma così da semplice "strumento" (come era stato inteso originariamente dai suoi inventori) a prigione.
Una prigione virtuale, d'accordo. Ma pur sempre una prigione.
E ciò si vede nell'incremento del numero di ore che si trascorrono davanti al PC, non genericamente, ma specificamente connessi al Social Network, ma anche nella rilevanza via via crescente che assumono le relazioni virtuali rispetto a quelle reali.
Questo è uno dei motivi per cui alcuni hanno un sacrosanto timore di Facebook.
Il breve romanzo di Paola Mastrocola (Facebook in the rain, Guanda 2012), in maniera delicata e divertente, illustra proprio questi aspetti, esaminando il rapporto tra una solitudine esistenziale (Evandra, la protagonista della storia è rimasta vedova precocemente) e la scoperta di Facebook, nel momento in cui si fa più acuto il vuoto relazionale e il bisogno di riempire la sua vita con altri stimoli.
La giovane vedova, dopo aver trascorso i primi mesi de lutto in un diuturno dialogo con il marito defunto (visitandolo ogni giorno al cimitero e indugiando a lungo davanti al loculo, intenta in muta conversazione), sente il bisogno di riempire il vuoto di lunghe giornate giornate di pioggia in cui non può rispettare l'abitudine della visita al cimitero: indirizzata da un'amica, prende ad impratichirsi nell'uso del PC, crea un suo profilo su Facebook, iniziando ad esplorarne le potenzialità. Arrivano così i primi contatti, le richieste di amicizia, la vertigine di alcuni incontri (tutti insoddifacenti).
L'ebbrezza che sperimenta è grande e inattesa, al punto che comincia a preferire stare dentro Facebook all'uscire con la regolarità di prima per recarsi al cimitero, ma anche rifiutando le relazioni "reali" che pure avrebbe a portata di mano, come con Baldo che è il collega dell'amica che ha passato lunghe serate con lei per istruirla nelle tecnologie informatiche e sui principi di base della navigazione in internet.

Il romanzo, assumendo quasi il carattere di un apologo, si conclude in modo inatteso, con un rapido precipitare degli eventi verso un'amara conclusione (che non sembra tuttavia definitiva ed irrevocabile).
Ai lettori è lasciato il compito di trarre le proprie conclusioni e, eventualmente, estrarre anche dal piccolo racconto, una morale e un insegnamento pedagogico.
Ma l'autrice non prende posizione: che ciascuno lo faccia da sé

Dal risguardo di copertina. Evandra vive in un piccolo paese del Centro Italia dove fa la casalinga. Rimane vedova all'improvviso, e la sua vita si svuota. Ha una figlia lontana, amiche indaffarate.
L'unica salvezza è andare al cimitero, trovarsi con le altre vedove a disporre i fiori per i propri cari.
Ma la pioggia... La pioggia ha un ruolo determinante in questa storia.
Di colpo Evandra scopre un mondo meraviglioso che fino ad allora le era del tutto ignoto: prende lezioni di Facebook e la sua vita cambia, si popola di personaggi un po' veri e un po' finti, buoni, cattivi, enigmatici, timidi.
Mastrocola.jpgE tra questi, persino un innamorato...
Una moderna favola d'amore, ambientata in un'epoca, la nostra, dove il virtuale si confonde con il reale, ma dove anche s'incontrano quelle anime semplici, appartate e solitarie, che Paola Mastrocola sa far vivere con felice ironia.

L'autrice. Paola Mastrocola è nata nel 1956 a Torino, dove tuttora risiede. Insegna lettere in un liceo scientifico. Fino al 1999 ha pubblicato poesie e saggi sulla letteratura del Trecento e Cinquecento. Dal 2000, presso Guanda ha pubblicato cinque romanzi (La gallina volante, Palline di pane, Una barca nel bosco, Più lontana della luna e La narice del coniglio), il pamphlet narrativo La cuola raccontata al mio cane, il romanzo-favola Che animale sei?.

Condividi post
Repost0
17 agosto 2012 5 17 /08 /agosto /2012 11:18

numero-sconosciuto.jpgNumero sconosciuto di Giulia Besa (Einaudi, 2012) é un romanzo che appare sin dalle prime battute molto interessante e ben costruito...
All'inizio, sembra un "normale" thriller che poi si apre improvvisamente su scenari metafisici, un po' - secondo me - anche se il collegamento è ardito - alla maniera di Arthur Machen, se si considerano in particolare alcune delle sue storie "ominose", tipo "Il grande dio Pan" o anche un po' - se vogliamo - alla maniera di Neil Gaiman che pure sviluppa il tema secondo cui "gli dei (invisibili ai più) sono tra noi" in "American Gods", ad esempio (Mondadori, 2003) e che sono - in un periodo storico e culturale in cui nessuno più pensa a loro (per via del crescente materialismo) - alla ricerca di adepti e di persone che, in qualche modo, possano chinarsi in preghiera ed invocazione davanti a loro e, dunque, rafforzare così la loro esistenza e il loro potere o addirittura rendere possibile la loro esistenza...

Peccato che poi la narrazione diventi - a mio avviso - un po' farraginosa e perde di linearità, man mano che l'intreccio subisce una sorta di upgrade visionario e di accenti metafisici (come nella questione del rapporto tra Forma e Materia), lasciandosi però alle spalle nelle battute finali lo slancio iniziale.
E' meglio la sospensione in cui il lettore si trova nella parte iniziale del plot che non la maggiore chiarezza del disvelamento.
Ha commentato Giulia Besa: Il collegamento ardito mi è servito per introdurre l'elemento fantastico, ed essendo un'amante della mitologia classica nel legame che Epicuro le attribuiva con le passioni, ho approfittato delle sue teorie e di quelle ben più elaborate di Aristotele. I tuoi ragionamenti non sono sbagliati e ho letto alcune cose che hai citato per documentarmi sul genere.
Dalla quarta di copertina. Sara ha vent'anni. È una ragazza come tante. Ma da qualche tempo un numero sconosciuto le manda strani sms. Dà ordini precisi. Non lascia scelta. Ha deciso che Sara deve combattere contro la Violenza, la Guerra, la Morte. Ha deciso che Sara dovrà uccidere gli Dèi. 
Gli Dèi incarnano le passioni piú feroci dell'indole umana. Emanano frequenze che intossicano. Esercitano un fascino irresistibile su chi li avvicina, ne accendono i desideri piú turpi. 
Se un Dio sceglie la tua Materia, tu stesso diventerai un Dio.
Sei pronto a farti corrompere? 
La trama (dal risguardo di copertina). Sara ha vent'anni, vive a Roma e lavora come barista. Nel tempo libero caccia nei boschi per sfogare la sua rabbia e fa regolari visite in ospedale a Marco, l'uomo che un anno fa, in un incidente stradale, ha ucciso i suoi genitori, e da allora è in coma.
Un giorno inizia a ricevere sms da un numero sconosciuto, che le impartisce ordini.
La paura di mettere in pericolo la sorella costringe Sara a seguire le direttive del Numero sconosciuto. E la costringe a lottare contro gli Dèi. Forme delle passioni umane piú spietate, gli Dèi agiscono nel mondo a loro piacimento e corrompono ogni Materia di cui prendano possesso.
Sara si trova a fronteggiare, in un serrato corpo a corpo, Artemide, fascinosa arciera dai denti di squalo, Persefone, bambina che divora e si strugge, Marte, dal bacio sanguigno e sensuale...
Ma di chi è il numero sconosciuto che ricatta Sara e le ordina di dare la caccia a una divinità dopo l'altra? Che cosa ha a che fare con Marco? Cos'è successo davvero il giorno dell'incidente, e perché Sara non riesce a ricordarlo?
L'esordio della giovanissima Giulia Besa è un urban fantasy dalle atmosfere dark che ipnotizza come un thriller psicologico.
L'autrice. Giulia Besa è nata a Roma nel 1990. Si è diplomata al liceo classico «Pilo Albertelli» e frequenta la Facoltà di Giurisprudenza presso l'Università «La Sapienza» di Roma.
Numero sconosciuto (Einaudi, 2011) è il suo primo romanzo.
Condividi post
Repost0
14 agosto 2012 2 14 /08 /agosto /2012 08:09

Il-tribunale-delle-anime.jpgIl Tribunale delle anime (Longanesi, 2012) è il tanto atteso secondo romanzo di Donato Carrisi, giunto dopo quasi dueanni dall'uscita del gettonatissimo "Il Suggeritore". 
Personalmente, non amo molto i romanzi di cui vengono strombazzati i dati di vendita. 
Ci sono molti lettori (o pseudo-lettori?) che, molto sensibili a questo, si precipitano subito a comprare il bestseller di turno, solo per il suo essere bestseller: acquistarlo - ed eventualmente leggerlo - è un modo per essere allineati con il mainstream del pubblico di lettori.

A suo tempo (con un po' di ritardo rispetto all'onda del successo) lessi Il Suggeritore (opera prima di Carrisi) e mi piacque: soprattutto per i suoi cromatismi dark e le sue ambientazioni cupe in una città "senza nome", una grande metropoli postmoderna ma senza nessun dettaglio per poterle dare un nome certo. 
Spinto dalle impressioni tratte da quella prima lettura, mi sono accostato a "Il Tribunale delle anime" e, contrariamente al solito, hocominciato a leggerlo quasi subito. Devo confessare che mi ha totalmente assorbito, rispetto alle molte letture che porto avanti in contemporanea. 
L'ho letto in un solo fiato dall'inizio sino alla fine.
Questa volta l'ambientazione è esplicita: il romanzo si muove prevalentemente a Roma, anche se si aprono molti sotto-scenari in luoghi diversi e con cambi di collocazione cronologica (è dunque anche un romanzo che fa viaggiare il lettore nel tempo e nello spazio).
L'intreccio - molto originale ed ingegnoso rispetto ai molti noir che circolano nel mercato librario - è splendido e molto articolato, con tanti filoni di indagine che si sovrappongono, si sdoppiano, torno a convergere e con trovate sorprendenti sino al disvelamento finale, distillato con maestria.
Il romanzo, documentato e basato in parte su eventi (anche storici) reali, getta una luce inquietante sull'istituzione della " Penitenzieria apostolica" (di cui indica in modo romanzato le possibili distorsioni rispetto alle finalità originarie) e mostra in modo didascalica alcuni luoghi di una sorpendente Roma segreta.
 
Dal risguardo di copertina. Roma è battuta da una pioggia incessante. In un antico caffè, vicino a piazza Navona, due uomini esaminano lo stesso dossier. Una ragazza è scomparsa. Forse è stata rapita, ma se è ancora viva non le resta molto tempo. Uno dei due uomini, Clemente, è la guida. L'altro, Marcus, è un cacciatore del buio, addestrato a riconoscere le anomalie, a scovare il male e a svelarne il volto nascosto. Perché c'è un particolare che rende il caso della ragazza scomparsa diverso da ogni altro. Per questo solo lui può salvarla. 
Ma, sfiorandosi la cicatrice sulla tempia, Marcus è tormentato dai dubbi. Come può riuscire nell'impresa a pochi mesi dall'incidente che gli ha fatto perdere la memoria? Anomalie. Dettagli. Sandra è addestrata a riconoscere i dettagli fuori posto, perché sa che è in essi che si annida la morte. Sandra è una fotorilevatrice della Scientifica e il suo lavoro è fotografare i luoghi in cui è avvenuto un fatto di sangue. Il suo sguardo, filtrato dall'obiettivo, è quello di chi è a caccia di indizi. E di un colpevole. Ma c'è un dettaglio fuori posto anche nella sua vita personale. E la ossessiona. Quando le strade di Marcus e di Sandra si incrociano, portano allo scoperto un mondo segreto e terribile, nascosto nelle pieghe oscure di Roma. Un mondo che risponde a un disegno superiore, tanto perfetto quanto malvagio. Un disegno di morte. Perché quando la giustizia non è più possibile, resta soltanto il perdono. Oppure la vendetta. Questa è la storia di un segreto invisibile...
La recensione di IBS. Anomalie, in fondo era questo che cercavano. Minuscoli strappi nella trama della normalità. Piccoli inciampi nella sequenza logica di una comune indagine di polizia. In quelle insignificanti imperfezioni si nascondeva spesso qualcos’altro. Un passaggio verso una verità differente, inimmaginabile. 
Il compito dei due misteriosi “indagatori” di questo nuovo romanzo di Donato Carrisi, incomincia proprio da lì. Marcus, il cacciatore, e Clemente, la sua guida, sono incaricati di scoprire cosa si celi dietro l’inspiegabile scomparsa di Lara, una tranquilla studentessa che vive in un antico palazzo nel cuore di Roma. Non sono poliziotti, non sono investigatori, si muovono con cautela tra le pieghe non chiarite dalle indagini ufficiali, incaricati da personaggi che stanno in alto, molto in alto, ma non desiderano far sapere nulla di sé. Li guida la spiccata sensibilità di Marcus per tutto ciò che è incongruente, insondabile, lontano dalla normale possibilità di comprensione degli esseri umani. Proprio questa sua capacità di penetrare i fatti e di scoprirne le cause profonde, che a tutti gli altri sfuggono, lo rendono unico, alieno a tutto e a tutti. Persino a se stesso visto che Marcus non sa chi sia realmente, non ha identità, non ha ricordi. Proviene da una zona d’ombra e forse proprio per questo sa muoversi con abilità tra le oscurità del male e dei delitti che ne affiorano. 
La polizia archivia sommariamente la scomparsa di Lara come un caso di allontanamento volontario, ma al cacciatore questo mistero apre le porte di un mondo sommerso, in cui è il confine fra il bene e il male è estremamente labile. Ciò che è più segreto e temibile si annida nell’ombra: non solo l’ombra delle tenebrose chiese romane, ma anche il buio dei cuori oppressi da colpe inconfessabili e l’oscurità del passato. È qui che si muovono i numerosi personaggi che affollano il romanzo: Sandra, fotorilevatrice della scientifica, che racchiude nella sua storia un grande dolore mai risolto, Monica giovane medico che perse la sorella gemella in un delitto dalle circostanze mai chiarite, Jeremiah Smith, serial killer ridotto in fin di vita da una mano sconosciuta. E poi la sfortunata Angelina, la cui vicenda sposta la vicenda nel tempo e nello spazio fino a Città del Messico, e un bambino il cui profilo emerge fievole da un passato carico di ossessioni... 
Due anni dopo l’exploit del suo libro d’esordio (Il Suggeritore, Longanesi), Donato Carrisi  torna con un nuovo romanzo che, sin dalle prime pagine, ripropone le atmosfere misteriose e le elettrizzanti rivelazioni che hanno decretato il suo grande successo. 
Donato CarrisiAmbientato in una Roma intrisa di mistero e spiritualità, Il tribunale delle anime non è solo un thriller mozzafiato, ma anche la storia di un segreto invisibile eppure sotto gli occhi di tutti, la storia di un male antico ed eterno e di chi lotta per contrastarlo. Ci riserva una sfida continua con l’ignoto, un turbinio di incubi, un gioco di scambi di identità, che finirà per catturare anche il lettore più compassato e razionale.
Donato Carrisi, sceneggiatore ed esperto di criminologia con il suo romanzo d’esordio intitolato Il Suggeritore (2008) ha venduto 600.000 copie in tutto il mondo, di cui 250.000 solo in Italia, rimanendo in vetta alle classifiche per ben 30 settimane per poi vincere, l’estate successiva, il Premio Bancarella.
Condividi post
Repost0
26 luglio 2012 4 26 /07 /luglio /2012 07:43

Caravaggio-rubato-Scarlini.jpgLa storia è ultranota e ormai fa parte a pieno titolo dei misteri irrisolti di Palermo: nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969 veniva sottratto dalla sua sede originale un grande dipinto del Caravaggio, raffigurante una Natività, uno dei pochi da lui realizzati nel corso della sua breve permanenza in Sicilia, mentre viaggiava (o meglio fuggiva) da Malta alla volta di Roma, sperando di ottenere infine il perdono del Papa.
Il quadro era ospitato all'interno dell'Oratorio di San Lorenzo in via dell'Immacolatella, circondato da stucchi del Serpotta, in una composizione unica realizzata secondo la tradizione del "Quadratismo" siciliano di quel periodo.
Il dipinto del Caravaggio non venne più ritrovato.Le ultime notizie di avvistamenti della tela sottratta (ma prive di fondamento) risalgono a circa vent'anni addietro.
Poi, il silenzio più completo.
Varie ipotesi vennero fatte e diverse furono le piste seguite.
Di tanto in tanto emersero delle dichiarazioni di pentiti di mafia che corroborarono la pista mafiosa. Ma ebbero rilevanza anche le ipotesi del furto su commissione da parte di qualche danaroso collezionista. Non ultima l'ipotesi che la grande tela del caravaggio sia andata distrutta.
Si tratta di un mistero che s'interseca con i tanti misteri di Palermo, ma che crea anche un'appendice quasi romanzesca all'avventurosa e sanguigna vita del Caravaggio.
Luca Scarlini, nel suo "Il Caravaggio rubato. Mito e cronaca di un furto" (edito da Sellerio, 2012) racconta magistralmente tutto questo e ancora di più.
Il suo libro che, formalmente, nasce come un piccolo saggio tematico, in realtà è ricco di sfaccettature e di articolazioni: per questo, si legge con passione, quasi fosse un romanzo che spazia su tanti argomenti diversi e con vertiginose incursioni nel tempo e nello spazio.
nativita-di-Caravaggio-palermo-rubata.jpgCon un montaggio intrigante, quasi cinematografico (non bisogna dimenticare che Scarlini si occupa anche di drammaturgia) vi si parla dell'Oratorio di San Lorenzo di via dell'Immacolatella e della sua storia, della vita del Caravaggio, ma anche en passant della famiglia dei Serpotta, di Palermo e dei suoi misteri, delle trame mafiose di quel periodo, dei furti delle opere d'arte, sino ad un ultimo capitolo in cui vengono messe al vaglio le diverse ipotesi accreditate sulla scomparsa della Natività caravaggesca e ad un originalissimo capitoletto in cui è lo stesso dipinto che si racconta dalla sua collocazione a dimora al momento del furto sino al buio successivo.


Dal risguardo di copertina. Cronaca di un furto clamoroso, che si colloca, dentro una panoramica d’ambiente e diventa inchiesta che insegue le ipotesi diverse intorno alla sorte di un dipinto; ma in modo più originale esplorazione dei meandri delle raffinatissime strategie comunicative della mafia, e della vita esuberante di un pittore in fuga.

Nella notte tra il 17 e il 18 di ottobre del 1969 svaniva per sempre, rubata con inaudita semplicità, la Natività di Caravaggio, opera magnifica e tra le più importanti dell’ultimo periodo del Maestro, e l’unica dipinta durante l’incerto soggiorno del pittore a Palermo. Il quadro di grandi dimensioni copriva una parete del mistico e festoso Oratorio di San Lorenzo ed era incastonato nei «teatrini», che ornavano tutto il complesso, dell’altro sommo Giacomo Serpotta. Opera d’arte immensa, dunque, non solo il dipinto, ma nel complesso il luogo in cui si inseriva. Il danno del furto fu inestimabile. E riassunse agli occhi dell’opinione pubblica più civile un’immagine di violenza, di incuria ambientale, di negligenza delle autorità. Un’immagine simbolo dell’inerte decadenza in cui era stata irretita una città una volta orgogliosa.
Di questa sorta di stupro alla città, Scarlini ricostruisce la cronaca per moltissimi aspetti controversa: non si è mai conosciuto l’esecutore e il mandante, mai si è chiarita la fine del quadro; tanto meno s’è individuato il movente dell’atto: se causato semplicemente da sete di guadagno o di possesso, oppure parte di una strategia più difficile da decifrare, di destabilizzazione se non di umiliazione inferta allo stato o volta a suggellare iconograficamente un dominio indicibile. Questo completo vuoto di certezze non restava nel silenzio, al contrario diventava un intrigo rimbombante di un ininterrotto brusio di voci e di squillanti ipotesi emanate a ogni livello e da ogni tipo di fonte. Causa di questi rumori prima di tutto il fatto che la scomparsa della Natività avveniva in terra di mafia; causa seconda: il mistero furtivo si inscriveva, dentro il mistero biografico, da sempre seducente per studiosi e lettori, della vicenda di Caravaggio, in particolare nei suoi rapporti con la Sicilia.
scarlini.jpgCronaca di un furto clamoroso, che si colloca, dentro una panoramica d’ambiente e diventa inchiesta che insegue le ipotesi diverse intorno alla sorte di un dipinto; ma in modo più originale esplorazione dei meandri delle raffinatissime strategie comunicative della mafia, e della vita esuberante di un pittore in fuga.
Notizie sull'Autore. Luca Scarlini, saggista, drammaturgo, storyteller in scena. Tra i suoi libri: Lustrini per il regno dei cieli (Torino, 2008), Sacre sfilate (Milano, 2010), Un paese in ginocchio (Milano, 2012), La sindrome di Michael Jackson (Milano, 2012).

 

 

Vedi anche:

L'Oratorio di San Lorenzo con gli stucchi di Giacomo Serpotta: per me, un'autentica scoperta
Nel "concept book" di Susanna Cantore il mistero degli ultimi giorni di Caravaggio
Condividi post
Repost0
18 maggio 2012 5 18 /05 /maggio /2012 07:32

volevoesseremoanaVolevo essere Moana è il titolo di un libro di memorie di Michelle Ferrari che dopo un transito "per passione" dal mondo del porno, è passata ad occuparsi d'altro e gestisce adesso un rinomato agriturismo in Liguria.
Il titolo la dice lunga su quanto Moana Pozzi con la sua breve e fulgida di esistenza da pornostar colta ed intelliggente (per finire quasi santificata dopo la morte prematura) abbia suggestionato ed influenzato le giovani menti e sospinto altre a desiderare con forza di intraprendere la stessa carriera o quantomeno a vivere la sessualità disinvoltamente.
Ho letto il libro di Michelle Ferrari, con attenzione ed curiosità. Tra i molti miei interessi di lettura, ci sono anche per vecchia tradizione (originata sin dall'asolescenza) cultore delle opere letterarie (ma anche di saggistica) in cui sia di mezzo l’Eros, in tutte le sue diverse gradazioni: dall’erotico “spirituale” alla dimensione più squisitamente porno.

Il racconto diaristico della Ferrari mi è sembrato interessante come documento di iniziazione alle diverse pratiche dell’Eros che sono sempre più diffuse al giorno d’oggi, in cui il sesso nudo e crudo (e frequentemente "trasgressivo") diventa piacere ed intrattenimento più che modalità relazionale tra individui vincolati da un legame sentimentale.

In questo senso il memoir di Michelle Ferrari è un documento del nostro tempo, perché mostra anche i modi in cui una “pornostar” (e Moana Pozzi è un’icona del porno-hard e dell’Eros rappresentato e vissuto) possa costituire per le “piccole donne” che crescono di oggi un potente modello, pieno di appeal e da imitare.

E’ documento anche attuale perché mostra come alcune giovani donne (dotate dalla natura ed avvenenti) decidano di seguire dei percorsi in cui sfruttano come risorsa e strumento del successo le proprie doti fisiche per “emergere”, seguendo nello stesso tempo una via che dia loro piacere e in cui il sesso possa essere praticato senza problemi, come divertimento, “botta di vita” (per usare l’espressione cara a Tinto Brass) e non esclusivamente vincolato alla relazione monogamica (che c’è sempre come leit motiv, anche se non esclude l’apertura ad altro, cioè a trasgressioni erotiche, eventualmente condivise con il proprio partner oppure a iincursioni in pratiche sessuali allo stato puro che non implicano il “tradimento” dei sentimenti).

Alcune decidono di diventare star del porno (e oggi non si tratta quasi più di scelte “subite”, ma piuttosto seguite quasi gioiosamente), mentre altre decidono di intraprendere la via delle tanto chiacchierate “escort”.

Ma, in fondo, si tratta sempre della stesso desinare (pur declinato in modi diversi), in cui il concetto stesso di “prostituzione” come lo intendevano i nostri padri, si stempera, diluendosi in una categoria molto più ampia, più operativa - forse - ma sicuramente molto più ego-sintonica con le tendenze e i gusti personali e con la specifica ricerca del piacere che ciascuno porta avanti.
Le porno-attrici trovano una via gratificante al successo, mentre fanno ciò che piace loro (spesso, come ha mostrato lo psichiatra e psicoanalista americano Robert Stoller nel suo illuminante saggio-intervista, Il Porno, vi è una forte componente esibizionistica che trova il suo correlato interiore in un altrettanto intenso piacere voyeuristico nei confronti di tutto ciò che concerne la sessualità, in ruoli non più drasticamente divisi, come era al tempo di Freud, ma dinamicamente mobili ed interscambiabili).

Del libro di Michelle Ferrari (che ora - come si diceva - ha smesso di fare la pornoattrice ed è amministratrice oculata d'un avviato agriturismo in Liguria) quella più interessante è la parte diaristica, mentre le pagine dedicate al "Dizionario dell’Eros" hanno meno mordente e sicuramente vanno lette con il contagocce (magari, limitandosi a dare di tanto in tanto, un’occhiata ad un singolo lemma) e rappresentano una sintesi della “filosofia” dell’eros, praticata da Michelle Ferrari, in quanto emula della grande Moana (che pure scrisse un suo "dizionario dell'Eros).

Alcuni potrebbero pensare, leggendo il libro di Michelle Ferrari, che l’autrice nell’esporre così disinvoltamente le sue memorie erotiche mostri di essere né meno che una sgualdrinella e che, offesi nel proprio perbenismo, lo dichiarino pubblicamente, ma questo sarebbe sicuramente un giudizio avventato.

Penso che ogni individuo debba ricevere rispetto in tutte le scelte che compie (purchè - ovviamente - non siano scelte che lo indirizzino su di una via di criminalità) e che, di conseguenza, non ci sia alcuna necessità di essere offensivi nei confronti di chi si avvia su di una strada insolita e non del tutto condivisibile. Risulta sempre più evidente oggi, ancora più che nel modello del porno degli esordi della cinematografia che la maggior parte dei figuranti uomini e donne traggono piacere da ciò che fanno - come del resto già sottolineava Stoller nel saggio citato, traendo forza dalle testimonianze rese dagli stessi protagonisti del porno.
E’ chiaro che anche una donna che ha fatto le scelte di Michelle Ferrari non può e non potrà mai essere disponibile per tutti e che, del pari, non è nemmeno una prostituta che si vende al primo venuto.

Rimane sempre una donna che sceglie e che decide con quale uomo accompagnarsi, con chi avere una relazione e con chi fare sesso.

Insomma, e' una che si propone come una donna libera e non certamente come una sgualdrina che si sottopone indiscriminatamente alle voglie del primo venuto. Mentre, da ogni rigo del suo memoir risulta in modo lampante che il suo essere porno-attrice è stato preceduto da una lunga iniziazione al sesso trasgressivo, intrapresa per il proprio ed intimo piacere

Forse, è proprio questo a poter dare fastidio ai “benpensanti”.


Michelle Ferrari alla presentazione del suo volumeSintesi del volume. Volevo essere Moana della porno attrice Michelle Ferrari è un libro autobiografico e, soprattutto, strano. Non solo perché introduce in un mondo per lo meno curioso, quello della pornografia, ma anche perché lo fa apparire perfino normale, mostrando in parte le motivazione che animano i suoi personaggi e facendo vedere ciò sta dietro le quinte e ciò che ne rappresenta l’antefatto “formativo”.

In definitiva, il porno è un lavoro; ci sono i colleghi, il regista, la routine. Ma è anche un lavoro in cui si esprimono in maniera perfetta tendenze e vocazione: la passione sfrenata di sesso trasgressivo, il desiderio di esibire la propria sessualità senza pudori Michelle Ferrari è una bella ragazza, ma soprattutto è una ragazza normale che ha voglia di fare sesso e di esibirsi mentre lo fa, avvalorando in ciò le tesi sviluppate da Robert Stoller.

 

 

Su di un altro aspetto illumina il libro di Michelle Ferrari, cioè su come certe scelte e certi orientamenti possano essere "transgenerazionali", condivisi e sostenuti in ambito familiare o come possano divenire oggetto di emulazione concorrenziale quasi. Si sarà sorpesi di scoprire che anche la madre di Michelle ferrari ha dato alle stampe un suo libro: per cui si può dire in qualche misura che vi è stato "porno di madre in figlia". Come emerge anche dalla lettura delle “memorie” di Michelle, vi è stata in maniera diffusa un’iniziazione alla sessualità in una dimensione familiare in cui il sesso era vissuto senza inibizioni e soprattutto senza repressioni nella fase adolescenziale, grazie anche alla disinvoltura della madre e al tipo di frequentazione che quest'ultima aveva..

pornodiva-e-mamma.jpgAlba Latella, la madre di Michelle Ferrari, non si è sentita per nulla offesa o scandalizzata dal fatto che la figlia abbia messo in piazza il suo percorso di iniziazione alla sessualità, la sua predilezione per il sesso libero (e a volte anche promiscuo) e infine la sua carriera di pornoattrice, anzi al contrario: ha pienamente accettato la cosa. Tant’è che anche lei – quasi in concorrenza con la figlia - ha scritto un libro, a sfondo erotico e autobiografico, dal titolo “Ho trovato il punto G nel cuore”.

La madre di Michelle, interrogata dal rotocalco "Grazia" a proposito del mestiere della figlia ha dichiarato: “Non trovo giusto che un genitore interferisca nelle scelte di un figlio maggiorenne. La vita va vissuta liberamente. Ci sono troppi paletti, regole, convenzioni sociali. Noi, francamente, ce ne freghiamo. Michelle non fa niente di illegale, non vende il suo corpo. La pornostar non è una prostituta”.

Una visione da condividere sulla base delle argomentazioni riportate sopra.


Sintesi del romanzo di Alba Latella. Questa è la storia di una donna: una moglie, una madre, ma soprattutto una donna sensuale, determinata nella sua giocosa, spregiudicata, libera ricerca del piacere. È la storia di Arianna che, abbandonata dal marito con due figlie a carico, scopre che la vita non finisce nemmeno con il più devastante dei dolori, neanche in mezzo alle più angosciose difficoltà. Si rimbocca le maniche e prende in mano la propria esistenza, decisa a non farsi sopraffare dalla delusione d'amore o dalle traversie quotidiane. Scopre che al di là dei "doveri coniugali" c'è un modo più soddisfacente di fare l'amore... e nella ricerca del piacere trova nuovi stimoli per dare un senso alla vita.

 

Alba Latella e Michelle Ferrari hanno un profilo comune su Facebook.
E' questa è la loro presentazione.
Alba e Michelle, due generazioni diverse, due donne disinibite, trasgressive che si confrontano sui temi della sessualità femminile, dei diritti civili e dell'anticlericalismo. E' gradita una comunicazione libera e libertina.

Alba Latella, scrittrice e imprenditrice e Michelle Ferrari, attrice hard e scrittrice. Insieme hanno un agriturismo a La Spezia... All'isola che non c'è..

 

Condividi post
Repost0

Mi Presento

  • : Frammenti e pensieri sparsi
  • : Una raccolta di recensioni cinematografiche, di approfondimenti sulle letture fatte, note diaristiche e sogni, reportage e viaggi
  • Contatti

Profilo

  • Frammenti e Pensieri Sparsi

Testo Libero

Ricerca

Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


frammenti-e-pensieri-sparsi.over-blog.it-Google pagerank and Worth