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11 dicembre 2023 1 11 /12 /dicembre /2023 07:31
Lo Sparviero (il trabiccolo volante ideato da Salgari per i due romanzi I Figli dell'aria e Il re dell'aria)

Partecipo ad una passeggiata in compagnia,
ospiti o parenti,
non so,
un’attività collettiva
ludica e piacevole

 

Li porto al Parco della Favorita
dove c’é una confusione davvero bizzarra e insolita
Gente di tutti i tipi e etnie
Uomini, donne, bambini
Tutti vocianti e ciarlieri
Noi siamo dotati 
di un trabiccolo volante
e sovrastiamo questa folla dall’alto
Non siamo costretti a scansarci
ad ogni piè sospinto
e abbiamo la libertà del cielo
Siamo i re dell’aria
con il loro Sparviero,
come nel romanzo di Salgari
Poi ad un certo punto
io mi lancio in volo,
per atterrare dopo una lunga planata
tra gli alberi 
e in mezzo alla folla
Ci vediamo dopo,
dico agli altri della compagnia, 
spiccando il salto nel vuoto

 

Dopo l'atterraggio,
ritorno a piedi,
seguendo un cammino 
lungo e tortuoso
Ci sono dei bambini che giocano con le biglie 
Altri più grandicelli che molestano 
quelli più piccini
(li bullizzano)
ed io mi ritrovo a prendere le difese
dei poveri bimbi maltrattati

 

Incontro alcune persone che conosco
che vanno ad una festa
e portano con sé
una torta monumentale
ricoperta di glassa

 

(dissolvenza)

 

 

Questo è il sogno in breve, 
perché c’erano molti più dettagli che mi sono sfuggiti
Così è!

Emilio Salgari, Il re dell'aria

Il re dell'aria è un romanzo di avventura fantascientifico di Emilio Salgari (uno dei miei preferiti, quando ero piccino), scritto nel 1907 e originariamente pubblicato da Bemporad di Firenze.
É il seguito del precedente romanzo I figli dell'aria, di cui riprende alcuni personaggi

Nello stretto di Tartaria un piccolo gruppo di coraggiosi sbarca sull'isola di Sakalin, nei pressi delle coste della Siberia Meridionale. In quel luogo sperduto sono incarcerati numerosi detenuti politici, tra cui Boris, un ex-comandante della corazzata militare russa "Pobieda", un tempo da tutti descritto come un coraggioso e valido ufficiale, e fratello di Wassili Starinsky, il capo del gruppo che si impadronisce della prigione e libera i detenuti. Al suo fianco si schierano Rokoff e Fedoro, i due amici già incontrati ne I figli dell'aria, e il polacco Ranzoff, il "Re dell'aria", comandante dello Sparviero, una meravigliosa macchina volante.

La macchina, con a bordo i fuggitivi, percorre la Wladimirka, la via battuta dai forzati in Siberia, e in pochi giorni raggiunge le regioni tropicali. L'aeromobile, partito da Pietroburgo, sorvola quindi il Baltico, la Danimarca meridionale, sfiora le coste della Germania e dell'Olanda, attraversa la Manica, tocca il golfo di Guascogna, giunge a capo di Finisterre; sorvola l'Oceano Atlantico verso le Canarie lasciandosi alle spalle le coste africane, sorvola le isole di Capo Verde fino al prato dell'Atlantide, quel continente scomparso che secondo Salgari si estende tra l'Africa e l'Europa. Fa rotta poi verso le isole di Tristan da Cunha, costeggia le Piccole Antille, i banchi di Bahama, le coste della Florida, la nuova Scozia, Terranova e atterra nei pressi di Boston. Riprenderà infine il viaggio verso lo scoglio dell'Ascensione, sulla dorsale del medio Atlantico, sempre esposta alle furie del mare. 

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1 dicembre 2023 5 01 /12 /dicembre /2023 06:20
Piero Cipriano, La fabbrica della salute mentale, Eleuthera

Ho scoperto solo adesso - molto di recente - Piero Cipriano, forse perché - avendo ripreso dopo anni di pensionamento a lavorare in ambito psichiatrico - in una CTA per essere precisi - sto sentendo il bisogno di aggiornamento intellettuale e di contributi critici allo stato attuale della Psichiatria e che diano nello stesso tempo dei colpi all'impero dello Psicofarmaco e di Big Pharma.
Sino ad ieri, in sostanza, non sapevo nulla di Piero Cipriano e, quindi, come sono arrivato ai suoi libri? 
Semplice! 
Ho sentito parlare di lui in una trasmissione su RAI 3 (che è quella gestita al mattino da Nicola La Gioia ed altri che si alternano nel commentare quotidianamente una selezione di articoli culturali comparsi nella stampa e sul web) nel corso della quale il collega Cipriano veniva anche brevemente intervistato (in occasione della recente uscita del suo più recente volume "Ayahuasca e cura del mondo", Politi Seganfreddo Edizioni, 2023) e ho trovato che ciò che egli aveva da dire fosse estremamente stimolante, ed anche critico.

Ho anche percepito che Cipriano si poneva come una voce fuori dal coro.
Di conseguenza, sono passato immediatamente dal dire al fare e ho ordinato alcuni dei suoi volumi disponibili: e subito mi sono immerso nella lettura de "La fabbrica della salute mentale" (Eleuthera, 2012 con una nuova edizione nel 2019). 
Il caso ha voluto (senza che io ne avessi alcuna consapevolezza nel momento in cui l’ho scelto come prima lettura) che si trattasse anche del primo volume della trilogia dello "psichiatra riluttante" che poi è lo stesso Cipriano che si confessa ed espone le sue idee di psichiatra libertario e che dice no (almeno cerca di farlo) all’uso estensivo delle “fasce” nei “moderni” reparti di psichiatria, per non parlare di altri aspetti coercitivi (come l'uso delle sbarre alle finestre o delle porte chiuse a chiave, come è nella maggior parte dei circa 300 SPDC in Italia, salvo poche e lodevoli eccezioni, come ad esempio quella rappresentata dall'SPDC di Ravenna dove gli operatori hanno deciso nel 2021 di passare ad una pratica di cura e assistenziale e di cura no restraint, ma ne esistono altri in tutta Italia, forse una quindicina in tutto).
Finito questo volume  (anzi  sarebbe meglio dire, avendolo "divorato", mi correggo), sono passato alla lettura di quello che è la seconda pietra miliare della trilogia, sempre pubblicato da Eleuthera, ovvero Il Manicomio Chimico
In questo primo approccio,  ho apprezzato la lucidità e la nettezza di scrittura di Cipriano, il suo modo di dire le cose utilizzando registri narrativi diversi tra la puntata diaristica, il saggio breve, le modalità proprie del pamphlet critico e accusatorio (ma sempre documentato): questo apprezzamento scaturisce,  ovviamente, da una condivisione intellettuale di alcune delle tematiche esposte.
Apprezzo la scrittura di Cipriano per il semplice motivo che mi ci rispecchio molto e torno a rivedere le molte battaglie culturali combattute contro i pregiudizi e gli stereotipi, quando vennero fondati i primi servizi per il trattamento delle tossicodipendenze sul finire degli anni Settanta e nessuno sapeva ancora nulla di questa problematica, in assenza persino di una letteratura decente che potesse servire da guida. Ricordo le molte battaglie intraprese anche soltanto per potersi intendere con altri colleghi operanti nello stesso settore e che avevano concezioni delle tossicodipendenze e della loro cura radicalmente diverse. Battaglie che sovente dovevano necessariamente partire da una definizione linguistica degli ambiti di cui dovevamo occuparci e della capacità di sfrondare dal discorso tutte le aggiunzioni e ridondanze connotative legate a termini di comune uso come "droga" e "drogato".
Scrivere serve, se attraverso la scrittura si divulga un pensiero "altro", se si viene letti e se, attraverso ciò, si creano sacche di pensiero alternativo rispetto a prassi consolidate, erronee o fondate su presupposti pseudoscientifici, le quali poi possono diventare caposaldi per un possibile cambiamento di paradigma più estensivo.
E ricordo appunto che, ai tempi della mia pratica pionieristica nel campo delle tossicodipendenze giovanili, scrivevo e scrivevo, quando possibile pubblicavo, coinvolgendo anche altri in questi progetti di scrittura, cercando di dire le cose come stavano, di correggere il tiro, creare degli assessment innovativi e le premesse di buone prassi.
Cipriano è un basagliano convinto, di seconda generazione, decisamente critico nei confronti della cosiddetta "restraint" psichiatria (cioè della psichiatria che pratica la contenzione, a tutti i livelli: porte chiuse e finestre sbarrate, contenimento chimico, uso delle fasce) che, di fatto, dietro un esile paravento di scientificità e di modernizzazione tradisce la spirito della riforma del 1978 che abolì i manicomi vecchia maniera, ma è anche un fervente seguace delle idee e delle pratiche di Tobie Nathan, un altro grande pensatore e clinico (nell'ambito clinico -psichiatrico applicato al presunto "diverso", che pure io apprezzo e che ho letto, traendone molti spunti di riflessione e di ispirazione.
Indubbiamente, sia Basaglia sia Nathan si possono considerare due maestri del pensiero (nel senso più lato), ma anche attivamente propositori di "buone" pratiche eticamente fondate, soccorrevoli, empatiche e attente al benessere effettivo di chi chiede di essere curato, in forme e secondo modalità che siano inclusive e fondate sulla comprensione, in primo luogo e sul desiderio di risolvere i conflitti là dove essi si sono generati.
La lettura di alcuni capitoli de La Fabbrica della Salute mentale mi ha indotto a riprendere alcune delle pagine di Basaglia che hanno fatto parte del mio bagaglio formativo e culturale (anche se certamente non incluso nel programma di studi della scuola di specializzazione che frequentai a suo tempo).
Basaglia - se ci si pensa bene - risulta tuttora troppo scardinante rispetto ad un approccio che vuole essere di controllo e sedazione, "clinostatico" come dice Cipriano (con l'ammalato sdraiato sul letto, quindi - fondamentalmente in posizione down o - per tornare a Basaglia - in un'atmosfera in cui si pratica la medicina del "corpo morto") ma di base scarsamente evolutivo in termini di effettivo miglioramento della salute psichica delle persone sofferenti, poiché manca quasi del tutto un approccio "umanistico" e il supporto di strutture territoriali agili ed efficienti che consentano di sviluppare programmi articolati di psichiatria di comunità con una possibilità di presa in carico H24 di un paziente, ma direttamente a contatto del territorio in cui vive, là dove sono sorti i problemi e là dove essi possono essere risolti, soprattutto per quanto concerne conflitti e contraddizioni.
Leggere le considerazioni di Cipriano a distanza di quasi cinquant'anni dal fatidico 1978, anno dell’entrata della legge che sancì l’abolizione dei manicomi e l’avvio di una “nuova” psichiatria, spinge a riflettere sul fatto che, al di là dell'apparente rinnovamento (la chiusura dei manicomi e a partire dal 2013 anche dei Manicomi Giudiziari), si sia creato un mondo di assistenza psichiatrica, fondato su di una "manicomalità diffusa" e del crescere di quello che Cipriano con un ardito neologismo definisce "terricomio" (in cui al posto di pochi giganteschi manicomi abbiamo adesso una quantità impressionante di mini-manicomi sparsi nel territorio a degenza breve come sono appunto gli SPDC oppure a degenza medio-lunga come sono alcune case di cura convenzionate che sono in condizione di tenere i pazienti per lunghi periodi di tempo oppure le cosiddette CTA, ovvero le Comunità Terapeutiche Assistite per pazienti psichiatrici.
Cipriano si definisce uno psichiatra riluttante, prendendo a prestito la parola dal titolo di un libro da lui letto (anche io lo conosco) che è "Il fondamentalista riluttante": un romanzo in cui fa da protagonista un fondamentalista (che tale è stato addestrato ad essere) ma che tuttavia attenendosi alla propria coscienza e a valori etici più universali, non vuole esserlo: ed è per questo motivo un "riluttante", uno psichiatra che lotta quotidianamente per evitare i compromessi e per improntare la propria pratica quotidiana a principi etici irrinunciabili.

 

(quarta di copertina) Nonostante siano passati oltre quarant'anni dall'approvazione della legge che avrebbe dovuto sancire il superamento definitivo della barbarie manicomiale, Piero Cipriano – psichiatra riluttante, come si definisce – ci racconta in presa diretta cos'è oggi un Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura. Grazie al suo sguardo impietoso, quei luoghi che avrebbero dovuto garantire una gestione umana ed efficace delle crisi psichiatriche ci appaiono invece come le nuove roccaforti di una rinata «cultura manicomiale» in cui il potere del sano sul malato è ancora gestito in modo arbitrario e burocratico. 
Con alcune notevoli differenze rispetto al passato: se il manicomio tradizionale ricordava un campo di concentramento, l'attuale SPDC ricorda piuttosto una fabbrica, dove il primario è il direttore, lo psichiatra il tecnico specializzato addetto alla catena di montaggio umana e il malato la macchina biologica rotta da aggiustare. 
E quando il farmaco non basta, ecco che tornano le fasce: proprio come nei vecchi manicomi.

 

L’autore. Piero Cipriano (1968), medico psichiatra e psicoterapeuta, di formazione cognitivista ed etnopsichiatrica, ha lavorato in vari Dipartimenti di Salute Mentale d'Italia, dal Friuli alla Campania, e da qualche anno lavora in un SPDC di Roma. 
Autore di numerosi saggi sull'argomento, con Elèuthera ha pubblicato «la trilogia della riluttanza», che comprende, insieme a La fabbrica della cura mentale (2022 nuova edizione), anche Il manicomio chimico (2023, n.e.) e La società dei devianti. Depressi, schizoidi, suicidi, hikikomori, nichilisti, rom, migranti, cristi in croce e anormali d’ogni sorta (altre storie di psichiatria riluttante) (2016), oltre a un volume dedicato allo psichiatra che più lo ha influenzato: Basaglia e le metamorfosi della psichiatria (2018).

 

Piero Cipriano. Il manicomio chimico. Cronache di uno psichiatra riluttante, Eleuthera

Piero Cipriano con Il manicomio chimico. Cronache di uno psichiatra riluttante (uscito per la prima volta nel 2015 e riedito nel 2023 per i tipi di Eleuthera) prosegue le riflessioni iniziate in “La fabbrica della salute mentale”. 
Si muove anche qui tra memorie personali, riflessioni legate alla sua pratica lavorativa ed anche piccoli voli fantastici in cui elementi della realtà si mescolano con suggestioni letterarie discendenti da alcuni dei suoi autori preferiti.
Cipriano - come già detto - è un basagliano convinto e ciò è un grande pregio in un momento in cui, mentre ci avviciniamo al cinquantenario della Legge che ha abolito i manicomi e, dopo il 2013, anche i manicomi giudiziari, Basaglia e le sue critiche destruenti contro qualsiasi forma di psichiatria costrittiva, sembrano essere dimenticati, anzi radicalmente rimossi dalla coscienza collettiva.
Cipriano, nel suo assetto di seguace delle idee di Basaglia ed essendo contrario a qualsiasi pratica restrittiva sia essa contenzione fisica (uso delle fasce, sbarre alle finestre e porte chiuse)  o farmacologica ad libitum, si definisce anche uno psichiatra “riluttante” nel senso di essere portatore di una voce critica nei confronti delle pratiche imperanti (quelle del farmaco e dei molti modi per esercitare forme di costrizione), all'infuori di poche isole virtuose. 
Più avanti, Piero Cipriano si definirà anche uno psichiatra “anarchico” in quanto sostenitore del principio che uno psichiatra deve essere in condizione di essere in pace con la propria coscienza, dando sempre maggior risalto a decisioni e a modus operandi che siano “etici” anche al costo di scardinare pratiche consuetudinarie.
Le riflessioni di Cipriano sulle prassi psichiatriche attuali sono imbevute di un profondo senso etico.
Per tutti questi motivi, Cipriano è spesso entrato in rotta di collisione con il il sistema dominante e da parte di alcuni si è meritato la nomea di essere uno “psichiatra eccentrico”.
Ho già letto “La fabbrica della salute mentale” e non posso non ammirare la ricchezza di contenuti che traspare da questo secondo volume e la coerenza profonda delle riflessioni che vi vengono sviluppate.
Questo volume, ben più corposo del precedente, meriterebbe una disamina dettagliata dei suoi contenuti e magari lo farò in altra sede. Tra i diversi argomenti dettagliati vi è una disamina-sunto dell'interessantissimo studio di Robert Whitaker, Indagine su di un'epidemia (Fioriti Editore, 2013) che in maniera molto documentata e rigorosa sfata miti della moderna psichiatria farmacologica e mostra la nuda verità di un incremento inarrestabile delle patologie psichiatriche, suggerendo l'ipotesi (con il sostegno di studi effettuati) che sia  proprio l'utilizzo degli psicofarmaci a incrementare l'incidenza e la cronicizzazione delle patologie psichiatriche. 

 

Robert Whitaker, Indagine su di un epidemia, Fioriti, 2013


 

(sintesi del volume di Whitaker) Lo straordinario aumento delle disabilità psichiatriche nell’epoca del boom degli psicofarmaci.
Se quello che ci è stato raccontato finora è vero, cioè che la psichiatria ha effettivamente fatto grandi progressi nell’identificare le cause biologiche dei disturbi mentali e nello sviluppare trattamenti efficaci per queste patologie allora possiamo con concludere che il rimodellamento delle nostre convinzioni sociali promosso dalla psichiatria è stato positivo.
Ma se scopriremo che la storia è diversa – che le cause biologiche dei disturbi mentali sono ancora lontane dall’essere scoperte e che gli psicofarmaci stanno, di fatto, alimentando questa epidemia di gravi disabilità psichiatriche – cosa potremo dire di aver fatto? Avremo documentato una storia che dimostra quanto la nostra società sia stata ingannata e, forse, tradita.


Quella del secondo volume della trilogia dello psichiatra riluttante è una lettura che consiglio caldamente a chiunque desiderasse farsi un’idea critica dello stato dell’arte del sistema dell’assistenza psichiatrica in Italia, oggi


(Risguardo di copertina) Oggi il manicomio non è più costituito da fasce, muri, sbarre, ma è diventato astratto, invisibile. Si è trasferito direttamente nella testa, nelle vie neurotrasmettitoriali che regolano i pensieri. Il vero manicomio, oggi, sono gli psicofarmaci. Stiamo oltretutto assistendo a una vera e propria mutazione antropologica: agli psichiatri, e alle case farmaceutiche, non bastano più i malati da curare, ma servono anche i sani. Lutto, tristezza, rabbia, timidezza, disattenzione, non sono stati d'animo fisiologici, ma patologie da curare con il farmaco adatto. Dal suo punto di osservazione privilegiato, Cipriano, il nostro psichiatra riluttante, sottopone a una critica severa i principali dogmi della psichiatria «moderna», a cominciare dalla diagnosi, ovvero l'urgenza burocratica di considerare «malattia » qualunque disagio psichico, cui segue l'immancabile prescrizione di un farmaco. E quando i farmaci non sono sufficienti, ritorna l'uso nascosto delle fasce e dell'elettrochoc. È questo il nuovo manicomio, meno appariscente, più discreto, in cui diagnosi e psicofarmaco dominano la scena.

Seguendo il link sotto potete accedere alla recensione del terzo volume della trilogia dello psichiatra riluttante

La società dei devianti. Continuano - in un terzo volume - le riflessioni e narrazioni di Piero Cipriano, psichiatra riluttante

 

Quello linkato sopra è un articolo di Zanfini Roberto, Crescenti Maria Cristina, Correddu Giuseppina, Gottarelli Lorenzo, Linari Federica, Ricci Manuela, Bandini Barbara (SPDC di Ravenna, AUSL della Romagna)

L’articolo descrive come il SPDC di Ravenna sia divenuto, dal 2016 un reparto no-restraint. Viene descritto come il no restraint non sia una posizione ideologica ma un metodo di lavoro che, se applicato, può portare al superamento della contenzione meccanica. Alla base del no restraint vi sono: a) fattori architettonici del reparto b) organizzazione interna e gestione delle interfacce; c) attività clinica e assistenziale; d) formazione.
Vengono portati dati a supporto del fatto che il no restraint, oltre che etico, riduce il numero delle giornate perse per infortunio del personale, il numero degli episodi di aggressività nei confronti del personale, la spesa sanitaria complessiva per ricovero. Infine vi sono suggestioni che possono anche essere ridotte le giornate in TSO. Servono comunque ulteriori studi a supporto di questi dati preliminari.

Questo il mio pensiero, scaturito da una mia riflessione sul campo, dopo il mio rientro lavorativo, presso una struttura che si occupa di pazienti psichiatrici.

Su oltre trecento SPDC sono solo una trentina quelli in cui non si pratica contenzione (bandita oggi per legge, ma praticata per "necessità"). Rimangono delle case di cure per disturbi mentali che accolgono pazienti per periodi protratti di tempo o, in alternativa, in alcune regioni si è attivata una rete di CTA a gestione privata e convenzionate con le Regioni, in cui i pazienti psichiatrici possono stare per periodi protratti (in Sicilia sino a sette anni (con un conteggio di tipo cumulativo che riguarda anche periodi diversi, intervallati con altri tipi di intervento). In molte regioni pochissimo si è investito per sviluppare degli interventi intermedi, diffusi nel territorio con strutture di accoglienza (Day Hospital, strutture di accoglienza, Centri diurni) con una modalità operativa H24 in modo che le famiglie e gli stessi individui possano ricorrere in tutte le diverse circostanze.
Vi è un gap enorme, incolmabile tra gli SPDC e le strutture di ricovero e residenziali a lungo termine, un vuoto che non potrà mai essere colmato se le diverse regioni continuano a restringere i budget della Sanità e, nello specifico, quelli assegnati alla Salute Mentale.
Cipriano nelle sue analisi ha ragione: nell'assenza delle regioni, nella mancata pianificazione di interventi capillari ed organici nel territorio, è ben difficile costruire buone prassi e cercare di ridurre quanto più sia possibile l'impregnazione farmacologica dei pazienti psichiatrici.
E questa è purtroppo la nostra realtà regionale (in Sicilia).
E' chiaro che quanto più si diffondono le CTA a gestione privata (che a tutti gli effetti rappresentano un business lucrativo) convenzionate con la Regione, tanto meno la Regione investirà nello sviluppo di interventi organici nel territorio.
Spinto dall'entusiasmo derivante dalla scoperta degli scritti di Cipriano, l'ho contattato attraverso i social e gli ho scritto una breve lettera per raccontargli la mia esperienza e desideroso di un confronto.

Buongiorno, Piero!
Sono un collega psichiatra, ormai un po’ anzianotto
Dopo anni di quiescenza (sono andato in pensione nel 2008) ho ripreso a lavorare in una struttura convenzionata, una CTA
Sto toccando con mano le incongruenze del sistema dell’assistenza psichiatrica qui in Sicilia
Mancano quasi del tutto le strutture intermedie, i CSM aperti H24 sarebbero un’utopia (e se proposti a chi governa e decide sarebbero considerati una blasfemia)
Manca il personale per far funzionare adeguatamente le strutture esistenti
Per esempio, in uno CSM decentrato un solo psichiatra, in un SPDC nella provincia di Palermo solo due, tanto per fare esempi di cose di cui sono a conoscenza.

Le CTA a gestione privata sono di fatto dei mini-manicomi territoriali per degenze medio-lunghe (con proroghe di sei mesi in sei mesi, sino ad un massimo di sette anni).
Dopo, il nulla.
Ho scoperto casualmente di te e dei tuoi libri che sto leggendo con molto interesse ed apprezzamento
Nel tuo modo di accostarti alle tematiche per sviscerarne in modo critico ritrovo tanto di me stesso giovane, anche per via del tuo stile non tanto di saggista ma di giornalista “gonzo” che ama mettere se stesso in gioco anziché ricorrere alla pratica del giornalismo in cui chi scrive si defila e mantiene una sua neutralità.
La lettura dei tuoi libri procede a gonfie vele e sono già al terzo volume della trilogia dello psichiatra riluttante, mentre in parallelo leggo a piccoli pezzi quello sull’ayauasca.

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27 ottobre 2023 5 27 /10 /ottobre /2023 07:02
Stephen King

Sono ad una convention dei fan di Stephen King

 

Di questo sogno ricordo poca roba
Con maggiore chiarezza
soltanto il momento della registrazione dei partecipanti,
quando, al termine di un lungo viaggio,
tutti in gruppo o alla spicciolata, 
arriviamo sovraeccitati e stanchi
in una vecchia casa fatiscente, 
piena di boiserie e di inquietanti scricchiolii
che, con il suo aspetto goticheggiante
e molto old America,
sembra essere lo scenario perfetto
per la convention 
Io ho portato co me
molti romanzi del Re,
poiché intendo chiedergli degli autografi
È stato scritto chiaramente nei flyer 
che sono stati fatti circolare da alcuni giorni
e che mi sono pervenuti:
sarà presente il Re in persona,
anche se non è stato detto quando

 

Ci sono vivaci conversazioni,
mosse più che da un reale desiderio
di conoscersi, dal bisogno di ambientarsi
e per meglio calarsi nell’atmosfera
(un po’ nel registro di 10 piccoli indiani)
Sono previsti diversi eventi
dark, horror e mistery
Sono molti quelli che indossano
perfette maschere al silicone
che riproducono le fattezze del Re
in diversi momenti della sua vita

 

Naturalmente, come in tutte le convention che si rispettano, 
c’è un’infinità varietà 
di partecipanti in maschera 
che impersonano i principali caratteri dei romanzi del Re, 
alcune pedisseque e precise al dettaglio,
altre assolutamente fantasiose 
e ciò nondimeno inquietanti
Moltissimi sono i Pennywise,
ma ci sono anche tutti gli altri,
in un’infinità galleria animata
L’effetto è davvero perturbante
Mi domando come è che faremo,
quando sarà il momento
della sua entrata in scena, 
a riconoscere il vero King
dalle imitazioni che ci circondano
Io no,
non indosso alcuna maschera,
non ho adottato alcun travestimento:
sono solo me stesso
con la mia curiosità 
Se avessi voluto travestirmi,
quale personaggio avrei potuto impersonare?, 
mi chiedo

 

Non ho dubbi al riguardo
La risposta è: Roland di Gilead,
l’Ultimo Pistolero o anche l'Ultimo Cavaliere,
detto anche The Gunslinger,
della serie The Dark Tower
(la Torre Nera)
e da ciò che posso vedere in questa convention
non c’è nessuno che lo rappresenti

 

Una grave mancanza!

 

Staremo a vedere

 

Accadono molte altre cose
che non ricordo più

 

Una convention dei fan di Stephen King
Una convention dei fan di Stephen King
Una convention dei fan di Stephen King
Una convention dei fan di Stephen King
Una convention dei fan di Stephen King
Una convention dei fan di Stephen King
Una convention dei fan di Stephen King
Una convention dei fan di Stephen King
Una convention dei fan di Stephen King
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23 ottobre 2023 1 23 /10 /ottobre /2023 06:59

"La morte e il morire" di Elisabeth Kubler Ross è stato per me una lettura di fondamentale importanza. I tardi anni Settanta (dalla conclusione dei miei studi di Medicina) e i primi anni anni Ottanta (che hanno coinciso con il conseguimento della specializzazione in Psichiatria e il percorso di formazione psicoanalitica che poi per vicissitudini personali abbandonai) sono stati caratterizzati da una serie di letture extra-curriculari e che derivavano da una mia necessità interiore di elaborare il lutto della improvvisa e traumatica scomparsa di mio padre. Un mio filone di letture, portato avanti in modo febbrile e ossessivo, fu costituito da una serie di saggi sulla morte e sul morire e fu così che, appunto, mi imbattei nel testo della Kubler Ross.

Maurizio Crispi

Elizabeth Kubler Ross, On Death and Dying

Elisabeth Kubler-Ross, medico psichiatra di origine svizzera, viene considerata la fondatrice della psico-tanatologia, ed anche uno dei più noti esponenti dei cosiddetti "death studies" in cui l'oggetto dell'attenzione non è tanto la morte in sé, quanto piuttosto il morire, inteso come "processo", processo affrontato con laica lucidità al di fuori di qualsiasi cornice religiosa pre-costituita.

Il modello elaborato dalla Kubler-Ross è servito a creare una nuova attenzione sui processi del morire (all'interno di categorie psicologiche) dopo che con la perdita di influenza delle organizzazioni religiose e del supporto della fede, il morire era stato in qualche modo de-umanizzato e relagato nel chiuso degli ospedali.

Il modello a cinque fasi del morire, elaborato nel 1970, nel suo studio fondamentale e pioneristico On Death and Dying (La morte e il morire, Assisi, Cittadella, 1976. 13ª ed.: 2005) rappresenta tuttora uno insostituibile strumento che permette di capire le dinamiche mentali più frequenti della persona a cui è stata diagnosticata una malattia terminale, ma ha una portata ben più ampia, poiché gli psicoterapeuti hanno constatato che esso è valido anche ogni volta che ci sia da elaborare un lutto (o una perdita), anche se esclusivamente - o prevalentemente - limitato al livello affettivo e/o ideologico.

E' da sottolineare che si tratta di un modello a fasi e non a stadi, per cui le fasi possono anche alternarsi, presentarsi più volte nel corso del tempo, con diversa intensità, e senza un preciso ordine, dato che le emozioni non seguono regole particolari, ma anzi così come si manifestano, così svaniscono, oppure si presentano magari miste e sovrapposte.

Ed ecco di seguito le cinque fasi, descritto dalla Kubler-Ross, con ampi riferimenti a casi di pazienti terminali che lei stessa ebbe modo di seguire nel loro percorso di avvicinamento alla morte.

Fase della negazione o del rifiuto: “Ma è sicuro, dottore, che le analisi sono fatte bene?”, “Non è possibile, si sbaglia!”, “Non ci posso credere” sono le parole più frequenti di fronte alla diagnosi di una patologia organica grave; questa fase è caratterizzata dal fatto che il paziente, usando come meccanismo di difesa il rigetto dell' esame di realtà, ritiene impossibile di avere proprio quella malattia. Molto probabilmente il processo di rifiuto psicotico della verità circa il proprio stato di salute può essere funzionale al malato per proteggerlo da un’eccessiva ansia di morte e per prendersi il tempo necessario per organizzarsi. Con il progredire della malattia tale difesa diventa sempre più debole, a meno che non s’irrigidisca raggiungendo livelli ancor più psicopatologici.
Fase della rabbia: dopo la negazione iniziano a manifestarsi emozioni forti quali rabbia e paura, che esplodono in tutte le direzioni, investendo i familiari, il personale ospedaliero, Dio. La frase più frequente è “perché proprio a me?”. È una fase molto delicata dell’iter psicologico e relazionale del paziente. Rappresenta un momento critico che può essere sia il momento di massima richiesta di aiuto, ma anche il momento del rifiuto, della chiusura e del ritiro in sé.
Fase della contrattazione o del patteggiamento: in questa fase la persona inizia a verificare cosa è in grado di fare, ed in quale progetti può investire la speranza, iniziando una specie di negoziato, che a seconda dei valori personali, può essere instaurato sia con le persone che costituiscono la sfera relazione del paziente, sia con le figure religiose. “se prendo le medicine, crede che potrò vivere fino a…”, “se guarisco, farò…”. In questa fase, la persona riprende il controllo della propria vita, e cerca di riparare il riparabile.

 

Elisabeth Kubler Ross, La morte e il morire, La Cittadella Editrice

Fase della depressione: rappresenta un momento nel quale il paziente inizia a prendere consapevolezza delle perdite che sta subendo o che sta per subire e di solito si manifesta quando la malattia progredisce ed il livello di sofferenza aumenta. Questa fase viene distinta in due tipi di depressione: una reattiva ed una preparatoria. La depressione reattiva è conseguente alla presa di coscienza di quanti aspetti della propria identità, della propria immagine corporea, del proprio potere decisionale e delle proprie relazioni sociali, sono andati persi. La depressione preparatoria ha un aspetto anticipatorio rispetto alle perdite che si stanno per subire. In questa fase della malattia la persona non può più negare la sua condizione di salute, e inizia a prendere coscienza che la ribellione non è possibile, per cui la negazione e la rabbia vengono sostituite da un forte senso di sconfitta. Quanto maggiore è la sensazione dell’imminenza della morte, tanto più probabile è che la persona viva fasi di depressione.
Fase dell’accettazione: quando il paziente ha avuto modo di elaborare quanto sta succedendo intorno a lui, arriva ad un’accettazione della propria condizione ed a una consapevolezza di quanto sta per accadere; durante questa fase possono sempre e comunque essere presenti livelli di rabbia e depressione, che però sono di intensità moderata. In questa fase il paziente tende ad essere silenzioso ed a raccogliersi, inoltre sono frequenti momenti di profonda comunicazione con i familiari e con le persone che gli sono accanto. È il momento dei saluti e della restituzione a chi è stato vicino al paziente.
È il momento del “testamento” e della sistemazione di quanto può essere sistemato, in cui si prende cura dei propri “oggetti” (sia in senso pratico, che in senso psicoanalitico).
La fase dell’accettazione non coincide necessariamente con lo stadio terminale della malattia o con la fase pre-morte, momenti in cui i pazienti possono comunque nuovamente sperimentare diniego, ribellione o depressione.

 

Elisabeth Kubler Ross con Madre Teresa di Calcutta

L'autrice. Elisabeth Kübler-Ross (Zurigo, 8 luglio 1926 – Scottsdale, 24 agosto 2004) è stata una psichiatra svizzera. Viene considerata la fondatrice della psicotanatologia e uno dei più noti esponenti dei death studies.

Dopo gli studi in Svizzera, nel 1958 si è trasferita negli USA dove ha lavorato per molti anni presso l'Ospedale Billings di Chicago. Dalle sue esperienze con i malati terminali ha tratto il libro La morte e il morire pubblicato nel 1969,[1] che ha fatto di lei una vera autorità sull'argomento. Celebre la sua definizione delle cinque fasi di reazione alla prognosi mortale: diniego (denial and isolation), rabbia (anger), negoziazione (bargaining), depressione (depression), accettazione (acceptance). Chiave del suo lavoro è la ricerca del modo corretto di affrontare la sofferenza psichica, oltre che quella fisica.

Usava anche praticare la tecnica dell'uscita fuori da corpo (OBE), che aveva appreso da Robert A. Monroe. Negli anni settanta ha tenuto numerosi seminari e conferenze.


Le sue opere

  • La morte e il morire, Assisi, Cittadella, 1976 (edizione originale 1969). 17ª ed.: 2015. ISBN 88-308-0247-6; ISBN 978-88-308-0247-6.
  • Domande e risposte sulla morte e il morire. Essere vicini a chi è prossimo a morire: alleviarne la sofferenza fisica e morale con rispetto della loro dignità umana, del bisogno di verità e di solidarietà, red./studio redazionale, 1981 (edizione originale 1974).
  • La morte e la vita dopo la morte. La nascita ad una nuova vita, Roma, Edizioni Mediterranee, 1991 (edizione originale 1983). ISBN 88-272-0009-6; ISBN 978-88-272-0009-4. Anteprima limitata. Nuova ed.: La morte e la vita dopo la morte. "Morire è come nascere", 2007. ISBN 88-272-1895-5; ISBN 978-88-272-1895-2. Anteprima limitata.
  • La morte è di vitale importanza. Riflessioni sul passaggio dalla vita alla vita dopo la morte, Gruppo Editoriale Armenia S.p.A., 1997 (edizione originale 1995).
  • Impara a vivere impara a morire. Riflessioni sul senso della vita e sull'importanza della morte, Gruppo Editoriale Armenia S.p.A., 2001 (edizione originale 1995).
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14 ottobre 2023 6 14 /10 /ottobre /2023 08:44

Questo scrissi il 14 ottobre del 2011, a proposito dei libri e della perdita d'interesse per la lettura da parte dei più. Questa piccola nota è rimasta dimenticata tra le pieghe di Facebook sino ad oggi.
Penso che valga la pena riportarlo qui sul mio blog perchè sento che in qualche modo sia ancora attuale.

Maurizio Crispi

I rogi dei libri (dal web)

Nei secoli bui dell'umanità, i libri in odore di eresia venivano bruciati in pubblici roghi con la stessa ritualità solenne con cui i "peccatori" venivano arsi tra le fiamme. In modo più rozzo e brutale, i nazisti bruciavano tutte le opere che fossero in odore di eresia, ebraismo, semitismo, sionismo.

Nelle dittature del pensiero, lo stalinismo in testa, i libri e i documenti ufficiali venivano proibiti o, in maniera più sottile, epurati da tutto ciò che fosse difforme rispetto all'assetto del momento, in uno sforzo immane di riscrittura della storia degli eventi e delle idee.
E il romanzo di George Orwell, 1984, è di tali procedure uba semplificazione paradigmatica.
Eppure i libri arricchiscono l'umanità. Marco Aurelio, che era un lettore profondo e un filosofo, fu uno dei più grandi imperatori romani, quanto a statura morale, anche se le sue campagne militari non ebbero eguale successo (forse proprio per il fatto che i suoi interessi più vivi era polarizzati altrove).
Oggi si legge sempre meno. 
E chi dovrebbe guidare il paese, forse (salvo qualche rara eccezione), legge meno di tutti.
Vi siete mai chiesti se il Berlusca abbia mai letto un libro?
Forse si sarà limitato alla scorsa di "barlezzettieri", per avere sempre un raccontino pronto da esporre nei momenti meno opportuni.
Ma indubbiamente certi suoi strafalcioni e certi grezzi pregiudizi più volte ripetuti sino alla nausea rivelano poca cultura: da uno che dice "Romolo e Remolo" non c'è da aspettarsi molto.
Eppure i libri arricchiscono, perché consentono un continuo dialogo tra presente e passato e danno sempre - anche quando si tratta di opere narrative - dei vertici di osservazione inediti sulla realtà che ci circonda.
Oggi, in fondo, quanto preconizzato da Farenheit 451 (sia nell'opera visionaria di Ray Bradbury, sia nel film omonimo di Truffaut) rimane quanto mai attuale, anche se in modi più sottili ed insidiosi, con l'assedio dei moderni gadget che vorrebbero rimpiazzare la pagina scritta e il libro.
Se ci chiedessero di salvare dei libri da una catastrofe quali sceglieremmo?
Sarebbe un compito difficile e arduo, come quei sopravvissuti che (nel film "The day after tomorrow") per riscaldarsi dal gelido freddo polare nato da un'improvvisa (ma annunciata) catastrofe climatica e asserragliati all'interno della fornitissima biblioteca centrale di New York City devono utilizzare i libri come combustibile e non sanno, in certi momenti, quali sacrificare per primi.
Ma, in ogni caso, salvare dei libri, anche pochi soltanto, sarebbe tassativo.
Cosa ci rimane se non i libri e l'ancoraggio alla pagina scritta davanti alla catastrofe imminente - non quella fisica e devastante del declino del corpo, non quella eco-sistemica, non quella di una delle apocalissi prossime venture - ma quella devastante ed incalzante dell'inabissarsi della cultura e dei suoi valori, della fine del piacere della lettura a favore di piaceri più effimeri e superficiali e della perdita collettiva della memoria?

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7 ottobre 2023 6 07 /10 /ottobre /2023 06:36
Suzanne Simard, L'albero madre. Alla scoperta del respiro e dell'intelligenza della foresta (Finding the Mother Tree, nella traduzione di S. Albesano), Mondadori (Le Strade Blu), 2022

L'albero madre. Alla scoperta del respiro e dell'intelligenza della foresta (Finding the Mother Tree, nella traduzione di S. Albesano) scritto da Suzanne Simard e pubblicato da Mondadori (Le Strade Blu), nel 2022 è un testo di fondamentale importanza per la comprensione dell'ambiente secondo un paradigma totalmente differente da quello dominante che è fondamentalmente ispirato al pensiero di Darwin, fondata sulla competizione tra specie e sulla sopravvivenza del più adatto e del più forte.
Tale paradigma ci ha indotto a ritenere che, nel mondo animale, vigesse "la legge del più forte" e del più adatto alla sopravvivenza e ci ha spinto a costruire un mondo di relazioni tra esseri viventi basato sulla competizione e sull'accaparramento delle risorse.
Questo pensiero ha del pari permeato il modo di rappresentare il mondo vegetale.
Suzanne Simard con le sue intuizioni e con le sue ricerche pluridecennali (per sostenere le quali ha dovuto duramente lottare contro le idee inamovibili dell'establishment accademico) ha rovesciato questo paradigma, mostrando che gli alberi e le piante (non solo simili, ma anche appartenenti a specie diverse) costruiscono una vasta rete sotterranea in cui i collegamenti avvengono attraverso le terminazioni radicali, ma anche con il supporto di un reticolo di ife fungine (le cosiddette micorrize) che connettono le radici di alberi consimili (o anche appartenenti a specie diverse), facilitando il travaso e la circolazione di principi nutritivi (e non solo: anche di informazioni attraverso sostanze chimiche che possono considerarsi l'equivalenti dei mediatori chimici nel nostro cervello).
Nel corso del tempo, il pensiero della Simard è andato ulteriormente avanti sino ad ipotizzare che gli alberi - visti nel loro insieme - si connettono dando vita ad una sorta di mente collettiva grazie alla quale alcuni alberi sono avvisati tempestivamente (attraverso messaggi chimici veicolati lungo la rete di collegamenti) di noxae che agiscono su di un altro albero-individuo connesso alla rete di radici intercomunicanti con l’intermediazione del reticolo costituito dalle ife fungine, sicché gli altri possano prepararsi producendo enzimi e altre sostanze utili a contrastare l'azione della noxa (in questa specifica circostanza si ha una comunicazione attraverso sostanze chimiche che viaggiano nelle radici inter-connesse).
Sì è sviluppata, pertanto, nel pensiero della Simard l'idea feconda che gli alberi si accudiscano tra di loro e che, in particolar modo, quelli di una stessa specie, possano stabilire tra loro dei rapporti privilegiati mentre con quelli di altre si possono stabilire forme di auto-aiuto sulla base delle diverse peculiarità di ciascuna specie, come - ad esempio - nella interazione tra abete di Douglas e betulla.
Ed è nato così anche il concetto di "Albero Madre" (da cui il titolo del libro) che tiene d'occhio i propri "piccoli", facendoli crescere protetti nel suo cono d'ombra e fornendo alle loro radici nutrienti fondamentali per la loro crescita, sino al punto in cui questi potranno trasformarsi in "madricine" (ovvero "piccole madri"), cominciando a propria volta a dare vita attraverso i primi semi a nuovi alberi.
Il pensiero della Simard s'è sviluppato controcorrente, superando la diffidenza e l'ostilità dei cattedratici arroccati sulla loro idea della competizione darwiniana e della necessità di applicare rigorosamente nei rimboschimenti la tecnica della monocultura.
Le battaglie della Simard sono state portate avanti con intraprendenza e perseverazione e proseguendo nella via di sperimentazioni di lunga durata.
Tutto questo la Simard ci racconta in questo straordinario saggio autobiografico che è, assieme, una pietra miliare in una nuova visone della botanica e nella storia delle idee.
Si legge in modo appassionato anche perché l'autrice non esita a mettere a nudo la sua vita personale e la sua forte determinazione nell'andare avanti.
Il volume è corredato da due inserti di splendide foto a coloro e in bianconero.
Un libro assolutamente da leggere, a mio parere.

Ovviamente leggendo questo testo, è facile fare il collegamento con la teoria esposta da Lovelock e al suo costrutto di Gaia, in cui il nostro pianeta va vissto come un unico e articolato organismo vivente.

Le teorie della Simard hanno profondamente influenzato alcune elaborazioni culturali, nella narrativa come anche nella cinematografia: uno degli esempi più ragguardevoli in questo secondo ambito è il film Avatar, con il suo seguito recente Avatar 2. La via dell'acqua.
 

 

(Soglie del testo) In queste pagine, commoventi e profondamente personali, l'autrice condivide il suo mondo, ricordandoci che la scienza non è un regno separato dalla vita ordinaria, ma profondamente connesso con la nostra umanità.
(risguardo di copertina) Docente alla British Columbia ed ecologista di fama mondiale, Suzanne Simard è una pioniera nel campo della comunicazione e dell'intelligenza delle piante. 
Quando nel 1997 «Nature» pubblicò un suo articolo nel quale dimostrava come gli alberi comunicassero tra loro attraverso un'immensa rete di funghi sottoterra, nessuno poteva immaginare che questa scoperta avrebbe riscritto uno dei paradigmi della teoria evoluzionistica, quello secondo cui è la competizione tra le piante a modellare le foreste. Simard suggeriva infatti che fossero la vicinanza e la collaborazione, la diversità e l'inclusione a garantire la vita, l'ecologia e il benessere dei grandi boschi. Un'intuizione che le indagini condotte nei vent'anni successivi hanno ampiamente confermato. Ora, in queste pagine, commoventi e profondamente personali, l'autrice condivide il suo mondo. Svela i segreti che accompagnano la vita degli alberi come creature sociali, mostrando da vicino come questi modellino il loro comportamento ai bisogni della comunità cui appartengono, come si prendono cura gli uni degli altri. Perché la foresta è un ecosistema dove tutto è connesso, dove le specie si adattano, si sviluppano, crescono, completano il loro ciclo vitale mettendo in comune risorse e informazioni, diffondendo energia, saggezza, protezione. Come un'orchestra impegnata nell'esecuzione di una sinfonia, o come una famiglia che cresce attraverso il dialogo, l'aiuto reciproco, la condivisione di saperi e ricordi. 

Suzanne Simard

Ma soprattutto la Simard racconta come questo intreccio apparentemente miracoloso ruoti attorno a entità potenti e meravigliose, gli Alberi Madre, esemplari più anziani che non solo provvedono al nutrimento degli alberi più giovani, ma come dei veri genitori forniscono loro le «ricette migliori» per mantenersi in salute, contribuendo così, generazione dopo generazione, alla salvaguardia dell'ecosistema. 
L'Albero Madre ci accompagna nel complesso ciclo della vita nella foresta, ricordandoci che la scienza non è un regno separato dalla vita ordinaria, ma profondamente connesso con la nostra umanità.


L’autrice. Suzanne Simard insegna ecologia forestale presso l’Università della British Columbia. Autrice di oltre duecento pubblicazioni scientifiche, dal 2015 è a capo del progetto «Albero Madre». I suoi interventi ai TED Talks sono stati seguiti da più di dieci milioni di persone in tutto il mondo.
La sua è stata una vita di scienziata votata alle ricerche sul campo, nelle quali la Simard ha travasato la sua passione per la natura e le foreste, maturata sin dalla più tenera età

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4 ottobre 2023 3 04 /10 /ottobre /2023 06:01

Anche ai migliori lettori può capitare di incorrere in quello che viene definito blocco del lettore. Si tratta di un momento di stallo, in cui nessun libro sembra destare interesse adatto al proprio mondo interiore: un momento in cui inoltre non si riesce mai a trovare il tempo di dedicarsi alla letteratura.

Come aggirare il blocco del lettore

Una rappresentazione del blocco dello scrittore del pittore russo Leonid Pasternak (1862 – 1945)

L'incubo di molti scrittori è il cosiddetto "writer's block", ovverossia il "blocco della scrittore" (o sindrome della pagina bianca), quando la penna di un autore unon riesce più a tracciare solchi sulla carta e a produrre pagine di senso compiuto. 
Molti scrittori hanno partorito dei romanzi il cui tema centrale è appunto il paventato "blocco dello scrittore", storie parzialmente autobiografiche in cui lo stesso scrittore analizza e descrive qualche crisi di questo tipo che ha sperimentato in passato.

Fa da contraltare al "blocco dello scrittore", il "blocco del lettore", quando un lettore - più o meno prolifico che sia - viene preso da una sorta di inedia letteraria e nessun libro risulta più appetibile al suo palato, anche se gli stimoli alla lettura sono molteplici e nella sua "dispensa" letteraria si sono già accumulati molti volumi che fanno parte della lista delle prossime letture, mentre all'orizzonte si addensano altri volumi che possano entrare nelle capaci riserve del lettore accanito (la "legna da ardere" accumulata in vista di un lungo inverno).

Ebbene, in questi momenti, nulla più riesce a scuotere il lettore vorace dal suo torpore; se ne sta lì, provando e riprovando, magari sentendosi anche in colpa perché non legge e non avanti con il suo programma di lettore o perché non da libero corso all'attività che predilige.

E in questo non ha riposo, non ha pace, si tormenta.

Forse ciò accade perché ci siamo sottoposti ad una pressione eccessiva, riempiendo ogni spazietto del nostro tempo libero con le letture, inventandoci addirittura altri intervalli di tempo da dedicare alla lettura (magari non dormendo la notte).

Ci siamo saturati.

Non si deve insistere, in questi casi.

Il blocco del lettore

Insistere porta all'effetto contrario, come nel caso dell'insonne che vuole dormire, vuole riaddormentarsi ad ogni caso; e, imprigionato com'è nell'ansia da prestazione (che in questo caso si traduce nel "produrre sonno"), non si rilassa a sufficienza perché il Sonno possa sorprenderlo.

Nei confronti della lettura non funziona il "volli, e volli sempre, e fortissimamente volli" di alfieriana memoria, poiché la lettura (a meno che non sia finalizzata all'apprendimento e allo studio) è un'attività che si svolge (o dovrebbe svolgersi) fondamentalmente all'insegna del piacere.

E allora?

Bisogna sapere attendere! Dar tempo alla nostra mente di far sedimentare le scorie letterarie o di metabolizzarle; lasciare che il cervello sovraeccitato e sovraccarico di parole, di frasi memorabili, di trame e di personaggi, si raffreddi e si riposi; facendo sì che, attraverso il riposo si rigeneri (e facendo sì che il sovraccarico di informazioni e le tante, troppe vite che la lettura costante ci trasmette, decantino).

Occorre riesumare quella pratica agricola del maggese, oggi semi-dimenticata per via dello sfruttamento intensivo dei terreni e dell'utilizzo dei fertilizzanti chimici, che era quella di tenere a rotazione un appezzamento di terreno a riposo, "a maggese" come si diceva, per un anno o per periodi di tempo più lunghi: un riposo attivo, in verità, poiché senza la semina di specifiche sementi "produttive" e con la comparsa di specie non domestiche, il terreno si rigenerava e, dopo un intervallo dato,  era fosse nuovamente pronte ad accogliere la semina dell'uomo e a fare sviluppare piante dalla crescita sana e vigorosa.

Snoopy Writer

E dunque: se da lettori (da lettori "golosi" e "ingordi" ci sarebbe da aggiungere) ci dovessimo confrontare con il temuto "blocco del lettore", mettiamoci tranquillamente "a maggese" per il tempo necessario oppure lasciamo sorprenderci da incontri inattesi e dalla scoperta di ciò che non è non è nella nostra lista mentale di letture alla quale tenderemmo ad attenerci scrupolosamente: in questi casi, l'incontro con una lettura che, in altri momenti avremmo snobbato è come l'erba selvatica (a cui ordinariamente si attribuisce poco valore) che cresce e si dispiega in un terreno tenuto a maggese e fungerà sicuramente da fertilizzante naturale e da attivatore.

In fondo è lo stesso tipo di pausa che si richiede quando si termina di leggere un libro che ci ha preso con un'intensità straordinaria e mai vista: in questi casi non ci riesce - a volte - di prendere in mano, subito, un altro libro, perché la nostra mente è ancora sovraccarica di quelle vicende e di quei personaggi.

Il mio amico Geronimo su Facebook ha recentemente sollevato questo tipo di problema nel gruppo "Parliamo di libri, parliamo di noi" e con il suo quesito mi ha dato lo spunto di scrivere queste riflessioni.

 

Snoopy e la lettura

Così scrive su Facebook nel gruppo "Parliamo di libri, parliamo di noi" il mio amico virtuale Geronimo Wolf:

(29 settembre 2023) Da circa due settimane ho una sorta di blocco del lettore.
E ciò per noi lettori è un dramma.
Ho iniziato almeno 5 libri ma dopo qualche pagina li ho mollati, neanche la Patagonia di Chatwin mi ha svegliato dal torpore.
Sono andato in libreria con l'intento di acquistare un libro con caratteri grandi, di semplice lettura e poche pagine, ma son uscito con 'Figlio di Dio' di McCarthy.
Tutto l'opposto [di ciò di cui avrei avuto bisogno].
Anche in questi momenti mi rifugio nei drammi psicologici, sarà un vizio.
A casa ho tirato fuori dalla libreria parte dei libri ancora da leggere che giacciono moribondi da tempo,
Ne ho letto gli incipit senza capire granché, mentre la frustrazione prendeva il sopravvento su questo povero me, lettore sul viale del tramonto.
Tra un ahimè e l'altro, l'occhio mi è caduto su un libro avente le caratteristiche sopra elencate, regalatomi da un'amica per il compleanno di due anni fa.
Un libro che pensavo non avrei mai letto, che invece mi sta regalando momenti piacevoli e che non necessita di molta concentrazione, se non per i nomi giapponesi dei vari personaggi protagonisti.
Ma non si può avere tutto dalla vita.
Vi è mai successo di attraversare un periodo di apatia verso la lettura?
Secondo voi va assecondato o si deve continuare a leggere, anche solo la lista della spesa, i programmi tv e le ricette di nonna Pina?
Grazie, buona serata a tutti.

PS: anche scrivere questo post mi sta costando fatica, quindi vi prego di regalarmi qualche soddisfazione coi vostri commenti.

 

Un campo a maggese

Stare a maggese
Il termine “maggese” – derivante dal mese di maggio – indica una pratica agricola che viene svolta fin dall’antichità in questo mese.

Consiste nel fare una serie di lavorazioni su un terreno povero, tenuto a riposo, con la finalità di prepararlo ad una successiva coltivazione e soprattutto renderlo pronto per la “rotazione delle colture”.

È un terreno ben arato, lavorato con l’erpice – un attrezzo costituito da lame, denti o dischi su telaio – ma lasciato non seminato, a “riposare” per una anno intero o più, senza appunto renderlo produttivo.
Passando dalla metafora rurale alla Psicologia, lo stare o il mettersi a maggese è una capacità fondamentale che è utile acquisire per il governo efficace di noi stessi e della nostra emotività, in occasione di specifici eventi e/o periodi della nostra vita.
La nostra mente, ma in questo caso soprattutto il nostro cuore inteso in senso affettivo/sentimentale, sono infatti paragonabili ad un campo agricolo: non possono subire lo “sfruttamento intensivo” delle risorse ed essere sempre in tensione “produttiva”.

Il rischio è che il “terreno” si inaridisca al punto tale da diventare di fatto improduttivo.

È necessario, oltre che opportuno, equilibrare saggiamente il momento della “coltivazione” con quello del “riposo attivo”, ossia quello di un tempo/spazio personale in cui ci si rigenera, ci si prende cura di sé, ci si ascolta in profondità e si allentano o annullano del tutto gli intensi ritmi della produzione vissuti nelle attività quotidiane e nelle relazioni con gli altri.

Silvio Morganti, nel suo originale libro Le voci del silenzio (Editori Riuniti, Roma, 1994), descrive lo stare a maggese nel modo seguente: “Molte volte ci può capitare di registrare consciamente una pacata riluttanza ad applicarci a qualcosa che avremmo il dovere di fare.

Ci rimproveriamo con severità, ma non riusciamo a costringere la nostra capacità esecutiva al dovere.

Sentiamo che abbiamo bisogno di restare un po’ in ozio.

Il rimanere a maggese è caratterizzato anche da un altro importante aspetto: non lo si può raggiungere nell’isolamento totale e nella deprivazione.

Bisogna acquisire la capacità di essere soli in presenza di qualcuno che ci stia discretamente vicino.

Questo garantisce che il processo psichico rimanga sotto controllo e che così non si trasformi in processo morboso, introspettivo e penosamente tetro”.
Il contadino, anche se non semina, vigila sempre sullo stato del suo campo.
Lo stare a maggese è “sospendere” per un periodo l’attività della nostra mente ma anche del nostro cuore rispetto ad un “oggetto specifico” – una relazione, un amore, il lavoro – per il tempo necessario che serve loro a rigenerarsi.
Possiamo assimilare lo stato di maggese a quello che i Romani chiamavano “Otium” – il ritiro nello spazio privato – in contrapposizione al “Negotium” che indicava invece l’insieme delle attività di scambio e di comunicazione svolte nel Foro o nella pubblica piazza.
L’“Otium” non va confuso con l’“Otiositas” che risponde all’accezione negativa dell’oziare secondo quanto S. Benedetto ha menzionato nella sua Regola.
“C’è un tempo per abbracciare ed un tempo per astenersi dagli abbracci”, troviamo scritto nella Bibbia.
Ecco il motivo fondamentale per cui la strategia de “Il chiodo scaccia chiodo” in amore è molto rischiosa.

Dopo aver vissuto una relazione od una storia importante, soprattutto quando è “finita male”, bisogna lasciare al “terreno dei sentimenti” un tempo per riposarsi e riprendersi, altrimenti lo “sfruttamento intensivo” può anche renderlo “sterile”, vale a dire incapace di generare rapporti soddisfacenti e frutti amorosi saporiti in un tempo successivo.
È necessario una buona dose di coraggio e di equilibrio interiore per astenersi ma il saper aspettare è ripagato dal fatto che il futuro incontro sarà ancora più emozionante e significativo.

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25 settembre 2023 1 25 /09 /settembre /2023 12:02
Andrew Taylor, Anatomia dei fantasmi, Castelvecchi

Anatomia dei fantasmi (The Anatomy of Ghosts, nella traduzione di L. Bertolucci), scritto da Andrew Taylor e pubblicato da Castelvecchi, 2012, mallgrado il titolo (che potrebbe essere fuorviante) ci mette di fronte ad una crime story, ambientata a Cambridge alla fine del XVIII secolo, in uno dei periodi più bui - ci avverte lo stesso autore - della storia di questa cittadella della cultura britannica.
Il libraio in disgrazia John Holdsworth, segnato dalla recente scomparsa della moglie per suicidio e del figlioletto, poco prima, per annegamento, viene ingaggiato da Lady Anne, ricca patrocinatrice del Jerusalem College, per mettere ordine nella biblioteca del college stesso, ma soprattutto per risolvere l’enigma del malore psichico in cui versa il proprio figlio, trovato svenuto nel giardino del college e che farnetica di aver visto il fantasma della moglie di uno dei fellow* anziani, trovata morta nello stesso giardino apparentemente per una caduta.
Holdsworth viene incaricato di questo compito poiché é noto il suo scetticismo in materia di fantasmi: alla morte della moglie, vittima degli inganni di una medium che l’aveva convinta di poter dialogare con il figlio morto, lo stesso Holdsworth ha scritto un libello dal titolo “Anatomia dei fantasmi”, proprio per confutarne l’esistenza (da qui il titolo del romanzo).
Holdsworth riuscirà a riportare alla salute mentale il figlio di Lady Anne, svelando al tempo stesso i danni e la corruzione generate dalla Confraternita dello Spirito Santo, una sorta di società segreta iniziatica per i giovani fellow del college stesso e generatrice di corruzione e ricatti.
Magnifica e minuziosa ricostruzione storica, fondata su solide fonti storiche e bibliografiche anche se il college in questione, pur ispirato ad uno reale, e i personaggi sono di pura fiction.

(Risvolto) 1786, Inghilterra. Il libraio John Holdsworth è un uomo messo a dura prova dalla sorte: suo figlio è morto e sua moglie, prima di suicidarsi nello stesso fiume che ha portato via il bambino, ha dato tutti i loro soldi a un'imbrogliona che diceva di poter contattare le anime. Esasperato e ormai sul lastrico, John si riduce a vendere libri come ambulante e pubblica un piccolo volume, "Anatomia dei fantasmi", per dimostrare al mondo che gli spiriti non esistono. Ma un giorno alla sua porta si presenta un uomo che gli propone un delicato incarico per conto di Lady Anne, una nobildonna con una ricca biblioteca in eredità, convinta che solo l'autore di "Anatomia dei fantasmi" possa aiutarla; suo figlio Frank infatti, studente del Jerusalem College di Cambridge, dopo aver visto lo spettro di una giovane donna annegata ha perso il proprio equilibrio mentale, e nessuno riesce più a comunicare con lui. Holdsworth si trova così proiettato nell'elitario e reticente ambiente del college, fra torbidi intrighi, arcani cerimoniali di società segrete, misteri notturni e legami inconfessabili: quando anche i suoi fantasmi tornano a farsi vivi, si rende conto che è necessario indagare e fare chiarezza prima che gli spiriti diventino più reali e pericolosi di quanto avesse immaginato.


 

Andrew Taylor

L'autore. Andrew Taylor, nato a Stevenage (Anglia Orientale, UK) nel 1951, ha studiato presso un College di Cambridge ed è uno scrittore inglese molto prolifico, specializzato in crime novel.
In Italia sono usciti La seconda Mezzanotte (Mondadori, 1988), Il ragazzo americano (Nord, 2006), questo Anatomia dei fantasmi (Castelvecchi, 2012), I 50 libri che hanno cambiato il mondo (Garzanti, 2015) e Le ceneri di Londra nel 2020.
Un autore poco tradotto in italiano


 

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Membro interno d'un college; anche, laureato all'inizio della carriera scientifica o accademica, in un'università inglese e americana, o fornito di borsa di studio per lavori di ricerca

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15 settembre 2023 5 15 /09 /settembre /2023 07:20
1793

1793 di Niklas Natt Och Dag, (nella traduzione di Gabriella Diverio e Alessandra Scali), pubblicato da Einaudi (nelle collane Stile Libero Big/ Super ET, 2019 e SuperET, 2020) è Il primo volume di una trilogia storica ambientata nella Stoccolma di fine Settecento, con risvolti cupi e da noir:  stato per me una piacevole sorpresa, per quanto di difficile digestione.
Ho letto molto delle condizioni di vita durissime della maggior parte della gente non abbiente (quindi la maggior parte della popolazione residente) nella Londra dell'Ottocento, niente ancora sulla Stoccolma di quel periodo o anche prima. E quindi quest'opera ha suscitato un mio forte interesse, perché mi ha condotto nel cuore di un pianeta ancora a me del sconosciuto.
Ciò che emerge è una separazione abissale tra i "poveri", i nullatenenti, i disperati e l'aristocrazia. Due pianeti del tutto separati. E' inimmaginabile, al giorno d'oggi, pensare che si potesse vivere in quelle condizioni: in più in condizioni in cui gli "ultimi" (la maggior parte) si trovavano a dipendere dalla sopraffazione e dall'abuso di guardiani e di amministratori della giustizia corrotti e prevenuti.
Questa è la ricostruzione che emerge dal primo dei tre volumi della trilogia storica scandinava.
Tutto ruota attorno al ritrovamento di un corpo orrendamente mutilato nelle acque limacciose di Stoccolma: e si trovano ad indagare due particolari personaggi, una coppia male assortita, eppure efficace, pur tormentata dalle crisi di mal sottile e dagli accessi melanconici di uno dei due, (Cecil Winge) e dalle intemperanze alcooliche dell'altro (Mickell Cardell).
Eppure, alla fine, i due investigatori (pur così squinternati, sia pure per motivi diversi) districheranno la matassa, giungendo ad una soluzione. Il tutto con ampi excursus sulla vita di altri personaggi che contribuiscono ad arricchire il quadro. Ma il carattere principale (ed anche il protagonista assoluto) è la Stoccolma di quell'anno, turbata dai veti rivoluzionari che vengono dalla Francia, con un Re appena assassinato e con un reggente assetato di potere, mentre il popolo langue e affoga nella miseria e in fiumi d'alcool.
Molti dei luoghi descritti e dei particolari storici non mi sono risultati usuali e, quindi, la lettura è stata supportata da frequenti incursioni su Wikipedia per saperne di più sui luoghi descritti e sui personaggi storici menzionati.
Ci vuole indubbiamente molto stomaco per leggere alcuni passaggi, ma si va avanti, perché la voglia di conoscere di più e il desiderio di seguire il filo rosso della narrazione hanno la meglio.
#lemieletture #narrativa #narrativascandinava #thrillerstorici #romanzistorici

 

(quarta di copertina) Stoccolma, Anno Domini 1793. In una città oltraggiata dalla povertà e dal privilegio, la notizia di un corpo ripescato in un lago scuote nobili e prostitute, preti e tagliagole. Toccherà a un ex soldato con un braccio di faggio e a un giudice malato cercare la verità fra i bassifondi e i palazzi del potere. Un caso internazionale che segna la nascita di un folgorante talento letterario.


(Risguardo di copertina) È l’autunno del 1793. Gustavo III è morto e la Svezia geme sotto il pugno di ferro di Gustaf Adolf Reuterholm, il lord reggente. Il Paese è affamato, sfinito dalle troppe guerre del defunto re. La paranoia prolifera come un morbo e per i vicoli di Stoccolma si sussurra di cospirazioni e complotti. Cosí la scoperta di un cadavere orrendamente mutilato sull’isola di Södermalm diventa una questione della massima urgenza.
L’incarico di risolvere il mistero viene affidato a Cecil Winge, un geniale procuratore ormai consumato dalla tisi. Con lui, Mickel Cardell, un reduce della guerra contro la Russia che, nonostante abbia lasciato il braccio sinistro sul campo di battaglia, possiede ancora una forza quasi sovrumana.

 

Niklas Natt Och Dag

Hanno detto
«Coinvolgente e scioccante» - The Times
«Un romanzo livido, febbrile, di una potenza palpabile. Un esordio eccezionale. Un autore da seguire» - Le Parisien
«Un thriller trascinante» - The Observer
«Un viaggio vivido e avvincente nella Stoccolma del xviii secolo, nelle sue ingiustizie e nei suoi luoghi oscuri» - The Guardian

L'autore. Niklas Natt Och Dag è il discendente della più antica famiglia aristocratica svedese, da tempo decaduta. 1793, il suo primo romanzo, ha vinto il premio di libro dell'anno in Svezia ed è stato pubblicato in Italia nel 2019 da Einaudi.
Hanno fatto seguito 1794 e 1795, quest'ultimo uscito in Italia per Einaudi nel 2022

#lemieletture #narrativa #narrativascandinava #thrillerstorici #romanzistorici

Finito di leggere ad Agosto del 2022

 

 

(Margherita Guizzo del gruppo FB "Parliamo di libri, parliamo di noi") All'inizio del 2020, appena terminato di leggere questo libro, scrivevo il seguente commento. Praticamente siamo d'accordo su tutto. Poi ho acquistato il secondo della trilogia, ma non l'ho ancora affrontato.
"Ecco un libro da leggere quando hai il naso tappato dal raffreddore e non ti arrivano gli effluvi che dalle pagine di carta e perfino dallo schermo asettico del kindle si alzano a sconvolgere le tue mucose nasali.
È un libro di odori, odori cattivi, che nella Stoccolma del 1793, appena morto re Gustavo III per un attentato, ristagnano dappertutto e non danno pace.
È l'afrore dei corpi, il fango putrido delle strade, il vomito degli ubriachi, le fogne che confluiscono nei canali, le montagne di merda, i cadaveri accatastati in attesa di sepoltura.
"" Producono sapone, sia quello con cui i poveracci grattano via lo sporco quando si fanno il bagno a Natale, sia quello che usano le nobildonne per la toilette mattutina. La lavorazione è la stessa. La differenza sta nell'esclusività del profumo. Ma prima del profumo c'è la puzza, quella emanata dai cadaveri degli animali. Li si fa sciogliere per ottenerne il grasso, che poi viene mescolato con altri ingredienti... ""
Comunque, superato l'impatto olfattivo, il libro è bello e meritevole di lettura.
I critici lo chiamano giallo storico.
Dal punto di vista della Storia - ho verificato - tutto a posto. Come giallo, segue la falsariga dei capostipiti di genere con la classica coppia di investigatori: il genio e l'aiutante. Qui l'emulo di Holmes è Cecil Winge, giudice consumato dalla tisi, che ti chiedi come abbia fatto a non morire lungo le 496 pagine di questo romanzo affascinante e complesso.
Mickel Cardell (Watson, per capirci) è un reduce di guerra dal braccio di legno, guardia controvoglia tra una sbornia e una scazzottata, quando capita. Capita spesso, ma in fondo è un bravo ragazzo.
Dalla capitale svedese così descritta, sembra lontana la Rivoluzione Francese degli stessi anni; invece c'entra e la troverete fra le pagine:
"" Le lamentele che corrono di bocca in bocca sono sempre le stesse: l'economia che va a rotoli, l'incompetenza dei governanti, la necessità urgente di cambiare le cose. ""
A proposito di miseria e nobiltà, il giovane autore di questa opera prima pare sia l'ultimo rampollo della più antica casata nobiliare svedese, il cui lignaggio evidentemente non basta a sopravvivere oggidì. Fa il giornalista ed ora lo scrittore di successo. (Pensate un po' se l'idea venisse a qualcuno di casa Savoia, non oso nemmeno pensarci).
(Comunque il rimando in copertina a Umberto Eco è esagerato, checché ne dica il Washington Post)"

Un bellissimo commento!

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14 settembre 2023 4 14 /09 /settembre /2023 06:39
Luca di Fulvio, La ragazza che toccava il cielo, Rizzoli

Dopo il successo di “La gang dei sogni” presso i lettori tedeschi (da me recensito in un mio precedente blog), i successivi romanzi di Luca Di Fulvio sono stati tradotti e pubblicati in tedesco, prima ancora che in edizione italiana, un successo travolgente da milioni di copie vendute. 
Nulla in confronto al successo di pubblico in Italia, dove é rimasto come scrittore onorevolmente apprezzato, anche se di nicchia (senza cioè mai raggiungere punte da best seller).
Ho letto La ragazza che toccava il cielo (uscito nel nel 2013 e pubblicato da Rizzoli)  con immenso piacere: siamo in una Venezia di inizio Seicento, in cui si ritrovano diversi personaggi alcuni che giungono da lontano, e altri veneziani.
Venezia, nell'arco temporale in cui si svolge la vicenda, comincia ad essere percorsa da intolleranze religiose (che portano gli Ebrei ad essere confinati nel ghetto e ad essere tacciati di stregoneria da fanatici religiosi), mentre imperversa il Mal Francioso (la sifilide) che in quegli anni aveva ancora un decorso tumultuoso e un andamento epidemico.
In questo scenario si sviluppa un amore appassionato tra Mercurio, un ladruncolo con abilità trasformiste, giunto da Roma alla ricerca di fortuna, e di Giuditta, figlia di un ebreo sedicente medico (anche loro provenienti da lontano dopo molte traversie).

Molti dei personaggi sono impegnati a trasformarsi e ad elevarsi e ciò a scapito di gelosie, odi vendicativi, meschine ritorsioni e rese dei conti. 
Le costruzioni narrative sono rutilanti e si susseguono, tenendo avvinto il lettore, con una precisa ricostruzione degli ambienti, delle location sin quasi a condurlo a percepire con verosimiglianza colori, suoni e odori. Venezia appare fatiscente, invasa dalle puzze dell'acqua stagnante dove vengono riversati liquami, escrementi e residui organici di ogni genere, mentre l'igiene delle persone e degli ambienti è precaria e approssimativa, e molti - i più - vivono in condizioni di grande miseria: eppure, v'è tutto il fascino d'una città che si erge sull'acqua con gli sfarzi e le bellezze sublimi che, come fiori di indicibile bellezza, nascono da una base di mortifera decomposizione (per questi aspetti, il romanzo di Luca di Fulvio ricorda molto la Stoccolma di fine Settecento tratteggiata in 1793 dello svedese Niklas Natt Och Dag)
 

Non anticipo altro della trama, per non fare da spoiler a coloro che vorranno leggere questo romanzo, ma dirò soltanto che vi si parla, in definitiva, del perseguimento di un sogno e di un riscatto possibile, inseguendo il cielo e le stelle. e di un avventure verso un agognato nuovo mondo.

 

Grazie, Luca di Fulvio!


(Risguardo di copertina) 1515. Mercurio è un artista della truffa. Scaltro, veloce, abile nei travestimenti, ha fatto delle fogne di Roma la propria casa, imparando dalla strada che l'unico modo per sopravvivere è non avere altri cui pensare tranne se stesso. Convinto di avere ucciso un mercante ebreo che ha appena derubato, è costretto a fuggire: lontano potrà rimettere insieme i cocci della sua vita. Certi vasi, però, nascono rotti, e non basta portarli altrove per farli sentire meno a pezzi. Eccolo allora a Venezia, nel suo ingannevole intreccio di canali, dove conosce Giuditta, arrivata in laguna con l'illusione di trovare un luogo libero dalle persecuzioni contro gli ebrei. Ma l'amore che nasce tra i due è destinato a incontrare insidie e ostacoli: la gelosia della giovane Benedetta, innanzitutto, e la nascita, proprio a Venezia, di quello che sarà il primo ghetto d'Europa. Nel labirinto di calli malfamate perdersi è la norma, e a Mercurio non resterà che smarrire se stesso per ritrovare Giuditta, il pezzo mancante nella mappa strappata del suo cuore.

 

Luca Di Fulvio

L’autore. Luca Di Fulvio, nato nel 1957 a Roma (morto nel 2023), è stato un autore, attore e drammaturgo italiano. 
Ha vissuto a Roma dove si è diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, entrando a far parte della comunità teatrale americana “Living Theatre”.
Successivamente ha lavorato con Andrej Waida ne “L’affare Danton”. Ha fondato con Pino Quartullo la compagnia teatrale “La Festa Mobile”. Oltre a numerosi spettacoli di successo, i due hanno realizzato il cortometraggio “Exit” vincitore della Concha de Oro al Festival di San Sebastian e nominato agli Oscar.
Ha vinto il Premio Under 35 e segnalazione speciale dell’Istituto del Dramma Italiano con l’atto unico “Solo per amore” scritto con Carla Vangelista.
Nel 1996 ha esordito nella scrittura con il romanzo breve Zelter, pubblicato da Zelig-Baldini&Castoldi cui fa seguito nel 2000 L’impagliatore, romanzo noir pubblicato da Mursia che in breve ottenne grandi consensi. Acquistato dalla casa di produzione Cattleya, viene portato al cinema da Eros Puglielli col titolo “Occhi di cristallo” e presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Nel 2004 L’impagliatore viene ristampato da Einaudi. Segue Dover Beach, pubblicato da Mursia e acquistato da Vittorio Cecchi Gori.
Con lo pseudonimo di Duke J. Blanco ha scritto il romanzo per ragazzi I misteri dell’Altro Mare, vincitore del premio Selezione Bancarellino.
Nel 2006 è approdato a Mondadori con il romanzo La scala di Dioniso [splendido romanzo], acquistato per il cinema da Gabriele Salvatores, cui fanno seguito nel 2008 La gang dei sogni e Il Grande Scomunicato del 2011.
I suoi libri sono tradotti da importanti case editrici come Gallimard e Albin Michel (Francia), Luebbe (Germania), Azbooka (Russia), Hayakawa (Giappone), Bitter Lemon Press (Inghilterra, Canada e USA) e poi in Spagna, Serbia, Olanda, Croazia, Slovenia, Grecia.
Nel 2015, viene pubblicato il romanzo Il bambino che trovò il sole di notte (pubblicato in contemporanea in lingua tedesca). 
Nel 2019 esce per Rizzoli La figlia della libertà (addirittura pubblicato l'anno precedente in lingua tedesca) e nel 2020 La ballata della città eterna, ultimo suo romanzo.
Luca Di Fulvio si è spento a Roma il 31 maggio 2023.

Ho avuto il piacere di conoscere personalmente Luca di Fulvio attraverso un fecondo e stimolante scambio epistolare, sia prima che dopo la pubblicazione de "La scala di Dioniso", di cui Luca mi ha fatto omaggio di una copia autografa.

Luca Di Fulvio

Attraverso Facebook, ho scoperto con dispiacere che se è andato, il 31 maggio 2023, LUCA DI FULVIO, uno scrittore italiano eclettico, versatile e geniale, forse poco conosciuto dalle nostre parti ma tradottissimo in altre lingue e soprattutto in Tedesco (e in Germania specie con i suoi ultimi romanzi di carattere storico ha goduto di tantissima popolarità).
Mi pregio di averlo seguito sin dai primi suoi romanzi e di essere stato a lungo negli anni passati in contatto epistolare.
Pur essendo di natura schiva è riservata, era uno scrittore che non si tirava indietro e che volentieri e con affabilità rispondeva generosamente ai lettori che gli scrivevano.
Ho letto moltissimi dei suoi romanzi, soprattutto quelli della prima maniera, prima della svolta verso il romanzo ad ambientazione storica.
Merita indubbiamente di essere ricordato.

Arrivederci, Luca Di Fulvio!

 

Di seguito i titoli delle sue opere narrative

  • 1996 Zelter
  • 2000 L'impagliatore
  • 2002 Dover Beach
  • 2006 La scala di Dioniso
  • 2008 La gang dei sogni
  • 2011 Il grande scomunicato
  • 2013 La ragazza che toccava il cielo
  • 2015 Il bambino che trovò il sole di notte
  • 2019 La figlia della libertà
  • 2021 La ballata della città eterna

Di questi segnalo particolarmente La scala di Dioniso e La Gang dei sogni che credo si possano considerare i romanzi della sua maturità di scrittore, in transizione da opere di genere e prima della svolta "storica" che lo ha reso così popolare all'estero.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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